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2021-04-17
Contro il primato tedesco delle dosi Parigi fa resistenza, Roma aspetta
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ieri la cancelliera tedesca, Angela Merkel (66 anni), si è vaccinata con Astrazeneca. Il giorno prima, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen (62 anni), ha invece ricevuto una dose di Biontech-Pfizer così come gli altri funzionari della Commissione cui vengono inviate delle fiale «dalle autorità belghe, non abbiamo la possibilità di scegliere», ha spiegato un portavoce.
Ma la vera geopolitica dei vaccini si gioca sul campo dei contratti. Negli ultimi giorni si sono fatte sempre più insistenti le voci da Bruxelles sul mancato rinnovo degli accordi tra l'Ue e Az e anche Johnson&Johnson (utilizzano la stessa piattaforma a vettore virale). Obiettivo: privilegiare case farmaceutiche più affidabili e prodotti meno controversi come Pfizer e Moderna. Tanto che la stessa Von der Leyen ha già annunciato l'arrivo di 50 milioni di dosi aggiuntive di Pfizer nel secondo trimestre e l'apertura di una trattativa con Biontech-Pfizer per un terzo contratto su 1,8 miliardi di dosi da qui al 2023 e per la produzione europea dei componenti essenziali. Non solo. L'ad di Pfizer, Albert Bourla, ha detto che le persone avranno «probabilmente» bisogno di una terza dose del vaccino contro il coronavirus entro 12 mesi dalle prime due. Quindi, i contratti nei prossimi mesi saranno ancora più ricchi considerando anche che il prezzo delle singole dosi dovrebbe aumentare da 15,5 a 19,5 euro.
La partita per consegnare le chiavi dei vaccini Ue alla Germania, via Biontech, non è però ancora chiusa. Lo dimostrano le dichiarazioni fatte in tv dal ministro francese dell'Industria, Agnès Pannier Runacher, che considera, sì, «fortemente probabile» che l'Ue non rinnovi il contratto con Az. Ma non parla di J&J. E soprattutto, si aspetta che «i vaccini di Novavax e Sanofi siano pronti nella seconda parte di quest'anno». Facendo così intendere che a Bruxelles si può anche dare la precedenza ai vaccini a mRna ma tra qualche mese non si potrà non considerare anche le new entry come appunto l'americana Novavax (in fase di rolling con l'Ema, potrebbe essere messo in commercio tra un mese e i negoziati con la Commissione sul contratto sono in corso) e il prodotto a mRna della francese Sanofi che è in dirittura d'arrivo con due nuovi vaccini: uno a base di proteine sviluppato con l'inglese Gsk e l'altro (basato su mRna) con l'americana Translate Bio. Senza dimenticare l'altro vaccino francese, Valneva, basato su una quarta tecnologia (conta su due stabilimenti produttivi, uno in Svezia e l'altro in Scozia) che ha riportato ottimi risultati preliminari nelle fasi 1 e 2 dei test clinici e si appresta a iniziare la fase 3 (test di massa) previa approvazione. Insomma, se i tedeschi puntano a diventare dominanti nella produzione post emergenza, i francesi non si accontenteranno di fare i subfornitori di Berlino. Dove, come abbiamo già scritto nei giorni scorsi, la partita sulla produzione futura dei vaccini va letta attraverso la lente della campagna elettorale tedesca che andrà avanti fino a settembre, quando la Merkel lascerà il comando. Campagna in cui si sta combattendo una guerra interna alla coalizione - non di governo, ma di federazione - tra Csu e Cdu, che ha in mano la gestione politica della sanità del partito Popolare al Parlamento Ue. Non a caso quello che la von der Leyen ha lasciato solo intuire, è stato espresso in maniera esplicita dall'eurodeputato della Cdu tedesca Peter Liese, medico e portavoce per la salute del Ppe: «La Commissione in futuro non comprerà più vaccini da J&J e Az, ma si affiderà ai vaccini a mRna di Biontech/Pfizer, Moderna e Curevac per combattere nel lungo termine la pandemia».
Di certo, i riposizionamenti sono in corso e i grandi player già pensano all'anno prossimo. Novavax, ad esempio, prevede di produrre nel 2022 un miliardo di dosi, Moderna già quest'anno arriverà a quota un miliardo tra Usa, Ue e resto del mondo. Curevac dovrebbe essere approvato entro giugno e le prime dosi arriveranno a luglio. Stanno continuando le sperimentazioni su vaccini in età pediatrica negli Usa (sia Moderna sia Pfizer) e il prossimo 20 aprile verranno comunicati anche i risultati della valutazione dell'Ema su J&J dopo lo stop precauzionale dell'Fda americana. La stessa multinazionale Usa, secondo il Wall Street Journal, avrebbe contattato le concorrenti nella produzione del vaccino anti Covid per proporre uno studio congiunto sul rischio di trombosi ed esporsi mediaticamente con una sola voce: Pfizer e Moderna avrebbero rifiutato, mentre Az avrebbe accettato l'offerta. Nonostante la musica suonata dalle campane tedesche che incanta Bruxelles, dunque, J&J non è fuori dai giochi, anche perché il costo è una frazione di quello dei vaccini attualmente in somministrazione, e nel suo caso parliamo di un monodose che potrebbe avere un vantaggio logistico per la distribuzione nei Paesi più poveri.
Nel prossimo match dei vaccini resta ancora da capire quale posizione terrà l'Italia: si schiererà con i tedeschi monopolisti o con i francesi e quindi con il mercato? Vedremo.
Vaccinatori, ora arrivano i rinforzi
«Io il crollo di fiducia in Astrazeneca non lo vedo nei dati», ha detto ieri il premier, Mario Draghi, in conferenza stampa lasciando quasi tutte le domande dei giornalisti sulla campagna vaccinale al ministro della Salute, Roberto Speranza, seduto accanto a lui. Speranza ha quindi confermato che non c'è un crollo nei dati delle vaccinazioni, ma «una maggiore richiesta di informazione dagli hub vaccinali», anche se in questi giorni era stato il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio, a dire che «troppi italiani non si prenotano». In ogni caso il ministro ha ribadito che si tratta di un vaccino «efficace e sicuro, continuiamo a puntarci. L'evidenza scientifica ci ha portato a una raccomandazione di natura anagrafica. Quindi in queste ore il vaccino Astrazeneca è utilizzato sopra i 60 anni e intendiamo continuare a utilizzarlo. I dati che ci arrivano dai territori sono incoraggianti. Chiaramente chi rifiuta questo vaccino va in coda e non ha una possibilità immediata di sostituirlo». Proprio ieri, la Regione Lazio ha deciso di proporre il vaccino Astrazeneca per gli under 60, ma solo a chi si offre volontario. L'obiettivo è «non mandare sprecate le dosi». I volontari con meno di 60 anni che sceglieranno Astrazeneca non dovranno firmare liberatorie aggiuntive oltre al consenso informato che normalmente si sottoscrive al momento della vaccinazione.
In Italia oltre 10 milioni di persone hanno ricevuto almeno una dose di un vaccino anti Covid, secondo i dati del ministero della Salute, e hanno quindi una qualche forma di protezione dal coronavirus. Di questi, oltre 4,2 milioni hanno ricevuto anche il richiamo. E ieri è stata raggiunta anche la soglia del 50% con almeno una dose tra gli over 70 (over 80 compresi). Nel report settimanale, diffuso sempre ieri dalla struttura commissariale, si legge che dal 10 al 16 aprile in Italia sono state somministrate 1.749.937 dosi di vaccino anti Covid, per 291.656 dosi al giorno. A oggi sono state iniettate 14.259.835 dosi. Sono 102 i punti vaccinali in più nell'ultima settimana e 843 in più dal 25 febbraio. Sono 2.276 in totale i punti vaccinali attivi. Il 76,09% degli ultraottantenni in Italia ha ricevuto almeno la prima dose del vaccino, ovvero 3.451.064 persone. Ad aver fatto il richiamo è anche il 45,19% della stessa categoria di età. Nella fascia tra i 70 e i 79 anni, il 30,14% ha ricevuto almeno la prima dose e il 3,41% anche la seconda. Le due dosi di vaccino anti Covid sono state somministrate al 76% degli ospiti delle Rsa, al 75,65% dei sanitari e all'1,35% del personale scolastico. La prima dose è stata invece somministrata al 92,38% degli ospiti delle Rsa, al 92,68% del personale sanitario e al 73,55% del personale scolastico. In pole position, sul fronte degli over 80, ci sono le Marche, dove la prima dose è andata al 100% del target, pari a 111.567 persone, mentre prima e seconda dose sono state iniettate al 53,69%.
Sul fronte dei vaccinatori, a essere assoldati saranno anche i biologi, le ostetriche e i radiologi. Dopo l'anamnesi da parte di un medico, per loro sarà possibile inoculare le dosi nei laboratori di analisi aderenti alla campagna vaccinale. Lo riferisce il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Massimiliano Fedriga, che ieri ha firmato assieme a Speranza, un protocollo con l'Ordine nazionale dei biologi e anche con le Federazioni degli ordini della professione di ostetrica e dei tecnici di radiologia medica, delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. «Potranno partecipare alla campagna vaccinale, dopo aver frequentato lo specifico corso dell'Istituto superiore di sanità. Nei protocolli è previsto l'impegno del governo allo stanziamento delle risorse necessarie», ha spiegato Fedriga. Nel frattempo, agli appartenenti alle forze armate non sarà inoculato alcun tipo di vaccino fino a nuova disposizione, per dare priorità alle fasce a rischio indicate dal commissario Francesco Paolo Figliuolo.
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L'Ue si appresta a scaricare Az e J&J, favorendo Biontech-Pfizer. Ma il governo francese invita ad attendere anche i nuovi farmaci in arrivo. Il 20 aprile atteso il verdetto dell'Ema su J&J, che non è ancora fuori dai giochi.Massimiliano Fedriga (Conferenza delle Regioni) annuncia l'impiego di biologi, ostetriche e radiologi. Raggiunta la soglia del 50% degli over 70. Il Lazio propone Az agli under 60 volontari.Lo speciale contiene due articoli.Ieri la cancelliera tedesca, Angela Merkel (66 anni), si è vaccinata con Astrazeneca. Il giorno prima, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen (62 anni), ha invece ricevuto una dose di Biontech-Pfizer così come gli altri funzionari della Commissione cui vengono inviate delle fiale «dalle autorità belghe, non abbiamo la possibilità di scegliere», ha spiegato un portavoce. Ma la vera geopolitica dei vaccini si gioca sul campo dei contratti. Negli ultimi giorni si sono fatte sempre più insistenti le voci da Bruxelles sul mancato rinnovo degli accordi tra l'Ue e Az e anche Johnson&Johnson (utilizzano la stessa piattaforma a vettore virale). Obiettivo: privilegiare case farmaceutiche più affidabili e prodotti meno controversi come Pfizer e Moderna. Tanto che la stessa Von der Leyen ha già annunciato l'arrivo di 50 milioni di dosi aggiuntive di Pfizer nel secondo trimestre e l'apertura di una trattativa con Biontech-Pfizer per un terzo contratto su 1,8 miliardi di dosi da qui al 2023 e per la produzione europea dei componenti essenziali. Non solo. L'ad di Pfizer, Albert Bourla, ha detto che le persone avranno «probabilmente» bisogno di una terza dose del vaccino contro il coronavirus entro 12 mesi dalle prime due. Quindi, i contratti nei prossimi mesi saranno ancora più ricchi considerando anche che il prezzo delle singole dosi dovrebbe aumentare da 15,5 a 19,5 euro. La partita per consegnare le chiavi dei vaccini Ue alla Germania, via Biontech, non è però ancora chiusa. Lo dimostrano le dichiarazioni fatte in tv dal ministro francese dell'Industria, Agnès Pannier Runacher, che considera, sì, «fortemente probabile» che l'Ue non rinnovi il contratto con Az. Ma non parla di J&J. E soprattutto, si aspetta che «i vaccini di Novavax e Sanofi siano pronti nella seconda parte di quest'anno». Facendo così intendere che a Bruxelles si può anche dare la precedenza ai vaccini a mRna ma tra qualche mese non si potrà non considerare anche le new entry come appunto l'americana Novavax (in fase di rolling con l'Ema, potrebbe essere messo in commercio tra un mese e i negoziati con la Commissione sul contratto sono in corso) e il prodotto a mRna della francese Sanofi che è in dirittura d'arrivo con due nuovi vaccini: uno a base di proteine sviluppato con l'inglese Gsk e l'altro (basato su mRna) con l'americana Translate Bio. Senza dimenticare l'altro vaccino francese, Valneva, basato su una quarta tecnologia (conta su due stabilimenti produttivi, uno in Svezia e l'altro in Scozia) che ha riportato ottimi risultati preliminari nelle fasi 1 e 2 dei test clinici e si appresta a iniziare la fase 3 (test di massa) previa approvazione. Insomma, se i tedeschi puntano a diventare dominanti nella produzione post emergenza, i francesi non si accontenteranno di fare i subfornitori di Berlino. Dove, come abbiamo già scritto nei giorni scorsi, la partita sulla produzione futura dei vaccini va letta attraverso la lente della campagna elettorale tedesca che andrà avanti fino a settembre, quando la Merkel lascerà il comando. Campagna in cui si sta combattendo una guerra interna alla coalizione - non di governo, ma di federazione - tra Csu e Cdu, che ha in mano la gestione politica della sanità del partito Popolare al Parlamento Ue. Non a caso quello che la von der Leyen ha lasciato solo intuire, è stato espresso in maniera esplicita dall'eurodeputato della Cdu tedesca Peter Liese, medico e portavoce per la salute del Ppe: «La Commissione in futuro non comprerà più vaccini da J&J e Az, ma si affiderà ai vaccini a mRna di Biontech/Pfizer, Moderna e Curevac per combattere nel lungo termine la pandemia».Di certo, i riposizionamenti sono in corso e i grandi player già pensano all'anno prossimo. Novavax, ad esempio, prevede di produrre nel 2022 un miliardo di dosi, Moderna già quest'anno arriverà a quota un miliardo tra Usa, Ue e resto del mondo. Curevac dovrebbe essere approvato entro giugno e le prime dosi arriveranno a luglio. Stanno continuando le sperimentazioni su vaccini in età pediatrica negli Usa (sia Moderna sia Pfizer) e il prossimo 20 aprile verranno comunicati anche i risultati della valutazione dell'Ema su J&J dopo lo stop precauzionale dell'Fda americana. La stessa multinazionale Usa, secondo il Wall Street Journal, avrebbe contattato le concorrenti nella produzione del vaccino anti Covid per proporre uno studio congiunto sul rischio di trombosi ed esporsi mediaticamente con una sola voce: Pfizer e Moderna avrebbero rifiutato, mentre Az avrebbe accettato l'offerta. Nonostante la musica suonata dalle campane tedesche che incanta Bruxelles, dunque, J&J non è fuori dai giochi, anche perché il costo è una frazione di quello dei vaccini attualmente in somministrazione, e nel suo caso parliamo di un monodose che potrebbe avere un vantaggio logistico per la distribuzione nei Paesi più poveri.Nel prossimo match dei vaccini resta ancora da capire quale posizione terrà l'Italia: si schiererà con i tedeschi monopolisti o con i francesi e quindi con il mercato? 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In ogni caso il ministro ha ribadito che si tratta di un vaccino «efficace e sicuro, continuiamo a puntarci. L'evidenza scientifica ci ha portato a una raccomandazione di natura anagrafica. Quindi in queste ore il vaccino Astrazeneca è utilizzato sopra i 60 anni e intendiamo continuare a utilizzarlo. I dati che ci arrivano dai territori sono incoraggianti. Chiaramente chi rifiuta questo vaccino va in coda e non ha una possibilità immediata di sostituirlo». Proprio ieri, la Regione Lazio ha deciso di proporre il vaccino Astrazeneca per gli under 60, ma solo a chi si offre volontario. L'obiettivo è «non mandare sprecate le dosi». I volontari con meno di 60 anni che sceglieranno Astrazeneca non dovranno firmare liberatorie aggiuntive oltre al consenso informato che normalmente si sottoscrive al momento della vaccinazione. In Italia oltre 10 milioni di persone hanno ricevuto almeno una dose di un vaccino anti Covid, secondo i dati del ministero della Salute, e hanno quindi una qualche forma di protezione dal coronavirus. Di questi, oltre 4,2 milioni hanno ricevuto anche il richiamo. E ieri è stata raggiunta anche la soglia del 50% con almeno una dose tra gli over 70 (over 80 compresi). Nel report settimanale, diffuso sempre ieri dalla struttura commissariale, si legge che dal 10 al 16 aprile in Italia sono state somministrate 1.749.937 dosi di vaccino anti Covid, per 291.656 dosi al giorno. A oggi sono state iniettate 14.259.835 dosi. Sono 102 i punti vaccinali in più nell'ultima settimana e 843 in più dal 25 febbraio. Sono 2.276 in totale i punti vaccinali attivi. Il 76,09% degli ultraottantenni in Italia ha ricevuto almeno la prima dose del vaccino, ovvero 3.451.064 persone. Ad aver fatto il richiamo è anche il 45,19% della stessa categoria di età. Nella fascia tra i 70 e i 79 anni, il 30,14% ha ricevuto almeno la prima dose e il 3,41% anche la seconda. Le due dosi di vaccino anti Covid sono state somministrate al 76% degli ospiti delle Rsa, al 75,65% dei sanitari e all'1,35% del personale scolastico. La prima dose è stata invece somministrata al 92,38% degli ospiti delle Rsa, al 92,68% del personale sanitario e al 73,55% del personale scolastico. In pole position, sul fronte degli over 80, ci sono le Marche, dove la prima dose è andata al 100% del target, pari a 111.567 persone, mentre prima e seconda dose sono state iniettate al 53,69%. Sul fronte dei vaccinatori, a essere assoldati saranno anche i biologi, le ostetriche e i radiologi. Dopo l'anamnesi da parte di un medico, per loro sarà possibile inoculare le dosi nei laboratori di analisi aderenti alla campagna vaccinale. Lo riferisce il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Massimiliano Fedriga, che ieri ha firmato assieme a Speranza, un protocollo con l'Ordine nazionale dei biologi e anche con le Federazioni degli ordini della professione di ostetrica e dei tecnici di radiologia medica, delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. «Potranno partecipare alla campagna vaccinale, dopo aver frequentato lo specifico corso dell'Istituto superiore di sanità. Nei protocolli è previsto l'impegno del governo allo stanziamento delle risorse necessarie», ha spiegato Fedriga. Nel frattempo, agli appartenenti alle forze armate non sarà inoculato alcun tipo di vaccino fino a nuova disposizione, per dare priorità alle fasce a rischio indicate dal commissario Francesco Paolo Figliuolo.
Ansa
Le penne nere friulane sono state chiare: o noi o loro. Gli alpini non vogliono sovrapposizioni con il Fvg Pride nelle date stabilite per il prossimo raduno Ana (Associazione nazionale alpini), il 26 e 27 settembre. «Sono due mondi completamente opposti, è impensabile che convivano nello stesso Comune e nello stesso momento», ha tuonato il presidente della sezione locale, Mauro Ermacora, in una lettera inviata al sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni.
L’adunata degli alpini era stata comunicata lo scorso dicembre, si prevede un afflusso di circa 1.500 persone e figuriamoci se uomini tutti di un pezzo possono accettare di condividere gli spazi con un corteo di Lgbt smutandati. Il 26, infatti, giorno prima della sfilata, avrà luogo anche l’evento arcobaleno deciso pochi giorni fa. Notizia accolta con enorme disappunto delle penne nere e notevole imbarazzo dell’amministrazione comunale, che si è dichiarata all’oscuro della programmazione Pride.
L’Ana ha dato tempo al sindaco udinese fino al 28 aprile per esprimersi, chiedendogli di scegliere tra una delle due manifestazioni. De Toni al momento l’ha presa alla larga. «Sebbene l’amministrazione non sia chiamata ad autorizzare il corteo Fvg Pride, conferma il proprio impegno a garantire il rispetto delle libertà di tutti. È dentro questo perimetro che il Comune di Udine esercita il proprio ruolo: non scegliere tra diritti, ma trovare una soluzione per garantirli entrambi», è stata la prima reazione espressa in un comunicato.
Il sindaco ha tirato in ballo la Costituzione, che «riconosce a tutti i cittadini il diritto di riunirsi pacificamente» e, per non scontentare nessuno, ne ha fatto semmai un problema di ordine pubblico scaricando la decisione sul prefetto. Ha ricordato, infatti, che le manifestazioni «possono essere limitate solo per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica».
Risposta che non ha soddisfatto gli alpini. «Se saremmo disponibili a cambiare giornate? No», ha dichiarato Ermacora al Gazzettino. «Attendiamo sereni la risposta. Noi non cambiamo data, semmai cambiamo luogo. Ho già ricevuto diverse chiamate da altri sindaci che ci danno l’opportunità di organizzare il raduno da loro», ha poi tenuto a precisare.
Sabato 26 settembre sono in programma concerti degli alpini in diversi punti della città e la messa in Duomo, quindi cortei Lgbt «per un mondo equo, antifascista, decoloniale e sempre più fieramente queer», qual è il manifesto di quest’anno, non sono bene accetti. «Tornare a Udine, a quasi dieci anni dalla prima manifestazione, significa rilanciare un percorso politico che non si è mai fermato», aveva dichiarato Alice Chiaruttini, presidente di Fvg pride Odv, annunciando la manifestazione.
Per poi aggiungere: «Oggi è ancora necessario scendere in piazza, in un contesto in cui diritti e libertà vengono continuamente messi in discussione». Riusciranno a mettersi d’accordo? Udine ama i suoi alpini, quindi sicuramente non li lascerà andare altrove. Gli Lgbt dovranno allora rassegnarsi a un cambio di data, ma non anticipando troppo l’evento, per carità. Nel loro programma scrivono che «manifestare a fine settembre, rinunciando alla cornice estiva del Pride Month, è un atto di cura collettiva e radicale: rifiutiamo di esporre i corpi della nostra comunità a temperature che, negli ultimi anni, non costituiscono solo dati statistici, ma barriere architettoniche naturali che impediscono la partecipazione di persone anziane, disabili, e di tutte le soggettività più fragili».
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Nei due riquadri le fotografie scioccanti dei soldati ucraini della quattordicesima brigata, al fronte oltre il fiume Oskil, vicino a Kupiansk (Ansa)
Le immagini che hanno fatto il giro del mondo mostrano quattro militari del secondo Battaglione della quattordicesima Brigata meccanizzata con gli sguardi persi nel vuoto e i corpi ridotti a pelle e ossa. L’indignazione ha costretto lo Stato Maggiore a correre ai ripari: in una nota, ha assicurato che il comandante è stato rimosso dall’incarico, un altro è stato retrocesso di grado e sarà avviata un’indagine. Nel comunicato, lo Stato Maggiore ha poi ammesso che «gli attacchi aerei e missilistici nemici sugli attraversamenti del fiume Oskil hanno notevolmente complicato il supporto logistico alle truppe intorno alla città di Kupiansk». I due ufficiali di alto rango sono stati intanto accusati di non aver informato i vertici dei problemi di approvvigionamento alimentare. Eppure, quest’emergenza si è protratta per sette mesi, in una zona in cui solo i droni possono consegnare i viveri. E se non fosse stato per i familiari dei soldati coinvolti probabilmente non si sarebbe mai saputo.
A diffondere le immagini su Threads è stata infatti la figlia di uno dei militari, Ivanna Poberezhnyuk: «Ragazzi in postazione senza cibo né acqua! Il comando non risponde. I combattenti stanno perdendo conoscenza per la fame, bevono acqua piovana. Ci sono anche problemi di connessione. Per favore, condividete queste foto». E se il comando non ha risposto, pronta è stata invece la replica del ministero della Difesa ucraino sotto il suo post: «Il comandante della quattordicesima Brigata ha preso in mano la situazione. Nonostante la complessa logistica, si sta cercando di risolvere il problema. Situazioni del genere non dovrebbero verificarsi, ma la situazione in diverse direzioni del fronte è piuttosto critica». Anche Anastasiia Silchuk, moglie di un altro soldato, ha postato le foto del prima e dopo dei militari, con i corpi robusti che sono diventati scheletrici. «Quando i ragazzi sono arrivati al fronte, pesavano oltre 80-90 chili. Ora pesano circa 50 chili», ha scritto. E spiegando che «il periodo più lungo in cui sono rimasti senza cibo è stato di 17 giorni», ha aggiunto: «Nessuno li ascoltava alla radio, o forse nessuno voleva ascoltarli. Mio marito gridava e implorava, dicendo che non c’era né cibo né acqua».
Si tratta di «una terribile vergogna gestionale» ha commentato in una nota la Task Force congiunta ucraina (Jftf), l’unità dell’esercito creata nel 2025 con lo scopo di guidare i soldati nella regione di Kharkiv. E ha sostenuto: «Questa è la conseguenza di decisioni gestionali a lungo termine a livello di corpo d’armata e della sua interazione con le unità. Allo stesso tempo, sono giunte segnalazioni secondo cui la situazione era organizzata e sotto controllo, il che, come tutti hanno potuto constatare, non corrisponde alla realtà». Stupisce però che i vertici militari non fossero a conoscenza che i soldati ucraini stessero morendo di fame, visto che Politico, già a novembre dello scorso anno, aveva parlato di «una zona grigia che si estende per circa 20 chilometri dal fronte» dove «i feriti vengono lasciati morire perché è estremamente difficile evacuarli, e rifornire le truppe al fronte con munizioni, cibo e acqua è quasi impossibile».
Chi non ha proferito parola è stato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Dopo aver ottenuto l’approvazione del prestito di 90 miliardi, che a questo punto si spera garantisca condizioni migliori ai soldati al fronte, è tornato però sul tema dell’adesione dell’Ucraina all’Ue. «Abbiamo concordato con i nostri partner di aprire tutti i canali negoziali entro il 2026, e a mio avviso questo è un obiettivo raggiungibile». Se «sul percorso accelerato per la piena adesione, le opinioni in Europa variano», si è detto certo che «l’unica cosa su cui tutti concordano è che l’Ucraina debba diventare membro dell’Unione europea».
E con le trattative per arrivare alla pace in stallo, il leader di Kiev, ha dichiarato che l’Ucraina è pronta a partecipare «a colloqui trilaterali in Azerbaigian». L’annuncio è arrivato dopo un bilaterale con il presidente azero, Ilham Aliyev. I due hanno discusso «anche degli sforzi per la pace». Su X, Zelensky ha poi precisato che «l’Ucraina e l’Azerbaigian hanno firmato sei documenti in varie aree», inclusa quella dedicata al settore militare-industriale.
Intanto aumentano le tensioni tra Bucarest e Mosca dopo la caduta di un drone russo, diretto in Ucraina, nel territorio rumeno, nel comune di Galati. I detriti hanno causato per la prima volta dei danni materiali, con oltre 200 residenti che sono stati evacuati. Il ministero della Difesa romeno ha reso noto che i suoi radar «hanno rilevato droni operanti nello spazio aereo» del Paese. «Si tratta di un atto irresponsabile e provocatorio che viola i principi fondamentali del diritto internazionale», ha affermato il ministero degli Esteri romeno. Motivo per cui ieri ha convocato l’ambasciatore della Federazione Russa a Bucarest.
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Nel riquadro a sinistra il letame di fronte al ristorante che ha ospitato un evento di Gioventù nazionale a Venezia, in quello a destra la schedatura dei militanti di Azione studentesca a Firenze (Getty Images)
A discuterne però non sono semplici studenti. Viene infatti invitata un’organizzazione esterna, Firenze antifascista, che ha sede in un centro sociale occupato. Quindi illegale. I militanti di questo gruppo iniziano subito a sottolineare che l’antifascismo non ha a che fare solamente con il passato, con la lotta partigiana e la Resistenza. Ma anche con ciò che stiamo vivendo oggi. Mostrano alcune foto di Casaggì, il punto di riferimento della destra fiorentina, e spiegano come raggiungerlo. Proiettano poi anche le immagini dei suoi militanti e pure di quelli di Azione studentesca, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia. Si vedono volti di ragazzi giovani, anche giovanissimi, che hanno deciso di fare politica con il partito di Giorgia Meloni. È a questo punto che gli esponenti di Firenze antifascista chiedono al pubblico se ne riconoscono qualcuno. Una ragazza alza la mano e dice che sì, lei uno lo conosce. E che è proprio lì, tra il pubblico. Non fa il suo nome, certo, ma si gira nella direzione del giovane. Si trova in fondo alla sala e, in un attimo, si sente gli occhi di tutti i presenti puntati addosso. «Quando sono uscito dall’aula», racconta alla Verità il ragazzo, «mi hanno seguito e si sono messi davanti all’unica porta d’ingresso. Uno è venuto da me per prendermi in giro. Altri due poi mi hanno detto: “Levati dal cazzo che qui non puoi stare”». Il ragazzo torna in assemblea e viene continuamente osservato.
Una schedatura in piena regola, tanto che gli onorevoli Alessandro Amorese e Francesco Michelotti hanno scritto un’interrogazione al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara , per chiedere se non sia necessario avviare un’ispezione ministeriale presso gli istituti coinvolti e, soprattutto, per avere informazioni sui criteri attraverso i quali vengono scelte le sigle invitate a parlare negli istituti.
Non è, questo, un caso isolato. Sempre venerdì scorso, la sezione veneziana di Gioventù nazionale aveva organizzato la presentazione di un libro - Destra sociale: introduzione alla terza via, scritto da Marco Cassini per Passaggio al bosco - all’interno del ristorante «Al Casone». La notte prima dell’evento, però, viene scaricato del letame davanti al locale. Il tutto accompagnato dalla scritta: «Il libro è stato stimolante... buon 25 aprile». Nessuno rivendica apertamente il gesto, anche se il Laboratorioccupato Morion, il centro sociale di Castello, è il primo a dare (con un certo orgoglio) la notizia. «Il nostro rammarico è per il fastidio che hanno arrecato a Domenico, il titolare, e a Faisal, il cameriere, che aveva già ripulito dal letame prima del nostro arrivo, infine, agli operatori di Veritas che hanno dovuto trasportare il “peso” di chi non ha argomenti», commenta Jacopo Donatini, candidato di Fdi al consiglio comunale di Venezia.
Ma è in occasione del giorno della Liberazione che le anime belle della Resistenza 2.0 hanno dato il «meglio» di sé. A Catania, per esempio, è stato srotolato uno striscione con la scritta «Catania antifascista» sullo storico palazzo del Movimento sociale, oggi proprietà della fondazione An e sede di Fdi. «Fuori i fascisti dalla città», cantavano alcuni. Uno scenario simile anche a Bologna, dove alcuni manifestanti del corteo, guidato da Usb e Potere al popolo, hanno lanciato degli ortaggi contro la sede di Fratelli d’Italia, già vandalizzata nelle scorse settimane con la scritta «fasci appesi». «Si tratta dell’ennesimo atto vigliacco da parte degli appartenenti ai centri sociali, da sempre coccolati e difesi dalla Giunta rossa di Bologna. La presenza di una nostra sede a Bologna evidentemente dà molto fastidio a una sinistra democratica a parole, ma violenta nei fatti. Questi continui attacchi non ci fanno paura, e anzi, ci confermano che stiamo facendo bene e ci danno la forza per fare ancora di più per il bene della nostra città. Ringraziamo le forze dell'ordine presenti che hanno controllato la situazione ed impedito che la situazione degenerasse», commentano l’eurodeputatato Stefano Cavedagna e il coordinatore di Fdi a Bologna, Francesco Sassone. Ordinarie giornate di violenza da parte degli antifa. Che prima salgono sul palco per lanciare l’allarme sul pericolo fascismo. E poi schedano i militanti di destra, come nelle peggiori dittature. Rosse però.
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