Asintomatico fino a un certo punto. Sergio Mattarella lo è stato rispetto al Covid, contratto nel dicembre scorso dopo la prima della Scala. Ma lo è meno riguardo ai due anni (2020-2022) della pandemia, nel mirino della commissione d’inchiesta che il governo di centrodestra più Matteo Renzi intendono varare, con la ferma opposizione del centrosinistra e, dall’altroieri, del Quirinale. L’invasione di campo dell’arbitro lascia stupefatti ma la reazione risulta comprensibile, quasi difensiva. Perché nel periodo sanitario più duro il Colle ha svolto un ruolo da protagonista. E la storia politica del biennio più buio parla anche di lui.
Dal punto di vista istituzionale, Mattarella ha di volta in volta permesso, legittimato, vietato. Con passo felpato e dotandosi di quintali di «moral suasion» (terminologia che manda in visibilio gli esegeti), ma anche con il tempismo e l’autorevolezza di chi indica il percorso. Nel marzo 2020, quando il premier Giuseppe Conte mette l’Italia in quarantena, il Quirinale osserva con distacco la privazione graduale di ogni libertà individuale dei cittadini, la liofilizzazione dei diritti in nome della lotta al contagio. Tutto calato dall’alto con l’uso sproporzionato dei famigerati dpcm, decreti del presidente del Consiglio dei ministri. Conte ne abusa, alla fine saranno 19 più uno stato di emergenza reiterato tre volte. Le inchieste giudiziarie metteranno in luce – soprattutto da parte del ministro della Salute, Roberto Speranza – un utilizzo politico della presunta «evidenza scientifica».
Mattarella lascia fare mentre i dpcm fioccano e il Parlamento viene esautorato dal suo ruolo di rappresentanza democratica. L’ordine costituzionale è sospeso, non era mai accaduto neppure durante il terrorismo. Perfino dal Pd, junior partner del Movimento 5 stelle dominante, partono accuse di «monarchia assoluta». Fino a quando l’allora presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia (emanazione del Colle) dichiara: «Non esiste un diritto speciale per i tempi eccezionali e la Costituzione è la bussola anche per navigare nel mare aperto dell’emergenza». Conte frena e il presidente osserva. Ma è tardi, molto tardi.
Nel febbraio 2021, dopo il crollo del governo Conte 2, si profilano due strade: un esecutivo di larghe intese o le elezioni. Mattarella impedisce quest’ultima via. Motivazioni: la pandemia imperversante e il piano vaccinale in decollo. «Sotto il profilo sanitario i prossimi mesi saranno quelli dove si può sconfiggere il Covid o venirne travolti», spiega mentre il mondo rialza la testa. In realtà elezioni si sono regolarmente già tenute negli Stati Uniti, in Colombia, in Venezuela, in Israele, Giordania, Nuova Zelanda, Serbia, Croazia, Polonia. E le amministrative in Francia. Sì, Francia. Mentre nasce il governo di Mario Draghi si apprestano ad andare alle urne gli inglesi, gli australiani, i messicani, gli argentini. il capo dello Stato spiega: «Occorre un governo nel pieno delle sue funzioni. Nel ritmo frenetico elettorale è pressoché impossibile che si tengano i necessari distanziamenti». Evidentemente i cittadini di Siria, Iraq, Norvegia, Russia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Uganda, Somalia e Germania (sì, Germania) sono ritenuti più adulti degli italiani.
L’esecutivo Draghi vara il famigerato green pass anche per andare a lavorare, passaporto molto più light nelle altre democrazie occidentali. Le libertà costituzionali – delle quali Mattarella è garante – sono di nuovo sospese. Arrivano le bugie governative («Se non ti vaccini, ti ammali, muori»), supportate dal terrorismo mediatico nei confronti di chi semplicemente dubita. Mai il Paese è stato più diviso dai tempi della guerra civile. Il presidente scende in campo con una dichiarazione choc: «Non si invochi la libertà per sfuggire all’obbligo morale della vaccinazione, perché quella invocazione equivale alla licenza di mettere a rischio la salute altrui e la vita altrui», tuona all’Università di Pavia nel settembre 2021. Benzina sul fuoco, è la divisione fra buoni e cattivi. Nei mesi successivi la stessa scienza, fra danni collaterali e studi ex post, arriverà a conclusioni molto meno radicali. Così suona beffarda la sua frase di fine mandato: «Lascio un Paese unito».
Un’Italia che lo ha osservato con fiducia il 6 febbraio 2020 mentre visitava all’Esquilino la scuola più cinese di Roma, come gesto simbolico contro la richiesta dei governatori della Lega di isolare i cinesi di rientro da Wuhan. Allora la preside Manuela Manderlotti disse: «Il presidente ha voluto dare un messaggio di serenità di fronte a timori non giustificati né giustificabili». La sinistra cavalcò quel gesto: «È più contagioso il razzismo del virus». Da lì partirono #Milanononsiferma, #Bergamononsiferma. Neanche il Covid si fermò.
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