2026-01-21
Bologna «città 30», Cavedagna: «Provvedimento che fa scuola in Ue e figlio di ideologia»
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato bolognese Stefano Cavedagna a margine della sessione plenaria in merito al ricorso fatto al Tar da parte di Fratelli d'Italia per annullare il limite dei 30 all'ora a Bologna.
L’amministratore delegato di Acea Fabrizio Palermo
Acea torna al World Economic Forum di Davos e mette l’acqua al centro del dibattito economico globale. Per il terzo anno consecutivo il gruppo, primo operatore idrico in Italia e secondo in Europa, è presente al forum svizzero con l’amministratore delegato Fabrizio Palermo, impegnato in una serie di incontri e panel dedicati alla resilienza idrica e allo sviluppo delle infrastrutture.
Il momento chiave è la presentazione del report del World Economic Forum realizzato insieme ad Acea e all’Università di Cambridge, intitolato Bridging the €6.5 Trillion Water Infrastructure Gap. Lo studio fotografa la situazione del settore idrico a livello mondiale e lancia un messaggio chiaro: senza nuovi investimenti, il divario infrastrutturale sull’acqua rischia di diventare un freno strutturale alla crescita economica.
Secondo il paper, entro il 2040 sarà necessario colmare un gap globale di 6.500 miliardi di euro negli investimenti per le infrastrutture idriche. Un impegno che, se affrontato in modo coordinato da governi, imprese e finanza, potrebbe generare fino a 8.400 miliardi di euro di Pil aggiuntivo e sostenere oltre 206 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, pari a circa 14 milioni l’anno. «Nell’agenda economica mondiale l’acqua si conferma un tema centrale», ha spiegato Palermo a Davos. «Dobbiamo tornare a investire per migliorare le infrastrutture idriche, con effetti positivi sulla crescita del Pil e sull’occupazione».
Lo studio evidenzia come la spesa globale per l’acqua dovrà raddoppiare entro il 2040 per garantire sistemi di approvvigionamento e servizi igienico-sanitari equi, resilienti e sostenibili. In Europa, in particolare, il fabbisogno di investimenti supera i 1.700 miliardi di euro, con un gap di circa 695 miliardi rispetto ai livelli attuali di spesa, legato soprattutto alla necessità di modernizzare reti obsolete e potenziare gli impianti di trattamento delle acque reflue.
Quattro le direttrici indicate per orientare gli investimenti: accesso equo all’acqua potabile, resilienza delle infrastrutture, circolarità e riuso delle risorse idriche, innovazione tecnologica. Acea punta a rafforzare il proprio ruolo come riferimento della transizione idrica non solo in Italia ma anche a livello europeo. Negli ultimi anni il gruppo ha contribuito al dibattito comunitario sulla gestione dell’acqua, dalla proposta di una «regia unica» per il settore fino ai contributi alla strategia europea per la resilienza idrica. Strategia che ha già trovato una prima applicazione concreta nel Programma per la resilienza idrica della Banca europea per gli investimenti, con oltre 40 miliardi di euro previsti tra il 2025 e il 2027.
A Davos, infine, è stata istituita anche la Water Industry, una community settoriale dedicata all’acqua che riunisce imprese e stakeholder per definire una strategia comune. A presiederla è lo stesso Palermo, a conferma del ruolo assunto da Acea nel dibattito internazionale su una risorsa sempre più strategica per l’economia e la stabilità globale.
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Il sindaco di Bologna Matteo Lepore (Ansa)
Accolto il ricorso di due tassisti contro i limiti di velocità imposti dal centrosinistra in tutte le strade cittadine. Il tribunale: «Dal Comune motivazioni generiche». Salvini: «Basta provvedimenti ideologici sulla sicurezza».
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il diritto. Il Tar dell’Emilia-Romagna ha demolito la «Città 30» voluta da uno degli astri nascenti del Pd, il sindaco di Bologna Matteo Lepore. L’approccio ideologico non paga, specie quando si è amministratori locali, e ancora una volta si è scontrato contro la capacità tecnica di scrivere bene un provvedimento e la saggezza di ascoltare le osservazioni dei cittadini coinvolti e delle opposizioni. Due tassisti e un eurodeputato di Fratelli d’Italia avevano impugnato il provvedimento che faceva di Bologna la prima città dove si circola a 30 orari e il tribunale amministrativo ha dato loro ragione perché il nuovo divieto era troppo generico, dovendosi invece valutare la pericolosità del traffico strada per strada.
La posta in gioco l’aveva indicata lo stesso Lepore un anno fa. Era il 13 febbraio e il sindaco bolognese era andato a Firenze per incontrare il primo cittadino Sara Funaro, alla presenza degli assessori di entrambe le giunte di centrosinistra. Preso dall’entusiasmo, Lepore si era lanciato in un mezzo proclama: «Sono migliaia i sindaci, anche di centrodestra così come di centrosinistra, che portano avanti le zone 30». E aveva anche battuto cassa perché «il Paese per fortuna è più avanti, ci sono tantissime esperienze positive: si tratta di continuare a lavorare assieme sulla sicurezza stradale che è una priorità, andare più piano significa salvare vite, l’abbiamo dimostrato. Ora si tratta di fare avere i fondi alle città».
Queste «migliaia di sindaci» ansiosi di copiare Lepore, da ieri devono sentirsi un po’ più soli. Il Tar emiliano ha annullato il Piano particolareggiato del traffico urbano e le ordinanze istitutive delle zone in cui il limite di velocità era stato portato a 30 chilometri orari, senza distinguere tra una strada e l’altra. Ovviamente, fermi restando gli ulteriori provvedimenti che l’amministrazione comunale intenderà adottare. Il Comune è caduto, come osserva il Tar, sulla genericità delle motivazioni e ha praticamente confessato nel suo ricorso la volontà di estendere il limite dei 30 orari a quasi tutta la città (oggi siamo al 70%), sostituendosi così al Codice della strada.
Si tratta di una battaglia portata avanti per mesi dai tassisti, che lamentavano un danno economico dovuto ai nuovi limiti di velocità e che secondo loro finiva per limitare, di fatto, il lavoro. E poi si era mobilitato anche il centrodestra bolognese, che aveva bollato come meramente «ideologica» l’estensione generalizzata dei nuovi limiti.
A metà luglio, per la giunta bolognese era arrivato un primo campanello d’allarme. Il Consiglio di Stato aveva annullato la sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, che aveva respinto il ricorso di due tassisti. Lepore aveva impartito lezioni: «Penso che chi fa l’avvocato, e mi riferisco quasi a tutti i consiglieri di centrodestra e parlamentari perché sono avvocati, dovrebbe conoscere meglio cosa significa il pronunciamento del Consiglio di Stato, cioè che si deve pronunciare il Tar». E poi aveva concluso: «Il Consiglio di Stato non ha dato ragione ai ricorrenti, quindi nel merito sarà il Tar a dire se ha hanno ragione o meno». Ieri è arrivato quel giorno e ovviamente le opposizioni esultano.
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fdi alla Camera, ricorda che il ricorso-killer è stato promosso da Fratelli d’Italia, tramite il proprio europarlamentare Stefano Cavedagna, «anche a supporto di categorie colpite dal provvedimento». Per Bignami, il Tar «conferma l’illegittimità dell’azione del Comune che ha operato fuori dalle proprie competenze per meri scopi propagandistici», anche se dispiace che «ci siano voluti due anni per accogliere un ricorso che aveva una fondatezza evidente». Il fatto che l’anno scorso sia stato il primo anno di Bologna senza pedoni morti non toglie che la sicurezza possa essere garantita in altri modi, a cominciare dal fatto che su molte strade pericolose bisognerebbe far rispettare i limiti di velocità esistenti e regolare meglio la circolazione. E per questo Bignami conferma l’impegno del suo partito «ad affrontare il tema della sicurezza stradale anche in ambito urbano in piena collaborazione con le istituzioni interessate».
Anche Matteo Salvini accoglie con soddisfazione la sentenza dei giudici amministrativi. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ha ricordato che «il nuovo codice della strada approvato un anno fa dimostra la nostra attenzione alla sicurezza stradale, che però va fatta con buonsenso e non con provvedimenti ideologici che danneggiano i cittadini e tradiscono lo spirito delle Zone 30, pensate appositamente per proteggere alcune aree sensibili».
Fischiano le orecchie anche al sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che stava pensando di imitare il compagno di partito. Da dieci giorni, nella capitale è stato introdotto il limite dei 30 orari in una serie di strade del centro storico.
Lepore, comunque, non intende mollare: «La sentenza del Tar pone questioni burocratiche sugli atti alle quali siamo pronti a rispondere [...]. La Città 30 andrà avanti».
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Il sindacato polacco pronto alla lotta per difendere lo stabilimento Stellantis di Tychy.
I successori di Lech Walesa danno un po’ di lezioni alla Cgil su come impostare i rapporti con Stellantis: alzano la voce, battono i pugni sul tavolo, scrivono lettere scomode ai potenti e promettono battaglia. Altro che moderazione, altro che concertazione. A Tychy, nel cuore industriale della Slesia, Solidarnosc ricorda all’Europa che un sindacato, se vuole, può ancora fare il sindacato. Anche contro il primo socio, John Elkann. Anche contro i grandi azionisti, da Peugeot allo Stato francese, fino a BlackRock.
Succede così che, mentre Stellantis annuncia il ridimensionamento di uno dei suoi stabilimenti chiave in Europa, cancellando il terzo turno e mettendo alla porta circa 740 lavoratori - quasi un terzo dell’organico - il sindacato polacco non si limita a registrare il fatto, a chiedere un tavolo o a invocare generici «chiarimenti». Scrive una lettera diretta a Exor, annuncia per questa mattina una conferenza stampa ai cancelli dell’impianto per annunciare le prossime iniziative.
Una scena che, vista dall’Italia, assume contorni quasi esotici. Solidarnosc parla di «dialogo di facciata», denuncia decisioni prese sopra la testa dei lavoratori e avverte che il taglio dei volumi rischia di travolgere 58 aziende dell’indotto e «migliaia di posti di lavoro». In Italia il massimo della reazione sindacale sembra spesso ridursi a un comunicato di solidarietà e a qualche slogan riciclato. Tychy non è una fabbrichetta qualunque. È uno dei pilastri produttivi di Stellantis in Europa. Qui nascono Alfa Romeo Junior, Jeep Avenger, una quota della Fiat 600. Modelli strategici. Proprio per questo, osservano i sindacati polacchi, il ridimensionamento appare incomprensibile e inquietante. Il sospetto è chiaro: il terzo turno che salta oggi potrebbe essere solo l’antipasto di un ridimensionamento ben più profondo domani.
Solidarnosc non si ferma ai numeri. Entra nel merito. E qui lo scontro si fa duro. Sul tavolo c’è il programma di uscite volontarie (Pdo)- Il sindacato chiede indennità fino a 36 mensilità, rivendicando trattamenti già riconosciuti in passato in altri stabilimenti del gruppo, in Polonia e nel resto d’Europa. Stellantis risponde con una proposta più magra: tetto a 24 mensilità con trattamenti differenziati in base all’anzianità. Ma la vera linea rossa, per Solidarnosc, non è solo l’importo. È il metodo. Perché quando la «volontarietà» delle uscite rischia di trasformarsi in una pressione individuale – accetti ora o domani sarà peggio – allora il sindacato alza la guardia. Grzegorz Maslanka, rappresentante di Solidarnosc a Tychy, lo dice senza giri di parole: servono garanzie vere, tutele per i genitori single, per chi mantiene da solo la famiglia, per chi ha più figli. Altro che formule generiche.
E mentre annuncia conferenze stampa davanti ai cancelli e un calendario serrato di incontri, Solidarnosc lancia il messaggio più politico di tutti: se non ci sarà un accordo, il clima si farà incandescente.
A questo punto il confronto con l’Italia diventa inevitabile. Perché mentre a Tychy i successori di Walesa si mobilitano Maurizio Landini sembra impegnato in un’altra dimensione, forse più metafisica che industriale. Gli stabilimenti italiani di Stellantis arrancano, le produzioni calano, l’occupazione si assottiglia, ma dal quartier generale della Cgil solo qualche comunicato dai toni risentiti. Così accade il paradosso: Solidarnosc, nata nei cantieri di Danzica contro il regime comunista, appare più combattiva della Cgil. Più concreta, più incalzante, più disposta allo scontro. Mentre Landini, che pure ama presentarsi come l’ultimo baluardo della conflittualità, sembra guardare altrove, come se ciò che accade a Mirafiori, Melfi o Cassino fosse una variabile indipendente del destino.
Forse è solo una questione di memoria storica. In Polonia sanno che senza alzare la voce non ti ascolta nessuno. E sanno anche che Solidarnosc, in fondo, ha sempre avuto un protettore speciale tra i santi e i papi. Karol Wojtyla il Papa polacco, che benediceva i cantieri e incoraggiava gli operai. Chissà che da qualche parte, tra una nuvola e l’altra, San Giovanni Paolo II non stia ancora dando una mano ai sindacalisti di Tychy.
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