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2021-05-21
La cooperativa di Buzzi è senza pace. Finisce in manette pure il liquidatore
Salvatore Buzzi (Ansa)
Era uno dei fiori all'occhiello della galassia di cooperative riconducibili a Salvatore Buzzi, travolte dall'inchiesta della procura capitolina sul «Mondo di mezzo».
Per la Eriches 29, travolta dai debiti durante l'amministrazione giudiziaria, ad agosto 2019 era stato disposta dal Mise la nomina di un commissario liquidatore. Per un curioso scherzo del destino, mentre Buzzi attende l'ultimo passaggio in Cassazione, la stessa Procura di Roma ha arrestato nei giorni scorsi proprio la liquidatrice della Eriches. Le accuse mosse dai pm di piazzale Clodio a Vanessa Giammatteo, commercialista romana di 48 anni, finita in carcere insieme al suo collega Marco Fantone e all'avvocato Massimo Seri, riguardano però il suo incarico di commissario liquidatore di un'altra cooperativa, la Grandi lavori, iniziato cinque anni prima di quello svolto per la ex coop di Buzzi. Secondo l'accusa, la commercialista «prima ancora di accettare la carica (di commissario liquidatore, ndr) apriva (il 19 giugno 2014) presso (..) il c.c. 743 intestato a “Grandi lavori Soc. Coop in LCA", della cui esistenza non dava mai notizia all'Autorità di vigilanza, e vi faceva confluire, appropriandosene, la somma di euro 616.838,93 che poi prelevava per contanti (euro 93.900), a mezzo assegni circolari (euro 49.219), con bonifici a proprio favore (euro 122.700, con bonifici verso destinatari vari, (euro 16.981,40) e con bonifici in favore di conti correnti intestati a Fantone Marco (euro 102.700), al quale era legata da stretti rapporti di collaborazione professionale documentati sin dal 2007».
Per raggiungere il suo scopo la donna avrebbe presentato al Mise «rapporti riepilogativi semestrali ai quali allegava tabulati infedeli delle movimentazioni» del vero conto corrente della Grandi lavori. Il consorzio Eriches 29 era collegato a quella che forse è la più nota delle intercettazioni dell'inchiesta sulla presunta mafia romana poi travolta dalla Cassazione. Quella in cui Buzzi, parlando al telefono con una sua collaboratrice aveva detto: «Tu c'hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno», per poi aggiungere «Noi quest'anno abbiamo chiuso con quaranta milioni di fatturato ma tutti i soldi, gli utili li abbiamo fatti sui zingari, sull'emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero». Il riferimento di Buzzi era in gran parte legato alla realizzazione e alla gestione del discusso campo nomadi di Castel Romano, dove erano confluiti gli abitanti di vari campi della capitale, con non pochi problemi di gestione dei conflitti tra le diverse etnie. Nel solo 2014 quella struttura, ancora gestita dalla Eriches in regime di proroga, aveva portato nella casse della cooperativa 1,5 milioni di euro, provenienti dal Comune di Roma. Dopo la prima ondata di arresti del 23 dicembre 2014, che aveva portato Buzzi e altri indagati per quella che allora veniva chiamata «Mafia capitale», tutte le cinque coop riconducibili a Buzzi -la 29 Giugno Onlus, la 29 Giugno servizi, la Formula sociale, la Abc e il Consorzio Eriches 29 - che davano lavoro a oltre 1.000 dipendenti, erano state sequestrate, per rimanerci fino a marzo 2018. A fine 2019, tutte le coop tranne la Formula sociale erano già finite in liquidazione, ma a gennaio 2020 anche per l'unica superstite il Mise disponeva la liquidazione coatta.
Per la Eriches la liquidazione coatta amministrativa era stata decretata dal Mise il 30 agosto 2019, a fronte di «una condizione di sostanziale insolvenza in quanto, a fronte di un attivo circolante di euro 10.641.599,00, si riscontra una massa debitoria di euro 10.679.510,00 ed un patrimonio netto negativo di euro 138.293,00» e veniva nominata, «visto il relativo verbale delle operazioni di estrazione a sorte in data 14 giugno 2019, dal quale risulta l'individuazione del nominativo», la Giammatteo.
All'epoca della nomina, la Procura di Roma sta già svolgendo accertamenti sul crack della Grandi lavori, inizialmente con un fascicolo a «Modello 45», privo quindi di ipotesi di reato, ed esiste già una nota redatta il 27 maggio dal nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza. Di tutto questo, ovviamente il Mise non può che essere all'oscuro e la commercialista e il suo collega continuano a mantenere in piedi numerosi ruoli identici a quello ricoperto dalla Giammatteo per la Eriches.
Ed è proprio questo cortocircuito a spalancare per Giammatteo e Fantone le porte del carcere, accusati di peculato, riciclaggio (Fantone) e autoriciclaggio (Giammatteo). Scrive infatti il gip Nicolò Marino nell'ordinanza di custodia cautelare: «Il pericolo concreto e attuale che i predetti commettano altri reati della stessa specie di quelli per i quali si procede nei loro confronti, appare “immanente ed incombente" (per utilizzare gli stessi termini del pm) anche in ragione delle plurime procedure di liquidazione che li vede ancora ricoprire l'incarico di commissario liquidatore (…): ben undici la Giammatteo, e ventinove Fantone».
Alla fine ci siamo presi la Sea Eye 4
Sono 414 i migranti arrivati alle prime luci dell'alba nel porto siciliano di Pozzallo. Tra loro, giunti in Italia a bordo della nave Sea Eye 4, battente bandiera tedesca, sono presenti circa 150 minori non accompagnati che saranno trasportati in un centro di accoglienza in provincia di Ragusa. Per gli altri, invece, è previsto l'ingresso a bordo della nave quarantena Aurelia. Nelle ultime settimane, complice le temperature quasi estive, il numero di arrivi è aumentato sensibilmente. Così il tema del fenomeno migratorio è finito di nuovo al centro del dibattito politico. Duro il commento sul caso Pozzallo, rilasciato nel tardo pomeriggio di ieri, dal sottosegretario all'Interno Nicola Molteni: «Io credo che la gestione degli sbarchi e il controllo dei confini non possa essere in nessun modo appaltato a delle organizzazioni private, in questo caso a una Ong tedesca che ha fatto salvataggio in acque internazionali. […] Nel caso della Sea Eye 4, noi ripetiamo che per la regola della bandiera questa Ong tedesca doveva andare in Germania». Qualche ora prima anche il premier Mario Draghi era intervenuto sul tema sbarchi: «Il meccanismo di riallocazione nelle discussioni europee è stato da un po' di tempo messo a dormire. Al Consiglio europeo di lunedì lo riproporrò, occorre riprendere una discussione su questo. Lo avremo all'ordine del giorno di un altro Consiglio europeo ma occorre assolutamente trovare un accordo». E ancora: «Occorre un cambio di passo in tutte le direzioni. Serve un intervento economico che l'Unione europea deve fare nel suo complesso. Serve una collaborazione bilaterale con i Paesi di partenza ma anche una collaborazione multilaterale tra la Ue e i Paesi di partenza. E poi c'è il ruolo delle Nazioni Unite». Se da una parte si registra il fatto che Draghi abbia timidamente provato ad alzare la voce nei confronti di Bruxelles, dall'altra si assiste all'ennesima invettiva mediatica di un rappresentante delle Ong. Riccardo Gatti, capomissione e presidente di Open Arms Italia, fornisce il suo parere all'Adnkronos sui recenti arrivi nell'enclave spagnola (in Africa) di Ceuta: «Quello che abbiamo visto in Spagna è un copione già visto, destinato a ripetersi e purtroppo chi ne paga le conseguenze sono sempre gli ultimi». La soluzione? «Se il movimento delle persone non viene normalizzato in maniera strutturale nella società in cui viviamo, allora sì che è un problema con annessa la questione della gestione che non si riesce a governare. Bisogna uscire da questo approccio». Infine l'immancabile attacco al leader della Lega, Matteo Salvini. «Tutto va bene per far rumore; personaggi come lui dicono tutto e il contrario di tutto», conclude Gatti. Nella giornata di ieri inoltre sono andati in scena gli incontri tra il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, il commissario europeo per gli Affari interni Ylva Johansson, il presidente della Repubblica tunisina Kais Saied e il capo del governo Hichem Mechichi. Gli obiettivi al centro del summit: controllo dei flussi migratori irregolari, contrasto alla rete criminale che sfrutta il traffico di esseri umani, nonché sviluppo delle attività economiche legali colpite pure in Tunisia da una crisi senza precedenti e ampliamento dei canali regolari di immigrazione nell'Unione europea. Propositi senza dubbio ambiziosi, ma soltanto il tempo dirà se verranno (anche parzialmente) realizzati. Nel frattempo la stagione estiva è alle porte, eppure in Sicilia c'è chi teme non solo le complicazioni imposte dalla pandemia. È il caso del sindaco leghista di Furci Siculo (Messina) e responsabile regionale enti locali del Carroccio, di Matteo Francilia: «Purtroppo le premesse ad oggi non sono buone, in Sicilia prima del turismo purtroppo sono ripartiti soltanto gli sbarchi».
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La commercialista Vanessa Giammatteo, divenuta commissario della Eriches 29 dopo «Mafia capitale», arrestata in un'indagine su un'altra coop. Il gip: «Pericolo immanente e incombente che commetta reati».Sbarcano oggi i 414 immigrati a bordo della nave della Ong fatta attraccare a Pozzallo. La soluzione del capo di Open Arms: «Normalizzare gli arrivi in modo strutturale».Lo speciale contiene due articoli.Era uno dei fiori all'occhiello della galassia di cooperative riconducibili a Salvatore Buzzi, travolte dall'inchiesta della procura capitolina sul «Mondo di mezzo». Per la Eriches 29, travolta dai debiti durante l'amministrazione giudiziaria, ad agosto 2019 era stato disposta dal Mise la nomina di un commissario liquidatore. Per un curioso scherzo del destino, mentre Buzzi attende l'ultimo passaggio in Cassazione, la stessa Procura di Roma ha arrestato nei giorni scorsi proprio la liquidatrice della Eriches. Le accuse mosse dai pm di piazzale Clodio a Vanessa Giammatteo, commercialista romana di 48 anni, finita in carcere insieme al suo collega Marco Fantone e all'avvocato Massimo Seri, riguardano però il suo incarico di commissario liquidatore di un'altra cooperativa, la Grandi lavori, iniziato cinque anni prima di quello svolto per la ex coop di Buzzi. Secondo l'accusa, la commercialista «prima ancora di accettare la carica (di commissario liquidatore, ndr) apriva (il 19 giugno 2014) presso (..) il c.c. 743 intestato a “Grandi lavori Soc. Coop in LCA", della cui esistenza non dava mai notizia all'Autorità di vigilanza, e vi faceva confluire, appropriandosene, la somma di euro 616.838,93 che poi prelevava per contanti (euro 93.900), a mezzo assegni circolari (euro 49.219), con bonifici a proprio favore (euro 122.700, con bonifici verso destinatari vari, (euro 16.981,40) e con bonifici in favore di conti correnti intestati a Fantone Marco (euro 102.700), al quale era legata da stretti rapporti di collaborazione professionale documentati sin dal 2007». Per raggiungere il suo scopo la donna avrebbe presentato al Mise «rapporti riepilogativi semestrali ai quali allegava tabulati infedeli delle movimentazioni» del vero conto corrente della Grandi lavori. Il consorzio Eriches 29 era collegato a quella che forse è la più nota delle intercettazioni dell'inchiesta sulla presunta mafia romana poi travolta dalla Cassazione. Quella in cui Buzzi, parlando al telefono con una sua collaboratrice aveva detto: «Tu c'hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno», per poi aggiungere «Noi quest'anno abbiamo chiuso con quaranta milioni di fatturato ma tutti i soldi, gli utili li abbiamo fatti sui zingari, sull'emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero». Il riferimento di Buzzi era in gran parte legato alla realizzazione e alla gestione del discusso campo nomadi di Castel Romano, dove erano confluiti gli abitanti di vari campi della capitale, con non pochi problemi di gestione dei conflitti tra le diverse etnie. Nel solo 2014 quella struttura, ancora gestita dalla Eriches in regime di proroga, aveva portato nella casse della cooperativa 1,5 milioni di euro, provenienti dal Comune di Roma. Dopo la prima ondata di arresti del 23 dicembre 2014, che aveva portato Buzzi e altri indagati per quella che allora veniva chiamata «Mafia capitale», tutte le cinque coop riconducibili a Buzzi -la 29 Giugno Onlus, la 29 Giugno servizi, la Formula sociale, la Abc e il Consorzio Eriches 29 - che davano lavoro a oltre 1.000 dipendenti, erano state sequestrate, per rimanerci fino a marzo 2018. A fine 2019, tutte le coop tranne la Formula sociale erano già finite in liquidazione, ma a gennaio 2020 anche per l'unica superstite il Mise disponeva la liquidazione coatta. Per la Eriches la liquidazione coatta amministrativa era stata decretata dal Mise il 30 agosto 2019, a fronte di «una condizione di sostanziale insolvenza in quanto, a fronte di un attivo circolante di euro 10.641.599,00, si riscontra una massa debitoria di euro 10.679.510,00 ed un patrimonio netto negativo di euro 138.293,00» e veniva nominata, «visto il relativo verbale delle operazioni di estrazione a sorte in data 14 giugno 2019, dal quale risulta l'individuazione del nominativo», la Giammatteo. All'epoca della nomina, la Procura di Roma sta già svolgendo accertamenti sul crack della Grandi lavori, inizialmente con un fascicolo a «Modello 45», privo quindi di ipotesi di reato, ed esiste già una nota redatta il 27 maggio dal nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza. Di tutto questo, ovviamente il Mise non può che essere all'oscuro e la commercialista e il suo collega continuano a mantenere in piedi numerosi ruoli identici a quello ricoperto dalla Giammatteo per la Eriches. Ed è proprio questo cortocircuito a spalancare per Giammatteo e Fantone le porte del carcere, accusati di peculato, riciclaggio (Fantone) e autoriciclaggio (Giammatteo). Scrive infatti il gip Nicolò Marino nell'ordinanza di custodia cautelare: «Il pericolo concreto e attuale che i predetti commettano altri reati della stessa specie di quelli per i quali si procede nei loro confronti, appare “immanente ed incombente" (per utilizzare gli stessi termini del pm) anche in ragione delle plurime procedure di liquidazione che li vede ancora ricoprire l'incarico di commissario liquidatore (…): ben undici la Giammatteo, e ventinove Fantone».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cooperativa-buzzi-manette-liquidatore-2653054457.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alla-fine-ci-siamo-presi-la-sea-eye-4" data-post-id="2653054457" data-published-at="1621544446" data-use-pagination="False"> Alla fine ci siamo presi la Sea Eye 4 Sono 414 i migranti arrivati alle prime luci dell'alba nel porto siciliano di Pozzallo. Tra loro, giunti in Italia a bordo della nave Sea Eye 4, battente bandiera tedesca, sono presenti circa 150 minori non accompagnati che saranno trasportati in un centro di accoglienza in provincia di Ragusa. Per gli altri, invece, è previsto l'ingresso a bordo della nave quarantena Aurelia. Nelle ultime settimane, complice le temperature quasi estive, il numero di arrivi è aumentato sensibilmente. Così il tema del fenomeno migratorio è finito di nuovo al centro del dibattito politico. Duro il commento sul caso Pozzallo, rilasciato nel tardo pomeriggio di ieri, dal sottosegretario all'Interno Nicola Molteni: «Io credo che la gestione degli sbarchi e il controllo dei confini non possa essere in nessun modo appaltato a delle organizzazioni private, in questo caso a una Ong tedesca che ha fatto salvataggio in acque internazionali. […] Nel caso della Sea Eye 4, noi ripetiamo che per la regola della bandiera questa Ong tedesca doveva andare in Germania». Qualche ora prima anche il premier Mario Draghi era intervenuto sul tema sbarchi: «Il meccanismo di riallocazione nelle discussioni europee è stato da un po' di tempo messo a dormire. Al Consiglio europeo di lunedì lo riproporrò, occorre riprendere una discussione su questo. Lo avremo all'ordine del giorno di un altro Consiglio europeo ma occorre assolutamente trovare un accordo». E ancora: «Occorre un cambio di passo in tutte le direzioni. Serve un intervento economico che l'Unione europea deve fare nel suo complesso. Serve una collaborazione bilaterale con i Paesi di partenza ma anche una collaborazione multilaterale tra la Ue e i Paesi di partenza. E poi c'è il ruolo delle Nazioni Unite». Se da una parte si registra il fatto che Draghi abbia timidamente provato ad alzare la voce nei confronti di Bruxelles, dall'altra si assiste all'ennesima invettiva mediatica di un rappresentante delle Ong. Riccardo Gatti, capomissione e presidente di Open Arms Italia, fornisce il suo parere all'Adnkronos sui recenti arrivi nell'enclave spagnola (in Africa) di Ceuta: «Quello che abbiamo visto in Spagna è un copione già visto, destinato a ripetersi e purtroppo chi ne paga le conseguenze sono sempre gli ultimi». La soluzione? «Se il movimento delle persone non viene normalizzato in maniera strutturale nella società in cui viviamo, allora sì che è un problema con annessa la questione della gestione che non si riesce a governare. Bisogna uscire da questo approccio». Infine l'immancabile attacco al leader della Lega, Matteo Salvini. «Tutto va bene per far rumore; personaggi come lui dicono tutto e il contrario di tutto», conclude Gatti. Nella giornata di ieri inoltre sono andati in scena gli incontri tra il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, il commissario europeo per gli Affari interni Ylva Johansson, il presidente della Repubblica tunisina Kais Saied e il capo del governo Hichem Mechichi. Gli obiettivi al centro del summit: controllo dei flussi migratori irregolari, contrasto alla rete criminale che sfrutta il traffico di esseri umani, nonché sviluppo delle attività economiche legali colpite pure in Tunisia da una crisi senza precedenti e ampliamento dei canali regolari di immigrazione nell'Unione europea. Propositi senza dubbio ambiziosi, ma soltanto il tempo dirà se verranno (anche parzialmente) realizzati. Nel frattempo la stagione estiva è alle porte, eppure in Sicilia c'è chi teme non solo le complicazioni imposte dalla pandemia. È il caso del sindaco leghista di Furci Siculo (Messina) e responsabile regionale enti locali del Carroccio, di Matteo Francilia: «Purtroppo le premesse ad oggi non sono buone, in Sicilia prima del turismo purtroppo sono ripartiti soltanto gli sbarchi».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 giugno con Carlo Cambi
(Ansa)
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
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Imagoeconomica
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
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