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2025-10-27
Giovani fragili, il patriarcato però c’entra poco. Fa danni l’ideologia
(IStock)
La realtà quotidiana ci mostra giovani generazioni - anche e soprattutto maschili - afflitte da ben altri problemi che non siano il controllo della forza virile. Anzi, il guaio principale pare essere la debolezza, la fragilità della gioventù, che pure si può tradurre in atti di violenza commessi contro altri o contro sé stessi. La psicologa Laura Pigozzi e lo scrittore Walter Siti analizzano il problema intervistati dalla Verità.
«C’è un narcisismo della maternità che rende i ragazzi ansiosi e insicuri»

Laura Pigozzi
Laura Pigozzi è psicoanalista, psicologa clinica e giuridica penale e civile e filosofa. Si è formata e lavora in Italia e in Francia ed è l’ideatrice del concetto di plusmaterno. In numerosi saggi ha spiegato come nella nostra società si assista a una sorta di esondazione del materno, ci siano madri ipertrofiche o troppo presenti. Quali sono le conseguenze di tutto questo sui ragazzi e le ragazze? Come si cresce in un mondo in cui il padre evapora e il materno invece domina? Parte della risposta si trova nel nuovo libro della Pigozzi, Non solo madri, edito da Raffaello Cortina.
Dottoressa, il suo libro si intitola Non solo madri. A me pare però che oggi le donne a tutto siano spinte tranne che a diventare madri.
«Non solo madri vuole arrivare sia alle giovani donne che hanno figli, sia a quelle che stanno pensando di averne, sia a quelle che desiderano non averne, quindi dà anche una legittimità a chi desidera non avere figli, ma il problema principale è che quando si hanno figli si entra in una dimensione, in un discorso sociale che esalta moltissimo la dimensione del materno, ma la esalta in senso sacrificale, per cui io continuo a ricevere giovani ragazze con master e lauree brillanti o carriere ben avviate che alla nascita del primo bambino, o di Gesù bambino come dico io, stanno a casa, lasciano tutto e si dedicano alla crescita di questo figlio. Il problema qual è? Che il bambino per crescere non ha bisogno di una presenza così assidua e in-intermittente».
E di che cosa ha bisogno?
«Ha bisogno di una presenza intermittente della madre, cioè la madre che va e che viene, perché altrimenti non può pensare. La madre è, come dire, tutto ciò che un bambino desidera, quindi avendola sempre lì è come se non avesse mai la possibilità, come diciamo noi psicanalisti, di allucinarla, cioè di pensarla. Dunque quello che lei dice è vero: ci sono molte madri che pensano che entrare nella dimensione della maternità sia una grande fregatura, ma lo è solo se noi pensiamo alla madre “tutta madre”, non se pensiamo alla madre “non solo madre”. Il nostro discorso sociale idealizza molto chi è entrata nella maternità, e chi non lo ha ancora fatto fatica perché ha timore».
Mi perdoni, ma che male c’è se una madre vuole restare molto con suo figlio, anche solo per goderselo?
«Il fatto è che sul piano dello sviluppo psichico ogni bambino ha bisogno anche di spazio, ha bisogno, come dicevo, di pensiero, e si pensa quando non si è soddisfatti. Immaginate una persona satolla che ha fatto il pranzo di Natale: non pensa, perché è nella grandissima soddisfazione».
Bisogna che resti un po’ di fame, insomma.
«Bisogna avere un po’ fame e noi invece a questi bambini diciamo: non c’è bisogno che tu abbia fame, non c’è bisogno che tu pensi, penso io per te, ti do io da mangiare quando lo decido io, cioè sempre. Lei prima ha parlato di voglia di stare a casa a godersi il bambino».
Sì.
«Però i bambini non sono oggetti di godimento, i bambini sono persone, fin da subito persone, che hanno bisogno che noi sappiamo cosa fare per fargli del bene, cioè per farli crescere, per renderli autonomi. Bisogna metterli in condizione di essere autonomi e noi questo non lo facciamo, se pensiamo “ho voglia di stare a casa a godermi mio figlio”. Se dici così stai parlando di te, non stai parlando del bambino. C’è un narcisismo della maternità che è molto sostenuto».
Tuttavia abbiamo avuto generazioni di bambini e bambine cresciute da madri che facevano le casalinghe. E sono cresciute con una capacità di affrontare le sfide della vita spesso migliore di quella che mostrano tanti ragazzini di oggi, che alla prima difficoltà sembrano implodere.
«Ha ragione, ma era tutto un altro sistema familiare. Era un sistema in cui avevamo due genitori che contavano, una contava per certe cose, l’altro contava per certe altre. Ora abbiamo dei sistemi familiari in cui conta solo un genitore e generalmente le decisioni sui figli sono appaltate a un solo genitore cioè la madre».
Questo avviene perché, come si dice spesso, il padre è scomparso?
«Il padre è scomparso, un po’ si è assentato e un po’ viene assentificato. Siamo in un’epoca in cui i padri devono reinventarsi una paternità che non preveda solo regole e educazione dopo una certa età, ma già partire dal cambio del pannolino. Il bambino ha bisogno di sapere che ci sono mani differenti che lo toccano, che lo cambiano, modi differenti. Anche noi donne dobbiamo fidarci delle mani del nostro compagno, cosa che invece succede molto raramente. La struttura della famiglia è cambiata. La madre che ha cresciuto le generazioni passate era una madre che sicuramente aveva potere all’interno della famiglia, però riconosceva l’altro. Riconosceva il padre come altro anche nell’amore, come altro necessario ai figli».
E oggi?
«Il discorso che oggi passa è che non è necessario un padre. Io sono anche una psicologa giuridica e mi rendo conto di quanto stia esplodendo un fenomeno di cui non parlo in questo libro, ma che è molto importante. Sta crescendo il rifiuto genitoriale».
Si tende a rifiutare il padre?
«In Europa non succede così, in Francia per esempio la garde alternée, l’affidamento condiviso, è assolutamente la norma, per noi invece la norma è collocarlo dalla madre. E questo collocamento prioritario dalla madre, che non è previsto dalla legge ma che si è imposto nei tribunali, penalizza la frequentazione di uno dei due genitori. Insomma è diffuso un discorso che sostiene che la madre possa fare sia la madre sia il padre. La madre è già onnipotente abbastanza perché dà la vita, se le facciamo svolgere anche la funzione paterna abbiamo dei bambini che credono davvero all’onnipotenza materna...».
Sembra che lei sostenga che i bambini siano un po’ fagocitati dalla madri odierne...
«Sono fagocitati, ma questo non vuol dire che ci siano delle madri cattive. Ci sono delle madri che credono, come dire, che sia un bene far questo con i bambini e io cerco di indicare i punti critici di questo discorso sociale».
Punti critici che sono piuttosto evidenti se ci si guarda intorno... Lei ha scritto tanti libri interessanti sull’ipermaterno, e credo che questa presenza esorbitante del materno non esista solo nelle famiglie, ma anche ma a livello simbolico nella società. Manca il padre simbolico, cioè quello che segna i limiti e i confini e fissa le regole. In qualche modo tutta la nostra società è molto materna, se mi passa il termine, anche se in modo perverso. È una grande madre lo Stato, lo sono le istituzioni che tendono a controllarci e dicono di agire per il nostro bene, lo è l’intera società che tenta di tenerci al riparo dal male... Ciò produce persone, ragazzi soprattutto, che alla prima difficoltà cedono, si sciolgono come i proverbiali fiocchi di neve.
«Credo che sia così. Prendiamo per esempio i discorsi dei politici. Se li analizziamo notiamo che sono tutti farciti di “che cosa ti do, quanto ti do, quanto ti allatto”... È davvero tutto un discorso di allattamento anche politico... Tutto questo non fa bene neanche al cittadino, perché resta sempre bambino, questo l’ho scritto in un altro libro, La famiglia fa male. Ma vorrei tornare su questo discorso riguardante i fiocchi di neve, su questi bambini e questi ragazzini che si sciolgono».
Prego.
«C’è uno studio dell’università di Torino di cui parlo in questo libro che mostra come l’ipercontrollo materno - solo materno - e l’iperaffettività materna agiscano a livello cerebrale. L’elettroencefalogramma mostra che certe aree della connettività neurale rimangono permanentemente accese generando un’ansia continua, un’allerta continua, come se i nostri figli avessero l’amigdala sempre pronta. Quindi questi ragazzi hanno un’allerta continua rispetto al vivere: significa che questo tentativo di proteggerli e di controllarli fa male».
«Il virtuale si confonde con la realtà e dà una falsa idea di onnipotenza»

Walter Siti
La fuga immobile (Silvio Berlusconi editore), il nuovo libro di Walter Siti, coglie da subito e alla perfezione le ambiguità della generazione Z. «Ma i teenager della Generazione Z desiderano essere salvati?», scrive Siti. «Alcuni, i più esposti, quelli che con le proprie ali fendono l’aria per tutto lo stormo, forse ce lo chiedono con due posture apparentemente contrapposte: gli uni si mostrano abulici, depressi, si tagliuzzano le braccia e le gambe, trasformano la propria stanza in un bunker; gli altri, nati perlopiù in quartieri meno comodi, si riuniscono in bande, aggrediscono e vandalizzano, non si sottomettono e costituiscono la disperazione dei professori di periferia. Invece quelli che nello stormo si tengono al centro, al riparo, adottano una strategia meno appariscente: si defilano, si appiattiscono, vanno bene a scuola, dissimulano perfino di stare volando. Mimetizzano la propria fragilità sotto una innegabile fragilità generale».
Ed è esattamente questa fragilità che sta al centro dell’indagine di Siti, il quale ne esamina le manifestazioni e le cause traendone varie conclusioni, non tutte esaltanti. Come spiega in questa intervista, forse alcuni processi sono irreversibili, e alcuni cambiamenti sono qui per restare. La sensazione è di vivere all’interno di una grande utopia transumana che propone il superamento della fatica e ci illude di poter eliminare il male a tavolino, ma in realtà produce soltanto individui più friabili che affrontano la vita con enormi difficoltà. Forse, però, da tutto questo non si può tornare indietro.
Da dove nasce la fragilità delle giovani generazioni? Sembra essere tipica soprattutto dei maschi...
«In realtà credo che sia problematica per entrambi i sessi, per esempio per alcune cose come l’autolesionismo, le ragazze sono più coinvolte dei maschi, i maschi sembra che siano più propensi al suicidio, insomma ogni sesso ha il suo modo di esprimere le fragilità. Credo che all’inizio, una ventina, trentina di anni fa, si sia cominciato con il fenomeno degli hikikomori, cioè i ragazzi che preferivano chiudersi in casa e non uscire più, vivendo soltanto di social e di collegamenti virtuali. I primi libri che ho cominciato a leggere sulla fragilità si riferivano proprio alla diffusione della tecnologia e ai suoi effetti. Si è cominciato a parlare di una specie di condizionamento neurologico che nasceva proprio da una eccessiva frequentazione con il digitale. L’altro elemento da cui si era partiti per riflettere su questa fragilità era una abitudine che aveva preso piede nelle università americane di creare dei safe spaces, cioè degli spazi sicuri, luoghi in cui alcuni ragazzi potevano andare se temevano che qualche lezione o qualche conferenza avrebbe potuto procurare loro dei traumi. Questo fenomeno si è esteso ai cosiddetti trigger warning, cioè gli avvisi che venivano messi nei programmi di studio universitari e perfino in certi romanzi (ad esempio quelli per gli young adult) e che segnalavano il fatto che alcuni contenuti avrebbero potuto causare traumi. Quindi era nata questa idea che i ragazzi, soprattutto gli adolescenti tra i 13 e i 17/18 anni, mostrassero di avere continuamente paura di essere traumatizzati e si cominciò a colpevolizzare gli adulti, i genitori».
Genitori iperprotettivi...
«Sì, si diceva appunto che i genitori fossero stati iperprotettivi e quindi a forza di proteggerli da tutto fin quando erano piccoli, non hanno consentito ai figli di crearsi quella specie di corazza che tutti noi ci siamo creati quando le cose non andavano bene, quando succedeva qualcosa di avverso».
E non è così, non c’entra il modo in cui crescono?
«Io mi sono fatto una idea leggermente diversa, Ho proprio l’impressione che molti di questi ragazzi facciano fatica a distinguere tra il mondo virtuale e il mondo reale».
Forse i social sono un sintomo. A me pare che il tema sia quello che lei aveva già affrontato in un libro precedente, cioè la scomparsa della fatica, dell’idea che se si vuole ottenere qualcosa servono tempo, sacrificio, abitudine alle condizioni avverse...
«Questo è un elemento parziale che appartiene a un fenomeno più grande che non coinvolge soltanto i giovani. Il mondo del neoconsumismo e della pubblicità è basato sul fatto che ogni desiderio sia immediatamente realizzabile. È l’illusione pubblicitaria sulla quale si fonda la possibilità stessa di far comprare continuamente cose nuove: esprimi un desiderio e immediatamente dopo lo vedrai realizzato. È sparita quella si chiamava intermediazione: se vuoi ottenere qualcosa non lo puoi ottenere tutto e subito e non lo puoi ottenere da solo. Servono delle formazioni intermedie che ti possono aiutare a raggiungere certi obiettivi. Oggi l’idea è assolutamente individualista: ci sei tu solo, la storia e la geografia sono praticamente finite perché in un istante puoi collegarti con un tuo amico coreano e puoi rispondere a delle domande grazie all’intelligenza artificiale... Si è creato una specie di senso di onnipotenza che lentamente è andato a collidere col fatto che invece nessuno è onnipotente e da lì nascono un’infinità di frustrazioni».
Del distacco dalla realtà fa parte l’idea a cui accennavo della abolizione della fatica, ma anche la convinzione che si possa eliminare il male dal mondo cambiando le parole, purificando il linguaggio e di conseguenza la realtà.
«Questa è un’idea fondamentalmente nominalistica: se cambi etichetta alle cose, le cose in qualche misura cambieranno per forza. Io ho l’impressione che al di là di questo ci sia qualcosa di ancora più serio che riguarda questa ultima generazione. Ai ragazzi di adesso ho l’impressione che sia successo anche qualcosa in più».
E cioè?
«Mentre appunto i genitori li hanno protetti più che potevano dai rischi che loro credevano reali, non li hanno invece protetti da cose che non conoscono. Questa è la prima generazione in cui i ragazzi di 16-17 anni su molte cose ne sanno più dei genitori: se si rompe un computer non è il figlio che va dal papà dicendo “mi insegni come si ripara”, ma il papà che va dal figlio per farsi aiutare. I genitori non hanno capito che se regalano a 8 anni un telefonino al figlio per sapere sempre dove si trova, dopo un giorno questo ragazzino di 8-9 anni guarderà tutti i porno possibili e immaginabili perché basta un compagnuccio più sveglio che gli spieghi come si fa. I genitori hanno protetto i figli dalle cose sbagliate».
Mi pare che da una parte il suo messaggio sia: «Ragazzi questa è la realtà, adattatevi, accettatela». Ma da un altro punto di vista mi pare che certe derive non le piacciano affatto, anche se le affronta con una sorta di rassegnata ironia.
«Io penso semplicemente che avesse ragione la signora Thatcher quando diceva che non ci sono alternative».
Cioè non esiste possibilità di cambiamento?
«Ci sono molti ragazzi che oggi scendono in strada con delle esigenze sacrosante di tipo etico e anche di pietà umana. Dicono che sia inaccettabile che in certi posti succedano cose tremende, si uccidano bambini eccetera. E ripeto, trovo questo assolutamente giustissimo e sacrosanto, ma è come se non si avesse poi la possibilità di fare il passo successivo, cioè di dire “questa società non mi piace dunque la cambio dalle radici”. Non è più possibile quella che una volta si chiamava abolizione dello stato di cose presente, che era la definizione che dava Marx della rivoluzione. Ancora quando si scendeva in piazza per il Vietnam c’erano due modi di intendere l’economia a seconda che si stesse di qua e di là della Cortina di ferro, adesso ho l’impressione che ce ne sia uno solo, e punto. Mi sembra dunque che la direzione sia unica, assegnata. Vi ricordate i ragazzi di Occupy Wall Street che dicevano, un po’ di anni fa, noi siamo il 99% mentre loro, i finanzieri, sono soltanto l’1% e quindi vinceremo noi? Beh, ha vinto l’1%».
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La psicologa Laura Pigozzi: «Il bambino per crescere non ha bisogno di una presenza troppo assidua. Oggi la donna tende a prendere su di sé anche il ruolo del padre. E pure in politica si “allattano” i cittadini come fossero infanti».Lo scrittore Walter Siti: «I genitori proteggono i figli dai rischi sbagliati: regalano loro un telefonino a 8 anni per sapere dove si trovano e così li espongono a ogni genere di pornografia. I cortei in piazza non invertiranno la deriva».Lo speciale contiene due interviste.La realtà quotidiana ci mostra giovani generazioni - anche e soprattutto maschili - afflitte da ben altri problemi che non siano il controllo della forza virile. Anzi, il guaio principale pare essere la debolezza, la fragilità della gioventù, che pure si può tradurre in atti di violenza commessi contro altri o contro sé stessi. La psicologa Laura Pigozzi e lo scrittore Walter Siti analizzano il problema intervistati dalla Verità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/giovani-fragilita-psicologia-2674234410.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ce-un-narcisismo-della-maternita-che-rende-i-ragazzi-ansiosi-e-insicuri" data-post-id="2674234410" data-published-at="1761509935" data-use-pagination="False"> «C’è un narcisismo della maternità che rende i ragazzi ansiosi e insicuri» Laura Pigozzi Laura Pigozzi è psicoanalista, psicologa clinica e giuridica penale e civile e filosofa. Si è formata e lavora in Italia e in Francia ed è l’ideatrice del concetto di plusmaterno. In numerosi saggi ha spiegato come nella nostra società si assista a una sorta di esondazione del materno, ci siano madri ipertrofiche o troppo presenti. Quali sono le conseguenze di tutto questo sui ragazzi e le ragazze? Come si cresce in un mondo in cui il padre evapora e il materno invece domina? Parte della risposta si trova nel nuovo libro della Pigozzi, Non solo madri, edito da Raffaello Cortina.Dottoressa, il suo libro si intitola Non solo madri. A me pare però che oggi le donne a tutto siano spinte tranne che a diventare madri.«Non solo madri vuole arrivare sia alle giovani donne che hanno figli, sia a quelle che stanno pensando di averne, sia a quelle che desiderano non averne, quindi dà anche una legittimità a chi desidera non avere figli, ma il problema principale è che quando si hanno figli si entra in una dimensione, in un discorso sociale che esalta moltissimo la dimensione del materno, ma la esalta in senso sacrificale, per cui io continuo a ricevere giovani ragazze con master e lauree brillanti o carriere ben avviate che alla nascita del primo bambino, o di Gesù bambino come dico io, stanno a casa, lasciano tutto e si dedicano alla crescita di questo figlio. Il problema qual è? Che il bambino per crescere non ha bisogno di una presenza così assidua e in-intermittente».E di che cosa ha bisogno?«Ha bisogno di una presenza intermittente della madre, cioè la madre che va e che viene, perché altrimenti non può pensare. La madre è, come dire, tutto ciò che un bambino desidera, quindi avendola sempre lì è come se non avesse mai la possibilità, come diciamo noi psicanalisti, di allucinarla, cioè di pensarla. Dunque quello che lei dice è vero: ci sono molte madri che pensano che entrare nella dimensione della maternità sia una grande fregatura, ma lo è solo se noi pensiamo alla madre “tutta madre”, non se pensiamo alla madre “non solo madre”. Il nostro discorso sociale idealizza molto chi è entrata nella maternità, e chi non lo ha ancora fatto fatica perché ha timore».Mi perdoni, ma che male c’è se una madre vuole restare molto con suo figlio, anche solo per goderselo?«Il fatto è che sul piano dello sviluppo psichico ogni bambino ha bisogno anche di spazio, ha bisogno, come dicevo, di pensiero, e si pensa quando non si è soddisfatti. Immaginate una persona satolla che ha fatto il pranzo di Natale: non pensa, perché è nella grandissima soddisfazione».Bisogna che resti un po’ di fame, insomma.«Bisogna avere un po’ fame e noi invece a questi bambini diciamo: non c’è bisogno che tu abbia fame, non c’è bisogno che tu pensi, penso io per te, ti do io da mangiare quando lo decido io, cioè sempre. Lei prima ha parlato di voglia di stare a casa a godersi il bambino».Sì.«Però i bambini non sono oggetti di godimento, i bambini sono persone, fin da subito persone, che hanno bisogno che noi sappiamo cosa fare per fargli del bene, cioè per farli crescere, per renderli autonomi. Bisogna metterli in condizione di essere autonomi e noi questo non lo facciamo, se pensiamo “ho voglia di stare a casa a godermi mio figlio”. Se dici così stai parlando di te, non stai parlando del bambino. C’è un narcisismo della maternità che è molto sostenuto».Tuttavia abbiamo avuto generazioni di bambini e bambine cresciute da madri che facevano le casalinghe. E sono cresciute con una capacità di affrontare le sfide della vita spesso migliore di quella che mostrano tanti ragazzini di oggi, che alla prima difficoltà sembrano implodere.«Ha ragione, ma era tutto un altro sistema familiare. Era un sistema in cui avevamo due genitori che contavano, una contava per certe cose, l’altro contava per certe altre. Ora abbiamo dei sistemi familiari in cui conta solo un genitore e generalmente le decisioni sui figli sono appaltate a un solo genitore cioè la madre».Questo avviene perché, come si dice spesso, il padre è scomparso?«Il padre è scomparso, un po’ si è assentato e un po’ viene assentificato. Siamo in un’epoca in cui i padri devono reinventarsi una paternità che non preveda solo regole e educazione dopo una certa età, ma già partire dal cambio del pannolino. Il bambino ha bisogno di sapere che ci sono mani differenti che lo toccano, che lo cambiano, modi differenti. Anche noi donne dobbiamo fidarci delle mani del nostro compagno, cosa che invece succede molto raramente. La struttura della famiglia è cambiata. La madre che ha cresciuto le generazioni passate era una madre che sicuramente aveva potere all’interno della famiglia, però riconosceva l’altro. Riconosceva il padre come altro anche nell’amore, come altro necessario ai figli».E oggi?«Il discorso che oggi passa è che non è necessario un padre. Io sono anche una psicologa giuridica e mi rendo conto di quanto stia esplodendo un fenomeno di cui non parlo in questo libro, ma che è molto importante. Sta crescendo il rifiuto genitoriale».Si tende a rifiutare il padre?«In Europa non succede così, in Francia per esempio la garde alternée, l’affidamento condiviso, è assolutamente la norma, per noi invece la norma è collocarlo dalla madre. E questo collocamento prioritario dalla madre, che non è previsto dalla legge ma che si è imposto nei tribunali, penalizza la frequentazione di uno dei due genitori. Insomma è diffuso un discorso che sostiene che la madre possa fare sia la madre sia il padre. La madre è già onnipotente abbastanza perché dà la vita, se le facciamo svolgere anche la funzione paterna abbiamo dei bambini che credono davvero all’onnipotenza materna...».Sembra che lei sostenga che i bambini siano un po’ fagocitati dalla madri odierne...«Sono fagocitati, ma questo non vuol dire che ci siano delle madri cattive. Ci sono delle madri che credono, come dire, che sia un bene far questo con i bambini e io cerco di indicare i punti critici di questo discorso sociale».Punti critici che sono piuttosto evidenti se ci si guarda intorno... Lei ha scritto tanti libri interessanti sull’ipermaterno, e credo che questa presenza esorbitante del materno non esista solo nelle famiglie, ma anche ma a livello simbolico nella società. Manca il padre simbolico, cioè quello che segna i limiti e i confini e fissa le regole. In qualche modo tutta la nostra società è molto materna, se mi passa il termine, anche se in modo perverso. È una grande madre lo Stato, lo sono le istituzioni che tendono a controllarci e dicono di agire per il nostro bene, lo è l’intera società che tenta di tenerci al riparo dal male... Ciò produce persone, ragazzi soprattutto, che alla prima difficoltà cedono, si sciolgono come i proverbiali fiocchi di neve.«Credo che sia così. Prendiamo per esempio i discorsi dei politici. Se li analizziamo notiamo che sono tutti farciti di “che cosa ti do, quanto ti do, quanto ti allatto”... È davvero tutto un discorso di allattamento anche politico... Tutto questo non fa bene neanche al cittadino, perché resta sempre bambino, questo l’ho scritto in un altro libro, La famiglia fa male. Ma vorrei tornare su questo discorso riguardante i fiocchi di neve, su questi bambini e questi ragazzini che si sciolgono».Prego.«C’è uno studio dell’università di Torino di cui parlo in questo libro che mostra come l’ipercontrollo materno - solo materno - e l’iperaffettività materna agiscano a livello cerebrale. L’elettroencefalogramma mostra che certe aree della connettività neurale rimangono permanentemente accese generando un’ansia continua, un’allerta continua, come se i nostri figli avessero l’amigdala sempre pronta. 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Invece quelli che nello stormo si tengono al centro, al riparo, adottano una strategia meno appariscente: si defilano, si appiattiscono, vanno bene a scuola, dissimulano perfino di stare volando. Mimetizzano la propria fragilità sotto una innegabile fragilità generale».Ed è esattamente questa fragilità che sta al centro dell’indagine di Siti, il quale ne esamina le manifestazioni e le cause traendone varie conclusioni, non tutte esaltanti. Come spiega in questa intervista, forse alcuni processi sono irreversibili, e alcuni cambiamenti sono qui per restare. La sensazione è di vivere all’interno di una grande utopia transumana che propone il superamento della fatica e ci illude di poter eliminare il male a tavolino, ma in realtà produce soltanto individui più friabili che affrontano la vita con enormi difficoltà. Forse, però, da tutto questo non si può tornare indietro.Da dove nasce la fragilità delle giovani generazioni? Sembra essere tipica soprattutto dei maschi...«In realtà credo che sia problematica per entrambi i sessi, per esempio per alcune cose come l’autolesionismo, le ragazze sono più coinvolte dei maschi, i maschi sembra che siano più propensi al suicidio, insomma ogni sesso ha il suo modo di esprimere le fragilità. Credo che all’inizio, una ventina, trentina di anni fa, si sia cominciato con il fenomeno degli hikikomori, cioè i ragazzi che preferivano chiudersi in casa e non uscire più, vivendo soltanto di social e di collegamenti virtuali. I primi libri che ho cominciato a leggere sulla fragilità si riferivano proprio alla diffusione della tecnologia e ai suoi effetti. Si è cominciato a parlare di una specie di condizionamento neurologico che nasceva proprio da una eccessiva frequentazione con il digitale. L’altro elemento da cui si era partiti per riflettere su questa fragilità era una abitudine che aveva preso piede nelle università americane di creare dei safe spaces, cioè degli spazi sicuri, luoghi in cui alcuni ragazzi potevano andare se temevano che qualche lezione o qualche conferenza avrebbe potuto procurare loro dei traumi. Questo fenomeno si è esteso ai cosiddetti trigger warning, cioè gli avvisi che venivano messi nei programmi di studio universitari e perfino in certi romanzi (ad esempio quelli per gli young adult) e che segnalavano il fatto che alcuni contenuti avrebbero potuto causare traumi. Quindi era nata questa idea che i ragazzi, soprattutto gli adolescenti tra i 13 e i 17/18 anni, mostrassero di avere continuamente paura di essere traumatizzati e si cominciò a colpevolizzare gli adulti, i genitori».Genitori iperprotettivi...«Sì, si diceva appunto che i genitori fossero stati iperprotettivi e quindi a forza di proteggerli da tutto fin quando erano piccoli, non hanno consentito ai figli di crearsi quella specie di corazza che tutti noi ci siamo creati quando le cose non andavano bene, quando succedeva qualcosa di avverso».E non è così, non c’entra il modo in cui crescono?«Io mi sono fatto una idea leggermente diversa, Ho proprio l’impressione che molti di questi ragazzi facciano fatica a distinguere tra il mondo virtuale e il mondo reale».Forse i social sono un sintomo. A me pare che il tema sia quello che lei aveva già affrontato in un libro precedente, cioè la scomparsa della fatica, dell’idea che se si vuole ottenere qualcosa servono tempo, sacrificio, abitudine alle condizioni avverse... «Questo è un elemento parziale che appartiene a un fenomeno più grande che non coinvolge soltanto i giovani. Il mondo del neoconsumismo e della pubblicità è basato sul fatto che ogni desiderio sia immediatamente realizzabile. È l’illusione pubblicitaria sulla quale si fonda la possibilità stessa di far comprare continuamente cose nuove: esprimi un desiderio e immediatamente dopo lo vedrai realizzato. È sparita quella si chiamava intermediazione: se vuoi ottenere qualcosa non lo puoi ottenere tutto e subito e non lo puoi ottenere da solo. Servono delle formazioni intermedie che ti possono aiutare a raggiungere certi obiettivi. Oggi l’idea è assolutamente individualista: ci sei tu solo, la storia e la geografia sono praticamente finite perché in un istante puoi collegarti con un tuo amico coreano e puoi rispondere a delle domande grazie all’intelligenza artificiale... Si è creato una specie di senso di onnipotenza che lentamente è andato a collidere col fatto che invece nessuno è onnipotente e da lì nascono un’infinità di frustrazioni».Del distacco dalla realtà fa parte l’idea a cui accennavo della abolizione della fatica, ma anche la convinzione che si possa eliminare il male dal mondo cambiando le parole, purificando il linguaggio e di conseguenza la realtà.«Questa è un’idea fondamentalmente nominalistica: se cambi etichetta alle cose, le cose in qualche misura cambieranno per forza. Io ho l’impressione che al di là di questo ci sia qualcosa di ancora più serio che riguarda questa ultima generazione. Ai ragazzi di adesso ho l’impressione che sia successo anche qualcosa in più».E cioè?«Mentre appunto i genitori li hanno protetti più che potevano dai rischi che loro credevano reali, non li hanno invece protetti da cose che non conoscono. Questa è la prima generazione in cui i ragazzi di 16-17 anni su molte cose ne sanno più dei genitori: se si rompe un computer non è il figlio che va dal papà dicendo “mi insegni come si ripara”, ma il papà che va dal figlio per farsi aiutare. I genitori non hanno capito che se regalano a 8 anni un telefonino al figlio per sapere sempre dove si trova, dopo un giorno questo ragazzino di 8-9 anni guarderà tutti i porno possibili e immaginabili perché basta un compagnuccio più sveglio che gli spieghi come si fa. I genitori hanno protetto i figli dalle cose sbagliate».Mi pare che da una parte il suo messaggio sia: «Ragazzi questa è la realtà, adattatevi, accettatela». Ma da un altro punto di vista mi pare che certe derive non le piacciano affatto, anche se le affronta con una sorta di rassegnata ironia.«Io penso semplicemente che avesse ragione la signora Thatcher quando diceva che non ci sono alternative».Cioè non esiste possibilità di cambiamento?«Ci sono molti ragazzi che oggi scendono in strada con delle esigenze sacrosante di tipo etico e anche di pietà umana. Dicono che sia inaccettabile che in certi posti succedano cose tremende, si uccidano bambini eccetera. E ripeto, trovo questo assolutamente giustissimo e sacrosanto, ma è come se non si avesse poi la possibilità di fare il passo successivo, cioè di dire “questa società non mi piace dunque la cambio dalle radici”. Non è più possibile quella che una volta si chiamava abolizione dello stato di cose presente, che era la definizione che dava Marx della rivoluzione. Ancora quando si scendeva in piazza per il Vietnam c’erano due modi di intendere l’economia a seconda che si stesse di qua e di là della Cortina di ferro, adesso ho l’impressione che ce ne sia uno solo, e punto. Mi sembra dunque che la direzione sia unica, assegnata. Vi ricordate i ragazzi di Occupy Wall Street che dicevano, un po’ di anni fa, noi siamo il 99% mentre loro, i finanzieri, sono soltanto l’1% e quindi vinceremo noi? Beh, ha vinto l’1%».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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