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2023-03-20
New economy, la fine di un'illusione?
(Getty Images)
Il crac della Silicon Valley Bank, la banca delle start up tecnologiche, e della newyorchese Signature Bank, chiusa a causa dei legami con le criptovalute, che hanno fatto tremare le borse e mandato a picco i titoli bancari di tutto il mondo, mette in crisi quel tecno-ottimismo incondizionato e cieco che ha finora dominato i mercati e l’economia mondiale. Dietro il fallimento della Svb non c’è solo un sistema di controlli troppo lasco e la politica del rialzo dei tassi della Fed, c’è anche la crisi di liquidità delle big tech che per anni si sono ingrassate di liquidità a costo zero e sono cresciute a dismisura favorite dalle valutazioni ipertrofiche delle banche d’affari che in esse vedevano il nuovo Eldorado. Durante la pandemia il settore ha fatto i suoi affari migliori grazie alla grande accelerazione nell’uso di servizi tecnologici. Un esempio su tutti: l’utile di Google nel 2021 è stato di 76 miliardi, contro i 40 del 2020. Gli organici si sono gonfiati. Fino a quando non è arrivata la stretta monetaria delle Federal Reserve e allora l’aria è cambiata. La Silicon Valley Bank aveva come sua clientela le start up tecnologiche che finanziava senza farsi tanti problemi sicché quando le big tech sono andate in crisi, il meccanismo è saltato.
Come ha scritto l’Economist le start up tecnologiche sono state più colpite di altre dall’aumento dei tassi di interesse, imposto per combattere l’inflazione. Il maggiore costo del denaro ha ridotto il valore dei profitti attesi dalle aziende e molti possibili investitori hanno iniziato a guardare altrove. Secondo Pitchbook, un fornitore di dati sul mercato azionario, nel 2022 gli investimenti globali da venture capital si sono ridotti di un terzo rispetto all’anno precedente. Negli Stati Uniti sono passati da 343 a 230 miliardi di dollari.
E sono arrivati i licenziamenti. Google ha licenziato 12.000 persone da un giorno all’altro, Amazon 18.000, Meta 11.000 e la settimana scorsa ne ha annunciati altri 10.000, Microsoft 10.000, Salesforce 8.000 e Twitter 4.000. Un imprenditore digitale americano, Roger Lee, subito dopo la pandemia ha lanciato una piattaforma, Layoffs.fyi, per registrare tutti i licenziamenti nel settore tech post Covid. Per il 2022 sono stati tracciati 161.061 casi e dall’inizio del 2023 circa duemila al giorno, per un totale di oltre 270.000 dipendenti lasciati a casa in tutto il mondo, ma principalmente negli Stati Uniti. Insomma quelle aziende dipinte come l’Eden del lavoro flessibile, sostenibile, del rispetto dei diritti e della valorizzazione della creatività, hanno cominciato a tagliare teste senza pensarci due volte. Quel mondo preso a modello dal sinistra, coccolato dal Partito democratico che peraltro ha finanziato (e che ora ricambia con il presidente Biden che ha salvato con soldi pubblici tutti i clienti della Silicon Bank), ha improvvisamente mostrato il volto arcigno e cinico del business. Google, al top delle classifiche delle migliori realtà in cui lavorare, ha licenziato migliaia di persone di cui non aveva più bisogno, con una semplice email.
È evidente che le politiche di assunzione attuate durante la pandemia si sono rivelate troppo ottimistiche.
Come si è rivelata ciecamente ottimistica la strategia della Svb che ha finanziato quasi la metà delle Ipo del settore tech da inizio anno senza coprirsi dal rischio del rialzo dei tassi.
Ora che gli strumenti di politica monetaria che hanno alimentato la ripartenza si sono esauriti, il settore delle imprese tecnologiche, e la finanza ad esso collegata, deve riposizionare le risorse sulla base delle risposte e delle indicazioni del mercato. Il che significa all’interno delle aziende più spazio all’automazione rispetto al personale e per gli investitori una scelta più selettiva delle start up.
Il vento di instabilità che viene dagli Usa può influenzare le imprese tecnologiche italiane? Gli effetti non sono diretti ma la crisi del settore è un campanello d’allarme.
I tagli di Meta avrebbero dovuto colpire in modo massiccio anche l’Italia, con il licenziamento di 23 dei 127 dipendenti, ma poi il numero è stato dimezzato in virtù di un accordo sindacale. Ora con il nuovo piano di esuberi, tutto potrebbe essere rimesso in discussione.
Nel nostro Paese il rallentamento dell’economia, l’aumento dei prezzi, dei tassi d’interesse, nonché dell’incertezza sul futuro, hanno già prodotto un calo delle nuove start up. Secondo un report del Cerved, nel 2022 sono nate solo 89.192 start-up, il 10,6% in meno (10.587) rispetto al 2021, numero in calo anche sul 2019, quando per la prima volta si è invertito un trend positivo che durava dal 2013. Le mancate nascite del 2022 rischiano dunque di tradursi in 27.080 addetti in meno e in un calo di 2,5 miliardi di fatturato, perché le nuove società apportano ricchezza, dinamismo e competitività al sistema. «Il calo delle nascite è un segnale da non trascurare: le start-up sono una leva di trasformazione del nostro sistema economico, apportano idee innovative, tecnologia e competitività», commenta amministratore delegato del Cerved, Andrea Mignanelli.
L’impatto diretto invece si è fatto sentire sul mercato finanziario. Il salto dello spread tra Bund e Btp che ha superato quota 191, ha riacceso i fari sul debito pubblico e i rischi della speculazione. La politica binaria della Bce, dell’aumento del tasso di sconto e dell’acquisto di una quota inferiore di titoli di Stato, apre uno scenario denso di incognite. Da marzo la Banca centrale non rinnoverà l’acquisto di titoli pubblici in scadenza per 15 miliardi al mese in Europa e questo significa per l’Italia cercare 1,5 miliardi in più al mese tra gli investitori. C’è il timore che si scateni la speculazione sull’onda delle perdite di Piazza Affari di questi giorni. L’Eurogruppo ha escluso una interconnessione tra le due banche americane e il sistema del credito europeo ma l’attenzione resta comunque alta.
Il rischio che in Italia e in Europa si realizzino casi analoghi a quelli americani, è escluso dalle autorità bancarie per il meccanismo di controlli molto stringenti.
«L’euforia sulle start up era già passata da tempo»
«Abbiamo passato un grande spavento, ma il peggio è passato e ora tiriamo un sospiro di sollievo. Ripercussioni sulle start up non ne vedo. Il clima di grande euforia del 2021 era finito da metà del 2022. Gli investitori sono diventati più selettivi e concreti. Non bastano le belle idee ma è importante il piano strategico per arrivare in breve tempo a fare profitti». Giancarlo Rocchietti è presidente del Club degli Investitori, network di oltre 300 business angel che investono in start up e pmi innovative.
Alcune aziende che seguite sono rimaste intrappolate nel crac della Silicon Valley Bank?
«Non posso fare nomi ma alcune aziende che seguiamo hanno filiali negli Usa e operano con la Silicon Valley Bank. Abbiamo passato il week end del capitombolo della banca a cercare di capire quello che sarebbe successo e a stimare i possibili danni. Poi il paracadute fornito dal governo di Washington con la Fed che garantiva i conti correnti, ha calmato le acque».
Ora sarà più difficile per le start up trovare investitori?
«Il mercato del venture capital è diventato più selettivo ma è un processo in atto da oltre un anno. Certo il crollo della Svb fa riflettere anche se è un fenomeno tutto americano legato alle regole di sorveglianza più lasche e all’incapacità del management di prevedere l’impatto del rialzo dei tassi. Le start up tecnologiche, clienti della banca, non hanno fatto altro che reagire all’aumento del costo del denaro, ritirando la propria liquidità per finanziarsi».
Può accadere anche in Italia?
«Non credo che sia uno scenario replicabile da noi. Innanzitutto, perché non esistono banche che operano essenzialmente con le start up tech. Inoltre gli investimenti sono sottoposti al sistema di regole stringenti di Basilea3 e gran parte dei fondi erogati alle start up sono garantiti dal Mediocredito Centrale, sicché i rischi sono calmierati. Non vedo timori all’orizzonte nel dare credito. Piuttosto c’è una maggiore concretezza da parte degli investitori rispetto a qualche anno fa quando con il boom delle imprese tecnologiche, si guardava più alle idee che ai risultati a breve termine. Ora i fondi di venture capital danno più importanza alla capacità di fare profitti in un arco temporale circoscritto».
Vuol dire che il mercato si è ristretto e lo sarà ancora di più dopo il terremoto finanziario negli Usa?
«La situazione italiana è diversa da quella degli Usa. Il settore delle start up tecnologiche nel nostro Paese è meno maturo. Si continua a crescere anche se il trend ha mostrato un rallentamento. Le nuove imprese innovative sono aumentate solo dell’1% nel 2022 rispetto all’anno precedente. C’è un rallentamento nelle dimensioni degli investimenti. Si chiede agli imprenditori di fare di più con meno soldi. L’Europa si è buttata a capofitto sul deep tech e sul greentech. La transizione ecologica sta dando una grande spinta alle imprese innovative e i soldi pubblici sono un buon motore. In Italia siamo un po’ indietro. Forse per mancanza di coraggio, di vocazione al rischio».
«Chi ha azioni ora è meglio che stia fermo»
«Il rischio estremo del fallimento di una banca è che si crei una sorta di sfiducia nei rapporti interbancari con la conseguenza di rallentare gli scambi e, a cascata, con l’aumento dei costi anche per la clientela finale. Ma si tratta di una situazione estrema che non vedo possibile nel caso della Silicon Valley Bank perché è un istituto regionale e con un portafoglio molto settoriale». Ma allora come mai i titoli più colpiti dai ribassi dei mercati, sono stati proprio quelli bancari? Roberto Bianchini, extended professor di finanza del Politecnico Milano commenta che «è un riflesso fisiologico di un sistema interconnesso. Ciò che accade oltre Oceano si ripercuote immediatamente in Europa e nel resto del mondo. E siccome il rischio estremo è l’estensione di un clima di sfiducia che colpirebbe proprio le banche, la reazione degli investitori è di vendere, in attesa del chiarimento dello scenario. Questo non vuol dire che tale probabilità esista davvero, è un’opzione estrema ma che comunque ha un suo peso in una situazione di estrema volatilità dei mercati».
Un rischio sistemico va escluso?
«Non siamo nella situazione del crac della Lehmann. La Svb è un istituto settoriale, non c’è un rischio contagio. Ciò non toglie che sia un campanello d’allarme per un sistema che concede gestioni poco accorte. Bisogna vedere come si muoveranno le autorità di regolazione americane, se si verificheranno altri fallimenti. Ora la vera preoccupazione è l’atteggiamento delle banche centrali, della Fed e della Bce».
Chi ha fatto investimenti come deve muoversi?
«Non deve muoversi se non ha necessità di disinvestire. Chi ha acquistato titoli di Stato lo ha fatto con scadenze a medio e lungo termine e quindi non ha ripercussioni, in quanto i cali di questi giorni saranno recuperati in futuro. Per chi ha puntato sull’azionario è il momento di attendere che passi la bufera».
Ripercussioni sul debito pubblico?
«Le turbolenze sui mercati possono ampliare lo spread tra i titoli del debito italiano e i Bund tedeschi. I Paesi ad alto debito pagano sempre il costo più elevato dalle incertezze».
C’è il rischio di un giro di vite per i prestiti alle imprese ad alta innovazione e alle pmi?
«Dipende dalla durata della situazione di incertezza. Se il regolatore americano vende subito gli asset della banca, ristabilendo la fiducia sul mercato, dovrebbe presto tornare una situazione di normalità. Ma se permane l’incertezza, o peggio, saltano altre banche, allora a pagare il conto più alto sarebbero proprio le piccole imprese. In una condizione di turbolenza e di scarsa fiducia, la prima reazione del sistema bancario è stringere i rubinetti del credito o almeno inasprire le condizioni. In Europa il problema è anche la politica di rapidi aumenti dei tassi che fa correre il costo del denaro. Chi è più fragile, è più esposto».
«Il sistema è fragile. Alzare in fretta i tassi è la risposta errata»
«Il crac della Silicon Valley Bank è un segnale di allarme. Un avvertimento di ciò che può accadere con l’aumento accelerato dei tassi d’interesse. Ha fatto bene il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a mettere in guardia dalle ripercussioni che incrementi troppo ravvicinati del costo del denaro, possono avere sul debito pubblico e sull’economia reale». Giampaolo Galli è economista e direttore dell’Osservatorio sui Conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano. Ci sarà un impatto sui conti pubblici italiani?
«Non c’è un impatto diretto. Il crac della Silicon Bank ci ha fatto scoprire che c’è una fragilità nel sistema finanziario globale dovuta alla combinazione di tassi di interesse che si alzano velocemente e di livelli di debito molto alti. L’aumento del costo del denaro tende a provocare un rallentamento dell’economia e ad aumentare le sofferenze bancarie. La situazione non è ancora paragonabile a quella del 2008, ma la crisi dei mutui subprime è cominciata così. Quanto è successo dovrebbe indurre le banche centrali, a cominciare dalle Bce, a una certa cautela nella velocità con cui usa la leva monetaria. È evidente che il livello dei tassi è basso. Quello della Bce sui depositi delle banche è al 2,5% mentre l’inflazione viaggia tra l’8 e il 10%. È comprensibile che le banche centrali vogliano agire sui tassi, ma farlo rapidamente rischia di non dare il tempo agli operatori di sistemare i conti adattandosi alla nuova realtà. Il terremoto della Silicon Valley Bank ce lo dimostra».
Come si è arrivati a questo? Non era prevedibile?
«Per lungo tempo la Fed e la Bce hanno sottovalutato la corsa dell’inflazione e hanno invaso il sistema di liquidità, inducendo gli operatori a indebitarsi: secondo il World Debt Monitor del Fmi, la somma dei debiti di Stati, imprese non finanziarie e famiglie è al 250% del Pil mondiale; era sotto il 200% nel 2007, prima della grande crisi finanziaria; era al 100% nel 1970. Ora le banche centrali si trovano costrette ad aumentare i tassi molto rapidamente, per evitare di perdere credibilità. Ma aumenti molti rapidi in un contesto di debiti elevati possono creare problemi molto seri. Chi ha titoli all’attivo ha subìto delle perdite come nel caso della Silicon Valley Bank ma soprattutto chi ha titoli al passivo, specie in dollari, è nei guai seri».
Non c’erano segnali che andando avanti di questo passo qualcuno si sarebbe fatto molto male?
«Negli ultimi mesi vi erano stati parecchi segnali di preoccupazione, se non di allarme. In un’analisi del 10 gennaio, Fitch rilevava che il rapido aumento dei tassi e il Quantitative Tightening (la riduzione della dimensione del bilancio della Fed) stava mettendo sotto pressione la liquidità delle banche. La principale preoccupazione era il peggioramento della qualità dei prestiti legato al temuto rallentamento dell’economia; a questo si aggiungevano le perdite, anche se non realizzate, sui titoli e la rapida riduzione della consistenza dei depositi, anch’essa dovuta all’aumento dei tassi di interesse. La previsione di Fitch era di una riduzione dei depositi da 19,4 mila miliardi a 17,8 mila miliardi alla fine del 2023. Anche le riserve bancarie stanno scendendo rapidamente. Dai 4,3 mila miliardi di dicembre 2021 sono scese ai 3 mila miliardi oggi. Il Fondo monetario internazionale ha lanciato il warning per la situazione in cui si trovano molti Paesi in via di sviluppo fortemente indebitati».
E l’Italia?
«L’Italia è un Paese indebitato anche se sommando debito pubblico e privato, non è fra i più indebitati al mondo. Aumentare rapidamente i tassi, significa creare problemi per tutti coloro che devono rinnovare il debito in scadenza e per chi ha mutui a tassi variabili. Questa politica incalzante di aumenti del costo del denaro può mettere in crisi interi Stati. Basta guardare quello che sta accadendo in Pakistan. Il default non è stato solo determinato dai rovesci climatici. Era fortemente indebitato in dollari come tanti Paesi emergenti e in via di sviluppo».
A fronte di questa situazione l’Italia che può fare?
«Noi non possiamo fare altro che continuare il percorso indicato nel progetto di bilancio del novembre scorso per ridurre il deficit al 3% al 2025. Dal 5,6% attuale al 3% è un balzo di due punti e mezzo, non facile da realizzare perché significa tenere strette le briglie della spesa pubblica. Ma è un percorso obbligato e fa bene il ministro Giorgetti ad insistere su questa strada. Dopo un paio anni di debiti causati dalla politica dei sostegni a causa del Covid e della crisi energetica, che sono aumentati come se non ci fossero più tetti, ora ci rendiamo conto che il vincolo di bilancio esiste. Il crac della Silicon Valley Bank ce lo ha ricordato».
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Da Google a Meta a Microsoft, le aziende tecnologiche sembravano l’Eden dei diritti, del lavoro flessibile e della creatività. Ma dopo il boom di utili durante il Covid, hanno cominciato a licenziare. E adesso il crac della Silicon Valley Bank fa tremare il mondo.Il presidente del Club degli investitori: «Prima si guardava alle idee, ora ai risultati a breve termine».L’esperto di finanza: «Se l’incertezza continua, a pagare saranno le piccole imprese».L’economista: «Il fallimento della banca americana è un segnale d’allarme per noi. La Bce rischia di mettere in crisi interi Stati».Lo speciale contiene quattro articoli.Il crac della Silicon Valley Bank, la banca delle start up tecnologiche, e della newyorchese Signature Bank, chiusa a causa dei legami con le criptovalute, che hanno fatto tremare le borse e mandato a picco i titoli bancari di tutto il mondo, mette in crisi quel tecno-ottimismo incondizionato e cieco che ha finora dominato i mercati e l’economia mondiale. Dietro il fallimento della Svb non c’è solo un sistema di controlli troppo lasco e la politica del rialzo dei tassi della Fed, c’è anche la crisi di liquidità delle big tech che per anni si sono ingrassate di liquidità a costo zero e sono cresciute a dismisura favorite dalle valutazioni ipertrofiche delle banche d’affari che in esse vedevano il nuovo Eldorado. Durante la pandemia il settore ha fatto i suoi affari migliori grazie alla grande accelerazione nell’uso di servizi tecnologici. Un esempio su tutti: l’utile di Google nel 2021 è stato di 76 miliardi, contro i 40 del 2020. Gli organici si sono gonfiati. Fino a quando non è arrivata la stretta monetaria delle Federal Reserve e allora l’aria è cambiata. La Silicon Valley Bank aveva come sua clientela le start up tecnologiche che finanziava senza farsi tanti problemi sicché quando le big tech sono andate in crisi, il meccanismo è saltato. Come ha scritto l’Economist le start up tecnologiche sono state più colpite di altre dall’aumento dei tassi di interesse, imposto per combattere l’inflazione. Il maggiore costo del denaro ha ridotto il valore dei profitti attesi dalle aziende e molti possibili investitori hanno iniziato a guardare altrove. Secondo Pitchbook, un fornitore di dati sul mercato azionario, nel 2022 gli investimenti globali da venture capital si sono ridotti di un terzo rispetto all’anno precedente. Negli Stati Uniti sono passati da 343 a 230 miliardi di dollari.E sono arrivati i licenziamenti. Google ha licenziato 12.000 persone da un giorno all’altro, Amazon 18.000, Meta 11.000 e la settimana scorsa ne ha annunciati altri 10.000, Microsoft 10.000, Salesforce 8.000 e Twitter 4.000. Un imprenditore digitale americano, Roger Lee, subito dopo la pandemia ha lanciato una piattaforma, Layoffs.fyi, per registrare tutti i licenziamenti nel settore tech post Covid. Per il 2022 sono stati tracciati 161.061 casi e dall’inizio del 2023 circa duemila al giorno, per un totale di oltre 270.000 dipendenti lasciati a casa in tutto il mondo, ma principalmente negli Stati Uniti. Insomma quelle aziende dipinte come l’Eden del lavoro flessibile, sostenibile, del rispetto dei diritti e della valorizzazione della creatività, hanno cominciato a tagliare teste senza pensarci due volte. Quel mondo preso a modello dal sinistra, coccolato dal Partito democratico che peraltro ha finanziato (e che ora ricambia con il presidente Biden che ha salvato con soldi pubblici tutti i clienti della Silicon Bank), ha improvvisamente mostrato il volto arcigno e cinico del business. Google, al top delle classifiche delle migliori realtà in cui lavorare, ha licenziato migliaia di persone di cui non aveva più bisogno, con una semplice email. È evidente che le politiche di assunzione attuate durante la pandemia si sono rivelate troppo ottimistiche. Come si è rivelata ciecamente ottimistica la strategia della Svb che ha finanziato quasi la metà delle Ipo del settore tech da inizio anno senza coprirsi dal rischio del rialzo dei tassi.Ora che gli strumenti di politica monetaria che hanno alimentato la ripartenza si sono esauriti, il settore delle imprese tecnologiche, e la finanza ad esso collegata, deve riposizionare le risorse sulla base delle risposte e delle indicazioni del mercato. Il che significa all’interno delle aziende più spazio all’automazione rispetto al personale e per gli investitori una scelta più selettiva delle start up. Il vento di instabilità che viene dagli Usa può influenzare le imprese tecnologiche italiane? Gli effetti non sono diretti ma la crisi del settore è un campanello d’allarme.I tagli di Meta avrebbero dovuto colpire in modo massiccio anche l’Italia, con il licenziamento di 23 dei 127 dipendenti, ma poi il numero è stato dimezzato in virtù di un accordo sindacale. Ora con il nuovo piano di esuberi, tutto potrebbe essere rimesso in discussione.Nel nostro Paese il rallentamento dell’economia, l’aumento dei prezzi, dei tassi d’interesse, nonché dell’incertezza sul futuro, hanno già prodotto un calo delle nuove start up. Secondo un report del Cerved, nel 2022 sono nate solo 89.192 start-up, il 10,6% in meno (10.587) rispetto al 2021, numero in calo anche sul 2019, quando per la prima volta si è invertito un trend positivo che durava dal 2013. Le mancate nascite del 2022 rischiano dunque di tradursi in 27.080 addetti in meno e in un calo di 2,5 miliardi di fatturato, perché le nuove società apportano ricchezza, dinamismo e competitività al sistema. «Il calo delle nascite è un segnale da non trascurare: le start-up sono una leva di trasformazione del nostro sistema economico, apportano idee innovative, tecnologia e competitività», commenta amministratore delegato del Cerved, Andrea Mignanelli.L’impatto diretto invece si è fatto sentire sul mercato finanziario. Il salto dello spread tra Bund e Btp che ha superato quota 191, ha riacceso i fari sul debito pubblico e i rischi della speculazione. La politica binaria della Bce, dell’aumento del tasso di sconto e dell’acquisto di una quota inferiore di titoli di Stato, apre uno scenario denso di incognite. Da marzo la Banca centrale non rinnoverà l’acquisto di titoli pubblici in scadenza per 15 miliardi al mese in Europa e questo significa per l’Italia cercare 1,5 miliardi in più al mese tra gli investitori. C’è il timore che si scateni la speculazione sull’onda delle perdite di Piazza Affari di questi giorni. L’Eurogruppo ha escluso una interconnessione tra le due banche americane e il sistema del credito europeo ma l’attenzione resta comunque alta. Il rischio che in Italia e in Europa si realizzino casi analoghi a quelli americani, è escluso dalle autorità bancarie per il meccanismo di controlli molto stringenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-new-economy-2659620916.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leuforia-sulle-start-up-era-gia-passata-da-tempo" data-post-id="2659620916" data-published-at="1679310878" data-use-pagination="False"> «L’euforia sulle start up era già passata da tempo» «Abbiamo passato un grande spavento, ma il peggio è passato e ora tiriamo un sospiro di sollievo. Ripercussioni sulle start up non ne vedo. Il clima di grande euforia del 2021 era finito da metà del 2022. Gli investitori sono diventati più selettivi e concreti. Non bastano le belle idee ma è importante il piano strategico per arrivare in breve tempo a fare profitti». Giancarlo Rocchietti è presidente del Club degli Investitori, network di oltre 300 business angel che investono in start up e pmi innovative. Alcune aziende che seguite sono rimaste intrappolate nel crac della Silicon Valley Bank? «Non posso fare nomi ma alcune aziende che seguiamo hanno filiali negli Usa e operano con la Silicon Valley Bank. Abbiamo passato il week end del capitombolo della banca a cercare di capire quello che sarebbe successo e a stimare i possibili danni. Poi il paracadute fornito dal governo di Washington con la Fed che garantiva i conti correnti, ha calmato le acque». Ora sarà più difficile per le start up trovare investitori? «Il mercato del venture capital è diventato più selettivo ma è un processo in atto da oltre un anno. Certo il crollo della Svb fa riflettere anche se è un fenomeno tutto americano legato alle regole di sorveglianza più lasche e all’incapacità del management di prevedere l’impatto del rialzo dei tassi. Le start up tecnologiche, clienti della banca, non hanno fatto altro che reagire all’aumento del costo del denaro, ritirando la propria liquidità per finanziarsi». Può accadere anche in Italia? «Non credo che sia uno scenario replicabile da noi. Innanzitutto, perché non esistono banche che operano essenzialmente con le start up tech. Inoltre gli investimenti sono sottoposti al sistema di regole stringenti di Basilea3 e gran parte dei fondi erogati alle start up sono garantiti dal Mediocredito Centrale, sicché i rischi sono calmierati. Non vedo timori all’orizzonte nel dare credito. Piuttosto c’è una maggiore concretezza da parte degli investitori rispetto a qualche anno fa quando con il boom delle imprese tecnologiche, si guardava più alle idee che ai risultati a breve termine. Ora i fondi di venture capital danno più importanza alla capacità di fare profitti in un arco temporale circoscritto». Vuol dire che il mercato si è ristretto e lo sarà ancora di più dopo il terremoto finanziario negli Usa? «La situazione italiana è diversa da quella degli Usa. Il settore delle start up tecnologiche nel nostro Paese è meno maturo. Si continua a crescere anche se il trend ha mostrato un rallentamento. Le nuove imprese innovative sono aumentate solo dell’1% nel 2022 rispetto all’anno precedente. C’è un rallentamento nelle dimensioni degli investimenti. Si chiede agli imprenditori di fare di più con meno soldi. L’Europa si è buttata a capofitto sul deep tech e sul greentech. La transizione ecologica sta dando una grande spinta alle imprese innovative e i soldi pubblici sono un buon motore. In Italia siamo un po’ indietro. 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Roberto Bianchini, extended professor di finanza del Politecnico Milano commenta che «è un riflesso fisiologico di un sistema interconnesso. Ciò che accade oltre Oceano si ripercuote immediatamente in Europa e nel resto del mondo. E siccome il rischio estremo è l’estensione di un clima di sfiducia che colpirebbe proprio le banche, la reazione degli investitori è di vendere, in attesa del chiarimento dello scenario. Questo non vuol dire che tale probabilità esista davvero, è un’opzione estrema ma che comunque ha un suo peso in una situazione di estrema volatilità dei mercati». Un rischio sistemico va escluso? «Non siamo nella situazione del crac della Lehmann. La Svb è un istituto settoriale, non c’è un rischio contagio. Ciò non toglie che sia un campanello d’allarme per un sistema che concede gestioni poco accorte. Bisogna vedere come si muoveranno le autorità di regolazione americane, se si verificheranno altri fallimenti. Ora la vera preoccupazione è l’atteggiamento delle banche centrali, della Fed e della Bce». Chi ha fatto investimenti come deve muoversi? «Non deve muoversi se non ha necessità di disinvestire. Chi ha acquistato titoli di Stato lo ha fatto con scadenze a medio e lungo termine e quindi non ha ripercussioni, in quanto i cali di questi giorni saranno recuperati in futuro. Per chi ha puntato sull’azionario è il momento di attendere che passi la bufera». Ripercussioni sul debito pubblico? «Le turbolenze sui mercati possono ampliare lo spread tra i titoli del debito italiano e i Bund tedeschi. I Paesi ad alto debito pagano sempre il costo più elevato dalle incertezze». C’è il rischio di un giro di vite per i prestiti alle imprese ad alta innovazione e alle pmi? «Dipende dalla durata della situazione di incertezza. Se il regolatore americano vende subito gli asset della banca, ristabilendo la fiducia sul mercato, dovrebbe presto tornare una situazione di normalità. Ma se permane l’incertezza, o peggio, saltano altre banche, allora a pagare il conto più alto sarebbero proprio le piccole imprese. In una condizione di turbolenza e di scarsa fiducia, la prima reazione del sistema bancario è stringere i rubinetti del credito o almeno inasprire le condizioni. In Europa il problema è anche la politica di rapidi aumenti dei tassi che fa correre il costo del denaro. Chi è più fragile, è più esposto». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/crisi-new-economy-2659620916.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="il-sistema-e-fragile-alzare-in-fretta-i-tassi-e-la-risposta-errata" data-post-id="2659620916" data-published-at="1679311058" data-use-pagination="False"> «Il sistema è fragile. Alzare in fretta i tassi è la risposta errata» «Il crac della Silicon Valley Bank è un segnale di allarme. Un avvertimento di ciò che può accadere con l’aumento accelerato dei tassi d’interesse. Ha fatto bene il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a mettere in guardia dalle ripercussioni che incrementi troppo ravvicinati del costo del denaro, possono avere sul debito pubblico e sull’economia reale». Giampaolo Galli è economista e direttore dell’Osservatorio sui Conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano. Ci sarà un impatto sui conti pubblici italiani? «Non c’è un impatto diretto. Il crac della Silicon Bank ci ha fatto scoprire che c’è una fragilità nel sistema finanziario globale dovuta alla combinazione di tassi di interesse che si alzano velocemente e di livelli di debito molto alti. L’aumento del costo del denaro tende a provocare un rallentamento dell’economia e ad aumentare le sofferenze bancarie. La situazione non è ancora paragonabile a quella del 2008, ma la crisi dei mutui subprime è cominciata così. Quanto è successo dovrebbe indurre le banche centrali, a cominciare dalle Bce, a una certa cautela nella velocità con cui usa la leva monetaria. È evidente che il livello dei tassi è basso. Quello della Bce sui depositi delle banche è al 2,5% mentre l’inflazione viaggia tra l’8 e il 10%. È comprensibile che le banche centrali vogliano agire sui tassi, ma farlo rapidamente rischia di non dare il tempo agli operatori di sistemare i conti adattandosi alla nuova realtà. Il terremoto della Silicon Valley Bank ce lo dimostra». Come si è arrivati a questo? Non era prevedibile? «Per lungo tempo la Fed e la Bce hanno sottovalutato la corsa dell’inflazione e hanno invaso il sistema di liquidità, inducendo gli operatori a indebitarsi: secondo il World Debt Monitor del Fmi, la somma dei debiti di Stati, imprese non finanziarie e famiglie è al 250% del Pil mondiale; era sotto il 200% nel 2007, prima della grande crisi finanziaria; era al 100% nel 1970. Ora le banche centrali si trovano costrette ad aumentare i tassi molto rapidamente, per evitare di perdere credibilità. Ma aumenti molti rapidi in un contesto di debiti elevati possono creare problemi molto seri. Chi ha titoli all’attivo ha subìto delle perdite come nel caso della Silicon Valley Bank ma soprattutto chi ha titoli al passivo, specie in dollari, è nei guai seri». Non c’erano segnali che andando avanti di questo passo qualcuno si sarebbe fatto molto male? «Negli ultimi mesi vi erano stati parecchi segnali di preoccupazione, se non di allarme. In un’analisi del 10 gennaio, Fitch rilevava che il rapido aumento dei tassi e il Quantitative Tightening (la riduzione della dimensione del bilancio della Fed) stava mettendo sotto pressione la liquidità delle banche. La principale preoccupazione era il peggioramento della qualità dei prestiti legato al temuto rallentamento dell’economia; a questo si aggiungevano le perdite, anche se non realizzate, sui titoli e la rapida riduzione della consistenza dei depositi, anch’essa dovuta all’aumento dei tassi di interesse. La previsione di Fitch era di una riduzione dei depositi da 19,4 mila miliardi a 17,8 mila miliardi alla fine del 2023. Anche le riserve bancarie stanno scendendo rapidamente. Dai 4,3 mila miliardi di dicembre 2021 sono scese ai 3 mila miliardi oggi. Il Fondo monetario internazionale ha lanciato il warning per la situazione in cui si trovano molti Paesi in via di sviluppo fortemente indebitati». E l’Italia? «L’Italia è un Paese indebitato anche se sommando debito pubblico e privato, non è fra i più indebitati al mondo. Aumentare rapidamente i tassi, significa creare problemi per tutti coloro che devono rinnovare il debito in scadenza e per chi ha mutui a tassi variabili. Questa politica incalzante di aumenti del costo del denaro può mettere in crisi interi Stati. Basta guardare quello che sta accadendo in Pakistan. Il default non è stato solo determinato dai rovesci climatici. Era fortemente indebitato in dollari come tanti Paesi emergenti e in via di sviluppo». A fronte di questa situazione l’Italia che può fare? «Noi non possiamo fare altro che continuare il percorso indicato nel progetto di bilancio del novembre scorso per ridurre il deficit al 3% al 2025. Dal 5,6% attuale al 3% è un balzo di due punti e mezzo, non facile da realizzare perché significa tenere strette le briglie della spesa pubblica. Ma è un percorso obbligato e fa bene il ministro Giorgetti ad insistere su questa strada. Dopo un paio anni di debiti causati dalla politica dei sostegni a causa del Covid e della crisi energetica, che sono aumentati come se non ci fossero più tetti, ora ci rendiamo conto che il vincolo di bilancio esiste. Il crac della Silicon Valley Bank ce lo ha ricordato».
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
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I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
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Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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