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2025-02-26
Con l'arrivo di Trump la dittatura venezuelana traballa
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Il candidato dell’opposizione Edmundo Gonzalez Urrutia, vero vincitore delle presidenziali, ha dovuto abbandonare il paese rifugiandosi in Spagna, lasciando la sua vice Maria Corina Machado a lottare per la democrazia. I dati dell'Università Cattolica Andrés Bello (Ucab) di Caracas fotografano un paese in estrema difficoltà con una crescita economica in brusca frenata. Il politologo e docente universitario Benigno Alarcon individua gli aspetti che meglio spiegano le difficoltà del Venezuela. «La società venezuelana vive un profondo conflitto dovuto alle elezioni che hanno confermato Maduro che ha estorto un nuovo mandato senza rispettare il voto dei cittadini e senza il riconoscimento della comunità internazionale. Questo sta portando ad un peggioramento delle sanzioni che porteranno ad un calo del 5% dell’economia ed un crollo di un terzo per quanto riguarda le entrare in valuta estera. Tutto questo porterà a far crescere l’inflazione e ad una nuova svalutazione della moneta nazionale che nonostante un intervento della Banca Centrale che ha messo sul mercato quasi 700 milioni di dollari ha raggiunto il 44% del tasso ufficiale ed il 70% del mercato parallelo. Si prevede inoltre che almeno il 4% della popolazione attiva sia pronta a lasciare il paese, indebolendo la forza lavoro». Sono già milioni i venezuelani che hanno dovuto abbandonare la loro patria, creando un fronte di opposizione anche all’estero. Maria Andreina De Grazia è un’attivista ed è soprattutto la figlia di Americo De Grazia, il deputato che da oltre sei mesi è prigioniero delle carceri venezuelane. «Mio padre è stato arrestato senza nessuna motivazione, ma soltanto perché è un oppositore del regime di Maduro che sta distruggendo il tessuto della nostra nazione. La mia famiglia è arrivata qui dall’Italia dopo la seconda guerra mondiale e mio padre è nato in Venezuela, ma manteniamo la doppia cittadinanza. La mia storia è uguale a quella di milioni di venezuelani che sono stati costretti a scappare all’estero. Ho subito minacce di morte per il mio attivismo giovanile ed universitario e mi sono rifugiata negli Stati Uniti, ma non smetto di lottare per il Venezuela. Il mondo conosce benissimo la nostra situazione, sono molti anni che siamo preda di una dittatura. Prima Hugo Chavez e adesso Nicolas Maduro hanno trasformato il Venezuela in una proprietà privata, dopo aver distrutto tutte le libertà costituzionali. Il parlamento è composto soltanto da fedelissimi del presidente che non fanno altro che obbedire ai suoi ordini. Con Maduro la situazione è addirittura peggiorata, regna la paura e milioni di cittadini lasciano il Venezuela per paura della polizia politica. Le elezioni sono state rubate al popolo perché Edmundo Gonzalez Urrutia era il vero vincitore e adesso c’è Maria Corina Machado a guidare l’opposizione. E’ una donna forte con molta voglia di cambiare il paese e con un grande seguito popolare, ma Nicolas Maduro ha amici potenti. Russia, Cina, Cuba, Iran lo appoggiano per dissanguare il Venezuela che è uno stato ricchissimo. Anche i narcotrafficanti fanno affari a Caracas perché Maduro ha aperto il paese ai peggiori criminali. La mia lotta è soprattutto per la liberazione di mio padre che è un simbolo e che potrebbe aprire le porte del carcere di Elicoide a molti prigionieri politici». Da oltre cento giorni anche il cooperante italiano Alberto Trentini si trova nelle carceri venezuelane arrestato dalla Direzione Generale del Controspionaggio Militare (Dgcim) ed il governo italiano sta facendo pressioni per ottenerne la liberazione, ma in Venezuela lo stato di diritto non esiste più da tempo. Maria Corina Machado è riuscita a radunare intorno a se un’opposizione piuttosto composita e vanta forti rapporti con gli Stati Uniti. I senatori repubblicani Bill Cassidy e Rick Scott hanno minacciato Maduro se avesse toccato il “presidente eletto” Gonzalez Urrutia o Maria Corina Machado, dichiarandosi pronti a scatenare un inferno. La prima amministrazione Trump era arrivata a mettere una taglia di 15 milioni di dollari sulla testa di Nicolas Maduro incriminandolo per narco-terrorismo e cospirazione per esportare cocaina negli Stati Uniti. Oggi la posizione di Donald Trump appare più morbida e i due governi si sono anche parlati per il rimpatrio di cittadini venezuelani espulsi da Washington, ma la lideresa Machado resta convinta dell’appoggio statunitense. Il regime di Maduro è terrorizzato dal ritorno di Trump alla Casa Bianca e io sono certa che aumenteranno le pressioni per cacciare chi occupa illegalmente il governo di Caracas. L’Europa però deve fare di più passando dalle parole ai fatti, non possono permettere che chi ha rubato le elezioni resti impunito. Nicolas Maduro è il vero capo del temibile Tren de Aragua, il cartello della droga venezuelano, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dagli Stati Uniti. A lui fanno riferimento anche i guerriglieri colombiani che lui utilizza per destabilizzare Bogotà, è un pericolo per tutto il continente, basta vedere che ci sono 2000 persone torturate in carcere senza nessuna accusa reale. Voglio ringraziare la premier italiana Giorgia Meloni che non ha riconosciuto questa falsa vittoria e si è fatta portavoce in Europa delle richiesta di libertà e democrazia del popolo venezuelano». La nuova amministrazione Trump ha una linea meno netta nei rapporti con il Venezuela soprattutto stando alle dichiarazioni dell’inviato speciale Richard Grenell, anche se il Segretario di Stato Marco Rubio spinge per un appoggio forte e deciso all’opposizione anti-madurista. Il Venezuela appare però saldamente nelle mani di Nicolas Maduro e la sanzioni hanno cementato il suo rapporto con diversi partner internazionali. Caracas ha anche ufficialmente chiesto di entrare a far parte dei Brics, l’alleanza economica e politica guidata da Cina e Russia, un modo per rafforzare il proprio peso e sentirsi le spalle protette dall’asse Mosca-Pechino.
La prima emigrazione italiana. Troppo presto per cogliere i «frutti dell’Eden» (1947-1952)
Mai come nel secondo dopoguerra gli italiani sognarono l’«Eldorado». Prostrati dalle conseguenze del conflitto perduto, strangolati dal caro vita della seconda metà degli anni Quaranta e dalla cronica mancanza di lavoro, in particolar modo nel Mezzogiorno, sognavano il riscatto abbandonando la povera terra natale per un futuro migliore. Una storia già vista anche nei primi anni del Novecento, quando i piroscafi degli emigranti portarono centinaia di migliaia di emigranti nei porti degli Stati Uniti, dell’Argentina, del Brasile. Dopo il 1945 il flusso riprese con maggiori difficoltà rispetto al passato a causa delle restrizioni che i paesi a forte flusso di immigrazione avevano applicato. Ma rispetto a qualche decennio prima, una nuova frontiera pareva aprirsi alle speranze degli italiani in fuga dalla miseria: il Venezuela.
Lontano dalle rotte migratorie nella prima metà del secolo, il Paese sudamericano era stato solo sfiorato dall’arrivo di nuovi lavoratori dall’Europa. Ma a partire dagli anni Venti la scoperta e la successiva estrazione di petrolio ne avevano cambiato radicalmente le prospettive di crescita. I giacimenti, concentrati particolarmente nella zona di Maracaibo ad Ovest del Paese, furono sin dalle origini sfruttati dagli Stati Uniti attraverso accordi di royalty che lasciavano al governo di Caracas una buona fetta dei ricavi, contribuendo in modo determinante ad una crescita rapida ed esponenziale di una nazione fino ad allora essenzialmente agricola, poco popolata e con scarse o inesistenti infrastrutture.
Gli italiani presenti in Venezuela tra gli anni Trenta e la fine della guerra superavano a malapena le tremila unità. Una comunità limitata formata soprattutto da agricoltori e piccoli commercianti, giunti oltreoceano con un bagaglio professionale che aveva loro garantito occupazione nell’unico settore relativamente sviluppato fino ad allora, quello agroalimentare. Italiani sono alcuni pastifici, negozi e centri di importazione di prodotti italiani. Nascono anche i primi ristoranti e pasticcerie apprezzati per l’attrattiva che il «gusto italiano» ha nel mondo della belle époque. Si tratta comunque di un numero limitato di presenze, che non influiscono in modo determinante ad un cambiamento socio-economico come quello che interessò il Venezuela del dopoguerra. Per meglio comprendere i motivi che causarono la prima grande migrazione di massa degli italiani verso il Venezuela, è importante ricordare le vicende politiche ed economiche che interessarono il Paese appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Caratterizzato da forte instabilità, il governo di Caracas aveva alternato fasi di apertura democratica a periodi di gestione autoritaria da parte dei militari. Fu il caso del presidente Medina Angarita, generale dell’esercito in carica dal 1941, che consolidò i legami con gli Stati Uniti (dichiarando guerra all’Asse) e attuando una serie di misure populiste atte a ridurre timidamente gli squilibri socioeconomici del Paese. Nel primissimo dopoguerra la mano passò al socialdemocratico Romulo Bétancourt, che iniziò una timida fase riformista e che fu il primo a promuovere l’apertura delle frontiere all’immigrazione. Durante il suo governo fu promulgata la «Ley de immigraciòn y colonizaciòn», che mirava ad una regolamentazione del flusso di ingresso di migranti (soprattutto europei) incentrata sul settore agricolo, secondo la visione di Bétancourt finalizzata a differenziare lo sviluppo del Venezuela dando un contrappeso al petrolio e quindi alla dipendenza da Washington. Fu in questo periodo che si verificò la prima ondata di emigranti dall’Italia e il mito di un nuovo «Eldorado» oltreoceano. La voce della nuova terra dai frutti dorati arriva rapidamente in Italia, anche se per i lavoratori che si apprestano a solcare l’Atlantico il Venezuela è del tutto sconosciuto, ben lontano dagli echi di cronaca di Paesi dalla lunga storia di immigrazione italiana come gli Usa o l’Argentina. Partire costava molto, un viaggio in nave ben 150mila lire. Tuttavia nel 1948 saranno circa 7.000 gli italiani (in particolare campani e siciliani) che attraccheranno nel porto de La Guaira, costa del mar dei Caraibi separata da Caracas da una catena montuosa che i nuovi arrivati valicavano percorrendo strade precarie e vertiginose. Nella capitale la ricerca del lavoro è spesso un calvario. Proprio per la politica del governo, la richiesta principale è di lavoratori agricoli.
Ma il Paese non è ancora pronto ad assorbire in modo ottimale la nuova mono d’opera. L’agricoltura del grande latifondo è se possibile peggio di quella che i migranti del Sud Italia si erano lasciati alle spalle. Bétancourt vorrebbe frazionarla e creare una proprietà medio-piccola in colonie gestite da immigrati e creoli. La condizione dei pionieri dell’immigrazione italiana partiva dunque con il piede sbagliato. Molti lavoratori si vennero a trovare distanti dai fasti di Caracas, capitale in progressiva crescita, braccati in appezzamenti in località remote spesso battute da inondazioni dovute alle piogge torrenziali dei tropici, a coltivare per una misera paga una terra improduttiva abbandonata negli anni dai precedenti proprietari e ora in mano al governo, affiancati a contadini venezuelani dei quali gli italiani sentono la crescente ostilità, anche per il fatto che i nuovi arrivati hanno un’urgenza di attività e di riscatto che la loro natura di caraibici non riesce a comprendere. In altri settori le cose andavano anche peggio. Né l’industria né le infrastrutture si erano sviluppate e spesso i piccoli commercianti o esercenti italiani che avevano avviato un’attività erano presto spodestati dai creoli. Questa situazione, che non rispecchiava certamente l’idea che gli emigranti italiani avevano del Venezuela, generò un fenomeno che per tutto il primo periodo dell’immigrazione italiana si verificò al porto de La Guaira. Al posto di essere salutati con bandiere e fazzoletti, i nuovi arrivati venivano accolti dai connazionali al grido di «tornate indietro!». Gli italiani non ascoltarono il consiglio e per lo più rimasero, resistendo alle dure condizioni del Paese che li aveva accolti. Il saldo migratorio, pur con una flessione tra il 1948 e il 1950, rimane positivo. Gli italiani che arrivarono in quegli anni difficili portarono con sé un bagaglio di piccole ma fondamentali capacità lavorative. Molti emigranti meridionali avevano imparato sin da ragazzi non solo il lavoro dei campi, ma anche i rudimenti dell’edilizia, le umili professioni artigianali come quella del calzolaio, tanto che nei primi anni della loro presenza gli italiani venivano chiamati dai venezuelani «zapateros», ciabattini appunto. Laddove non vi erano case decenti, gli italiani le costruirono con la forza delle braccia. Questo spirito di iniziativa, legato alla mera sopravvivenza e alla massima tensione verso il riscatto in una scommessa dove avevano puntato tutti i loro averi cominciò a dare i suoi frutti. La natura di lavoratori instancabili iniziò ad attirare l’attenzione delle autorità locali che mostrarono da allora un certo apprezzamento per quegli stranieri che, sfidando le tante privazioni, contribuivano alla crescita del Venezuela pre-«boom» economico. Alcuni casi, forse curiosi ma non meno significativi, caratterizzarono l’attività italiana alla fine degli anni Quaranta. Nella regione di Mèrida, la porta delle Ande, a 4.118 metri di altitudine due italiani costruirono il primo rifugio sul Nudo de Apartadero. Il «Pico de l’aguila» era nato nel 1950 per iniziativa di Franco Anzil e Valentino Metzer. Si trattava di una struttura di gusto totalmente alpino che i due avevano fatto costruire con materiali provenienti dall’Italia. Il primo, istruttore degli Alpini in patria, contribuirà negli anni successivi allo sviluppo del turismo montano. Anzil fu tra i fondatori del «Club Andino venezolano», forgiato sulla falsariga del Cai italiano. Oltre alle migliaia di italiani che alla fine del decennio lottarono per sopravvivere e per vedere realizzato il sogno dell’emigrante lavorando una terra ingrata o cercando di farsi spazio nel campo del piccolo commercio si affacciarono per la prima volta anche i pescatori venuti dalle coste italiane del Mediterraneo. Dalla Sicilia al Tirreno che bagna le coste toscane, furono diversi i proprietari di motopescherecci ad affrontare l’oceano per gettare le reti nel mare dei Caraibi. Le cronache dell’epoca raccontano dell’epopea di un gruppo di pescatori di Viareggio che, cacciati dalle acque della Corsica dai francesi, tentarono l’avventura del Venezuela già all’inizio del 1950. A Las Palmas, dopo aver navigato per 6.000 miglia, gettarono le reti due grandi pescherecci del proprietario Attilio Barsanti, che da allora saranno di casa nelle acque pescose del Venezuela. I pescatori italiani contribuiranno anche a cambiare i gusti locali, spingendo per il maggiore consumo di pesce che fino ad allora era rimasto in coda alla catena alimentare dei clienti Venezuelani.
Un sogno che si avvera: gli italiani e l’«età dell’oro» sotto il governo di Pèrez Jimenez (1952-1958)
Mentre gli emigranti italiani lottavano per il lavoro e la dignità, grandi cambiamenti nella politica venezuelana apparvero all’orizzonte. Il socialdemocratico Bétancourt aveva lasciato la guida del paese al compagno di partito Acciòn Democratica Ròmulo Gallegos, che governò il paese per pochi mesi, quando fu infine rovesciato da un golpe militare guidato da una giunta guidata da Carlos Delgado Chalbaud in cui figurava anche il generale Marcos Pèrez Jimenez. Il nuovo capo del governo fu a sua volta assassinato nel 1950 e, dopo una breve parentesi in cui la giunta mise a capo il civile Germán Suárez Flamerich, Marcos Pèrez Jimenez prese definitivamente il potere con un golpe senza sangue.
La sua ascesa determinò un deciso cambio di rotta rispetto ai governi democratici del secondo dopoguerra. La riforma agraria di Bétancourt fu definitivamente accantonata, mentre l’economia fu orientata quasi esclusivamente al petrolio, le cui rendite negli anni Cinquanta sarebbero cresciute rapidamente. Confermando il forte legame con gli Stati Uniti di Truman e di Eisenhower in quanto baluardo sicuro contro l’espansione di movimenti e partiti marxisti, il militare presidente forgiò la crescita del Venezuela sul modello degli Usa, rafforzando il legame commerciale che garantiva a Washington un grande flusso di esportazioni verso il Paese sudamericano. Le rendite derivate dalle royalties per lo sfruttamento dei giacimenti rese in poco tempo il Venezuela il paese più ricco del Sudamerica, tanto che nel 1955 il governo di Caracas ebbe la possibilità di poter spendere oltre 1,5 milioni di dollari al giorno. Una grande parte di questi introiti, la base dell’«Eldorado» tanto atteso dagli italiani, fu spesa in grandiose opere pubbliche e infrastrutturali. Alla metà degli anni Cinquanta, Caracas sembrava Los Angeles. Il consumismo era alle stelle, quasi un comandamento. Le case borghesi avevano gli elettrodomestici e le strade della capitale erano percorse dalle imponenti auto americane. L’orizzonte della città, la cui popolazione era triplicata in soli 10 anni, mutava con le sagome dei primi grattacieli, con i pilastri dei grandi svincoli stradali. Pérez Jimenez aveva urgente bisogno di mano d’opera per tenere il passo di una crescita così vertiginosa. Tra le migliaia di immigrati che sbarcavano nei porti del Paese ebbe un occhio di riguardo per gli italiani. Oltre all’affinità culturale, il capo della giunta vedeva l’alto livello professionale e la grande smania di lavoro e guadagno. L’apertura delle porte del Venezuela aveva anche uno scopo di controllo sociale, secondo la visione di Pérez Jimenez. L’accoglienza di italiani (e a seguire portoghesi e spagnoli) e in generale di immigrati dall’Europa fu uno strumento che il capo del governo di Caracas cercò di utilizzare per perseguire quella che potremmo, con un’astrazione storica, chiamare una «sostituzione etnica» al contrario rispetto a quella di cui si discute oggi. Jimenez, che pure era di sangue indio per una parte, vedeva nei nuovi arrivati una forte propensione al lavoro che nelle popolazioni native non era presente. Anche da un punto di vista politico gli immigrati europei costituivano un baluardo di consensi, diversamente dalle turbolente popolazioni locali più sensibili all’influenza dei movimenti rivoluzionari di stampo marxista. Nel 1952, primo anno del suo governo, gli italiani che si erano trasferiti in Venezuela erano già saliti a 80.000, praticamente tutti assorbiti in particolare modo nel settore dell’edilizia e delle grandi infrastrutture (ponti, dighe, centrali). Durante gli anni Cinquanta, anche il settore petrolifero venezuelano vide la crescente presenza di manodopera italiana. Ne è un esempio il caso di Ciudad Ojeda, sulle rive del lago di Maracaibo. Fondata nel 1936 dopo un incendio che ne distrusse le antiche case su palafitte, negli anni Cinquanta divenne un centro nevralgico dell’industria petrolifera. Qui si erano trasferiti agli inizi del «boom» migliaia di italiani che non si accontentarono delle catapecchie messe loro a disposizione, ma costruirono grazie alle capacità manuali una vera e propria cittadina. Nel pieno del periodo di massimo sviluppo della seconda metà degli anni Cinquanta Ojeda sembrava una little Italy con casette dotate di garage e aria condizionata. Da rimarcare è ancora una volta la peculiarità del lavoro italiano nel settore petrolifero. Non si trattava di manodopera non qualificata, perché grazie al mestiere che spesso avevano imparato in Italia, i nuovi coloni della cittadina sul lago di Maracaibo erano «contrattisti» ossia liberi professionisti che stipulavano con le grandi compagnie petroliferi accordi per la manutenzione o gestione dei materiali d’opera. Questa condizione professionale contribuì in molti casi al successo economico degli italo.venezuelani rispetto ad altri immigrati meno qualificati.
Nel 1956 la presenza italiana cresce ancora, arrivando a circa 120mila unità. Collegata dall’anno precedente da un volo Alitalia Roma-Milano-Caracas, la capitale ospitò nel febbraio del 1956 la fiera «L’Italia produce», alla presenza di Pèrez Jimenez e dell’allora ambasciatore italiano Justo Giusti del Giardino.
Negli anni d’oro dello sviluppo urbanistico e infrastrutturale del Venezuela, sopra la massa di emigrati italiani che fecero crescere la nazione alcuni divennero particolarmente influenti, dei veri e propri «tycoon». Questo è sicuramente il caso del salernitano Filippo Gagliardi, emigrante della prima ora. Giunto in Venezuela per la prima volta da Montesano nel 1927, non vi trovò fortuna e fu costretto a rientrare in Italia. Nel 1937 riprese la via dell’Atlantico e, tra i primi italiani impegnati nel settore, costruì le basi di quello che sarà l’«impero del cemento» di «Don Felipe», come veniva chiamato dai venezuelani. Sotto Pèrez Jimenez, di cui fu amico personale, la sua fortuna ebbe un’impennata. Tanto da diventare, nella terra di origine e in Italia, un benefattore. Elargì fondi al suo paese di origine dove fece costruire opere imponenti, diede la luce ai paesi isolati del Vallo Di Diano, regalò milioni agli alluvionati del Polesine. Legato a doppio filo con la giunta di Caracas, fu nominato da Jimenez coordinatore del bacino elettorale degli italo-venezuelani. Rimase in Venezuela fino alla caduta della giunta militare, per poi rientrare in Italia a causa delle accuse di collaborazionismo. Un tentativo di rientro a Caracas del 1967 non ebbe il successo sperato e Filippo Gagliardi morirà in Italia nel 1968.
Un altro caso di estremo successo italiano in Venezuela fu quello di Pompeo D’Ambrosio. Salernitano come Gagliardi, era nato a Campagna nel 1917. Laureato in amministrazione delle colonie, era reduce di El-Alamein. A differenza di Gagliardi, emigrò in Venezuela nel 1951 quando la giunta militare aprì del tutto le porte all’immigrazione italiana. Entrò come funzionario al Banco Latino di Caracas, durante la carriera fu tra i principali finanziatori del lavoro italiano in Venezuela, in particolare contribuendo alla crescita di grandi società fondate dai suoi conterranei nel settore delle costruzioni. A D’Ambrosio furono legate due grandi realtà imprenditoriali fondate da italo-venezuelani: Vinccler (Venezolana de Inversiones y Construcciones Clerico), ancora oggi leader nelle grandi costruzioni e in mano alla famiglia fondatrice Clerico e di Construcctora Delpre, guidata dall’ingegnere italo-venezuelano Enrique Delfino che nel 1969 iniziò la costruzione del più importante centro direzionale di Caracas, il «Parque Central».
Il Venezuela degli anni ’50 (ma fino a quasi tutto il decennio successivo) fu una opportunità economica non solo per gli emigranti, ma anche per le grandi aziende italiane che entravano anch’esse in una fase di forte sviluppo dopo la lunga crisi postbellica. Nel Venezuela di Pèrez Jimenez arrivò la Fiat con la fondazione di uno stabilimento a La València nel 1954. Da Lambrate arrivò anche la Innocenti in virtù di un accordo con le autorità di Caracas che necessitavano del know how necessario alla realizzazione di un grande polo siderurgico nello Stato di Bolìvar. L’azienda milanese si occupò della realizzazione delle strutture e dei macchinari costruiti in Italia, fondando la Siderúrgica del Orinoco C.A. (SIDOR) nel 1955. A Maracaibo, la manodopera italiana contribuì alla costruzione di un simbolo dell’ingegneria mondiale. Nel 1957 il governo stanziò i fondi per la realizzazione del monumentale ponte «General Rafael Urdaneta», progettato da Riccardo Morandi. Lungo 8,7 km sopra le acque del lago, presenta ben 135 campate disegnate con la classica «V» marchio di fabbrica dell’ingegnere italiano.
L’età dell’oro e di Pèrez Jimenez si interruppe bruscamente nel 1958, dopo che il militare capo del governo aveva elaborato una legge elettorale che prevedesse il voto degli italiani suoi alleati (Ley de elecciones). Ma il crescente malcontento sia dei venezuelani che degli stessi vertici militari nei confronti di Jimenez, uniti al calo di sostegno da parte degli Stati Uniti che ritennero pericoloso tenerlo al potere per evitare una nuova Cuba e rischiare di perdere le risorse petrolifere fecero cadere il governo in carica da 6 anni. Pèrez Jimenez fu esiliato e finirà i suoi giorni nella Spagna di Francisco Franco. Per gli italiani in Venezuela, i mesi che seguirono la caduta della giunta rappresentarono un «piccolo Terrore». Prosperati negli anni vertiginosi di Jimenez, subirono la vendetta dei partiti clandestini e dei lavoratori locali. Una serie di azioni intimidatorie portò a numerosi danni alle attività italiane, nonché a una decina di feriti negli scontri di piazza. L’immigrazione italiana, concentrata in pochi anni e oggetto di una crescita fulminea, costituiva un’eccezione nella storia migratoria dell’America. Tanto fu efficace quanto divenne poi indispensabile e radicata nel tessuto economico e sociale del Venezuela, che la popolazione italiana non fu sottoposta ad una diaspora dai governi seguenti, primo dei quali fu il secondo mandato di Bétancourt dal 1959. Ci furono parecchi rientri, questo è un dato di fatto. E la curva migratoria scese di colpo dopo il 1958, rimanendo stabile su livelli molto più bassi fino agli anni Settanta quando praticamente si spense del tutto. Ma non solamente fattori geopolitici generarono la fine dell’emigrazione di massa degli italiani in Venezuela. A seimila miglia nautiche di distanza, l’Italia del miracolo economico cresceva come era cresciuto il Venezuela nel decennio precedente e all’emigrazione tradizionale verso altri Paesi si sostituì quella interna verso le grandi fabbriche del Nord. Ma il segno lasciato dal lavoro degli italiani, guardando l’orizzonte di Caracas, leggendo le influenze culturali ancora oggi radicate nel Paese, indicano la storia di una comunità che ha forgiato con il lavoro, la speranza, il sudore, la storia di una nazione.
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Le elezioni farsa del luglio scorso, che hanno permesso a Nicolas Maduro di restare al potere, hanno definitivamente trasformato il Venezuela in una dittatura che soffoca ogni forma di dissenso con la violenza. La testimonianza dell'attivista italo-venezuelana Maria Andreina De Grazia.Storia e storie dell’emigrazione italiana in Venezuela: concentrata nel secondo dopoguerra, si inserì in un Paese in forte crescita economica al cui sviluppo fu determinante negli anni Cinquanta.Lo speciale contiene due articoli.Il candidato dell’opposizione Edmundo Gonzalez Urrutia, vero vincitore delle presidenziali, ha dovuto abbandonare il paese rifugiandosi in Spagna, lasciando la sua vice Maria Corina Machado a lottare per la democrazia. I dati dell'Università Cattolica Andrés Bello (Ucab) di Caracas fotografano un paese in estrema difficoltà con una crescita economica in brusca frenata. Il politologo e docente universitario Benigno Alarcon individua gli aspetti che meglio spiegano le difficoltà del Venezuela. «La società venezuelana vive un profondo conflitto dovuto alle elezioni che hanno confermato Maduro che ha estorto un nuovo mandato senza rispettare il voto dei cittadini e senza il riconoscimento della comunità internazionale. Questo sta portando ad un peggioramento delle sanzioni che porteranno ad un calo del 5% dell’economia ed un crollo di un terzo per quanto riguarda le entrare in valuta estera. Tutto questo porterà a far crescere l’inflazione e ad una nuova svalutazione della moneta nazionale che nonostante un intervento della Banca Centrale che ha messo sul mercato quasi 700 milioni di dollari ha raggiunto il 44% del tasso ufficiale ed il 70% del mercato parallelo. Si prevede inoltre che almeno il 4% della popolazione attiva sia pronta a lasciare il paese, indebolendo la forza lavoro». Sono già milioni i venezuelani che hanno dovuto abbandonare la loro patria, creando un fronte di opposizione anche all’estero. Maria Andreina De Grazia è un’attivista ed è soprattutto la figlia di Americo De Grazia, il deputato che da oltre sei mesi è prigioniero delle carceri venezuelane. «Mio padre è stato arrestato senza nessuna motivazione, ma soltanto perché è un oppositore del regime di Maduro che sta distruggendo il tessuto della nostra nazione. La mia famiglia è arrivata qui dall’Italia dopo la seconda guerra mondiale e mio padre è nato in Venezuela, ma manteniamo la doppia cittadinanza. La mia storia è uguale a quella di milioni di venezuelani che sono stati costretti a scappare all’estero. Ho subito minacce di morte per il mio attivismo giovanile ed universitario e mi sono rifugiata negli Stati Uniti, ma non smetto di lottare per il Venezuela. Il mondo conosce benissimo la nostra situazione, sono molti anni che siamo preda di una dittatura. Prima Hugo Chavez e adesso Nicolas Maduro hanno trasformato il Venezuela in una proprietà privata, dopo aver distrutto tutte le libertà costituzionali. Il parlamento è composto soltanto da fedelissimi del presidente che non fanno altro che obbedire ai suoi ordini. Con Maduro la situazione è addirittura peggiorata, regna la paura e milioni di cittadini lasciano il Venezuela per paura della polizia politica. Le elezioni sono state rubate al popolo perché Edmundo Gonzalez Urrutia era il vero vincitore e adesso c’è Maria Corina Machado a guidare l’opposizione. E’ una donna forte con molta voglia di cambiare il paese e con un grande seguito popolare, ma Nicolas Maduro ha amici potenti. Russia, Cina, Cuba, Iran lo appoggiano per dissanguare il Venezuela che è uno stato ricchissimo. Anche i narcotrafficanti fanno affari a Caracas perché Maduro ha aperto il paese ai peggiori criminali. La mia lotta è soprattutto per la liberazione di mio padre che è un simbolo e che potrebbe aprire le porte del carcere di Elicoide a molti prigionieri politici». Da oltre cento giorni anche il cooperante italiano Alberto Trentini si trova nelle carceri venezuelane arrestato dalla Direzione Generale del Controspionaggio Militare (Dgcim) ed il governo italiano sta facendo pressioni per ottenerne la liberazione, ma in Venezuela lo stato di diritto non esiste più da tempo. Maria Corina Machado è riuscita a radunare intorno a se un’opposizione piuttosto composita e vanta forti rapporti con gli Stati Uniti. I senatori repubblicani Bill Cassidy e Rick Scott hanno minacciato Maduro se avesse toccato il “presidente eletto” Gonzalez Urrutia o Maria Corina Machado, dichiarandosi pronti a scatenare un inferno. La prima amministrazione Trump era arrivata a mettere una taglia di 15 milioni di dollari sulla testa di Nicolas Maduro incriminandolo per narco-terrorismo e cospirazione per esportare cocaina negli Stati Uniti. Oggi la posizione di Donald Trump appare più morbida e i due governi si sono anche parlati per il rimpatrio di cittadini venezuelani espulsi da Washington, ma la lideresa Machado resta convinta dell’appoggio statunitense. Il regime di Maduro è terrorizzato dal ritorno di Trump alla Casa Bianca e io sono certa che aumenteranno le pressioni per cacciare chi occupa illegalmente il governo di Caracas. L’Europa però deve fare di più passando dalle parole ai fatti, non possono permettere che chi ha rubato le elezioni resti impunito. Nicolas Maduro è il vero capo del temibile Tren de Aragua, il cartello della droga venezuelano, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dagli Stati Uniti. A lui fanno riferimento anche i guerriglieri colombiani che lui utilizza per destabilizzare Bogotà, è un pericolo per tutto il continente, basta vedere che ci sono 2000 persone torturate in carcere senza nessuna accusa reale. Voglio ringraziare la premier italiana Giorgia Meloni che non ha riconosciuto questa falsa vittoria e si è fatta portavoce in Europa delle richiesta di libertà e democrazia del popolo venezuelano». La nuova amministrazione Trump ha una linea meno netta nei rapporti con il Venezuela soprattutto stando alle dichiarazioni dell’inviato speciale Richard Grenell, anche se il Segretario di Stato Marco Rubio spinge per un appoggio forte e deciso all’opposizione anti-madurista. Il Venezuela appare però saldamente nelle mani di Nicolas Maduro e la sanzioni hanno cementato il suo rapporto con diversi partner internazionali. Caracas ha anche ufficialmente chiesto di entrare a far parte dei Brics, l’alleanza economica e politica guidata da Cina e Russia, un modo per rafforzare il proprio peso e sentirsi le spalle protette dall’asse Mosca-Pechino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-l-arrivo-di-trump-la-dittatura-venezuelana-traballa-2671223326.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-prima-emigrazione-italiana-troppo-presto-per-cogliere-i-frutti-delleden-1947-1952" data-post-id="2671223326" data-published-at="1740572721" data-use-pagination="False"> La prima emigrazione italiana. Troppo presto per cogliere i «frutti dell’Eden» (1947-1952) Mai come nel secondo dopoguerra gli italiani sognarono l’«Eldorado». Prostrati dalle conseguenze del conflitto perduto, strangolati dal caro vita della seconda metà degli anni Quaranta e dalla cronica mancanza di lavoro, in particolar modo nel Mezzogiorno, sognavano il riscatto abbandonando la povera terra natale per un futuro migliore. Una storia già vista anche nei primi anni del Novecento, quando i piroscafi degli emigranti portarono centinaia di migliaia di emigranti nei porti degli Stati Uniti, dell’Argentina, del Brasile. Dopo il 1945 il flusso riprese con maggiori difficoltà rispetto al passato a causa delle restrizioni che i paesi a forte flusso di immigrazione avevano applicato. Ma rispetto a qualche decennio prima, una nuova frontiera pareva aprirsi alle speranze degli italiani in fuga dalla miseria: il Venezuela.Lontano dalle rotte migratorie nella prima metà del secolo, il Paese sudamericano era stato solo sfiorato dall’arrivo di nuovi lavoratori dall’Europa. Ma a partire dagli anni Venti la scoperta e la successiva estrazione di petrolio ne avevano cambiato radicalmente le prospettive di crescita. I giacimenti, concentrati particolarmente nella zona di Maracaibo ad Ovest del Paese, furono sin dalle origini sfruttati dagli Stati Uniti attraverso accordi di royalty che lasciavano al governo di Caracas una buona fetta dei ricavi, contribuendo in modo determinante ad una crescita rapida ed esponenziale di una nazione fino ad allora essenzialmente agricola, poco popolata e con scarse o inesistenti infrastrutture.Gli italiani presenti in Venezuela tra gli anni Trenta e la fine della guerra superavano a malapena le tremila unità. Una comunità limitata formata soprattutto da agricoltori e piccoli commercianti, giunti oltreoceano con un bagaglio professionale che aveva loro garantito occupazione nell’unico settore relativamente sviluppato fino ad allora, quello agroalimentare. Italiani sono alcuni pastifici, negozi e centri di importazione di prodotti italiani. Nascono anche i primi ristoranti e pasticcerie apprezzati per l’attrattiva che il «gusto italiano» ha nel mondo della belle époque. Si tratta comunque di un numero limitato di presenze, che non influiscono in modo determinante ad un cambiamento socio-economico come quello che interessò il Venezuela del dopoguerra. Per meglio comprendere i motivi che causarono la prima grande migrazione di massa degli italiani verso il Venezuela, è importante ricordare le vicende politiche ed economiche che interessarono il Paese appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Caratterizzato da forte instabilità, il governo di Caracas aveva alternato fasi di apertura democratica a periodi di gestione autoritaria da parte dei militari. Fu il caso del presidente Medina Angarita, generale dell’esercito in carica dal 1941, che consolidò i legami con gli Stati Uniti (dichiarando guerra all’Asse) e attuando una serie di misure populiste atte a ridurre timidamente gli squilibri socioeconomici del Paese. Nel primissimo dopoguerra la mano passò al socialdemocratico Romulo Bétancourt, che iniziò una timida fase riformista e che fu il primo a promuovere l’apertura delle frontiere all’immigrazione. Durante il suo governo fu promulgata la «Ley de immigraciòn y colonizaciòn», che mirava ad una regolamentazione del flusso di ingresso di migranti (soprattutto europei) incentrata sul settore agricolo, secondo la visione di Bétancourt finalizzata a differenziare lo sviluppo del Venezuela dando un contrappeso al petrolio e quindi alla dipendenza da Washington. Fu in questo periodo che si verificò la prima ondata di emigranti dall’Italia e il mito di un nuovo «Eldorado» oltreoceano. La voce della nuova terra dai frutti dorati arriva rapidamente in Italia, anche se per i lavoratori che si apprestano a solcare l’Atlantico il Venezuela è del tutto sconosciuto, ben lontano dagli echi di cronaca di Paesi dalla lunga storia di immigrazione italiana come gli Usa o l’Argentina. Partire costava molto, un viaggio in nave ben 150mila lire. Tuttavia nel 1948 saranno circa 7.000 gli italiani (in particolare campani e siciliani) che attraccheranno nel porto de La Guaira, costa del mar dei Caraibi separata da Caracas da una catena montuosa che i nuovi arrivati valicavano percorrendo strade precarie e vertiginose. Nella capitale la ricerca del lavoro è spesso un calvario. Proprio per la politica del governo, la richiesta principale è di lavoratori agricoli. Ma il Paese non è ancora pronto ad assorbire in modo ottimale la nuova mono d’opera. L’agricoltura del grande latifondo è se possibile peggio di quella che i migranti del Sud Italia si erano lasciati alle spalle. Bétancourt vorrebbe frazionarla e creare una proprietà medio-piccola in colonie gestite da immigrati e creoli. La condizione dei pionieri dell’immigrazione italiana partiva dunque con il piede sbagliato. Molti lavoratori si vennero a trovare distanti dai fasti di Caracas, capitale in progressiva crescita, braccati in appezzamenti in località remote spesso battute da inondazioni dovute alle piogge torrenziali dei tropici, a coltivare per una misera paga una terra improduttiva abbandonata negli anni dai precedenti proprietari e ora in mano al governo, affiancati a contadini venezuelani dei quali gli italiani sentono la crescente ostilità, anche per il fatto che i nuovi arrivati hanno un’urgenza di attività e di riscatto che la loro natura di caraibici non riesce a comprendere. In altri settori le cose andavano anche peggio. Né l’industria né le infrastrutture si erano sviluppate e spesso i piccoli commercianti o esercenti italiani che avevano avviato un’attività erano presto spodestati dai creoli. Questa situazione, che non rispecchiava certamente l’idea che gli emigranti italiani avevano del Venezuela, generò un fenomeno che per tutto il primo periodo dell’immigrazione italiana si verificò al porto de La Guaira. Al posto di essere salutati con bandiere e fazzoletti, i nuovi arrivati venivano accolti dai connazionali al grido di «tornate indietro!». Gli italiani non ascoltarono il consiglio e per lo più rimasero, resistendo alle dure condizioni del Paese che li aveva accolti. Il saldo migratorio, pur con una flessione tra il 1948 e il 1950, rimane positivo. Gli italiani che arrivarono in quegli anni difficili portarono con sé un bagaglio di piccole ma fondamentali capacità lavorative. Molti emigranti meridionali avevano imparato sin da ragazzi non solo il lavoro dei campi, ma anche i rudimenti dell’edilizia, le umili professioni artigianali come quella del calzolaio, tanto che nei primi anni della loro presenza gli italiani venivano chiamati dai venezuelani «zapateros», ciabattini appunto. Laddove non vi erano case decenti, gli italiani le costruirono con la forza delle braccia. Questo spirito di iniziativa, legato alla mera sopravvivenza e alla massima tensione verso il riscatto in una scommessa dove avevano puntato tutti i loro averi cominciò a dare i suoi frutti. La natura di lavoratori instancabili iniziò ad attirare l’attenzione delle autorità locali che mostrarono da allora un certo apprezzamento per quegli stranieri che, sfidando le tante privazioni, contribuivano alla crescita del Venezuela pre-«boom» economico. Alcuni casi, forse curiosi ma non meno significativi, caratterizzarono l’attività italiana alla fine degli anni Quaranta. Nella regione di Mèrida, la porta delle Ande, a 4.118 metri di altitudine due italiani costruirono il primo rifugio sul Nudo de Apartadero. Il «Pico de l’aguila» era nato nel 1950 per iniziativa di Franco Anzil e Valentino Metzer. Si trattava di una struttura di gusto totalmente alpino che i due avevano fatto costruire con materiali provenienti dall’Italia. Il primo, istruttore degli Alpini in patria, contribuirà negli anni successivi allo sviluppo del turismo montano. Anzil fu tra i fondatori del «Club Andino venezolano», forgiato sulla falsariga del Cai italiano. Oltre alle migliaia di italiani che alla fine del decennio lottarono per sopravvivere e per vedere realizzato il sogno dell’emigrante lavorando una terra ingrata o cercando di farsi spazio nel campo del piccolo commercio si affacciarono per la prima volta anche i pescatori venuti dalle coste italiane del Mediterraneo. Dalla Sicilia al Tirreno che bagna le coste toscane, furono diversi i proprietari di motopescherecci ad affrontare l’oceano per gettare le reti nel mare dei Caraibi. Le cronache dell’epoca raccontano dell’epopea di un gruppo di pescatori di Viareggio che, cacciati dalle acque della Corsica dai francesi, tentarono l’avventura del Venezuela già all’inizio del 1950. A Las Palmas, dopo aver navigato per 6.000 miglia, gettarono le reti due grandi pescherecci del proprietario Attilio Barsanti, che da allora saranno di casa nelle acque pescose del Venezuela. I pescatori italiani contribuiranno anche a cambiare i gusti locali, spingendo per il maggiore consumo di pesce che fino ad allora era rimasto in coda alla catena alimentare dei clienti Venezuelani. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-l-arrivo-di-trump-la-dittatura-venezuelana-traballa-2671223326.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="un-sogno-che-si-avvera-gli-italiani-e-l-eta-delloro-sotto-il-governo-di-perez-jimenez-1952-1958" data-post-id="2671223326" data-published-at="1740572721" data-use-pagination="False"> Un sogno che si avvera: gli italiani e l’«età dell’oro» sotto il governo di Pèrez Jimenez (1952-1958) Mentre gli emigranti italiani lottavano per il lavoro e la dignità, grandi cambiamenti nella politica venezuelana apparvero all’orizzonte. Il socialdemocratico Bétancourt aveva lasciato la guida del paese al compagno di partito Acciòn Democratica Ròmulo Gallegos, che governò il paese per pochi mesi, quando fu infine rovesciato da un golpe militare guidato da una giunta guidata da Carlos Delgado Chalbaud in cui figurava anche il generale Marcos Pèrez Jimenez. Il nuovo capo del governo fu a sua volta assassinato nel 1950 e, dopo una breve parentesi in cui la giunta mise a capo il civile Germán Suárez Flamerich, Marcos Pèrez Jimenez prese definitivamente il potere con un golpe senza sangue.La sua ascesa determinò un deciso cambio di rotta rispetto ai governi democratici del secondo dopoguerra. La riforma agraria di Bétancourt fu definitivamente accantonata, mentre l’economia fu orientata quasi esclusivamente al petrolio, le cui rendite negli anni Cinquanta sarebbero cresciute rapidamente. Confermando il forte legame con gli Stati Uniti di Truman e di Eisenhower in quanto baluardo sicuro contro l’espansione di movimenti e partiti marxisti, il militare presidente forgiò la crescita del Venezuela sul modello degli Usa, rafforzando il legame commerciale che garantiva a Washington un grande flusso di esportazioni verso il Paese sudamericano. Le rendite derivate dalle royalties per lo sfruttamento dei giacimenti rese in poco tempo il Venezuela il paese più ricco del Sudamerica, tanto che nel 1955 il governo di Caracas ebbe la possibilità di poter spendere oltre 1,5 milioni di dollari al giorno. Una grande parte di questi introiti, la base dell’«Eldorado» tanto atteso dagli italiani, fu spesa in grandiose opere pubbliche e infrastrutturali. Alla metà degli anni Cinquanta, Caracas sembrava Los Angeles. Il consumismo era alle stelle, quasi un comandamento. Le case borghesi avevano gli elettrodomestici e le strade della capitale erano percorse dalle imponenti auto americane. L’orizzonte della città, la cui popolazione era triplicata in soli 10 anni, mutava con le sagome dei primi grattacieli, con i pilastri dei grandi svincoli stradali. Pérez Jimenez aveva urgente bisogno di mano d’opera per tenere il passo di una crescita così vertiginosa. Tra le migliaia di immigrati che sbarcavano nei porti del Paese ebbe un occhio di riguardo per gli italiani. Oltre all’affinità culturale, il capo della giunta vedeva l’alto livello professionale e la grande smania di lavoro e guadagno. L’apertura delle porte del Venezuela aveva anche uno scopo di controllo sociale, secondo la visione di Pérez Jimenez. L’accoglienza di italiani (e a seguire portoghesi e spagnoli) e in generale di immigrati dall’Europa fu uno strumento che il capo del governo di Caracas cercò di utilizzare per perseguire quella che potremmo, con un’astrazione storica, chiamare una «sostituzione etnica» al contrario rispetto a quella di cui si discute oggi. Jimenez, che pure era di sangue indio per una parte, vedeva nei nuovi arrivati una forte propensione al lavoro che nelle popolazioni native non era presente. Anche da un punto di vista politico gli immigrati europei costituivano un baluardo di consensi, diversamente dalle turbolente popolazioni locali più sensibili all’influenza dei movimenti rivoluzionari di stampo marxista. Nel 1952, primo anno del suo governo, gli italiani che si erano trasferiti in Venezuela erano già saliti a 80.000, praticamente tutti assorbiti in particolare modo nel settore dell’edilizia e delle grandi infrastrutture (ponti, dighe, centrali). Durante gli anni Cinquanta, anche il settore petrolifero venezuelano vide la crescente presenza di manodopera italiana. Ne è un esempio il caso di Ciudad Ojeda, sulle rive del lago di Maracaibo. Fondata nel 1936 dopo un incendio che ne distrusse le antiche case su palafitte, negli anni Cinquanta divenne un centro nevralgico dell’industria petrolifera. Qui si erano trasferiti agli inizi del «boom» migliaia di italiani che non si accontentarono delle catapecchie messe loro a disposizione, ma costruirono grazie alle capacità manuali una vera e propria cittadina. Nel pieno del periodo di massimo sviluppo della seconda metà degli anni Cinquanta Ojeda sembrava una little Italy con casette dotate di garage e aria condizionata. Da rimarcare è ancora una volta la peculiarità del lavoro italiano nel settore petrolifero. Non si trattava di manodopera non qualificata, perché grazie al mestiere che spesso avevano imparato in Italia, i nuovi coloni della cittadina sul lago di Maracaibo erano «contrattisti» ossia liberi professionisti che stipulavano con le grandi compagnie petroliferi accordi per la manutenzione o gestione dei materiali d’opera. Questa condizione professionale contribuì in molti casi al successo economico degli italo.venezuelani rispetto ad altri immigrati meno qualificati.Nel 1956 la presenza italiana cresce ancora, arrivando a circa 120mila unità. Collegata dall’anno precedente da un volo Alitalia Roma-Milano-Caracas, la capitale ospitò nel febbraio del 1956 la fiera «L’Italia produce», alla presenza di Pèrez Jimenez e dell’allora ambasciatore italiano Justo Giusti del Giardino.Negli anni d’oro dello sviluppo urbanistico e infrastrutturale del Venezuela, sopra la massa di emigrati italiani che fecero crescere la nazione alcuni divennero particolarmente influenti, dei veri e propri «tycoon». Questo è sicuramente il caso del salernitano Filippo Gagliardi, emigrante della prima ora. Giunto in Venezuela per la prima volta da Montesano nel 1927, non vi trovò fortuna e fu costretto a rientrare in Italia. Nel 1937 riprese la via dell’Atlantico e, tra i primi italiani impegnati nel settore, costruì le basi di quello che sarà l’«impero del cemento» di «Don Felipe», come veniva chiamato dai venezuelani. Sotto Pèrez Jimenez, di cui fu amico personale, la sua fortuna ebbe un’impennata. Tanto da diventare, nella terra di origine e in Italia, un benefattore. Elargì fondi al suo paese di origine dove fece costruire opere imponenti, diede la luce ai paesi isolati del Vallo Di Diano, regalò milioni agli alluvionati del Polesine. Legato a doppio filo con la giunta di Caracas, fu nominato da Jimenez coordinatore del bacino elettorale degli italo-venezuelani. Rimase in Venezuela fino alla caduta della giunta militare, per poi rientrare in Italia a causa delle accuse di collaborazionismo. Un tentativo di rientro a Caracas del 1967 non ebbe il successo sperato e Filippo Gagliardi morirà in Italia nel 1968.Un altro caso di estremo successo italiano in Venezuela fu quello di Pompeo D’Ambrosio. Salernitano come Gagliardi, era nato a Campagna nel 1917. Laureato in amministrazione delle colonie, era reduce di El-Alamein. A differenza di Gagliardi, emigrò in Venezuela nel 1951 quando la giunta militare aprì del tutto le porte all’immigrazione italiana. Entrò come funzionario al Banco Latino di Caracas, durante la carriera fu tra i principali finanziatori del lavoro italiano in Venezuela, in particolare contribuendo alla crescita di grandi società fondate dai suoi conterranei nel settore delle costruzioni. A D’Ambrosio furono legate due grandi realtà imprenditoriali fondate da italo-venezuelani: Vinccler (Venezolana de Inversiones y Construcciones Clerico), ancora oggi leader nelle grandi costruzioni e in mano alla famiglia fondatrice Clerico e di Construcctora Delpre, guidata dall’ingegnere italo-venezuelano Enrique Delfino che nel 1969 iniziò la costruzione del più importante centro direzionale di Caracas, il «Parque Central».Il Venezuela degli anni ’50 (ma fino a quasi tutto il decennio successivo) fu una opportunità economica non solo per gli emigranti, ma anche per le grandi aziende italiane che entravano anch’esse in una fase di forte sviluppo dopo la lunga crisi postbellica. Nel Venezuela di Pèrez Jimenez arrivò la Fiat con la fondazione di uno stabilimento a La València nel 1954. Da Lambrate arrivò anche la Innocenti in virtù di un accordo con le autorità di Caracas che necessitavano del know how necessario alla realizzazione di un grande polo siderurgico nello Stato di Bolìvar. L’azienda milanese si occupò della realizzazione delle strutture e dei macchinari costruiti in Italia, fondando la Siderúrgica del Orinoco C.A. (SIDOR) nel 1955. A Maracaibo, la manodopera italiana contribuì alla costruzione di un simbolo dell’ingegneria mondiale. Nel 1957 il governo stanziò i fondi per la realizzazione del monumentale ponte «General Rafael Urdaneta», progettato da Riccardo Morandi. Lungo 8,7 km sopra le acque del lago, presenta ben 135 campate disegnate con la classica «V» marchio di fabbrica dell’ingegnere italiano.L’età dell’oro e di Pèrez Jimenez si interruppe bruscamente nel 1958, dopo che il militare capo del governo aveva elaborato una legge elettorale che prevedesse il voto degli italiani suoi alleati (Ley de elecciones). Ma il crescente malcontento sia dei venezuelani che degli stessi vertici militari nei confronti di Jimenez, uniti al calo di sostegno da parte degli Stati Uniti che ritennero pericoloso tenerlo al potere per evitare una nuova Cuba e rischiare di perdere le risorse petrolifere fecero cadere il governo in carica da 6 anni. Pèrez Jimenez fu esiliato e finirà i suoi giorni nella Spagna di Francisco Franco. Per gli italiani in Venezuela, i mesi che seguirono la caduta della giunta rappresentarono un «piccolo Terrore». Prosperati negli anni vertiginosi di Jimenez, subirono la vendetta dei partiti clandestini e dei lavoratori locali. Una serie di azioni intimidatorie portò a numerosi danni alle attività italiane, nonché a una decina di feriti negli scontri di piazza. L’immigrazione italiana, concentrata in pochi anni e oggetto di una crescita fulminea, costituiva un’eccezione nella storia migratoria dell’America. Tanto fu efficace quanto divenne poi indispensabile e radicata nel tessuto economico e sociale del Venezuela, che la popolazione italiana non fu sottoposta ad una diaspora dai governi seguenti, primo dei quali fu il secondo mandato di Bétancourt dal 1959. Ci furono parecchi rientri, questo è un dato di fatto. E la curva migratoria scese di colpo dopo il 1958, rimanendo stabile su livelli molto più bassi fino agli anni Settanta quando praticamente si spense del tutto. Ma non solamente fattori geopolitici generarono la fine dell’emigrazione di massa degli italiani in Venezuela. A seimila miglia nautiche di distanza, l’Italia del miracolo economico cresceva come era cresciuto il Venezuela nel decennio precedente e all’emigrazione tradizionale verso altri Paesi si sostituì quella interna verso le grandi fabbriche del Nord. Ma il segno lasciato dal lavoro degli italiani, guardando l’orizzonte di Caracas, leggendo le influenze culturali ancora oggi radicate nel Paese, indicano la storia di una comunità che ha forgiato con il lavoro, la speranza, il sudore, la storia di una nazione.
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
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il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
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Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
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Donal Trump (Ansa)
Il presidente Usa giudica insufficiente l’offerta di Teheran sul nucleare: «Non sono sicuro che arriveranno alla pace». Sullo sfondo il rischio escalation militare, i piani del Pentagono e le critiche a Italia e Spagna.
Donald Trump non considera soddisfacente la nuova proposta di pace avanzata dall’Iran, anche se riconosce a Teheran qualche passo avanti sul piano negoziale. La posizione del presidente americano, espressa alla Casa Bianca nelle ultime ore, conferma una fase ancora lontana da un’intesa stabile, mentre sullo sfondo restano le tensioni militari e le mosse degli alleati.
Secondo Trump, l’Iran avrebbe «fatto progressi», ma non tali da garantire un accordo vicino: «Non sono sicuro che arriveranno mai alla pace», ha detto ai giornalisti, descrivendo la leadership iraniana come frammentata e poco coerente nelle decisioni. Il nodo centrale resta il programma nucleare, che Washington continua a considerare inaccettabile. Il presidente americano ha ribadito che la linea resta dura: «Siamo in una guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare». In questo quadro ha anche rilanciato la logica dello scontro diretto, sintetizzando le alternative in modo netto: «O un accordo o bombardarli a tappeto». Parole che si inseriscono in una fase di forte pressione militare e diplomatica.
Sul piano operativo, il Pentagono ha già informato la Casa Bianca di possibili scenari di intervento. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del Centcom, e il capo di Stato Maggiore congiunto, generale Dan Caine, hanno illustrato i piani relativi a eventuali attacchi contro l’Iran. Una pianificazione che riflette il livello di allerta crescente nella regione. Tra i punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, definito da Trump «completamente chiuso, al 100%». Il blocco dei traffici marittimi e delle esportazioni energetiche iraniane viene indicato dagli Stati Uniti come una leva efficace di pressione economica e militare, ma allo stesso tempo aumenta il rischio di escalation. Le tensioni non riguardano solo il confronto diretto con Teheran. Nelle ultime dichiarazioni, Trump ha rivolto critiche anche agli alleati europei, affermando di non essere «contento dell’Italia e della Spagna» per la loro posizione sull’ipotesi di un Iran dotato di armi nucleari. Un messaggio che si inserisce in un clima già teso con diversi partner della Nato.
Sul fronte militare, si registra inoltre la possibilità di una revisione della presenza americana in Europa. Secondo quanto riportato da media statunitensi, il Pentagono starebbe valutando il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania, misura che rientrerebbe in una più ampia riallocazione delle forze verso l’area indo-pacifica. Un portavoce del Dipartimento della Difesa ha indicato un orizzonte di completamento tra sei e dodici mesi. Parallelamente, si continua a lavorare sul piano diplomatico. L’Iran avrebbe presentato una nuova proposta tramite mediazione pakistana, aprendo alla possibilità di negoziati su nucleare e sanzioni, in cambio di un allentamento delle misure economiche e della fine delle operazioni militari contro i porti iraniani. Teheran avrebbe anche indicato la disponibilità a un confronto diretto nei prossimi giorni. Nonostante questi segnali, le posizioni restano distanti. Le richieste iraniane si intrecciano con la questione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e con il dossier delle sanzioni, mentre Washington insiste sulla necessità di limitazioni verificabili al programma nucleare.
In questo contesto, il quadro regionale rimane instabile. Le tensioni si riflettono anche su altri fronti del Medio Oriente, dove le operazioni militari e le rivalità tra attori locali e internazionali contribuiscono a mantenere alta la pressione. Il risultato è una fase ancora aperta, in cui diplomazia e deterrenza procedono in parallelo senza un punto di sintesi evidente.
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