La Germania non ha abbastanza volontari: «Forse ci servirà la leva obbligatoria»
Toh: la spontanea adesione al ricostituendo esercito di Germania, che nelle intenzioni del governo di Friedrich Merz - con effetto déjà vu - dovrà diventare il più grande d’Europa, potrebbe aver bisogno di una spintarella: dall’arruolamento volontario si passerebbe alla leva obbligatoria. Come La Verità sospettava già da un annetto.
Toh: la spontanea adesione al ricostituendo esercito di Germania, che nelle intenzioni del governo di Friedrich Merz - con effetto déjà vu - dovrà diventare il più grande d’Europa, potrebbe aver bisogno di una spintarella: dall’arruolamento volontario si passerebbe alla leva obbligatoria. Come La Verità sospettava già da un annetto.
A gettare la maschera, ieri, è stato il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier. «Dubito», ha ammesso, «che la volontarietà sia sufficiente» per alimentare la gioiosa macchina da guerra tedesca. «Se dovesse risultare che il volontariato non sarà sufficiente per raggiungere il numero necessario di soldati», mezzo milione di uomini e donne, «allora il dibattito sul servizio militare obbligatorio tornerà di attualità». «Questa idea non è affatto morta», ha insistito Steinmeier, anche se, per indorare la pillola, ha parlato di un periodo tra sei e dodici mesi che potrebbe essere impiegato non solo con la divisa addosso, ma pure per svolgere «attività nel settore sociale, in ambito culturale o ecologico».
L’escalation è stata repentina. Lo scorso agosto, Berlino aveva annunciato un piano per coscrivere i cittadini proprio nell’eventualità paventata dal presidente della Repubblica: se non si fossero trovati abbastanza giovani bramosi di entrare nella Bundeswehr. Pochi giorni dopo, il ministro per la Famiglia, Karin Prien, si era aggrappata al mantra della parità di genere per precisare che anche il gentil sesso sarebbe stato chiamato a contribuire allo sforzo marziale della nazione. A novembre, l’esecutivo aveva lanciato un questionario per gli arruolabili e riattivato la macchina delle visite di leva. Questo mese, sono arrivati i primi risultati del sondaggio: nonostante fosse obbligatorio, solo il 72% dei diciottenni ha risposto; e meno della metà della platea ha espresso il desiderio di entrare nell’esercito. Ecco spiegata la premura di Steinmeier.
Giusto l’altro ieri, era uscita un’altra notizia clamorosa: dopo mesi di trattative riservate, lo Stato ha raggiunto un accordo per entrare con una quota del 40% nella società francotedesca Knds, che produce carrarmati. Diciamo che un paio di precedenti storici illustra la rilevanza della svolta.
La corsa alle armi di Berlino prosegue nel mezzo di una congiuntura delicata: gli Usa hanno appena ritirato un’intera brigata dall’Europa. Donald Trump ha dato segnali di insofferenza persino nei confronti di Taiwan; figuriamoci quanto gli importa dell’Estonia o della Lituania. Se ha ragione Randall L. Schweller, esponente del realismo offensivo e autore di Broken cycle. World politics in the age of dissent, da poco uscito per Cambridge University Press, siamo nella fase del ciclo storico in cui la potenza dominante, per rallentare il suo declino, si concentra sul consolidamento interno e scarica gli alleati. I Paesi membri della Nato dovranno cercare di rendersi più autonomi. Ma il riposizionamento strategico genera un paradosso, illustrato dall’analisi dell’Economist sul «piano segreto» dell’Europa per rimpiazzare il Patto atlantico a guida statunitense. Tutte le alternative alla Nato, anziché unire, dividerebbero il continente.
Circola l’idea di una coalizione tra baltici e nordici, con dentro la Polonia, che sta spendendo a manetta in armamenti. Questa prima cintura di Stati antirussi dovrebbe poter contare sul supporto di inglesi, francesi e tedeschi, che possiedono forze di dissuasione in quelle aree. Tale nucleo ristretto sarebbe disposto a reagire a un’aggressione di Mosca indipendentemente dal parere del Consiglio Nord Atlantico, l’organo decisionale dell’Alleanza. Un’altra ipotesi tira in ballo la Joint expeditionary force, coalizione di dieci Paesi a trazione britannica, istituita nel 2014 e poi allargata a Svezia e Finlandia, anch’essa svincolata dalla burocrazia dell’articolo 5 Nato. Il problema è che, della Jef, non fanno parte Parigi, Berlino e Varsavia, le altre tre principali potenze militari europee insieme all’Italia. La quale, nondimeno, sembra essere fuori dalle discussioni. Roma ha ribadito che è contraria a una struttura parallela alla Nato; inoltre, i nostri interessi strategici sono collocati più sul fianco Sud che sul fianco Est. E nessuno sta tenendo granché conto del fronte mediterraneo, cruciale per la sicurezza dell’Europa tanto quanto il confine orientale.
La verità è che, tolto il cappello del grande impero, gli Stati di peso paragonabile, ancorché alleati, sono destinati a competere per far inserire in cima alla lista le loro priorità nazionali. Perciò la Nato senza gli Usa rischia di implodere. Primo, perché le mancherebbero capacità cruciali: Pierre Vandier, uno degli alti comandanti dell’Alleanza, a Politico ha detto chiaro e tondo che non si potrà fare a meno dei sistemi di Palantir per la guerra hi-tech. Secondo, perché al posto della coalizione tra pari sotto l’ombrello di una superpotenza, si aprirà una contesa per l’egemonia regionale, già evidente nelle sgomitate tra Francia e Germania. Proprio ieri, Johann Wadephul, ministro degli Esteri tedesco, ha rivendicato le «responsabilità di leadership» del Paese nella Nato. Le cui ambizioni passano per la normalizzazione dell’emergenza. Dietro i 10 miliardi stanziati per la Protezione civile (il rapporto deficit/Pil federale salirà al 3,7%, ben oltre i parametri Ue), fa capolino il dispositivo della mobilitazione totale: Berlino è appena stata teatro di dimostrazioni antiterrorismo, tra manichini «feriti» e cibi da bunker, tipo quelli che il commissario europeo, Hadja Lahbib, brandiva in un infelice video sugli attacchi atomici. Il ministro dell’Interno, Alexander Dobrindt, ha comunicato che saranno riattivate persino le sirene aeree «smontate in questi decenni di pace». La quale - dobbiamo dedurre - è ufficialmente finita.





