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2021-08-31
Consigliere del Pd abbatte il muro dell’omertà sui brogli. «Chi sa, parli»
Giuseppe Paruolo
Non è stata decisamente la strategia migliore, quella che il segretario del Pd Enrico Letta ha deciso di adottare dopo l'esplosione del caso - da noi rivelato e documentato - dei brogli alle primarie per l'elezione del segretario nazionale del 2019 nel comune di Argelato, in provincia di Bologna. Quando l'ex premier e nipote più celebre d'Italia ha optato per minimizzare goffamente l'accaduto, senza respingere le accuse al mittente documentandone la eventuale falsità con una congrua pila di riscontri e introducendo bensì un'inedita formula di prescrizione casereccia basata sul solidissimo concetto giuridico di «acqua passata», non aveva di certo previsto ciò che questa storia avrebbe innescato all'interno del suo partito.
Eppure i segnali di malessere, soprattutto all'ombra delle Due Torri, dove la conflittualità interna era già ai massimi e ora sta deflagrando, visto che l'apparato del partito sta procedendo a un rastrellamento politico casa per casa nei confronti di chi ha osato sostenere alle primarie la renziana Isabella Conti invece dell'allineatissimo e non a caso vincente Matteo Lepore, erano evidenti e solo una visione miopie e ingenua poteva pensare che tutto si estinguesse senza passare per un chiarimento definitivo al cospetto di militanti ed elettori.
Proprio quello che non è avvenuto, col risultato che ora la polvere accumulata sotto il tappeto ai piani alti del Nazareno è diventata una montagna, visibile a tutti, impossibile da negare, e le prese di posizione contro il quartier generale, sempre più nette e clamorose da parte di esponenti dem, aumentano ogni giorno di livello politico e non possono più essere ignorate. Riavvolgiamo doverosamente il nastro per quanti si fossero persi, complici le vacanze, qualche passaggio della vicenda: nel comune di Argelato, in provincia di Bologna, nel 2019 come nel resto d'Italia i militanti del Pd sono chiamati ad eleggere il nuovo segretario nazionale del partito, scegliendo tra l'uscente Maurizio Martina, il favorito Nicola Zingaretti e l'outsider Roberto Giachetti. Registrazioni da noi verificate testimoniano che alcuni dirigenti locali, preso atto della scarsa affluenza al voto, decisero di rimpinguare artificiosamente e illegalmente il numero dei votanti, aggiungendo e firmando 120 schede una volta chiusi i seggi, ripartendoli in percentuali decise a tavolino tra Zingaretti (70%) e Martina (30%).
Una vicenda i cui artefici pensavano non potesse venire a galla, ma che a quanto pare era nota a più di una persona tra chi aveva cercato di fare resistenza o aveva avallato il tutto obtorto collo, e che quando è stata da noi resa nota ha visto avviare, da parte dell'apparato dem, il protocollo fatto di accuse di «strumentalizzazione politica» e di «secondi fini» che viene adottato di consueto in queste occasioni per screditare la controparte.
Il fatto è che Letta & C. non hanno, nemmeno per un istante, pensato a fugare i dubbi sull'accaduto, producendo la evidenze che smentivano le nostre indiscrezioni, e hanno preferito glissare e buttarla in caciara. Se la cosa poteva reggere di fronte alle rimostranze di Giachetti, che ha seguito Matteo Renzi in Italia viva, o di qualche ex-eletto locale senza più voce in capitolo, è ora il caso di chiedersi come i piani alti del Nazareno replicheranno, ad esempio, a uno stimato consigliere regionale emiliano-romagnolo di area cattolica e riformista come Giuseppe Paruolo, che ha affidato al suo sito una serie di riflessioni pacate nei toni ma estremamente incisive nella sostanza, dal titolo significativo di «C'era una volta il Pd».
Nelle sue critiche, Paruolo muove anche dalla poco edificante storia di Argelato e parla di «cupio dissolvi» del Pd bolognese, dove a suo avviso «con la forza si sta spostando l'asse politico nella direzione di una (sedicente) sinistra del nuovo tipo geneticamente modificato». A proposito dell'istituto delle primarie, vanto storico del Pd ma ormai svuotato di ogni valore politico e spesso oggetto di malversazioni da parte dei potentati locali, Paruolo cita l'affaire Argelato e completa l'affondo nei confronti della segreteria nazionale: «La reazione adeguata richiederebbe una immediata verifica dei fatti: se fosse vero», osserva Paruolo, «andrebbero presi immediati provvedimenti; se fosse falso, occorrerebbe reagire con durezza all'infondata illazione. Invece abbiamo assistito ad una difesa d'ufficio a priori, senza alcuna volontà di verificare, e questo lascia francamente imbarazzati. Anche perché le uniche parole che tutti avrebbero voluto sentire è che nessuno ha mai messo schede false nelle urne delle primarie e queste parole non sono state dette. A questo punto», conclude, «sorge il dubbio imbarazzante che i garanti del partito vengano più facilmente mobilitati per perseguitare iscritti innocenti per motivi politici, piuttosto che per appurare fatti che, se veri, getterebbero ombre pesantissime non solo sulle primarie del 2019». Il post reca la data del 28 agosto: per ora dal Nazareno si registra un assordante silenzio.
Montanari trova alleati pacifici: «Ammazzare i fascisti era giusto»
Non chiamateli negazionisti delle foibe: alcuni di loro non negano affatto, semmai celebrano. Le foibe sono esistite, eccome. E furono una gran cosa. A sinistra è una scuola di pensiero molto più diffusa di quanto non si pensi. Negatori e apologeti lavorano del resto in coppia: uno regge, l'altro picchia. E alla fine può persino capitare di vedere un ex deputato tessere l'elogio dell'omicidio politico. Sentite qui che toni ispirati: «Ammazzare migliaia di fascisti durante la seconda guerra mondiale è stato giusto e doveroso, e ci ha restituito la libertà. Il fatto che Giorgia Meloni si scandalizzi per questo, la qualifica per quello che è da sempre. Vorrebbe zittire Montanari, ma dovrebbe imparare a tacere». Parole e musica di Giovanni Paglia, anzi, Paglia Giovanni, come si firma lui su Twitter, che dei due esponenti di Sinistra italiana è quello a cui è toccato fare il vicesegretario, pensa te la sfiga, ma che soprattutto è stato deputato della Repubblica nella scorsa legislatura.
Ora, che la guerra civile tra fascisti e partigiani non sia stata un pranzo di gala, è fuor di dubbio. Sembra tuttavia sfuggire a Paglia Giovanni che molti fascisti furono uccisi non «durante», ma dopo la guerra. E che tra i «fascisti» trucidati con tanto zelo, soprattutto sul confine orientale, c'erano anche donne, anziani, bambini, gente il cui tasso di fascismo era sbrigativamente dedotto dal fatto di essere impiegati comunali, maestre di scuola, preti. Colpisce, inoltre, il tono truculento: a forza di costringersi nella vita di tutti i giorni al linguaggio «inclusivo», appena possono, a sinistra, si lasciano andare. Un po' come quando, nel ventennale del G8 di Genova, a luglio, i centri sociali liguri scesero in piazza con uno striscione recante la scritta «No foibe, no party». Nessun legame con la ricorrenza, solo un riflesso pavloviano, dettato anche dalla certezza dell'impunità: di questa chiara e aperta apologia di reato proclamata ai quattro venti non parlò nessuno. Immaginate che sarebbe successo a parti (e tragedie) invertite. Eppure a Tomaso Montanari, il rettore che sogna di arruolarsi nell'Ozna, la polizia politica di Tito, pare di vivere in pieno Ventennio. Il clamore suscitato dalla sue smargiassate viene costantemente interpretato dallo stesso come una manifestazione di accerchiamento e intimidazione da parte di un ubiquitario fascismo al potere.
Ieri il prof partigiano twittava: «A tutti i fascisti, postfascisti, neofascisti, criptofascisti, filofascisti che oggi, come ogni giorno da una settimana, urlano “dimissioni", rispondo: no. Fatevene una ragione, avete perso: e la Costituzione antifascista protegge le opinioni e l'autonomia delle università». Delle due, però, l'una: o i fascisti hanno perso e vige una Costituzione antifascista, oppure metà dei partiti italiani, parecchi governi recenti, buona parte dell'elettorato, molta stampa italiana attuale è praticamente la riedizione del mussolinismo con altri mezzi. Montanari in compenso ha ottenuto il plauso di uno che, senza tanti complimenti, secondo i canoni dell'antifascismo paranoico potrebbe benissimo essere considerato un gerarca della Milizia, ovvero dal deputato di Forza Italia, Elio Vito. Il quale, nell'ambito di una sua seconda giovinezza social tutta vissuta a colpi di tweet progressisti, ha postato: «Ho 60 anni, una laurea in Sociologia (con grandi proff. A. Signorelli, A. Abbruzzese, E. Amaturo) ma per curiosità politica e culturale ed anche un po' per solidarietà con il prossimo rettore, potrei provare a prendere una seconda laurea all'università per stranieri di Siena, che ne dice Tomaso Montanari?». Per la storia, però, si trovi un prof più bravo.
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Giuseppe Paruolo, eletto in Emilia Romagna, contesta il silenzio sul caso e dice: «Ombre pesantissime, non possiamo ignorarle»L'ex deputato di Sinistra italiana spalleggia il prof che continua a sbraitare sulle foibeLo speciale contiene due articoliNon è stata decisamente la strategia migliore, quella che il segretario del Pd Enrico Letta ha deciso di adottare dopo l'esplosione del caso - da noi rivelato e documentato - dei brogli alle primarie per l'elezione del segretario nazionale del 2019 nel comune di Argelato, in provincia di Bologna. Quando l'ex premier e nipote più celebre d'Italia ha optato per minimizzare goffamente l'accaduto, senza respingere le accuse al mittente documentandone la eventuale falsità con una congrua pila di riscontri e introducendo bensì un'inedita formula di prescrizione casereccia basata sul solidissimo concetto giuridico di «acqua passata», non aveva di certo previsto ciò che questa storia avrebbe innescato all'interno del suo partito.Eppure i segnali di malessere, soprattutto all'ombra delle Due Torri, dove la conflittualità interna era già ai massimi e ora sta deflagrando, visto che l'apparato del partito sta procedendo a un rastrellamento politico casa per casa nei confronti di chi ha osato sostenere alle primarie la renziana Isabella Conti invece dell'allineatissimo e non a caso vincente Matteo Lepore, erano evidenti e solo una visione miopie e ingenua poteva pensare che tutto si estinguesse senza passare per un chiarimento definitivo al cospetto di militanti ed elettori.Proprio quello che non è avvenuto, col risultato che ora la polvere accumulata sotto il tappeto ai piani alti del Nazareno è diventata una montagna, visibile a tutti, impossibile da negare, e le prese di posizione contro il quartier generale, sempre più nette e clamorose da parte di esponenti dem, aumentano ogni giorno di livello politico e non possono più essere ignorate. Riavvolgiamo doverosamente il nastro per quanti si fossero persi, complici le vacanze, qualche passaggio della vicenda: nel comune di Argelato, in provincia di Bologna, nel 2019 come nel resto d'Italia i militanti del Pd sono chiamati ad eleggere il nuovo segretario nazionale del partito, scegliendo tra l'uscente Maurizio Martina, il favorito Nicola Zingaretti e l'outsider Roberto Giachetti. Registrazioni da noi verificate testimoniano che alcuni dirigenti locali, preso atto della scarsa affluenza al voto, decisero di rimpinguare artificiosamente e illegalmente il numero dei votanti, aggiungendo e firmando 120 schede una volta chiusi i seggi, ripartendoli in percentuali decise a tavolino tra Zingaretti (70%) e Martina (30%).Una vicenda i cui artefici pensavano non potesse venire a galla, ma che a quanto pare era nota a più di una persona tra chi aveva cercato di fare resistenza o aveva avallato il tutto obtorto collo, e che quando è stata da noi resa nota ha visto avviare, da parte dell'apparato dem, il protocollo fatto di accuse di «strumentalizzazione politica» e di «secondi fini» che viene adottato di consueto in queste occasioni per screditare la controparte.Il fatto è che Letta & C. non hanno, nemmeno per un istante, pensato a fugare i dubbi sull'accaduto, producendo la evidenze che smentivano le nostre indiscrezioni, e hanno preferito glissare e buttarla in caciara. Se la cosa poteva reggere di fronte alle rimostranze di Giachetti, che ha seguito Matteo Renzi in Italia viva, o di qualche ex-eletto locale senza più voce in capitolo, è ora il caso di chiedersi come i piani alti del Nazareno replicheranno, ad esempio, a uno stimato consigliere regionale emiliano-romagnolo di area cattolica e riformista come Giuseppe Paruolo, che ha affidato al suo sito una serie di riflessioni pacate nei toni ma estremamente incisive nella sostanza, dal titolo significativo di «C'era una volta il Pd».Nelle sue critiche, Paruolo muove anche dalla poco edificante storia di Argelato e parla di «cupio dissolvi» del Pd bolognese, dove a suo avviso «con la forza si sta spostando l'asse politico nella direzione di una (sedicente) sinistra del nuovo tipo geneticamente modificato». A proposito dell'istituto delle primarie, vanto storico del Pd ma ormai svuotato di ogni valore politico e spesso oggetto di malversazioni da parte dei potentati locali, Paruolo cita l'affaire Argelato e completa l'affondo nei confronti della segreteria nazionale: «La reazione adeguata richiederebbe una immediata verifica dei fatti: se fosse vero», osserva Paruolo, «andrebbero presi immediati provvedimenti; se fosse falso, occorrerebbe reagire con durezza all'infondata illazione. Invece abbiamo assistito ad una difesa d'ufficio a priori, senza alcuna volontà di verificare, e questo lascia francamente imbarazzati. Anche perché le uniche parole che tutti avrebbero voluto sentire è che nessuno ha mai messo schede false nelle urne delle primarie e queste parole non sono state dette. A questo punto», conclude, «sorge il dubbio imbarazzante che i garanti del partito vengano più facilmente mobilitati per perseguitare iscritti innocenti per motivi politici, piuttosto che per appurare fatti che, se veri, getterebbero ombre pesantissime non solo sulle primarie del 2019». Il post reca la data del 28 agosto: per ora dal Nazareno si registra un assordante silenzio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/consigliere-del-pd-abbatte-il-muro-dellomerta-sui-brogli-chi-sa-parli-2654843010.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="montanari-trova-alleati-pacifici-ammazzare-i-fascisti-era-giusto" data-post-id="2654843010" data-published-at="1630361835" data-use-pagination="False"> Montanari trova alleati pacifici: «Ammazzare i fascisti era giusto» Non chiamateli negazionisti delle foibe: alcuni di loro non negano affatto, semmai celebrano. Le foibe sono esistite, eccome. E furono una gran cosa. A sinistra è una scuola di pensiero molto più diffusa di quanto non si pensi. Negatori e apologeti lavorano del resto in coppia: uno regge, l'altro picchia. E alla fine può persino capitare di vedere un ex deputato tessere l'elogio dell'omicidio politico. Sentite qui che toni ispirati: «Ammazzare migliaia di fascisti durante la seconda guerra mondiale è stato giusto e doveroso, e ci ha restituito la libertà. Il fatto che Giorgia Meloni si scandalizzi per questo, la qualifica per quello che è da sempre. Vorrebbe zittire Montanari, ma dovrebbe imparare a tacere». Parole e musica di Giovanni Paglia, anzi, Paglia Giovanni, come si firma lui su Twitter, che dei due esponenti di Sinistra italiana è quello a cui è toccato fare il vicesegretario, pensa te la sfiga, ma che soprattutto è stato deputato della Repubblica nella scorsa legislatura. Ora, che la guerra civile tra fascisti e partigiani non sia stata un pranzo di gala, è fuor di dubbio. Sembra tuttavia sfuggire a Paglia Giovanni che molti fascisti furono uccisi non «durante», ma dopo la guerra. E che tra i «fascisti» trucidati con tanto zelo, soprattutto sul confine orientale, c'erano anche donne, anziani, bambini, gente il cui tasso di fascismo era sbrigativamente dedotto dal fatto di essere impiegati comunali, maestre di scuola, preti. Colpisce, inoltre, il tono truculento: a forza di costringersi nella vita di tutti i giorni al linguaggio «inclusivo», appena possono, a sinistra, si lasciano andare. Un po' come quando, nel ventennale del G8 di Genova, a luglio, i centri sociali liguri scesero in piazza con uno striscione recante la scritta «No foibe, no party». Nessun legame con la ricorrenza, solo un riflesso pavloviano, dettato anche dalla certezza dell'impunità: di questa chiara e aperta apologia di reato proclamata ai quattro venti non parlò nessuno. Immaginate che sarebbe successo a parti (e tragedie) invertite. Eppure a Tomaso Montanari, il rettore che sogna di arruolarsi nell'Ozna, la polizia politica di Tito, pare di vivere in pieno Ventennio. Il clamore suscitato dalla sue smargiassate viene costantemente interpretato dallo stesso come una manifestazione di accerchiamento e intimidazione da parte di un ubiquitario fascismo al potere. Ieri il prof partigiano twittava: «A tutti i fascisti, postfascisti, neofascisti, criptofascisti, filofascisti che oggi, come ogni giorno da una settimana, urlano “dimissioni", rispondo: no. Fatevene una ragione, avete perso: e la Costituzione antifascista protegge le opinioni e l'autonomia delle università». Delle due, però, l'una: o i fascisti hanno perso e vige una Costituzione antifascista, oppure metà dei partiti italiani, parecchi governi recenti, buona parte dell'elettorato, molta stampa italiana attuale è praticamente la riedizione del mussolinismo con altri mezzi. Montanari in compenso ha ottenuto il plauso di uno che, senza tanti complimenti, secondo i canoni dell'antifascismo paranoico potrebbe benissimo essere considerato un gerarca della Milizia, ovvero dal deputato di Forza Italia, Elio Vito. Il quale, nell'ambito di una sua seconda giovinezza social tutta vissuta a colpi di tweet progressisti, ha postato: «Ho 60 anni, una laurea in Sociologia (con grandi proff. A. Signorelli, A. Abbruzzese, E. Amaturo) ma per curiosità politica e culturale ed anche un po' per solidarietà con il prossimo rettore, potrei provare a prendere una seconda laurea all'università per stranieri di Siena, che ne dice Tomaso Montanari?». Per la storia, però, si trovi un prof più bravo.
Copiamo, ma solo un po’, dalla cucina cinese che nella nostra città è praticata al massimo livello da dei ragazzi che hanno fatto anni e anni di esperienza nella “città proibita”. Così rubacchiando qualche segreto abbiamo messo a punto una ricettina italo-cinese niente male. Si fa presto a farla, è molto appetitosa, di sicura riuscita ed è proprio di stagione.
Ingredienti – Una confezione di pasta fillo, una decina di asparagi, due cipollotti di Tropea freschi, due carote, 150 gr di provolone dolce o scamorza bianca, 6 cucchiai di olio di semi (girasole alto oleico spremuto a freddo) o di riso, un cucchiaino di peperoncino in polvere, 4 cucchiaini di paprika dolce, un cucchiaio di semini di sesamo, zenzero fresco o sott’aceto 20 gr, sale e salsa di soia qb.
Procedimento – Fate a fettine i cipollotti, tenendo da parte le foglie verdi, a tocchetti fini le carote, a rondelle piccole gli asparagi. Nella wok fate scaldare 3 cucchiai di olio di semi, aggiungete le verdure e fatele andare a fuoco allegro aggiungendo, se serve, un po’ d’acqua. Aggiustate di peperoncino, paprika e zenzero tritate so sottaceto o grattugiato fresco, continuate a stufare le verdure e quando sono quasi cotte aggiungete abbondante salsa di soia, un pizzico di sale, fate tirare e spegnete il fuoco. Fate a tocchetti piccoli il formaggio. Ora prendete un canovaccio pulito e inumiditelo. Prendendo un foglio di carta fillo alla volta piegatelo in due stendetelo sul canovaccio e poi spennellate con un po’ d’acqua tutto il perimetro del rettangolo che avete ottenuto. Sistemate a circa due centimetri dal bordo inferiore e corto del rettangolo di carta fillo una cucchiaiata di verdure poi un po’ di formaggio e arrotolate facendo compiere solo un giro. Ora rincalzate a destra e a sinistra i bordi della pasta fillo ripiegandoli verso l’interno in modo da serrare il fagottino e arrotolate tutto l’involtino. Ripetete l’operazione per tutti i fogli di pasta fillo. Prendete una capace padella, ungetela con l’olio di semi rimasto e adagiate sul fondo gli involtini. Fate prendere colore da una parte e dall’altra e vedrete che diventeranno croccanti. A fuoco spento fate cadere abbondanti semi di sesamo e poi servendo aggiungete la parte verde dei cipollotti tritata finemente come si fa con il prezzemolo. Servite accompagnando con altra salsa di soia a parte. State attenti al sale perché la salsa di soia è sufficientemente sapida.
Come far divertire i bambini – Insegnate loro a chiudere gli involtini
Abbinamento – Abbiamo pensato a un vino “orientale” nel senso che ha avuto fin dal Medioevo rapporti con l’Oriente: la Vernaccia di San Gimignano DOCG. Va bene qualsiasi altro bianco purché ben minerale o semi-aromatico.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me», ha spiegato il Santo Padre. Con rammarico, Leone XIV ha osservato come gran parte del dibattito mediatico si sia concentrato su sterili polemiche: «Ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto». Il Papa ha citato come esempio il suo discorso all’Incontro di preghiera per la pace del 16 aprile, chiarendo che esso «era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Queste precisazioni servono a riaffermare l’identità profonda della sua missione: Leone XIV non viaggia come un attore politico in cerca di scontro, ma come pastore e capo della Chiesa cattolica, giunto in Africa per incoraggiare e accompagnare i fedeli. In questo solco si inserisce la denuncia verso un mondo minacciato da logiche di potere; il Papa ha ribadito che il suo monito contro chi pensa di dominare i popoli non era un attacco personale a Trump, ma un richiamo universale rivolto a chiunque preferisca la violenza e il soggiogamento al servizio del bene comune.
Il legame tra missione spirituale e impegno civile è stato al centro dell’omelia pronunciata all’aeroporto di Yaoundé prima di lasciare il Camerun. Qui il Papa ha ricordato che «la fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli». Per Leone XIV, la fede e la teologia non sono astrazioni lontane dalla realtà, ma dimensioni che devono informare la politica intesa come ricerca della giustizia e dell’ordine sociale. La Chiesa non mira a occupare spazi di potere, ma a formare le coscienze affinché i cristiani, specialmente i laici, possano agire nella sfera pubblica illuminati da criteri morali solidi e razionali.
Il Papa è atterrato in un’Angola dai forti contrasti: se da un lato la capitale Luanda mostra il volto moderno dei grattacieli e del lungomare, dall’altro le sue periferie sono segnate da strade sterrate e una povertà estrema, dove la popolazione vive di piccoli espedienti. In questo contesto, la Chiesa angolana opera come «terra di missione», occupandosi di istruzione e assistenza in quartieri dove spesso mancano infrastrutture e servizi.
Accolto dal presidente João Manuel Gonçalves Lourenço, Leone XIV ha poi rivolto alle autorità un discorso denso di speranza e avvertimenti. Ha elogiato la gioia del popolo angolano, definendola una virtù «politica»; ha denunciato con forza la «logica estrattivistica» che alimenta modelli di sviluppo escludenti e causa catastrofi sociali. Infine, ha rivolto un appello alla classe dirigente affinché non tema il dissenso e sappia trasformare i conflitti in percorsi di rinnovamento, mettendo il bene comune sopra gli interessi di parte.
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Matteo Salvini alla manifestazione dei Patrioti a Milano (Ansa)
A Milano, sotto la Madonnina, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha provato a dare alla piazza dei Patrioti un respiro più largo della sola battaglia sull’immigrazione, incorniciando la manifestazione dentro una critica complessiva a Bruxelles, alle sue politiche economiche, energetiche e militari.
Dal palco di piazza Duomo, il ministro ai Trasporti ha attaccato la linea europea sulla crisi energetica, accusando l’Ue di voler affrontare l’emergenza con «un nuovo lockdown» e sostenendo che, per reagire davvero, bisogna prima di tutto sospendere le regole del Patto di stabilità e permettere di usare «i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Salvini ha richiamato anche le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini («Bisogna cambiare chi governa questa Europa») per rafforzare l’idea di una rottura ormai necessaria con l’attuale classe dirigente europea. Da qui la proposta politica più netta: se gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano commercio e acquisto di petrolio russo, allora deve farlo anche Bruxelles. «Se lo fanno a Washington, lo devono fare anche a Bruxelles», ha detto, rilanciando la richiesta di tornare a prendere gas e petrolio da tutto il mondo, «Russia compresa», pur di non chiudere scuole, fabbriche e ospedali e non scaricare la crisi su famiglie e imprese.
Nello stesso passaggio Salvini ha confermato anche il suo no all’esercito europeo e ha attaccato Commissione europea e Fondo monetario internazionale, definiti una «accoppiata malefica». Piazza Duomo è gremita, ci sono almeno 10.000 persone. «Più di quante ci aspettavamo», dicono gli organizzatori. Ci sono anche storici leghisti come Roberto Calderoli, che compie 70 anni, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga.
Ma quel quadro economico e geopolitico serviva in realtà a introdurre il cuore ideologico della manifestazione: la convinzione, ripetuta in forme diverse da quasi tutti gli ospiti, che l’Europa stia vivendo una crisi di civiltà e che il punto da cui ripartire sia la difesa della propria identità storica e cristiana contro l’immigrazione di massa, contro l’islam politico e contro il progressismo culturale che avrebbe disarmato il continente. La piazza dei Patrioti ha tenuto insieme tutto questo, trasformando l’area davanti al Duomo in una vetrina europea della destra sovranista e identitaria, dove ogni intervento ha aggiunto un tassello a una stessa narrazione.
Il ministro Giuseppe Valditara ha dato a questo impianto la forma più istituzionale. Ha parlato dell’«orgoglio di una patria», della sua difesa come «sacro dovere» e di un «sano patriottismo» distinto dal nazionalismo aggressivo. Poi ha legato il tema dell’integrazione al rispetto delle leggi e delle regole, fino all’attacco contro schwa, asterischi e generi neutri, giudicati un’offesa alla dignità di uomini e donne. Il giornalista Mario Giordano ha usato, invece, il registro più duro e polemico. Ha contestato la retorica dell’immigrazione come risorsa, l’ha definita un vantaggio per trafficanti, mafie e per il «business della solidarietà», e ha parlato dell’Europa cristiana come di una civiltà che non può accettare la sostituzione delle sue chiese e dei suoi simboli con moschee e sharia. Geert Wilders ha costruito tutto il suo intervento nel nome di Oriana Fallaci, presentata come la voce che aveva capito tutto con decenni di anticipo. Ha parlato di città europee ormai divise in «città nella città» governate dal Corano, ha evocato la jihad come minaccia e ha chiuso con il doppio richiamo alla Fallaci e a Giovanni Paolo II, trasformando la sua presenza in un manifesto di resistenza identitaria. Tom Van Grieken ha parlato di un’Europa che si sta spegnendo e ha citato Milano come città dove una giovane donna ha paura a tornare a casa da sola. Andrej Babiš ha insistito su confini e sovranità, Jordan Bardella ha richiamato le radici comuni di Francia e Italia annunciando che, alle prossime presidenziali, Emmanuel Macron sarà spazzato via dal Rassemblment National; Martin Helme ha denunciato l’Europa delle interferenze contro i governi sovranisti, mentre Afroditi Latinopoulou ha liquidato la sinistra come «un cancro».
A tirare le somme è stato ancora Salvini, che ha parlato dei Patrioti come di «una famiglia», ha ricordato Umberto Bossi e salutato Viktor Orbán. Ma il punto finale non era l’Europa astratta: era Milano, vera protagonista implicito della giornata, raccontata dalla destra come città insicura, snaturata e ostaggio del degrado. I segnali si erano visti già nel corteo partito da Porta Venezia, tra slogan come «Europa cristiana, mai musulmana», attacchi a Von der Leyen e il passaggio davanti a Palazzo Marino, quando Alessandro Corbetta aveva lanciato dal megafono il suo «un bel saluto a Beppe Sala». Da lì in poi, lo scontro con l’amministrazione milanese è entrato nel cuore del comizio. Salvini ha attaccato «certa sinistra che ha l’aggettivo democratico nel nome», ha salutato polemicamente «il sindaco Sala e i centri sociali» e nel finale dal palco è stato scandito il coro «Sala, Sala, vaffanculo». La chiusura è stata netta: «Da milanese, non mi basterà vincere le elezioni politiche». Il vero obiettivo, ha detto, è tornare a vincere le comunali e governare Palazzo Marino dopo 15 anni.
Vandalismi e bottigliate agli agenti. Triste show dei fan dei clandestini
Scene di ordinaria follia cadenzate da momenti in cui la tensione e la preoccupazione hanno raggiunto l’apice. Atti vandalici contro le forze dell’ordine, lancio di bottiglie, di fumogeni, scritte oltraggiose contro il vicepremier Matteo Salvini e contro la polizia. È questo il triste bilancio dello «scontro» tra i manifestanti di area antagonista e le forze dell’ordine, avvenuto nel corso del corteo contro il raduno dei Patrioti europei in corso in piazza Duomo.
Tre contro-manifestazioni hanno preso il via ieri per «bloccare» l’iniziativa della Lega in piazza Duomo partendo da tre luoghi diversi per poi confluire in un unico punto. Ma sin dai primi istanti si è registrata un’escalation della tensione. In particolare, all’angolo tra via Mascagni e via Visconti di Modrone, i manifestanti, oltre 500, hanno proseguito dritto verso il centro, in largo Toscanini, blindato con i mezzi alari. A un certo punto, gli antagonisti in testa, incappucciati e coperti da un lungo striscione protettivo con scritto «Ieri partigiani oggi antifascisti», hanno lanciato fumogeni e bottiglie di vetro contro le forze dell’ordine, inneggiando cori contro la polizia. Gli agenti sono riusciti a bloccare oltre 100 manifestanti soltanto con gli idranti. Loro, intanto, proseguivano urlando «Servi dello Stato» e «Fuori i fascisti da Milano».
Ma le tensioni non sono finite. Infatti, dietro uno striscione rinforzato, un gruppo formato da militanti dei centri sociali Lambretta e Zam ha cercato in ogni modo di avvicinarsi allo sbarramento che si trovava in via Borgogna ,all’altezza di piazza San Babila. I manifestanti hanno iniziato a lanciare petardi e fumogeni in direzione delle barriere mobili e dei mezzi blindati. Diversi i cori di insulti alle forze dell’ordine intonati durante i cortei. Il momento di tensione è durato qualche minuto prima che il serpentone ripartisse su via Visconti di Modrone. Dopo il collegamento avvenuto davanti al tribunale di Milano, i manifestanti hanno raggiunto la biblioteca Sormani. Subito dopo hanno fatto una sosta e alcuni attivisti hanno lanciato messaggi di dissenso con il megafono. E sui muri dei palazzi che si affacciano sulle vie attraversate dal corteo, sono apparse alcune scritte ingiuriose nei confronti del ministro Salvini e anche contro la polizia, frasi del tipo «Salvini appeso» e «celerini lapidati».
Tutto è iniziato nelle prime ore del pomeriggio di ieri quando i manifestanti si sono dati appuntamento in tre punti diversi della città. All’altezza del palazzo di giustizia, gli antagonisti si sono uniti con i collettivi studenteschi e con i gruppi pro Pal, partiti da luoghi diversi. Il primo, in arrivo da piazza Cinque giornate, si è mosso intorno alle 14 da piazza Lima, formato da centinaia di esponenti dei centri sociali, collettivi studenteschi, Avs e Rifondazione comunista, oltre allo spezzone pro Pal che si era ritrovato in piazza Argentina. I manifestanti, in totale, sono stati circa 10.000. Il secondo corteo, in cui sfilava l’ala antagonista, era partito invece da piazza Tricolore poco prima delle 15. Dopo aver percorso via Mascagni, i manifestanti hanno proseguito su via Borgogna, bloccata dai mezzi alari del reparto mobile di Milano. Ed è stato in quel momento che sono esplose le tensioni con le forze dell’ordine con lanci di fumogeni e bottiglie. La polizia aveva predisposto un cordone con le camionette per evitare che potessero proseguire su corso Venezia e avvicinarsi a piazza Duomo. Il gruppo avrebbe poi dovuto raggiungere viale Majno, ma alcuni manifestanti hanno dato vita a un «contro cordone» all’inizio di corso Venezia. A quel punto, qualcuno ha esploso dei fuochi d’artificio, altri hanno iniziato a scrivere sull’asfalto con bombolette di spray rosso con frasi come «Milano antifascista». Poi tutto è ripreso senza disordini e il corteo ha raggiunto corso di Porta Vittoria, dove si è unito all’altro gruppo di manifestanti. Verso le 18.30, in piazza Medaglie d’Oro è giunto anche lo spezzone pro Pal. I tre cortei si sono ricomposti in un blocco unico. Davanti a Palazzo di giustizia, i manifestanti hanno scritto «Salvini ti vogliamo qui» e «Solo sì è sì», con riferimento al Ddl Bongiorno. Gli attivisti, prima di lasciare la piazza, hanno fatto sentire la loro voce: «Abbiamo bloccato la città, siamo tutti antifascisti», hanno detto al megafono.
Alla fine, hanno lanciato anche l’appuntamento con il corteo per il 25 aprile: «Ci vediamo tutti in piazza perché Milano, oggi più che mai, ha bisogno di partigiani e partigiane».
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