True
2023-03-20
New economy, la fine di un'illusione?
(Getty Images)
Il crac della Silicon Valley Bank, la banca delle start up tecnologiche, e della newyorchese Signature Bank, chiusa a causa dei legami con le criptovalute, che hanno fatto tremare le borse e mandato a picco i titoli bancari di tutto il mondo, mette in crisi quel tecno-ottimismo incondizionato e cieco che ha finora dominato i mercati e l’economia mondiale. Dietro il fallimento della Svb non c’è solo un sistema di controlli troppo lasco e la politica del rialzo dei tassi della Fed, c’è anche la crisi di liquidità delle big tech che per anni si sono ingrassate di liquidità a costo zero e sono cresciute a dismisura favorite dalle valutazioni ipertrofiche delle banche d’affari che in esse vedevano il nuovo Eldorado. Durante la pandemia il settore ha fatto i suoi affari migliori grazie alla grande accelerazione nell’uso di servizi tecnologici. Un esempio su tutti: l’utile di Google nel 2021 è stato di 76 miliardi, contro i 40 del 2020. Gli organici si sono gonfiati. Fino a quando non è arrivata la stretta monetaria delle Federal Reserve e allora l’aria è cambiata. La Silicon Valley Bank aveva come sua clientela le start up tecnologiche che finanziava senza farsi tanti problemi sicché quando le big tech sono andate in crisi, il meccanismo è saltato.
Come ha scritto l’Economist le start up tecnologiche sono state più colpite di altre dall’aumento dei tassi di interesse, imposto per combattere l’inflazione. Il maggiore costo del denaro ha ridotto il valore dei profitti attesi dalle aziende e molti possibili investitori hanno iniziato a guardare altrove. Secondo Pitchbook, un fornitore di dati sul mercato azionario, nel 2022 gli investimenti globali da venture capital si sono ridotti di un terzo rispetto all’anno precedente. Negli Stati Uniti sono passati da 343 a 230 miliardi di dollari.
E sono arrivati i licenziamenti. Google ha licenziato 12.000 persone da un giorno all’altro, Amazon 18.000, Meta 11.000 e la settimana scorsa ne ha annunciati altri 10.000, Microsoft 10.000, Salesforce 8.000 e Twitter 4.000. Un imprenditore digitale americano, Roger Lee, subito dopo la pandemia ha lanciato una piattaforma, Layoffs.fyi, per registrare tutti i licenziamenti nel settore tech post Covid. Per il 2022 sono stati tracciati 161.061 casi e dall’inizio del 2023 circa duemila al giorno, per un totale di oltre 270.000 dipendenti lasciati a casa in tutto il mondo, ma principalmente negli Stati Uniti. Insomma quelle aziende dipinte come l’Eden del lavoro flessibile, sostenibile, del rispetto dei diritti e della valorizzazione della creatività, hanno cominciato a tagliare teste senza pensarci due volte. Quel mondo preso a modello dal sinistra, coccolato dal Partito democratico che peraltro ha finanziato (e che ora ricambia con il presidente Biden che ha salvato con soldi pubblici tutti i clienti della Silicon Bank), ha improvvisamente mostrato il volto arcigno e cinico del business. Google, al top delle classifiche delle migliori realtà in cui lavorare, ha licenziato migliaia di persone di cui non aveva più bisogno, con una semplice email.
È evidente che le politiche di assunzione attuate durante la pandemia si sono rivelate troppo ottimistiche.
Come si è rivelata ciecamente ottimistica la strategia della Svb che ha finanziato quasi la metà delle Ipo del settore tech da inizio anno senza coprirsi dal rischio del rialzo dei tassi.
Ora che gli strumenti di politica monetaria che hanno alimentato la ripartenza si sono esauriti, il settore delle imprese tecnologiche, e la finanza ad esso collegata, deve riposizionare le risorse sulla base delle risposte e delle indicazioni del mercato. Il che significa all’interno delle aziende più spazio all’automazione rispetto al personale e per gli investitori una scelta più selettiva delle start up.
Il vento di instabilità che viene dagli Usa può influenzare le imprese tecnologiche italiane? Gli effetti non sono diretti ma la crisi del settore è un campanello d’allarme.
I tagli di Meta avrebbero dovuto colpire in modo massiccio anche l’Italia, con il licenziamento di 23 dei 127 dipendenti, ma poi il numero è stato dimezzato in virtù di un accordo sindacale. Ora con il nuovo piano di esuberi, tutto potrebbe essere rimesso in discussione.
Nel nostro Paese il rallentamento dell’economia, l’aumento dei prezzi, dei tassi d’interesse, nonché dell’incertezza sul futuro, hanno già prodotto un calo delle nuove start up. Secondo un report del Cerved, nel 2022 sono nate solo 89.192 start-up, il 10,6% in meno (10.587) rispetto al 2021, numero in calo anche sul 2019, quando per la prima volta si è invertito un trend positivo che durava dal 2013. Le mancate nascite del 2022 rischiano dunque di tradursi in 27.080 addetti in meno e in un calo di 2,5 miliardi di fatturato, perché le nuove società apportano ricchezza, dinamismo e competitività al sistema. «Il calo delle nascite è un segnale da non trascurare: le start-up sono una leva di trasformazione del nostro sistema economico, apportano idee innovative, tecnologia e competitività», commenta amministratore delegato del Cerved, Andrea Mignanelli.
L’impatto diretto invece si è fatto sentire sul mercato finanziario. Il salto dello spread tra Bund e Btp che ha superato quota 191, ha riacceso i fari sul debito pubblico e i rischi della speculazione. La politica binaria della Bce, dell’aumento del tasso di sconto e dell’acquisto di una quota inferiore di titoli di Stato, apre uno scenario denso di incognite. Da marzo la Banca centrale non rinnoverà l’acquisto di titoli pubblici in scadenza per 15 miliardi al mese in Europa e questo significa per l’Italia cercare 1,5 miliardi in più al mese tra gli investitori. C’è il timore che si scateni la speculazione sull’onda delle perdite di Piazza Affari di questi giorni. L’Eurogruppo ha escluso una interconnessione tra le due banche americane e il sistema del credito europeo ma l’attenzione resta comunque alta.
Il rischio che in Italia e in Europa si realizzino casi analoghi a quelli americani, è escluso dalle autorità bancarie per il meccanismo di controlli molto stringenti.
«L’euforia sulle start up era già passata da tempo»
«Abbiamo passato un grande spavento, ma il peggio è passato e ora tiriamo un sospiro di sollievo. Ripercussioni sulle start up non ne vedo. Il clima di grande euforia del 2021 era finito da metà del 2022. Gli investitori sono diventati più selettivi e concreti. Non bastano le belle idee ma è importante il piano strategico per arrivare in breve tempo a fare profitti». Giancarlo Rocchietti è presidente del Club degli Investitori, network di oltre 300 business angel che investono in start up e pmi innovative.
Alcune aziende che seguite sono rimaste intrappolate nel crac della Silicon Valley Bank?
«Non posso fare nomi ma alcune aziende che seguiamo hanno filiali negli Usa e operano con la Silicon Valley Bank. Abbiamo passato il week end del capitombolo della banca a cercare di capire quello che sarebbe successo e a stimare i possibili danni. Poi il paracadute fornito dal governo di Washington con la Fed che garantiva i conti correnti, ha calmato le acque».
Ora sarà più difficile per le start up trovare investitori?
«Il mercato del venture capital è diventato più selettivo ma è un processo in atto da oltre un anno. Certo il crollo della Svb fa riflettere anche se è un fenomeno tutto americano legato alle regole di sorveglianza più lasche e all’incapacità del management di prevedere l’impatto del rialzo dei tassi. Le start up tecnologiche, clienti della banca, non hanno fatto altro che reagire all’aumento del costo del denaro, ritirando la propria liquidità per finanziarsi».
Può accadere anche in Italia?
«Non credo che sia uno scenario replicabile da noi. Innanzitutto, perché non esistono banche che operano essenzialmente con le start up tech. Inoltre gli investimenti sono sottoposti al sistema di regole stringenti di Basilea3 e gran parte dei fondi erogati alle start up sono garantiti dal Mediocredito Centrale, sicché i rischi sono calmierati. Non vedo timori all’orizzonte nel dare credito. Piuttosto c’è una maggiore concretezza da parte degli investitori rispetto a qualche anno fa quando con il boom delle imprese tecnologiche, si guardava più alle idee che ai risultati a breve termine. Ora i fondi di venture capital danno più importanza alla capacità di fare profitti in un arco temporale circoscritto».
Vuol dire che il mercato si è ristretto e lo sarà ancora di più dopo il terremoto finanziario negli Usa?
«La situazione italiana è diversa da quella degli Usa. Il settore delle start up tecnologiche nel nostro Paese è meno maturo. Si continua a crescere anche se il trend ha mostrato un rallentamento. Le nuove imprese innovative sono aumentate solo dell’1% nel 2022 rispetto all’anno precedente. C’è un rallentamento nelle dimensioni degli investimenti. Si chiede agli imprenditori di fare di più con meno soldi. L’Europa si è buttata a capofitto sul deep tech e sul greentech. La transizione ecologica sta dando una grande spinta alle imprese innovative e i soldi pubblici sono un buon motore. In Italia siamo un po’ indietro. Forse per mancanza di coraggio, di vocazione al rischio».
«Chi ha azioni ora è meglio che stia fermo»
«Il rischio estremo del fallimento di una banca è che si crei una sorta di sfiducia nei rapporti interbancari con la conseguenza di rallentare gli scambi e, a cascata, con l’aumento dei costi anche per la clientela finale. Ma si tratta di una situazione estrema che non vedo possibile nel caso della Silicon Valley Bank perché è un istituto regionale e con un portafoglio molto settoriale». Ma allora come mai i titoli più colpiti dai ribassi dei mercati, sono stati proprio quelli bancari? Roberto Bianchini, extended professor di finanza del Politecnico Milano commenta che «è un riflesso fisiologico di un sistema interconnesso. Ciò che accade oltre Oceano si ripercuote immediatamente in Europa e nel resto del mondo. E siccome il rischio estremo è l’estensione di un clima di sfiducia che colpirebbe proprio le banche, la reazione degli investitori è di vendere, in attesa del chiarimento dello scenario. Questo non vuol dire che tale probabilità esista davvero, è un’opzione estrema ma che comunque ha un suo peso in una situazione di estrema volatilità dei mercati».
Un rischio sistemico va escluso?
«Non siamo nella situazione del crac della Lehmann. La Svb è un istituto settoriale, non c’è un rischio contagio. Ciò non toglie che sia un campanello d’allarme per un sistema che concede gestioni poco accorte. Bisogna vedere come si muoveranno le autorità di regolazione americane, se si verificheranno altri fallimenti. Ora la vera preoccupazione è l’atteggiamento delle banche centrali, della Fed e della Bce».
Chi ha fatto investimenti come deve muoversi?
«Non deve muoversi se non ha necessità di disinvestire. Chi ha acquistato titoli di Stato lo ha fatto con scadenze a medio e lungo termine e quindi non ha ripercussioni, in quanto i cali di questi giorni saranno recuperati in futuro. Per chi ha puntato sull’azionario è il momento di attendere che passi la bufera».
Ripercussioni sul debito pubblico?
«Le turbolenze sui mercati possono ampliare lo spread tra i titoli del debito italiano e i Bund tedeschi. I Paesi ad alto debito pagano sempre il costo più elevato dalle incertezze».
C’è il rischio di un giro di vite per i prestiti alle imprese ad alta innovazione e alle pmi?
«Dipende dalla durata della situazione di incertezza. Se il regolatore americano vende subito gli asset della banca, ristabilendo la fiducia sul mercato, dovrebbe presto tornare una situazione di normalità. Ma se permane l’incertezza, o peggio, saltano altre banche, allora a pagare il conto più alto sarebbero proprio le piccole imprese. In una condizione di turbolenza e di scarsa fiducia, la prima reazione del sistema bancario è stringere i rubinetti del credito o almeno inasprire le condizioni. In Europa il problema è anche la politica di rapidi aumenti dei tassi che fa correre il costo del denaro. Chi è più fragile, è più esposto».
«Il sistema è fragile. Alzare in fretta i tassi è la risposta errata»
«Il crac della Silicon Valley Bank è un segnale di allarme. Un avvertimento di ciò che può accadere con l’aumento accelerato dei tassi d’interesse. Ha fatto bene il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a mettere in guardia dalle ripercussioni che incrementi troppo ravvicinati del costo del denaro, possono avere sul debito pubblico e sull’economia reale». Giampaolo Galli è economista e direttore dell’Osservatorio sui Conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano. Ci sarà un impatto sui conti pubblici italiani?
«Non c’è un impatto diretto. Il crac della Silicon Bank ci ha fatto scoprire che c’è una fragilità nel sistema finanziario globale dovuta alla combinazione di tassi di interesse che si alzano velocemente e di livelli di debito molto alti. L’aumento del costo del denaro tende a provocare un rallentamento dell’economia e ad aumentare le sofferenze bancarie. La situazione non è ancora paragonabile a quella del 2008, ma la crisi dei mutui subprime è cominciata così. Quanto è successo dovrebbe indurre le banche centrali, a cominciare dalle Bce, a una certa cautela nella velocità con cui usa la leva monetaria. È evidente che il livello dei tassi è basso. Quello della Bce sui depositi delle banche è al 2,5% mentre l’inflazione viaggia tra l’8 e il 10%. È comprensibile che le banche centrali vogliano agire sui tassi, ma farlo rapidamente rischia di non dare il tempo agli operatori di sistemare i conti adattandosi alla nuova realtà. Il terremoto della Silicon Valley Bank ce lo dimostra».
Come si è arrivati a questo? Non era prevedibile?
«Per lungo tempo la Fed e la Bce hanno sottovalutato la corsa dell’inflazione e hanno invaso il sistema di liquidità, inducendo gli operatori a indebitarsi: secondo il World Debt Monitor del Fmi, la somma dei debiti di Stati, imprese non finanziarie e famiglie è al 250% del Pil mondiale; era sotto il 200% nel 2007, prima della grande crisi finanziaria; era al 100% nel 1970. Ora le banche centrali si trovano costrette ad aumentare i tassi molto rapidamente, per evitare di perdere credibilità. Ma aumenti molti rapidi in un contesto di debiti elevati possono creare problemi molto seri. Chi ha titoli all’attivo ha subìto delle perdite come nel caso della Silicon Valley Bank ma soprattutto chi ha titoli al passivo, specie in dollari, è nei guai seri».
Non c’erano segnali che andando avanti di questo passo qualcuno si sarebbe fatto molto male?
«Negli ultimi mesi vi erano stati parecchi segnali di preoccupazione, se non di allarme. In un’analisi del 10 gennaio, Fitch rilevava che il rapido aumento dei tassi e il Quantitative Tightening (la riduzione della dimensione del bilancio della Fed) stava mettendo sotto pressione la liquidità delle banche. La principale preoccupazione era il peggioramento della qualità dei prestiti legato al temuto rallentamento dell’economia; a questo si aggiungevano le perdite, anche se non realizzate, sui titoli e la rapida riduzione della consistenza dei depositi, anch’essa dovuta all’aumento dei tassi di interesse. La previsione di Fitch era di una riduzione dei depositi da 19,4 mila miliardi a 17,8 mila miliardi alla fine del 2023. Anche le riserve bancarie stanno scendendo rapidamente. Dai 4,3 mila miliardi di dicembre 2021 sono scese ai 3 mila miliardi oggi. Il Fondo monetario internazionale ha lanciato il warning per la situazione in cui si trovano molti Paesi in via di sviluppo fortemente indebitati».
E l’Italia?
«L’Italia è un Paese indebitato anche se sommando debito pubblico e privato, non è fra i più indebitati al mondo. Aumentare rapidamente i tassi, significa creare problemi per tutti coloro che devono rinnovare il debito in scadenza e per chi ha mutui a tassi variabili. Questa politica incalzante di aumenti del costo del denaro può mettere in crisi interi Stati. Basta guardare quello che sta accadendo in Pakistan. Il default non è stato solo determinato dai rovesci climatici. Era fortemente indebitato in dollari come tanti Paesi emergenti e in via di sviluppo».
A fronte di questa situazione l’Italia che può fare?
«Noi non possiamo fare altro che continuare il percorso indicato nel progetto di bilancio del novembre scorso per ridurre il deficit al 3% al 2025. Dal 5,6% attuale al 3% è un balzo di due punti e mezzo, non facile da realizzare perché significa tenere strette le briglie della spesa pubblica. Ma è un percorso obbligato e fa bene il ministro Giorgetti ad insistere su questa strada. Dopo un paio anni di debiti causati dalla politica dei sostegni a causa del Covid e della crisi energetica, che sono aumentati come se non ci fossero più tetti, ora ci rendiamo conto che il vincolo di bilancio esiste. Il crac della Silicon Valley Bank ce lo ha ricordato».
Continua a leggereRiduci
Da Google a Meta a Microsoft, le aziende tecnologiche sembravano l’Eden dei diritti, del lavoro flessibile e della creatività. Ma dopo il boom di utili durante il Covid, hanno cominciato a licenziare. E adesso il crac della Silicon Valley Bank fa tremare il mondo.Il presidente del Club degli investitori: «Prima si guardava alle idee, ora ai risultati a breve termine».L’esperto di finanza: «Se l’incertezza continua, a pagare saranno le piccole imprese».L’economista: «Il fallimento della banca americana è un segnale d’allarme per noi. La Bce rischia di mettere in crisi interi Stati».Lo speciale contiene quattro articoli.Il crac della Silicon Valley Bank, la banca delle start up tecnologiche, e della newyorchese Signature Bank, chiusa a causa dei legami con le criptovalute, che hanno fatto tremare le borse e mandato a picco i titoli bancari di tutto il mondo, mette in crisi quel tecno-ottimismo incondizionato e cieco che ha finora dominato i mercati e l’economia mondiale. Dietro il fallimento della Svb non c’è solo un sistema di controlli troppo lasco e la politica del rialzo dei tassi della Fed, c’è anche la crisi di liquidità delle big tech che per anni si sono ingrassate di liquidità a costo zero e sono cresciute a dismisura favorite dalle valutazioni ipertrofiche delle banche d’affari che in esse vedevano il nuovo Eldorado. Durante la pandemia il settore ha fatto i suoi affari migliori grazie alla grande accelerazione nell’uso di servizi tecnologici. Un esempio su tutti: l’utile di Google nel 2021 è stato di 76 miliardi, contro i 40 del 2020. Gli organici si sono gonfiati. Fino a quando non è arrivata la stretta monetaria delle Federal Reserve e allora l’aria è cambiata. La Silicon Valley Bank aveva come sua clientela le start up tecnologiche che finanziava senza farsi tanti problemi sicché quando le big tech sono andate in crisi, il meccanismo è saltato. Come ha scritto l’Economist le start up tecnologiche sono state più colpite di altre dall’aumento dei tassi di interesse, imposto per combattere l’inflazione. Il maggiore costo del denaro ha ridotto il valore dei profitti attesi dalle aziende e molti possibili investitori hanno iniziato a guardare altrove. Secondo Pitchbook, un fornitore di dati sul mercato azionario, nel 2022 gli investimenti globali da venture capital si sono ridotti di un terzo rispetto all’anno precedente. Negli Stati Uniti sono passati da 343 a 230 miliardi di dollari.E sono arrivati i licenziamenti. Google ha licenziato 12.000 persone da un giorno all’altro, Amazon 18.000, Meta 11.000 e la settimana scorsa ne ha annunciati altri 10.000, Microsoft 10.000, Salesforce 8.000 e Twitter 4.000. Un imprenditore digitale americano, Roger Lee, subito dopo la pandemia ha lanciato una piattaforma, Layoffs.fyi, per registrare tutti i licenziamenti nel settore tech post Covid. Per il 2022 sono stati tracciati 161.061 casi e dall’inizio del 2023 circa duemila al giorno, per un totale di oltre 270.000 dipendenti lasciati a casa in tutto il mondo, ma principalmente negli Stati Uniti. Insomma quelle aziende dipinte come l’Eden del lavoro flessibile, sostenibile, del rispetto dei diritti e della valorizzazione della creatività, hanno cominciato a tagliare teste senza pensarci due volte. Quel mondo preso a modello dal sinistra, coccolato dal Partito democratico che peraltro ha finanziato (e che ora ricambia con il presidente Biden che ha salvato con soldi pubblici tutti i clienti della Silicon Bank), ha improvvisamente mostrato il volto arcigno e cinico del business. Google, al top delle classifiche delle migliori realtà in cui lavorare, ha licenziato migliaia di persone di cui non aveva più bisogno, con una semplice email. È evidente che le politiche di assunzione attuate durante la pandemia si sono rivelate troppo ottimistiche. Come si è rivelata ciecamente ottimistica la strategia della Svb che ha finanziato quasi la metà delle Ipo del settore tech da inizio anno senza coprirsi dal rischio del rialzo dei tassi.Ora che gli strumenti di politica monetaria che hanno alimentato la ripartenza si sono esauriti, il settore delle imprese tecnologiche, e la finanza ad esso collegata, deve riposizionare le risorse sulla base delle risposte e delle indicazioni del mercato. Il che significa all’interno delle aziende più spazio all’automazione rispetto al personale e per gli investitori una scelta più selettiva delle start up. Il vento di instabilità che viene dagli Usa può influenzare le imprese tecnologiche italiane? Gli effetti non sono diretti ma la crisi del settore è un campanello d’allarme.I tagli di Meta avrebbero dovuto colpire in modo massiccio anche l’Italia, con il licenziamento di 23 dei 127 dipendenti, ma poi il numero è stato dimezzato in virtù di un accordo sindacale. Ora con il nuovo piano di esuberi, tutto potrebbe essere rimesso in discussione.Nel nostro Paese il rallentamento dell’economia, l’aumento dei prezzi, dei tassi d’interesse, nonché dell’incertezza sul futuro, hanno già prodotto un calo delle nuove start up. Secondo un report del Cerved, nel 2022 sono nate solo 89.192 start-up, il 10,6% in meno (10.587) rispetto al 2021, numero in calo anche sul 2019, quando per la prima volta si è invertito un trend positivo che durava dal 2013. Le mancate nascite del 2022 rischiano dunque di tradursi in 27.080 addetti in meno e in un calo di 2,5 miliardi di fatturato, perché le nuove società apportano ricchezza, dinamismo e competitività al sistema. «Il calo delle nascite è un segnale da non trascurare: le start-up sono una leva di trasformazione del nostro sistema economico, apportano idee innovative, tecnologia e competitività», commenta amministratore delegato del Cerved, Andrea Mignanelli.L’impatto diretto invece si è fatto sentire sul mercato finanziario. Il salto dello spread tra Bund e Btp che ha superato quota 191, ha riacceso i fari sul debito pubblico e i rischi della speculazione. La politica binaria della Bce, dell’aumento del tasso di sconto e dell’acquisto di una quota inferiore di titoli di Stato, apre uno scenario denso di incognite. Da marzo la Banca centrale non rinnoverà l’acquisto di titoli pubblici in scadenza per 15 miliardi al mese in Europa e questo significa per l’Italia cercare 1,5 miliardi in più al mese tra gli investitori. C’è il timore che si scateni la speculazione sull’onda delle perdite di Piazza Affari di questi giorni. L’Eurogruppo ha escluso una interconnessione tra le due banche americane e il sistema del credito europeo ma l’attenzione resta comunque alta. Il rischio che in Italia e in Europa si realizzino casi analoghi a quelli americani, è escluso dalle autorità bancarie per il meccanismo di controlli molto stringenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-new-economy-2659620916.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leuforia-sulle-start-up-era-gia-passata-da-tempo" data-post-id="2659620916" data-published-at="1679310878" data-use-pagination="False"> «L’euforia sulle start up era già passata da tempo» «Abbiamo passato un grande spavento, ma il peggio è passato e ora tiriamo un sospiro di sollievo. Ripercussioni sulle start up non ne vedo. Il clima di grande euforia del 2021 era finito da metà del 2022. Gli investitori sono diventati più selettivi e concreti. Non bastano le belle idee ma è importante il piano strategico per arrivare in breve tempo a fare profitti». Giancarlo Rocchietti è presidente del Club degli Investitori, network di oltre 300 business angel che investono in start up e pmi innovative. Alcune aziende che seguite sono rimaste intrappolate nel crac della Silicon Valley Bank? «Non posso fare nomi ma alcune aziende che seguiamo hanno filiali negli Usa e operano con la Silicon Valley Bank. Abbiamo passato il week end del capitombolo della banca a cercare di capire quello che sarebbe successo e a stimare i possibili danni. Poi il paracadute fornito dal governo di Washington con la Fed che garantiva i conti correnti, ha calmato le acque». Ora sarà più difficile per le start up trovare investitori? «Il mercato del venture capital è diventato più selettivo ma è un processo in atto da oltre un anno. Certo il crollo della Svb fa riflettere anche se è un fenomeno tutto americano legato alle regole di sorveglianza più lasche e all’incapacità del management di prevedere l’impatto del rialzo dei tassi. Le start up tecnologiche, clienti della banca, non hanno fatto altro che reagire all’aumento del costo del denaro, ritirando la propria liquidità per finanziarsi». Può accadere anche in Italia? «Non credo che sia uno scenario replicabile da noi. Innanzitutto, perché non esistono banche che operano essenzialmente con le start up tech. Inoltre gli investimenti sono sottoposti al sistema di regole stringenti di Basilea3 e gran parte dei fondi erogati alle start up sono garantiti dal Mediocredito Centrale, sicché i rischi sono calmierati. Non vedo timori all’orizzonte nel dare credito. Piuttosto c’è una maggiore concretezza da parte degli investitori rispetto a qualche anno fa quando con il boom delle imprese tecnologiche, si guardava più alle idee che ai risultati a breve termine. Ora i fondi di venture capital danno più importanza alla capacità di fare profitti in un arco temporale circoscritto». Vuol dire che il mercato si è ristretto e lo sarà ancora di più dopo il terremoto finanziario negli Usa? «La situazione italiana è diversa da quella degli Usa. Il settore delle start up tecnologiche nel nostro Paese è meno maturo. Si continua a crescere anche se il trend ha mostrato un rallentamento. Le nuove imprese innovative sono aumentate solo dell’1% nel 2022 rispetto all’anno precedente. C’è un rallentamento nelle dimensioni degli investimenti. Si chiede agli imprenditori di fare di più con meno soldi. L’Europa si è buttata a capofitto sul deep tech e sul greentech. La transizione ecologica sta dando una grande spinta alle imprese innovative e i soldi pubblici sono un buon motore. In Italia siamo un po’ indietro. Forse per mancanza di coraggio, di vocazione al rischio». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-new-economy-2659620916.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="chi-ha-azioni-ora-e-meglio-che-stia-fermo" data-post-id="2659620916" data-published-at="1679310878" data-use-pagination="False"> «Chi ha azioni ora è meglio che stia fermo» «Il rischio estremo del fallimento di una banca è che si crei una sorta di sfiducia nei rapporti interbancari con la conseguenza di rallentare gli scambi e, a cascata, con l’aumento dei costi anche per la clientela finale. Ma si tratta di una situazione estrema che non vedo possibile nel caso della Silicon Valley Bank perché è un istituto regionale e con un portafoglio molto settoriale». Ma allora come mai i titoli più colpiti dai ribassi dei mercati, sono stati proprio quelli bancari? Roberto Bianchini, extended professor di finanza del Politecnico Milano commenta che «è un riflesso fisiologico di un sistema interconnesso. Ciò che accade oltre Oceano si ripercuote immediatamente in Europa e nel resto del mondo. E siccome il rischio estremo è l’estensione di un clima di sfiducia che colpirebbe proprio le banche, la reazione degli investitori è di vendere, in attesa del chiarimento dello scenario. Questo non vuol dire che tale probabilità esista davvero, è un’opzione estrema ma che comunque ha un suo peso in una situazione di estrema volatilità dei mercati». Un rischio sistemico va escluso? «Non siamo nella situazione del crac della Lehmann. La Svb è un istituto settoriale, non c’è un rischio contagio. Ciò non toglie che sia un campanello d’allarme per un sistema che concede gestioni poco accorte. Bisogna vedere come si muoveranno le autorità di regolazione americane, se si verificheranno altri fallimenti. Ora la vera preoccupazione è l’atteggiamento delle banche centrali, della Fed e della Bce». Chi ha fatto investimenti come deve muoversi? «Non deve muoversi se non ha necessità di disinvestire. Chi ha acquistato titoli di Stato lo ha fatto con scadenze a medio e lungo termine e quindi non ha ripercussioni, in quanto i cali di questi giorni saranno recuperati in futuro. Per chi ha puntato sull’azionario è il momento di attendere che passi la bufera». Ripercussioni sul debito pubblico? «Le turbolenze sui mercati possono ampliare lo spread tra i titoli del debito italiano e i Bund tedeschi. I Paesi ad alto debito pagano sempre il costo più elevato dalle incertezze». C’è il rischio di un giro di vite per i prestiti alle imprese ad alta innovazione e alle pmi? «Dipende dalla durata della situazione di incertezza. Se il regolatore americano vende subito gli asset della banca, ristabilendo la fiducia sul mercato, dovrebbe presto tornare una situazione di normalità. Ma se permane l’incertezza, o peggio, saltano altre banche, allora a pagare il conto più alto sarebbero proprio le piccole imprese. In una condizione di turbolenza e di scarsa fiducia, la prima reazione del sistema bancario è stringere i rubinetti del credito o almeno inasprire le condizioni. In Europa il problema è anche la politica di rapidi aumenti dei tassi che fa correre il costo del denaro. Chi è più fragile, è più esposto». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-new-economy-2659620916.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-sistema-e-fragile-alzare-in-fretta-i-tassi-e-la-risposta-errata" data-post-id="2659620916" data-published-at="1679311058" data-use-pagination="False"> «Il sistema è fragile. Alzare in fretta i tassi è la risposta errata» «Il crac della Silicon Valley Bank è un segnale di allarme. Un avvertimento di ciò che può accadere con l’aumento accelerato dei tassi d’interesse. Ha fatto bene il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a mettere in guardia dalle ripercussioni che incrementi troppo ravvicinati del costo del denaro, possono avere sul debito pubblico e sull’economia reale». Giampaolo Galli è economista e direttore dell’Osservatorio sui Conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano. Ci sarà un impatto sui conti pubblici italiani? «Non c’è un impatto diretto. Il crac della Silicon Bank ci ha fatto scoprire che c’è una fragilità nel sistema finanziario globale dovuta alla combinazione di tassi di interesse che si alzano velocemente e di livelli di debito molto alti. L’aumento del costo del denaro tende a provocare un rallentamento dell’economia e ad aumentare le sofferenze bancarie. La situazione non è ancora paragonabile a quella del 2008, ma la crisi dei mutui subprime è cominciata così. Quanto è successo dovrebbe indurre le banche centrali, a cominciare dalle Bce, a una certa cautela nella velocità con cui usa la leva monetaria. È evidente che il livello dei tassi è basso. Quello della Bce sui depositi delle banche è al 2,5% mentre l’inflazione viaggia tra l’8 e il 10%. È comprensibile che le banche centrali vogliano agire sui tassi, ma farlo rapidamente rischia di non dare il tempo agli operatori di sistemare i conti adattandosi alla nuova realtà. Il terremoto della Silicon Valley Bank ce lo dimostra». Come si è arrivati a questo? Non era prevedibile? «Per lungo tempo la Fed e la Bce hanno sottovalutato la corsa dell’inflazione e hanno invaso il sistema di liquidità, inducendo gli operatori a indebitarsi: secondo il World Debt Monitor del Fmi, la somma dei debiti di Stati, imprese non finanziarie e famiglie è al 250% del Pil mondiale; era sotto il 200% nel 2007, prima della grande crisi finanziaria; era al 100% nel 1970. Ora le banche centrali si trovano costrette ad aumentare i tassi molto rapidamente, per evitare di perdere credibilità. Ma aumenti molti rapidi in un contesto di debiti elevati possono creare problemi molto seri. Chi ha titoli all’attivo ha subìto delle perdite come nel caso della Silicon Valley Bank ma soprattutto chi ha titoli al passivo, specie in dollari, è nei guai seri». Non c’erano segnali che andando avanti di questo passo qualcuno si sarebbe fatto molto male? «Negli ultimi mesi vi erano stati parecchi segnali di preoccupazione, se non di allarme. In un’analisi del 10 gennaio, Fitch rilevava che il rapido aumento dei tassi e il Quantitative Tightening (la riduzione della dimensione del bilancio della Fed) stava mettendo sotto pressione la liquidità delle banche. La principale preoccupazione era il peggioramento della qualità dei prestiti legato al temuto rallentamento dell’economia; a questo si aggiungevano le perdite, anche se non realizzate, sui titoli e la rapida riduzione della consistenza dei depositi, anch’essa dovuta all’aumento dei tassi di interesse. La previsione di Fitch era di una riduzione dei depositi da 19,4 mila miliardi a 17,8 mila miliardi alla fine del 2023. Anche le riserve bancarie stanno scendendo rapidamente. Dai 4,3 mila miliardi di dicembre 2021 sono scese ai 3 mila miliardi oggi. Il Fondo monetario internazionale ha lanciato il warning per la situazione in cui si trovano molti Paesi in via di sviluppo fortemente indebitati». E l’Italia? «L’Italia è un Paese indebitato anche se sommando debito pubblico e privato, non è fra i più indebitati al mondo. Aumentare rapidamente i tassi, significa creare problemi per tutti coloro che devono rinnovare il debito in scadenza e per chi ha mutui a tassi variabili. Questa politica incalzante di aumenti del costo del denaro può mettere in crisi interi Stati. Basta guardare quello che sta accadendo in Pakistan. Il default non è stato solo determinato dai rovesci climatici. Era fortemente indebitato in dollari come tanti Paesi emergenti e in via di sviluppo». A fronte di questa situazione l’Italia che può fare? «Noi non possiamo fare altro che continuare il percorso indicato nel progetto di bilancio del novembre scorso per ridurre il deficit al 3% al 2025. Dal 5,6% attuale al 3% è un balzo di due punti e mezzo, non facile da realizzare perché significa tenere strette le briglie della spesa pubblica. Ma è un percorso obbligato e fa bene il ministro Giorgetti ad insistere su questa strada. Dopo un paio anni di debiti causati dalla politica dei sostegni a causa del Covid e della crisi energetica, che sono aumentati come se non ci fossero più tetti, ora ci rendiamo conto che il vincolo di bilancio esiste. Il crac della Silicon Valley Bank ce lo ha ricordato».
iStock
Verdura antica e di poco costo («tre palanche al mazz»), il ramolaccio un tempo era assai più diffuso. Poi, come accade ai poveri in un Paese diventato ricco, il ramolaccio è finito ai margini della società orticola che mira più ai consumi nei supermercati che al bene prezioso della biodiversità.
Originario dell’Est dell’Europa, conosciuto già da Egizi, Greci e Romani che lo apprezzavano per le notevoli proprietà salutari, il ramolaccio invernale, Raphanus sativus, è un ravanello superdotato, di colore nero. Ci sono diverse varietà di Raphanus, differenti tra loro per forma, colore e sapore: piccole, grandi, giganti, allungate, tonde, a candela, rosse, gialle, nere. A noi, qui, interessa il niger, nero, bello grassoccio, rotondo come l’«O» di Giotto, ma con il codino. È molto bello da vedere. Anche se è un ortaggio piuttosto sconosciuto e poco coltivato, capita ancora di adocchiarlo sui banchi del mercato cittadino o in uno dei vari mercatini della terra o in un negozio di ortofrutta il cui proprietario sia particolarmente sensibile alla biodiversità. Quando, pulito dalla terra e ben lavato, si taglia a fette, il forte contrasto che oppone la scorza corvina dalla polpa candida è uno spettacolo. Notte e giorno. Neve e carbone. Corpo scuro, anima candida.
Il ramolaccio invernale è decisamente piccante e questo, presso il consumatore italiano, non depone purtroppo a suo favore. Ma è un ortaggio che fa un monte di bene e si presta a molti usi in cucina: tagliato a striscioline o a fettine sottili in carpaccio o abbinato ad altre verdure crude; cucinato come i crauti; adoperato come ingrediente per salse piccanti; conservato sotto aceto. È utilizzato anche per zuppe e pare impossibile come una radice così acre, così spicy, riesca a trasformarsi in deliziosa e morbida vellutata.
Nella civiltà contadina era famoso come rimedio naturale antitosse e antinfiammatorio per le vie respiratorie. Qualche nonna avanti con gli anni lo consiglia ancora. E non solo lei, come vedremo più sotto. Una ricetta popolare suggerisce di scavare la rapa, farcirla di zucchero o miele e lasciarla riposare per 24 ore: si ottiene così uno sciroppo naturale espettorante. Il ramolaccio invernale è noto anche per la sua capacità di drenare le tossine e stimolare la produzione di bile, migliorando la digestione dei grassi. Per questo la tradizione popolare consiglia di consumarlo dopo pasti abbondanti. Il consiglio vale anche per chi eccede con il vino. Il medico di Alessandro Magno, il pitagorico Androcide, ne consigliava l’uso al suo poco docile paziente, grande condottiero e grande bevitore, per evitare le conseguenze dannose dell’uso eccessivo del «sangue della terra». Pare che l’antico medico vissuto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, si basasse sull’osservazione che la vite si ritraeva o non fruttava bene se piantata accanto alle coltivazioni di rafani. È Plinio il Vecchio che ci racconta l’episodio. Il suggerimento di Androcide deve funzionare se dopo 2.000 e passa anni è arrivato fino alla soglia dei nostri giorni, fino all’altroieri. Nelle osterie dei nostri nonni era facile trovare una terrina di rapanelli sul bancone di mescita come rimedio popolare contro gli effetti dell’eccesso di vino. L’usanza si basava, appunto, sull’antica convinzione che i rapanelli, grazie alle loro proprietà rinfrescanti e depurative, potessero aiutare a mitigare i postumi di una sbornia o comunque favorire il benessere dopo aver tracannato parecchio.
Oltre alle proprietà medicinali, i Romani apprezzavano le qualità alimentari del ramolaccio invernale: lo dimostrano gli scritti di Columella e dello stesso Plinio, ma anche i moderni studi storici sulle risorse alimentari delle popolazioni vesuviane compiuti, tra gli altri, da Annamaria Ciarallo, compianta archeologa e botanica, autrice di numerosi libri sul «verde» pompeiano mediante la ricostruzione degli horti in base ai calchi delle radici.
Pare che i Romani facessero anche un terribile uso improprio - almeno quando Roma viveva tempi più casti e castigati moralmente - del ramolaccio. Una legge non scritta, ma crudelmente applicata, permetteva al marito tradito, in caso di flagrante adulterio, di sodomizzare con la radice piccante di un raphanus (la storia non ne specifica la varietà, ma sicuramente non era un rapanello) l’amante della moglie colto in fallo.
Durante il Medioevo il raphanus, probabilmente per la sua piccantezza, era considerato simbolo della lite. Aveva, quindi, valore negativo ma si poteva neutralizzarlo e consumare benissimo l’ortaggio purché, prima di mangiarlo, lo si benedicesse.
Come detto, il ramolaccio invernale ha stretti legami di parentela con il ravanello (Raphanus Sativus): appartengono entrambi alla famiglia delle Brassicaceae. Il niger rispetto al cuginetto rosso ha foglie e radici molto più grandi e resiste bene al freddo. L’apparato fogliare può raggiungere i 30 cm di altezza; la radice può arrivare anche al mezzo chilo. Ci sono diversi tipi di ramolaccio invernale nero: rotondi, conici e allungati a cilindro, di grosso o medio calibro.
Per la buona presenza di vitamine e la lunga conservabilità, veniva stivato in botti sulle navi per combattere lo scorbuto, terribile malattia che affliggeva i marinai causata dalla prolungata carenza di vitamina C. A confermare i rimedi della nonna a base di ramolaccio, ci sono le attestazioni degli studiosi moderni: il raphanus stimola l’appetito, la tonicità dell’apparato respiratorio e l’attivazione delle cellule epatiche; è diuretico, antiallergico. Il ravanello nero, in particolare, è utile nel curare bronchiti, tosse convulsa, reumatismi, malattie dell’apparato genito-urinario e coliche epatiche. A quanto pare fa bene anche ai giovani che patiscono la stanchezza. Mangiare ramolacci sotto esami o nei periodi di stress scolastico o di cambio di stagione, aiuta l’organismo a tener duro. A ulteriore conferma delle virtù salutari del ramolaccio nero c’è anche un modo di dire lituano che corrisponde al nostro «sano come un pesce». Nel Paese baltico, per descrivere lo stato di ottima salute di un individuo, dicono: «È sano come un ravanello nero».
Concludiamo suggerendo il più semplice dei modi di mangiare il Raphanus sativus niger: la sua preparazione al carpaccio. Per due persone basteranno due ramolacci invernali neri di media grossezza. Dopo averli lavati - se si vuole togliere un po’ di piccantezza basta lavarli ancora sotto acqua corrente - e sbucciati (volendo si può tenere anche la buccia nera, che fa un bell’effetto, ma in questo caso si deve strofinare ben bene il rafano per togliere tutta la terra), si affettano a rondelle sottili e si stendono su un piatto di portata. A questo punto si usa il sale q.b. sul carpaccio in modo che faccia perdere all’ortaggio acqua e piccantezza. Buttata l’acqua in eccesso e benedetto il ramolaccio con una emulsione di olio d’oliva extravergine buono (due terzi), aceto balsamico (un terzo), senape e un pizzichino di pepe, il carpaccio è pronto. È un buon abbinamento per i piatti di carne.
Continua a leggereRiduci
Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
Continua a leggereRiduci
I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
Continua a leggereRiduci