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2021-04-17
Contro il primato tedesco delle dosi Parigi fa resistenza, Roma aspetta
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ieri la cancelliera tedesca, Angela Merkel (66 anni), si è vaccinata con Astrazeneca. Il giorno prima, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen (62 anni), ha invece ricevuto una dose di Biontech-Pfizer così come gli altri funzionari della Commissione cui vengono inviate delle fiale «dalle autorità belghe, non abbiamo la possibilità di scegliere», ha spiegato un portavoce.
Ma la vera geopolitica dei vaccini si gioca sul campo dei contratti. Negli ultimi giorni si sono fatte sempre più insistenti le voci da Bruxelles sul mancato rinnovo degli accordi tra l'Ue e Az e anche Johnson&Johnson (utilizzano la stessa piattaforma a vettore virale). Obiettivo: privilegiare case farmaceutiche più affidabili e prodotti meno controversi come Pfizer e Moderna. Tanto che la stessa Von der Leyen ha già annunciato l'arrivo di 50 milioni di dosi aggiuntive di Pfizer nel secondo trimestre e l'apertura di una trattativa con Biontech-Pfizer per un terzo contratto su 1,8 miliardi di dosi da qui al 2023 e per la produzione europea dei componenti essenziali. Non solo. L'ad di Pfizer, Albert Bourla, ha detto che le persone avranno «probabilmente» bisogno di una terza dose del vaccino contro il coronavirus entro 12 mesi dalle prime due. Quindi, i contratti nei prossimi mesi saranno ancora più ricchi considerando anche che il prezzo delle singole dosi dovrebbe aumentare da 15,5 a 19,5 euro.
La partita per consegnare le chiavi dei vaccini Ue alla Germania, via Biontech, non è però ancora chiusa. Lo dimostrano le dichiarazioni fatte in tv dal ministro francese dell'Industria, Agnès Pannier Runacher, che considera, sì, «fortemente probabile» che l'Ue non rinnovi il contratto con Az. Ma non parla di J&J. E soprattutto, si aspetta che «i vaccini di Novavax e Sanofi siano pronti nella seconda parte di quest'anno». Facendo così intendere che a Bruxelles si può anche dare la precedenza ai vaccini a mRna ma tra qualche mese non si potrà non considerare anche le new entry come appunto l'americana Novavax (in fase di rolling con l'Ema, potrebbe essere messo in commercio tra un mese e i negoziati con la Commissione sul contratto sono in corso) e il prodotto a mRna della francese Sanofi che è in dirittura d'arrivo con due nuovi vaccini: uno a base di proteine sviluppato con l'inglese Gsk e l'altro (basato su mRna) con l'americana Translate Bio. Senza dimenticare l'altro vaccino francese, Valneva, basato su una quarta tecnologia (conta su due stabilimenti produttivi, uno in Svezia e l'altro in Scozia) che ha riportato ottimi risultati preliminari nelle fasi 1 e 2 dei test clinici e si appresta a iniziare la fase 3 (test di massa) previa approvazione. Insomma, se i tedeschi puntano a diventare dominanti nella produzione post emergenza, i francesi non si accontenteranno di fare i subfornitori di Berlino. Dove, come abbiamo già scritto nei giorni scorsi, la partita sulla produzione futura dei vaccini va letta attraverso la lente della campagna elettorale tedesca che andrà avanti fino a settembre, quando la Merkel lascerà il comando. Campagna in cui si sta combattendo una guerra interna alla coalizione - non di governo, ma di federazione - tra Csu e Cdu, che ha in mano la gestione politica della sanità del partito Popolare al Parlamento Ue. Non a caso quello che la von der Leyen ha lasciato solo intuire, è stato espresso in maniera esplicita dall'eurodeputato della Cdu tedesca Peter Liese, medico e portavoce per la salute del Ppe: «La Commissione in futuro non comprerà più vaccini da J&J e Az, ma si affiderà ai vaccini a mRna di Biontech/Pfizer, Moderna e Curevac per combattere nel lungo termine la pandemia».
Di certo, i riposizionamenti sono in corso e i grandi player già pensano all'anno prossimo. Novavax, ad esempio, prevede di produrre nel 2022 un miliardo di dosi, Moderna già quest'anno arriverà a quota un miliardo tra Usa, Ue e resto del mondo. Curevac dovrebbe essere approvato entro giugno e le prime dosi arriveranno a luglio. Stanno continuando le sperimentazioni su vaccini in età pediatrica negli Usa (sia Moderna sia Pfizer) e il prossimo 20 aprile verranno comunicati anche i risultati della valutazione dell'Ema su J&J dopo lo stop precauzionale dell'Fda americana. La stessa multinazionale Usa, secondo il Wall Street Journal, avrebbe contattato le concorrenti nella produzione del vaccino anti Covid per proporre uno studio congiunto sul rischio di trombosi ed esporsi mediaticamente con una sola voce: Pfizer e Moderna avrebbero rifiutato, mentre Az avrebbe accettato l'offerta. Nonostante la musica suonata dalle campane tedesche che incanta Bruxelles, dunque, J&J non è fuori dai giochi, anche perché il costo è una frazione di quello dei vaccini attualmente in somministrazione, e nel suo caso parliamo di un monodose che potrebbe avere un vantaggio logistico per la distribuzione nei Paesi più poveri.
Nel prossimo match dei vaccini resta ancora da capire quale posizione terrà l'Italia: si schiererà con i tedeschi monopolisti o con i francesi e quindi con il mercato? Vedremo.
Vaccinatori, ora arrivano i rinforzi
«Io il crollo di fiducia in Astrazeneca non lo vedo nei dati», ha detto ieri il premier, Mario Draghi, in conferenza stampa lasciando quasi tutte le domande dei giornalisti sulla campagna vaccinale al ministro della Salute, Roberto Speranza, seduto accanto a lui. Speranza ha quindi confermato che non c'è un crollo nei dati delle vaccinazioni, ma «una maggiore richiesta di informazione dagli hub vaccinali», anche se in questi giorni era stato il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio, a dire che «troppi italiani non si prenotano». In ogni caso il ministro ha ribadito che si tratta di un vaccino «efficace e sicuro, continuiamo a puntarci. L'evidenza scientifica ci ha portato a una raccomandazione di natura anagrafica. Quindi in queste ore il vaccino Astrazeneca è utilizzato sopra i 60 anni e intendiamo continuare a utilizzarlo. I dati che ci arrivano dai territori sono incoraggianti. Chiaramente chi rifiuta questo vaccino va in coda e non ha una possibilità immediata di sostituirlo». Proprio ieri, la Regione Lazio ha deciso di proporre il vaccino Astrazeneca per gli under 60, ma solo a chi si offre volontario. L'obiettivo è «non mandare sprecate le dosi». I volontari con meno di 60 anni che sceglieranno Astrazeneca non dovranno firmare liberatorie aggiuntive oltre al consenso informato che normalmente si sottoscrive al momento della vaccinazione.
In Italia oltre 10 milioni di persone hanno ricevuto almeno una dose di un vaccino anti Covid, secondo i dati del ministero della Salute, e hanno quindi una qualche forma di protezione dal coronavirus. Di questi, oltre 4,2 milioni hanno ricevuto anche il richiamo. E ieri è stata raggiunta anche la soglia del 50% con almeno una dose tra gli over 70 (over 80 compresi). Nel report settimanale, diffuso sempre ieri dalla struttura commissariale, si legge che dal 10 al 16 aprile in Italia sono state somministrate 1.749.937 dosi di vaccino anti Covid, per 291.656 dosi al giorno. A oggi sono state iniettate 14.259.835 dosi. Sono 102 i punti vaccinali in più nell'ultima settimana e 843 in più dal 25 febbraio. Sono 2.276 in totale i punti vaccinali attivi. Il 76,09% degli ultraottantenni in Italia ha ricevuto almeno la prima dose del vaccino, ovvero 3.451.064 persone. Ad aver fatto il richiamo è anche il 45,19% della stessa categoria di età. Nella fascia tra i 70 e i 79 anni, il 30,14% ha ricevuto almeno la prima dose e il 3,41% anche la seconda. Le due dosi di vaccino anti Covid sono state somministrate al 76% degli ospiti delle Rsa, al 75,65% dei sanitari e all'1,35% del personale scolastico. La prima dose è stata invece somministrata al 92,38% degli ospiti delle Rsa, al 92,68% del personale sanitario e al 73,55% del personale scolastico. In pole position, sul fronte degli over 80, ci sono le Marche, dove la prima dose è andata al 100% del target, pari a 111.567 persone, mentre prima e seconda dose sono state iniettate al 53,69%.
Sul fronte dei vaccinatori, a essere assoldati saranno anche i biologi, le ostetriche e i radiologi. Dopo l'anamnesi da parte di un medico, per loro sarà possibile inoculare le dosi nei laboratori di analisi aderenti alla campagna vaccinale. Lo riferisce il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Massimiliano Fedriga, che ieri ha firmato assieme a Speranza, un protocollo con l'Ordine nazionale dei biologi e anche con le Federazioni degli ordini della professione di ostetrica e dei tecnici di radiologia medica, delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. «Potranno partecipare alla campagna vaccinale, dopo aver frequentato lo specifico corso dell'Istituto superiore di sanità. Nei protocolli è previsto l'impegno del governo allo stanziamento delle risorse necessarie», ha spiegato Fedriga. Nel frattempo, agli appartenenti alle forze armate non sarà inoculato alcun tipo di vaccino fino a nuova disposizione, per dare priorità alle fasce a rischio indicate dal commissario Francesco Paolo Figliuolo.
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L'Ue si appresta a scaricare Az e J&J, favorendo Biontech-Pfizer. Ma il governo francese invita ad attendere anche i nuovi farmaci in arrivo. Il 20 aprile atteso il verdetto dell'Ema su J&J, che non è ancora fuori dai giochi.Massimiliano Fedriga (Conferenza delle Regioni) annuncia l'impiego di biologi, ostetriche e radiologi. Raggiunta la soglia del 50% degli over 70. Il Lazio propone Az agli under 60 volontari.Lo speciale contiene due articoli.Ieri la cancelliera tedesca, Angela Merkel (66 anni), si è vaccinata con Astrazeneca. Il giorno prima, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen (62 anni), ha invece ricevuto una dose di Biontech-Pfizer così come gli altri funzionari della Commissione cui vengono inviate delle fiale «dalle autorità belghe, non abbiamo la possibilità di scegliere», ha spiegato un portavoce. Ma la vera geopolitica dei vaccini si gioca sul campo dei contratti. Negli ultimi giorni si sono fatte sempre più insistenti le voci da Bruxelles sul mancato rinnovo degli accordi tra l'Ue e Az e anche Johnson&Johnson (utilizzano la stessa piattaforma a vettore virale). Obiettivo: privilegiare case farmaceutiche più affidabili e prodotti meno controversi come Pfizer e Moderna. Tanto che la stessa Von der Leyen ha già annunciato l'arrivo di 50 milioni di dosi aggiuntive di Pfizer nel secondo trimestre e l'apertura di una trattativa con Biontech-Pfizer per un terzo contratto su 1,8 miliardi di dosi da qui al 2023 e per la produzione europea dei componenti essenziali. Non solo. L'ad di Pfizer, Albert Bourla, ha detto che le persone avranno «probabilmente» bisogno di una terza dose del vaccino contro il coronavirus entro 12 mesi dalle prime due. Quindi, i contratti nei prossimi mesi saranno ancora più ricchi considerando anche che il prezzo delle singole dosi dovrebbe aumentare da 15,5 a 19,5 euro. La partita per consegnare le chiavi dei vaccini Ue alla Germania, via Biontech, non è però ancora chiusa. Lo dimostrano le dichiarazioni fatte in tv dal ministro francese dell'Industria, Agnès Pannier Runacher, che considera, sì, «fortemente probabile» che l'Ue non rinnovi il contratto con Az. Ma non parla di J&J. E soprattutto, si aspetta che «i vaccini di Novavax e Sanofi siano pronti nella seconda parte di quest'anno». Facendo così intendere che a Bruxelles si può anche dare la precedenza ai vaccini a mRna ma tra qualche mese non si potrà non considerare anche le new entry come appunto l'americana Novavax (in fase di rolling con l'Ema, potrebbe essere messo in commercio tra un mese e i negoziati con la Commissione sul contratto sono in corso) e il prodotto a mRna della francese Sanofi che è in dirittura d'arrivo con due nuovi vaccini: uno a base di proteine sviluppato con l'inglese Gsk e l'altro (basato su mRna) con l'americana Translate Bio. Senza dimenticare l'altro vaccino francese, Valneva, basato su una quarta tecnologia (conta su due stabilimenti produttivi, uno in Svezia e l'altro in Scozia) che ha riportato ottimi risultati preliminari nelle fasi 1 e 2 dei test clinici e si appresta a iniziare la fase 3 (test di massa) previa approvazione. Insomma, se i tedeschi puntano a diventare dominanti nella produzione post emergenza, i francesi non si accontenteranno di fare i subfornitori di Berlino. Dove, come abbiamo già scritto nei giorni scorsi, la partita sulla produzione futura dei vaccini va letta attraverso la lente della campagna elettorale tedesca che andrà avanti fino a settembre, quando la Merkel lascerà il comando. Campagna in cui si sta combattendo una guerra interna alla coalizione - non di governo, ma di federazione - tra Csu e Cdu, che ha in mano la gestione politica della sanità del partito Popolare al Parlamento Ue. Non a caso quello che la von der Leyen ha lasciato solo intuire, è stato espresso in maniera esplicita dall'eurodeputato della Cdu tedesca Peter Liese, medico e portavoce per la salute del Ppe: «La Commissione in futuro non comprerà più vaccini da J&J e Az, ma si affiderà ai vaccini a mRna di Biontech/Pfizer, Moderna e Curevac per combattere nel lungo termine la pandemia».Di certo, i riposizionamenti sono in corso e i grandi player già pensano all'anno prossimo. Novavax, ad esempio, prevede di produrre nel 2022 un miliardo di dosi, Moderna già quest'anno arriverà a quota un miliardo tra Usa, Ue e resto del mondo. Curevac dovrebbe essere approvato entro giugno e le prime dosi arriveranno a luglio. Stanno continuando le sperimentazioni su vaccini in età pediatrica negli Usa (sia Moderna sia Pfizer) e il prossimo 20 aprile verranno comunicati anche i risultati della valutazione dell'Ema su J&J dopo lo stop precauzionale dell'Fda americana. La stessa multinazionale Usa, secondo il Wall Street Journal, avrebbe contattato le concorrenti nella produzione del vaccino anti Covid per proporre uno studio congiunto sul rischio di trombosi ed esporsi mediaticamente con una sola voce: Pfizer e Moderna avrebbero rifiutato, mentre Az avrebbe accettato l'offerta. Nonostante la musica suonata dalle campane tedesche che incanta Bruxelles, dunque, J&J non è fuori dai giochi, anche perché il costo è una frazione di quello dei vaccini attualmente in somministrazione, e nel suo caso parliamo di un monodose che potrebbe avere un vantaggio logistico per la distribuzione nei Paesi più poveri.Nel prossimo match dei vaccini resta ancora da capire quale posizione terrà l'Italia: si schiererà con i tedeschi monopolisti o con i francesi e quindi con il mercato? 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In ogni caso il ministro ha ribadito che si tratta di un vaccino «efficace e sicuro, continuiamo a puntarci. L'evidenza scientifica ci ha portato a una raccomandazione di natura anagrafica. Quindi in queste ore il vaccino Astrazeneca è utilizzato sopra i 60 anni e intendiamo continuare a utilizzarlo. I dati che ci arrivano dai territori sono incoraggianti. Chiaramente chi rifiuta questo vaccino va in coda e non ha una possibilità immediata di sostituirlo». Proprio ieri, la Regione Lazio ha deciso di proporre il vaccino Astrazeneca per gli under 60, ma solo a chi si offre volontario. L'obiettivo è «non mandare sprecate le dosi». I volontari con meno di 60 anni che sceglieranno Astrazeneca non dovranno firmare liberatorie aggiuntive oltre al consenso informato che normalmente si sottoscrive al momento della vaccinazione. In Italia oltre 10 milioni di persone hanno ricevuto almeno una dose di un vaccino anti Covid, secondo i dati del ministero della Salute, e hanno quindi una qualche forma di protezione dal coronavirus. Di questi, oltre 4,2 milioni hanno ricevuto anche il richiamo. E ieri è stata raggiunta anche la soglia del 50% con almeno una dose tra gli over 70 (over 80 compresi). Nel report settimanale, diffuso sempre ieri dalla struttura commissariale, si legge che dal 10 al 16 aprile in Italia sono state somministrate 1.749.937 dosi di vaccino anti Covid, per 291.656 dosi al giorno. A oggi sono state iniettate 14.259.835 dosi. Sono 102 i punti vaccinali in più nell'ultima settimana e 843 in più dal 25 febbraio. Sono 2.276 in totale i punti vaccinali attivi. Il 76,09% degli ultraottantenni in Italia ha ricevuto almeno la prima dose del vaccino, ovvero 3.451.064 persone. Ad aver fatto il richiamo è anche il 45,19% della stessa categoria di età. Nella fascia tra i 70 e i 79 anni, il 30,14% ha ricevuto almeno la prima dose e il 3,41% anche la seconda. Le due dosi di vaccino anti Covid sono state somministrate al 76% degli ospiti delle Rsa, al 75,65% dei sanitari e all'1,35% del personale scolastico. La prima dose è stata invece somministrata al 92,38% degli ospiti delle Rsa, al 92,68% del personale sanitario e al 73,55% del personale scolastico. In pole position, sul fronte degli over 80, ci sono le Marche, dove la prima dose è andata al 100% del target, pari a 111.567 persone, mentre prima e seconda dose sono state iniettate al 53,69%. Sul fronte dei vaccinatori, a essere assoldati saranno anche i biologi, le ostetriche e i radiologi. Dopo l'anamnesi da parte di un medico, per loro sarà possibile inoculare le dosi nei laboratori di analisi aderenti alla campagna vaccinale. Lo riferisce il presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Massimiliano Fedriga, che ieri ha firmato assieme a Speranza, un protocollo con l'Ordine nazionale dei biologi e anche con le Federazioni degli ordini della professione di ostetrica e dei tecnici di radiologia medica, delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. «Potranno partecipare alla campagna vaccinale, dopo aver frequentato lo specifico corso dell'Istituto superiore di sanità. Nei protocolli è previsto l'impegno del governo allo stanziamento delle risorse necessarie», ha spiegato Fedriga. Nel frattempo, agli appartenenti alle forze armate non sarà inoculato alcun tipo di vaccino fino a nuova disposizione, per dare priorità alle fasce a rischio indicate dal commissario Francesco Paolo Figliuolo.
Delle due l’una: o gli allarmi sul ritiro degli statunitensi dalla Nato sono esagerati, come sostengono i tedeschi; oppure l’Alleanza atlantica si appresta a suonare le ultime note dell’orchestrina del Titanic. Fonti vicine alla Farnesina, infatti, ci informano che il prossimo 15 luglio, alla faccia delle minacce di Donald Trump, nella suggestiva ambientazione di Villa Miani a Roma, si celebreranno i 75 anni del Nato defense college. Si tratta dell’università militare dell’Organizzazione, fondata nel 1951, quando l’ente aprì i battenti a Parigi; venne trasferito all’Eur nel 1966, in seguito all’uscita della Francia dal Patto atlantico e, da ultimo, nella sede della Cecchignola, dove si trova dal 10 settembre 1999. All’epoca - era il periodo della trionfante campagna in Serbia - alla vicepresidenza del Consiglio c’era Sergio Mattarella, che appena tre mesi dopo l’inaugurazione del centro divenne ministro della Difesa. Anche l’attuale capo dello Stato sarebbe stato invitato all’evento, ma il Quirinale non ne avrebbe ancora confermato la presenza: sembra che il presidente della Repubblica voglia assicurarsi che nella capitale arrivi anche il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte.
Benché il «compleanno» del Defense college cada il 19 novembre, la cerimonia sarebbe stata anticipata. Forse - è un’ipotesi - per consentire di prendervi parte al comandante, il tenente generale danese Max A.L.T. Nielsen, prima che lasci il suo incarico. Ma ciò che sorprende di più, al di là della voglia di festeggiare in un momento del genere, è il conto della cerimonia. Non proprio un budget da ultimi giorni di Pompei. Sarebbe previsto, anzi, un ricevimento sfarzoso, con circa 500 persone, nella incantevole dimora storica dove, nel 2005, tennero il loro banchetto di nozze Francesco Totti e Ilary Blasi. Solo per la location e il catering, la somma si aggirerebbe tra i 200 e i 300.000 euro. E a proposito di orchestrine del Titanic, la Nato non si farà mancare la sua: alla Verità risulta che il simposio sarà allietato dalle note di una banda, ingaggiata con un cachet di circa 40.000 euro. Dopodiché, bisognerà provvedere agli extra: spese di viaggio e alloggi per i tanti convitati stranieri. Secondo le fonti da noi consultate, tutto compreso, potrebbe partire quasi 1 milione. Soldi provenienti dal bilancio Nato, cioè dai contributi degli Stati membri, cioè dalle tasche dei cittadini. I quali, anche per far fronte all’eventuale disimpegno Usa, nei prossimi anni dovranno svenarsi per aumentare la quota degli stanziamenti bellici fino al 5% dei Pil nazionali.
Appunto, delle due l’una: o qualcuno si appresta a suonare la lira sulle ceneri del sodalizio militare, o, in fondo, nessuno crede veramente che la Nato sia ai titoli di coda. Per varie ragioni. Primo, perché a Trump, per sganciarsi, serve un’autorizzazione che difficilmente il Congresso gli accorderebbe. Secondo, perché il parziale smantellamento dei contingenti americani schierati nel Vecchio continente, avviato peraltro da Barack Obama, era previsto da tempo e, almeno nel caso della Germania, coinvolgerebbe una cifra tutto sommato esigua: 5.000 uomini su oltre 35.000. Vista da una prospettiva diversa, sarebbe l’opportunità per costruire quel «pilastro europeo» della Difesa che qui si invoca da anni.
Che le dichiarazioni del tycoon, al di fuori delle stanze della politica e delle redazioni dei giornali, non abbiano innescato una particolare spirale di panico, lo dimostra l’intervista rilasciata ieri a Repubblica dal nostro capo di Stato maggiore, Carmine Masiello: «I fatti», ha spiegato il generale di corpo d’armata, «sono che un mese fa, insieme al comandante delle forze Usa in Europa, ho presieduto un importante convegno sulla sicurezza del fianco Sud […]. Per quanto riguarda gli scambi addestrativi con le unità statunitensi dislocate in Italia, per l’esercito non si registrano modifiche. Al contrario, l’obiettivo condiviso è quello di rafforzare ulteriormente l’interoperabilità». Dello stesso tenore le dichiarazioni del ministro degli Esteri di Berlino, Johann Wadephul: «Non ho alcun dubbio che non vi sarà alcuna riduzione della capacità di deterrenza della Nato in Europa». E se Giorgia Meloni, da Eravan, ci ha tenuto a ribadire che l’Italia ha sempre «mantenuto gli impegni», «anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti», tipo in Afghanistan e in Iraq, così che «alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette», Rutte ha gettato acqua sul fuoco: i Paesi europei, ha garantito, hanno «ascoltato il messaggio» di Trump, recependo la sua «delusione» per il mancato sostegno alla guerra in Iran, e stanno attuando agli accordi in vigore sull’impiego delle basi. Per di più, il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, ha riferito di aver concordato, con il segretario generale, di rafforzare con «nuovi contributi» il Purl, il programma tramite il quale gli Stati del Vecchio continente acquistano armamenti da Washington per poi spedirli a Kiev. Business as usual. La Nato può festeggiare.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La richiesta di maggiore flessibilità, tramite lo scostamento di bilancio, per gestire la crisi energetica, è stata nuovamente messa sul tavolo europeo. Dopo la risposta negativa arrivata durante il vertice di Cipro, in cui il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era speso affinché passasse la linea di scorporare dal calcolo del disavanzo le maggiori spese per l’energia, ieri all’Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari europei, Giancarlo Giorgetti ha rinnovato la richiesta di flessibilità.
Il ministro dell’Economia ha delineato i punti critici dello scenario globale, ovvero «peggioramento delle prospettive di crescita e significativi rischi al ribasso, inflazione in aumento e in prospettiva una stretta monetaria. Pertanto «lo choc energetico causato dalla crisi iraniana richiede una risposta rapida, coordinata e proporzionata da parte dell’Ue». In sostanza, secondo Giorgetti , «la politica “attendere e vedere” è finita, ora è tempo di agire».
Nel suo intervento all’Eurogruppo ha sollecitato l’attivazione di «una clausola di salvaguardia generale a livello Ue per ottenere maggiore spazio di bilancio». E ha sottolineato che «se non si raggiungesse il consenso necessario per questa soluzione, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale». L’intervento sarebbe mirato a comprarti industriali sui quali la crisi ha impattato di più, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico». Questo significa «estendere all’energia le deroghe al Patto di Stabilità già attive per la difesa».
Un consenso generale a una clausola di salvaguardia generale che coinvolga tutta la Ue non pare possibile, poiché, come ribadito più volte dalla Commissione, non vi sono le condizioni per poterla usare dato che la Ue o l’area euro non si trovano in recessione. La seconda è stata utilizzata per la spesa per la difesa, ma l’Italia non l’ha ancora richiesta ancora. Il ricorso «coordinato» alla clausola nazionale (per le spese contro il caro energia) «rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale. Il suo utilizzo sarebbe temporaneo, di portata limitata e mirato ai settori più esposti, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione per il quadro Ue sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico».
Per Giorgetti «le misure dovrebbero rimanere incentrate sull’attenuazione dell’impatto sui settori più colpiti, in particolare agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica, attraverso un sostegno proporzionato e temporaneo».
Ma c’è anche una terza opzione: estendere la clausola per la difesa alle spese per il caro energia «invocando le questioni di sicurezza nazionale già previste nel Temporary framework approvato la settimana scorsa dalla Commissione Ue». Giorgetti ha indicato l’interesse a discutere «misure selettive per l’incremento delle entrate»: l’Italia sostiene l’introduzione a livello Ue di una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, come suggerito insieme a Germania, Portogallo, Austria e Spagna, in una lettera inviata alla Commissione.
Il ministro si è mosso con passi felpati ma decisi. Non una parola di troppo che possa essere interpretata dai mercati come uno strappo rispetto alla linea più volte rimarcata da Bruxelles di non consentire spazi di flessibilità rispetto a quelli già previsti.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, in mattinata era stato più tranciante: «È una questione di sopravvivenza». Se Bruxelles impedisce lo scostamento di bilancio, «sono convinto che il governo porterà all’approvazione del Parlamento, la possibilità di spendere soldi al di là dei vincoli e dei limiti europei per aiutare gli italiani che hanno bisogno». Poi ha ricordato lo sciopero degli autotrasportatori previsto dal 25 al 29 maggio. «Avere per una settimana i camion fermi, vuol dire avere i negozi vuoti, e vuol dire avere l’Italia nel caos. Per cui o Bruxelles mi permette di aiutare questi lavoratori o immagino, lo faremo lo stesso». All’Eurogruppo di ieri sono emerse voci di preoccupazione. Il Portogallo ha detto che è «importante» disporre di «un po' di flessibilità» per poter aiutare i settori «più colpiti» dallo choc energetico. Per il Belgio non ci sono le condizioni per una sospensione del Patto di stabilità. Sulla stessa linea l’Olanda: «Fare più debito non è la soluzione alla crisi dei prezzi dell’energia». La Spagna ha portato la proposta di usare la clausola nazionale che ha permesso ai Paesi Ue di scorporare dal Patto di stabilità le spese per la difesa.
Ursula «spreca» 20 miliardi per l’IA
Automotive, satelliti o intelligenza artificiale, lo schema delle strategie fallimentari dell’Europa si basa su una serie di fattori in comune che spaventano più dei flop stessi. Si parte con un ritardo abissale nel cogliere dove stiano andando l’industria e le nuove tecnologie (basti pensare al gap competitivo rispetto a Starlink), si continua con una corsa sfrenata per metterci in un modo o nell’altro una pezza e si arriva allo spreco di risorse e alla crisi di filiere (emblematica quella dell’automotive) che si traduce immancabilmente in un taglio di posti di lavoro.
L’ultimo esempio è quello dell’IA, dove però il danno è forse ancora rimediabile. O è almeno quanto sperano gli eurodeputati e gli analisti che secondo la ricostruzione di Politico stanno provando a mettere un argine alla furia masochista di Ursula von der Leyen.
Nel disperato tentativo di entrare nella partita che si stanno giocando senza esclusione di colpi Stati Uniti e Cina, il presidente della Commissione vuol costruire delle enormi strutture di analisi dei dati per addestrare modelli di Intelligenza artificiale altrettanto «importanti». L’obiettivo è creare quattro a cinque gigafactory, ciascuna dotata di 100.000 unità di elaborazione grafica (Gpu) per addestrare l’intelligenza artificiale del Vecchio continente. Per raggiungere lo scopo, l’Ue ha stanziato un fondo di 20 miliardi puntando a triplicare la capacità dei data center europei entro il 2030-2032.
C’è qualche problema. Innanzitutto i tempi. A parte l’enorme ritardo già accumulato, infatti, il bando per la presentazione dei progetti è stato rinviato due volte e l’ultimo arco temporale preso in considerazione parla della primavera. Sarà vero?
Quindi, la vera domanda dalla quale sarebbe dovuto partire l’intero progetto: per chi lavorerebbero le mega «fabbriche» che Bruxelles sta così dispendiosamente finanziando? A oggi in Europa mancano campioni nazionali che possano sfruttare l’energia prodotta dalle potenziali nuove centrali. «Non è affatto chiaro quale sia il pubblico di riferimento delle gigafactory», ha evidenziato in un’intervista Nicoleta Kyosovska, assistente di ricerca presso il Centro di studi di politica europea, un think tank con sede a Bruxelles, e coautrice di un rapporto sulle gigafactory dal titolo: Santuari dell’innovazione o cattedrali nel deserto?, «non abbiamo molte aziende che si occupano di Intelligenza artificiale, anzi forse abbiamo solo Mistral».
Mistral AI è una startup francese fondata nell’aprile del 2023 da tre ricercatori: Arthur Mensch, Guillaume Lample, e Timothée Lacroix. Dopo gli studi alla École Polytechnique e le esperienze in Google DeepMind e Meta, i nostri si sono posti l’obiettivo di democratizzare l’intelligenza artificiale attraverso modelli, prodotti e soluzioni open-source. Chapeau. Ma da qui a immaginarli come un’alternativa credibile ai modelli americani come ChatGpt (OpenAI) e Anthropic, che stanno investendo miliardi su miliardi nello sviluppo dei nuovi modelli di IA, ce ne passa.
«Nessuno è stato in grado di spiegarmi», ha evidenziato Sergey Lagodinsky, europarlamentare tedesco dei Verdi, «quale sia il piano aziendale che stanno realizzando per queste gigafactory».
Tant’è che paradossalmente, le nuove fabbriche europee potrebbero finire per accrescere la dipendenza del Vecchio continente dalla tecnologia Usa con l’americana Nvidia che è leader mondiale nella fornitura dei chip Gpu di cui sopra.
Il dubbio è venuto a un gruppo di 18 parlamentari Ue che ha interrogato sul tema la Commissione. Senza ricevere, neanche a dirlo, risposte.
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Giorgia Meloni con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al vertice Epc di Erevan (Getty Images)
Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
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