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2023-05-31
La minoranza piddina gongola e dà il via alla fase logoramento
Vincenzo De Luca e Alessandro Alfieri (Ansa)
«È andata, è andata». L’autorevole esponente del Pd, interpellato sul destino di Elly Schlein, dopo la devastante sconfitta alle amministrative, è talmente tranchant da sorprenderci: «In che senso è andata? Di già?», chiediamo. «Ma sì», risponde il nostro interlocutore, vecchia volpe dem, «ora inizierà il logoramento, la stritoleranno. Elly è sola, si è circondata di un gruppetto di amici, quasi tutti emiliani, e alla fine l’unico con il quale tratta è proprio Stefano Bonaccini». La minoranza interna è pronta a farle la guerra? «Minoranza? La maggioranza, vorrai dire! Non dimenticare che gli iscritti avevano scelto Bonaccini». Altro giro, altra telefonata, altro esponente di primissimo piano dell’area moderata dem: «La Schlein ha bisogno di un periodo di rodaggio», concede il nostro interlocutore, «è una personalità esterna al partito, non lo conosce, lei stessa non sta andando in tv perché vuole prima imparare a rispondere bene alle domande. Certo l’idea di fare del Pd un partito radicale di massa è impraticabile. Sui temi che interessano alle famiglie, come l’autonomia differenziata, il lavoro, il fisco, per adesso non abbiamo una posizione riconoscibile».
A proposito di rodaggio, la Schlein dovrà prestare un po’ di attenzione anche a come costruisce l’agenda: pensate che aveva fissato per ieri, il giorno dopo i ballottaggi, l’incontro a Bruxelles con la delegazione dei parlamentari europei del suo partito. Missione annullata in fretta e furia e trasformata in un collegamento da remoto, ma bastava sfogliare il manuale dei giovani segretari per capire che, al di là del risultato, il giorno dopo un turno elettorale importante si resta in sede a fare il punto della situazione e non si svolazza in giro per l’Europa. Tra l’altro, nel collegamento video con gli eurodeputati Pd, che ha portato alla riconferma di Brando Benifei a capogruppo, si è discusso pure dell’invio di altre armi in Ucraina, e la linea della segretaria è all’insegna del via libera, seppure con qualche sfumatura, il che rende complicata la riconciliazione con il M5s di Giuseppe Conte, che resta contrario. Un bel rompicapo pure questo, per Elly, che prima di diventare leader del Pd aveva fatto capire di essere perplessa sull’escalation, ma che una volta ottenuta la segreteria ha rimodulato la sua posizione.
Di fronte a questo caos, ridono di gusto quelli che il Pd lo hanno lasciato dopo l’elezione di Elly, come i senatori Enrico Borghi e Carlo Cottarelli (oggi l’Aula del Senato voterà a scrutinio segreto sulla sua richiesta di dimissioni da Palazzo Madama) e l’ex ministro Beppe Fioroni, mentre sogghignano gli avversari interni. I moderati di Base riformista, innanzitutto, ex renziani capitanati da Lorenzo Guerini, corrente della quale il senatore Alessandro Alfieri è portavoce nazionale: «È ora che tutti superino le reciproche diffidenze», dice Alfieri alla Stampa, «il centrosinistra va ricompattato. Il Pd deve saper parlare a tutti, anche ai moderati, oltre che alla sinistra. La sconfitta non va sottovalutata. Le alleanze non si costruiscono a tavolino, un errore fatto in passato, ma con il lavoro politico quotidiano: sarà lì che andranno superate le diffidenze a tessere un dialogo che porti a ricompattare il centro-sinistra».
Avversario della Schlein è pure il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, o meglio viceversa, visto che Elly ha detto chiaro e tondo di essere contraria a un terzo mandato per lo sceriffo di Salerno, e che pure il posto da vicecapogruppo del figlio Piero è in bilico, nonostante sia la Campania l’unica regione dove il Pd ha tenuto: «Cari ragazzi», risponde sorridendo De Luca senior ai cronisti che gli chiedono di commentare la sconfitta, «diremo parecchie cose, ma non adesso. Parleremo, ma con calma». Aspetta al varco Elly Schlein, ma con fare più sornione, il presidente della Puglia, Michele Emiliano, che come De Luca alle primarie aveva sostenuto Bonaccini, così come i cattolici guidati da Graziano Delrio.
Sono passati da Bonaccini alla Schlein, dopo le primarie, i lettiani, anche se ieri la portavoce dello stesso Enrico Letta, Monica Nardi, su Twitter ha perso la pazienza: «Lo scaricabarile, vi prego, no», ha scritto la Nardi, «Enrico Letta le amministrative le ha stravinte e per due anni di seguito: 5-0 nel 2021 e vittoria a valanga a giugno 2022. Poco dopo ha perso (male) le politiche. Ma non ha cercato alibi e non ha mai sparato contro nessuno del Pd». Con chi ce l’ha, la Nardi? Probabilmente con Francesco Boccia, «elliano» della prima ora, voluto dalla Schlein come capogruppo al senato: «Sforziamoci di fare un’analisi onesta», ha commentato Boccia, «Elly Schlein si è insediata il 12 marzo, tutte le alleanze erano chiuse, così come le liste. Le alleanze sono state fatte dal gruppo dirigente precedente, di cui io per primo facevo parte».
A proposito di gruppi dirigenti: di quello nuovo fa parte Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd in Toscana e deputato. Il suo Pd ha perso ovunque: a Massa, Pisa, Siena, e pure a Campi Bisenzio, comune del quale Fossi era sindaco, prima di dimettersi per andare a Montecitorio. Risultato: elezioni comunali anticipate e sconfitta. «Basta perdere!», recitava un cartello esposto da Fossi contro l’ex gruppo dirigente del Pd. Infatti: è il momento di straperdere.
Conte già rottama il «campo largo»
Nostalgia giallorossa: il tema dell’alleanza tra Pd e M5s travalica i confini della politica e sfocia nella commedia dell’arte. Alle politiche dello scorso 25 settembre l’allora segretario dem, Enrico Letta, decise, nel nome della santa alleanza pro Ucraina, di impedire qualsiasi tentativo d’accordo anche solo tecnico con il M5s, consegnando il trionfo a Giorgia Meloni; ieri la nuova (ma già in fase di rottamazione) leader, Elly Schlein, è tornata a parlare di campo largo come unica strada per essere competitivi con il centrodestra. Manco a dirlo, Giuseppe Conte ha ridicolizzato la proposta: «Sono convinto», ha detto Conte, «che la Meloni non si batta con i campi larghi, la Meloni si batte con un’idea diversa di Paese. Perché fare opposizione dicendo non va bene questo, siete incapaci, inadeguati è sicuramente un primo passaggio, ma per dare una prospettiva concreta devi dire anche come interverresti. Siamo disposti a dialogare con il Pd, con Schlein, ma siamo disposti a farlo su temi e progetti, misurandoci su risposte concrete ai bisogni della comunità nazionale senza compromettere le nostre battaglie più significative».
Fortunato, Giuseppi: il M5s era già crollato al primo turno delle amministrative, e così ieri l’ex premier ha dovuto analizzare un sola sconfitta, quella di Brindisi, unica città dove il M5s era ancora in gioco: «Brindisi», ha commentato Conte, «è una città che, storicamente, ha pagato un dazio elevatissimo alle fonti fossili. Il nostro progetto di transizione ecologica evidentemente non è stato spiegato bene, non è apparso persuasivo, pure in un contesto di grande difficoltà».
Archiviata la pratica, Conte è tornato a parlare della prospettiva di alleanza con il Pd: «Per offrire un’alternativa al centrodestra», ha sottolineato il leader pentastellato, «non è decisiva la presenza insieme su un palco per qualche ora, serve la costruzione di un progetto politico nel confronto con le altre forze politiche, tra le quali anche il Pd di Schlein. Dialogo non può significare un incontro di vertice che risolve il problema dell’offerta politica, che va invece costruita con progettualità, va spiegata per bene, e sicuramente occorre anche del tempo per spiegarla. Bisogna assicurare presenza nelle città e nei quartieri tutti i giorni. Per questo, dopo una laboriosa attività istruttoria interna», ha annunciato Conte, «oggi partono 84 gruppi territoriali, i primi gruppi che lavoreranno in questa direzione. Molti altri gruppi partiranno nelle prossime settimane. Questo ci porterà ad allontanarci dalle vecchie logiche delle sezioni dei partiti, raccogliendo i problemi e i bisogni delle comunità locali attraverso il civismo attivo, ossia l’esercizio di una cittadinanza consapevole, promuovendo anche la partecipazione democratica dei cittadini».
Al di là delle belle parole, è evidente che Conte, dopo la scoppola elettorale, non ha alcuna intenzione di farsi imbrigliare da un Pd lacerato, costretto a tenere dentro sensibilità opposte, dai nostalgici di Matteo Renzi alle sardine in tenda. Considerato che le Europee 2024 si svolgeranno con il proporzionale, Conte vuol puntare tutto sui temi identitari del M5s, a partire dal «no» a ulteriori invii di armi in Ucraina, unico tema forse che potrebbe portare i pentastellati a intercettare un po’ di consenso degli italiani, sempre che (speriamo proprio di no) l’anno prossimo il conflitto non sia ancora finito.
La riedizione della gioiosa macchina da guerra giallorossa, in sostanza, sembra un miraggio: il centrodestra continua a non avere avversari in grado di contrastarne l’inarrestabile crescita, un quadro politico destinato a non cambiare ancora per molto, moltissimo tempo.
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Alessandro Alfieri (Base riformista): «Perdiamo i moderati». Vincenzo De Luca prepara la vendetta. E pure la portavoce di Enrico Letta punge Elly Schlein.Giuseppi replica alla leader del Pd sulle alleanze: «Serve un’idea diversa di Paese, non basta salire sullo stesso palco». E mobilita il M5s sulle sue battaglie identitarie.Lo speciale contiene due articoli.«È andata, è andata». L’autorevole esponente del Pd, interpellato sul destino di Elly Schlein, dopo la devastante sconfitta alle amministrative, è talmente tranchant da sorprenderci: «In che senso è andata? Di già?», chiediamo. «Ma sì», risponde il nostro interlocutore, vecchia volpe dem, «ora inizierà il logoramento, la stritoleranno. Elly è sola, si è circondata di un gruppetto di amici, quasi tutti emiliani, e alla fine l’unico con il quale tratta è proprio Stefano Bonaccini». La minoranza interna è pronta a farle la guerra? «Minoranza? La maggioranza, vorrai dire! Non dimenticare che gli iscritti avevano scelto Bonaccini». Altro giro, altra telefonata, altro esponente di primissimo piano dell’area moderata dem: «La Schlein ha bisogno di un periodo di rodaggio», concede il nostro interlocutore, «è una personalità esterna al partito, non lo conosce, lei stessa non sta andando in tv perché vuole prima imparare a rispondere bene alle domande. Certo l’idea di fare del Pd un partito radicale di massa è impraticabile. Sui temi che interessano alle famiglie, come l’autonomia differenziata, il lavoro, il fisco, per adesso non abbiamo una posizione riconoscibile». A proposito di rodaggio, la Schlein dovrà prestare un po’ di attenzione anche a come costruisce l’agenda: pensate che aveva fissato per ieri, il giorno dopo i ballottaggi, l’incontro a Bruxelles con la delegazione dei parlamentari europei del suo partito. Missione annullata in fretta e furia e trasformata in un collegamento da remoto, ma bastava sfogliare il manuale dei giovani segretari per capire che, al di là del risultato, il giorno dopo un turno elettorale importante si resta in sede a fare il punto della situazione e non si svolazza in giro per l’Europa. Tra l’altro, nel collegamento video con gli eurodeputati Pd, che ha portato alla riconferma di Brando Benifei a capogruppo, si è discusso pure dell’invio di altre armi in Ucraina, e la linea della segretaria è all’insegna del via libera, seppure con qualche sfumatura, il che rende complicata la riconciliazione con il M5s di Giuseppe Conte, che resta contrario. Un bel rompicapo pure questo, per Elly, che prima di diventare leader del Pd aveva fatto capire di essere perplessa sull’escalation, ma che una volta ottenuta la segreteria ha rimodulato la sua posizione. Di fronte a questo caos, ridono di gusto quelli che il Pd lo hanno lasciato dopo l’elezione di Elly, come i senatori Enrico Borghi e Carlo Cottarelli (oggi l’Aula del Senato voterà a scrutinio segreto sulla sua richiesta di dimissioni da Palazzo Madama) e l’ex ministro Beppe Fioroni, mentre sogghignano gli avversari interni. I moderati di Base riformista, innanzitutto, ex renziani capitanati da Lorenzo Guerini, corrente della quale il senatore Alessandro Alfieri è portavoce nazionale: «È ora che tutti superino le reciproche diffidenze», dice Alfieri alla Stampa, «il centrosinistra va ricompattato. Il Pd deve saper parlare a tutti, anche ai moderati, oltre che alla sinistra. La sconfitta non va sottovalutata. Le alleanze non si costruiscono a tavolino, un errore fatto in passato, ma con il lavoro politico quotidiano: sarà lì che andranno superate le diffidenze a tessere un dialogo che porti a ricompattare il centro-sinistra». Avversario della Schlein è pure il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, o meglio viceversa, visto che Elly ha detto chiaro e tondo di essere contraria a un terzo mandato per lo sceriffo di Salerno, e che pure il posto da vicecapogruppo del figlio Piero è in bilico, nonostante sia la Campania l’unica regione dove il Pd ha tenuto: «Cari ragazzi», risponde sorridendo De Luca senior ai cronisti che gli chiedono di commentare la sconfitta, «diremo parecchie cose, ma non adesso. Parleremo, ma con calma». Aspetta al varco Elly Schlein, ma con fare più sornione, il presidente della Puglia, Michele Emiliano, che come De Luca alle primarie aveva sostenuto Bonaccini, così come i cattolici guidati da Graziano Delrio. Sono passati da Bonaccini alla Schlein, dopo le primarie, i lettiani, anche se ieri la portavoce dello stesso Enrico Letta, Monica Nardi, su Twitter ha perso la pazienza: «Lo scaricabarile, vi prego, no», ha scritto la Nardi, «Enrico Letta le amministrative le ha stravinte e per due anni di seguito: 5-0 nel 2021 e vittoria a valanga a giugno 2022. Poco dopo ha perso (male) le politiche. Ma non ha cercato alibi e non ha mai sparato contro nessuno del Pd». Con chi ce l’ha, la Nardi? Probabilmente con Francesco Boccia, «elliano» della prima ora, voluto dalla Schlein come capogruppo al senato: «Sforziamoci di fare un’analisi onesta», ha commentato Boccia, «Elly Schlein si è insediata il 12 marzo, tutte le alleanze erano chiuse, così come le liste. Le alleanze sono state fatte dal gruppo dirigente precedente, di cui io per primo facevo parte». A proposito di gruppi dirigenti: di quello nuovo fa parte Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd in Toscana e deputato. Il suo Pd ha perso ovunque: a Massa, Pisa, Siena, e pure a Campi Bisenzio, comune del quale Fossi era sindaco, prima di dimettersi per andare a Montecitorio. Risultato: elezioni comunali anticipate e sconfitta. «Basta perdere!», recitava un cartello esposto da Fossi contro l’ex gruppo dirigente del Pd. Infatti: è il momento di straperdere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-pd-schlein-2660723733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-gia-rottama-il-campo-largo" data-post-id="2660723733" data-published-at="1685481969" data-use-pagination="False"> Conte già rottama il «campo largo» Nostalgia giallorossa: il tema dell’alleanza tra Pd e M5s travalica i confini della politica e sfocia nella commedia dell’arte. Alle politiche dello scorso 25 settembre l’allora segretario dem, Enrico Letta, decise, nel nome della santa alleanza pro Ucraina, di impedire qualsiasi tentativo d’accordo anche solo tecnico con il M5s, consegnando il trionfo a Giorgia Meloni; ieri la nuova (ma già in fase di rottamazione) leader, Elly Schlein, è tornata a parlare di campo largo come unica strada per essere competitivi con il centrodestra. Manco a dirlo, Giuseppe Conte ha ridicolizzato la proposta: «Sono convinto», ha detto Conte, «che la Meloni non si batta con i campi larghi, la Meloni si batte con un’idea diversa di Paese. Perché fare opposizione dicendo non va bene questo, siete incapaci, inadeguati è sicuramente un primo passaggio, ma per dare una prospettiva concreta devi dire anche come interverresti. Siamo disposti a dialogare con il Pd, con Schlein, ma siamo disposti a farlo su temi e progetti, misurandoci su risposte concrete ai bisogni della comunità nazionale senza compromettere le nostre battaglie più significative». Fortunato, Giuseppi: il M5s era già crollato al primo turno delle amministrative, e così ieri l’ex premier ha dovuto analizzare un sola sconfitta, quella di Brindisi, unica città dove il M5s era ancora in gioco: «Brindisi», ha commentato Conte, «è una città che, storicamente, ha pagato un dazio elevatissimo alle fonti fossili. Il nostro progetto di transizione ecologica evidentemente non è stato spiegato bene, non è apparso persuasivo, pure in un contesto di grande difficoltà». Archiviata la pratica, Conte è tornato a parlare della prospettiva di alleanza con il Pd: «Per offrire un’alternativa al centrodestra», ha sottolineato il leader pentastellato, «non è decisiva la presenza insieme su un palco per qualche ora, serve la costruzione di un progetto politico nel confronto con le altre forze politiche, tra le quali anche il Pd di Schlein. Dialogo non può significare un incontro di vertice che risolve il problema dell’offerta politica, che va invece costruita con progettualità, va spiegata per bene, e sicuramente occorre anche del tempo per spiegarla. Bisogna assicurare presenza nelle città e nei quartieri tutti i giorni. Per questo, dopo una laboriosa attività istruttoria interna», ha annunciato Conte, «oggi partono 84 gruppi territoriali, i primi gruppi che lavoreranno in questa direzione. Molti altri gruppi partiranno nelle prossime settimane. Questo ci porterà ad allontanarci dalle vecchie logiche delle sezioni dei partiti, raccogliendo i problemi e i bisogni delle comunità locali attraverso il civismo attivo, ossia l’esercizio di una cittadinanza consapevole, promuovendo anche la partecipazione democratica dei cittadini». Al di là delle belle parole, è evidente che Conte, dopo la scoppola elettorale, non ha alcuna intenzione di farsi imbrigliare da un Pd lacerato, costretto a tenere dentro sensibilità opposte, dai nostalgici di Matteo Renzi alle sardine in tenda. Considerato che le Europee 2024 si svolgeranno con il proporzionale, Conte vuol puntare tutto sui temi identitari del M5s, a partire dal «no» a ulteriori invii di armi in Ucraina, unico tema forse che potrebbe portare i pentastellati a intercettare un po’ di consenso degli italiani, sempre che (speriamo proprio di no) l’anno prossimo il conflitto non sia ancora finito. La riedizione della gioiosa macchina da guerra giallorossa, in sostanza, sembra un miraggio: il centrodestra continua a non avere avversari in grado di contrastarne l’inarrestabile crescita, un quadro politico destinato a non cambiare ancora per molto, moltissimo tempo.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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