Conte in Senato dice no al lockdown mentre prepara la prossima stretta

L'attesa del dpcm è essa stessa il dpcm, e il dpcm della domenica passata è destinato a essere mangiato, anzi divorato, dal dpcm della domenica che sta per arrivare. Nel costante déja vu nel quale siamo immersi, in questo eterno ritorno del sempre uguale, sembra davvero di essere tornati a febbraio e marzo: Palazzo Chigi che orienta la comunicazione, l'assenza di qualunque strategia di medio periodo, il prevalere delle ondate emotive, e - infine - un Parlamento ridotto a luogo di dibattito sterile su eventi e provvedimenti passati anziché essere sede viva di discussione e indirizzo su quelli futuri.
Ieri pomeriggio Giuseppe Conte si è presentato a Palazzo Madama (oggi sarà anche a Montecitorio), e - nell'incredulità generale - ha rifilato ai senatori un riassuntino delle misure già adottate, una specie di stanco e scontato verbale delle cose già decise, e ormai chiaramente superate dal dibattito reale.
Ma, come al solito, ha omesso di compiere un'operazione verità, e cioè di raccontare le spinte in corso verso un nuovo dpcm, che potrebbe essere varato entro domenica prossima, nonostante le smentite semiufficiali che ieri sono state fatte circolare da Palazzo Chigi. Conte è ormai un premier in balia delle circostanze, senza visione: cerca solo di fare surf sulle onde (mediatiche ed emozionali) e di tenersi in piedi come e finché può nella rissa interna alla maggioranza, dove il Pd appare sempre più insofferente nei suoi confronti. Il premier assiste al giro di vite variamente deciso da alcune regioni (Lombardia, Campania, Piemonte, presto anche il Lazio di Nicola Zingaretti), attende ulteriori strette da altri Paesi europei, e poi si prepara, forse tra sabato e domenica, con apparente buon senso, a presentarsi agli italiani come il notaio che prende atto di misure che cercherà di presentare come inevitabili.
A microfoni spenti, esponenti della maggioranza lo raccontano alla Verità, depotenziando la mezza smentita veicolata ieri pomeriggio dalla comunicazione di Palazzo Chigi: la sceneggiatura del film è già scritta, a meno di sorprese. Chiusura molto probabile di palestre e piscine, lasciate in sospeso la scorsa settimana; chiusura nel weekend dei centri commerciali (con l'effetto paradossale di concentrare l'afflusso negli altri cinque giorni); un'altra mazzata a bar e ristoranti sui relativi orari d'apertura; e - dulcis in fundo - un dibattito sul coprifuoco che rischia di diventare surreale, con il Pd che lo vorrebbe generalizzato a livello nazionale dalla serata (dalle 22 o dalle 23) fino alle 5 o alle 6 del mattino, e i grillini che lo accetterebbero ma più compresso nel tempo (dall'una di notte all'alba o qualcosa del genere). Tutte cose - diciamolo chiaramente - inconsistenti dal punto di vista sanitario, ma destinate ad aggravare un quadro economico già devastato.
Il mantra ripetuto da tutti gli esponenti della maggioranza è che tutto ciò servirà a evitare un lockdown totale e indifferenziato: ma, sconnessi come sono dalla vita del Paese e dell'economia reale, non si rendono conto del fatto che l'«effetto lockdown» si sia già pienamente realizzato, tra ristoranti e negozi deserti e un clima di panico che paralizza famiglie e imprese.
Come al solito, ieri al Senato Conte si è autoelogiato: «Voglio sottolineare che nei mesi successivi alla fase più acuta della pandemia non abbiamo mai abbassato la guardia: l'Italia è stata la nazione che per prima con coraggio e determinazione ha deciso di chiudere, e il Paese più prudente anche nelle riaperture. Nonostante i tanti passi in avanti fatti, non potevamo e non dovevamo considerarci in un porto sicuro, mentre il contagio nel mondo si moltiplicava». E ancora: «Siamo consapevoli che ai cittadini chiediamo sacrifici. Ancora una volta siamo costretti a compiere una sofferta operazione. I principi che muovono oggi il governo sono sempre gli stessi, quelli che ci hanno permesso di superare la situazione nel passato: massima precauzione, adeguatezza e proporzionalità».
Quindi la presa d'atto delle scelte regionali: «In questi ultimi giorni e ore, ci sono alcune Regioni che hanno promosso la procedura per venire a misure più restrittive. Si è concluso l'iter della Lombardia ed è in corso quello della Campania e non possiamo escludere ulteriori aggiornamenti».
Poi il tentativo di rassicurazione sul mancato lockdown completo: le scelte compiute nei mesi scorsi «ci consentono, al momento, di evitare chiusure generalizzate e diffuse su tutto il territorio nazionale, di pervenire all'arresto dell'attività produttiva e lavorativa, alla chiusura delle scuole e degli uffici pubblici. Le attività scolastiche continueranno in presenza […] Solo per le scuole secondarie sono previste misure di flessibilità di orari».
Anche la conclusione del premier è parsa ispirata a un grande classico del contismo, e cioè la colpevolizzazione degli italiani: «Bisogna sforzarci tutti a limitare il contagio, limitare gli spostamenti non necessari: se faremo questi sacrifici, eviteremo interventi più gravosi». Come dire: dipende da voi.
Unica assente nel discorso di Conte? Come sempre, l'autocritica. Anzi, ringraziamenti espliciti a Domenico Arcuri, e nessun cenno a ciò che il governo avrebbe dovuto fare e non ha fatto: gare tempestive per incrementare i posti di terapia intensiva, tamponi più numerosi e senza l'umiliazione delle ore di coda, il disastro dei trasporti, il fallimento dell'operazione di tracciamento. Più facile buttare la palla in tribuna e far finta che tutto dipenda dai cittadini.






