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2024-02-26
Conti correnti e conti deposito: ecco i più convenienti
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Diciamoci la verità. Cambiare il proprio conto corrente spesso può essere una scocciatura. Eppure, a volte, cambiare può essere vantaggioso. Perché si possono spuntare rendimenti maggiori o anche costi di gestione inferiori.
D’altronde, le norme in materia di trasparenza bancaria sono diventate più rigorose negli ultimi anni e per questo è diventato più facile capire se ci sono dei costi nascosti. Senza considerare che esistono delle piattaforme di comparazione dei costi dei conti correnti che possono guidare con facilità chi è alla ricerca di un nuovo luogo dove depositare i propri risparmi.
Sono tante le variabili da tenere in considerazione quando si sceglie un conto corrente. I costi di apertura, il canone annuo, il pagamento dell’imposta di bolla, se è previsto un numero massimo di operazioni da poter effettuare e quali sono i servizi disponibili e se sono gratuiti o a pagamento.
«Chi è alle prese con la scelta di un conto corrente deve innanzitutto tenere in considerazione le proprie esigenze e, sulla base di queste, identificare il prodotto più adatto alle modalità d’uso desiderate, valutando contestualmente anche i fattori che incidono sui costi. Tra questi, ad esempio, la presenza di un canone fisso, gli eventuali costi connessi alle singole operazioni come prelievi, bonifici e le spese legate alle carte elettroniche collegate», spiegano gli esperti di Facile.it. «Oggi molte operazioni vengono svolte online tramite app ed home banking e quindi potrebbe venir meno la necessità di avere delle filiali fisiche; proprio per questo il suggerimento è di valutare anche gli istituti e i prodotti completamente online e che, molto spesso, offrono alla clientela costi più contenuti se non addirittura azzerati. Altro elemento a cui fare attenzione è l’eventuale remunerazione del conto; alcuni istituti di credito, alla luce dell’aumento dei tassi di interesse, sono tornati a corrispondere un tasso lordo che, in alcuni casi, può addirittura arrivare fino al 4%, rappresentando una valida opzione per coloro che vogliono ottenere un rendimento dalla giacenza media di conto corrente. Chi invece vuole optare per prodotti pensati appositamente per parcheggiare liquidità, può pensare ad un conto deposito; i tassi annui lordi di questi prodotti arrivano fino al 4,25% per quelli non vincolati e al 4,75% per quelli con vincolo».
Secondo i dati forniti alla Verità da Facile.it, tra i conti correnti oggi c’è l’offerta di BBVA tra le più interessanti con un rendimento del 4% lordo senza alcun vincolo. È invece del 3% quello offerto da We Bank. In entrambi i casi l’offerta è valida per tutti i clienti, indipendentemente dall’età del correntista. Nel caso del gruppo spagnolo da poco sbarcato in Italia, anche i bonifici istantanei sono gratuiti, servizio in linea con la direttiva europea che prevede la gratuità obbligatoria di questo servizio per tutti gli istituti che operano nell’Ue.
Per chi non ha problemi a lasciare una certa cifra sul conto per un lungo periodo, ci sono poi i conti deposito. In questi casi, il rendimento cambia in base alla durata dei depositi stessi. Secondo i dati forniti da Facile.it, il Conto Key di Banca Progetto offre fino al 4,75% lordo, valore che scende al 4,5% nel caso in cui il conto sia svincolabile. Ad ogni modo, i rendimenti lordi variano dal 2,3% del conto Scalable Capital con vincolo a 12 mesi fino a un massimo del 4,75% in cinque anni con Banca Progetto. A questi valori, va tolto il 26% per via della tassazione sul Capital Gain.
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Sono tante le variabili da tenere in considerazione quando si sceglie un conto corrente. I costi di apertura, il canone annuo, il pagamento dell’imposta di bolla, se è previsto un numero massimo di operazioni da poter effettuare e quali sono i servizi disponibili e se sono gratuiti o a pagamento.Diciamoci la verità. Cambiare il proprio conto corrente spesso può essere una scocciatura. Eppure, a volte, cambiare può essere vantaggioso. Perché si possono spuntare rendimenti maggiori o anche costi di gestione inferiori. D’altronde, le norme in materia di trasparenza bancaria sono diventate più rigorose negli ultimi anni e per questo è diventato più facile capire se ci sono dei costi nascosti. Senza considerare che esistono delle piattaforme di comparazione dei costi dei conti correnti che possono guidare con facilità chi è alla ricerca di un nuovo luogo dove depositare i propri risparmi. Sono tante le variabili da tenere in considerazione quando si sceglie un conto corrente. I costi di apertura, il canone annuo, il pagamento dell’imposta di bolla, se è previsto un numero massimo di operazioni da poter effettuare e quali sono i servizi disponibili e se sono gratuiti o a pagamento. «Chi è alle prese con la scelta di un conto corrente deve innanzitutto tenere in considerazione le proprie esigenze e, sulla base di queste, identificare il prodotto più adatto alle modalità d’uso desiderate, valutando contestualmente anche i fattori che incidono sui costi. Tra questi, ad esempio, la presenza di un canone fisso, gli eventuali costi connessi alle singole operazioni come prelievi, bonifici e le spese legate alle carte elettroniche collegate», spiegano gli esperti di Facile.it. «Oggi molte operazioni vengono svolte online tramite app ed home banking e quindi potrebbe venir meno la necessità di avere delle filiali fisiche; proprio per questo il suggerimento è di valutare anche gli istituti e i prodotti completamente online e che, molto spesso, offrono alla clientela costi più contenuti se non addirittura azzerati. Altro elemento a cui fare attenzione è l’eventuale remunerazione del conto; alcuni istituti di credito, alla luce dell’aumento dei tassi di interesse, sono tornati a corrispondere un tasso lordo che, in alcuni casi, può addirittura arrivare fino al 4%, rappresentando una valida opzione per coloro che vogliono ottenere un rendimento dalla giacenza media di conto corrente. Chi invece vuole optare per prodotti pensati appositamente per parcheggiare liquidità, può pensare ad un conto deposito; i tassi annui lordi di questi prodotti arrivano fino al 4,25% per quelli non vincolati e al 4,75% per quelli con vincolo».Secondo i dati forniti alla Verità da Facile.it, tra i conti correnti oggi c’è l’offerta di BBVA tra le più interessanti con un rendimento del 4% lordo senza alcun vincolo. È invece del 3% quello offerto da We Bank. In entrambi i casi l’offerta è valida per tutti i clienti, indipendentemente dall’età del correntista. Nel caso del gruppo spagnolo da poco sbarcato in Italia, anche i bonifici istantanei sono gratuiti, servizio in linea con la direttiva europea che prevede la gratuità obbligatoria di questo servizio per tutti gli istituti che operano nell’Ue. Per chi non ha problemi a lasciare una certa cifra sul conto per un lungo periodo, ci sono poi i conti deposito. In questi casi, il rendimento cambia in base alla durata dei depositi stessi. Secondo i dati forniti da Facile.it, il Conto Key di Banca Progetto offre fino al 4,75% lordo, valore che scende al 4,5% nel caso in cui il conto sia svincolabile. Ad ogni modo, i rendimenti lordi variano dal 2,3% del conto Scalable Capital con vincolo a 12 mesi fino a un massimo del 4,75% in cinque anni con Banca Progetto. A questi valori, va tolto il 26% per via della tassazione sul Capital Gain.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
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Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.