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2021-05-10
Il Medioriente sempre più la mecca di chi vende armi
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Jet Eurofighter (iStock)
Sono principalmente due i fattori che hanno fatto da traino alle vendite di armi nell'ultimo periodo: l'instabilità di talune zone del pianeta e i timori legati ai prossimi cambiamenti negli scenari geopolitici dovuti alle politiche degli stati per favorire la ripresa dell'economia. Nuove esigenze di materie prime, cambiamenti nella politica estera della prima potenza militare al mondo, ovvero gli Usa, conflitti e tensioni mai davvero risolti in teatri come l'Afghanistan o il confine tra India e Cina, e la vicenda armena nel Nagorno Karabakh e la guerra civile in Libia sono soltanto alcuni esempi. Più vicino a noi, quanto accaduto in Libia fino a dicembre 2020 ha portato alla necessità di rafforzamento delle aviazioni di Egitto e Grecia (clienti dell'industria francese), in chiave anti turca (Recep Tayyip Erdogan compra russo e Donald Trump l'ha espulso dal programma F-35 proprio per questo motivo), del completamento di programmi d'ammodernamento della Difesa come in Israele (cliente degli Usa ma anche dell'Italia), al quale ovviamente è seguita una ulteriore corsa all'approvvigionamento di sistemi d'arma da parte dei paesi mediorientali. Il Qatar (altro nostro prezioso cliente per gli elicotteri), ha una forza aerea composta da velivoli americani da trasporto, francesi ed europei da attacco (nel 2017 ha ordinato 24 Eurofighter Typhoon e nel 2019 ha ordinato altri 12 Rafale per un totale di 24 esemplari). L'Arabia Saudita perseguendo il suo programma Saudi Vision 2030, che prevede di differenziare l'economia dalle forniture di petrolio, ha un'aviazione composta da velivoli americani ed europei (F-15 Eagle ed Eurofighter), ma è tra le nazioni che più spende per armare altri paesi fin dagli anni Novanta, quando in risposta all'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq di Saddam Hussein cominciò a comprare armi occidentali. E dopo un periodo di rallentamento, necessario per addestrare i militari alle nuove tecnologie, dal 2008 e in particolare dal 2013 è il principale importatore di armi fra i paesi del Golfo persico, principalmente da inglesi (gli Eurofighter) e americani (F-15Sa), che con Trump prima e Biden ora forniranno a Riyad anche gli F-35. Ma l'Arabia Saudita continua anche ad alimentare il traffico di armi usate che destina alle milizie sunnite che supporta in diverse parti del mondo come Siria e Yemen.
Queste armi, perlopiù leggere, provengono dall'Europa dell'Est dove Serbia e Montenegro possiedono ancora magazzini risalenti al periodo comunista. E parte di questi lotti sono finiti con una certa regolarità anche in Libia. Ma il Regno saudita non si è fermato a questo: dal 2017 acquista anche dalla Russia attraverso l'agenzia Rosoboronexport e stava sviluppando la capacità di produrre armi ed eseguire manutenzione a sistemi missilistici di difesa su licenza nei propri confini, fino a quando Trump non pose il veto per autorizzare la vendita degli F-35. Certamente nella politica di Riad gioca un ruolo importante la rivalità con l'Iran sciita e la competizione nell'area mediorientale con la Turchia, oggi la maggiore potenza sunnita. Gli Emirati Arabi Uniti possiedono un'aviazione composta da caccia americani F-16 e francesi (Mirage), hanno piloti e pattuglia acrobatica addestrati dagli italiani (Al Fursan) e si sono visti congelare provvisoriamente il contratto per cinquanta F-35 da Joe Biden, il quale sa che dovrà rivedere comunque la decisione perché il valore della commessa è di 23 miliardi di dollari e il programma continua a drenare molto denaro. Nell'area del Golfo persico il paragone di Emirati e Arabia Saudita con le forze di difesa yemenite è impietoso: la forza aerea di Sana'a è composta in prevalenza da vecchi Sukhoi 22, MiG-21 e MiG-29 russi, con ancora in servizio pochi vecchi velivoli F-5 americani, con vecchi elicotteri Mil-17 e Mil-24 affiancati da obsoleti Bell 204 e Bell 212. Infine c'è la Giordania, che tra il 2017 e il 2019 è stata tra le nazioni che più hanno esportato armi verso la Libia e che possiede caccia F-16 americani ormai vecchi ma anche turboelica Pc-21 svizzeri.
L'area mediorientale rimane quindi promettente per chi esporta armamenti, ma non è l'unica: tra gli ottimi clienti dei russi ci sono India e almeno una decina di nazioni africane, dove però i volumi di vendita delle aziende controllate da Mosca hanno cominciato da circa quattro anni a subire la concorrenza cinese. Pechino a causa della voracità di risorse con la quale deve sostenere la crescita interna spaventa l'Australia come la Corea, che sono spinte a rafforzare le flotte armate, e in particolare Seoul ha più che raddoppiato le spese militari (è cliente degli Usa) tra il 2016 e l'inizio della pandemia nel gennaio 2020.
Gli analisti degli istituiti di ricerca sul mercato delle armi come il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) prevedono che nel 2021 le vendite di armamenti rallentino perché le nazioni dovranno affrontare le spese relative alle campagne vaccinali e il ripristino delle economie nazionali, tuttavia resta un fatto noto da sempre: costruire e vendere armi, siano mitra, caccia o missili, consente di creare un deterrente contro possibili nemici ma anche si stringere politiche favorevoli con gli alleati. E in questo momento, seppure ben lontane dal primo posto americano nella classifica degli esportatori (37% della produzione) la Russia cala dal 27% al 20% e la Francia sale dal 5% all'8.4%, la Cina sta vendendo oltre confine il 6% circa delle armi che produce, Regno Unito e Spagna il 3,2%, Israele 3% e Italia non va oltre il 2,1%. Per la nostra industria e per quanto contiamo nel mondo non è una buona notizia.
L'Italia si è fatta soffiare da Macron un acquirente come l'Egitto
La scorsa settimana l'Egitto ha firmato un nuovo contratto con la Francia per l'acquisizione di trenta aeromobili da combattimento multiruolo Dassault Rafale, il relativo supporto logistico, i motori Safran e ovviamente i missili Mbda con i quali armarli. La notizia era uscita mercoledì 4 direttamente dal Ministero della Difesa egiziano, mentre nella mattinata del giorno seguente è arrivata la conferma da parte dell'azienda francese. Il valore globale della commessa è di 4,5 miliardi di euro che saranno pagati in dieci anni e dimostra che quando ci sono di mezzo gli affari è bene lasciar stare certe questioni che possono creare attriti tra due nazioni. A supportare la vendita sarebbe la garanzia del governo francese per l'85% della cifra, erogata da un gruppo di banche tra le quali Bnp Paribas e Credit Agricole (che vogliono espandersi anche in Italia), Société Générale e Cic, almeno secondo quanto riportato dalle fonti dw.com e Al Jazeera. La ricaduta occupazionale per Parigi sarà di circa 6.800 unità per i prossimi tre anni.
Così, salvo miracoli, la proposta italiana di vendere gli Eurofighter all'Egitto è andata in cavalleria e in generale Roma si vede ancora una volta scalare da Parigi nella vendita di armi al governo di Abdel Fattah al-Sisi. La differenza nell'atteggiamento tenuto da italiani e francesi sta tutto nelle parole che Emmanuel Macron pronunciò all'indomani dell'ultima visita al Cairo: «Non intendiamo subordinare la vendita di armi all'Egitto all'impegno di rispettare i diritti umani perché non vogliamo limitare le loro capacità di contrastare la minaccia terroristica e insurrezionale di matrice islamica che incombe sul Paese (…) meglio mantenere il dialogo che boicottare chi è nostro partner nella lotta al terrorismo e nel voler mantenere la stabilità nella regione». Esattamente l'opposto di quanto abbiamo dato a intendere noi gestendo in modo chiassoso e scostante le vicende di Giulio Regeni, che porta alla celebrazione di un processo in contumacia per agenti dei servizi segreti di al-Sisi, e quella di Patrick Zaki, con un atto parlamentare che certamente non è passato inosservato al Cairo. Ma soprattutto si affievoliscono le nostre speranze di vendere all'Egitto altre quattro navi da guerra e i nuovi addestratori Leonardo M-346 che spalancherebbero alle nuove generazioni dei piloti egiziani le porte della scuola internazionale di addestramento al volo che Leonardo e l'Aeronautica Militare hanno realizzato a Decimomannu, creando un legame a lungo termine tra le due nazioni. Perché da sempre è tra i giovani ufficiali delle forze armate che nascono i generali e i capi del futuro. Questo nuovo ordine egiziano integra la prima acquisizione di 24 Rafale (16 biposto e 8 monoposto) firmata nel febbraio 2015 e porterà a 54 il numero dei velivoli multiruolo di questo tipo che volano sotto le insegne egiziane. Una potenza di fuoco che renderà la forza aerea del Cairo la seconda al mondo dopo quella francese ad operare con i velivoli Dassault dell'ultima generazione.
Eric Trappier, presidente e Ceo di Dassault Aviation, ha dichiarato: «Questo nuovo ordine è la prova del legame indissolubile che unisce l'Egitto, primo utilizzatore straniero del Rafale, come è stato per il Mirage 2000, con Dassault Aviation da quasi 50 anni. Ed è anche un tributo alla qualità operativa del Rafale come sistema d'arma, poiché questa è la quarta volta che un cliente extra europeo sceglie di ordinare i nostri aeromobili». Il riferimento è al Qatar, che nel 2015 decise di dotarsi di 24 Rafale; all'India che ne ha acquistati 36 nel 2016 e alla Grecia, che qualche mese fa ne ha comprati 18 dei quali 12 però di seconda mano dall'Armée de l'Air francese. E pensare che dal 2016 in poi l'Egitto stava trattando sempre più spesso contratti per forniture militari con l'Italia, come dimostrò la vendita delle due fregate Fremm e nel 2019 la vendita di 24 elicotteri Leonardo AW149 e di 8 AW189. Certamente la politica francese in fatto di esportazioni militari mal si concilia con la paventata volontà di Parigi di realizzare una Difesa europea. O meglio, dimostra che l'unico modo per farla sarà quello di farla guidare dai francesi.
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Durante la diffusione del Covd-19 il mercato della Difesa, in particolare quello dei velivoli militari e dei missili, è stato ben lungi dall'essere in crisi.Mentre Roma gestiva male le vicende Regeni e Zaki, Emmanuel Macron si diceva vicino ad Abdel Fattah al-Sisi nella lotta all'islamismo. Risultato, Il Cairo compra nuovi caccia francesi e noi restiamo al palo.Lo speciale contiene due articoli.Sono principalmente due i fattori che hanno fatto da traino alle vendite di armi nell'ultimo periodo: l'instabilità di talune zone del pianeta e i timori legati ai prossimi cambiamenti negli scenari geopolitici dovuti alle politiche degli stati per favorire la ripresa dell'economia. Nuove esigenze di materie prime, cambiamenti nella politica estera della prima potenza militare al mondo, ovvero gli Usa, conflitti e tensioni mai davvero risolti in teatri come l'Afghanistan o il confine tra India e Cina, e la vicenda armena nel Nagorno Karabakh e la guerra civile in Libia sono soltanto alcuni esempi. Più vicino a noi, quanto accaduto in Libia fino a dicembre 2020 ha portato alla necessità di rafforzamento delle aviazioni di Egitto e Grecia (clienti dell'industria francese), in chiave anti turca (Recep Tayyip Erdogan compra russo e Donald Trump l'ha espulso dal programma F-35 proprio per questo motivo), del completamento di programmi d'ammodernamento della Difesa come in Israele (cliente degli Usa ma anche dell'Italia), al quale ovviamente è seguita una ulteriore corsa all'approvvigionamento di sistemi d'arma da parte dei paesi mediorientali. Il Qatar (altro nostro prezioso cliente per gli elicotteri), ha una forza aerea composta da velivoli americani da trasporto, francesi ed europei da attacco (nel 2017 ha ordinato 24 Eurofighter Typhoon e nel 2019 ha ordinato altri 12 Rafale per un totale di 24 esemplari). L'Arabia Saudita perseguendo il suo programma Saudi Vision 2030, che prevede di differenziare l'economia dalle forniture di petrolio, ha un'aviazione composta da velivoli americani ed europei (F-15 Eagle ed Eurofighter), ma è tra le nazioni che più spende per armare altri paesi fin dagli anni Novanta, quando in risposta all'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq di Saddam Hussein cominciò a comprare armi occidentali. E dopo un periodo di rallentamento, necessario per addestrare i militari alle nuove tecnologie, dal 2008 e in particolare dal 2013 è il principale importatore di armi fra i paesi del Golfo persico, principalmente da inglesi (gli Eurofighter) e americani (F-15Sa), che con Trump prima e Biden ora forniranno a Riyad anche gli F-35. Ma l'Arabia Saudita continua anche ad alimentare il traffico di armi usate che destina alle milizie sunnite che supporta in diverse parti del mondo come Siria e Yemen. Queste armi, perlopiù leggere, provengono dall'Europa dell'Est dove Serbia e Montenegro possiedono ancora magazzini risalenti al periodo comunista. E parte di questi lotti sono finiti con una certa regolarità anche in Libia. Ma il Regno saudita non si è fermato a questo: dal 2017 acquista anche dalla Russia attraverso l'agenzia Rosoboronexport e stava sviluppando la capacità di produrre armi ed eseguire manutenzione a sistemi missilistici di difesa su licenza nei propri confini, fino a quando Trump non pose il veto per autorizzare la vendita degli F-35. Certamente nella politica di Riad gioca un ruolo importante la rivalità con l'Iran sciita e la competizione nell'area mediorientale con la Turchia, oggi la maggiore potenza sunnita. Gli Emirati Arabi Uniti possiedono un'aviazione composta da caccia americani F-16 e francesi (Mirage), hanno piloti e pattuglia acrobatica addestrati dagli italiani (Al Fursan) e si sono visti congelare provvisoriamente il contratto per cinquanta F-35 da Joe Biden, il quale sa che dovrà rivedere comunque la decisione perché il valore della commessa è di 23 miliardi di dollari e il programma continua a drenare molto denaro. Nell'area del Golfo persico il paragone di Emirati e Arabia Saudita con le forze di difesa yemenite è impietoso: la forza aerea di Sana'a è composta in prevalenza da vecchi Sukhoi 22, MiG-21 e MiG-29 russi, con ancora in servizio pochi vecchi velivoli F-5 americani, con vecchi elicotteri Mil-17 e Mil-24 affiancati da obsoleti Bell 204 e Bell 212. Infine c'è la Giordania, che tra il 2017 e il 2019 è stata tra le nazioni che più hanno esportato armi verso la Libia e che possiede caccia F-16 americani ormai vecchi ma anche turboelica Pc-21 svizzeri.L'area mediorientale rimane quindi promettente per chi esporta armamenti, ma non è l'unica: tra gli ottimi clienti dei russi ci sono India e almeno una decina di nazioni africane, dove però i volumi di vendita delle aziende controllate da Mosca hanno cominciato da circa quattro anni a subire la concorrenza cinese. Pechino a causa della voracità di risorse con la quale deve sostenere la crescita interna spaventa l'Australia come la Corea, che sono spinte a rafforzare le flotte armate, e in particolare Seoul ha più che raddoppiato le spese militari (è cliente degli Usa) tra il 2016 e l'inizio della pandemia nel gennaio 2020.Gli analisti degli istituiti di ricerca sul mercato delle armi come il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) prevedono che nel 2021 le vendite di armamenti rallentino perché le nazioni dovranno affrontare le spese relative alle campagne vaccinali e il ripristino delle economie nazionali, tuttavia resta un fatto noto da sempre: costruire e vendere armi, siano mitra, caccia o missili, consente di creare un deterrente contro possibili nemici ma anche si stringere politiche favorevoli con gli alleati. E in questo momento, seppure ben lontane dal primo posto americano nella classifica degli esportatori (37% della produzione) la Russia cala dal 27% al 20% e la Francia sale dal 5% all'8.4%, la Cina sta vendendo oltre confine il 6% circa delle armi che produce, Regno Unito e Spagna il 3,2%, Israele 3% e Italia non va oltre il 2,1%. Per la nostra industria e per quanto contiamo nel mondo non è una buona notizia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/corsa-armamenti-aggravata-pandemia-2652927074.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-italia-si-e-fatta-soffiare-da-macron-un-acquirente-come-l-egitto" data-post-id="2652927074" data-published-at="1620531701" data-use-pagination="False"> L'Italia si è fatta soffiare da Macron un acquirente come l'Egitto La scorsa settimana l'Egitto ha firmato un nuovo contratto con la Francia per l'acquisizione di trenta aeromobili da combattimento multiruolo Dassault Rafale, il relativo supporto logistico, i motori Safran e ovviamente i missili Mbda con i quali armarli. La notizia era uscita mercoledì 4 direttamente dal Ministero della Difesa egiziano, mentre nella mattinata del giorno seguente è arrivata la conferma da parte dell'azienda francese. Il valore globale della commessa è di 4,5 miliardi di euro che saranno pagati in dieci anni e dimostra che quando ci sono di mezzo gli affari è bene lasciar stare certe questioni che possono creare attriti tra due nazioni. A supportare la vendita sarebbe la garanzia del governo francese per l'85% della cifra, erogata da un gruppo di banche tra le quali Bnp Paribas e Credit Agricole (che vogliono espandersi anche in Italia), Société Générale e Cic, almeno secondo quanto riportato dalle fonti dw.com e Al Jazeera. La ricaduta occupazionale per Parigi sarà di circa 6.800 unità per i prossimi tre anni.Così, salvo miracoli, la proposta italiana di vendere gli Eurofighter all'Egitto è andata in cavalleria e in generale Roma si vede ancora una volta scalare da Parigi nella vendita di armi al governo di Abdel Fattah al-Sisi. La differenza nell'atteggiamento tenuto da italiani e francesi sta tutto nelle parole che Emmanuel Macron pronunciò all'indomani dell'ultima visita al Cairo: «Non intendiamo subordinare la vendita di armi all'Egitto all'impegno di rispettare i diritti umani perché non vogliamo limitare le loro capacità di contrastare la minaccia terroristica e insurrezionale di matrice islamica che incombe sul Paese (…) meglio mantenere il dialogo che boicottare chi è nostro partner nella lotta al terrorismo e nel voler mantenere la stabilità nella regione». Esattamente l'opposto di quanto abbiamo dato a intendere noi gestendo in modo chiassoso e scostante le vicende di Giulio Regeni, che porta alla celebrazione di un processo in contumacia per agenti dei servizi segreti di al-Sisi, e quella di Patrick Zaki, con un atto parlamentare che certamente non è passato inosservato al Cairo. Ma soprattutto si affievoliscono le nostre speranze di vendere all'Egitto altre quattro navi da guerra e i nuovi addestratori Leonardo M-346 che spalancherebbero alle nuove generazioni dei piloti egiziani le porte della scuola internazionale di addestramento al volo che Leonardo e l'Aeronautica Militare hanno realizzato a Decimomannu, creando un legame a lungo termine tra le due nazioni. Perché da sempre è tra i giovani ufficiali delle forze armate che nascono i generali e i capi del futuro. Questo nuovo ordine egiziano integra la prima acquisizione di 24 Rafale (16 biposto e 8 monoposto) firmata nel febbraio 2015 e porterà a 54 il numero dei velivoli multiruolo di questo tipo che volano sotto le insegne egiziane. Una potenza di fuoco che renderà la forza aerea del Cairo la seconda al mondo dopo quella francese ad operare con i velivoli Dassault dell'ultima generazione.Eric Trappier, presidente e Ceo di Dassault Aviation, ha dichiarato: «Questo nuovo ordine è la prova del legame indissolubile che unisce l'Egitto, primo utilizzatore straniero del Rafale, come è stato per il Mirage 2000, con Dassault Aviation da quasi 50 anni. Ed è anche un tributo alla qualità operativa del Rafale come sistema d'arma, poiché questa è la quarta volta che un cliente extra europeo sceglie di ordinare i nostri aeromobili». Il riferimento è al Qatar, che nel 2015 decise di dotarsi di 24 Rafale; all'India che ne ha acquistati 36 nel 2016 e alla Grecia, che qualche mese fa ne ha comprati 18 dei quali 12 però di seconda mano dall'Armée de l'Air francese. E pensare che dal 2016 in poi l'Egitto stava trattando sempre più spesso contratti per forniture militari con l'Italia, come dimostrò la vendita delle due fregate Fremm e nel 2019 la vendita di 24 elicotteri Leonardo AW149 e di 8 AW189. Certamente la politica francese in fatto di esportazioni militari mal si concilia con la paventata volontà di Parigi di realizzare una Difesa europea. O meglio, dimostra che l'unico modo per farla sarà quello di farla guidare dai francesi.
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Non soltanto dichiara che «ci sono servi sciocchi talmente sciocchi che poi anche i padroni li prendono in giro», ma addirittura accusa la premier di essere stata prona a Trump per quattro anni, anche se il presidente americano si è insediato a gennaio del 2025.
Giuseppe Conte, appena più misurato del suo capogruppo, a Meloni rimprovera di essere stata ambigua e dunque, ora che i nodi vengono al pettine, di pagare la mancanza di linearità. Gongola invece Matteo Renzi, che su X riporta le parole di Trump, per concludere che se questo è ciò che dice un suo alleato, figuratevi che cosa sostengono gli altri.
Insomma, avete capito che a sinistra fanno festa, nella speranza che in un futuro prossimo questo serva a fare la festa al capo del governo. Dopo aver chiesto per mesi, anzi per un anno (non per quattro come dice Ricciardi) di dichiarare guerra a Trump, adesso gli stessi sprizzano gioia perché Trump dichiara guerra a Meloni, mostrando in qualche caso perfino sorpresa. Volevano che si dissociasse e quando lo ha fatto, ecco la prevedibile reazione. Che c’è da stupirsi? Per mesi abbiamo assistito agli attacchi del presidente americano contro chiunque intralciasse la sua strada. Che fosse per una critica sui dazi o per una obiezione sulle strategie per il Medioriente e l’Ucraina, l’inquilino della Casa Bianca ha sempre reagito allo stesso modo, ovvero con una valanga di insulti. Dunque, invece di riconoscere che per un anno Meloni è stata abile a non portarci in guerra contro il capo della più importante potenza mondiale, sfruttando i fragili equilibri fra Stati Uniti e Europa anche sui temi economici, l’opposizione va all’attacco, non riuscendo a celare l’entusiasmo per un’aggressione che è contro l’Italia e gli interessi nazionali. Trump attacca la premier perché non asseconda la sua guerra contro l’Iran e la sinistra, che dice di voler fermare la guerra, ma anche che Trump è un dittatore pazzo, gode.
È il cortocircuito di partiti e leader che hanno perso i punti cardinali e navigano alla cieca, senza sapere nulla della direzione intrapresa. Nel tentativo di dare la spallata a Meloni sono pronti a usare perfino l’uomo che fino a ieri definivano uno squilibrato al comando. Ma al di là di queste miserie umane e politiche, delle contraddizioni, e tralasciando la pochezza di chi oggi si diverte a vedere insultato il capo del governo dell’Italia, resta un tema di fondo. Dichiarare guerra agli Stati Uniti non si può. E non si può neppure sposare tutte le fesserie di un’Europa che si è dimostrata inesistente anche nell’ora più buia della guerra nel Golfo. Dunque a Giorgia Meloni tocca un compito non facile e cioè trovare, dopo l’attacco di Trump, una terza via, per riuscire a mantenere relazioni con gli Stati Uniti ma senza esserne vittima, come si rende necessario individuare un rapporto con Bruxelles senza subirne le follie. Ci vorrà pazienza e serviranno capacità per non essere schiacciati né sull’America né sull’Europa. La sfida dunque è tutta italiana ed è quella che a sinistra non soltanto non sanno cogliere, ma neppure immaginano. Il loro velleitarismo infatti si esaurisce nel tentare di essere la brutta copia di Pedro Sánchez. Un parolaio rosso simile, ma più furbo, a compagni che a forza di allargare il campo hanno perso la via d’uscita.
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