True
2023-05-31
La minoranza piddina gongola e dà il via alla fase logoramento
Vincenzo De Luca e Alessandro Alfieri (Ansa)
«È andata, è andata». L’autorevole esponente del Pd, interpellato sul destino di Elly Schlein, dopo la devastante sconfitta alle amministrative, è talmente tranchant da sorprenderci: «In che senso è andata? Di già?», chiediamo. «Ma sì», risponde il nostro interlocutore, vecchia volpe dem, «ora inizierà il logoramento, la stritoleranno. Elly è sola, si è circondata di un gruppetto di amici, quasi tutti emiliani, e alla fine l’unico con il quale tratta è proprio Stefano Bonaccini». La minoranza interna è pronta a farle la guerra? «Minoranza? La maggioranza, vorrai dire! Non dimenticare che gli iscritti avevano scelto Bonaccini». Altro giro, altra telefonata, altro esponente di primissimo piano dell’area moderata dem: «La Schlein ha bisogno di un periodo di rodaggio», concede il nostro interlocutore, «è una personalità esterna al partito, non lo conosce, lei stessa non sta andando in tv perché vuole prima imparare a rispondere bene alle domande. Certo l’idea di fare del Pd un partito radicale di massa è impraticabile. Sui temi che interessano alle famiglie, come l’autonomia differenziata, il lavoro, il fisco, per adesso non abbiamo una posizione riconoscibile».
A proposito di rodaggio, la Schlein dovrà prestare un po’ di attenzione anche a come costruisce l’agenda: pensate che aveva fissato per ieri, il giorno dopo i ballottaggi, l’incontro a Bruxelles con la delegazione dei parlamentari europei del suo partito. Missione annullata in fretta e furia e trasformata in un collegamento da remoto, ma bastava sfogliare il manuale dei giovani segretari per capire che, al di là del risultato, il giorno dopo un turno elettorale importante si resta in sede a fare il punto della situazione e non si svolazza in giro per l’Europa. Tra l’altro, nel collegamento video con gli eurodeputati Pd, che ha portato alla riconferma di Brando Benifei a capogruppo, si è discusso pure dell’invio di altre armi in Ucraina, e la linea della segretaria è all’insegna del via libera, seppure con qualche sfumatura, il che rende complicata la riconciliazione con il M5s di Giuseppe Conte, che resta contrario. Un bel rompicapo pure questo, per Elly, che prima di diventare leader del Pd aveva fatto capire di essere perplessa sull’escalation, ma che una volta ottenuta la segreteria ha rimodulato la sua posizione.
Di fronte a questo caos, ridono di gusto quelli che il Pd lo hanno lasciato dopo l’elezione di Elly, come i senatori Enrico Borghi e Carlo Cottarelli (oggi l’Aula del Senato voterà a scrutinio segreto sulla sua richiesta di dimissioni da Palazzo Madama) e l’ex ministro Beppe Fioroni, mentre sogghignano gli avversari interni. I moderati di Base riformista, innanzitutto, ex renziani capitanati da Lorenzo Guerini, corrente della quale il senatore Alessandro Alfieri è portavoce nazionale: «È ora che tutti superino le reciproche diffidenze», dice Alfieri alla Stampa, «il centrosinistra va ricompattato. Il Pd deve saper parlare a tutti, anche ai moderati, oltre che alla sinistra. La sconfitta non va sottovalutata. Le alleanze non si costruiscono a tavolino, un errore fatto in passato, ma con il lavoro politico quotidiano: sarà lì che andranno superate le diffidenze a tessere un dialogo che porti a ricompattare il centro-sinistra».
Avversario della Schlein è pure il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, o meglio viceversa, visto che Elly ha detto chiaro e tondo di essere contraria a un terzo mandato per lo sceriffo di Salerno, e che pure il posto da vicecapogruppo del figlio Piero è in bilico, nonostante sia la Campania l’unica regione dove il Pd ha tenuto: «Cari ragazzi», risponde sorridendo De Luca senior ai cronisti che gli chiedono di commentare la sconfitta, «diremo parecchie cose, ma non adesso. Parleremo, ma con calma». Aspetta al varco Elly Schlein, ma con fare più sornione, il presidente della Puglia, Michele Emiliano, che come De Luca alle primarie aveva sostenuto Bonaccini, così come i cattolici guidati da Graziano Delrio.
Sono passati da Bonaccini alla Schlein, dopo le primarie, i lettiani, anche se ieri la portavoce dello stesso Enrico Letta, Monica Nardi, su Twitter ha perso la pazienza: «Lo scaricabarile, vi prego, no», ha scritto la Nardi, «Enrico Letta le amministrative le ha stravinte e per due anni di seguito: 5-0 nel 2021 e vittoria a valanga a giugno 2022. Poco dopo ha perso (male) le politiche. Ma non ha cercato alibi e non ha mai sparato contro nessuno del Pd». Con chi ce l’ha, la Nardi? Probabilmente con Francesco Boccia, «elliano» della prima ora, voluto dalla Schlein come capogruppo al senato: «Sforziamoci di fare un’analisi onesta», ha commentato Boccia, «Elly Schlein si è insediata il 12 marzo, tutte le alleanze erano chiuse, così come le liste. Le alleanze sono state fatte dal gruppo dirigente precedente, di cui io per primo facevo parte».
A proposito di gruppi dirigenti: di quello nuovo fa parte Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd in Toscana e deputato. Il suo Pd ha perso ovunque: a Massa, Pisa, Siena, e pure a Campi Bisenzio, comune del quale Fossi era sindaco, prima di dimettersi per andare a Montecitorio. Risultato: elezioni comunali anticipate e sconfitta. «Basta perdere!», recitava un cartello esposto da Fossi contro l’ex gruppo dirigente del Pd. Infatti: è il momento di straperdere.
Conte già rottama il «campo largo»
Nostalgia giallorossa: il tema dell’alleanza tra Pd e M5s travalica i confini della politica e sfocia nella commedia dell’arte. Alle politiche dello scorso 25 settembre l’allora segretario dem, Enrico Letta, decise, nel nome della santa alleanza pro Ucraina, di impedire qualsiasi tentativo d’accordo anche solo tecnico con il M5s, consegnando il trionfo a Giorgia Meloni; ieri la nuova (ma già in fase di rottamazione) leader, Elly Schlein, è tornata a parlare di campo largo come unica strada per essere competitivi con il centrodestra. Manco a dirlo, Giuseppe Conte ha ridicolizzato la proposta: «Sono convinto», ha detto Conte, «che la Meloni non si batta con i campi larghi, la Meloni si batte con un’idea diversa di Paese. Perché fare opposizione dicendo non va bene questo, siete incapaci, inadeguati è sicuramente un primo passaggio, ma per dare una prospettiva concreta devi dire anche come interverresti. Siamo disposti a dialogare con il Pd, con Schlein, ma siamo disposti a farlo su temi e progetti, misurandoci su risposte concrete ai bisogni della comunità nazionale senza compromettere le nostre battaglie più significative».
Fortunato, Giuseppi: il M5s era già crollato al primo turno delle amministrative, e così ieri l’ex premier ha dovuto analizzare un sola sconfitta, quella di Brindisi, unica città dove il M5s era ancora in gioco: «Brindisi», ha commentato Conte, «è una città che, storicamente, ha pagato un dazio elevatissimo alle fonti fossili. Il nostro progetto di transizione ecologica evidentemente non è stato spiegato bene, non è apparso persuasivo, pure in un contesto di grande difficoltà».
Archiviata la pratica, Conte è tornato a parlare della prospettiva di alleanza con il Pd: «Per offrire un’alternativa al centrodestra», ha sottolineato il leader pentastellato, «non è decisiva la presenza insieme su un palco per qualche ora, serve la costruzione di un progetto politico nel confronto con le altre forze politiche, tra le quali anche il Pd di Schlein. Dialogo non può significare un incontro di vertice che risolve il problema dell’offerta politica, che va invece costruita con progettualità, va spiegata per bene, e sicuramente occorre anche del tempo per spiegarla. Bisogna assicurare presenza nelle città e nei quartieri tutti i giorni. Per questo, dopo una laboriosa attività istruttoria interna», ha annunciato Conte, «oggi partono 84 gruppi territoriali, i primi gruppi che lavoreranno in questa direzione. Molti altri gruppi partiranno nelle prossime settimane. Questo ci porterà ad allontanarci dalle vecchie logiche delle sezioni dei partiti, raccogliendo i problemi e i bisogni delle comunità locali attraverso il civismo attivo, ossia l’esercizio di una cittadinanza consapevole, promuovendo anche la partecipazione democratica dei cittadini».
Al di là delle belle parole, è evidente che Conte, dopo la scoppola elettorale, non ha alcuna intenzione di farsi imbrigliare da un Pd lacerato, costretto a tenere dentro sensibilità opposte, dai nostalgici di Matteo Renzi alle sardine in tenda. Considerato che le Europee 2024 si svolgeranno con il proporzionale, Conte vuol puntare tutto sui temi identitari del M5s, a partire dal «no» a ulteriori invii di armi in Ucraina, unico tema forse che potrebbe portare i pentastellati a intercettare un po’ di consenso degli italiani, sempre che (speriamo proprio di no) l’anno prossimo il conflitto non sia ancora finito.
La riedizione della gioiosa macchina da guerra giallorossa, in sostanza, sembra un miraggio: il centrodestra continua a non avere avversari in grado di contrastarne l’inarrestabile crescita, un quadro politico destinato a non cambiare ancora per molto, moltissimo tempo.
Continua a leggereRiduci
Alessandro Alfieri (Base riformista): «Perdiamo i moderati». Vincenzo De Luca prepara la vendetta. E pure la portavoce di Enrico Letta punge Elly Schlein.Giuseppi replica alla leader del Pd sulle alleanze: «Serve un’idea diversa di Paese, non basta salire sullo stesso palco». E mobilita il M5s sulle sue battaglie identitarie.Lo speciale contiene due articoli.«È andata, è andata». L’autorevole esponente del Pd, interpellato sul destino di Elly Schlein, dopo la devastante sconfitta alle amministrative, è talmente tranchant da sorprenderci: «In che senso è andata? Di già?», chiediamo. «Ma sì», risponde il nostro interlocutore, vecchia volpe dem, «ora inizierà il logoramento, la stritoleranno. Elly è sola, si è circondata di un gruppetto di amici, quasi tutti emiliani, e alla fine l’unico con il quale tratta è proprio Stefano Bonaccini». La minoranza interna è pronta a farle la guerra? «Minoranza? La maggioranza, vorrai dire! Non dimenticare che gli iscritti avevano scelto Bonaccini». Altro giro, altra telefonata, altro esponente di primissimo piano dell’area moderata dem: «La Schlein ha bisogno di un periodo di rodaggio», concede il nostro interlocutore, «è una personalità esterna al partito, non lo conosce, lei stessa non sta andando in tv perché vuole prima imparare a rispondere bene alle domande. Certo l’idea di fare del Pd un partito radicale di massa è impraticabile. Sui temi che interessano alle famiglie, come l’autonomia differenziata, il lavoro, il fisco, per adesso non abbiamo una posizione riconoscibile». A proposito di rodaggio, la Schlein dovrà prestare un po’ di attenzione anche a come costruisce l’agenda: pensate che aveva fissato per ieri, il giorno dopo i ballottaggi, l’incontro a Bruxelles con la delegazione dei parlamentari europei del suo partito. Missione annullata in fretta e furia e trasformata in un collegamento da remoto, ma bastava sfogliare il manuale dei giovani segretari per capire che, al di là del risultato, il giorno dopo un turno elettorale importante si resta in sede a fare il punto della situazione e non si svolazza in giro per l’Europa. Tra l’altro, nel collegamento video con gli eurodeputati Pd, che ha portato alla riconferma di Brando Benifei a capogruppo, si è discusso pure dell’invio di altre armi in Ucraina, e la linea della segretaria è all’insegna del via libera, seppure con qualche sfumatura, il che rende complicata la riconciliazione con il M5s di Giuseppe Conte, che resta contrario. Un bel rompicapo pure questo, per Elly, che prima di diventare leader del Pd aveva fatto capire di essere perplessa sull’escalation, ma che una volta ottenuta la segreteria ha rimodulato la sua posizione. Di fronte a questo caos, ridono di gusto quelli che il Pd lo hanno lasciato dopo l’elezione di Elly, come i senatori Enrico Borghi e Carlo Cottarelli (oggi l’Aula del Senato voterà a scrutinio segreto sulla sua richiesta di dimissioni da Palazzo Madama) e l’ex ministro Beppe Fioroni, mentre sogghignano gli avversari interni. I moderati di Base riformista, innanzitutto, ex renziani capitanati da Lorenzo Guerini, corrente della quale il senatore Alessandro Alfieri è portavoce nazionale: «È ora che tutti superino le reciproche diffidenze», dice Alfieri alla Stampa, «il centrosinistra va ricompattato. Il Pd deve saper parlare a tutti, anche ai moderati, oltre che alla sinistra. La sconfitta non va sottovalutata. Le alleanze non si costruiscono a tavolino, un errore fatto in passato, ma con il lavoro politico quotidiano: sarà lì che andranno superate le diffidenze a tessere un dialogo che porti a ricompattare il centro-sinistra». Avversario della Schlein è pure il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, o meglio viceversa, visto che Elly ha detto chiaro e tondo di essere contraria a un terzo mandato per lo sceriffo di Salerno, e che pure il posto da vicecapogruppo del figlio Piero è in bilico, nonostante sia la Campania l’unica regione dove il Pd ha tenuto: «Cari ragazzi», risponde sorridendo De Luca senior ai cronisti che gli chiedono di commentare la sconfitta, «diremo parecchie cose, ma non adesso. Parleremo, ma con calma». Aspetta al varco Elly Schlein, ma con fare più sornione, il presidente della Puglia, Michele Emiliano, che come De Luca alle primarie aveva sostenuto Bonaccini, così come i cattolici guidati da Graziano Delrio. Sono passati da Bonaccini alla Schlein, dopo le primarie, i lettiani, anche se ieri la portavoce dello stesso Enrico Letta, Monica Nardi, su Twitter ha perso la pazienza: «Lo scaricabarile, vi prego, no», ha scritto la Nardi, «Enrico Letta le amministrative le ha stravinte e per due anni di seguito: 5-0 nel 2021 e vittoria a valanga a giugno 2022. Poco dopo ha perso (male) le politiche. Ma non ha cercato alibi e non ha mai sparato contro nessuno del Pd». Con chi ce l’ha, la Nardi? Probabilmente con Francesco Boccia, «elliano» della prima ora, voluto dalla Schlein come capogruppo al senato: «Sforziamoci di fare un’analisi onesta», ha commentato Boccia, «Elly Schlein si è insediata il 12 marzo, tutte le alleanze erano chiuse, così come le liste. Le alleanze sono state fatte dal gruppo dirigente precedente, di cui io per primo facevo parte». A proposito di gruppi dirigenti: di quello nuovo fa parte Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd in Toscana e deputato. Il suo Pd ha perso ovunque: a Massa, Pisa, Siena, e pure a Campi Bisenzio, comune del quale Fossi era sindaco, prima di dimettersi per andare a Montecitorio. Risultato: elezioni comunali anticipate e sconfitta. «Basta perdere!», recitava un cartello esposto da Fossi contro l’ex gruppo dirigente del Pd. Infatti: è il momento di straperdere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-pd-schlein-2660723733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-gia-rottama-il-campo-largo" data-post-id="2660723733" data-published-at="1685481969" data-use-pagination="False"> Conte già rottama il «campo largo» Nostalgia giallorossa: il tema dell’alleanza tra Pd e M5s travalica i confini della politica e sfocia nella commedia dell’arte. Alle politiche dello scorso 25 settembre l’allora segretario dem, Enrico Letta, decise, nel nome della santa alleanza pro Ucraina, di impedire qualsiasi tentativo d’accordo anche solo tecnico con il M5s, consegnando il trionfo a Giorgia Meloni; ieri la nuova (ma già in fase di rottamazione) leader, Elly Schlein, è tornata a parlare di campo largo come unica strada per essere competitivi con il centrodestra. Manco a dirlo, Giuseppe Conte ha ridicolizzato la proposta: «Sono convinto», ha detto Conte, «che la Meloni non si batta con i campi larghi, la Meloni si batte con un’idea diversa di Paese. Perché fare opposizione dicendo non va bene questo, siete incapaci, inadeguati è sicuramente un primo passaggio, ma per dare una prospettiva concreta devi dire anche come interverresti. Siamo disposti a dialogare con il Pd, con Schlein, ma siamo disposti a farlo su temi e progetti, misurandoci su risposte concrete ai bisogni della comunità nazionale senza compromettere le nostre battaglie più significative». Fortunato, Giuseppi: il M5s era già crollato al primo turno delle amministrative, e così ieri l’ex premier ha dovuto analizzare un sola sconfitta, quella di Brindisi, unica città dove il M5s era ancora in gioco: «Brindisi», ha commentato Conte, «è una città che, storicamente, ha pagato un dazio elevatissimo alle fonti fossili. Il nostro progetto di transizione ecologica evidentemente non è stato spiegato bene, non è apparso persuasivo, pure in un contesto di grande difficoltà». Archiviata la pratica, Conte è tornato a parlare della prospettiva di alleanza con il Pd: «Per offrire un’alternativa al centrodestra», ha sottolineato il leader pentastellato, «non è decisiva la presenza insieme su un palco per qualche ora, serve la costruzione di un progetto politico nel confronto con le altre forze politiche, tra le quali anche il Pd di Schlein. Dialogo non può significare un incontro di vertice che risolve il problema dell’offerta politica, che va invece costruita con progettualità, va spiegata per bene, e sicuramente occorre anche del tempo per spiegarla. Bisogna assicurare presenza nelle città e nei quartieri tutti i giorni. Per questo, dopo una laboriosa attività istruttoria interna», ha annunciato Conte, «oggi partono 84 gruppi territoriali, i primi gruppi che lavoreranno in questa direzione. Molti altri gruppi partiranno nelle prossime settimane. Questo ci porterà ad allontanarci dalle vecchie logiche delle sezioni dei partiti, raccogliendo i problemi e i bisogni delle comunità locali attraverso il civismo attivo, ossia l’esercizio di una cittadinanza consapevole, promuovendo anche la partecipazione democratica dei cittadini». Al di là delle belle parole, è evidente che Conte, dopo la scoppola elettorale, non ha alcuna intenzione di farsi imbrigliare da un Pd lacerato, costretto a tenere dentro sensibilità opposte, dai nostalgici di Matteo Renzi alle sardine in tenda. Considerato che le Europee 2024 si svolgeranno con il proporzionale, Conte vuol puntare tutto sui temi identitari del M5s, a partire dal «no» a ulteriori invii di armi in Ucraina, unico tema forse che potrebbe portare i pentastellati a intercettare un po’ di consenso degli italiani, sempre che (speriamo proprio di no) l’anno prossimo il conflitto non sia ancora finito. La riedizione della gioiosa macchina da guerra giallorossa, in sostanza, sembra un miraggio: il centrodestra continua a non avere avversari in grado di contrastarne l’inarrestabile crescita, un quadro politico destinato a non cambiare ancora per molto, moltissimo tempo.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
Continua a leggereRiduci
iStock
La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
Continua a leggereRiduci
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
Continua a leggereRiduci