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2023-05-31
La minoranza piddina gongola e dà il via alla fase logoramento
Vincenzo De Luca e Alessandro Alfieri (Ansa)
«È andata, è andata». L’autorevole esponente del Pd, interpellato sul destino di Elly Schlein, dopo la devastante sconfitta alle amministrative, è talmente tranchant da sorprenderci: «In che senso è andata? Di già?», chiediamo. «Ma sì», risponde il nostro interlocutore, vecchia volpe dem, «ora inizierà il logoramento, la stritoleranno. Elly è sola, si è circondata di un gruppetto di amici, quasi tutti emiliani, e alla fine l’unico con il quale tratta è proprio Stefano Bonaccini». La minoranza interna è pronta a farle la guerra? «Minoranza? La maggioranza, vorrai dire! Non dimenticare che gli iscritti avevano scelto Bonaccini». Altro giro, altra telefonata, altro esponente di primissimo piano dell’area moderata dem: «La Schlein ha bisogno di un periodo di rodaggio», concede il nostro interlocutore, «è una personalità esterna al partito, non lo conosce, lei stessa non sta andando in tv perché vuole prima imparare a rispondere bene alle domande. Certo l’idea di fare del Pd un partito radicale di massa è impraticabile. Sui temi che interessano alle famiglie, come l’autonomia differenziata, il lavoro, il fisco, per adesso non abbiamo una posizione riconoscibile».
A proposito di rodaggio, la Schlein dovrà prestare un po’ di attenzione anche a come costruisce l’agenda: pensate che aveva fissato per ieri, il giorno dopo i ballottaggi, l’incontro a Bruxelles con la delegazione dei parlamentari europei del suo partito. Missione annullata in fretta e furia e trasformata in un collegamento da remoto, ma bastava sfogliare il manuale dei giovani segretari per capire che, al di là del risultato, il giorno dopo un turno elettorale importante si resta in sede a fare il punto della situazione e non si svolazza in giro per l’Europa. Tra l’altro, nel collegamento video con gli eurodeputati Pd, che ha portato alla riconferma di Brando Benifei a capogruppo, si è discusso pure dell’invio di altre armi in Ucraina, e la linea della segretaria è all’insegna del via libera, seppure con qualche sfumatura, il che rende complicata la riconciliazione con il M5s di Giuseppe Conte, che resta contrario. Un bel rompicapo pure questo, per Elly, che prima di diventare leader del Pd aveva fatto capire di essere perplessa sull’escalation, ma che una volta ottenuta la segreteria ha rimodulato la sua posizione.
Di fronte a questo caos, ridono di gusto quelli che il Pd lo hanno lasciato dopo l’elezione di Elly, come i senatori Enrico Borghi e Carlo Cottarelli (oggi l’Aula del Senato voterà a scrutinio segreto sulla sua richiesta di dimissioni da Palazzo Madama) e l’ex ministro Beppe Fioroni, mentre sogghignano gli avversari interni. I moderati di Base riformista, innanzitutto, ex renziani capitanati da Lorenzo Guerini, corrente della quale il senatore Alessandro Alfieri è portavoce nazionale: «È ora che tutti superino le reciproche diffidenze», dice Alfieri alla Stampa, «il centrosinistra va ricompattato. Il Pd deve saper parlare a tutti, anche ai moderati, oltre che alla sinistra. La sconfitta non va sottovalutata. Le alleanze non si costruiscono a tavolino, un errore fatto in passato, ma con il lavoro politico quotidiano: sarà lì che andranno superate le diffidenze a tessere un dialogo che porti a ricompattare il centro-sinistra».
Avversario della Schlein è pure il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, o meglio viceversa, visto che Elly ha detto chiaro e tondo di essere contraria a un terzo mandato per lo sceriffo di Salerno, e che pure il posto da vicecapogruppo del figlio Piero è in bilico, nonostante sia la Campania l’unica regione dove il Pd ha tenuto: «Cari ragazzi», risponde sorridendo De Luca senior ai cronisti che gli chiedono di commentare la sconfitta, «diremo parecchie cose, ma non adesso. Parleremo, ma con calma». Aspetta al varco Elly Schlein, ma con fare più sornione, il presidente della Puglia, Michele Emiliano, che come De Luca alle primarie aveva sostenuto Bonaccini, così come i cattolici guidati da Graziano Delrio.
Sono passati da Bonaccini alla Schlein, dopo le primarie, i lettiani, anche se ieri la portavoce dello stesso Enrico Letta, Monica Nardi, su Twitter ha perso la pazienza: «Lo scaricabarile, vi prego, no», ha scritto la Nardi, «Enrico Letta le amministrative le ha stravinte e per due anni di seguito: 5-0 nel 2021 e vittoria a valanga a giugno 2022. Poco dopo ha perso (male) le politiche. Ma non ha cercato alibi e non ha mai sparato contro nessuno del Pd». Con chi ce l’ha, la Nardi? Probabilmente con Francesco Boccia, «elliano» della prima ora, voluto dalla Schlein come capogruppo al senato: «Sforziamoci di fare un’analisi onesta», ha commentato Boccia, «Elly Schlein si è insediata il 12 marzo, tutte le alleanze erano chiuse, così come le liste. Le alleanze sono state fatte dal gruppo dirigente precedente, di cui io per primo facevo parte».
A proposito di gruppi dirigenti: di quello nuovo fa parte Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd in Toscana e deputato. Il suo Pd ha perso ovunque: a Massa, Pisa, Siena, e pure a Campi Bisenzio, comune del quale Fossi era sindaco, prima di dimettersi per andare a Montecitorio. Risultato: elezioni comunali anticipate e sconfitta. «Basta perdere!», recitava un cartello esposto da Fossi contro l’ex gruppo dirigente del Pd. Infatti: è il momento di straperdere.
Conte già rottama il «campo largo»
Nostalgia giallorossa: il tema dell’alleanza tra Pd e M5s travalica i confini della politica e sfocia nella commedia dell’arte. Alle politiche dello scorso 25 settembre l’allora segretario dem, Enrico Letta, decise, nel nome della santa alleanza pro Ucraina, di impedire qualsiasi tentativo d’accordo anche solo tecnico con il M5s, consegnando il trionfo a Giorgia Meloni; ieri la nuova (ma già in fase di rottamazione) leader, Elly Schlein, è tornata a parlare di campo largo come unica strada per essere competitivi con il centrodestra. Manco a dirlo, Giuseppe Conte ha ridicolizzato la proposta: «Sono convinto», ha detto Conte, «che la Meloni non si batta con i campi larghi, la Meloni si batte con un’idea diversa di Paese. Perché fare opposizione dicendo non va bene questo, siete incapaci, inadeguati è sicuramente un primo passaggio, ma per dare una prospettiva concreta devi dire anche come interverresti. Siamo disposti a dialogare con il Pd, con Schlein, ma siamo disposti a farlo su temi e progetti, misurandoci su risposte concrete ai bisogni della comunità nazionale senza compromettere le nostre battaglie più significative».
Fortunato, Giuseppi: il M5s era già crollato al primo turno delle amministrative, e così ieri l’ex premier ha dovuto analizzare un sola sconfitta, quella di Brindisi, unica città dove il M5s era ancora in gioco: «Brindisi», ha commentato Conte, «è una città che, storicamente, ha pagato un dazio elevatissimo alle fonti fossili. Il nostro progetto di transizione ecologica evidentemente non è stato spiegato bene, non è apparso persuasivo, pure in un contesto di grande difficoltà».
Archiviata la pratica, Conte è tornato a parlare della prospettiva di alleanza con il Pd: «Per offrire un’alternativa al centrodestra», ha sottolineato il leader pentastellato, «non è decisiva la presenza insieme su un palco per qualche ora, serve la costruzione di un progetto politico nel confronto con le altre forze politiche, tra le quali anche il Pd di Schlein. Dialogo non può significare un incontro di vertice che risolve il problema dell’offerta politica, che va invece costruita con progettualità, va spiegata per bene, e sicuramente occorre anche del tempo per spiegarla. Bisogna assicurare presenza nelle città e nei quartieri tutti i giorni. Per questo, dopo una laboriosa attività istruttoria interna», ha annunciato Conte, «oggi partono 84 gruppi territoriali, i primi gruppi che lavoreranno in questa direzione. Molti altri gruppi partiranno nelle prossime settimane. Questo ci porterà ad allontanarci dalle vecchie logiche delle sezioni dei partiti, raccogliendo i problemi e i bisogni delle comunità locali attraverso il civismo attivo, ossia l’esercizio di una cittadinanza consapevole, promuovendo anche la partecipazione democratica dei cittadini».
Al di là delle belle parole, è evidente che Conte, dopo la scoppola elettorale, non ha alcuna intenzione di farsi imbrigliare da un Pd lacerato, costretto a tenere dentro sensibilità opposte, dai nostalgici di Matteo Renzi alle sardine in tenda. Considerato che le Europee 2024 si svolgeranno con il proporzionale, Conte vuol puntare tutto sui temi identitari del M5s, a partire dal «no» a ulteriori invii di armi in Ucraina, unico tema forse che potrebbe portare i pentastellati a intercettare un po’ di consenso degli italiani, sempre che (speriamo proprio di no) l’anno prossimo il conflitto non sia ancora finito.
La riedizione della gioiosa macchina da guerra giallorossa, in sostanza, sembra un miraggio: il centrodestra continua a non avere avversari in grado di contrastarne l’inarrestabile crescita, un quadro politico destinato a non cambiare ancora per molto, moltissimo tempo.
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Alessandro Alfieri (Base riformista): «Perdiamo i moderati». Vincenzo De Luca prepara la vendetta. E pure la portavoce di Enrico Letta punge Elly Schlein.Giuseppi replica alla leader del Pd sulle alleanze: «Serve un’idea diversa di Paese, non basta salire sullo stesso palco». E mobilita il M5s sulle sue battaglie identitarie.Lo speciale contiene due articoli.«È andata, è andata». L’autorevole esponente del Pd, interpellato sul destino di Elly Schlein, dopo la devastante sconfitta alle amministrative, è talmente tranchant da sorprenderci: «In che senso è andata? Di già?», chiediamo. «Ma sì», risponde il nostro interlocutore, vecchia volpe dem, «ora inizierà il logoramento, la stritoleranno. Elly è sola, si è circondata di un gruppetto di amici, quasi tutti emiliani, e alla fine l’unico con il quale tratta è proprio Stefano Bonaccini». La minoranza interna è pronta a farle la guerra? «Minoranza? La maggioranza, vorrai dire! Non dimenticare che gli iscritti avevano scelto Bonaccini». Altro giro, altra telefonata, altro esponente di primissimo piano dell’area moderata dem: «La Schlein ha bisogno di un periodo di rodaggio», concede il nostro interlocutore, «è una personalità esterna al partito, non lo conosce, lei stessa non sta andando in tv perché vuole prima imparare a rispondere bene alle domande. Certo l’idea di fare del Pd un partito radicale di massa è impraticabile. Sui temi che interessano alle famiglie, come l’autonomia differenziata, il lavoro, il fisco, per adesso non abbiamo una posizione riconoscibile». A proposito di rodaggio, la Schlein dovrà prestare un po’ di attenzione anche a come costruisce l’agenda: pensate che aveva fissato per ieri, il giorno dopo i ballottaggi, l’incontro a Bruxelles con la delegazione dei parlamentari europei del suo partito. Missione annullata in fretta e furia e trasformata in un collegamento da remoto, ma bastava sfogliare il manuale dei giovani segretari per capire che, al di là del risultato, il giorno dopo un turno elettorale importante si resta in sede a fare il punto della situazione e non si svolazza in giro per l’Europa. Tra l’altro, nel collegamento video con gli eurodeputati Pd, che ha portato alla riconferma di Brando Benifei a capogruppo, si è discusso pure dell’invio di altre armi in Ucraina, e la linea della segretaria è all’insegna del via libera, seppure con qualche sfumatura, il che rende complicata la riconciliazione con il M5s di Giuseppe Conte, che resta contrario. Un bel rompicapo pure questo, per Elly, che prima di diventare leader del Pd aveva fatto capire di essere perplessa sull’escalation, ma che una volta ottenuta la segreteria ha rimodulato la sua posizione. Di fronte a questo caos, ridono di gusto quelli che il Pd lo hanno lasciato dopo l’elezione di Elly, come i senatori Enrico Borghi e Carlo Cottarelli (oggi l’Aula del Senato voterà a scrutinio segreto sulla sua richiesta di dimissioni da Palazzo Madama) e l’ex ministro Beppe Fioroni, mentre sogghignano gli avversari interni. I moderati di Base riformista, innanzitutto, ex renziani capitanati da Lorenzo Guerini, corrente della quale il senatore Alessandro Alfieri è portavoce nazionale: «È ora che tutti superino le reciproche diffidenze», dice Alfieri alla Stampa, «il centrosinistra va ricompattato. Il Pd deve saper parlare a tutti, anche ai moderati, oltre che alla sinistra. La sconfitta non va sottovalutata. Le alleanze non si costruiscono a tavolino, un errore fatto in passato, ma con il lavoro politico quotidiano: sarà lì che andranno superate le diffidenze a tessere un dialogo che porti a ricompattare il centro-sinistra». Avversario della Schlein è pure il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, o meglio viceversa, visto che Elly ha detto chiaro e tondo di essere contraria a un terzo mandato per lo sceriffo di Salerno, e che pure il posto da vicecapogruppo del figlio Piero è in bilico, nonostante sia la Campania l’unica regione dove il Pd ha tenuto: «Cari ragazzi», risponde sorridendo De Luca senior ai cronisti che gli chiedono di commentare la sconfitta, «diremo parecchie cose, ma non adesso. Parleremo, ma con calma». Aspetta al varco Elly Schlein, ma con fare più sornione, il presidente della Puglia, Michele Emiliano, che come De Luca alle primarie aveva sostenuto Bonaccini, così come i cattolici guidati da Graziano Delrio. Sono passati da Bonaccini alla Schlein, dopo le primarie, i lettiani, anche se ieri la portavoce dello stesso Enrico Letta, Monica Nardi, su Twitter ha perso la pazienza: «Lo scaricabarile, vi prego, no», ha scritto la Nardi, «Enrico Letta le amministrative le ha stravinte e per due anni di seguito: 5-0 nel 2021 e vittoria a valanga a giugno 2022. Poco dopo ha perso (male) le politiche. Ma non ha cercato alibi e non ha mai sparato contro nessuno del Pd». Con chi ce l’ha, la Nardi? Probabilmente con Francesco Boccia, «elliano» della prima ora, voluto dalla Schlein come capogruppo al senato: «Sforziamoci di fare un’analisi onesta», ha commentato Boccia, «Elly Schlein si è insediata il 12 marzo, tutte le alleanze erano chiuse, così come le liste. Le alleanze sono state fatte dal gruppo dirigente precedente, di cui io per primo facevo parte». A proposito di gruppi dirigenti: di quello nuovo fa parte Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd in Toscana e deputato. Il suo Pd ha perso ovunque: a Massa, Pisa, Siena, e pure a Campi Bisenzio, comune del quale Fossi era sindaco, prima di dimettersi per andare a Montecitorio. Risultato: elezioni comunali anticipate e sconfitta. «Basta perdere!», recitava un cartello esposto da Fossi contro l’ex gruppo dirigente del Pd. Infatti: è il momento di straperdere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-pd-schlein-2660723733.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-gia-rottama-il-campo-largo" data-post-id="2660723733" data-published-at="1685481969" data-use-pagination="False"> Conte già rottama il «campo largo» Nostalgia giallorossa: il tema dell’alleanza tra Pd e M5s travalica i confini della politica e sfocia nella commedia dell’arte. Alle politiche dello scorso 25 settembre l’allora segretario dem, Enrico Letta, decise, nel nome della santa alleanza pro Ucraina, di impedire qualsiasi tentativo d’accordo anche solo tecnico con il M5s, consegnando il trionfo a Giorgia Meloni; ieri la nuova (ma già in fase di rottamazione) leader, Elly Schlein, è tornata a parlare di campo largo come unica strada per essere competitivi con il centrodestra. Manco a dirlo, Giuseppe Conte ha ridicolizzato la proposta: «Sono convinto», ha detto Conte, «che la Meloni non si batta con i campi larghi, la Meloni si batte con un’idea diversa di Paese. Perché fare opposizione dicendo non va bene questo, siete incapaci, inadeguati è sicuramente un primo passaggio, ma per dare una prospettiva concreta devi dire anche come interverresti. Siamo disposti a dialogare con il Pd, con Schlein, ma siamo disposti a farlo su temi e progetti, misurandoci su risposte concrete ai bisogni della comunità nazionale senza compromettere le nostre battaglie più significative». Fortunato, Giuseppi: il M5s era già crollato al primo turno delle amministrative, e così ieri l’ex premier ha dovuto analizzare un sola sconfitta, quella di Brindisi, unica città dove il M5s era ancora in gioco: «Brindisi», ha commentato Conte, «è una città che, storicamente, ha pagato un dazio elevatissimo alle fonti fossili. Il nostro progetto di transizione ecologica evidentemente non è stato spiegato bene, non è apparso persuasivo, pure in un contesto di grande difficoltà». Archiviata la pratica, Conte è tornato a parlare della prospettiva di alleanza con il Pd: «Per offrire un’alternativa al centrodestra», ha sottolineato il leader pentastellato, «non è decisiva la presenza insieme su un palco per qualche ora, serve la costruzione di un progetto politico nel confronto con le altre forze politiche, tra le quali anche il Pd di Schlein. Dialogo non può significare un incontro di vertice che risolve il problema dell’offerta politica, che va invece costruita con progettualità, va spiegata per bene, e sicuramente occorre anche del tempo per spiegarla. Bisogna assicurare presenza nelle città e nei quartieri tutti i giorni. Per questo, dopo una laboriosa attività istruttoria interna», ha annunciato Conte, «oggi partono 84 gruppi territoriali, i primi gruppi che lavoreranno in questa direzione. Molti altri gruppi partiranno nelle prossime settimane. Questo ci porterà ad allontanarci dalle vecchie logiche delle sezioni dei partiti, raccogliendo i problemi e i bisogni delle comunità locali attraverso il civismo attivo, ossia l’esercizio di una cittadinanza consapevole, promuovendo anche la partecipazione democratica dei cittadini». Al di là delle belle parole, è evidente che Conte, dopo la scoppola elettorale, non ha alcuna intenzione di farsi imbrigliare da un Pd lacerato, costretto a tenere dentro sensibilità opposte, dai nostalgici di Matteo Renzi alle sardine in tenda. Considerato che le Europee 2024 si svolgeranno con il proporzionale, Conte vuol puntare tutto sui temi identitari del M5s, a partire dal «no» a ulteriori invii di armi in Ucraina, unico tema forse che potrebbe portare i pentastellati a intercettare un po’ di consenso degli italiani, sempre che (speriamo proprio di no) l’anno prossimo il conflitto non sia ancora finito. La riedizione della gioiosa macchina da guerra giallorossa, in sostanza, sembra un miraggio: il centrodestra continua a non avere avversari in grado di contrastarne l’inarrestabile crescita, un quadro politico destinato a non cambiare ancora per molto, moltissimo tempo.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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