Consigliere del Pd abbatte il muro dell’omertà sui brogli. «Chi sa, parli»
  • Giuseppe Paruolo, eletto in Emilia Romagna, contesta il silenzio sul caso e dice: «Ombre pesantissime, non possiamo ignorarle»
  • L’ex deputato di Sinistra italiana spalleggia il prof che continua a sbraitare sulle foibe

Lo speciale contiene due articoli

Non è stata decisamente la strategia migliore, quella che il segretario del Pd Enrico Letta ha deciso di adottare dopo l’esplosione del caso – da noi rivelato e documentato – dei brogli alle primarie per l’elezione del segretario nazionale del 2019 nel comune di Argelato, in provincia di Bologna. Quando l’ex premier e nipote più celebre d’Italia ha optato per minimizzare goffamente l’accaduto, senza respingere le accuse al mittente documentandone la eventuale falsità con una congrua pila di riscontri e introducendo bensì un’inedita formula di prescrizione casereccia basata sul solidissimo concetto giuridico di «acqua passata», non aveva di certo previsto ciò che questa storia avrebbe innescato all’interno del suo partito.

Eppure i segnali di malessere, soprattutto all’ombra delle Due Torri, dove la conflittualità interna era già ai massimi e ora sta deflagrando, visto che l’apparato del partito sta procedendo a un rastrellamento politico casa per casa nei confronti di chi ha osato sostenere alle primarie la renziana Isabella Conti invece dell’allineatissimo e non a caso vincente Matteo Lepore, erano evidenti e solo una visione miopie e ingenua poteva pensare che tutto si estinguesse senza passare per un chiarimento definitivo al cospetto di militanti ed elettori.

Proprio quello che non è avvenuto, col risultato che ora la polvere accumulata sotto il tappeto ai piani alti del Nazareno è diventata una montagna, visibile a tutti, impossibile da negare, e le prese di posizione contro il quartier generale, sempre più nette e clamorose da parte di esponenti dem, aumentano ogni giorno di livello politico e non possono più essere ignorate. Riavvolgiamo doverosamente il nastro per quanti si fossero persi, complici le vacanze, qualche passaggio della vicenda: nel comune di Argelato, in provincia di Bologna, nel 2019 come nel resto d’Italia i militanti del Pd sono chiamati ad eleggere il nuovo segretario nazionale del partito, scegliendo tra l’uscente Maurizio Martina, il favorito Nicola Zingaretti e l’outsider Roberto Giachetti. Registrazioni da noi verificate testimoniano che alcuni dirigenti locali, preso atto della scarsa affluenza al voto, decisero di rimpinguare artificiosamente e illegalmente il numero dei votanti, aggiungendo e firmando 120 schede una volta chiusi i seggi, ripartendoli in percentuali decise a tavolino tra Zingaretti (70%) e Martina (30%).

Una vicenda i cui artefici pensavano non potesse venire a galla, ma che a quanto pare era nota a più di una persona tra chi aveva cercato di fare resistenza o aveva avallato il tutto obtorto collo, e che quando è stata da noi resa nota ha visto avviare, da parte dell’apparato dem, il protocollo fatto di accuse di «strumentalizzazione politica» e di «secondi fini» che viene adottato di consueto in queste occasioni per screditare la controparte.

Il fatto è che Letta & C. non hanno, nemmeno per un istante, pensato a fugare i dubbi sull’accaduto, producendo la evidenze che smentivano le nostre indiscrezioni, e hanno preferito glissare e buttarla in caciara. Se la cosa poteva reggere di fronte alle rimostranze di Giachetti, che ha seguito Matteo Renzi in Italia viva, o di qualche ex-eletto locale senza più voce in capitolo, è ora il caso di chiedersi come i piani alti del Nazareno replicheranno, ad esempio, a uno stimato consigliere regionale emiliano-romagnolo di area cattolica e riformista come Giuseppe Paruolo, che ha affidato al suo sito una serie di riflessioni pacate nei toni ma estremamente incisive nella sostanza, dal titolo significativo di «C’era una volta il Pd».

Nelle sue critiche, Paruolo muove anche dalla poco edificante storia di Argelato e parla di «cupio dissolvi» del Pd bolognese, dove a suo avviso «con la forza si sta spostando l’asse politico nella direzione di una (sedicente) sinistra del nuovo tipo geneticamente modificato». A proposito dell’istituto delle primarie, vanto storico del Pd ma ormai svuotato di ogni valore politico e spesso oggetto di malversazioni da parte dei potentati locali, Paruolo cita l’affaire Argelato e completa l’affondo nei confronti della segreteria nazionale: «La reazione adeguata richiederebbe una immediata verifica dei fatti: se fosse vero», osserva Paruolo, «andrebbero presi immediati provvedimenti; se fosse falso, occorrerebbe reagire con durezza all’infondata illazione. Invece abbiamo assistito ad una difesa d’ufficio a priori, senza alcuna volontà di verificare, e questo lascia francamente imbarazzati. Anche perché le uniche parole che tutti avrebbero voluto sentire è che nessuno ha mai messo schede false nelle urne delle primarie e queste parole non sono state dette. A questo punto», conclude, «sorge il dubbio imbarazzante che i garanti del partito vengano più facilmente mobilitati per perseguitare iscritti innocenti per motivi politici, piuttosto che per appurare fatti che, se veri, getterebbero ombre pesantissime non solo sulle primarie del 2019». Il post reca la data del 28 agosto: per ora dal Nazareno si registra un assordante silenzio.

Da non perdere

Attentato a Ranucci, quattro arresti
Video

Attentato a Ranucci, quattro arresti

Fermati i presunti autori dell’assalto dinamitardo contro il conduttore di «Report». Di origine campana, avrebbero operato su commissione in cambio di migliaia di euro.

Lo scoop della «Verità» inguaia Conte
Inchieste

Lo scoop della «Verità» inguaia Conte

Quasi amici. Anzi, no: proprio amici amici. Lo dice Domenico Arcuri, ex commissario straordinario durante l’emergenza Covid, a proposito di Giuseppe Conte, commissario che indaga sulla gestione dell’emergenza Covid. Vi pare un’anomalia o quanto meno una frequentazione poco opportuna? Può…