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2025-02-26
Con l'arrivo di Trump la dittatura venezuelana traballa
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Il candidato dell’opposizione Edmundo Gonzalez Urrutia, vero vincitore delle presidenziali, ha dovuto abbandonare il paese rifugiandosi in Spagna, lasciando la sua vice Maria Corina Machado a lottare per la democrazia. I dati dell'Università Cattolica Andrés Bello (Ucab) di Caracas fotografano un paese in estrema difficoltà con una crescita economica in brusca frenata. Il politologo e docente universitario Benigno Alarcon individua gli aspetti che meglio spiegano le difficoltà del Venezuela. «La società venezuelana vive un profondo conflitto dovuto alle elezioni che hanno confermato Maduro che ha estorto un nuovo mandato senza rispettare il voto dei cittadini e senza il riconoscimento della comunità internazionale. Questo sta portando ad un peggioramento delle sanzioni che porteranno ad un calo del 5% dell’economia ed un crollo di un terzo per quanto riguarda le entrare in valuta estera. Tutto questo porterà a far crescere l’inflazione e ad una nuova svalutazione della moneta nazionale che nonostante un intervento della Banca Centrale che ha messo sul mercato quasi 700 milioni di dollari ha raggiunto il 44% del tasso ufficiale ed il 70% del mercato parallelo. Si prevede inoltre che almeno il 4% della popolazione attiva sia pronta a lasciare il paese, indebolendo la forza lavoro». Sono già milioni i venezuelani che hanno dovuto abbandonare la loro patria, creando un fronte di opposizione anche all’estero. Maria Andreina De Grazia è un’attivista ed è soprattutto la figlia di Americo De Grazia, il deputato che da oltre sei mesi è prigioniero delle carceri venezuelane. «Mio padre è stato arrestato senza nessuna motivazione, ma soltanto perché è un oppositore del regime di Maduro che sta distruggendo il tessuto della nostra nazione. La mia famiglia è arrivata qui dall’Italia dopo la seconda guerra mondiale e mio padre è nato in Venezuela, ma manteniamo la doppia cittadinanza. La mia storia è uguale a quella di milioni di venezuelani che sono stati costretti a scappare all’estero. Ho subito minacce di morte per il mio attivismo giovanile ed universitario e mi sono rifugiata negli Stati Uniti, ma non smetto di lottare per il Venezuela. Il mondo conosce benissimo la nostra situazione, sono molti anni che siamo preda di una dittatura. Prima Hugo Chavez e adesso Nicolas Maduro hanno trasformato il Venezuela in una proprietà privata, dopo aver distrutto tutte le libertà costituzionali. Il parlamento è composto soltanto da fedelissimi del presidente che non fanno altro che obbedire ai suoi ordini. Con Maduro la situazione è addirittura peggiorata, regna la paura e milioni di cittadini lasciano il Venezuela per paura della polizia politica. Le elezioni sono state rubate al popolo perché Edmundo Gonzalez Urrutia era il vero vincitore e adesso c’è Maria Corina Machado a guidare l’opposizione. E’ una donna forte con molta voglia di cambiare il paese e con un grande seguito popolare, ma Nicolas Maduro ha amici potenti. Russia, Cina, Cuba, Iran lo appoggiano per dissanguare il Venezuela che è uno stato ricchissimo. Anche i narcotrafficanti fanno affari a Caracas perché Maduro ha aperto il paese ai peggiori criminali. La mia lotta è soprattutto per la liberazione di mio padre che è un simbolo e che potrebbe aprire le porte del carcere di Elicoide a molti prigionieri politici». Da oltre cento giorni anche il cooperante italiano Alberto Trentini si trova nelle carceri venezuelane arrestato dalla Direzione Generale del Controspionaggio Militare (Dgcim) ed il governo italiano sta facendo pressioni per ottenerne la liberazione, ma in Venezuela lo stato di diritto non esiste più da tempo. Maria Corina Machado è riuscita a radunare intorno a se un’opposizione piuttosto composita e vanta forti rapporti con gli Stati Uniti. I senatori repubblicani Bill Cassidy e Rick Scott hanno minacciato Maduro se avesse toccato il “presidente eletto” Gonzalez Urrutia o Maria Corina Machado, dichiarandosi pronti a scatenare un inferno. La prima amministrazione Trump era arrivata a mettere una taglia di 15 milioni di dollari sulla testa di Nicolas Maduro incriminandolo per narco-terrorismo e cospirazione per esportare cocaina negli Stati Uniti. Oggi la posizione di Donald Trump appare più morbida e i due governi si sono anche parlati per il rimpatrio di cittadini venezuelani espulsi da Washington, ma la lideresa Machado resta convinta dell’appoggio statunitense. Il regime di Maduro è terrorizzato dal ritorno di Trump alla Casa Bianca e io sono certa che aumenteranno le pressioni per cacciare chi occupa illegalmente il governo di Caracas. L’Europa però deve fare di più passando dalle parole ai fatti, non possono permettere che chi ha rubato le elezioni resti impunito. Nicolas Maduro è il vero capo del temibile Tren de Aragua, il cartello della droga venezuelano, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dagli Stati Uniti. A lui fanno riferimento anche i guerriglieri colombiani che lui utilizza per destabilizzare Bogotà, è un pericolo per tutto il continente, basta vedere che ci sono 2000 persone torturate in carcere senza nessuna accusa reale. Voglio ringraziare la premier italiana Giorgia Meloni che non ha riconosciuto questa falsa vittoria e si è fatta portavoce in Europa delle richiesta di libertà e democrazia del popolo venezuelano». La nuova amministrazione Trump ha una linea meno netta nei rapporti con il Venezuela soprattutto stando alle dichiarazioni dell’inviato speciale Richard Grenell, anche se il Segretario di Stato Marco Rubio spinge per un appoggio forte e deciso all’opposizione anti-madurista. Il Venezuela appare però saldamente nelle mani di Nicolas Maduro e la sanzioni hanno cementato il suo rapporto con diversi partner internazionali. Caracas ha anche ufficialmente chiesto di entrare a far parte dei Brics, l’alleanza economica e politica guidata da Cina e Russia, un modo per rafforzare il proprio peso e sentirsi le spalle protette dall’asse Mosca-Pechino.
La prima emigrazione italiana. Troppo presto per cogliere i «frutti dell’Eden» (1947-1952)
Mai come nel secondo dopoguerra gli italiani sognarono l’«Eldorado». Prostrati dalle conseguenze del conflitto perduto, strangolati dal caro vita della seconda metà degli anni Quaranta e dalla cronica mancanza di lavoro, in particolar modo nel Mezzogiorno, sognavano il riscatto abbandonando la povera terra natale per un futuro migliore. Una storia già vista anche nei primi anni del Novecento, quando i piroscafi degli emigranti portarono centinaia di migliaia di emigranti nei porti degli Stati Uniti, dell’Argentina, del Brasile. Dopo il 1945 il flusso riprese con maggiori difficoltà rispetto al passato a causa delle restrizioni che i paesi a forte flusso di immigrazione avevano applicato. Ma rispetto a qualche decennio prima, una nuova frontiera pareva aprirsi alle speranze degli italiani in fuga dalla miseria: il Venezuela.
Lontano dalle rotte migratorie nella prima metà del secolo, il Paese sudamericano era stato solo sfiorato dall’arrivo di nuovi lavoratori dall’Europa. Ma a partire dagli anni Venti la scoperta e la successiva estrazione di petrolio ne avevano cambiato radicalmente le prospettive di crescita. I giacimenti, concentrati particolarmente nella zona di Maracaibo ad Ovest del Paese, furono sin dalle origini sfruttati dagli Stati Uniti attraverso accordi di royalty che lasciavano al governo di Caracas una buona fetta dei ricavi, contribuendo in modo determinante ad una crescita rapida ed esponenziale di una nazione fino ad allora essenzialmente agricola, poco popolata e con scarse o inesistenti infrastrutture.
Gli italiani presenti in Venezuela tra gli anni Trenta e la fine della guerra superavano a malapena le tremila unità. Una comunità limitata formata soprattutto da agricoltori e piccoli commercianti, giunti oltreoceano con un bagaglio professionale che aveva loro garantito occupazione nell’unico settore relativamente sviluppato fino ad allora, quello agroalimentare. Italiani sono alcuni pastifici, negozi e centri di importazione di prodotti italiani. Nascono anche i primi ristoranti e pasticcerie apprezzati per l’attrattiva che il «gusto italiano» ha nel mondo della belle époque. Si tratta comunque di un numero limitato di presenze, che non influiscono in modo determinante ad un cambiamento socio-economico come quello che interessò il Venezuela del dopoguerra. Per meglio comprendere i motivi che causarono la prima grande migrazione di massa degli italiani verso il Venezuela, è importante ricordare le vicende politiche ed economiche che interessarono il Paese appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Caratterizzato da forte instabilità, il governo di Caracas aveva alternato fasi di apertura democratica a periodi di gestione autoritaria da parte dei militari. Fu il caso del presidente Medina Angarita, generale dell’esercito in carica dal 1941, che consolidò i legami con gli Stati Uniti (dichiarando guerra all’Asse) e attuando una serie di misure populiste atte a ridurre timidamente gli squilibri socioeconomici del Paese. Nel primissimo dopoguerra la mano passò al socialdemocratico Romulo Bétancourt, che iniziò una timida fase riformista e che fu il primo a promuovere l’apertura delle frontiere all’immigrazione. Durante il suo governo fu promulgata la «Ley de immigraciòn y colonizaciòn», che mirava ad una regolamentazione del flusso di ingresso di migranti (soprattutto europei) incentrata sul settore agricolo, secondo la visione di Bétancourt finalizzata a differenziare lo sviluppo del Venezuela dando un contrappeso al petrolio e quindi alla dipendenza da Washington. Fu in questo periodo che si verificò la prima ondata di emigranti dall’Italia e il mito di un nuovo «Eldorado» oltreoceano. La voce della nuova terra dai frutti dorati arriva rapidamente in Italia, anche se per i lavoratori che si apprestano a solcare l’Atlantico il Venezuela è del tutto sconosciuto, ben lontano dagli echi di cronaca di Paesi dalla lunga storia di immigrazione italiana come gli Usa o l’Argentina. Partire costava molto, un viaggio in nave ben 150mila lire. Tuttavia nel 1948 saranno circa 7.000 gli italiani (in particolare campani e siciliani) che attraccheranno nel porto de La Guaira, costa del mar dei Caraibi separata da Caracas da una catena montuosa che i nuovi arrivati valicavano percorrendo strade precarie e vertiginose. Nella capitale la ricerca del lavoro è spesso un calvario. Proprio per la politica del governo, la richiesta principale è di lavoratori agricoli.
Ma il Paese non è ancora pronto ad assorbire in modo ottimale la nuova mono d’opera. L’agricoltura del grande latifondo è se possibile peggio di quella che i migranti del Sud Italia si erano lasciati alle spalle. Bétancourt vorrebbe frazionarla e creare una proprietà medio-piccola in colonie gestite da immigrati e creoli. La condizione dei pionieri dell’immigrazione italiana partiva dunque con il piede sbagliato. Molti lavoratori si vennero a trovare distanti dai fasti di Caracas, capitale in progressiva crescita, braccati in appezzamenti in località remote spesso battute da inondazioni dovute alle piogge torrenziali dei tropici, a coltivare per una misera paga una terra improduttiva abbandonata negli anni dai precedenti proprietari e ora in mano al governo, affiancati a contadini venezuelani dei quali gli italiani sentono la crescente ostilità, anche per il fatto che i nuovi arrivati hanno un’urgenza di attività e di riscatto che la loro natura di caraibici non riesce a comprendere. In altri settori le cose andavano anche peggio. Né l’industria né le infrastrutture si erano sviluppate e spesso i piccoli commercianti o esercenti italiani che avevano avviato un’attività erano presto spodestati dai creoli. Questa situazione, che non rispecchiava certamente l’idea che gli emigranti italiani avevano del Venezuela, generò un fenomeno che per tutto il primo periodo dell’immigrazione italiana si verificò al porto de La Guaira. Al posto di essere salutati con bandiere e fazzoletti, i nuovi arrivati venivano accolti dai connazionali al grido di «tornate indietro!». Gli italiani non ascoltarono il consiglio e per lo più rimasero, resistendo alle dure condizioni del Paese che li aveva accolti. Il saldo migratorio, pur con una flessione tra il 1948 e il 1950, rimane positivo. Gli italiani che arrivarono in quegli anni difficili portarono con sé un bagaglio di piccole ma fondamentali capacità lavorative. Molti emigranti meridionali avevano imparato sin da ragazzi non solo il lavoro dei campi, ma anche i rudimenti dell’edilizia, le umili professioni artigianali come quella del calzolaio, tanto che nei primi anni della loro presenza gli italiani venivano chiamati dai venezuelani «zapateros», ciabattini appunto. Laddove non vi erano case decenti, gli italiani le costruirono con la forza delle braccia. Questo spirito di iniziativa, legato alla mera sopravvivenza e alla massima tensione verso il riscatto in una scommessa dove avevano puntato tutti i loro averi cominciò a dare i suoi frutti. La natura di lavoratori instancabili iniziò ad attirare l’attenzione delle autorità locali che mostrarono da allora un certo apprezzamento per quegli stranieri che, sfidando le tante privazioni, contribuivano alla crescita del Venezuela pre-«boom» economico. Alcuni casi, forse curiosi ma non meno significativi, caratterizzarono l’attività italiana alla fine degli anni Quaranta. Nella regione di Mèrida, la porta delle Ande, a 4.118 metri di altitudine due italiani costruirono il primo rifugio sul Nudo de Apartadero. Il «Pico de l’aguila» era nato nel 1950 per iniziativa di Franco Anzil e Valentino Metzer. Si trattava di una struttura di gusto totalmente alpino che i due avevano fatto costruire con materiali provenienti dall’Italia. Il primo, istruttore degli Alpini in patria, contribuirà negli anni successivi allo sviluppo del turismo montano. Anzil fu tra i fondatori del «Club Andino venezolano», forgiato sulla falsariga del Cai italiano. Oltre alle migliaia di italiani che alla fine del decennio lottarono per sopravvivere e per vedere realizzato il sogno dell’emigrante lavorando una terra ingrata o cercando di farsi spazio nel campo del piccolo commercio si affacciarono per la prima volta anche i pescatori venuti dalle coste italiane del Mediterraneo. Dalla Sicilia al Tirreno che bagna le coste toscane, furono diversi i proprietari di motopescherecci ad affrontare l’oceano per gettare le reti nel mare dei Caraibi. Le cronache dell’epoca raccontano dell’epopea di un gruppo di pescatori di Viareggio che, cacciati dalle acque della Corsica dai francesi, tentarono l’avventura del Venezuela già all’inizio del 1950. A Las Palmas, dopo aver navigato per 6.000 miglia, gettarono le reti due grandi pescherecci del proprietario Attilio Barsanti, che da allora saranno di casa nelle acque pescose del Venezuela. I pescatori italiani contribuiranno anche a cambiare i gusti locali, spingendo per il maggiore consumo di pesce che fino ad allora era rimasto in coda alla catena alimentare dei clienti Venezuelani.
Un sogno che si avvera: gli italiani e l’«età dell’oro» sotto il governo di Pèrez Jimenez (1952-1958)
Mentre gli emigranti italiani lottavano per il lavoro e la dignità, grandi cambiamenti nella politica venezuelana apparvero all’orizzonte. Il socialdemocratico Bétancourt aveva lasciato la guida del paese al compagno di partito Acciòn Democratica Ròmulo Gallegos, che governò il paese per pochi mesi, quando fu infine rovesciato da un golpe militare guidato da una giunta guidata da Carlos Delgado Chalbaud in cui figurava anche il generale Marcos Pèrez Jimenez. Il nuovo capo del governo fu a sua volta assassinato nel 1950 e, dopo una breve parentesi in cui la giunta mise a capo il civile Germán Suárez Flamerich, Marcos Pèrez Jimenez prese definitivamente il potere con un golpe senza sangue.
La sua ascesa determinò un deciso cambio di rotta rispetto ai governi democratici del secondo dopoguerra. La riforma agraria di Bétancourt fu definitivamente accantonata, mentre l’economia fu orientata quasi esclusivamente al petrolio, le cui rendite negli anni Cinquanta sarebbero cresciute rapidamente. Confermando il forte legame con gli Stati Uniti di Truman e di Eisenhower in quanto baluardo sicuro contro l’espansione di movimenti e partiti marxisti, il militare presidente forgiò la crescita del Venezuela sul modello degli Usa, rafforzando il legame commerciale che garantiva a Washington un grande flusso di esportazioni verso il Paese sudamericano. Le rendite derivate dalle royalties per lo sfruttamento dei giacimenti rese in poco tempo il Venezuela il paese più ricco del Sudamerica, tanto che nel 1955 il governo di Caracas ebbe la possibilità di poter spendere oltre 1,5 milioni di dollari al giorno. Una grande parte di questi introiti, la base dell’«Eldorado» tanto atteso dagli italiani, fu spesa in grandiose opere pubbliche e infrastrutturali. Alla metà degli anni Cinquanta, Caracas sembrava Los Angeles. Il consumismo era alle stelle, quasi un comandamento. Le case borghesi avevano gli elettrodomestici e le strade della capitale erano percorse dalle imponenti auto americane. L’orizzonte della città, la cui popolazione era triplicata in soli 10 anni, mutava con le sagome dei primi grattacieli, con i pilastri dei grandi svincoli stradali. Pérez Jimenez aveva urgente bisogno di mano d’opera per tenere il passo di una crescita così vertiginosa. Tra le migliaia di immigrati che sbarcavano nei porti del Paese ebbe un occhio di riguardo per gli italiani. Oltre all’affinità culturale, il capo della giunta vedeva l’alto livello professionale e la grande smania di lavoro e guadagno. L’apertura delle porte del Venezuela aveva anche uno scopo di controllo sociale, secondo la visione di Pérez Jimenez. L’accoglienza di italiani (e a seguire portoghesi e spagnoli) e in generale di immigrati dall’Europa fu uno strumento che il capo del governo di Caracas cercò di utilizzare per perseguire quella che potremmo, con un’astrazione storica, chiamare una «sostituzione etnica» al contrario rispetto a quella di cui si discute oggi. Jimenez, che pure era di sangue indio per una parte, vedeva nei nuovi arrivati una forte propensione al lavoro che nelle popolazioni native non era presente. Anche da un punto di vista politico gli immigrati europei costituivano un baluardo di consensi, diversamente dalle turbolente popolazioni locali più sensibili all’influenza dei movimenti rivoluzionari di stampo marxista. Nel 1952, primo anno del suo governo, gli italiani che si erano trasferiti in Venezuela erano già saliti a 80.000, praticamente tutti assorbiti in particolare modo nel settore dell’edilizia e delle grandi infrastrutture (ponti, dighe, centrali). Durante gli anni Cinquanta, anche il settore petrolifero venezuelano vide la crescente presenza di manodopera italiana. Ne è un esempio il caso di Ciudad Ojeda, sulle rive del lago di Maracaibo. Fondata nel 1936 dopo un incendio che ne distrusse le antiche case su palafitte, negli anni Cinquanta divenne un centro nevralgico dell’industria petrolifera. Qui si erano trasferiti agli inizi del «boom» migliaia di italiani che non si accontentarono delle catapecchie messe loro a disposizione, ma costruirono grazie alle capacità manuali una vera e propria cittadina. Nel pieno del periodo di massimo sviluppo della seconda metà degli anni Cinquanta Ojeda sembrava una little Italy con casette dotate di garage e aria condizionata. Da rimarcare è ancora una volta la peculiarità del lavoro italiano nel settore petrolifero. Non si trattava di manodopera non qualificata, perché grazie al mestiere che spesso avevano imparato in Italia, i nuovi coloni della cittadina sul lago di Maracaibo erano «contrattisti» ossia liberi professionisti che stipulavano con le grandi compagnie petroliferi accordi per la manutenzione o gestione dei materiali d’opera. Questa condizione professionale contribuì in molti casi al successo economico degli italo.venezuelani rispetto ad altri immigrati meno qualificati.
Nel 1956 la presenza italiana cresce ancora, arrivando a circa 120mila unità. Collegata dall’anno precedente da un volo Alitalia Roma-Milano-Caracas, la capitale ospitò nel febbraio del 1956 la fiera «L’Italia produce», alla presenza di Pèrez Jimenez e dell’allora ambasciatore italiano Justo Giusti del Giardino.
Negli anni d’oro dello sviluppo urbanistico e infrastrutturale del Venezuela, sopra la massa di emigrati italiani che fecero crescere la nazione alcuni divennero particolarmente influenti, dei veri e propri «tycoon». Questo è sicuramente il caso del salernitano Filippo Gagliardi, emigrante della prima ora. Giunto in Venezuela per la prima volta da Montesano nel 1927, non vi trovò fortuna e fu costretto a rientrare in Italia. Nel 1937 riprese la via dell’Atlantico e, tra i primi italiani impegnati nel settore, costruì le basi di quello che sarà l’«impero del cemento» di «Don Felipe», come veniva chiamato dai venezuelani. Sotto Pèrez Jimenez, di cui fu amico personale, la sua fortuna ebbe un’impennata. Tanto da diventare, nella terra di origine e in Italia, un benefattore. Elargì fondi al suo paese di origine dove fece costruire opere imponenti, diede la luce ai paesi isolati del Vallo Di Diano, regalò milioni agli alluvionati del Polesine. Legato a doppio filo con la giunta di Caracas, fu nominato da Jimenez coordinatore del bacino elettorale degli italo-venezuelani. Rimase in Venezuela fino alla caduta della giunta militare, per poi rientrare in Italia a causa delle accuse di collaborazionismo. Un tentativo di rientro a Caracas del 1967 non ebbe il successo sperato e Filippo Gagliardi morirà in Italia nel 1968.
Un altro caso di estremo successo italiano in Venezuela fu quello di Pompeo D’Ambrosio. Salernitano come Gagliardi, era nato a Campagna nel 1917. Laureato in amministrazione delle colonie, era reduce di El-Alamein. A differenza di Gagliardi, emigrò in Venezuela nel 1951 quando la giunta militare aprì del tutto le porte all’immigrazione italiana. Entrò come funzionario al Banco Latino di Caracas, durante la carriera fu tra i principali finanziatori del lavoro italiano in Venezuela, in particolare contribuendo alla crescita di grandi società fondate dai suoi conterranei nel settore delle costruzioni. A D’Ambrosio furono legate due grandi realtà imprenditoriali fondate da italo-venezuelani: Vinccler (Venezolana de Inversiones y Construcciones Clerico), ancora oggi leader nelle grandi costruzioni e in mano alla famiglia fondatrice Clerico e di Construcctora Delpre, guidata dall’ingegnere italo-venezuelano Enrique Delfino che nel 1969 iniziò la costruzione del più importante centro direzionale di Caracas, il «Parque Central».
Il Venezuela degli anni ’50 (ma fino a quasi tutto il decennio successivo) fu una opportunità economica non solo per gli emigranti, ma anche per le grandi aziende italiane che entravano anch’esse in una fase di forte sviluppo dopo la lunga crisi postbellica. Nel Venezuela di Pèrez Jimenez arrivò la Fiat con la fondazione di uno stabilimento a La València nel 1954. Da Lambrate arrivò anche la Innocenti in virtù di un accordo con le autorità di Caracas che necessitavano del know how necessario alla realizzazione di un grande polo siderurgico nello Stato di Bolìvar. L’azienda milanese si occupò della realizzazione delle strutture e dei macchinari costruiti in Italia, fondando la Siderúrgica del Orinoco C.A. (SIDOR) nel 1955. A Maracaibo, la manodopera italiana contribuì alla costruzione di un simbolo dell’ingegneria mondiale. Nel 1957 il governo stanziò i fondi per la realizzazione del monumentale ponte «General Rafael Urdaneta», progettato da Riccardo Morandi. Lungo 8,7 km sopra le acque del lago, presenta ben 135 campate disegnate con la classica «V» marchio di fabbrica dell’ingegnere italiano.
L’età dell’oro e di Pèrez Jimenez si interruppe bruscamente nel 1958, dopo che il militare capo del governo aveva elaborato una legge elettorale che prevedesse il voto degli italiani suoi alleati (Ley de elecciones). Ma il crescente malcontento sia dei venezuelani che degli stessi vertici militari nei confronti di Jimenez, uniti al calo di sostegno da parte degli Stati Uniti che ritennero pericoloso tenerlo al potere per evitare una nuova Cuba e rischiare di perdere le risorse petrolifere fecero cadere il governo in carica da 6 anni. Pèrez Jimenez fu esiliato e finirà i suoi giorni nella Spagna di Francisco Franco. Per gli italiani in Venezuela, i mesi che seguirono la caduta della giunta rappresentarono un «piccolo Terrore». Prosperati negli anni vertiginosi di Jimenez, subirono la vendetta dei partiti clandestini e dei lavoratori locali. Una serie di azioni intimidatorie portò a numerosi danni alle attività italiane, nonché a una decina di feriti negli scontri di piazza. L’immigrazione italiana, concentrata in pochi anni e oggetto di una crescita fulminea, costituiva un’eccezione nella storia migratoria dell’America. Tanto fu efficace quanto divenne poi indispensabile e radicata nel tessuto economico e sociale del Venezuela, che la popolazione italiana non fu sottoposta ad una diaspora dai governi seguenti, primo dei quali fu il secondo mandato di Bétancourt dal 1959. Ci furono parecchi rientri, questo è un dato di fatto. E la curva migratoria scese di colpo dopo il 1958, rimanendo stabile su livelli molto più bassi fino agli anni Settanta quando praticamente si spense del tutto. Ma non solamente fattori geopolitici generarono la fine dell’emigrazione di massa degli italiani in Venezuela. A seimila miglia nautiche di distanza, l’Italia del miracolo economico cresceva come era cresciuto il Venezuela nel decennio precedente e all’emigrazione tradizionale verso altri Paesi si sostituì quella interna verso le grandi fabbriche del Nord. Ma il segno lasciato dal lavoro degli italiani, guardando l’orizzonte di Caracas, leggendo le influenze culturali ancora oggi radicate nel Paese, indicano la storia di una comunità che ha forgiato con il lavoro, la speranza, il sudore, la storia di una nazione.
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Le elezioni farsa del luglio scorso, che hanno permesso a Nicolas Maduro di restare al potere, hanno definitivamente trasformato il Venezuela in una dittatura che soffoca ogni forma di dissenso con la violenza. La testimonianza dell'attivista italo-venezuelana Maria Andreina De Grazia.Storia e storie dell’emigrazione italiana in Venezuela: concentrata nel secondo dopoguerra, si inserì in un Paese in forte crescita economica al cui sviluppo fu determinante negli anni Cinquanta.Lo speciale contiene due articoli.Il candidato dell’opposizione Edmundo Gonzalez Urrutia, vero vincitore delle presidenziali, ha dovuto abbandonare il paese rifugiandosi in Spagna, lasciando la sua vice Maria Corina Machado a lottare per la democrazia. I dati dell'Università Cattolica Andrés Bello (Ucab) di Caracas fotografano un paese in estrema difficoltà con una crescita economica in brusca frenata. Il politologo e docente universitario Benigno Alarcon individua gli aspetti che meglio spiegano le difficoltà del Venezuela. «La società venezuelana vive un profondo conflitto dovuto alle elezioni che hanno confermato Maduro che ha estorto un nuovo mandato senza rispettare il voto dei cittadini e senza il riconoscimento della comunità internazionale. Questo sta portando ad un peggioramento delle sanzioni che porteranno ad un calo del 5% dell’economia ed un crollo di un terzo per quanto riguarda le entrare in valuta estera. Tutto questo porterà a far crescere l’inflazione e ad una nuova svalutazione della moneta nazionale che nonostante un intervento della Banca Centrale che ha messo sul mercato quasi 700 milioni di dollari ha raggiunto il 44% del tasso ufficiale ed il 70% del mercato parallelo. Si prevede inoltre che almeno il 4% della popolazione attiva sia pronta a lasciare il paese, indebolendo la forza lavoro». Sono già milioni i venezuelani che hanno dovuto abbandonare la loro patria, creando un fronte di opposizione anche all’estero. Maria Andreina De Grazia è un’attivista ed è soprattutto la figlia di Americo De Grazia, il deputato che da oltre sei mesi è prigioniero delle carceri venezuelane. «Mio padre è stato arrestato senza nessuna motivazione, ma soltanto perché è un oppositore del regime di Maduro che sta distruggendo il tessuto della nostra nazione. La mia famiglia è arrivata qui dall’Italia dopo la seconda guerra mondiale e mio padre è nato in Venezuela, ma manteniamo la doppia cittadinanza. La mia storia è uguale a quella di milioni di venezuelani che sono stati costretti a scappare all’estero. Ho subito minacce di morte per il mio attivismo giovanile ed universitario e mi sono rifugiata negli Stati Uniti, ma non smetto di lottare per il Venezuela. Il mondo conosce benissimo la nostra situazione, sono molti anni che siamo preda di una dittatura. Prima Hugo Chavez e adesso Nicolas Maduro hanno trasformato il Venezuela in una proprietà privata, dopo aver distrutto tutte le libertà costituzionali. Il parlamento è composto soltanto da fedelissimi del presidente che non fanno altro che obbedire ai suoi ordini. Con Maduro la situazione è addirittura peggiorata, regna la paura e milioni di cittadini lasciano il Venezuela per paura della polizia politica. Le elezioni sono state rubate al popolo perché Edmundo Gonzalez Urrutia era il vero vincitore e adesso c’è Maria Corina Machado a guidare l’opposizione. E’ una donna forte con molta voglia di cambiare il paese e con un grande seguito popolare, ma Nicolas Maduro ha amici potenti. Russia, Cina, Cuba, Iran lo appoggiano per dissanguare il Venezuela che è uno stato ricchissimo. Anche i narcotrafficanti fanno affari a Caracas perché Maduro ha aperto il paese ai peggiori criminali. La mia lotta è soprattutto per la liberazione di mio padre che è un simbolo e che potrebbe aprire le porte del carcere di Elicoide a molti prigionieri politici». Da oltre cento giorni anche il cooperante italiano Alberto Trentini si trova nelle carceri venezuelane arrestato dalla Direzione Generale del Controspionaggio Militare (Dgcim) ed il governo italiano sta facendo pressioni per ottenerne la liberazione, ma in Venezuela lo stato di diritto non esiste più da tempo. Maria Corina Machado è riuscita a radunare intorno a se un’opposizione piuttosto composita e vanta forti rapporti con gli Stati Uniti. I senatori repubblicani Bill Cassidy e Rick Scott hanno minacciato Maduro se avesse toccato il “presidente eletto” Gonzalez Urrutia o Maria Corina Machado, dichiarandosi pronti a scatenare un inferno. La prima amministrazione Trump era arrivata a mettere una taglia di 15 milioni di dollari sulla testa di Nicolas Maduro incriminandolo per narco-terrorismo e cospirazione per esportare cocaina negli Stati Uniti. Oggi la posizione di Donald Trump appare più morbida e i due governi si sono anche parlati per il rimpatrio di cittadini venezuelani espulsi da Washington, ma la lideresa Machado resta convinta dell’appoggio statunitense. Il regime di Maduro è terrorizzato dal ritorno di Trump alla Casa Bianca e io sono certa che aumenteranno le pressioni per cacciare chi occupa illegalmente il governo di Caracas. L’Europa però deve fare di più passando dalle parole ai fatti, non possono permettere che chi ha rubato le elezioni resti impunito. Nicolas Maduro è il vero capo del temibile Tren de Aragua, il cartello della droga venezuelano, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dagli Stati Uniti. A lui fanno riferimento anche i guerriglieri colombiani che lui utilizza per destabilizzare Bogotà, è un pericolo per tutto il continente, basta vedere che ci sono 2000 persone torturate in carcere senza nessuna accusa reale. Voglio ringraziare la premier italiana Giorgia Meloni che non ha riconosciuto questa falsa vittoria e si è fatta portavoce in Europa delle richiesta di libertà e democrazia del popolo venezuelano». La nuova amministrazione Trump ha una linea meno netta nei rapporti con il Venezuela soprattutto stando alle dichiarazioni dell’inviato speciale Richard Grenell, anche se il Segretario di Stato Marco Rubio spinge per un appoggio forte e deciso all’opposizione anti-madurista. Il Venezuela appare però saldamente nelle mani di Nicolas Maduro e la sanzioni hanno cementato il suo rapporto con diversi partner internazionali. Caracas ha anche ufficialmente chiesto di entrare a far parte dei Brics, l’alleanza economica e politica guidata da Cina e Russia, un modo per rafforzare il proprio peso e sentirsi le spalle protette dall’asse Mosca-Pechino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-l-arrivo-di-trump-la-dittatura-venezuelana-traballa-2671223326.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-prima-emigrazione-italiana-troppo-presto-per-cogliere-i-frutti-delleden-1947-1952" data-post-id="2671223326" data-published-at="1740572721" data-use-pagination="False"> La prima emigrazione italiana. Troppo presto per cogliere i «frutti dell’Eden» (1947-1952) Mai come nel secondo dopoguerra gli italiani sognarono l’«Eldorado». Prostrati dalle conseguenze del conflitto perduto, strangolati dal caro vita della seconda metà degli anni Quaranta e dalla cronica mancanza di lavoro, in particolar modo nel Mezzogiorno, sognavano il riscatto abbandonando la povera terra natale per un futuro migliore. Una storia già vista anche nei primi anni del Novecento, quando i piroscafi degli emigranti portarono centinaia di migliaia di emigranti nei porti degli Stati Uniti, dell’Argentina, del Brasile. Dopo il 1945 il flusso riprese con maggiori difficoltà rispetto al passato a causa delle restrizioni che i paesi a forte flusso di immigrazione avevano applicato. Ma rispetto a qualche decennio prima, una nuova frontiera pareva aprirsi alle speranze degli italiani in fuga dalla miseria: il Venezuela.Lontano dalle rotte migratorie nella prima metà del secolo, il Paese sudamericano era stato solo sfiorato dall’arrivo di nuovi lavoratori dall’Europa. Ma a partire dagli anni Venti la scoperta e la successiva estrazione di petrolio ne avevano cambiato radicalmente le prospettive di crescita. I giacimenti, concentrati particolarmente nella zona di Maracaibo ad Ovest del Paese, furono sin dalle origini sfruttati dagli Stati Uniti attraverso accordi di royalty che lasciavano al governo di Caracas una buona fetta dei ricavi, contribuendo in modo determinante ad una crescita rapida ed esponenziale di una nazione fino ad allora essenzialmente agricola, poco popolata e con scarse o inesistenti infrastrutture.Gli italiani presenti in Venezuela tra gli anni Trenta e la fine della guerra superavano a malapena le tremila unità. Una comunità limitata formata soprattutto da agricoltori e piccoli commercianti, giunti oltreoceano con un bagaglio professionale che aveva loro garantito occupazione nell’unico settore relativamente sviluppato fino ad allora, quello agroalimentare. Italiani sono alcuni pastifici, negozi e centri di importazione di prodotti italiani. Nascono anche i primi ristoranti e pasticcerie apprezzati per l’attrattiva che il «gusto italiano» ha nel mondo della belle époque. Si tratta comunque di un numero limitato di presenze, che non influiscono in modo determinante ad un cambiamento socio-economico come quello che interessò il Venezuela del dopoguerra. Per meglio comprendere i motivi che causarono la prima grande migrazione di massa degli italiani verso il Venezuela, è importante ricordare le vicende politiche ed economiche che interessarono il Paese appena dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Caratterizzato da forte instabilità, il governo di Caracas aveva alternato fasi di apertura democratica a periodi di gestione autoritaria da parte dei militari. Fu il caso del presidente Medina Angarita, generale dell’esercito in carica dal 1941, che consolidò i legami con gli Stati Uniti (dichiarando guerra all’Asse) e attuando una serie di misure populiste atte a ridurre timidamente gli squilibri socioeconomici del Paese. Nel primissimo dopoguerra la mano passò al socialdemocratico Romulo Bétancourt, che iniziò una timida fase riformista e che fu il primo a promuovere l’apertura delle frontiere all’immigrazione. Durante il suo governo fu promulgata la «Ley de immigraciòn y colonizaciòn», che mirava ad una regolamentazione del flusso di ingresso di migranti (soprattutto europei) incentrata sul settore agricolo, secondo la visione di Bétancourt finalizzata a differenziare lo sviluppo del Venezuela dando un contrappeso al petrolio e quindi alla dipendenza da Washington. Fu in questo periodo che si verificò la prima ondata di emigranti dall’Italia e il mito di un nuovo «Eldorado» oltreoceano. La voce della nuova terra dai frutti dorati arriva rapidamente in Italia, anche se per i lavoratori che si apprestano a solcare l’Atlantico il Venezuela è del tutto sconosciuto, ben lontano dagli echi di cronaca di Paesi dalla lunga storia di immigrazione italiana come gli Usa o l’Argentina. Partire costava molto, un viaggio in nave ben 150mila lire. Tuttavia nel 1948 saranno circa 7.000 gli italiani (in particolare campani e siciliani) che attraccheranno nel porto de La Guaira, costa del mar dei Caraibi separata da Caracas da una catena montuosa che i nuovi arrivati valicavano percorrendo strade precarie e vertiginose. Nella capitale la ricerca del lavoro è spesso un calvario. Proprio per la politica del governo, la richiesta principale è di lavoratori agricoli. Ma il Paese non è ancora pronto ad assorbire in modo ottimale la nuova mono d’opera. L’agricoltura del grande latifondo è se possibile peggio di quella che i migranti del Sud Italia si erano lasciati alle spalle. Bétancourt vorrebbe frazionarla e creare una proprietà medio-piccola in colonie gestite da immigrati e creoli. La condizione dei pionieri dell’immigrazione italiana partiva dunque con il piede sbagliato. Molti lavoratori si vennero a trovare distanti dai fasti di Caracas, capitale in progressiva crescita, braccati in appezzamenti in località remote spesso battute da inondazioni dovute alle piogge torrenziali dei tropici, a coltivare per una misera paga una terra improduttiva abbandonata negli anni dai precedenti proprietari e ora in mano al governo, affiancati a contadini venezuelani dei quali gli italiani sentono la crescente ostilità, anche per il fatto che i nuovi arrivati hanno un’urgenza di attività e di riscatto che la loro natura di caraibici non riesce a comprendere. In altri settori le cose andavano anche peggio. Né l’industria né le infrastrutture si erano sviluppate e spesso i piccoli commercianti o esercenti italiani che avevano avviato un’attività erano presto spodestati dai creoli. Questa situazione, che non rispecchiava certamente l’idea che gli emigranti italiani avevano del Venezuela, generò un fenomeno che per tutto il primo periodo dell’immigrazione italiana si verificò al porto de La Guaira. Al posto di essere salutati con bandiere e fazzoletti, i nuovi arrivati venivano accolti dai connazionali al grido di «tornate indietro!». Gli italiani non ascoltarono il consiglio e per lo più rimasero, resistendo alle dure condizioni del Paese che li aveva accolti. Il saldo migratorio, pur con una flessione tra il 1948 e il 1950, rimane positivo. Gli italiani che arrivarono in quegli anni difficili portarono con sé un bagaglio di piccole ma fondamentali capacità lavorative. Molti emigranti meridionali avevano imparato sin da ragazzi non solo il lavoro dei campi, ma anche i rudimenti dell’edilizia, le umili professioni artigianali come quella del calzolaio, tanto che nei primi anni della loro presenza gli italiani venivano chiamati dai venezuelani «zapateros», ciabattini appunto. Laddove non vi erano case decenti, gli italiani le costruirono con la forza delle braccia. Questo spirito di iniziativa, legato alla mera sopravvivenza e alla massima tensione verso il riscatto in una scommessa dove avevano puntato tutti i loro averi cominciò a dare i suoi frutti. La natura di lavoratori instancabili iniziò ad attirare l’attenzione delle autorità locali che mostrarono da allora un certo apprezzamento per quegli stranieri che, sfidando le tante privazioni, contribuivano alla crescita del Venezuela pre-«boom» economico. Alcuni casi, forse curiosi ma non meno significativi, caratterizzarono l’attività italiana alla fine degli anni Quaranta. Nella regione di Mèrida, la porta delle Ande, a 4.118 metri di altitudine due italiani costruirono il primo rifugio sul Nudo de Apartadero. Il «Pico de l’aguila» era nato nel 1950 per iniziativa di Franco Anzil e Valentino Metzer. Si trattava di una struttura di gusto totalmente alpino che i due avevano fatto costruire con materiali provenienti dall’Italia. Il primo, istruttore degli Alpini in patria, contribuirà negli anni successivi allo sviluppo del turismo montano. Anzil fu tra i fondatori del «Club Andino venezolano», forgiato sulla falsariga del Cai italiano. Oltre alle migliaia di italiani che alla fine del decennio lottarono per sopravvivere e per vedere realizzato il sogno dell’emigrante lavorando una terra ingrata o cercando di farsi spazio nel campo del piccolo commercio si affacciarono per la prima volta anche i pescatori venuti dalle coste italiane del Mediterraneo. Dalla Sicilia al Tirreno che bagna le coste toscane, furono diversi i proprietari di motopescherecci ad affrontare l’oceano per gettare le reti nel mare dei Caraibi. Le cronache dell’epoca raccontano dell’epopea di un gruppo di pescatori di Viareggio che, cacciati dalle acque della Corsica dai francesi, tentarono l’avventura del Venezuela già all’inizio del 1950. A Las Palmas, dopo aver navigato per 6.000 miglia, gettarono le reti due grandi pescherecci del proprietario Attilio Barsanti, che da allora saranno di casa nelle acque pescose del Venezuela. I pescatori italiani contribuiranno anche a cambiare i gusti locali, spingendo per il maggiore consumo di pesce che fino ad allora era rimasto in coda alla catena alimentare dei clienti Venezuelani. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/con-l-arrivo-di-trump-la-dittatura-venezuelana-traballa-2671223326.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="un-sogno-che-si-avvera-gli-italiani-e-l-eta-delloro-sotto-il-governo-di-perez-jimenez-1952-1958" data-post-id="2671223326" data-published-at="1740572721" data-use-pagination="False"> Un sogno che si avvera: gli italiani e l’«età dell’oro» sotto il governo di Pèrez Jimenez (1952-1958) Mentre gli emigranti italiani lottavano per il lavoro e la dignità, grandi cambiamenti nella politica venezuelana apparvero all’orizzonte. Il socialdemocratico Bétancourt aveva lasciato la guida del paese al compagno di partito Acciòn Democratica Ròmulo Gallegos, che governò il paese per pochi mesi, quando fu infine rovesciato da un golpe militare guidato da una giunta guidata da Carlos Delgado Chalbaud in cui figurava anche il generale Marcos Pèrez Jimenez. Il nuovo capo del governo fu a sua volta assassinato nel 1950 e, dopo una breve parentesi in cui la giunta mise a capo il civile Germán Suárez Flamerich, Marcos Pèrez Jimenez prese definitivamente il potere con un golpe senza sangue.La sua ascesa determinò un deciso cambio di rotta rispetto ai governi democratici del secondo dopoguerra. La riforma agraria di Bétancourt fu definitivamente accantonata, mentre l’economia fu orientata quasi esclusivamente al petrolio, le cui rendite negli anni Cinquanta sarebbero cresciute rapidamente. Confermando il forte legame con gli Stati Uniti di Truman e di Eisenhower in quanto baluardo sicuro contro l’espansione di movimenti e partiti marxisti, il militare presidente forgiò la crescita del Venezuela sul modello degli Usa, rafforzando il legame commerciale che garantiva a Washington un grande flusso di esportazioni verso il Paese sudamericano. Le rendite derivate dalle royalties per lo sfruttamento dei giacimenti rese in poco tempo il Venezuela il paese più ricco del Sudamerica, tanto che nel 1955 il governo di Caracas ebbe la possibilità di poter spendere oltre 1,5 milioni di dollari al giorno. Una grande parte di questi introiti, la base dell’«Eldorado» tanto atteso dagli italiani, fu spesa in grandiose opere pubbliche e infrastrutturali. Alla metà degli anni Cinquanta, Caracas sembrava Los Angeles. Il consumismo era alle stelle, quasi un comandamento. Le case borghesi avevano gli elettrodomestici e le strade della capitale erano percorse dalle imponenti auto americane. L’orizzonte della città, la cui popolazione era triplicata in soli 10 anni, mutava con le sagome dei primi grattacieli, con i pilastri dei grandi svincoli stradali. Pérez Jimenez aveva urgente bisogno di mano d’opera per tenere il passo di una crescita così vertiginosa. Tra le migliaia di immigrati che sbarcavano nei porti del Paese ebbe un occhio di riguardo per gli italiani. Oltre all’affinità culturale, il capo della giunta vedeva l’alto livello professionale e la grande smania di lavoro e guadagno. L’apertura delle porte del Venezuela aveva anche uno scopo di controllo sociale, secondo la visione di Pérez Jimenez. L’accoglienza di italiani (e a seguire portoghesi e spagnoli) e in generale di immigrati dall’Europa fu uno strumento che il capo del governo di Caracas cercò di utilizzare per perseguire quella che potremmo, con un’astrazione storica, chiamare una «sostituzione etnica» al contrario rispetto a quella di cui si discute oggi. Jimenez, che pure era di sangue indio per una parte, vedeva nei nuovi arrivati una forte propensione al lavoro che nelle popolazioni native non era presente. Anche da un punto di vista politico gli immigrati europei costituivano un baluardo di consensi, diversamente dalle turbolente popolazioni locali più sensibili all’influenza dei movimenti rivoluzionari di stampo marxista. Nel 1952, primo anno del suo governo, gli italiani che si erano trasferiti in Venezuela erano già saliti a 80.000, praticamente tutti assorbiti in particolare modo nel settore dell’edilizia e delle grandi infrastrutture (ponti, dighe, centrali). Durante gli anni Cinquanta, anche il settore petrolifero venezuelano vide la crescente presenza di manodopera italiana. Ne è un esempio il caso di Ciudad Ojeda, sulle rive del lago di Maracaibo. Fondata nel 1936 dopo un incendio che ne distrusse le antiche case su palafitte, negli anni Cinquanta divenne un centro nevralgico dell’industria petrolifera. Qui si erano trasferiti agli inizi del «boom» migliaia di italiani che non si accontentarono delle catapecchie messe loro a disposizione, ma costruirono grazie alle capacità manuali una vera e propria cittadina. Nel pieno del periodo di massimo sviluppo della seconda metà degli anni Cinquanta Ojeda sembrava una little Italy con casette dotate di garage e aria condizionata. Da rimarcare è ancora una volta la peculiarità del lavoro italiano nel settore petrolifero. Non si trattava di manodopera non qualificata, perché grazie al mestiere che spesso avevano imparato in Italia, i nuovi coloni della cittadina sul lago di Maracaibo erano «contrattisti» ossia liberi professionisti che stipulavano con le grandi compagnie petroliferi accordi per la manutenzione o gestione dei materiali d’opera. Questa condizione professionale contribuì in molti casi al successo economico degli italo.venezuelani rispetto ad altri immigrati meno qualificati.Nel 1956 la presenza italiana cresce ancora, arrivando a circa 120mila unità. Collegata dall’anno precedente da un volo Alitalia Roma-Milano-Caracas, la capitale ospitò nel febbraio del 1956 la fiera «L’Italia produce», alla presenza di Pèrez Jimenez e dell’allora ambasciatore italiano Justo Giusti del Giardino.Negli anni d’oro dello sviluppo urbanistico e infrastrutturale del Venezuela, sopra la massa di emigrati italiani che fecero crescere la nazione alcuni divennero particolarmente influenti, dei veri e propri «tycoon». Questo è sicuramente il caso del salernitano Filippo Gagliardi, emigrante della prima ora. Giunto in Venezuela per la prima volta da Montesano nel 1927, non vi trovò fortuna e fu costretto a rientrare in Italia. Nel 1937 riprese la via dell’Atlantico e, tra i primi italiani impegnati nel settore, costruì le basi di quello che sarà l’«impero del cemento» di «Don Felipe», come veniva chiamato dai venezuelani. Sotto Pèrez Jimenez, di cui fu amico personale, la sua fortuna ebbe un’impennata. Tanto da diventare, nella terra di origine e in Italia, un benefattore. Elargì fondi al suo paese di origine dove fece costruire opere imponenti, diede la luce ai paesi isolati del Vallo Di Diano, regalò milioni agli alluvionati del Polesine. Legato a doppio filo con la giunta di Caracas, fu nominato da Jimenez coordinatore del bacino elettorale degli italo-venezuelani. Rimase in Venezuela fino alla caduta della giunta militare, per poi rientrare in Italia a causa delle accuse di collaborazionismo. Un tentativo di rientro a Caracas del 1967 non ebbe il successo sperato e Filippo Gagliardi morirà in Italia nel 1968.Un altro caso di estremo successo italiano in Venezuela fu quello di Pompeo D’Ambrosio. Salernitano come Gagliardi, era nato a Campagna nel 1917. Laureato in amministrazione delle colonie, era reduce di El-Alamein. A differenza di Gagliardi, emigrò in Venezuela nel 1951 quando la giunta militare aprì del tutto le porte all’immigrazione italiana. Entrò come funzionario al Banco Latino di Caracas, durante la carriera fu tra i principali finanziatori del lavoro italiano in Venezuela, in particolare contribuendo alla crescita di grandi società fondate dai suoi conterranei nel settore delle costruzioni. A D’Ambrosio furono legate due grandi realtà imprenditoriali fondate da italo-venezuelani: Vinccler (Venezolana de Inversiones y Construcciones Clerico), ancora oggi leader nelle grandi costruzioni e in mano alla famiglia fondatrice Clerico e di Construcctora Delpre, guidata dall’ingegnere italo-venezuelano Enrique Delfino che nel 1969 iniziò la costruzione del più importante centro direzionale di Caracas, il «Parque Central».Il Venezuela degli anni ’50 (ma fino a quasi tutto il decennio successivo) fu una opportunità economica non solo per gli emigranti, ma anche per le grandi aziende italiane che entravano anch’esse in una fase di forte sviluppo dopo la lunga crisi postbellica. Nel Venezuela di Pèrez Jimenez arrivò la Fiat con la fondazione di uno stabilimento a La València nel 1954. Da Lambrate arrivò anche la Innocenti in virtù di un accordo con le autorità di Caracas che necessitavano del know how necessario alla realizzazione di un grande polo siderurgico nello Stato di Bolìvar. L’azienda milanese si occupò della realizzazione delle strutture e dei macchinari costruiti in Italia, fondando la Siderúrgica del Orinoco C.A. (SIDOR) nel 1955. A Maracaibo, la manodopera italiana contribuì alla costruzione di un simbolo dell’ingegneria mondiale. Nel 1957 il governo stanziò i fondi per la realizzazione del monumentale ponte «General Rafael Urdaneta», progettato da Riccardo Morandi. Lungo 8,7 km sopra le acque del lago, presenta ben 135 campate disegnate con la classica «V» marchio di fabbrica dell’ingegnere italiano.L’età dell’oro e di Pèrez Jimenez si interruppe bruscamente nel 1958, dopo che il militare capo del governo aveva elaborato una legge elettorale che prevedesse il voto degli italiani suoi alleati (Ley de elecciones). Ma il crescente malcontento sia dei venezuelani che degli stessi vertici militari nei confronti di Jimenez, uniti al calo di sostegno da parte degli Stati Uniti che ritennero pericoloso tenerlo al potere per evitare una nuova Cuba e rischiare di perdere le risorse petrolifere fecero cadere il governo in carica da 6 anni. Pèrez Jimenez fu esiliato e finirà i suoi giorni nella Spagna di Francisco Franco. Per gli italiani in Venezuela, i mesi che seguirono la caduta della giunta rappresentarono un «piccolo Terrore». Prosperati negli anni vertiginosi di Jimenez, subirono la vendetta dei partiti clandestini e dei lavoratori locali. Una serie di azioni intimidatorie portò a numerosi danni alle attività italiane, nonché a una decina di feriti negli scontri di piazza. L’immigrazione italiana, concentrata in pochi anni e oggetto di una crescita fulminea, costituiva un’eccezione nella storia migratoria dell’America. Tanto fu efficace quanto divenne poi indispensabile e radicata nel tessuto economico e sociale del Venezuela, che la popolazione italiana non fu sottoposta ad una diaspora dai governi seguenti, primo dei quali fu il secondo mandato di Bétancourt dal 1959. Ci furono parecchi rientri, questo è un dato di fatto. E la curva migratoria scese di colpo dopo il 1958, rimanendo stabile su livelli molto più bassi fino agli anni Settanta quando praticamente si spense del tutto. Ma non solamente fattori geopolitici generarono la fine dell’emigrazione di massa degli italiani in Venezuela. A seimila miglia nautiche di distanza, l’Italia del miracolo economico cresceva come era cresciuto il Venezuela nel decennio precedente e all’emigrazione tradizionale verso altri Paesi si sostituì quella interna verso le grandi fabbriche del Nord. Ma il segno lasciato dal lavoro degli italiani, guardando l’orizzonte di Caracas, leggendo le influenze culturali ancora oggi radicate nel Paese, indicano la storia di una comunità che ha forgiato con il lavoro, la speranza, il sudore, la storia di una nazione.
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E, spesso e volentieri, in quanto industrializzato e ormai iperprocessato, è un cibo che sembra nutrire e fare bene e invece ci fa incamerare troppe calorie e ci fa male. Oggi, chi non sta attento sia ad informarsi, sia a mangiare e bere, ingurgita spesso troppe calorie.
Una strada per la quale passano troppe calorie dirette al nostro organismo e al nostro sistema metabolico e alla quale molti non pensano e non fanno attenzione è quella delle calorie liquide. Che cosa sono? Le calorie sono quelle fornite da bevande e liquidi che diversamente dall’acqua contengono calorie, date dai macronutrienti che sono i carboidrati, proteine e grassi. Il flacone di «bevanda proteica al cioccolato» che vedete al banco frigo del supermercato e che certamente il nostro avo vissuto nel Settecento non poteva vedere non esistendo bevande di questo tipo, inesistenti in natura, prodotte e soprattutto concepite dall’industria? Sono calorie. Un bel bicchiere di cioccolata calda o un altrettanto bel bicchierino di caffè al ginseng della macchinetta della metropolitana che sempre il nostro antenato di 300 anni fa non avrebbe mai potuto bere perché non esistevano le macchinette distributrici di bevande e snack (né la metropolitana, a dirla tutta)? Sono calorie. Calorie liquide, che di solito non annoveriamo nel conteggio calorico quotidiano, se lo compiliamo. E, se non lo facciamo, non stiamo a guardare il capello mettendoci ad indagare su quante siano e come siano composte queste calorie ovvero da che macronutrienti provengano, aspetto che fa la differenza. Anche l’olio, per esempio, che naturalmente non beviamo, ma usiamo per cucinare e condire il nostro cibo solido, presenta calorie. Quello di oliva presenta circa 884 calorie ogni 100 g, tutte conferite da grassi. Arrotondiamo a 9, ciò significa che ogni cucchiaio di olio di oliva sono 90 calorie. Se usiamo un cucchiaio a pasto, siamo molto virtuosi, se usiamo 10 cucchiai a pasto sono 900 calorie a pasto solo di olio! Se lo usiamo per friggere, l’olio non aumenta le sue calorie, naturalmente, ma per friggere ne usiamo parecchio e tutto quell’olio passerà le sue calorie al cibo che ci abbiamo fritto dentro. Facciamo un esempio: le patate hanno 70 calorie ogni 100 g da crude, ma fritte salgono a 300-500 calorie. Ecco perché più volte, su queste pagine, abbiamo consigliato il «finto fritto», cioè di cuocere al forno (o in friggitrice ad aria, aggiungiamo ora che nel frattempo è nata e diventata di moda) dopo aver spennellato o spruzzato una minima quantità di olio direttamente sulla pietanza da «finto-friggere». La maionese non è liquida come l’olio, ma è anch’essa una salsa che spesso si usa in grandi quantità. Idem il ketchup. O la salsa di soia, se si è amanti dei ristoranti cinesi e giapponesi.
Vediamoli meglio. La maionese è molto calorica, con circa 650-700 calorie per 100 grammi, principalmente a causa del suo alto contenuto di grassi (olio e tuorli d’uovo) che sono circa 70 g. Una porzione di un cucchiaio, circa 10-15 grammi, contiene all'incirca 90-110 calorie, ma esistono anche versioni leggere con meno grassi e calorie, come quelle «light». Il ketchup ha tra 90 e 120 calorie per 100 grammi, ma il contenuto calorico può variare a seconda di produttore e formulazione, per esempio se è senza zuccheri aggiunti, con valori che possono scendere a 40 calorie o salire oltre 100 calorie per 100 g, principalmente da zuccheri e carboidrati. Una porzione da un cucchiaio (circa 15 g) apporta circa 15 calorie, mentre una bustina ne ha circa 6. La salsa di soia ha basso contenuto calorico, circa 50-70 calorie per 100 ml (che più o meno sono 100 g), un cucchiaio, circa 15 ml, ha circa 7-10 calorie, c’è però molto sale. Anche il vino e i superalcolici sono calorie liquide. L’alcol ha più calorie di carboidrati e zuccheri, che ne hanno circa 4 ogni grammo. L’alcol, infatti, ne ha 7, valore che lo avvicina più alle calorie dei grassi che a quelle degli agli zuccheri. Le calorie in vino e superalcolici provengono principalmente dall’alcol (circa 7 calorie per grammo), ma variano molto in base a gradazione alcolica e zuccheri residui: un bicchiere di vino (125 ml) ha 80-110 calorie (più per vini dolci/corposi), mentre un superalcolico (40 ml) ne ha circa 55-100, con i cocktail che possono superare le 200-400. Vediamo le calorie di 125 ml di vino: bianco secco 80-90 calorie (11-12% alcol); rosso corposo (13-14%) 100-110 calorie; dolce o passito: circa 150 e anche di più, in rapporto agli zuccheri effettivamente presenti. Nei superalcolici, invece, in una dose di 40 ml, il bicchierino, di vodka o gin o rum o whisky troviamo circa 90-100 calorie; negli amari e nei liquori dolci troviamo tra le 60 e le 100 calorie; nei cocktail troviamo calorie variabili, ma sempre alte, come abbiamo visto. Per esempio, un Mojito presenta 242 calorie, un Long Island Ice Tea 420. Anche se con la birra scendiamo di livello alcolico, 1 birra da 330 ml presenta tra le 100 e le 150 calorie. Si capisce come bevendo spesso e molto si aggiungano non poche calorie all’introito giornaliero necessario.
Ci sono poi le calorie liquide contenute nelle bevande in senso stretto, in primo luogo le bibite gassate zuccherate. Coca Cola e aranciata hanno circa 40-50 calorie per 100 ml e sono tutte da zuccheri. I succhi di frutta variano molto, quando non sono senza zuccheri aggiunti hanno comunque gli zuccheri della frutta e quando hanno gli zuccheri aggiunti ci troviamo di fronte a un doppio zucchero, pensate che quando parliamo di zucchero aggiunto parliamo di circa 15 g (3 cucchiaini) in 100 ml. La cioccolata calda della macchinetta è preparata con una polvere che contiene cacao, zucchero e latte e di solito è più calorica della cioccolata preparata con cioccolato fondente. Siamo tra le 160 e le 200 calorie a bicchiere, che possono scendere un po’ se selezioniamo zero zucchero mentre la ordiniamo, ma comunque avremo lo zucchero già presente nel preparato in polvere. Se si bevono più «porzioni» di queste calorie liquide al giorno, come fanno molti, le calorie liquide naturalmente aumentano. Calorie liquide sono anche quelle del caffè al ginseng. Se un caffè senza zucchero presenta 0 calorie, un caffè al ginseng ha circa 25-30 calorie, da 0,5 g di grassi e 4-5 g di carboidrati (per lo più zuccheri). Anche se non aggiungiamo zucchero (per esempio alla macchinetta selezioniamo zero zucchero), il nostro caffè al ginseng conterrà gli zuccheri della ricetta base del preparato (il caffè al ginseng è preparato con estratto dolce di ginseng, caffè e caramello). Anche il preparato liofilizzato per tè contiene zucchero, zucchero che si incamera anche se si sceglie il tè ma senza aggiungere ulteriore zucchero. Anche la camomilla solubile può contenere zucchero e se pensate che spesso si usa senza limite per il biberon dei neonati si capisce come ormai non sia così strano che i bimbi siano sovrappeso e desiderosi oltremodo di zucchero già da piccoli. Bevendo continuamente queste calorie liquide, infatti, si può addirittura sviluppare, inconsapevolmente, una dipendenza da zucchero, perché non si pensa mai che si tratta di bevande che, quale più, quale meno, ne contengono in maniera inevitabile. Ed evitare un eccesso di zuccheri non è solo l’obiettivo di un’alimentazione dietetica, dimagrante, è l’obiettivo di chiunque voglia mantenersi sano e in forma, perché l’eccesso di zuccheri può condurre anche ad insulino resistenza, diabete, sovrappeso, obesità, fegato grasso e, se si continua ad incamerare gli zuccheri delle calorie liquide tutte queste patologie possono evolvere nello stadio successivo che per esempio, per il fegato, significa epatopatia, cirrosi epatica e cancro. Idem per i condimenti grassi. Spremute con tanto zucchero aggiunto (non ne aggiungete proprio, non serve), frullati, frappè, cappuccini, caffè, bibite gassate zuccherate e tutto quello che di liquido ci può venire in mente di bere durante il giorno può essere un veicolo di calorie liquide. Le quali non sono problematiche solo perché in eccesso rispetto all’introito calorico fanno ingrassare. Il problema è anche che sono calorie che non possono mai saziare come quelle solide. Il mancato senso di sazietà dopo aver assunto queste bevande deriva dal fatto che, non masticando, poiché ingoiamo un liquido in pochi secondi, non c’è possibilità che il cervello mandi al nostro organismo il segnale di essere sazio. Bere calorie liquide troppo spesso non serve a spezzare la fame, ma, contro intuitivamente, ad aumentarla, con l’ulteriore danno di avere incamerato anche calorie a fronte di nessuna sensazione di sazietà. Quando si arriverà al pasto solido, difatti, si mangerà ancora di più, perché dopo avere ingurgitato zucchero bevendo bibite apportatrici di calorie liquide avremo un calo di zuccheri. Il processo è logico. Lo zucchero è da sempre considerato una caloria vuota, perché dà all’organismo apporto calorico senza nemmeno conferire sazietà e nutrienti importanti, causando picchi glicemici che poi mutano in crolli glicemici che - eccoci al punto - ci fanno sentire il bisogno pressante di mangiare per ritirare su la glicemia precedentemente alzata dalla bevanda zuccherata. Spesso si bevono queste bevande al posto dell’acqua e nel tentativo di saziare la fame, ma a parte 2, massimo 3, caffè al giorno, meglio se con un cucchiaino di zucchero al mattino e poi senza zucchero durante la giornata, per stare bene dovremmo cercare di saziare la fame tra un pasto e l’altro bevendo acqua. Almeno 1,5-2 litri al giorno. Inoltre, dovremmo imparare a leggere le etichette di quello che beviamo per renderci conto di quante calorie liquide ci circondano e decidere, magari, di lasciarle dove sono.
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Il 2026 rischia di essere per l’Italia l’anno della morte assistita. Infatti, per quanto pochi giorni fa, con la sentenza 204/2025, la Corte Costituzionale abbia dichiarato la parziale illegittimità della norma in materia della Regione Toscana, nessun passo indietro è stato fatto, anzi, dalla Consulta rispetto ai precedenti e reiterati moniti al Parlamento a legiferare al riguardo. Larga parte della stessa maggioranza di centrodestra al governo, del resto, pare essersi ormai persuasa della «necessità di una legge sul fine vita». Staremo ora vedere cosa ci riserverà il nuovo anno.
Quel che è certo è che, prima di approvare una norma, farebbe bene ai nostri parlamentari dare un semplice sguardo a dove una legge sul fine vita effettivamente c’è - ed ormai da dieci anni: il Canada. Un Paese che, anche in ragione delle sue bellezze naturali e paesaggistiche, viene spesso guardato con ammirazione, ma che oggi si trova a dover fare i conti con un problema piuttosto serio: il dilagare epidemico dell’eutanasia.
I numeri, come si dice in questi casi, parlano chiaro. Anche troppo: da quando la procedura di morte assistita (Maid) è stata introdotta, nel 2016, poco meno di 76.500 persone (76.475 il numero esatto), vi hanno fatto ricorso ottenendola. Solo nel 2024 i cittadini che hanno «beneficiato» del servizio sono stati 16.499 - cifra che equivale al 5% di tutti i decessi del Paese. Degno di nota è inoltre il fatto che un quarto di quanti accedono alla morte su richiesta non sperimenta neppure le cure palliative. Viene direttamente eliminato. Si potrebbe pensare che ciò accade perché sono situazioni in cui le condizioni di chi chiede di morire sono così disperate che la morte assistita viene subito concessa.
Chi la pensa così dovrebbe però spiegare come mai, a pagina 11 di un rapporto della Commissione sul fine vita del Québec con cui sono stati esaminati i casi di persone che, tra il 1°aprile 2018 e il 31 marzo 2019, hanno avuto accesso all’aide médicale à mourir, si parlava di almeno «tre casi» nei quali «la diagnosi della persona era una frattura dell’anca». «Fu presentata ai canadesi come un’opzione eccezionale per una morte naturale già imminente. Come è possibile che la morte assistita oggi sia diventata così popolare?», si è chiesta la giornalista Sharon Kirkey in un articolo pubblicato la vigilia di Natale sul National Post.
In effetti il punto ora è questo: com’è possibile che, in pochi anni, il Canada sia diventato la Mecca planetaria dell’eutanasia? Le spiegazioni possibili sono tante. Di certo non ha arginato il fenomeno il fatto che, non appena la morte assistita fu legalizzata, nel 2016 come si diceva poc’anzi, ci sia stato subito chi si è messo a fare due conti per sottolineare quanto avrebbe fatto risparmiare ai contribuenti. Il riferimento è ad uno studio pubblicato nel 2017 sul Canadian Medical Association Journal a firma di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, i quali, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, avevano quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l’anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche.
Da parte loro, Trachtenberg e Manns avevano sottolineato di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire - e ci mancherebbe -, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo. Un peso nel dilagare mortifero dei decessi on demand l’ha avuto, in Canada, di certo pure la secolarizzazione, che se da un lato è già correlata all’aumento dei suicidi e di quelli che i sociologi chiamano «morti per disperazione» - overdosi, abuso di alcool, ecc. -, dall’altro certamente non contrasta, anzi, il trend della «dolce morte». A diffondere poi la morte assistita ci ha pensato la stessa legge, che l’ha introdotta ma in modo non sufficientemente preciso; di qui i numerosi abusi ed eccessi.
«Ci sono abusi ed eccessi anche nei Paesi Bassi e in Belgio», spiega alla Verità Alex Schadenberg dell’Euthanasia prevention coalition, intervistato più approfonditamente nella pagina accanto, «ma in Canada la legge, fin dall’inizio, è stata priva di una vera definizione. Pertanto, il gruppo pro choice Dying With Dignity affermerebbe che la legge prevede rigide garanzie mentre, invece, ne prevede poche o nessuna, poiché priva d’una definizione». «Inoltre», continua l’attivista canadese, «la legge stabilisce che il medico o l’infermiere specializzato debbano solo essere del parere che la persona soddisfi i criteri della legge. Ciò significa che è impossibile controllare la legge - anche nelle circostanze più gravi - perché il medico dirà alle autorità di essere del parere che la persona soddisfi i criteri della legge». «Infine», conclude con parole forti Schadenberg, «ci sono diversi medici che sono diventati di fatto assassini professionisti, il che significa che questo è quasi tutto ciò che fanno. Si vantano di quanto amano uccidere. Questo è a dir poco spaventoso».
In effetti, c’è poco da stare tranquilli in un Paese dove la morte assistita, più che concessa, viene proposta. Si prenda quanto avvenuto a Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo. Ebbene, nel 2018 l’uomo si era trovato dinnanzi ad un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley decise di denunciare l’ospedale e il governo dell’Ontario, producendo pure due audio (uno del 2017, l’altro del 2018) nelle quali il personale ospedaliero cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita. Caso isolato? Non esattamente.
Per maggiori informazioni chiedere all’atleta paralimpica Christine Gauthier, la quale qualche anno fa aveva osato protestare per i ritardi nell’installazione in casa sua d’un montascale; risultato: si è sentita proporre la morte assistita. Lo scorso dicembre proprio sulla Verità si era poi raccontata l’assurda vicenda di Jolene Van Alstine, 37 anni, residente nella provincia canadese del Saskatchewan. La donna soffre da otto anni di iperparatiroidismo primario normocalcemico, una malattia paratiroidea molto rara ma curabile. Il punto è che nel Saskatchewan pare non ci siano chirurghi in grado di eseguire l’operazione di cui ha bisogno, motivo per cui la donna si è imbarcata in una eterna lista d’attesa a fronte della quale, disperata, ha provato a chiedere il suicidio assistito: richiesta accettata. Forse perché nel Canada diventato la patria della morte on demand non è raro crepare in attesa di cure.
Secondo i dati diffusi a fine novembre dal think tank canadese SecondStreet.org, infatti, solo tra aprile 2024 e marzo 2025 sono deceduti quasi 24.000 pazienti – 23.746, il numero esatto – che erano nelle liste d’attesa per le cure. La cosa più tragica è che perfino l’opinione pubblica si è ormai assuefatta all’idea che, a certe condizioni, le persone siano più che altro un costo. Non si spiegherebbe altrimenti come sia stato possibile che nel 2023 un sondaggio di Research Co. abbia rilevato che il 28% dei canadesi sia d’accordo per il suicidio assistito per le persone senza dimora in salute e il 27% sia favorevole per offrirlo a quanti versano in condizioni di estrema povertà. No, i canadesi non sono impazziti: è la cultura eutanasica e produrre questi frutti. Con tutto il rispetto per la Consulta, ci pensino bene i nostri parlamentari prima di spalancare le porte a simili scenari. Perché non si potrà più dire che non si sapeva.
«Dissero che era per i casi terminali. Adesso fanno pressione sui disabili»
Si possono esaminare dati, studi scientifici e report, anzi è doveroso farlo per mettere a fuoco il fenomeno nel suo insieme; ma se si vuole scavare più in profondità, non c’è modo migliore per capire davvero la piaga della morte assistita in Canada se non, va da sé, parlarne con un canadese. Possibilmente con qualcuno che anche segua e monitori la questione con costanza. Proprio per questo, La Verità ha contattato Alex Schadenberg, 57 anni, attivista nato a Woodstock, Ontario, e grande conoscitore di questi temi in quanto direttore esecutivo dell’Epc, acronimo che sta per Euthanasia prevention coalition.
Schadenberg, come descrive la realtà del suicidio assistito in Canada?
«L’eutanasia è stata legalizzata in Canada nel 2016 con la promessa di essere strettamente controllata e limitata alle persone malate terminali e sofferenti. Fin dall’inizio, la norma è stata però poco circoscritta e ha iniziato a espandersi immediatamente; il che significa che la morte assistita veniva data a persone con una condizione terminale ma che non sarebbero morte a breve. La legge è stata poi ampliata nel 2021 includendo persone che non sono malate terminali, ma piuttosto affette da una “condizione medica grave e irreparabile” non definita, e l’estensione del 2021 ha incluso anche l’eutanasia per le sole malattie mentali, la cui attuazione è stata ora posticipata a marzo 2027».
Tutto questo, a livello pratico, che cosa sta comportando?
«Nel 2025 si sono contati decessi per eutanasia di persone con disabilità che vivevano in condizioni di senzatetto, povertà o difficoltà a ottenere cure mediche. Alcuni dei medici canadesi ora sono specializzati nell’eutanasia, il che significa che sono coinvolti in molti decessi e tendono a somministrare la morte in modo più diffuso».
Quali sono le prossime frontiere?
«Le prossime frontiere della legge canadese sull’eutanasia, come già dicevo poc’anzi, sono l’implementazione dell’eutanasia solo per malattie mentali - prevista per marzo 2027 -, l’estensione della legge alle richieste anticipate di eutanasia, il che significa che i medici potranno sopprimere una persona incapace che aveva precedentemente richiesto la morte mentre era ancora in grado di intendere e di volere, e ai bambini definiti “minori maturi”».
Il dilagare della morte assistita nel Paese che conseguenze sta avendo verso malati e disabili?
«Il punto è che le persone con disabilità, da marzo 2021, hanno diritto all’eutanasia in base a una “condizione medica grave e irreparabile”, non definita dalla legge. Ci sono ormai molte storie di persone con disabilità esortate a chiedere l’eutanasia, tra cui Roger Foley e Heather Hancock, solo per fare due nomi. Poiché molte persone con disabilità vivono in povertà o hanno difficoltà a trovare un alloggio a prezzi accessibili, spesso si sentono già svalutate. Se a tutto questo si aggiunge la crisi sanitaria canadese - con le persone con disabilità che hanno grandi difficoltà a ricevere le cure di cui hanno bisogno - si comprende come l’eutanasia legalizzata stia minacciando la loro vita».
In Canada le persone si rendono conto degli amari frutti della mentalità eutanasica?
«Notiamo che alcuni gruppi riconoscono i cambiamenti avvenuti in Canada dopo la legalizzazione dell’eutanasia. C’è per esempio un gruppo di veterani di guerra che ha reagito pubblicamente quando, al posto delle terapie di cui aveva bisogno, si è sentito offrire la morte assistita. Non solo. Ci sono persone con disabilità che hanno paura di andare in ospedale. Durante un’audizione della Commissione Finanze del parlamento canadese, Krista Carr, ceo di Inclusion Canada, una federazione nazionale di persone con disabilità, ha dichiarato testualmente: “Le persone con disabilità hanno oggi molta paura, in molte circostanze, a presentarsi al sistema sanitario con problemi ricorrenti, perché spesso la morte assistita viene loro proposta come soluzione a quella che è considerata una sofferenza intollerabile, causata da problemi come la povertà e le situazioni in cui le persone con disabilità si ritrovano in modo sproporzionato rispetto agli altri canadesi”».
In tutto questo, che ruolo giocano i mass media?
«I principali media, per la maggior parte, sostengono pienamente l’eutanasia, nonostante siano stati scritti molti articoli che ne mettono in discussione le modalità di attuazione. È molto difficile che il nostro punto di vista, in Canada, trovi spazio sui media tradizionali».
In Italia il Parlamento sta discutendo, a seguito di diverse sentenze della Corte Costituzionale, di introdurre una legge sul suicidio assistito. Che cosa direbbe ai parlamentari italiani?
«Il mio messaggio all’Italia è di non legalizzare l’eutanasia o il suicidio assistito. Quasi tutti gli ordinamenti che hanno legalizzato la morte assistita, anche se lo hanno fatto con “buone intenzioni”, hanno successivamente ampliato la legge. Le leggi vengono ampliate dalla pratica, il che significa che un medico esegue l’atto in un caso controverso e, quando non succede nulla, altri seguono l’esempio. Si comportano anche come se fossero costretti ad ampliare la legge sulla base di discriminazioni. Una volta legali, si sostiene che le “restrizioni” siano in realtà discriminatorie perché negano pari opportunità di accesso alla legge. Anche esaminando le leggi americane sul suicidio assistito, vediamo questo fenomeno».
Troppi abusi pure in Olanda e Belgio
Guardando l’inchiesta proposta su queste pagine, uno potrebbe farsi l’idea che eccessi ed abusi legati all’eutanasia legale siano una grana canadese. Ebbene, non è così dato che scenari non diversissimi avvengono anche in Europa, come dimostra l’esperienza dei Paesi Bassi e quella del Belgio. Iniziamo coi Paesi Bassi che, nel 2001, sono stati il primo Paese al mondo a legalizzare la pratica eutanasica.
La prima cosa che balza all’occhio è una costante impennata del numero dei casi di «dolce morte». Se infatti in Olanda nel 2002 si registrarono 1.882 di questi decessi, nel 2024 essi erano lievitati a quasi a poco meno di 10.000 (9.958) - con una crescita di circa il 430%. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England Journal of Medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe registrato; il che vuol dire che il boom eutanasico è di fatto ancora più devastante di quanto già appaia e che legalizzare il fenomeno non elimina affatto, neppure dopo anni, il suo lato clandestino. Non è finita.
Se si scava oltre, emerge un quadro più allarmante, che prova come legalizzare il diritto ad essere uccisi generi un clima di morte duro da arginare, che finisce per colpire anche i soggetti più deboli: i bambini. Lo prova l’avvenuta approvazione, nel giugno 2005 da parte dei Pediatri dei Paesi Bassi, del Protocollo di Groningen, che sono delle linee guida per l’eutanasia infantile. Cosa che, da quelle parti, era comunque già realtà anche prima. Diversamente Eduard Verhagen, l’autore del suddetto protocollo, non avrebbe potuto ammettere, come ha fatto sulle colonne del New England Journal of Medicine del 10 marzo 2005, che su 1.000 bambini che già allora morivano nel loro primo anno di vita, 600 - quindi il 60%, vale a dire ben oltre la metà - smettevano di vivere in conseguenza di una decisione eutanasica.
La situazione non è più rosea in Belgio, dove la «dolce morte» è stata legalizzata dal Parlamento nel 2003, crescendo poi esponenzialmente. Basti dire che nel 2024 si sono verificati quasi 4.000 casi (3.991), facendo segnare un’impennata del 16% rispetto all’anno precedente; impennata che, se invece si considera l’arco temporale dal 2003 al 2019, risulta superiore al 1.000%. Il risultato è che l’idea che esistano vite «indegne di essere vissute», anche in Belgio, è arrivata fino ai bambini. Ha fotografato bene questa sconvolgente realtà un articolo di cui quasi nessuno in Italia ha dato notizia, uscito sulla rivista scientifica Archives of Disease in Childhood - Fetal and Neonatal Edition – e commentato sul sito dell’European Institute of Bioethics – intitolato End-of-life decisions in neonates and infants.
Secondo quella pubblicazione, solo tra settembre 2016 e dicembre 2017, le decisioni sul fine vita avevano interessato 24 bambini di età compresa tra 0 e 1 anno di vita. 24 bambini vuol dire che il 10% dei piccoli morti entro il loro primo anno di vita, nelle Fiandre, è venuto a mancare sulla base di una decisione precedente, sfociata in un trattamento attivo come un’iniezione letale. Tale percentuale, oltre ad essere elevata, certifica un aumento dato che in rilevazioni effettuate tra il 1999 e il 2000, essa risultava essere del 7%. L’eutanasia infantile, di cui si è già detto parlando dell’Olanda, si è dunque radicata pure in Belgio. E tutto lascia immaginare che, se l’Italia nel 2026 aprisse alla morte assistita, l’eutanasia infantile – anche se non subito, il tempo che l’opinione pubblica possa gradualmente abituarsi a considerare l’idea – verrebbe proposta anche da noi. Vogliamo davvero arrivare a questo?
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Un immigrato clandestino con precedenti per violenza sessuale, due decreti di espulsione mai eseguiti e anni di libertà in Italia: secondo Maurizio Belpietro, il caso dell’omicidio di Aurora Livoli mostra il fallimento totale del sistema delle espulsioni. Tra garantismo senza limiti, provvedimenti annullati e controlli mancati, chi è pericoloso resta libero di colpire.
Leggi qui l'editoriale di Maurizio Belpietro.
Nel giro di un decennio la Turchia ha smontato pezzo dopo pezzo il proprio apparato di sicurezza e giustizia. Epurazioni, promozioni per fedeltà politica e corruzione ad alti livelli hanno ridotto polizia, intelligence e magistratura a istituzioni più utili alla stabilità del potere che alla tenuta dello Stato. È in questo contesto – segnato dalla leadership di Recep Tayyip Erdogan e dall’alleanza con l’ultranazionalista Mhp – che, secondo Nordic Monitor, è maturata una nuova generazione di reti mafiose: più giovani, più mobili, più armate e soprattutto ormai proiettate in Europa. Il salto di qualità è duplice. Da un lato queste bande operano su tutto lo spettro criminale: droga, riciclaggio, estorsioni, contrabbando di armi. Dall’altro hanno esportato all’estero il proprio modello: faide interne, omicidi su commissione, intimidazioni pubbliche e struttura quasi paramilitare. La cronaca europea degli ultimi anni – tra agguati, arresti e sequestri di arsenali – racconta un fenomeno che non può più essere letto come semplice «delinquenza d’importazione». È la proiezione esterna di un degrado istituzionale interno.
Il punto di svolta arrivò nel 2013, quando l’Akp riuscì a sopravvivere alle grandi inchieste per corruzione che avevano lambito la cerchia del premier di allora, Erdogan. Quelle indagini chiamavano in causa personaggi collegati a un promotore iraniano già sanzionato dagli Usa e a un ex finanziatore saudita di Al-Qaeda. Dopo il 2016, col «golpe di cartone» usato da Erdogan come acceleratore della purga nello Stato turco, lo smantellamento divenne sistematico: decine di migliaia di ufficiali, pm, giudici e analisti furono licenziati o incarcerati e rimpiazzati da fedelissimi spesso privi di esperienza e autonomia. E così figure allontanate in passato per legami con la criminalità organizzata sono state persino reintegrate e collocate in posizioni sensibili di controllo su polizia e tribunali.
In parallelo, Ankara ha tollerato – e talvolta usato – circuiti criminali come strumenti informali di pressione. Nordic Monitor cita due nomi diventati simbolici: Alaaddin Çakici, boss mafioso condannato, e Sedat Peker, figura emblematica dei rapporti tra politica, intimidazione e sottobosco criminale. Il risultato, sul piano sociale, è un bacino di reclutamento quasi infinito: giovani senza prospettive, spesso provenienti dalle periferie più povere di Istanbul, attratti da denaro facile, status e identità di gruppo. È da qui che spuntano clan con nomi presi dall’immaginario pop – Daltonlar, Casperlar, Red Kits, Çirkinler – aggregati flessibili ma feroci, capaci di trasformare i social in vetrina di potere. Su TikTok, Instagram e Telegram ostentano armi, lanciano minacce e costruiscono reputazioni. Il reclutamento include minorenni. Tra le sigle più note, il gruppo di Baris Boyun, nato nell’area di Beyoglu-Kasımpaşa a Istanbul. Boyun – oggi detenuto in Italia – è descritto come uno dei capi più temuti, con una rete accusata di omicidi e «servizi» per altre organizzazioni internazionali. A questa galassia viene collegato l’assassinio del boss serbo Jovan Vukotić, leader del cartello Škaljari, ucciso a colpi d’arma da fuoco a Istanbul nel settembre 2022 da sicari in moto. Il «contratto», secondo l’accusa turca, avrebbe avuto un valore di 1,5 milioni di euro. Boyun, che rivendica identità curda e alevita, è al centro di una battaglia sull’estradizione e – sempre secondo Nordic Monitor – affronta anche contestazioni in Italia.
Un atto d’accusa recente contro il gruppo di Istanbul avrebbe rivelato l’uso di 40 minorenni tra 15 e 18 anni come sicari e manovalanza per estorsioni e raid armati. Molti sarebbero adolescenti siriani e azeri portati in città e spinti a sparare con promesse di denaro o minacce. Le ragazze, in alcuni casi, sarebbero state usate per filmare gli attacchi o adescare le vittime. Sul fronte rivale emergono i Dalton, guidati da Berat Can Gökdemir, curdo della provincia di Batman. Inizialmente vicino a Boyun, si sarebbe poi separato dopo una rottura. Nordic Monitor segnala che Gökdemir si troverebbe in Russia. I Dalton sono citati anche per l’attacco al consolato iracheno a Şişli (Istanbul) nel marzo 2025, presentato come rappresaglia dopo l’arresto in Iraq di Ahmet Mustafa Timo, detto «Timocan», e il suo trasferimento in Turchia. Nella rete compaiono anche arresti e rimpatri: Sinan Memi fermato a Varsavia (settembre 2024) ed estradato; Atakan Avci, condannato a 30 anni per droga, catturato a Sofia (novembre 2024). Il dossier allarga poi il quadro all’estero: a maggio 2025 i Dalton vengono indicati anche in relazione a un attacco armato contro agenti dell’intelligence greca a Salonicco durante una sorveglianza; Atene avrebbe arrestato sei cittadini turchi e sequestrato un deposito di armi. E ancora: nel settembre 2023 sei uomini della rete di Boyun furono uccisi ad Artemida, nei pressi di Atene, in un’agguato attribuito a Dalton o Red Kits.
I Red Kits sarebbero guidati da Ferhat Delen, curdo di Mardin, e vengono descritti come evoluzione di una rete nata dagli ultras del Fenerbahçe ( serie A turca) e trasformata in gang. Delen è accusato di aver orchestrato sparatorie contro capi ultras come Cem Gölbaşi e Ibrahim Gümüş, sopravvissuti. Secondo Nordic Monitor, anche lui si nasconderebbe in Grecia.
Tra i gruppi più spietati troviamo i Casper, emersi dopo un attacco notturno davanti a un ospedale di Bahçelievler, con colpi esplosi contro l’edificio per colpire un rivale ferito: feriti un poliziotto, due gendarmi, una guardia e un civile. La leadership viene attribuita a Ismail Atiz, detto «Hamuş», anch’egli di Mardin: arrestato in Germania a luglio, poi rilasciato e nuovamente fermato in Italia. Nel mosaico rientra anche il gruppo di Emrah Ayverdi, in faida con la fazione Boyun, con episodi come l’attacco con granate contro una sala matrimoni nel quartiere Eyüp. Accanto alle gang «brandizzate», ci sono clan familiari: i Bayrolar (quattro fratelli, molti all’estero) e i Baygaralar guidati dal latitante Ramazan Baygara, legato a omicidi di alto profilo, tra cui quello del vicepreside di una scuola a Tuzla.
Il punto, però, è l’Europa. La Spagna viene indicata come nuova piattaforma operativa: costa mediterranea, affitti brevi, mobilità Schengen, turismo e un ecosistema criminale già rodato tra riciclaggio e armi. Il 3 agosto 2025 a Torrevieja (Alicante) è stato ucciso Caner Koçer, figura del clan Dalton: un omicidio attribuito ai Casper per indebolire la leadership. Tre i sospetti fermati, tra cui Burak Bulut, entrato in Spagna con un’auto rubata in Francia. Poche settimane dopo, il 31 ottobre 2025, la polizia intercetta vicino Torrevieja un veicolo con targa francese e un carico di Kalashnikov: armi riconducibili a Mensur Gümüş, leader dei Çirkinler, poi arrestato con due complici. Segnali che certificano la trasformazione della Spagna: non più rifugio, ma la retrovia di una guerra tra clan. Come osserva Nordic Monitor la sicurezza europea sta subendo le conseguenze del collasso istituzionale turco. Bande digitali, giovanissime, armate e transnazionali sono ormai un problema strutturale. Non solo criminalità organizzata, ma un indicatore di come la fragilità di uno Stato possa diventare una minaccia esportabile.
Arsenali e clandestini. L’Italia è usata come base logistica
L’Italia non è più soltanto un territorio di passaggio per la criminalità straniera. Negli ultimi anni è diventata una retrovia operativa stabile per una nuova generazione di gruppi criminali turchi, strutture fluide e violente che agiscono su scala europea e che utilizzano il nostro Paese come base logistica, finanziaria e di copertura. Le inchieste giudiziarie più recenti mostrano un salto di qualità: non bande marginali, ma organizzazioni armate, capaci di muovere armi da guerra, droga e uomini lungo direttrici che collegano la Turchia ai Balcani, all’Europa centrale e al Mediterraneo.
Gli arresti disposti dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano lo scorso 17 dicembre, si inseriscono in questo quadro. Al centro di uno dei fascicoli più delicati c’è Baris Boyun (arrestato a Viterbo nel 2024 e che è in carcere con il 41 bis dal 2024), indicato dagli inquirenti come figura di vertice di una rete accusata di associazione per delinquere armata, traffico internazionale di armi, droga, riciclaggio, falsificazione di documenti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un’organizzazione che, secondo l’accusa, non avrebbe avuto come obiettivo l’Italia in sé, ma avrebbe scelto il territorio italiano come piattaforma sicura da cui pianificare e sostenere attività criminali destinate a colpire altrove. Le carte giudiziarie raccontano un modello ormai consolidato che non è non sfuggito al ministero degli Interni e ai vertici del comparto sicurezza. Le azioni più violente – omicidi, attentati, regolamenti di conti – vengono progettate o consumate fuori dai confini nazionali, mentre in Italia restano le funzioni meno visibili ma decisive: l’approvvigionamento delle armi, il transito dei fondi, la protezione dei latitanti, l’organizzazione degli spostamenti. È una strategia già vista con altre mafie transnazionali, ma qui assume una dimensione particolarmente allarmante per la quantità e la qualità dell’armamento intercettato e per la capacità di muoversi rapidamente tra diversi Paesi europei.
Un primo campanello d’allarme era suonato già nel 2024, quando un’indagine partita dal Nord Italia aveva portato a una serie di arresti di cittadini turchi collegati a omicidi commessi in altri Stati europei. In quel caso, l’Italia emergeva come luogo di rifugio e riorganizzazione, non come teatro della violenza. Lo stesso schema ritorna oggi: depositi improvvisati, abitazioni di copertura, strutture ricettive utilizzate per nascondere armi e uomini. In almeno un episodio recente nel Lazio, gli investigatori hanno sequestrato armi e materiali che fanno pensare a una faida criminale importata, con radici in Turchia ma ramificazioni operative sul nostro territorio.
La domanda che attraversa tutte le inchieste è sempre la stessa: perché l’Italia? La risposta non è ideologica, ma pragmatica. L’Italia offre snodi logistici strategici, una posizione geografica centrale, collegamenti rapidi con i Balcani e l’Europa occidentale, e una lunga esperienza – anche criminale – che produce zone grigie facilmente sfruttabili. Le reti turche non paiono interessate a un controllo diretto del territorio, né a entrare in conflitto con le mafie storiche. Puntano piuttosto a inserirsi nei vuoti, a utilizzare l’infrastruttura esistente per i propri scopi, mantenendo un profilo basso sul piano della violenza locale. Sul fondo rimane un elemento politicamente sensibile, ma sempre più presente nelle analisi investigative: il legame tra l’espansione di queste organizzazioni e il progressivo indebolimento delle istituzioni in Turchia. Epurazioni, corruzione e collusioni hanno creato un contesto in cui settori della criminalità organizzata hanno potuto rafforzarsi e proiettarsi all’estero. Non è un’accusa formale allo Stato turco, ma una dinamica già vista in altri contesti: quando i controlli interni si allentano, il crimine si internazionalizza. La mafia turca, a differenza delle organizzazioni tradizionali, non cerca mai il consenso sociale e non ha bisogno di radicamento culturale. È una criminalità pragmatica, mobile, ben armata, che ragiona per reti e non per territori. Ed è proprio questa caratteristica a renderla difficile da intercettare e, allo stesso tempo, estremamente pericolosa. Gli arresti delle ultime settimane dimostrano che l’attenzione delle procure è alta, ma mostrano anche un dato inquietante: l’Italia rischia di essere percepita sempre più come un retroterra sicuro per guerre criminali combattute altrove. Una condizione che, se sottovalutata, può trasformare una base logistica silenziosa in un problema di sicurezza nazionale. I reati, scrive il procuratore di Milano Marcello Viola, «sono tutti finalizzati a destabilizzare gli assetti dello Stato turco e a creare allarme sociale anche in Europa».
A rendere il quadro ancora più critico è la dimensione europea del fenomeno. Le indagini italiane si intrecciano sempre più spesso con dossier aperti in Germania, Olanda, Belgio e nei Paesi scandinavi, dove gli stessi nomi e le stesse sigle riemergono in contesti diversi. Le reti criminali turche dimostrano una notevole capacità di adattamento: cambiano Paese, mutano gli assetti, sfruttano i vuoti normativi e la lentezza delle cooperazioni giudiziarie. In questo scenario, l’Italia non è un’eccezione ma un anello strategico. Un dettaglio, nelle informative, torna con insistenza: la centralità dei «servizi» collaterali, quelli che non sparano ma rendono possibile tutto il resto. Appartamenti intestati a prestanome, auto a noleggio pagate in contanti, telefoni e sim intestate a soggetti di comodo, money transfer spezzettati in micro-trasferimenti, società usa-e-getta utili a giustificare flussi di cassa e spostamenti. È la normalità apparente che protegge l’eccezione criminale. E poi c’è il capitolo delle armi: non soltanto pistole, ma disponibilità di materiale che suggerisce la volontà di reggere uno scontro, di intimidire, di imporre disciplina interna. Quando una rete così si appoggia a un territorio, anche senza «fare guerra» in casa, lascia tracce. Il punto è intercettarle prima che diventino sistema.
«I killer offrono i loro servizi su Telegram»
Elisa Garfagna studia i fenomeni criminali e terroristici sul web.
Che cosa fanno i mafiosi turchi sui social network?
«Oggi le reti criminali turche non si nascondono più nell’ombra, ma hanno invaso il mondo digitale trasformando le app di messaggistica in veri e propri marketplace della violenza. Sulle piattaforme crittografate si vendono omicidi, estorsioni e traffico di droga con una sfrontatezza disarmante. Il loro obiettivo principale è la propaganda: usano i social per adescare i giovanissimi, ostentando una vita fatta di auto di lusso, mazzette di contanti e armi pesanti, dipingendo il crimine come l’unica via d’uscita per ottenere rispetto e potere. La vera svolta però è l’arruolamento: certi canali chiedono agli aspiranti killer di inviare un curriculum vitae dettagliato, specificando le proprie “competenze” nel mondo del malaffare».
Quali sono le piattaforme preferite ?
«Il quartier generale di questa malavita 2.0 è senza dubbio Telegram. La protezione offerta dalla crittografia ha permesso la proliferazione di canali dai nomi agghiaccianti come “Il posto del sicario” (Tetikçi Mekanı) o “Squadra di assassini” (Suikast Timi). Questi spazi funzionano come club privati: sono comunità chiuse dove si entra solo con il via libera dell’amministratore, come accade per il gruppo “Tetikçi Nsth”, nato appena nel novembre 2024. Questa precisa struttura rende quasi impossibile il lavoro di infiltrazione e monitoraggio per polizie e investigatori».
Ci sono casi conosciuti di minori ingaggiati per compiere crimini?
«Purtroppo non è solo un sospetto, ma una strategia ben precisa e in forte crescita: solo nel 2024 si è registrato un aumento del 13% dei sospettati minorenni. Le gang approfittano del codice penale turco, che permette agli under 18 di godere di sconti di pena fino al 75%. Un caso che ha sconvolto l’opinione pubblica è quello del ventunenne Görkem Mete: nel maggio 2025 ha confessato di aver accettato un “contratto” via Telegram per 250.000 lire, volando fino a Cipro del Nord per crivellare di colpi un’auto, il tutto mentre riceveva istruzioni in tempo reale via chat dai suoi mandanti in Turchia».
È vero che offrono omicidi su commissione, e quanto costano?
«La realtà supera la finzione di un romanzo criminale! Questi gruppi pubblicizzano “servizi di esecuzione professionale” con slogan che sembrano pubblicitari, tipo “Kralına bir gece suikast” ovvero “Un attentato al re in una notte” promettendo esecuzioni notturne impeccabili. Il listino prezzi per un omicidio a Istanbul oscilla solitamente tra i 2 e i 3 milioni di lire turche, circa 60-90.000 dollari. Per chi ha meno budget, esistono opzioni più economiche che partono da 200.000 lire (7.000 dollari), e la normalizzazione è tale che in alcuni canali vengono proposti persino pagamenti a rate per finanziare un delitto».
Quali altri servizi pubblicizzano?
«Il catalogo del crimine è vasto. Si possono commissionare incendi dolosi per 350 dollari o sparatorie intimidatorie contro uffici per 1.400 dollari. Telegram è anche la corsia preferenziale per i trafficanti di uomini: gruppi con migliaia di iscritti offrono rotte verso l’Italia o la Germania a circa 4.500 euro a testa. Il prezzo raddoppia per i latitanti o chi ha il passaporto bloccato dalla magistratura, arrivando a oltre 10.000 euro. Sotto nomi di facciata come “servizi di corriere”, si nascondono poi il traffico di droga e complessi servizi di “protezione” mafiosa».
Perché le piattaforme non bloccano questi gruppi?
«Il problema è digitale e sociale al tempo stesso. L’anonimato digitale permette ai criminali di incassare il denaro e far sparire l’account in pochi secondi, rendendo inutili tutte le segnalazioni. Ma a pesare è soprattutto la cornice sociale turca: con una disoccupazione giovanile che tocca il 15,1% e un sistema dove la carriera dipende dalla fedeltà politica a Recep Tayyip Erdogan piuttosto che dal merito, moltissimi giovani finiscono per vedere in queste vetrine digitali della morte l’unica possibilità concreta di guadagno e di riscatto».
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