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2025-05-10
Patto Americhe-Curia e regia yankee. Così è nata l’elezione lampo di Leone
I cardinali Timothy Dolan e Blase Cupich (Ansa)
«Chi entra da Papa esce cardinale». L’antico adagio, che non sempre ha funzionato, nel conclave che ha eletto papa Leone XIV, cardinale Robert Francis Prevost, ha, invece, fatto il suo dovere. Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, infatti, era entrato nella Cappella Sistina con i favori del pronostico, con anche l’endorsement di sen sfuggito al cardinale decano Giovanni Battista Re, che gli aveva fatto gli auguri «doppi» consegnati al segno della pace della Missa pro eligendo pontifice. Ma appunto è uscito cardinale.
All’opposto il porporato Robert Francis Prevost, prefetto al Dicastero dei vescovi dal 2023, era entrato in conclave come candidato di seconda fila, non troppo considerato nel borsino dei papabili, sovrastato da altri candidati come il cardinale marsigliese Jean Marc Aveline, il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, gli asiatici filippini Antonio Tagle, un po’ decaduto, e Pablo Virgilio David, entrato, invece, in forte ascesa dalle congregazioni generali.
L’elezione a sorpresa alla quarta votazione propone una riflessione. Evidentemente il cardinale di seconda fila Robert Prevost non era proprio così indietro, ma deve aver già avuto un blocco di voti considerevole alla prima votazione. E d’altra parte il favorito Parolin deve avere avuto un blocco di voti che non cresceva nella seconda e nella terza votazione. Così il pranzo di giovedì 8 maggio a Casa Santa Marta deve aver portato consiglio, perché subito, con la prima votazione del pomeriggio, la quarta in totale, c’è stata la fumata bianca.
Secondo le ricostruzioni che avevano preceduto l’ingresso nella Sistina ci sarebbe stato un blocco di 40-50 voti, diplomatici e parte dei curiali, qualche italiano, che era attribuito al cardinale Parolin, poi un blocco minoritario attribuibile ai cosiddetti conservatori, che sarebbero dovuti confluire sul cardinale ungherese Peter Erdo, infine, le candidature della parte più liberal del collegio, vale a dire il francese Aveline, il filippino David e altri candidati, come anche il cardinale Pizzaballa, che raccoglievano consensi trasversali e minori. In realtà alcune voci affermano che il cardinale Prevost, che avrebbe colpito molto con il suo discorso alle congregazioni, è entrato forte di un considerevole pacchetto di voti, che gli sarebbero provenuti dai cardinali sudamericani e dalle porpore americane. Non solo i cardinali liberal Blase Cupich e Joseph William Tobin, ma anche dal cardinale di New York, Timothy Dolan, dal cardinale Daniel DiNardo e anche, da notare, dal cardinale Raymond Burke. I cardinali americani e sudamericani insieme fanno un blocco potenziale di 37 voti. Cioè circa quelli con cui si sarebbe presentato lo stesso Parolin. Con un dettaglio: non è affatto escluso che il gruppo di cardinali conservatori, che in tutto poteva valere intorno ai 20-25 voti, abbia virato quasi subito sullo stesso Prevost, lasciando decadere la candidatura Erdo. In questo modo nessun candidato dell’ala più liberal, che sosteneva potenzialmente i cardinali Aveline e David, avrebbe mai potuto pensare di raccogliere voti sufficienti.
Anche per Parolin la situazione era in stallo e lo stesso cardinale avrebbe quindi fatto confluire i suoi voti verso il cardinale Prevost. Alla quarta votazione i giochi erano già fatti, superando il quorum di 89 voti. La novità forte quindi sarebbe stata l’alleanza degli americani verso il loro connazionale, che aveva il favore dei sudamericani per la sua lunghissima esperienza in Perù. La regia a stelle e strisce supera così ogni tentativo di incasellare la Chiesa dentro le categorie politiche se, come si vocifera, la regia di questa candidatura sarebbe avvenuta con la collaborazione di due cardinali come Dolan e Cupich, considerati all’opposto rispetto all’attuale amministrazione Trump. Ma avere un candidato americano, peraltro con un profilo culturale e religioso altissimo come quello di Prevost, uomo di grande equilibrio, un «centrista» compassionevole e di fede provata, ha dato la spinta decisiva.
Peraltro il cardinale Dolan ieri pomeriggio ha fatto un post su X estremamente significativo circa la sua benedizione al conclave che ha eletto Leone XIV: «Sono onorato, come discepolo di Gesù Cristo, come sacerdote, vescovo e cardinale, di averne fatto parte in modo significativo. È un grande momento di euforia, speranza e promessa per la Chiesa!».
Inoltre, anche alla Santa Sede avere come amica una chiesa generosa come quella americana male non fa, visti i conti in rosso. I post su X di Prevost contro l’interpretazione dell’ordo amoris agostiniano del vicepresidente JD Vance nel contesto delle politiche migratorie dell’amministrazione Trump sono quasi scontati e non devono essere assolutizzati, peraltro il cardinale Prevost risulta ancora oggi iscritto ai fini del voto nelle liste elettorali del partito repubblicano. E nel 2016 non risparmiava nemmeno di ritwittare un articolo della Catholic news agency che attribuiva la sconfitta di Hillary Clinton alla «posizione estremista del partito (dem, ndr) sull’aborto». Insomma, incasellare troppo facilmente papa Leone XIV è un’operazione rischiosa, anche perché lo stile e la forma di Prevost diventano sostanza e confermano quello che più volte abbiamo rilevato, ossia che il collegio cardinalizio fosse alla ricerca di un profilo «moderato», capace di garantire unità nella Chiesa e un governo equilibrato.
Se i cardinali statunitensi abbiano, come sembra, fatto da regia per questa candidatura non dovrebbe dispiacere nemmeno all’amministrazione Trump, che sulla pace sa che potrà contare ancora su un alleato importante. Inoltre avere un Papa americano, sebbene non certo prono, significa per il presidente avere un’espansione dell’influenza Usa in ambiti prima abbastanza impervi.
Prima mossa: incarichi confermati
Benché la talare bianca di Leone XIV venga già tirata a destra e a manca, e va detto, soprattutto a manca, la sua linea di «equilibrio» e pacatezza agostiniana sembra confermarsi ogni giorno di più. Infatti un comunicato ufficiale pubblicato ieri dal Vaticano afferma che «Sua Santità Leone XIV» ha espresso la volontà «che i capi e i membri delle istituzioni della Curia romana», come pure i «segretari» e lo stesso «presidente della pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano», restino «al loro posto». Ovvero «proseguano», provvisoriamente, «nei rispettivi incarichi donec aliter provideatur». Fino a quando cioè, non sarà disposto diversamente.
La locuzione latina è certo rituale e consolidata, ma mostra che la pacatezza del pontefice novello e del suo ricercato «equilibrio» non è una mera interpretazione dei giornalisti più attenti, ma forse la «cifra» stessa del pontificato.
Del resto, continua nella stessa logica il comunicato vaticano, il «Santo Padre» desidera «riservarsi un certo tempo per la riflessione, la preghiera e il dialogo», prima di «qualunque nomina o conferma definitiva». A questo punto si potrebbe, volendo, contrapporre questa modalità di «giurisdizione orante» di Leone, a un certo decisionismo rude di Francesco, il quale più di una volta ha fatto parlare i critici - in questo caso presenti sia tra i conservatori che tra i progressisti - di «arbitrio» e perfino di «mancato rispetto del diritto canonico».
In ogni caso, gli osservatori più scrupolosi e meno ideologicamente orientatati hanno già notato questa cifra in una serie di elementi sparsi che ormai iniziano a essere vari e convergenti. Ne citiamo alcuni, tutti occorsi nelle prime 24 ore di un papato che sembra fare della «moderazione» - che non è moderatismo - la sua «forza» e la sua «profezia».
Se il pontefice non si è chiamato con il nome del predecessore, scelta da moltissimi data per scontata e auspicata con tutte le forze, è anche vero che Francesco è stato l’unico predecessore che Leone ha citato durante il primo discorso da Papa. Come a dire: discontinuità sì, ma tenue e indolore.
Nella stessa occasione se Leone ha citato, en passant, la bergogliana «sinodalità», è anche vero che ha tenuto un discorso che sarebbe potuto uscire sia dalla bocca di Benedetto XVI che da quella di Giovanni Paolo II. E questo per il riferimento «devoto» e piuttosto avversato dalla «teologia adulta» alla Madonna di Pompei, ma anche per la recita dell’Ave Maria. Che non è l’evangelico Padre nostro, comune ai cristiani non cattolici, ma la preghiera identitaria del cattolico romano. Idem per la cristallina fede «cristocentrica» su cui Leone intende fondare la «pace nel mondo».
Stesso bilanciamento nella prima omelia di Leone XIV tenuta ieri mattina alla presenza dei cardinali. Il tono era colloquiale, benevolo, fraterno e diciamo pure «alla papa Francesco». Ma il contenuto è parso simile ai discorsi di Joseph Ratzinger sulla «dittatura del relativismo» e l’«autosecolarizzazione della Chiesa».
Alla luce di queste parole, l’aver rinviato la nomina dei capi dicastero, in primis di quelli che presiedono la Segreteria di Stato, nelle mani del cardinal Pietro Parolin e dirigono la Dottrina della fede, tenuta dal discusso cardinal Víctor Manuel Fernández, sembra confermare la linea che stiamo tratteggiando. Ovvero quella di un equilibrio che si fa realismo e tiene conto della situazione concreta della Chiesa e del mondo e dei rapporti di forze. Ma non per questo tende alla sottomissione della Chiesa al mondo, come sarebbe stato nei sogni di molti «profeti» del progressismo, i cui nomi sono noti e celebrati dai media. Costoro, immaginando un Francesco 3.0 (a esclusione cioè dell’asse morale che invece è stato tutelato da Bergoglio) avevano in mente un Papa che togliesse, e da subito, ogni frizione tra il Vangelo e il pensiero dominante.
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Prevost è entrato forte in Sistina, rimanendo coperto. A differenza del favorito Parolin, che non è decollato. Il Segretario si è scansato, ma decisivo è stato l’asse trasversale dei porporati Usa e il sostegno dei latinos.Il nuovo pontefice lascia provvisoriamente al loro posto tutti i vertici delle istituzioni vaticane. E indica uno stile. In primo piano ci sono «riflessione, preghiera e dialogo».Lo speciale contiene due articoli.«Chi entra da Papa esce cardinale». L’antico adagio, che non sempre ha funzionato, nel conclave che ha eletto papa Leone XIV, cardinale Robert Francis Prevost, ha, invece, fatto il suo dovere. Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, infatti, era entrato nella Cappella Sistina con i favori del pronostico, con anche l’endorsement di sen sfuggito al cardinale decano Giovanni Battista Re, che gli aveva fatto gli auguri «doppi» consegnati al segno della pace della Missa pro eligendo pontifice. Ma appunto è uscito cardinale.All’opposto il porporato Robert Francis Prevost, prefetto al Dicastero dei vescovi dal 2023, era entrato in conclave come candidato di seconda fila, non troppo considerato nel borsino dei papabili, sovrastato da altri candidati come il cardinale marsigliese Jean Marc Aveline, il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa, gli asiatici filippini Antonio Tagle, un po’ decaduto, e Pablo Virgilio David, entrato, invece, in forte ascesa dalle congregazioni generali. L’elezione a sorpresa alla quarta votazione propone una riflessione. Evidentemente il cardinale di seconda fila Robert Prevost non era proprio così indietro, ma deve aver già avuto un blocco di voti considerevole alla prima votazione. E d’altra parte il favorito Parolin deve avere avuto un blocco di voti che non cresceva nella seconda e nella terza votazione. Così il pranzo di giovedì 8 maggio a Casa Santa Marta deve aver portato consiglio, perché subito, con la prima votazione del pomeriggio, la quarta in totale, c’è stata la fumata bianca.Secondo le ricostruzioni che avevano preceduto l’ingresso nella Sistina ci sarebbe stato un blocco di 40-50 voti, diplomatici e parte dei curiali, qualche italiano, che era attribuito al cardinale Parolin, poi un blocco minoritario attribuibile ai cosiddetti conservatori, che sarebbero dovuti confluire sul cardinale ungherese Peter Erdo, infine, le candidature della parte più liberal del collegio, vale a dire il francese Aveline, il filippino David e altri candidati, come anche il cardinale Pizzaballa, che raccoglievano consensi trasversali e minori. In realtà alcune voci affermano che il cardinale Prevost, che avrebbe colpito molto con il suo discorso alle congregazioni, è entrato forte di un considerevole pacchetto di voti, che gli sarebbero provenuti dai cardinali sudamericani e dalle porpore americane. Non solo i cardinali liberal Blase Cupich e Joseph William Tobin, ma anche dal cardinale di New York, Timothy Dolan, dal cardinale Daniel DiNardo e anche, da notare, dal cardinale Raymond Burke. I cardinali americani e sudamericani insieme fanno un blocco potenziale di 37 voti. Cioè circa quelli con cui si sarebbe presentato lo stesso Parolin. Con un dettaglio: non è affatto escluso che il gruppo di cardinali conservatori, che in tutto poteva valere intorno ai 20-25 voti, abbia virato quasi subito sullo stesso Prevost, lasciando decadere la candidatura Erdo. In questo modo nessun candidato dell’ala più liberal, che sosteneva potenzialmente i cardinali Aveline e David, avrebbe mai potuto pensare di raccogliere voti sufficienti.Anche per Parolin la situazione era in stallo e lo stesso cardinale avrebbe quindi fatto confluire i suoi voti verso il cardinale Prevost. Alla quarta votazione i giochi erano già fatti, superando il quorum di 89 voti. La novità forte quindi sarebbe stata l’alleanza degli americani verso il loro connazionale, che aveva il favore dei sudamericani per la sua lunghissima esperienza in Perù. La regia a stelle e strisce supera così ogni tentativo di incasellare la Chiesa dentro le categorie politiche se, come si vocifera, la regia di questa candidatura sarebbe avvenuta con la collaborazione di due cardinali come Dolan e Cupich, considerati all’opposto rispetto all’attuale amministrazione Trump. Ma avere un candidato americano, peraltro con un profilo culturale e religioso altissimo come quello di Prevost, uomo di grande equilibrio, un «centrista» compassionevole e di fede provata, ha dato la spinta decisiva. Peraltro il cardinale Dolan ieri pomeriggio ha fatto un post su X estremamente significativo circa la sua benedizione al conclave che ha eletto Leone XIV: «Sono onorato, come discepolo di Gesù Cristo, come sacerdote, vescovo e cardinale, di averne fatto parte in modo significativo. È un grande momento di euforia, speranza e promessa per la Chiesa!». Inoltre, anche alla Santa Sede avere come amica una chiesa generosa come quella americana male non fa, visti i conti in rosso. I post su X di Prevost contro l’interpretazione dell’ordo amoris agostiniano del vicepresidente JD Vance nel contesto delle politiche migratorie dell’amministrazione Trump sono quasi scontati e non devono essere assolutizzati, peraltro il cardinale Prevost risulta ancora oggi iscritto ai fini del voto nelle liste elettorali del partito repubblicano. E nel 2016 non risparmiava nemmeno di ritwittare un articolo della Catholic news agency che attribuiva la sconfitta di Hillary Clinton alla «posizione estremista del partito (dem, ndr) sull’aborto». Insomma, incasellare troppo facilmente papa Leone XIV è un’operazione rischiosa, anche perché lo stile e la forma di Prevost diventano sostanza e confermano quello che più volte abbiamo rilevato, ossia che il collegio cardinalizio fosse alla ricerca di un profilo «moderato», capace di garantire unità nella Chiesa e un governo equilibrato. Se i cardinali statunitensi abbiano, come sembra, fatto da regia per questa candidatura non dovrebbe dispiacere nemmeno all’amministrazione Trump, che sulla pace sa che potrà contare ancora su un alleato importante. Inoltre avere un Papa americano, sebbene non certo prono, significa per il presidente avere un’espansione dell’influenza Usa in ambiti prima abbastanza impervi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/conclave-cardinali-prevost-2671925496.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prima-mossa-incarichi-confermati" data-post-id="2671925496" data-published-at="1746821899" data-use-pagination="False"> Prima mossa: incarichi confermati Benché la talare bianca di Leone XIV venga già tirata a destra e a manca, e va detto, soprattutto a manca, la sua linea di «equilibrio» e pacatezza agostiniana sembra confermarsi ogni giorno di più. Infatti un comunicato ufficiale pubblicato ieri dal Vaticano afferma che «Sua Santità Leone XIV» ha espresso la volontà «che i capi e i membri delle istituzioni della Curia romana», come pure i «segretari» e lo stesso «presidente della pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano», restino «al loro posto». Ovvero «proseguano», provvisoriamente, «nei rispettivi incarichi donec aliter provideatur». Fino a quando cioè, non sarà disposto diversamente. La locuzione latina è certo rituale e consolidata, ma mostra che la pacatezza del pontefice novello e del suo ricercato «equilibrio» non è una mera interpretazione dei giornalisti più attenti, ma forse la «cifra» stessa del pontificato. Del resto, continua nella stessa logica il comunicato vaticano, il «Santo Padre» desidera «riservarsi un certo tempo per la riflessione, la preghiera e il dialogo», prima di «qualunque nomina o conferma definitiva». A questo punto si potrebbe, volendo, contrapporre questa modalità di «giurisdizione orante» di Leone, a un certo decisionismo rude di Francesco, il quale più di una volta ha fatto parlare i critici - in questo caso presenti sia tra i conservatori che tra i progressisti - di «arbitrio» e perfino di «mancato rispetto del diritto canonico». In ogni caso, gli osservatori più scrupolosi e meno ideologicamente orientatati hanno già notato questa cifra in una serie di elementi sparsi che ormai iniziano a essere vari e convergenti. Ne citiamo alcuni, tutti occorsi nelle prime 24 ore di un papato che sembra fare della «moderazione» - che non è moderatismo - la sua «forza» e la sua «profezia». Se il pontefice non si è chiamato con il nome del predecessore, scelta da moltissimi data per scontata e auspicata con tutte le forze, è anche vero che Francesco è stato l’unico predecessore che Leone ha citato durante il primo discorso da Papa. Come a dire: discontinuità sì, ma tenue e indolore. Nella stessa occasione se Leone ha citato, en passant, la bergogliana «sinodalità», è anche vero che ha tenuto un discorso che sarebbe potuto uscire sia dalla bocca di Benedetto XVI che da quella di Giovanni Paolo II. E questo per il riferimento «devoto» e piuttosto avversato dalla «teologia adulta» alla Madonna di Pompei, ma anche per la recita dell’Ave Maria. Che non è l’evangelico Padre nostro, comune ai cristiani non cattolici, ma la preghiera identitaria del cattolico romano. Idem per la cristallina fede «cristocentrica» su cui Leone intende fondare la «pace nel mondo». Stesso bilanciamento nella prima omelia di Leone XIV tenuta ieri mattina alla presenza dei cardinali. Il tono era colloquiale, benevolo, fraterno e diciamo pure «alla papa Francesco». Ma il contenuto è parso simile ai discorsi di Joseph Ratzinger sulla «dittatura del relativismo» e l’«autosecolarizzazione della Chiesa». Alla luce di queste parole, l’aver rinviato la nomina dei capi dicastero, in primis di quelli che presiedono la Segreteria di Stato, nelle mani del cardinal Pietro Parolin e dirigono la Dottrina della fede, tenuta dal discusso cardinal Víctor Manuel Fernández, sembra confermare la linea che stiamo tratteggiando. Ovvero quella di un equilibrio che si fa realismo e tiene conto della situazione concreta della Chiesa e del mondo e dei rapporti di forze. Ma non per questo tende alla sottomissione della Chiesa al mondo, come sarebbe stato nei sogni di molti «profeti» del progressismo, i cui nomi sono noti e celebrati dai media. Costoro, immaginando un Francesco 3.0 (a esclusione cioè dell’asse morale che invece è stato tutelato da Bergoglio) avevano in mente un Papa che togliesse, e da subito, ogni frizione tra il Vangelo e il pensiero dominante.
Pedro Sánchez (Ansa)
Lo testimoniano gli esempi di questi giorni, a partire da quello di José Luis Zapatero, l’icona socialista a cui la sinistra nostrana ha guardato per anni. L’ex premier rappresentava la quarta via, dopo quella di Bill Clinton e pure quella di Tony Blair. Con gli occhioni da Bambi aveva incantato tutti, introducendo nella cattolicissima Spagna le unioni Lgbt e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. Dal franchismo all’attivismo gay: in effetti, il salto in avanti o nel buio era stato forte e in Italia i compagni in crisi di identità, dopo le sconfitte elettorali, erano caduti in deliquio di fronte a tanto coraggio.
Una volta lasciato il governo Zapatero, come altri leader della sinistra, ha però trovato i soldi. Tanti, a giudicare da tutto quello che c’era nella cassaforte del suo ufficio. Orologi, gioielli, contanti: una prima stima parla di tre milioni. Ma a quanto pare si tratta dell’antipasto, perché da una società sull’orlo del crac, che però grazie al governo di Pedro Sánchez, altro socialista, aveva ricevuto contributi pubblici, sono arrivati consistenti bonifici, all’ex premier e pure alla società delle figlie. In totale, si parlerebbe di un vorticoso giro di denaro, con annessa una serie di reati. Avuto sentore dell’inchiesta, Zapatero pare volesse levare l’ancora e fuggire a Caracas, dove anche senza Maduro resistono un po’ di compagni. In sovrappiù, mentre crolla il mito del Bambi duro e puro, la magistratura ha spedito la Guardia civil a perquisire la sede del Psoe, il Partito socialista operaio spagnolo.
Così, tra un rinvio a giudizio della moglie dell’attuale premier, l’arresto dei principali collaboratori e ombre di corruzione che lambiscono il governo, anche l’immagine di Pedro Sánchez, icona della sinistra di casa nostra subentrata a Zapatero, rischia di fare la fine evocata da Nenni: epurato.
Ma i socialisti a cui si ispirano Schlein e compagni non portano solo guai giudiziari e sospetti di corruzione. Per i miti della sinistra c’è anche altro. Ieri il sindaco di New York, il democratico Zohran Mamdani ha annunciato un piano casa per fronteggiare l’emergenza abitativa della Grande mela. Il programma, denominato Block by Block, promette 200.000 nuovi alloggi, ma tra le misure ne spunta una perlomeno discutibile. Mamdani, infatti, annuncia di avere intenzione di espropriare i proprietari di casa che non migliorino le condizioni degli edifici e di trasferirne la proprietà agli inquilini. «Quando necessario, intraprenderemo azioni legali energiche per allontanare i proprietari e i gestori immobiliari negligenti», ha annunciato tra gli applausi. L’appropriazione di un patrimonio privato confligge con il V emendamento della Costituzione americana? Non è cosa che paia preoccuparlo.
Ma il vizio di mettere le mani in tasca al contribuente (come non ricordare Giuliano Amato che di notte prelevò i soldi dai conti correnti degli italiani e Romano Prodi che introdusse l’euro-tassa?) non è solo americano. In Francia, la nuova presidente della Corte dei Conti, Amélie de Montchalin, già ministro dell’Ecologia con la premier socialista Élisabeth Borne, ha avuto un’ideona per ripianare il deficit della sanità transalpina. La proposta prevede che lo Stato prelevi direttamente i soldi dai conti correnti degli assistiti, riscuotendo dunque forzosamente le franchigie per medicinali ed esami che restano a carico dei pazienti. Ovviamente, il prelievo riguarderebbe solo i francesi, per i clandestini e pure per i residenti nei dipartimenti d’Oltremare tipo La Mayotte le cure invece rimarrebbero gratis. O meglio, con i socialisti e Macron, a pagare sarebbe come sempre Pantalone.
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Andrea Delmastro (Ansa)
La richiesta arriva nell’ambito dell’indagine sul riciclaggio del clan Senese. Il centrodestra non pare intenzionato a dare il via libera, anche se Forza Italia ha posto condizioni, il che lascia intendere che potrebbe decidere di votare diversamente. «Prima abbiamo necessità di leggere le carte» si apprende fa fonti parlamentari.
Naturalmente le opposizioni insorgono. «Se così fosse il messaggio politico sarebbe devastante. Parliamo di atti richiesti dall’autorità giudiziaria in un’inchiesta che chiede chiarezza. Giorgia Meloni ha due strade davanti a sé: coprire Delmastro e i suoi rapporti con personaggi in orbita mafiosa, oppure ordinare ai suoi dare l’ok alla richiesta, provare a fare luce e sgomberare il campo dall’idea che lei il suo partito abbiano qualcosa da nascondere», le parole del capogruppo M5S al Senato, Luca Pirondini. E Angelo Bonelli (Avs) rincara: «È un fatto molto grave: invece di aiutare i magistrati a fare chiarezza e arrivare alla verità, la maggioranza alza un muro politico».
«Apprendiamo che il centrodestra sarebbe orientato a respingere la richiesta della Procura di Roma», dice Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, «Meloni non aveva detto che non avrebbe coperto più nessuno? E allora che problema c’è ad acquisire le chat dell’ex sottosegretario e anche quelle del caso Mps?». Infatti quelle di Delmastro non sono le uniche chat che si chiede di acquisire. Anche la Procura di Milano ha fatto una richiesta poco tempo fa: ha chiesto di visionare le chat dell’ex direttore generale del Mef, Marcello Sala. Il caso è quello della scalata di Mps a Mediobanca, i pm hanno chiesto al Parlamento di autorizzare la visione delle chat di Sala in quanto, secondo quel che riporta lo stesso ex dirigente ministeriale (non indagato), nelle conversazioni sarebbero citati anche nove parlamentari, tra cui i ministri Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini.
La chiave è qui. L’intenzione sembra quella di voler usare due inchieste per sfruttare la possibilità di andare a cercare all’interno delle chat di maggioranza ed esecutivo per vedere di trovare qualcosa da utilizzare contro il governo. Sul caso di Delmastro, ad esempio, perché, avendo le chat di Caroccia, si chiede di visionare quelle dell’ex sottosegretario? Cosa può aver scambiato con queste persone che non si possa leggere dalle chat già acquisite? È chiaro che si cerchi dell’altro. «In base agli elementi a mia conoscenza, in quelle chat sono presenti discorsi e frasi inopportune per il ruolo che all’epoca rivestiva Delmastro ma che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata», ha detto Fabrizio Gallo, difensore di Mauro Caroccia, commentando la richiesta avanzata dalla Procura. Certo è che le richieste delle Procure hanno fornito un grande assist alla sinistra che in questo modo evita di parlare dei guai giudiziari spagnoli gravati sui loro idoli: Pedro Sánchez e José Zapatero.
Il fratello minore di Sánchez dovrà comparire in tribunale dove è chiamato a rispondere delle accuse di traffico di influenze, abuso d’ufficio e malversazione. Guai familiari grossi per Sánchez perché anche la moglie del premier spagnolo, Begoña Gómez, dovrà comparire in tribunale il 9 giugno accusata di aver usato la sua influenza, come consorte del primo ministro, per ottenere sponsor per un corso di laurea da lei diretto. Secondo l’accusa, inoltre, avrebbe utilizzato fondi statali per pagare la sua assistente per l’aiuto in questioni personali. La sinistra italiana non ne parla e ignora anche il fatto che nel fine settimana a Madrid sono scese in piazza 40.000 persone per manifestare «contro il governo corrotto di Sánchez». Scandali che si allargano anche agli altri socialisti. Anche l’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero sta mettendo in difficoltà il governo (di cui è un forte alleato) perché è stato accusato di traffico di influenze illecite e altri reati di corruzione.
Uno scandalo enorme in Spagna, mentre in Italia, a sinistra, invece di prendere distante, si pensa alle chat di governo nella speranza di trovare qualcosa a cui appendersi per fare opposizione.
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