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2023-09-08
«Covid, chiudersi in casa aumenta i contagi»
Getty Images
La verità, a volte, ti scappa anche se non vuoi. Ad esempio, capita che l’ennesima dimostrazione che i lockdown furono inutili - anzi, dannosi - emerga nel bel mezzo di un discorso sull’aumento dei contagi da Covid. Uno sproloquio sulle «tendenze preoccupanti» in vista dell’autunno e dell’inverno, per citare la formula usata da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Oms.
Guardate cosa è spuntato tra le pieghe dei messaggi allarmistici che tornano a rimbalzare, guarda caso, in concomitanza con l’approvazione dei nuovi vaccini. Maria Van Kerkhove, responsabile tecnica dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’altro giorno stava riferendo che l’agenzia Onu stima vi siano «centinaia di migliaia di persone ricoverate in ospedale», per colpa delle nuove varianti in circolazione, Pirola ed Eris, per ora dominante in Italia. Secondo l’esperta, «questo dato è preoccupante, perché, in alcuni Paesi, si verificheranno mesi più freddi». Proprio una bella scoperta, penserete: da ottobre in avanti, le temperature si abbassano e diventano più frequenti i classici malanni. Non serviva ce lo spiegasse l’Oms. Vero. Ma leggete quale sarebbe il problema: con il gelo, «le persone tenderanno a trascorrere più tempo in casa e i virus aerotrasportati come il Covid ne trarranno vantaggio».
Un momento: abbiamo capito bene? La stagione fredda moltiplicherà le infezioni poiché, anziché passare il tempo all’aperto, la gente rimarrà al calduccio fra quattro mura? Non vi suona un tantino bizzarro? A noi sì. Ricordate? All’inizio della pandemia, le disposizioni erano diverse: «State a casa». Era il motto del governo Conte, rilanciato dai Vip che filmavano la loro routine domestica, diffuso urbi et orbi sui canali social. Ci eravamo fidati: se i luminari sostengono che è meglio barricarsi, avranno delle buone ragioni. Gli italiani, atterriti dai bollettini quotidiani della Protezione civile e dalle drammatiche testimonianze che arrivavano dalle terapie intensive, furono uno dei popoli che con maggior sollecitudine si conformò all’ordine di confinamento. Adesso, con la stessa sicumera, i numi tutelari della sanità pubblica ci spiegano che, a tre anni e mezzo dal tampone sul paziente 1 di Codogno, dovremmo avere ancora paura. E come mai? Perché il freddo ci costringerà a fare esattamente la stessa cosa che ci chiedevano, o meglio, che ci imponevano di fare: tapparci in casa.
Qualche sospetto era sorto già mentre i reclusi strimpellavano dai balconi. A ogni comparsata televisiva, le autorità promettevano svolte nell’arco di due settimane; in realtà, la serrata iniziò a marzo 2020 e i casi di Covid non iniziarono a declinare prima di metà aprile, tanto che la «fase 2» partì solamente il 3 maggio. Vuoi vedere che riunire famiglie a volte numerose sotto uno stesso tetto, ossia in un luogo nel quale è impossibile adottare misure di distanziamento e isolamento, ha favorito la diffusione del virus, piuttosto che arrestarla? Chi coltivava il dubbio era trattato da negazionista. Poi, comparvero le parziali ammissioni. Si osservò che d’estate, con una vita meno sedentaria, le occasioni di contagio tendevano a ridursi. Con l’approssimarsi delle festività natalizie, all’improvviso, furono gli assembramenti in sala da pranzo a configurare l’emergenza da affrontare con finestre spalancate e mascherine tra una portata e l’altra. Insomma, i «competenti» rispolverarono i sempreverdi manuali di epidemiologia. Ormai, lo confessa persino l’Oms: al chiuso, le infezioni aumentano. Per arrivarci, sarebbe bastata un’infarinata sulle modalità di trasmissione aerea degli agenti patogeni. Fatto sta che l’ente delle Nazioni Unite, non volendo, inchioda alla loro assurdità le misure che ci venivano propinate come l’unica ancora di salvezza.
Peraltro, la sortita della Van Kerkhove segue a stretto giro lo studio dell’Irccs Gaslini di Genova, che ha certificato l’ennesimo effetto collaterale dei lockdown: un’impennata di casi di pubertà precoce, trainati dall’aumento di massa corporea nei mesi di immobilità forzata, specie tra le bambine. E non stiamo a rivangare ogni strascico esiziale dei diktat: visite e screening oncologici saltati, terapie mai eseguite… Ce n’è in abbondanza per confermare l’urgenza della commissione d’inchiesta. Come stanno le cose l’abbiamo capito, sì. Ma se a metterle nero su bianco fosse il Parlamento, otterremmo il crisma dell’ufficialità. Cominceremmo a organizzare in un resoconto sistematico e coerente la storia della gestione della pandemia. E, soprattutto, stabiliremmo in modo definitivo quali provvedimenti non andranno mai più adottati, qualora fossimo sorpresi da una nuova pandemia. In attesa che, a qualcuno, venga voglia di indagare a fondo sui vaccini.
Abbiamo pagato i vaccini più del Sudafrica
Il Sudafrica ha pagato il vaccino Pfizer quasi il 50% in meno di quanto contrattato dall’Europa. Al colosso farmaceutico diede 10 dollari a dose, rispetto ai 18,9 dollari versati dalla Ue.
Per carità, ben venga che Paesi terzi, soprattutto se a basso reddito, riescano ad accaparrarsi un farmaco a costi ridotti, però è singolare che l’unico membro africano del G20 (e con reddito medio alto), abbia speso di più per il vaccino Astrazeneca e per quello di Johnson & Johnson, mentre ha ottenuto un forte sconto là dove la nostra Ue ha miseramente fallito. Prima, con il negoziato condotto da Sandra Gallina della direzione generale Salute della Commissione europea, con i contratti di pre acquisto per i vaccini, e che ci fece pagare ogni dose di Pfizer 18,9 dollari (15,5 euro). Poi, quando nelle trattative subentrò il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e i costi ebbero un’ulteriore impennata. Ricorderete lo scambio degli sms con il numero uno del colosso farmaceutico, Albert Bourla, svelato dal New York Times ad aprile 2021, e il cui contenuto è rimasto ignoto perché i messaggi «non si trovano più» e «non è stata tenuta alcuna registrazione», stando alle sconcertanti dichiarazioni della Commissione stessa. Quegli accordi confidenziali quanto influirono sul prezzo delle ulteriori dosi concordate? Sebbene l’Ue avesse già firmato due accordi per 600 milioni di dosi con Pfizer, a inizio 2021 furono ordinati altri 900 milioni di dosi di vaccino, con l’opzione di acquistare ulteriori 900 milioni, per un valore di 35 miliardi di euro.
Il costo lievitò da 15,5 euro (18,9 dollari) a 19,5 euro (23,15 dollari), grazie alle trattative contrattuali condotte direttamente dalla von der Leyen che chiedeva di riservare ancora 1,8 miliardi di dosi. Anche la Corte dei conti europea confermò che con quel contratto qualcosa «è andato diversamente». Un flop colossale della centralizzazione degli acquisti di vaccino, per il quale stanno ancora pagando i cittadini europei.
Il Sudafrica, invece, è riuscito a spuntare un costo quasi dimezzato. Lo si può vedere dai contratti non oscurati, che la Ong Health justice initiative è riuscita ad avere dal Dipartimento nazionale della sanità sudafricano, dopo il pronunciamento nei giorni scorsi dell’alta Corte di Pretoria. Tutti i contratti relativi al vaccino Covid-19 e i documenti relativi alle negoziazioni dovevano essere resi pubblici entro 10 giorni dalla sentenza.
In quei documenti, citati da Politico.eu, sono indicati i prezzi pagati al Serum Institute of India, produttore del vaccino Oxford/Astrazeneca (5,35 dollari per dose, contro 2,17 dollari versati dall’Ue. Circa due volte e mezzo in più) e a J&J per Janssen (10 dollari a dose, +15%).
L’organizzazione no profit denuncia anche le clausole secondo le quali il Sudafrica deve chiedere il permesso prima di cedere o vendere le dosi già acquistate da Astrazeneca, J&J e Pfizer. Dopo aver visionato il materiale, l’avvocato Fatima Hassan fondatrice della Health justice initiative ha parlato «di pernicioso bullismo farmaceutico e mano pesante». Ha aggiunto: «I termini e le condizioni di questi contratti e accordi sono così unilaterali e così a favore delle multinazionali, che sono incredibili».
Per quanto riguarda gli accordi fra Pfizer laboratories e il governo della Repubblica del Sudafrica, in base al contratto di produzione e fornitura stipulato attraverso il dipartimento nazionale della Salute il 30 marzo 2021, furono acquistati 20 milioni di dosi a 10 dollari l’una, per un totale di 200 milioni di dollari. Secondo la Ong, si trattava comunque di un prezzo superiore al prezzo di costo di 6,75 dollari che sarebbe stato addebitato all’Unione africana.
Il pagamento anticipato non superava i 40 milioni di dollari. Numeri bassissimi, rispetto alla spesa fatta dalla Ue in casa Pfizer, con il portafoglio dei contribuenti. A ottobre 2020, l’Unione europea dichiarò di aver pagato circa 1 miliardo di euro in acconti ad Astrazeneca, Sanofi e Johnson & Johnson per le loro vaccinazioni, con ulteriori 1,45 miliardi di euro stanziati per pagamenti anticipati a Pfizer-Biontech, Moderna e Curevac.
Dopo il terzo contratto con Pfizer, concordato in forma privata da von der Leyen con l’ad Bourla, a maggio 2021 il commissario Ue per la Salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, proclamò: «Dobbiamo essere un passo avanti al virus. Ciò significa avere accesso a vaccini adattati per proteggerci dalla minaccia di varianti, vaccini di richiamo per prolungare l’immunità e proteggere la nostra popolazione più giovane».
Si è visto bene che così non è stato. E adesso si acquista un vaccino non aggiornato rispetto a varianti che mutano rapidamente, pur non risultando pericolose.
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Confessione choc dell’Oms: dopo aver obbligato mezzo mondo ai lockdown, ammette che la misura peggiora la diffusione del virus. Svelati i contratti di Pfizer & C.: l’Ue ci ha fatto pagare i vaccini il doppio del Sudafrica.Svelati i contratti tra Città del Capo e Pfizer: le dosi sono costate 10 dollari, contro i 18,9 sborsati da Bruxelles. All’Unione africana ne hanno chiesti meno di 7. È il capolavoro degli acquisti centralizzati e dei negoziati via messaggio tra Ursula Von der Leyen e Albert Bourla.Lo speciale contiene due articoli.La verità, a volte, ti scappa anche se non vuoi. Ad esempio, capita che l’ennesima dimostrazione che i lockdown furono inutili - anzi, dannosi - emerga nel bel mezzo di un discorso sull’aumento dei contagi da Covid. Uno sproloquio sulle «tendenze preoccupanti» in vista dell’autunno e dell’inverno, per citare la formula usata da Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Oms. Guardate cosa è spuntato tra le pieghe dei messaggi allarmistici che tornano a rimbalzare, guarda caso, in concomitanza con l’approvazione dei nuovi vaccini. Maria Van Kerkhove, responsabile tecnica dell’Organizzazione mondiale della sanità, l’altro giorno stava riferendo che l’agenzia Onu stima vi siano «centinaia di migliaia di persone ricoverate in ospedale», per colpa delle nuove varianti in circolazione, Pirola ed Eris, per ora dominante in Italia. Secondo l’esperta, «questo dato è preoccupante, perché, in alcuni Paesi, si verificheranno mesi più freddi». Proprio una bella scoperta, penserete: da ottobre in avanti, le temperature si abbassano e diventano più frequenti i classici malanni. Non serviva ce lo spiegasse l’Oms. Vero. Ma leggete quale sarebbe il problema: con il gelo, «le persone tenderanno a trascorrere più tempo in casa e i virus aerotrasportati come il Covid ne trarranno vantaggio».Un momento: abbiamo capito bene? La stagione fredda moltiplicherà le infezioni poiché, anziché passare il tempo all’aperto, la gente rimarrà al calduccio fra quattro mura? Non vi suona un tantino bizzarro? A noi sì. Ricordate? All’inizio della pandemia, le disposizioni erano diverse: «State a casa». Era il motto del governo Conte, rilanciato dai Vip che filmavano la loro routine domestica, diffuso urbi et orbi sui canali social. Ci eravamo fidati: se i luminari sostengono che è meglio barricarsi, avranno delle buone ragioni. Gli italiani, atterriti dai bollettini quotidiani della Protezione civile e dalle drammatiche testimonianze che arrivavano dalle terapie intensive, furono uno dei popoli che con maggior sollecitudine si conformò all’ordine di confinamento. Adesso, con la stessa sicumera, i numi tutelari della sanità pubblica ci spiegano che, a tre anni e mezzo dal tampone sul paziente 1 di Codogno, dovremmo avere ancora paura. E come mai? Perché il freddo ci costringerà a fare esattamente la stessa cosa che ci chiedevano, o meglio, che ci imponevano di fare: tapparci in casa. Qualche sospetto era sorto già mentre i reclusi strimpellavano dai balconi. A ogni comparsata televisiva, le autorità promettevano svolte nell’arco di due settimane; in realtà, la serrata iniziò a marzo 2020 e i casi di Covid non iniziarono a declinare prima di metà aprile, tanto che la «fase 2» partì solamente il 3 maggio. Vuoi vedere che riunire famiglie a volte numerose sotto uno stesso tetto, ossia in un luogo nel quale è impossibile adottare misure di distanziamento e isolamento, ha favorito la diffusione del virus, piuttosto che arrestarla? Chi coltivava il dubbio era trattato da negazionista. Poi, comparvero le parziali ammissioni. Si osservò che d’estate, con una vita meno sedentaria, le occasioni di contagio tendevano a ridursi. Con l’approssimarsi delle festività natalizie, all’improvviso, furono gli assembramenti in sala da pranzo a configurare l’emergenza da affrontare con finestre spalancate e mascherine tra una portata e l’altra. Insomma, i «competenti» rispolverarono i sempreverdi manuali di epidemiologia. Ormai, lo confessa persino l’Oms: al chiuso, le infezioni aumentano. Per arrivarci, sarebbe bastata un’infarinata sulle modalità di trasmissione aerea degli agenti patogeni. Fatto sta che l’ente delle Nazioni Unite, non volendo, inchioda alla loro assurdità le misure che ci venivano propinate come l’unica ancora di salvezza.Peraltro, la sortita della Van Kerkhove segue a stretto giro lo studio dell’Irccs Gaslini di Genova, che ha certificato l’ennesimo effetto collaterale dei lockdown: un’impennata di casi di pubertà precoce, trainati dall’aumento di massa corporea nei mesi di immobilità forzata, specie tra le bambine. E non stiamo a rivangare ogni strascico esiziale dei diktat: visite e screening oncologici saltati, terapie mai eseguite… Ce n’è in abbondanza per confermare l’urgenza della commissione d’inchiesta. Come stanno le cose l’abbiamo capito, sì. Ma se a metterle nero su bianco fosse il Parlamento, otterremmo il crisma dell’ufficialità. Cominceremmo a organizzare in un resoconto sistematico e coerente la storia della gestione della pandemia. E, soprattutto, stabiliremmo in modo definitivo quali provvedimenti non andranno mai più adottati, qualora fossimo sorpresi da una nuova pandemia. In attesa che, a qualcuno, venga voglia di indagare a fondo sui vaccini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/covid-chiudersi-casa-aumenta-contagi-2665078284.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="abbiamo-pagato-i-vaccini-piu-del-sudafrica" data-post-id="2665078284" data-published-at="1694168989" data-use-pagination="False"> Abbiamo pagato i vaccini più del Sudafrica Il Sudafrica ha pagato il vaccino Pfizer quasi il 50% in meno di quanto contrattato dall’Europa. Al colosso farmaceutico diede 10 dollari a dose, rispetto ai 18,9 dollari versati dalla Ue. Per carità, ben venga che Paesi terzi, soprattutto se a basso reddito, riescano ad accaparrarsi un farmaco a costi ridotti, però è singolare che l’unico membro africano del G20 (e con reddito medio alto), abbia speso di più per il vaccino Astrazeneca e per quello di Johnson & Johnson, mentre ha ottenuto un forte sconto là dove la nostra Ue ha miseramente fallito. Prima, con il negoziato condotto da Sandra Gallina della direzione generale Salute della Commissione europea, con i contratti di pre acquisto per i vaccini, e che ci fece pagare ogni dose di Pfizer 18,9 dollari (15,5 euro). Poi, quando nelle trattative subentrò il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e i costi ebbero un’ulteriore impennata. Ricorderete lo scambio degli sms con il numero uno del colosso farmaceutico, Albert Bourla, svelato dal New York Times ad aprile 2021, e il cui contenuto è rimasto ignoto perché i messaggi «non si trovano più» e «non è stata tenuta alcuna registrazione», stando alle sconcertanti dichiarazioni della Commissione stessa. Quegli accordi confidenziali quanto influirono sul prezzo delle ulteriori dosi concordate? Sebbene l’Ue avesse già firmato due accordi per 600 milioni di dosi con Pfizer, a inizio 2021 furono ordinati altri 900 milioni di dosi di vaccino, con l’opzione di acquistare ulteriori 900 milioni, per un valore di 35 miliardi di euro. Il costo lievitò da 15,5 euro (18,9 dollari) a 19,5 euro (23,15 dollari), grazie alle trattative contrattuali condotte direttamente dalla von der Leyen che chiedeva di riservare ancora 1,8 miliardi di dosi. Anche la Corte dei conti europea confermò che con quel contratto qualcosa «è andato diversamente». Un flop colossale della centralizzazione degli acquisti di vaccino, per il quale stanno ancora pagando i cittadini europei. Il Sudafrica, invece, è riuscito a spuntare un costo quasi dimezzato. Lo si può vedere dai contratti non oscurati, che la Ong Health justice initiative è riuscita ad avere dal Dipartimento nazionale della sanità sudafricano, dopo il pronunciamento nei giorni scorsi dell’alta Corte di Pretoria. Tutti i contratti relativi al vaccino Covid-19 e i documenti relativi alle negoziazioni dovevano essere resi pubblici entro 10 giorni dalla sentenza. In quei documenti, citati da Politico.eu, sono indicati i prezzi pagati al Serum Institute of India, produttore del vaccino Oxford/Astrazeneca (5,35 dollari per dose, contro 2,17 dollari versati dall’Ue. Circa due volte e mezzo in più) e a J&J per Janssen (10 dollari a dose, +15%). L’organizzazione no profit denuncia anche le clausole secondo le quali il Sudafrica deve chiedere il permesso prima di cedere o vendere le dosi già acquistate da Astrazeneca, J&J e Pfizer. Dopo aver visionato il materiale, l’avvocato Fatima Hassan fondatrice della Health justice initiative ha parlato «di pernicioso bullismo farmaceutico e mano pesante». Ha aggiunto: «I termini e le condizioni di questi contratti e accordi sono così unilaterali e così a favore delle multinazionali, che sono incredibili». Per quanto riguarda gli accordi fra Pfizer laboratories e il governo della Repubblica del Sudafrica, in base al contratto di produzione e fornitura stipulato attraverso il dipartimento nazionale della Salute il 30 marzo 2021, furono acquistati 20 milioni di dosi a 10 dollari l’una, per un totale di 200 milioni di dollari. Secondo la Ong, si trattava comunque di un prezzo superiore al prezzo di costo di 6,75 dollari che sarebbe stato addebitato all’Unione africana. Il pagamento anticipato non superava i 40 milioni di dollari. Numeri bassissimi, rispetto alla spesa fatta dalla Ue in casa Pfizer, con il portafoglio dei contribuenti. A ottobre 2020, l’Unione europea dichiarò di aver pagato circa 1 miliardo di euro in acconti ad Astrazeneca, Sanofi e Johnson & Johnson per le loro vaccinazioni, con ulteriori 1,45 miliardi di euro stanziati per pagamenti anticipati a Pfizer-Biontech, Moderna e Curevac. Dopo il terzo contratto con Pfizer, concordato in forma privata da von der Leyen con l’ad Bourla, a maggio 2021 il commissario Ue per la Salute e la sicurezza alimentare, Stella Kyriakides, proclamò: «Dobbiamo essere un passo avanti al virus. Ciò significa avere accesso a vaccini adattati per proteggerci dalla minaccia di varianti, vaccini di richiamo per prolungare l’immunità e proteggere la nostra popolazione più giovane». Si è visto bene che così non è stato. E adesso si acquista un vaccino non aggiornato rispetto a varianti che mutano rapidamente, pur non risultando pericolose.
Michele De Pascale (Imagoeconomica)
E se a farlo è, in autonomia, una delle Regioni traino del sistema economico del Paese, il caos è garantito e gli effetti collaterali imponderabili.
Eppure, deciso a sperimentare posizioni solipsiste anche a costo di farne pagare le conseguenze alle imprese del territorio, il presidente dell’Emilia Romagna, Michele De Pascale, ha deciso da un lato di fermare i cantieri nelle ore più calde ancor prima che arrivi il solstizio d’estate, dall’altro di assecondare l’assessore regionale alla Scuola, Isabella Conti, che vuole far tornare i ragazzi in classe già il 31 agosto senza aver tuttavia immaginato chi - esattamente - si occuperà di loro nei giorni aggiuntivi al calendario scolastico.
Così, in poche settimane, la placida regione rossa si è scoperta in rivolta contro le scelte di un governatore che - a contrario del suo predecessore - sembra aver molto chiara la traiettoria politica da seguire e forse un po’ meno i delicati equilibri economico-amministrativi che sorreggono - da sempre - il «sistema Emilia».
Ma andiamo con ordine: una settimana fa, al sopraggiungere dei primi caldi, la Cgil aveva lanciato uno dei suoi guanti di sfida - di quelli che servono per misurare il polso ai governatori - e aveva chiesto formalmente a De Pascale - e anche ad altri presidenti di Regione - di anticipare a subito l’intervento del blocco dei cantieri nelle ore centrali della giornata (lo stesso che l’anno scorso era entrato in vigore durante le ondate di calore).
De Pascale è stato tra i primi a rispondere «presente» e ha emanato il diktat con effetto immediato e con una solerzia che non è piaciuta per nulla alle realtà produttive chiamate a rispettare impegni e scadenze.
«Un’ordinanza non necessaria che rischia di produrre effetti pesanti», l’hanno definita le 14 associazioni di categoria del Tavolo regionale dell’imprenditoria - che riunisce tra gli altri Cia, Confagricoltura, Cna, Legacoop e Confcooperative - a cui si è unita anche Confindustria Emilia-Romagna, che non fa parte del tavolo ma ha sottoscritto la missiva.
L’ordinanza prevede il «divieto di lavoro in condizioni di esposizione prolungata al sole, dalle 12.30 alle 16, nei settori agricolo e florovivaistico, nei cantieri edili e affini, nonché nei piazzali della logistica» e la sua applicazione si basa sulle previsioni della piattaforma sperimentale «Worklimate» frutto di un progetto avviato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e dall’Istituto per la BioEconomia (Ibe) che mettendo insieme una serie di previsioni meteo segnala le giornate da «bollino rosso» per i lavoratori. In quei giorni le imprese emiliano romagnole - a causa dell’ordinanza - saranno costrette a fermare i cantieri nelle ore più calde. «Il provvedimento è stato adottato con una fretta non necessaria e senza un reale recepimento delle osservazioni che le rappresentanze dell’impresa avevano avanzato», scrivono nella lettera le associazioni datoriali.
L’ordinanza inoltre, proprio per la sua natura regionale, «rischia di produrre interpretazioni disomogenee, ritardi operativi e ulteriori difficoltà», senza che «nel prossimo periodo siano previste temperature estreme».
Nel frattempo anche l’assessore Conti ci ha messo del suo per complicare la vita di chi, alle idee (illuminate o meno) dei politici deve poi dare gambe concrete. Noncurante degli avvertimenti e delle rimostranze, l’assessore ha lancia l’iniziativa «Scuole Aperte», un progetto sperimentale che porterà all’apertura delle scuole primarie dal 31 agosto in 42 Comuni dell’Emilia-Romagna. La «testardaggine» nell’applicazione, forse ancor più dell’idea in sé non è piaciuta a molti e ora a far presente con forza le conseguenze negative del progetto ci sono non solo i balneari (che temono di perdere clienti in un periodo ancora vivace a livello turistico) ma anche i presidi delle scuole - molto critici sui tempi - e la stessa Anci Emilia-Romagna che ha inviato una lettera all’assessora piuttosto critica.
A segnalarlo è il sito dedicato al settore Orizzintescuola.it che riporta il parere di diversi dirigenti scolastici secondo cui nel periodo previsto dalla Conti per le attività «il personale docente è impegnato nella preparazione del nuovo anno scolastico», il personale Ata è «assorbito dalle esigenze organizzative ordinarie» e la soluzione prospettata di «affidare le attività a educatori, operatori interni o soggetti del terzo settore richiede una pianificazione ancora tutta da definire».
De Pascale e Conti, però, nel tipico stile degli amministratori Pd, tirano dritto: «Capisco le preoccupazioni delle aziende, ma la salute viene prima di tutto», ha risposto il governatore a chi gli chiedeva di ripensare ai suoi propositi. «Sappiamo che è uno sforzo non banale, ma siamo convinti che ci siano le condizioni per riuscirci», gli ha fatto eco l’assessore alla Scuola.
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Silvia Salis (Ansa)
L’ex atleta olimpica e i suoi hanno incolpato il governo centrale e i giornali locali, dopo essersi premurati di scrivere che il cittadino africano «era regolarmente presente sul territorio nazionale», hanno dato ampio spazio alla senatrice e coordinatrice nazionale di Italia viva Raffaella Paita che, riprendendo uno scoop della Verità, ha chiesto, con un’interrogazione, spiegazioni proprio a Piantedosi sulla presenza in città dell’assassino con il permesso scaduto: «La coalizione di centrodestra non può scaricare la responsabilità sul Comune. Anzi sono io che interrogo il ministro Piantedosi, perché voglio sapere come mai questo soggetto si trovasse ancora a Genova visto che era stato fermato da polizia e carabinieri». Peccato che il capo del Viminale, come riportato dal nostro giornale, abbia già preso provvedimenti e ordinato un’ispezione.
Verifica che prenderà avvio nelle prossime ore. Sarà un modo per comprendere come sia stato possibile che Camara, dopo essere stato controllato dagli agenti in svariate occasioni, non sia stato trattenuto in un Centro di permanenza per il rimpatrio, nonostante i numerosi precedenti e il permesso di soggiorno scaduto. La linea di Piantedosi è quella di fermare i migranti irregolari pericolosi e di procedere sempre, previa convalida del giudice, con il trattenimento. Una strategia perseguita anche con il cosiddetto programma Oscar, avviato nel 2024. Perché, allora, non è stato applicato nel caso di Camara? L’ispezione, chiesta da Piantedosi in accordo con il capo della polizia Vittorio Pisani, consentirà di appurarlo. L’iniziativa rappresenta anche un indiretto promemoria a tutte le questure affinché non si ripeta più un caso come quello di Camara. Ma l’imminente verifica ha fatto perdere le staffe a un’altra esponente di Italia viva come la Paita e la stessa Salis (che seppur non iscritta è considerata un’«invenzione» di Matteo Renzi), ovvero l’assessora a Polizia locale e Sicurezza urbana Arianna Viscogliosi, già in giunta con il centrodestra. L’esponente della giunta, dopo che abbiamo dato la notizia dell’ispezione, è sbottata in Consiglio comunale: «Ma cosa fa il governo? Piantedosi ci manda gli ispettori per controllare chi? Sé stesso? Per controllare l’attività del Questore e della polizia di Stato? Siamo al paradosso… non lo sa lui come vengono gestite queste cose?».
Intanto la giunta, mentre nelle vie cittadine imperversano bande di maranza, spacciatori e rapinatori, si dà priorità surreali. La polizia municipale, da mesi, dà la caccia a chi deposita i rifiuti nel cassonetto sbagliato, ai cittadini che lasciano il finestrino dell’auto abbassato (una sorta di istigazione a delinquere punita dal Codice della strada) e ai padroni che portano in giro i cani senza la bottiglietta dell’acqua per diluire la pipì degli amici a quattro zampe. Sanzioni che ci si può aspettare a Lugano o a Singapore, non a Genova dove, a partire dai caruggi della città vecchia, strade e marciapiedi sono insudiciati dalle deiezioni dei cani e da rifiuti di ogni genere (ben lontani dai cassonetti monitorati con solerzia dai vigili). Non siamo in Svizzera, ma neppure in Veneto o in Trentino Alto Adige. Genova, seppur bellissima, è una città sempre più sgarrupata, anche perché a governarla è una prima cittadina troppo impegnata a farsi intervistare da rotocalchi patinati o a partecipare a eventi in giro per l’Italia. Il suo obiettivo è ottenere un’investitura come anti Meloni da tutto il campo largo. Ma la sua prima esperienza politica, da sindaca di Genova, lascia alquanto a desiderare e così per la conferenza stampa del primo compleanno della sua giunta ha stabilito regole di ingaggio che neanche a Pyongyang, in Corea del Nord. Con la benedizione della sezione locale dell’Ordine dei giornalisti.
L’11 giugno, dalle 10 alle 13, nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, si autocelebreranno la sindaca, gli assessori e i consiglieri delegati. Nel comunicato inviato ai cronisti si legge: «Come concordato con l’Ordine dei giornalisti della Liguria (sic, ndr), ciascuna testata potrà rivolgere un massimo di due domande su tematiche che riguardano l’amministrazione della città». Nel documento i giornalisti vengono pregati di accreditarsi a uno specifico link, «indicando le tematiche su cui rivolgeranno le domande, entro lunedì 8 alle 18». Insomma, pochi quesiti e dichiarati prima, come in dogana. La sindaca, evidentemente, ha bisogno di farsi preparare le risposte per tempo, come un’Ambra Angiolini qualsiasi. Ma non a tutti è piaciuta l’idea della conferenza stampa preconfezionata e così il Comune ha provato, ieri, a fare una repentina marcia indietro, affidandosi questa volta a un dispaccio dell’organo di rappresentanza dei cronisti: «L’Ordine dei giornalisti della Liguria evidenzia che tutti i colleghi sono liberi di porre domande su temi e questioni che ogni collega ritiene più opportuno e che la richiesta (per chi lo vorrà) di anticipare gli argomenti (e non le domande) è stata fatta dal Comune soltanto per agevolare lo svolgimento della conferenza stampa, sia nei tempi che nella completezza delle risposte che verranno fornite ai cronisti presenti» è stato precisato ieri.
Siamo certi che i quesiti meno graditi saranno quelli riguardanti la sicurezza in città, dopo l’uccisione di Signor, avvenuta il 30 maggio scorso. Anche perché la giunta, come detto, sembra più preoccupata di punire i cittadini che non usano bene i cassonetti dell’immondizia che non di ripulire i parchi cittadini dai balordi. Già a inizio anno, i giornali avevano dato la notizia di cinque maxi multe da 1.000 euro. La già citata «assessora» Viscogliosi si è sperticata in elogi: «Ringrazio gli agenti per la dedizione con la quale, al termine di indagini molto elaborate, sono riusciti a rintracciare i responsabili. Ma il “boom” di sanzioni per comportamenti scorretti legati ai rifiuti è merito anche della cittadinanza che sempre più spesso, attraverso segnalazioni mirate al numero unico 112, ci aiuta a tutelare il decoro urbano e a ripristinare la legalità».
Il predecessore della Viscogliosi, Antonino Gambino, ex esponente di Fdi, commenta: «In questo primo anno di amministrazione Salis le priorità della polizia locale non sono più state il presidio del territorio e il contrasto ai reati predatori, ma l’incremento delle sanzioni, in particolare quelle per abbandono rifiuti ed errato conferimento nei cassonetti, scaricando, per calcolo propagandistico, tutta la responsabilità per l’incremento del degrado e dell’insicurezza su questore e prefetto, in quanto rappresentanti del governo. Le tanto decantate politiche sociali sono ferme al palo e non stanno dando nessun frutto tangibile. L’unico risultato, ormai sotto gli occhi di tutti, è un aumento esponenziale dei senzatetto per strada e dello spaccio e del consumo di droga alla luce del sole». La capogruppo della Lega in Consiglio comunale, Paola Bordilli, ricorda un’altra mossa della maggioranza: «Due giorni dopo l’omicidio di Villetta Di Negro, ha annunciato in pompa magna i controlli sulla pipì dei cani, come se quella dovesse essere la priorità della polizia municipale». Il decoro urbano come prima voce del programma, mentre bande di giovani stranieri terrorizzano la cittadinanza quasi nell’indifferenza generale e la gente viene ammazzata per strada. «Siamo in piena emergenza, come dimostra il tragico omicidio di Signor», continua Bordilli. «A Genova il livello di sicurezza si è pericolosamente abbassato: lo gridano cittadini e commercianti esasperati, ma il sindaco non ascolta, distratta come è dalle sue ambizioni nazionali».
Un esempio chiaro della confusione che regna sotto la Lanterna è offerto dalla vicenda della darsena genovese, tra il Museo del mare e l’Acquario. Qui attraccano i pescherecci, ma soprattutto spacciano i pusher. Tanto che spesso si trovano pacchetti di droga nelle reti dei pescatori. Per mesi la Lega ha proposto di portare avanti i piani di bonifica già avviati dalla giunta di centrodestra. Di fronte all’evasività della giunta il consigliere del Carroccio, Alessio Bevilacqua, ha chiesto alla commissione preposta di fare un sopralluogo serale per verificare la situazione. Ma il presidente del Consiglio comunale, il dem Claudio Villa, ha fatto sapere di non poter accogliere la richiesta «per la necessità di assicurare condizioni di sicurezza adeguate per tutti i partecipanti». Insomma, neppure una delegazione di politici e tecnici, magari scortata dalla polizia municipale, ha la garanzia di non correre pericoli nel centro di Genova in orario serale. Una notizia che non farà piacere ai genovesi che amano passeggiare verso il tramonto nella zona del Porto antico.
Alla fine, minacciando un consiglio comunale monotematico, la Lega ha ottenuto per venerdì prossimo almeno un sopralluogo diurno. Il bilancio della Bordilli su un anno di giunta della Salis è desolante: «Siamo di fronte al nulla, perché come sindaco non è pervenuta. Per dodici mesi abbiamo visto solo la campagna elettorale di un’aspirante candidata premier. Un anno fatto di reel, immobilismo e narrazioni distorte della realtà, lontane dai bisogni reali dei cittadini. Quando c’è stato l’omicidio di Villetta Di Negro, come capita spesso, era fuori città e ha liquidato la tragedia con il solito scaricabarile, dopo il lancio del martello, la sua nuova e inaccettabile specialità. Forse è il caso di ricordarle che il dramma è avvenuto in un parco pubblico comunale, uno di quei giardini che la giunta ha blindato in vista dell’arrivo degli Alpini, trattati come Unni. Mentre gli sbandati vengono lasciati liberi di dormirci e spacciare. Genova merita un vero amministratore, non una passante». Per questo, giovedì, urgono domande vere per la sindaca. Ma difficilmente se ne sentiranno. E, se ci saranno, ne siamo certi, mancheranno le risposte.
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Roberto Vannacci (Ansa)
«Quattro deputati entrano con noi e sposano il nostro progetto. Saranno Davide Bergamini, Attilio Pierro, Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof. Con loro entra anche Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato».
I nuovi nomi sono stati presentati in una conferenza stampa a Viareggio (Lucca). Si tratta di cinque ex leghisti, due dei quali, Pierro e Bergamini, passati già in Forza Italia dopo l’addio al Carroccio a Montecitorio. «Il 6 giugno ricorre lo sbarco in Normandia, oggi celebriamo lo sbarco in Futuro nazionale. Sono persone che vivono i territori, amministratori locali che hanno un seguito», fa notare il generale, evidenziando che si tratta di nomi che portano voti e consensi. Quindi comincia a farsi i conti. «Non facciamo la questua. Sono loro stessi che si sono rivolti a noi, perché credono nel progetto. E ci raggiungono per portare avanti quella che è la novità politica degli ultimi 15 anni in Italia». La conferenza stampa diventa occasione anche per entrare nel merito del dibattito politico del momento: «Fn vuole portare la proposta di una nuova legge elettorale e si batte perché torni a dare dignità ai cittadini sui territori, torni cioè a includere le preferenze».
L’ingresso che fa più clamore forse è quello di Rinaldi, economista, euroscettico, nei mesi scorsi la Lega lo aveva immaginato candidato sindaco di Roma. «Non aderisco a Futuro nazionale perché ho cambiato idea», ha spiegato, «ma perché trovo oggi una realtà politica nella quale continuare a riconoscermi. Le idee che difendevo ieri sono le stesse che continuo a difendere oggi e che difenderò domani. Idee che da anni sintetizzo nello slogan “Riprendiamoci le chiavi di casa”». Rinaldi, europarlamentare leghista dal 2019 al 2024, denuncia un «vuoto di rappresentanza», in cui va letto «il successo crescente di Fn». L’economista, quindi, rimarca: «In questa scelta ha avuto un ruolo importante anche la figura di Vannacci. Lo conosco da tempo e ne ho sempre apprezzato una qualità che considero rara e preziosa: la coerenza».
Domenico Furgiuele, che era entrato nella Lega nel 2014, è uno dei membri più noti del neopartito e in un lungo post sui social ha spiegato le ragioni della sua scelta. «Non è una decisione improvvisa. È una scelta meditata, rinviata più volte. Ho cercato motivi per restare, ma non ne ho trovati». E poi: «Scelgo ancora una volta la trincea e il generale Vannacci». Pierro, dopo «12 anni di militanza nella Lega», dice di aver «scelto la coerenza».
Al di là dei proclami, sono i numeri quelli che contano e che in questo momento continuano a crescere e a tenere il centrodestra in allerta e non solo in ottica elettorale, ma anche per la fine della legislatura. Infatti più passa il tempo e più cresce il peso dei vannacciani, fuori e dentro i palazzi. Pierro e Bergamini, sono in forza alla Camera, ma ci sarebbero anche i senatori leghisti Manfredi Potenti ed Elena Murelli a essere considerati sempre più vicini al reclutamento. E si sa, in Senato, bastano pochi voti per spostare tutto. Vannacci poi sfida Marina Berlusconi: «Mi può stare simpaticissima, ma non capisco perché parli a nome di Fi quando non svolge un ruolo politico». In serata viene fatta trapelare la replica della figlia del Cav. Fi non avrebbe alcun rammarico per i due deputati uscenti. Si tratterebbe di un errore del passato, che ha portato dentro al partito esponenti che non ne condividevano i valori fondamentali.
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