True
2025-02-26
Con l'arrivo di Trump la dittatura venezuelana traballa
True
Il candidato dell’opposizione Edmundo Gonzalez Urrutia, vero vincitore delle presidenziali, ha dovuto abbandonare il paese rifugiandosi in Spagna, lasciando la sua vice Maria Corina Machado a lottare per la democrazia. I dati dell'Università Cattolica Andrés Bello (Ucab) di Caracas fotografano un paese in estrema difficoltà con una crescita economica in brusca frenata. Il politologo e docente universitario Benigno Alarcon individua gli aspetti che meglio spiegano le difficoltà del Venezuela. «La società venezuelana vive un profondo conflitto dovuto alle elezioni che hanno confermato Maduro che ha estorto un nuovo mandato senza rispettare il voto dei cittadini e senza il riconoscimento della comunità internazionale. Questo sta portando ad un peggioramento delle sanzioni che porteranno ad un calo del 5% dell’economia ed un crollo di un terzo per quanto riguarda le entrare in valuta estera. Tutto questo porterà a far crescere l’inflazione e ad una nuova svalutazione della moneta nazionale che nonostante un intervento della Banca Centrale che ha messo sul mercato quasi 700 milioni di dollari ha raggiunto il 44% del tasso ufficiale ed il 70% del mercato parallelo. Si prevede inoltre che almeno il 4% della popolazione attiva sia pronta a lasciare il paese, indebolendo la forza lavoro». Sono già milioni i venezuelani che hanno dovuto abbandonare la loro patria, creando un fronte di opposizione anche all’estero. Maria Andreina De Grazia è un’attivista ed è soprattutto la figlia di Americo De Grazia, il deputato che da oltre sei mesi è prigioniero delle carceri venezuelane. «Mio padre è stato arrestato senza nessuna motivazione, ma soltanto perché è un oppositore del regime di Maduro che sta distruggendo il tessuto della nostra nazione. La mia famiglia è arrivata qui dall’Italia dopo la seconda guerra mondiale e mio padre è nato in Venezuela, ma manteniamo la doppia cittadinanza. La mia storia è uguale a quella di milioni di venezuelani che sono stati costretti a scappare all’estero. Ho subito minacce di morte per il mio attivismo giovanile ed universitario e mi sono rifugiata negli Stati Uniti, ma non smetto di lottare per il Venezuela. Il mondo conosce benissimo la nostra situazione, sono molti anni che siamo preda di una dittatura. Prima Hugo Chavez e adesso Nicolas Maduro hanno trasformato il Venezuela in una proprietà privata, dopo aver distrutto tutte le libertà costituzionali. Il parlamento è composto soltanto da fedelissimi del presidente che non fanno altro che obbedire ai suoi ordini. Con Maduro la situazione è addirittura peggiorata, regna la paura e milioni di cittadini lasciano il Venezuela per paura della polizia politica. Le elezioni sono state rubate al popolo perché Edmundo Gonzalez Urrutia era il vero vincitore e adesso c’è Maria Corina Machado a guidare l’opposizione. E’ una donna forte con molta voglia di cambiare il paese e con un grande seguito popolare, ma Nicolas Maduro ha amici potenti. Russia, Cina, Cuba, Iran lo appoggiano per dissanguare il Venezuela che è uno stato ricchissimo. Anche i narcotrafficanti fanno affari a Caracas perché Maduro ha aperto il paese ai peggiori criminali. La mia lotta è soprattutto per la liberazione di mio padre che è un simbolo e che potrebbe aprire le porte del carcere di Elicoide a molti prigionieri politici». Da oltre cento giorni anche il cooperante italiano Alberto Trentini si trova nelle carceri venezuelane arrestato dalla Direzione Generale del Controspionaggio Militare (Dgcim) ed il governo italiano sta facendo pressioni per ottenerne la liberazione, ma in Venezuela lo stato di diritto non esiste più da tempo. Maria Corina Machado è riuscita a radunare intorno a se un’opposizione piuttosto composita e vanta forti rapporti con gli Stati Uniti. I senatori repubblicani Bill Cassidy e Rick Scott hanno minacciato Maduro se avesse toccato il “presidente eletto” Gonzalez Urrutia o Maria Corina Machado, dichiarandosi pronti a scatenare un inferno. La prima amministrazione Trump era arrivata a mettere una taglia di 15 milioni di dollari sulla testa di Nicolas Maduro incriminandolo per narco-terrorismo e cospirazione per esportare cocaina negli Stati Uniti. Oggi la posizione di Donald Trump appare più morbida e i due governi si sono anche parlati per il rimpatrio di cittadini venezuelani espulsi da Washington, ma la lideresa Machado resta convinta dell’appoggio statunitense. Il regime di Maduro è terrorizzato dal ritorno di Trump alla Casa Bianca e io sono certa che aumenteranno le pressioni per cacciare chi occupa illegalmente il governo di Caracas. L’Europa però deve fare di più passando dalle parole ai fatti, non possono permettere che chi ha rubato le elezioni resti impunito. Nicolas Maduro è il vero capo del temibile Tren de Aragua, il cartello della droga venezuelano, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dagli Stati Uniti. A lui fanno riferimento anche i guerriglieri colombiani che lui utilizza per destabilizzare Bogotà, è un pericolo per tutto il continente, basta vedere che ci sono 2000 persone torturate in carcere senza nessuna accusa reale. Voglio ringraziare la premier italiana Giorgia Meloni che non ha riconosciuto questa falsa vittoria e si è fatta portavoce in Europa delle richiesta di libertà e democrazia del popolo venezuelano». La nuova amministrazione Trump ha una linea meno netta nei rapporti con il Venezuela soprattutto stando alle dichiarazioni dell’inviato speciale Richard Grenell, anche se il Segretario di Stato Marco Rubio spinge per un appoggio forte e deciso all’opposizione anti-madurista. Il Venezuela appare però saldamente nelle mani di Nicolas Maduro e la sanzioni hanno cementato il suo rapporto con diversi partner internazionali. Caracas ha anche ufficialmente chiesto di entrare a far parte dei Brics, l’alleanza economica e politica guidata da Cina e Russia, un modo per rafforzare il proprio peso e sentirsi le spalle protette dall’asse Mosca-Pechino.
La prima emigrazione italiana. Troppo presto per cogliere i «frutti dell’Eden» (1947-1952)
Mai come nel secondo dopoguerra gli italiani sognarono l’«Eldorado». Prostrati dalle conseguenze del conflitto perduto, strangolati dal caro vita della seconda metà degli anni Quaranta e dalla cronica mancanza di lavoro, in particolar modo nel Mezzogiorno, sognavano il riscatto abbandonando la povera terra natale per un futuro migliore. Una storia già vista anche nei primi anni del Novecento, quando i piroscafi degli emigranti portarono centinaia di migliaia di emigranti nei porti degli Stati Uniti, dell’Argentina, del Brasile. Dopo il 1945 il flusso riprese con maggiori difficoltà rispetto al passato a causa delle restrizioni che i paesi a forte flusso di immigrazione avevano applicato. Ma rispetto a qualche decennio prima, una nuova frontiera pareva aprirsi alle speranze degli italiani in fuga dalla miseria: il Venezuela.
Lontano dalle rotte migratorie nella prima metà del secolo, il Paese sudamericano era stato solo sfiorato dall’arrivo di nuovi lavoratori dall’Europa. Ma a partire dagli anni Venti la scoperta e la successiva estrazione di petrolio ne avevano cambiato radicalmente le prospettive di crescita. I giacimenti, concentrati particolarmente nella zona di Maracaibo ad Ovest del Paese, furono sin dalle origini sfruttati dagli Stati Uniti attraverso accordi di royalty che lasciavano al governo di Caracas una buona fetta dei ricavi, contribuendo in modo determinante ad una crescita rapida ed esponenziale di una nazione fino ad allora essenzialmente agricola, poco popolata e con scarse o inesistenti infrastrutture.
Gli italiani presenti in Venezuela tra gli anni Trenta e la fine della guerra superavano a malapena le tremila unità. Una comunità limitata formata soprattutto da agricoltori e piccoli commercianti, giunti oltreoceano con un bagaglio professionale che aveva loro garantito occupazione nell’unico settore relativamente sviluppato fino ad allora, quello agroalimentare. Italiani sono alcuni pastifici, negozi e centri di importazione di prodotti italiani. Nascono anche i primi ristoranti e pasticcerie apprezzati per l’attrattiva che il «gusto italiano» ha nel mondo della belle époque. Si tratta comunque di un numero limitato di presenze, che non influiscono in modo determinante ad un cambiamento socio-economico come quello che interessò il Venezuela del dopoguerra. Per meglio comprendere i motivi che causarono la prima grande migrazione di massa degli italiani verso il Venezuela, è importante ricordare le vicende politiche ed economiche che interessarono il Paese appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Caratterizzato da forte instabilità, il governo di Caracas aveva alternato fasi di apertura democratica a periodi di gestione autoritaria da parte dei militari. Fu il caso del presidente Medina Angarita, generale dell’esercito in carica dal 1941, che consolidò i legami con gli Stati Uniti (dichiarando guerra all’Asse) e attuando una serie di misure populiste atte a ridurre timidamente gli squilibri socioeconomici del Paese. Nel primissimo dopoguerra la mano passò al socialdemocratico Romulo Bétancourt, che iniziò una timida fase riformista e che fu il primo a promuovere l’apertura delle frontiere all’immigrazione. Durante il suo governo fu promulgata la «Ley de immigraciòn y colonizaciòn», che mirava ad una regolamentazione del flusso di ingresso di migranti (soprattutto europei) incentrata sul settore agricolo, secondo la visione di Bétancourt finalizzata a differenziare lo sviluppo del Venezuela dando un contrappeso al petrolio e quindi alla dipendenza da Washington. Fu in questo periodo che si verificò la prima ondata di emigranti dall’Italia e il mito di un nuovo «Eldorado» oltreoceano. La voce della nuova terra dai frutti dorati arriva rapidamente in Italia, anche se per i lavoratori che si apprestano a solcare l’Atlantico il Venezuela è del tutto sconosciuto, ben lontano dagli echi di cronaca di Paesi dalla lunga storia di immigrazione italiana come gli Usa o l’Argentina. Partire costava molto, un viaggio in nave ben 150mila lire. Tuttavia nel 1948 saranno circa 7.000 gli italiani (in particolare campani e siciliani) che attraccheranno nel porto de La Guaira, costa del mar dei Caraibi separata da Caracas da una catena montuosa che i nuovi arrivati valicavano percorrendo strade precarie e vertiginose. Nella capitale la ricerca del lavoro è spesso un calvario. Proprio per la politica del governo, la richiesta principale è di lavoratori agricoli.
Ma il Paese non è ancora pronto ad assorbire in modo ottimale la nuova mono d’opera. L’agricoltura del grande latifondo è se possibile peggio di quella che i migranti del Sud Italia si erano lasciati alle spalle. Bétancourt vorrebbe frazionarla e creare una proprietà medio-piccola in colonie gestite da immigrati e creoli. La condizione dei pionieri dell’immigrazione italiana partiva dunque con il piede sbagliato. Molti lavoratori si vennero a trovare distanti dai fasti di Caracas, capitale in progressiva crescita, braccati in appezzamenti in località remote spesso battute da inondazioni dovute alle piogge torrenziali dei tropici, a coltivare per una misera paga una terra improduttiva abbandonata negli anni dai precedenti proprietari e ora in mano al governo, affiancati a contadini venezuelani dei quali gli italiani sentono la crescente ostilità, anche per il fatto che i nuovi arrivati hanno un’urgenza di attività e di riscatto che la loro natura di caraibici non riesce a comprendere. In altri settori le cose andavano anche peggio. Né l’industria né le infrastrutture si erano sviluppate e spesso i piccoli commercianti o esercenti italiani che avevano avviato un’attività erano presto spodestati dai creoli. Questa situazione, che non rispecchiava certamente l’idea che gli emigranti italiani avevano del Venezuela, generò un fenomeno che per tutto il primo periodo dell’immigrazione italiana si verificò al porto de La Guaira. Al posto di essere salutati con bandiere e fazzoletti, i nuovi arrivati venivano accolti dai connazionali al grido di «tornate indietro!». Gli italiani non ascoltarono il consiglio e per lo più rimasero, resistendo alle dure condizioni del Paese che li aveva accolti. Il saldo migratorio, pur con una flessione tra il 1948 e il 1950, rimane positivo. Gli italiani che arrivarono in quegli anni difficili portarono con sé un bagaglio di piccole ma fondamentali capacità lavorative. Molti emigranti meridionali avevano imparato sin da ragazzi non solo il lavoro dei campi, ma anche i rudimenti dell’edilizia, le umili professioni artigianali come quella del calzolaio, tanto che nei primi anni della loro presenza gli italiani venivano chiamati dai venezuelani «zapateros», ciabattini appunto. Laddove non vi erano case decenti, gli italiani le costruirono con la forza delle braccia. Questo spirito di iniziativa, legato alla mera sopravvivenza e alla massima tensione verso il riscatto in una scommessa dove avevano puntato tutti i loro averi cominciò a dare i suoi frutti. La natura di lavoratori instancabili iniziò ad attirare l’attenzione delle autorità locali che mostrarono da allora un certo apprezzamento per quegli stranieri che, sfidando le tante privazioni, contribuivano alla crescita del Venezuela pre-«boom» economico. Alcuni casi, forse curiosi ma non meno significativi, caratterizzarono l’attività italiana alla fine degli anni Quaranta. Nella regione di Mèrida, la porta delle Ande, a 4.118 metri di altitudine due italiani costruirono il primo rifugio sul Nudo de Apartadero. Il «Pico de l’aguila» era nato nel 1950 per iniziativa di Franco Anzil e Valentino Metzer. Si trattava di una struttura di gusto totalmente alpino che i due avevano fatto costruire con materiali provenienti dall’Italia. Il primo, istruttore degli Alpini in patria, contribuirà negli anni successivi allo sviluppo del turismo montano. Anzil fu tra i fondatori del «Club Andino venezolano», forgiato sulla falsariga del Cai italiano. Oltre alle migliaia di italiani che alla fine del decennio lottarono per sopravvivere e per vedere realizzato il sogno dell’emigrante lavorando una terra ingrata o cercando di farsi spazio nel campo del piccolo commercio si affacciarono per la prima volta anche i pescatori venuti dalle coste italiane del Mediterraneo. Dalla Sicilia al Tirreno che bagna le coste toscane, furono diversi i proprietari di motopescherecci ad affrontare l’oceano per gettare le reti nel mare dei Caraibi. Le cronache dell’epoca raccontano dell’epopea di un gruppo di pescatori di Viareggio che, cacciati dalle acque della Corsica dai francesi, tentarono l’avventura del Venezuela già all’inizio del 1950. A Las Palmas, dopo aver navigato per 6.000 miglia, gettarono le reti due grandi pescherecci del proprietario Attilio Barsanti, che da allora saranno di casa nelle acque pescose del Venezuela. I pescatori italiani contribuiranno anche a cambiare i gusti locali, spingendo per il maggiore consumo di pesce che fino ad allora era rimasto in coda alla catena alimentare dei clienti Venezuelani.
Un sogno che si avvera: gli italiani e l’«età dell’oro» sotto il governo di Pèrez Jimenez (1952-1958)
Mentre gli emigranti italiani lottavano per il lavoro e la dignità, grandi cambiamenti nella politica venezuelana apparvero all’orizzonte. Il socialdemocratico Bétancourt aveva lasciato la guida del paese al compagno di partito Acciòn Democratica Ròmulo Gallegos, che governò il paese per pochi mesi, quando fu infine rovesciato da un golpe militare guidato da una giunta guidata da Carlos Delgado Chalbaud in cui figurava anche il generale Marcos Pèrez Jimenez. Il nuovo capo del governo fu a sua volta assassinato nel 1950 e, dopo una breve parentesi in cui la giunta mise a capo il civile Germán Suárez Flamerich, Marcos Pèrez Jimenez prese definitivamente il potere con un golpe senza sangue.
La sua ascesa determinò un deciso cambio di rotta rispetto ai governi democratici del secondo dopoguerra. La riforma agraria di Bétancourt fu definitivamente accantonata, mentre l’economia fu orientata quasi esclusivamente al petrolio, le cui rendite negli anni Cinquanta sarebbero cresciute rapidamente. Confermando il forte legame con gli Stati Uniti di Truman e di Eisenhower in quanto baluardo sicuro contro l’espansione di movimenti e partiti marxisti, il militare presidente forgiò la crescita del Venezuela sul modello degli Usa, rafforzando il legame commerciale che garantiva a Washington un grande flusso di esportazioni verso il Paese sudamericano. Le rendite derivate dalle royalties per lo sfruttamento dei giacimenti rese in poco tempo il Venezuela il paese più ricco del Sudamerica, tanto che nel 1955 il governo di Caracas ebbe la possibilità di poter spendere oltre 1,5 milioni di dollari al giorno. Una grande parte di questi introiti, la base dell’«Eldorado» tanto atteso dagli italiani, fu spesa in grandiose opere pubbliche e infrastrutturali. Alla metà degli anni Cinquanta, Caracas sembrava Los Angeles. Il consumismo era alle stelle, quasi un comandamento. Le case borghesi avevano gli elettrodomestici e le strade della capitale erano percorse dalle imponenti auto americane. L’orizzonte della città, la cui popolazione era triplicata in soli 10 anni, mutava con le sagome dei primi grattacieli, con i pilastri dei grandi svincoli stradali. Pérez Jimenez aveva urgente bisogno di mano d’opera per tenere il passo di una crescita così vertiginosa. Tra le migliaia di immigrati che sbarcavano nei porti del Paese ebbe un occhio di riguardo per gli italiani. Oltre all’affinità culturale, il capo della giunta vedeva l’alto livello professionale e la grande smania di lavoro e guadagno. L’apertura delle porte del Venezuela aveva anche uno scopo di controllo sociale, secondo la visione di Pérez Jimenez. L’accoglienza di italiani (e a seguire portoghesi e spagnoli) e in generale di immigrati dall’Europa fu uno strumento che il capo del governo di Caracas cercò di utilizzare per perseguire quella che potremmo, con un’astrazione storica, chiamare una «sostituzione etnica» al contrario rispetto a quella di cui si discute oggi. Jimenez, che pure era di sangue indio per una parte, vedeva nei nuovi arrivati una forte propensione al lavoro che nelle popolazioni native non era presente. Anche da un punto di vista politico gli immigrati europei costituivano un baluardo di consensi, diversamente dalle turbolente popolazioni locali più sensibili all’influenza dei movimenti rivoluzionari di stampo marxista. Nel 1952, primo anno del suo governo, gli italiani che si erano trasferiti in Venezuela erano già saliti a 80.000, praticamente tutti assorbiti in particolare modo nel settore dell’edilizia e delle grandi infrastrutture (ponti, dighe, centrali). Durante gli anni Cinquanta, anche il settore petrolifero venezuelano vide la crescente presenza di manodopera italiana. Ne è un esempio il caso di Ciudad Ojeda, sulle rive del lago di Maracaibo. Fondata nel 1936 dopo un incendio che ne distrusse le antiche case su palafitte, negli anni Cinquanta divenne un centro nevralgico dell’industria petrolifera. Qui si erano trasferiti agli inizi del «boom» migliaia di italiani che non si accontentarono delle catapecchie messe loro a disposizione, ma costruirono grazie alle capacità manuali una vera e propria cittadina. Nel pieno del periodo di massimo sviluppo della seconda metà degli anni Cinquanta Ojeda sembrava una little Italy con casette dotate di garage e aria condizionata. Da rimarcare è ancora una volta la peculiarità del lavoro italiano nel settore petrolifero. Non si trattava di manodopera non qualificata, perché grazie al mestiere che spesso avevano imparato in Italia, i nuovi coloni della cittadina sul lago di Maracaibo erano «contrattisti» ossia liberi professionisti che stipulavano con le grandi compagnie petroliferi accordi per la manutenzione o gestione dei materiali d’opera. Questa condizione professionale contribuì in molti casi al successo economico degli italo.venezuelani rispetto ad altri immigrati meno qualificati.
Nel 1956 la presenza italiana cresce ancora, arrivando a circa 120mila unità. Collegata dall’anno precedente da un volo Alitalia Roma-Milano-Caracas, la capitale ospitò nel febbraio del 1956 la fiera «L’Italia produce», alla presenza di Pèrez Jimenez e dell’allora ambasciatore italiano Justo Giusti del Giardino.
Negli anni d’oro dello sviluppo urbanistico e infrastrutturale del Venezuela, sopra la massa di emigrati italiani che fecero crescere la nazione alcuni divennero particolarmente influenti, dei veri e propri «tycoon». Questo è sicuramente il caso del salernitano Filippo Gagliardi, emigrante della prima ora. Giunto in Venezuela per la prima volta da Montesano nel 1927, non vi trovò fortuna e fu costretto a rientrare in Italia. Nel 1937 riprese la via dell’Atlantico e, tra i primi italiani impegnati nel settore, costruì le basi di quello che sarà l’«impero del cemento» di «Don Felipe», come veniva chiamato dai venezuelani. Sotto Pèrez Jimenez, di cui fu amico personale, la sua fortuna ebbe un’impennata. Tanto da diventare, nella terra di origine e in Italia, un benefattore. Elargì fondi al suo paese di origine dove fece costruire opere imponenti, diede la luce ai paesi isolati del Vallo Di Diano, regalò milioni agli alluvionati del Polesine. Legato a doppio filo con la giunta di Caracas, fu nominato da Jimenez coordinatore del bacino elettorale degli italo-venezuelani. Rimase in Venezuela fino alla caduta della giunta militare, per poi rientrare in Italia a causa delle accuse di collaborazionismo. Un tentativo di rientro a Caracas del 1967 non ebbe il successo sperato e Filippo Gagliardi morirà in Italia nel 1968.
Un altro caso di estremo successo italiano in Venezuela fu quello di Pompeo D’Ambrosio. Salernitano come Gagliardi, era nato a Campagna nel 1917. Laureato in amministrazione delle colonie, era reduce di El-Alamein. A differenza di Gagliardi, emigrò in Venezuela nel 1951 quando la giunta militare aprì del tutto le porte all’immigrazione italiana. Entrò come funzionario al Banco Latino di Caracas, durante la carriera fu tra i principali finanziatori del lavoro italiano in Venezuela, in particolare contribuendo alla crescita di grandi società fondate dai suoi conterranei nel settore delle costruzioni. A D’Ambrosio furono legate due grandi realtà imprenditoriali fondate da italo-venezuelani: Vinccler (Venezolana de Inversiones y Construcciones Clerico), ancora oggi leader nelle grandi costruzioni e in mano alla famiglia fondatrice Clerico e di Construcctora Delpre, guidata dall’ingegnere italo-venezuelano Enrique Delfino che nel 1969 iniziò la costruzione del più importante centro direzionale di Caracas, il «Parque Central».
Il Venezuela degli anni ’50 (ma fino a quasi tutto il decennio successivo) fu una opportunità economica non solo per gli emigranti, ma anche per le grandi aziende italiane che entravano anch’esse in una fase di forte sviluppo dopo la lunga crisi postbellica. Nel Venezuela di Pèrez Jimenez arrivò la Fiat con la fondazione di uno stabilimento a La València nel 1954. Da Lambrate arrivò anche la Innocenti in virtù di un accordo con le autorità di Caracas che necessitavano del know how necessario alla realizzazione di un grande polo siderurgico nello Stato di Bolìvar. L’azienda milanese si occupò della realizzazione delle strutture e dei macchinari costruiti in Italia, fondando la Siderúrgica del Orinoco C.A. (SIDOR) nel 1955. A Maracaibo, la manodopera italiana contribuì alla costruzione di un simbolo dell’ingegneria mondiale. Nel 1957 il governo stanziò i fondi per la realizzazione del monumentale ponte «General Rafael Urdaneta», progettato da Riccardo Morandi. Lungo 8,7 km sopra le acque del lago, presenta ben 135 campate disegnate con la classica «V» marchio di fabbrica dell’ingegnere italiano.
L’età dell’oro e di Pèrez Jimenez si interruppe bruscamente nel 1958, dopo che il militare capo del governo aveva elaborato una legge elettorale che prevedesse il voto degli italiani suoi alleati (Ley de elecciones). Ma il crescente malcontento sia dei venezuelani che degli stessi vertici militari nei confronti di Jimenez, uniti al calo di sostegno da parte degli Stati Uniti che ritennero pericoloso tenerlo al potere per evitare una nuova Cuba e rischiare di perdere le risorse petrolifere fecero cadere il governo in carica da 6 anni. Pèrez Jimenez fu esiliato e finirà i suoi giorni nella Spagna di Francisco Franco. Per gli italiani in Venezuela, i mesi che seguirono la caduta della giunta rappresentarono un «piccolo Terrore». Prosperati negli anni vertiginosi di Jimenez, subirono la vendetta dei partiti clandestini e dei lavoratori locali. Una serie di azioni intimidatorie portò a numerosi danni alle attività italiane, nonché a una decina di feriti negli scontri di piazza. L’immigrazione italiana, concentrata in pochi anni e oggetto di una crescita fulminea, costituiva un’eccezione nella storia migratoria dell’America. Tanto fu efficace quanto divenne poi indispensabile e radicata nel tessuto economico e sociale del Venezuela, che la popolazione italiana non fu sottoposta ad una diaspora dai governi seguenti, primo dei quali fu il secondo mandato di Bétancourt dal 1959. Ci furono parecchi rientri, questo è un dato di fatto. E la curva migratoria scese di colpo dopo il 1958, rimanendo stabile su livelli molto più bassi fino agli anni Settanta quando praticamente si spense del tutto. Ma non solamente fattori geopolitici generarono la fine dell’emigrazione di massa degli italiani in Venezuela. A seimila miglia nautiche di distanza, l’Italia del miracolo economico cresceva come era cresciuto il Venezuela nel decennio precedente e all’emigrazione tradizionale verso altri Paesi si sostituì quella interna verso le grandi fabbriche del Nord. Ma il segno lasciato dal lavoro degli italiani, guardando l’orizzonte di Caracas, leggendo le influenze culturali ancora oggi radicate nel Paese, indicano la storia di una comunità che ha forgiato con il lavoro, la speranza, il sudore, la storia di una nazione.
Continua a leggereRiduci
Le elezioni farsa del luglio scorso, che hanno permesso a Nicolas Maduro di restare al potere, hanno definitivamente trasformato il Venezuela in una dittatura che soffoca ogni forma di dissenso con la violenza. La testimonianza dell'attivista italo-venezuelana Maria Andreina De Grazia.Storia e storie dell’emigrazione italiana in Venezuela: concentrata nel secondo dopoguerra, si inserì in un Paese in forte crescita economica al cui sviluppo fu determinante negli anni Cinquanta.Lo speciale contiene due articoli.Il candidato dell’opposizione Edmundo Gonzalez Urrutia, vero vincitore delle presidenziali, ha dovuto abbandonare il paese rifugiandosi in Spagna, lasciando la sua vice Maria Corina Machado a lottare per la democrazia. I dati dell'Università Cattolica Andrés Bello (Ucab) di Caracas fotografano un paese in estrema difficoltà con una crescita economica in brusca frenata. Il politologo e docente universitario Benigno Alarcon individua gli aspetti che meglio spiegano le difficoltà del Venezuela. «La società venezuelana vive un profondo conflitto dovuto alle elezioni che hanno confermato Maduro che ha estorto un nuovo mandato senza rispettare il voto dei cittadini e senza il riconoscimento della comunità internazionale. Questo sta portando ad un peggioramento delle sanzioni che porteranno ad un calo del 5% dell’economia ed un crollo di un terzo per quanto riguarda le entrare in valuta estera. Tutto questo porterà a far crescere l’inflazione e ad una nuova svalutazione della moneta nazionale che nonostante un intervento della Banca Centrale che ha messo sul mercato quasi 700 milioni di dollari ha raggiunto il 44% del tasso ufficiale ed il 70% del mercato parallelo. Si prevede inoltre che almeno il 4% della popolazione attiva sia pronta a lasciare il paese, indebolendo la forza lavoro». Sono già milioni i venezuelani che hanno dovuto abbandonare la loro patria, creando un fronte di opposizione anche all’estero. Maria Andreina De Grazia è un’attivista ed è soprattutto la figlia di Americo De Grazia, il deputato che da oltre sei mesi è prigioniero delle carceri venezuelane. «Mio padre è stato arrestato senza nessuna motivazione, ma soltanto perché è un oppositore del regime di Maduro che sta distruggendo il tessuto della nostra nazione. La mia famiglia è arrivata qui dall’Italia dopo la seconda guerra mondiale e mio padre è nato in Venezuela, ma manteniamo la doppia cittadinanza. La mia storia è uguale a quella di milioni di venezuelani che sono stati costretti a scappare all’estero. Ho subito minacce di morte per il mio attivismo giovanile ed universitario e mi sono rifugiata negli Stati Uniti, ma non smetto di lottare per il Venezuela. Il mondo conosce benissimo la nostra situazione, sono molti anni che siamo preda di una dittatura. Prima Hugo Chavez e adesso Nicolas Maduro hanno trasformato il Venezuela in una proprietà privata, dopo aver distrutto tutte le libertà costituzionali. Il parlamento è composto soltanto da fedelissimi del presidente che non fanno altro che obbedire ai suoi ordini. Con Maduro la situazione è addirittura peggiorata, regna la paura e milioni di cittadini lasciano il Venezuela per paura della polizia politica. Le elezioni sono state rubate al popolo perché Edmundo Gonzalez Urrutia era il vero vincitore e adesso c’è Maria Corina Machado a guidare l’opposizione. E’ una donna forte con molta voglia di cambiare il paese e con un grande seguito popolare, ma Nicolas Maduro ha amici potenti. Russia, Cina, Cuba, Iran lo appoggiano per dissanguare il Venezuela che è uno stato ricchissimo. Anche i narcotrafficanti fanno affari a Caracas perché Maduro ha aperto il paese ai peggiori criminali. La mia lotta è soprattutto per la liberazione di mio padre che è un simbolo e che potrebbe aprire le porte del carcere di Elicoide a molti prigionieri politici». Da oltre cento giorni anche il cooperante italiano Alberto Trentini si trova nelle carceri venezuelane arrestato dalla Direzione Generale del Controspionaggio Militare (Dgcim) ed il governo italiano sta facendo pressioni per ottenerne la liberazione, ma in Venezuela lo stato di diritto non esiste più da tempo. Maria Corina Machado è riuscita a radunare intorno a se un’opposizione piuttosto composita e vanta forti rapporti con gli Stati Uniti. I senatori repubblicani Bill Cassidy e Rick Scott hanno minacciato Maduro se avesse toccato il “presidente eletto” Gonzalez Urrutia o Maria Corina Machado, dichiarandosi pronti a scatenare un inferno. La prima amministrazione Trump era arrivata a mettere una taglia di 15 milioni di dollari sulla testa di Nicolas Maduro incriminandolo per narco-terrorismo e cospirazione per esportare cocaina negli Stati Uniti. Oggi la posizione di Donald Trump appare più morbida e i due governi si sono anche parlati per il rimpatrio di cittadini venezuelani espulsi da Washington, ma la lideresa Machado resta convinta dell’appoggio statunitense. Il regime di Maduro è terrorizzato dal ritorno di Trump alla Casa Bianca e io sono certa che aumenteranno le pressioni per cacciare chi occupa illegalmente il governo di Caracas. L’Europa però deve fare di più passando dalle parole ai fatti, non possono permettere che chi ha rubato le elezioni resti impunito. Nicolas Maduro è il vero capo del temibile Tren de Aragua, il cartello della droga venezuelano, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dagli Stati Uniti. A lui fanno riferimento anche i guerriglieri colombiani che lui utilizza per destabilizzare Bogotà, è un pericolo per tutto il continente, basta vedere che ci sono 2000 persone torturate in carcere senza nessuna accusa reale. Voglio ringraziare la premier italiana Giorgia Meloni che non ha riconosciuto questa falsa vittoria e si è fatta portavoce in Europa delle richiesta di libertà e democrazia del popolo venezuelano». La nuova amministrazione Trump ha una linea meno netta nei rapporti con il Venezuela soprattutto stando alle dichiarazioni dell’inviato speciale Richard Grenell, anche se il Segretario di Stato Marco Rubio spinge per un appoggio forte e deciso all’opposizione anti-madurista. Il Venezuela appare però saldamente nelle mani di Nicolas Maduro e la sanzioni hanno cementato il suo rapporto con diversi partner internazionali. Caracas ha anche ufficialmente chiesto di entrare a far parte dei Brics, l’alleanza economica e politica guidata da Cina e Russia, un modo per rafforzare il proprio peso e sentirsi le spalle protette dall’asse Mosca-Pechino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-l-arrivo-di-trump-la-dittatura-venezuelana-traballa-2671223326.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-prima-emigrazione-italiana-troppo-presto-per-cogliere-i-frutti-delleden-1947-1952" data-post-id="2671223326" data-published-at="1740572721" data-use-pagination="False"> La prima emigrazione italiana. Troppo presto per cogliere i «frutti dell’Eden» (1947-1952) Mai come nel secondo dopoguerra gli italiani sognarono l’«Eldorado». Prostrati dalle conseguenze del conflitto perduto, strangolati dal caro vita della seconda metà degli anni Quaranta e dalla cronica mancanza di lavoro, in particolar modo nel Mezzogiorno, sognavano il riscatto abbandonando la povera terra natale per un futuro migliore. Una storia già vista anche nei primi anni del Novecento, quando i piroscafi degli emigranti portarono centinaia di migliaia di emigranti nei porti degli Stati Uniti, dell’Argentina, del Brasile. Dopo il 1945 il flusso riprese con maggiori difficoltà rispetto al passato a causa delle restrizioni che i paesi a forte flusso di immigrazione avevano applicato. Ma rispetto a qualche decennio prima, una nuova frontiera pareva aprirsi alle speranze degli italiani in fuga dalla miseria: il Venezuela.Lontano dalle rotte migratorie nella prima metà del secolo, il Paese sudamericano era stato solo sfiorato dall’arrivo di nuovi lavoratori dall’Europa. Ma a partire dagli anni Venti la scoperta e la successiva estrazione di petrolio ne avevano cambiato radicalmente le prospettive di crescita. I giacimenti, concentrati particolarmente nella zona di Maracaibo ad Ovest del Paese, furono sin dalle origini sfruttati dagli Stati Uniti attraverso accordi di royalty che lasciavano al governo di Caracas una buona fetta dei ricavi, contribuendo in modo determinante ad una crescita rapida ed esponenziale di una nazione fino ad allora essenzialmente agricola, poco popolata e con scarse o inesistenti infrastrutture.Gli italiani presenti in Venezuela tra gli anni Trenta e la fine della guerra superavano a malapena le tremila unità. Una comunità limitata formata soprattutto da agricoltori e piccoli commercianti, giunti oltreoceano con un bagaglio professionale che aveva loro garantito occupazione nell’unico settore relativamente sviluppato fino ad allora, quello agroalimentare. Italiani sono alcuni pastifici, negozi e centri di importazione di prodotti italiani. Nascono anche i primi ristoranti e pasticcerie apprezzati per l’attrattiva che il «gusto italiano» ha nel mondo della belle époque. Si tratta comunque di un numero limitato di presenze, che non influiscono in modo determinante ad un cambiamento socio-economico come quello che interessò il Venezuela del dopoguerra. Per meglio comprendere i motivi che causarono la prima grande migrazione di massa degli italiani verso il Venezuela, è importante ricordare le vicende politiche ed economiche che interessarono il Paese appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Caratterizzato da forte instabilità, il governo di Caracas aveva alternato fasi di apertura democratica a periodi di gestione autoritaria da parte dei militari. Fu il caso del presidente Medina Angarita, generale dell’esercito in carica dal 1941, che consolidò i legami con gli Stati Uniti (dichiarando guerra all’Asse) e attuando una serie di misure populiste atte a ridurre timidamente gli squilibri socioeconomici del Paese. Nel primissimo dopoguerra la mano passò al socialdemocratico Romulo Bétancourt, che iniziò una timida fase riformista e che fu il primo a promuovere l’apertura delle frontiere all’immigrazione. Durante il suo governo fu promulgata la «Ley de immigraciòn y colonizaciòn», che mirava ad una regolamentazione del flusso di ingresso di migranti (soprattutto europei) incentrata sul settore agricolo, secondo la visione di Bétancourt finalizzata a differenziare lo sviluppo del Venezuela dando un contrappeso al petrolio e quindi alla dipendenza da Washington. Fu in questo periodo che si verificò la prima ondata di emigranti dall’Italia e il mito di un nuovo «Eldorado» oltreoceano. La voce della nuova terra dai frutti dorati arriva rapidamente in Italia, anche se per i lavoratori che si apprestano a solcare l’Atlantico il Venezuela è del tutto sconosciuto, ben lontano dagli echi di cronaca di Paesi dalla lunga storia di immigrazione italiana come gli Usa o l’Argentina. Partire costava molto, un viaggio in nave ben 150mila lire. Tuttavia nel 1948 saranno circa 7.000 gli italiani (in particolare campani e siciliani) che attraccheranno nel porto de La Guaira, costa del mar dei Caraibi separata da Caracas da una catena montuosa che i nuovi arrivati valicavano percorrendo strade precarie e vertiginose. Nella capitale la ricerca del lavoro è spesso un calvario. Proprio per la politica del governo, la richiesta principale è di lavoratori agricoli. Ma il Paese non è ancora pronto ad assorbire in modo ottimale la nuova mono d’opera. L’agricoltura del grande latifondo è se possibile peggio di quella che i migranti del Sud Italia si erano lasciati alle spalle. Bétancourt vorrebbe frazionarla e creare una proprietà medio-piccola in colonie gestite da immigrati e creoli. La condizione dei pionieri dell’immigrazione italiana partiva dunque con il piede sbagliato. Molti lavoratori si vennero a trovare distanti dai fasti di Caracas, capitale in progressiva crescita, braccati in appezzamenti in località remote spesso battute da inondazioni dovute alle piogge torrenziali dei tropici, a coltivare per una misera paga una terra improduttiva abbandonata negli anni dai precedenti proprietari e ora in mano al governo, affiancati a contadini venezuelani dei quali gli italiani sentono la crescente ostilità, anche per il fatto che i nuovi arrivati hanno un’urgenza di attività e di riscatto che la loro natura di caraibici non riesce a comprendere. In altri settori le cose andavano anche peggio. Né l’industria né le infrastrutture si erano sviluppate e spesso i piccoli commercianti o esercenti italiani che avevano avviato un’attività erano presto spodestati dai creoli. Questa situazione, che non rispecchiava certamente l’idea che gli emigranti italiani avevano del Venezuela, generò un fenomeno che per tutto il primo periodo dell’immigrazione italiana si verificò al porto de La Guaira. Al posto di essere salutati con bandiere e fazzoletti, i nuovi arrivati venivano accolti dai connazionali al grido di «tornate indietro!». Gli italiani non ascoltarono il consiglio e per lo più rimasero, resistendo alle dure condizioni del Paese che li aveva accolti. Il saldo migratorio, pur con una flessione tra il 1948 e il 1950, rimane positivo. Gli italiani che arrivarono in quegli anni difficili portarono con sé un bagaglio di piccole ma fondamentali capacità lavorative. Molti emigranti meridionali avevano imparato sin da ragazzi non solo il lavoro dei campi, ma anche i rudimenti dell’edilizia, le umili professioni artigianali come quella del calzolaio, tanto che nei primi anni della loro presenza gli italiani venivano chiamati dai venezuelani «zapateros», ciabattini appunto. Laddove non vi erano case decenti, gli italiani le costruirono con la forza delle braccia. Questo spirito di iniziativa, legato alla mera sopravvivenza e alla massima tensione verso il riscatto in una scommessa dove avevano puntato tutti i loro averi cominciò a dare i suoi frutti. La natura di lavoratori instancabili iniziò ad attirare l’attenzione delle autorità locali che mostrarono da allora un certo apprezzamento per quegli stranieri che, sfidando le tante privazioni, contribuivano alla crescita del Venezuela pre-«boom» economico. Alcuni casi, forse curiosi ma non meno significativi, caratterizzarono l’attività italiana alla fine degli anni Quaranta. Nella regione di Mèrida, la porta delle Ande, a 4.118 metri di altitudine due italiani costruirono il primo rifugio sul Nudo de Apartadero. Il «Pico de l’aguila» era nato nel 1950 per iniziativa di Franco Anzil e Valentino Metzer. Si trattava di una struttura di gusto totalmente alpino che i due avevano fatto costruire con materiali provenienti dall’Italia. Il primo, istruttore degli Alpini in patria, contribuirà negli anni successivi allo sviluppo del turismo montano. Anzil fu tra i fondatori del «Club Andino venezolano», forgiato sulla falsariga del Cai italiano. Oltre alle migliaia di italiani che alla fine del decennio lottarono per sopravvivere e per vedere realizzato il sogno dell’emigrante lavorando una terra ingrata o cercando di farsi spazio nel campo del piccolo commercio si affacciarono per la prima volta anche i pescatori venuti dalle coste italiane del Mediterraneo. Dalla Sicilia al Tirreno che bagna le coste toscane, furono diversi i proprietari di motopescherecci ad affrontare l’oceano per gettare le reti nel mare dei Caraibi. Le cronache dell’epoca raccontano dell’epopea di un gruppo di pescatori di Viareggio che, cacciati dalle acque della Corsica dai francesi, tentarono l’avventura del Venezuela già all’inizio del 1950. A Las Palmas, dopo aver navigato per 6.000 miglia, gettarono le reti due grandi pescherecci del proprietario Attilio Barsanti, che da allora saranno di casa nelle acque pescose del Venezuela. I pescatori italiani contribuiranno anche a cambiare i gusti locali, spingendo per il maggiore consumo di pesce che fino ad allora era rimasto in coda alla catena alimentare dei clienti Venezuelani. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-l-arrivo-di-trump-la-dittatura-venezuelana-traballa-2671223326.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="un-sogno-che-si-avvera-gli-italiani-e-l-eta-delloro-sotto-il-governo-di-perez-jimenez-1952-1958" data-post-id="2671223326" data-published-at="1740572721" data-use-pagination="False"> Un sogno che si avvera: gli italiani e l’«età dell’oro» sotto il governo di Pèrez Jimenez (1952-1958) Mentre gli emigranti italiani lottavano per il lavoro e la dignità, grandi cambiamenti nella politica venezuelana apparvero all’orizzonte. Il socialdemocratico Bétancourt aveva lasciato la guida del paese al compagno di partito Acciòn Democratica Ròmulo Gallegos, che governò il paese per pochi mesi, quando fu infine rovesciato da un golpe militare guidato da una giunta guidata da Carlos Delgado Chalbaud in cui figurava anche il generale Marcos Pèrez Jimenez. Il nuovo capo del governo fu a sua volta assassinato nel 1950 e, dopo una breve parentesi in cui la giunta mise a capo il civile Germán Suárez Flamerich, Marcos Pèrez Jimenez prese definitivamente il potere con un golpe senza sangue.La sua ascesa determinò un deciso cambio di rotta rispetto ai governi democratici del secondo dopoguerra. La riforma agraria di Bétancourt fu definitivamente accantonata, mentre l’economia fu orientata quasi esclusivamente al petrolio, le cui rendite negli anni Cinquanta sarebbero cresciute rapidamente. Confermando il forte legame con gli Stati Uniti di Truman e di Eisenhower in quanto baluardo sicuro contro l’espansione di movimenti e partiti marxisti, il militare presidente forgiò la crescita del Venezuela sul modello degli Usa, rafforzando il legame commerciale che garantiva a Washington un grande flusso di esportazioni verso il Paese sudamericano. Le rendite derivate dalle royalties per lo sfruttamento dei giacimenti rese in poco tempo il Venezuela il paese più ricco del Sudamerica, tanto che nel 1955 il governo di Caracas ebbe la possibilità di poter spendere oltre 1,5 milioni di dollari al giorno. Una grande parte di questi introiti, la base dell’«Eldorado» tanto atteso dagli italiani, fu spesa in grandiose opere pubbliche e infrastrutturali. Alla metà degli anni Cinquanta, Caracas sembrava Los Angeles. Il consumismo era alle stelle, quasi un comandamento. Le case borghesi avevano gli elettrodomestici e le strade della capitale erano percorse dalle imponenti auto americane. L’orizzonte della città, la cui popolazione era triplicata in soli 10 anni, mutava con le sagome dei primi grattacieli, con i pilastri dei grandi svincoli stradali. Pérez Jimenez aveva urgente bisogno di mano d’opera per tenere il passo di una crescita così vertiginosa. Tra le migliaia di immigrati che sbarcavano nei porti del Paese ebbe un occhio di riguardo per gli italiani. Oltre all’affinità culturale, il capo della giunta vedeva l’alto livello professionale e la grande smania di lavoro e guadagno. L’apertura delle porte del Venezuela aveva anche uno scopo di controllo sociale, secondo la visione di Pérez Jimenez. L’accoglienza di italiani (e a seguire portoghesi e spagnoli) e in generale di immigrati dall’Europa fu uno strumento che il capo del governo di Caracas cercò di utilizzare per perseguire quella che potremmo, con un’astrazione storica, chiamare una «sostituzione etnica» al contrario rispetto a quella di cui si discute oggi. Jimenez, che pure era di sangue indio per una parte, vedeva nei nuovi arrivati una forte propensione al lavoro che nelle popolazioni native non era presente. Anche da un punto di vista politico gli immigrati europei costituivano un baluardo di consensi, diversamente dalle turbolente popolazioni locali più sensibili all’influenza dei movimenti rivoluzionari di stampo marxista. Nel 1952, primo anno del suo governo, gli italiani che si erano trasferiti in Venezuela erano già saliti a 80.000, praticamente tutti assorbiti in particolare modo nel settore dell’edilizia e delle grandi infrastrutture (ponti, dighe, centrali). Durante gli anni Cinquanta, anche il settore petrolifero venezuelano vide la crescente presenza di manodopera italiana. Ne è un esempio il caso di Ciudad Ojeda, sulle rive del lago di Maracaibo. Fondata nel 1936 dopo un incendio che ne distrusse le antiche case su palafitte, negli anni Cinquanta divenne un centro nevralgico dell’industria petrolifera. Qui si erano trasferiti agli inizi del «boom» migliaia di italiani che non si accontentarono delle catapecchie messe loro a disposizione, ma costruirono grazie alle capacità manuali una vera e propria cittadina. Nel pieno del periodo di massimo sviluppo della seconda metà degli anni Cinquanta Ojeda sembrava una little Italy con casette dotate di garage e aria condizionata. Da rimarcare è ancora una volta la peculiarità del lavoro italiano nel settore petrolifero. Non si trattava di manodopera non qualificata, perché grazie al mestiere che spesso avevano imparato in Italia, i nuovi coloni della cittadina sul lago di Maracaibo erano «contrattisti» ossia liberi professionisti che stipulavano con le grandi compagnie petroliferi accordi per la manutenzione o gestione dei materiali d’opera. Questa condizione professionale contribuì in molti casi al successo economico degli italo.venezuelani rispetto ad altri immigrati meno qualificati.Nel 1956 la presenza italiana cresce ancora, arrivando a circa 120mila unità. Collegata dall’anno precedente da un volo Alitalia Roma-Milano-Caracas, la capitale ospitò nel febbraio del 1956 la fiera «L’Italia produce», alla presenza di Pèrez Jimenez e dell’allora ambasciatore italiano Justo Giusti del Giardino.Negli anni d’oro dello sviluppo urbanistico e infrastrutturale del Venezuela, sopra la massa di emigrati italiani che fecero crescere la nazione alcuni divennero particolarmente influenti, dei veri e propri «tycoon». Questo è sicuramente il caso del salernitano Filippo Gagliardi, emigrante della prima ora. Giunto in Venezuela per la prima volta da Montesano nel 1927, non vi trovò fortuna e fu costretto a rientrare in Italia. Nel 1937 riprese la via dell’Atlantico e, tra i primi italiani impegnati nel settore, costruì le basi di quello che sarà l’«impero del cemento» di «Don Felipe», come veniva chiamato dai venezuelani. Sotto Pèrez Jimenez, di cui fu amico personale, la sua fortuna ebbe un’impennata. Tanto da diventare, nella terra di origine e in Italia, un benefattore. Elargì fondi al suo paese di origine dove fece costruire opere imponenti, diede la luce ai paesi isolati del Vallo Di Diano, regalò milioni agli alluvionati del Polesine. Legato a doppio filo con la giunta di Caracas, fu nominato da Jimenez coordinatore del bacino elettorale degli italo-venezuelani. Rimase in Venezuela fino alla caduta della giunta militare, per poi rientrare in Italia a causa delle accuse di collaborazionismo. Un tentativo di rientro a Caracas del 1967 non ebbe il successo sperato e Filippo Gagliardi morirà in Italia nel 1968.Un altro caso di estremo successo italiano in Venezuela fu quello di Pompeo D’Ambrosio. Salernitano come Gagliardi, era nato a Campagna nel 1917. Laureato in amministrazione delle colonie, era reduce di El-Alamein. A differenza di Gagliardi, emigrò in Venezuela nel 1951 quando la giunta militare aprì del tutto le porte all’immigrazione italiana. Entrò come funzionario al Banco Latino di Caracas, durante la carriera fu tra i principali finanziatori del lavoro italiano in Venezuela, in particolare contribuendo alla crescita di grandi società fondate dai suoi conterranei nel settore delle costruzioni. A D’Ambrosio furono legate due grandi realtà imprenditoriali fondate da italo-venezuelani: Vinccler (Venezolana de Inversiones y Construcciones Clerico), ancora oggi leader nelle grandi costruzioni e in mano alla famiglia fondatrice Clerico e di Construcctora Delpre, guidata dall’ingegnere italo-venezuelano Enrique Delfino che nel 1969 iniziò la costruzione del più importante centro direzionale di Caracas, il «Parque Central».Il Venezuela degli anni ’50 (ma fino a quasi tutto il decennio successivo) fu una opportunità economica non solo per gli emigranti, ma anche per le grandi aziende italiane che entravano anch’esse in una fase di forte sviluppo dopo la lunga crisi postbellica. Nel Venezuela di Pèrez Jimenez arrivò la Fiat con la fondazione di uno stabilimento a La València nel 1954. Da Lambrate arrivò anche la Innocenti in virtù di un accordo con le autorità di Caracas che necessitavano del know how necessario alla realizzazione di un grande polo siderurgico nello Stato di Bolìvar. L’azienda milanese si occupò della realizzazione delle strutture e dei macchinari costruiti in Italia, fondando la Siderúrgica del Orinoco C.A. (SIDOR) nel 1955. A Maracaibo, la manodopera italiana contribuì alla costruzione di un simbolo dell’ingegneria mondiale. Nel 1957 il governo stanziò i fondi per la realizzazione del monumentale ponte «General Rafael Urdaneta», progettato da Riccardo Morandi. Lungo 8,7 km sopra le acque del lago, presenta ben 135 campate disegnate con la classica «V» marchio di fabbrica dell’ingegnere italiano.L’età dell’oro e di Pèrez Jimenez si interruppe bruscamente nel 1958, dopo che il militare capo del governo aveva elaborato una legge elettorale che prevedesse il voto degli italiani suoi alleati (Ley de elecciones). Ma il crescente malcontento sia dei venezuelani che degli stessi vertici militari nei confronti di Jimenez, uniti al calo di sostegno da parte degli Stati Uniti che ritennero pericoloso tenerlo al potere per evitare una nuova Cuba e rischiare di perdere le risorse petrolifere fecero cadere il governo in carica da 6 anni. Pèrez Jimenez fu esiliato e finirà i suoi giorni nella Spagna di Francisco Franco. Per gli italiani in Venezuela, i mesi che seguirono la caduta della giunta rappresentarono un «piccolo Terrore». Prosperati negli anni vertiginosi di Jimenez, subirono la vendetta dei partiti clandestini e dei lavoratori locali. Una serie di azioni intimidatorie portò a numerosi danni alle attività italiane, nonché a una decina di feriti negli scontri di piazza. L’immigrazione italiana, concentrata in pochi anni e oggetto di una crescita fulminea, costituiva un’eccezione nella storia migratoria dell’America. Tanto fu efficace quanto divenne poi indispensabile e radicata nel tessuto economico e sociale del Venezuela, che la popolazione italiana non fu sottoposta ad una diaspora dai governi seguenti, primo dei quali fu il secondo mandato di Bétancourt dal 1959. Ci furono parecchi rientri, questo è un dato di fatto. E la curva migratoria scese di colpo dopo il 1958, rimanendo stabile su livelli molto più bassi fino agli anni Settanta quando praticamente si spense del tutto. Ma non solamente fattori geopolitici generarono la fine dell’emigrazione di massa degli italiani in Venezuela. A seimila miglia nautiche di distanza, l’Italia del miracolo economico cresceva come era cresciuto il Venezuela nel decennio precedente e all’emigrazione tradizionale verso altri Paesi si sostituì quella interna verso le grandi fabbriche del Nord. Ma il segno lasciato dal lavoro degli italiani, guardando l’orizzonte di Caracas, leggendo le influenze culturali ancora oggi radicate nel Paese, indicano la storia di una comunità che ha forgiato con il lavoro, la speranza, il sudore, la storia di una nazione.
iStock
È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
Continua a leggereRiduci
Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
Continua a leggereRiduci
iStock
Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
Continua a leggereRiduci
Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
Continua a leggereRiduci