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2021-05-10
Il Medioriente sempre più la mecca di chi vende armi
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Jet Eurofighter (iStock)
Sono principalmente due i fattori che hanno fatto da traino alle vendite di armi nell'ultimo periodo: l'instabilità di talune zone del pianeta e i timori legati ai prossimi cambiamenti negli scenari geopolitici dovuti alle politiche degli stati per favorire la ripresa dell'economia. Nuove esigenze di materie prime, cambiamenti nella politica estera della prima potenza militare al mondo, ovvero gli Usa, conflitti e tensioni mai davvero risolti in teatri come l'Afghanistan o il confine tra India e Cina, e la vicenda armena nel Nagorno Karabakh e la guerra civile in Libia sono soltanto alcuni esempi. Più vicino a noi, quanto accaduto in Libia fino a dicembre 2020 ha portato alla necessità di rafforzamento delle aviazioni di Egitto e Grecia (clienti dell'industria francese), in chiave anti turca (Recep Tayyip Erdogan compra russo e Donald Trump l'ha espulso dal programma F-35 proprio per questo motivo), del completamento di programmi d'ammodernamento della Difesa come in Israele (cliente degli Usa ma anche dell'Italia), al quale ovviamente è seguita una ulteriore corsa all'approvvigionamento di sistemi d'arma da parte dei paesi mediorientali. Il Qatar (altro nostro prezioso cliente per gli elicotteri), ha una forza aerea composta da velivoli americani da trasporto, francesi ed europei da attacco (nel 2017 ha ordinato 24 Eurofighter Typhoon e nel 2019 ha ordinato altri 12 Rafale per un totale di 24 esemplari). L'Arabia Saudita perseguendo il suo programma Saudi Vision 2030, che prevede di differenziare l'economia dalle forniture di petrolio, ha un'aviazione composta da velivoli americani ed europei (F-15 Eagle ed Eurofighter), ma è tra le nazioni che più spende per armare altri paesi fin dagli anni Novanta, quando in risposta all'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq di Saddam Hussein cominciò a comprare armi occidentali. E dopo un periodo di rallentamento, necessario per addestrare i militari alle nuove tecnologie, dal 2008 e in particolare dal 2013 è il principale importatore di armi fra i paesi del Golfo persico, principalmente da inglesi (gli Eurofighter) e americani (F-15Sa), che con Trump prima e Biden ora forniranno a Riyad anche gli F-35. Ma l'Arabia Saudita continua anche ad alimentare il traffico di armi usate che destina alle milizie sunnite che supporta in diverse parti del mondo come Siria e Yemen.
Queste armi, perlopiù leggere, provengono dall'Europa dell'Est dove Serbia e Montenegro possiedono ancora magazzini risalenti al periodo comunista. E parte di questi lotti sono finiti con una certa regolarità anche in Libia. Ma il Regno saudita non si è fermato a questo: dal 2017 acquista anche dalla Russia attraverso l'agenzia Rosoboronexport e stava sviluppando la capacità di produrre armi ed eseguire manutenzione a sistemi missilistici di difesa su licenza nei propri confini, fino a quando Trump non pose il veto per autorizzare la vendita degli F-35. Certamente nella politica di Riad gioca un ruolo importante la rivalità con l'Iran sciita e la competizione nell'area mediorientale con la Turchia, oggi la maggiore potenza sunnita. Gli Emirati Arabi Uniti possiedono un'aviazione composta da caccia americani F-16 e francesi (Mirage), hanno piloti e pattuglia acrobatica addestrati dagli italiani (Al Fursan) e si sono visti congelare provvisoriamente il contratto per cinquanta F-35 da Joe Biden, il quale sa che dovrà rivedere comunque la decisione perché il valore della commessa è di 23 miliardi di dollari e il programma continua a drenare molto denaro. Nell'area del Golfo persico il paragone di Emirati e Arabia Saudita con le forze di difesa yemenite è impietoso: la forza aerea di Sana'a è composta in prevalenza da vecchi Sukhoi 22, MiG-21 e MiG-29 russi, con ancora in servizio pochi vecchi velivoli F-5 americani, con vecchi elicotteri Mil-17 e Mil-24 affiancati da obsoleti Bell 204 e Bell 212. Infine c'è la Giordania, che tra il 2017 e il 2019 è stata tra le nazioni che più hanno esportato armi verso la Libia e che possiede caccia F-16 americani ormai vecchi ma anche turboelica Pc-21 svizzeri.
L'area mediorientale rimane quindi promettente per chi esporta armamenti, ma non è l'unica: tra gli ottimi clienti dei russi ci sono India e almeno una decina di nazioni africane, dove però i volumi di vendita delle aziende controllate da Mosca hanno cominciato da circa quattro anni a subire la concorrenza cinese. Pechino a causa della voracità di risorse con la quale deve sostenere la crescita interna spaventa l'Australia come la Corea, che sono spinte a rafforzare le flotte armate, e in particolare Seoul ha più che raddoppiato le spese militari (è cliente degli Usa) tra il 2016 e l'inizio della pandemia nel gennaio 2020.
Gli analisti degli istituiti di ricerca sul mercato delle armi come il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) prevedono che nel 2021 le vendite di armamenti rallentino perché le nazioni dovranno affrontare le spese relative alle campagne vaccinali e il ripristino delle economie nazionali, tuttavia resta un fatto noto da sempre: costruire e vendere armi, siano mitra, caccia o missili, consente di creare un deterrente contro possibili nemici ma anche si stringere politiche favorevoli con gli alleati. E in questo momento, seppure ben lontane dal primo posto americano nella classifica degli esportatori (37% della produzione) la Russia cala dal 27% al 20% e la Francia sale dal 5% all'8.4%, la Cina sta vendendo oltre confine il 6% circa delle armi che produce, Regno Unito e Spagna il 3,2%, Israele 3% e Italia non va oltre il 2,1%. Per la nostra industria e per quanto contiamo nel mondo non è una buona notizia.
L'Italia si è fatta soffiare da Macron un acquirente come l'Egitto
La scorsa settimana l'Egitto ha firmato un nuovo contratto con la Francia per l'acquisizione di trenta aeromobili da combattimento multiruolo Dassault Rafale, il relativo supporto logistico, i motori Safran e ovviamente i missili Mbda con i quali armarli. La notizia era uscita mercoledì 4 direttamente dal Ministero della Difesa egiziano, mentre nella mattinata del giorno seguente è arrivata la conferma da parte dell'azienda francese. Il valore globale della commessa è di 4,5 miliardi di euro che saranno pagati in dieci anni e dimostra che quando ci sono di mezzo gli affari è bene lasciar stare certe questioni che possono creare attriti tra due nazioni. A supportare la vendita sarebbe la garanzia del governo francese per l'85% della cifra, erogata da un gruppo di banche tra le quali Bnp Paribas e Credit Agricole (che vogliono espandersi anche in Italia), Société Générale e Cic, almeno secondo quanto riportato dalle fonti dw.com e Al Jazeera. La ricaduta occupazionale per Parigi sarà di circa 6.800 unità per i prossimi tre anni.
Così, salvo miracoli, la proposta italiana di vendere gli Eurofighter all'Egitto è andata in cavalleria e in generale Roma si vede ancora una volta scalare da Parigi nella vendita di armi al governo di Abdel Fattah al-Sisi. La differenza nell'atteggiamento tenuto da italiani e francesi sta tutto nelle parole che Emmanuel Macron pronunciò all'indomani dell'ultima visita al Cairo: «Non intendiamo subordinare la vendita di armi all'Egitto all'impegno di rispettare i diritti umani perché non vogliamo limitare le loro capacità di contrastare la minaccia terroristica e insurrezionale di matrice islamica che incombe sul Paese (…) meglio mantenere il dialogo che boicottare chi è nostro partner nella lotta al terrorismo e nel voler mantenere la stabilità nella regione». Esattamente l'opposto di quanto abbiamo dato a intendere noi gestendo in modo chiassoso e scostante le vicende di Giulio Regeni, che porta alla celebrazione di un processo in contumacia per agenti dei servizi segreti di al-Sisi, e quella di Patrick Zaki, con un atto parlamentare che certamente non è passato inosservato al Cairo. Ma soprattutto si affievoliscono le nostre speranze di vendere all'Egitto altre quattro navi da guerra e i nuovi addestratori Leonardo M-346 che spalancherebbero alle nuove generazioni dei piloti egiziani le porte della scuola internazionale di addestramento al volo che Leonardo e l'Aeronautica Militare hanno realizzato a Decimomannu, creando un legame a lungo termine tra le due nazioni. Perché da sempre è tra i giovani ufficiali delle forze armate che nascono i generali e i capi del futuro. Questo nuovo ordine egiziano integra la prima acquisizione di 24 Rafale (16 biposto e 8 monoposto) firmata nel febbraio 2015 e porterà a 54 il numero dei velivoli multiruolo di questo tipo che volano sotto le insegne egiziane. Una potenza di fuoco che renderà la forza aerea del Cairo la seconda al mondo dopo quella francese ad operare con i velivoli Dassault dell'ultima generazione.
Eric Trappier, presidente e Ceo di Dassault Aviation, ha dichiarato: «Questo nuovo ordine è la prova del legame indissolubile che unisce l'Egitto, primo utilizzatore straniero del Rafale, come è stato per il Mirage 2000, con Dassault Aviation da quasi 50 anni. Ed è anche un tributo alla qualità operativa del Rafale come sistema d'arma, poiché questa è la quarta volta che un cliente extra europeo sceglie di ordinare i nostri aeromobili». Il riferimento è al Qatar, che nel 2015 decise di dotarsi di 24 Rafale; all'India che ne ha acquistati 36 nel 2016 e alla Grecia, che qualche mese fa ne ha comprati 18 dei quali 12 però di seconda mano dall'Armée de l'Air francese. E pensare che dal 2016 in poi l'Egitto stava trattando sempre più spesso contratti per forniture militari con l'Italia, come dimostrò la vendita delle due fregate Fremm e nel 2019 la vendita di 24 elicotteri Leonardo AW149 e di 8 AW189. Certamente la politica francese in fatto di esportazioni militari mal si concilia con la paventata volontà di Parigi di realizzare una Difesa europea. O meglio, dimostra che l'unico modo per farla sarà quello di farla guidare dai francesi.
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Durante la diffusione del Covd-19 il mercato della Difesa, in particolare quello dei velivoli militari e dei missili, è stato ben lungi dall'essere in crisi.Mentre Roma gestiva male le vicende Regeni e Zaki, Emmanuel Macron si diceva vicino ad Abdel Fattah al-Sisi nella lotta all'islamismo. Risultato, Il Cairo compra nuovi caccia francesi e noi restiamo al palo.Lo speciale contiene due articoli.Sono principalmente due i fattori che hanno fatto da traino alle vendite di armi nell'ultimo periodo: l'instabilità di talune zone del pianeta e i timori legati ai prossimi cambiamenti negli scenari geopolitici dovuti alle politiche degli stati per favorire la ripresa dell'economia. Nuove esigenze di materie prime, cambiamenti nella politica estera della prima potenza militare al mondo, ovvero gli Usa, conflitti e tensioni mai davvero risolti in teatri come l'Afghanistan o il confine tra India e Cina, e la vicenda armena nel Nagorno Karabakh e la guerra civile in Libia sono soltanto alcuni esempi. Più vicino a noi, quanto accaduto in Libia fino a dicembre 2020 ha portato alla necessità di rafforzamento delle aviazioni di Egitto e Grecia (clienti dell'industria francese), in chiave anti turca (Recep Tayyip Erdogan compra russo e Donald Trump l'ha espulso dal programma F-35 proprio per questo motivo), del completamento di programmi d'ammodernamento della Difesa come in Israele (cliente degli Usa ma anche dell'Italia), al quale ovviamente è seguita una ulteriore corsa all'approvvigionamento di sistemi d'arma da parte dei paesi mediorientali. Il Qatar (altro nostro prezioso cliente per gli elicotteri), ha una forza aerea composta da velivoli americani da trasporto, francesi ed europei da attacco (nel 2017 ha ordinato 24 Eurofighter Typhoon e nel 2019 ha ordinato altri 12 Rafale per un totale di 24 esemplari). L'Arabia Saudita perseguendo il suo programma Saudi Vision 2030, che prevede di differenziare l'economia dalle forniture di petrolio, ha un'aviazione composta da velivoli americani ed europei (F-15 Eagle ed Eurofighter), ma è tra le nazioni che più spende per armare altri paesi fin dagli anni Novanta, quando in risposta all'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq di Saddam Hussein cominciò a comprare armi occidentali. E dopo un periodo di rallentamento, necessario per addestrare i militari alle nuove tecnologie, dal 2008 e in particolare dal 2013 è il principale importatore di armi fra i paesi del Golfo persico, principalmente da inglesi (gli Eurofighter) e americani (F-15Sa), che con Trump prima e Biden ora forniranno a Riyad anche gli F-35. Ma l'Arabia Saudita continua anche ad alimentare il traffico di armi usate che destina alle milizie sunnite che supporta in diverse parti del mondo come Siria e Yemen. Queste armi, perlopiù leggere, provengono dall'Europa dell'Est dove Serbia e Montenegro possiedono ancora magazzini risalenti al periodo comunista. E parte di questi lotti sono finiti con una certa regolarità anche in Libia. Ma il Regno saudita non si è fermato a questo: dal 2017 acquista anche dalla Russia attraverso l'agenzia Rosoboronexport e stava sviluppando la capacità di produrre armi ed eseguire manutenzione a sistemi missilistici di difesa su licenza nei propri confini, fino a quando Trump non pose il veto per autorizzare la vendita degli F-35. Certamente nella politica di Riad gioca un ruolo importante la rivalità con l'Iran sciita e la competizione nell'area mediorientale con la Turchia, oggi la maggiore potenza sunnita. Gli Emirati Arabi Uniti possiedono un'aviazione composta da caccia americani F-16 e francesi (Mirage), hanno piloti e pattuglia acrobatica addestrati dagli italiani (Al Fursan) e si sono visti congelare provvisoriamente il contratto per cinquanta F-35 da Joe Biden, il quale sa che dovrà rivedere comunque la decisione perché il valore della commessa è di 23 miliardi di dollari e il programma continua a drenare molto denaro. Nell'area del Golfo persico il paragone di Emirati e Arabia Saudita con le forze di difesa yemenite è impietoso: la forza aerea di Sana'a è composta in prevalenza da vecchi Sukhoi 22, MiG-21 e MiG-29 russi, con ancora in servizio pochi vecchi velivoli F-5 americani, con vecchi elicotteri Mil-17 e Mil-24 affiancati da obsoleti Bell 204 e Bell 212. Infine c'è la Giordania, che tra il 2017 e il 2019 è stata tra le nazioni che più hanno esportato armi verso la Libia e che possiede caccia F-16 americani ormai vecchi ma anche turboelica Pc-21 svizzeri.L'area mediorientale rimane quindi promettente per chi esporta armamenti, ma non è l'unica: tra gli ottimi clienti dei russi ci sono India e almeno una decina di nazioni africane, dove però i volumi di vendita delle aziende controllate da Mosca hanno cominciato da circa quattro anni a subire la concorrenza cinese. Pechino a causa della voracità di risorse con la quale deve sostenere la crescita interna spaventa l'Australia come la Corea, che sono spinte a rafforzare le flotte armate, e in particolare Seoul ha più che raddoppiato le spese militari (è cliente degli Usa) tra il 2016 e l'inizio della pandemia nel gennaio 2020.Gli analisti degli istituiti di ricerca sul mercato delle armi come il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) prevedono che nel 2021 le vendite di armamenti rallentino perché le nazioni dovranno affrontare le spese relative alle campagne vaccinali e il ripristino delle economie nazionali, tuttavia resta un fatto noto da sempre: costruire e vendere armi, siano mitra, caccia o missili, consente di creare un deterrente contro possibili nemici ma anche si stringere politiche favorevoli con gli alleati. E in questo momento, seppure ben lontane dal primo posto americano nella classifica degli esportatori (37% della produzione) la Russia cala dal 27% al 20% e la Francia sale dal 5% all'8.4%, la Cina sta vendendo oltre confine il 6% circa delle armi che produce, Regno Unito e Spagna il 3,2%, Israele 3% e Italia non va oltre il 2,1%. 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Il valore globale della commessa è di 4,5 miliardi di euro che saranno pagati in dieci anni e dimostra che quando ci sono di mezzo gli affari è bene lasciar stare certe questioni che possono creare attriti tra due nazioni. A supportare la vendita sarebbe la garanzia del governo francese per l'85% della cifra, erogata da un gruppo di banche tra le quali Bnp Paribas e Credit Agricole (che vogliono espandersi anche in Italia), Société Générale e Cic, almeno secondo quanto riportato dalle fonti dw.com e Al Jazeera. La ricaduta occupazionale per Parigi sarà di circa 6.800 unità per i prossimi tre anni.Così, salvo miracoli, la proposta italiana di vendere gli Eurofighter all'Egitto è andata in cavalleria e in generale Roma si vede ancora una volta scalare da Parigi nella vendita di armi al governo di Abdel Fattah al-Sisi. La differenza nell'atteggiamento tenuto da italiani e francesi sta tutto nelle parole che Emmanuel Macron pronunciò all'indomani dell'ultima visita al Cairo: «Non intendiamo subordinare la vendita di armi all'Egitto all'impegno di rispettare i diritti umani perché non vogliamo limitare le loro capacità di contrastare la minaccia terroristica e insurrezionale di matrice islamica che incombe sul Paese (…) meglio mantenere il dialogo che boicottare chi è nostro partner nella lotta al terrorismo e nel voler mantenere la stabilità nella regione». Esattamente l'opposto di quanto abbiamo dato a intendere noi gestendo in modo chiassoso e scostante le vicende di Giulio Regeni, che porta alla celebrazione di un processo in contumacia per agenti dei servizi segreti di al-Sisi, e quella di Patrick Zaki, con un atto parlamentare che certamente non è passato inosservato al Cairo. Ma soprattutto si affievoliscono le nostre speranze di vendere all'Egitto altre quattro navi da guerra e i nuovi addestratori Leonardo M-346 che spalancherebbero alle nuove generazioni dei piloti egiziani le porte della scuola internazionale di addestramento al volo che Leonardo e l'Aeronautica Militare hanno realizzato a Decimomannu, creando un legame a lungo termine tra le due nazioni. Perché da sempre è tra i giovani ufficiali delle forze armate che nascono i generali e i capi del futuro. Questo nuovo ordine egiziano integra la prima acquisizione di 24 Rafale (16 biposto e 8 monoposto) firmata nel febbraio 2015 e porterà a 54 il numero dei velivoli multiruolo di questo tipo che volano sotto le insegne egiziane. Una potenza di fuoco che renderà la forza aerea del Cairo la seconda al mondo dopo quella francese ad operare con i velivoli Dassault dell'ultima generazione.Eric Trappier, presidente e Ceo di Dassault Aviation, ha dichiarato: «Questo nuovo ordine è la prova del legame indissolubile che unisce l'Egitto, primo utilizzatore straniero del Rafale, come è stato per il Mirage 2000, con Dassault Aviation da quasi 50 anni. Ed è anche un tributo alla qualità operativa del Rafale come sistema d'arma, poiché questa è la quarta volta che un cliente extra europeo sceglie di ordinare i nostri aeromobili». Il riferimento è al Qatar, che nel 2015 decise di dotarsi di 24 Rafale; all'India che ne ha acquistati 36 nel 2016 e alla Grecia, che qualche mese fa ne ha comprati 18 dei quali 12 però di seconda mano dall'Armée de l'Air francese. E pensare che dal 2016 in poi l'Egitto stava trattando sempre più spesso contratti per forniture militari con l'Italia, come dimostrò la vendita delle due fregate Fremm e nel 2019 la vendita di 24 elicotteri Leonardo AW149 e di 8 AW189. Certamente la politica francese in fatto di esportazioni militari mal si concilia con la paventata volontà di Parigi di realizzare una Difesa europea. O meglio, dimostra che l'unico modo per farla sarà quello di farla guidare dai francesi.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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