- Bernd Lange, socialista e presidente della commissione Commercio internazionale, contesta l’accordo stipulato con Donald Trump. «Acquistare 750 miliardi di petrolio e gas dagli Usa? Irrealistico». Intanto pure Renew si lamenta per l’inerzia di Bruxelles.
- Altro cambio di direzione nella strategia energetica e ambientale dell’Unione.
Lo speciale contiene due articoli
La mozione di censura presentata dal gruppo europeo The Left, che comprende anche il M5s e Sinistra italiana, nei confronti di Ursula von der Leyen, è ancora ferma a 46 firme. Difficile che venga raggiunta quota 72, le sottoscrizioni necessarie per presentare la mozione al Parlamento europeo, ma non è detto che per Ursula e il resto della Commissione questa sia una buona notizia. Chi mastica un minimo di politica sa bene che le mozioni di sfiducia presentate dai gruppi di opposizione sono (salvo eccezioni) manna dal cielo per ministri e premier traballanti, poiché le maggioranze sono costrette a compattarsi per respingerle. È il caso di Ursula che, mozione o meno, è politicamente alla frutta. Anzi, mozioni: un’altra contro di lei è stata annunciata da Marine Le Pen. La sinistra la attacca per l’accordo commerciale con gli Usa sui dazi e per l’atteggiamento su Gaza; la destra, per aver approvato l’accordo con il Mercosur; il problema è che chi dovrebbe difenderla, soprattutto Socialisti e Renew, pilastri della maggioranza insieme al Ppe, sono tutt’altro che soddisfatti dell’operato della leader della Ue. Il 10 settembre prossimo potrebbe essere un giorno nero, per la von der Leyen: l’Europarlamento, riunito in plenaria a Strasburgo, discuterà dell’accordo sui dazi sottoscritto da Donald Trump e la von der Leyen lo scorso 27 luglio. Un accordo che non soddisfa praticamente nessuno, neanche i componenti più autorevoli della maggioranza che sostiene (sosterrebbe) la tedesca dalla pettinatura d’acciaio. Bernd Lange, Socialista tedesco e presidente della commissione Commercio internazionale, eurodeputato di esperienza e lungo corso, a quanto riporta Euractiv.com, ha espresso serie perplessità in particolare sull’impegno preso da Ursula, a questo punto non si sa più per conto di chi, di acquistare 750 miliardi di dollari di petrolio, gas ed energia nucleare dagli Stati Uniti e di incrementare di centinaia di miliardi gli investimenti europei negli States. Per Lange, questi impegni sono impossibili da mantenere: l’eurodeputato ha definito «totalmente irrealistica» la promessa di acquistare 750 miliardi di dollari di petrolio, gas ed energia nucleare dagli Usa, aggiungendo che «non è possibile» per la Ue costringere le aziende europee a investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi tre anni. «Personalmente», ha detto Lange a proposito dell’impegno sull’acquisto di energia americana, «non vedo alcuna possibilità di realizzarlo. Gli investimenti? Non c’è alcuna possibilità di coordinare o imporre alle aziende di investire negli Stati Uniti». La strategia per mettere in enorme difficoltà Ursula, costringendola a rinegoziare l’accordo con Trump (con tutti i rischi che ciò comporterebbe), è più sottile e passa attraverso la modifica dell’intesa attraverso degli emendamenti approvati dal Parlamento europeo. Lo conferma lo stesso Lange, come riporta Gea: «Vogliamo l’accordo migliore possibile per i nostri cittadini e le nostre imprese», ha sottolineato Lange, «e si intende dunque presentare emendamenti». Due belle letterine tutt’altro che amichevoli sono state recapitate alla presidente da due pilastri della sua pseudo maggioranza. La prima viene dai Liberali di Renew Europe, partito di Emmanuel Macron. Nel documento, firmato da Valerie Hayer, presidente di Renew, e Billy Kelleher, primo vicepresidente di Renew al Parlamento Ue, si indicano cinque priorità: competitività, democrazia, sicurezza e difesa, governance e riforma delle istituzioni, clima e ambiente. «Queste iniziative, in gran parte condivise anche da Mario Draghi nel suo rapporto fondamentale sul futuro della competitività europea pubblicato un anno fa», hanno scritto i vertici dei Liberali, «devono arrivare in fretta. Il tempo stringe e la Ue ha tergiversato troppo a lungo».
«Accettare tariffe unilaterali illegali», ha scritto invece nella seconda «letterina» la presidente del gruppo dei Socialisti e democratici, Iraxte Garcìa Pérez, «e piegare la nostra legislazione alle pressioni esterne creerebbe un precedente pericoloso, minando gravemente sia la nostra credibilità che la nostra autonomia». La Commissione gioca in difesa: «C’è stato un accordo politico», ha detto ieri un portavoce della Commissione, «tra i presidenti von der Leyen e Trump. C’è la dichiarazione congiunta. A seguito della dichiarazione congiunta, ci dovranno essere proposte legali per renderla operativa. È troppo presto per dire cosa succederà ora».
Intanto, ieri, il capodelegazione di Fdi al parlamento europeo, Carlo Fidanza, ha reso noto che «la Commissione Controllo di bilancio del Parlamento europeo ha approvato il mandato istitutivo del gruppo di lavoro di controllosui finanziamenti Ue alle Ong. L’iniziativa, approvata con 17 voti a favore (Ppe, Ecr, Pfe, Esn) e 13 contrari (Renew, S&D, Verdi, The Left) , fa seguito alla richiesta del gruppo Ecr di istituire una Commissione d’inchiesta sul tema. Ora, grazie al voto favorevole dei gruppi di centrodestra,il gruppo di lavoro sulla trasparenza dei finanziamenti Ue alle Ong può finalmente partire. Il gruppo di lavoro», ha aggiunto Fidanza, «che mi vedrà come relatore insieme al collega olandese del Ppe Dirk Gotink, dovrà verificare migliaia di contratti intercorsi nella scorsa legislatura tra la Commissione europea e le organizzazioni non governative impegnate su temi sensibili come il green e l’immigrazione. Le evidenze del cosiddetto Green Gate, emerse nei mesi scorsi, hanno messo in luce una mancanza di trasparenza preoccupante che deve essere ricostruita e soprattutto evitata in futuro».
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