Donald Trump (Ansa)
- Donald vuole l’accordo prima del suo viaggio in Cina. Teheran frena: «Ancora punti inaccettabili». Macron sente Pezeshkian.
- Il ministro degli Esteri, Wang Yi, incontra il suo omologo iraniano: «Guerra illegittima, il cessate il fuoco non ammette ritardi».
Lo speciale contiene due articoli
La Casa Bianca ha annunciato la sospensione temporanea dell’operazione navale «Project Freedom», la missione militare statunitense avviata per garantire il passaggio delle navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz durante il conflitto con l’Iran.A comunicarlo è stato il presidente americano Donald Trump, che ha collegato la decisione ai progressi registrati nei contatti diplomatici con Teheran e alle pressioni esercitate da alcuni Paesi mediatori, tra cui il Pakistan. Secondo quanto riferito dal presidente statunitense, Washington avrebbe accettato una pausa limitata dell’operazione, pur mantenendo attivo il blocco marittimo imposto nelle ultime settimane attorno alle coste iraniane. L’obiettivo è verificare la possibilità di arrivare rapidamente alla firma di un’intesa politica capace di congelare l’escalation militare e aprire una nuova fase negoziale.
Trump ha parlato di «progressi significativi» nei colloqui indiretti con la Repubblica islamica, sostenendo che la sospensione della missione rappresenti un test sulla reale disponibilità iraniana a raggiungere un accordo stabile. In un’intervista concessa alla rete americana Pbs, Donald Trump ha dichiarato di ritenere possibile la firma dell’accordo con Teheran prima della sua visita ufficiale in Cina, prevista per il 14 e 15 maggio. «È possibile», ha affermato il presidente americano parlando della possibilità di una rapida conclusione del negoziato. La risposta ufficiale iraniana è attesa entro 48 ore.
Secondo indiscrezioni pubblicate dal sito americano Axios, emissari statunitensi e iraniani starebbero lavorando alla definizione di un memorandum composto da quattordici punti. Il documento dovrebbe sancire la cessazione delle ostilità e aprire un periodo di 30 giorni dedicato a negoziati più approfonditi. Tra i temi centrali figurerebbero la riapertura stabile dello Stretto di Hormuz, il contenimento del programma nucleare iraniano, la graduale eliminazione delle sanzioni economiche americane e lo sblocco di fondi iraniani congelati all’estero. Il negoziato è gestito, per la parte americana, da Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre Teheran partecipa sia direttamente sia tramite canali di mediazione internazionali. Le future sessioni di confronto potrebbero svolgersi a Islamabad oppure a Ginevra. Fonti americane precisano però che, in caso di fallimento delle trattative, Washington sarebbe pronta a ripristinare immediatamente il blocco o a riprendere le operazioni militari. Secondo il Wall Street Journal, Stati Uniti e Iran sarebbero vicini a un’intesa preliminare per rilanciare i negoziati, che potrebbero riprendere già la prossima settimana a Islamabad.
Nel frattempo, però, il clima nel Golfo Persico resta estremamente teso. Una nave portacontainer della compagnia francese Cma Cgm, la Sant’Antonio, è stata colpita durante il transito nello Stretto di Hormuz. L’azienda ha confermato che alcuni membri dell’equipaggio sono rimasti feriti e che l’imbarcazione ha riportato danni strutturali. «In nessun caso è stata presa di mira la Francia», ha detto il presidente francese Emmanuel Macron, precisando che l’imbarcazione «era sotto bandiera maltese, con un equipaggio filippino». Macron ha riferito di aver parlato con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, esprimendo preoccupazione per l’escalation e condannando gli attacchi contro infrastrutture civili e navi. Macron ha chiesto la fine del blocco dello Stretto di Hormuz e il ritorno alla piena libertà di navigazione, spiegando che la missione navale franco-britannica e il dispiegamento nell’area della portaerei Charles de Gaulle puntano a ristabilire fiducia e sicurezza nella regione.
Mentre la diplomazia accelera, sul piano militare continuano i movimenti delle grandi flotte internazionali. La portaerei Gerald Ford, rimasta per mesi nel Mediterraneo orientale in preallerta, è stata richiamata verso gli Usa. Secondo fonti israeliane citate da Reuters, lo Stato ebraico non sarebbe stato informato in anticipo dell’accelerazione diplomatica avviata da Trump. Le stesse fonti sostengono che apparati militari israeliani ritenessero imminente un ampliamento delle operazioni contro l’Iran. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato il gabinetto di sicurezza e, al termine, ha spento le polemiche: «C’è pieno coordinamento tra me e Trump, e l’obiettivo più importante è la rimozione del materiale arricchito dall’Iran».
Uno dei nodi principali dei colloqui resta il programma nucleare iraniano. Secondo Axios, Washington pretenderebbe una lunga moratoria sull’arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica islamica. Alcune fonti parlano di una sospensione minima di 12 anni, mentre altre indicano 15 anni come possibile compromesso finale. L’Iran avrebbe invece proposto un congelamento limitato a 5 anni.
Nel frattempo, i Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato che il transito nello Stretto di Hormuz sarebbe nuovamente consentito «in condizioni di sicurezza», a patto che le navi rispettino le procedure fissate dalle autorità iraniane. I Pasdaran hanno ringraziato gli armatori che avrebbero collaborato attenendosi alle disposizioni di Teheran. L’Iran ha poi respinto la bozza di risoluzione presentata dagli Stati Uniti al Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Magari l’accordo si farà; tuttavia, restano i segnali contrastanti da Teheran. Media locali hanno fatto sapere che per il governo «la proposta americana contiene diverse clausole inaccettabili». Il portavoce della Commissione Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano, Ebrahim Rezaei, ha definito il memorandum circolato sui media occidentali «la lista dei desideri degli americani».
La svolta di Pechino: «Ora ruolo più incisivo nel Golfo»
Con un tempismo da manuale, Pechino ha accolto ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, mentre si accelerano i tentativi per far sedere Teheran e Washington al tavolo dei negoziati. La visita, che conferma gli stretti legami tra i due Paesi, arriva a ridosso dell’incontro tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump e l’omologo cinese Xi Jinping.
Nel bilaterale con il capo della diplomazia cinese Wang Yi, il ministro degli Esteri iraniano ha fatto il punto sulla crisi nel Golfo. Araghchi ha comunicato che Teheran è disposta ad accettare un accordo con Washington solo se sarà «equo e completo». Ha poi garantito che «l’Iran, così come ha dimostrato forza nel difendersi, è altrettanto serio nel campo della diplomazia», fermo restando che il regime farà «del suo meglio» per «proteggere i propri diritti e interessi legittimi nei negoziati».
Con Pechino che cerca di ritagliarsi un ruolo di primo piano nell’attività diplomatica, Wang Yi, all’inizio del faccia a faccia, ha sottolineato: «Riteniamo che un cessate il fuoco totale non ammetta ritardi, che una ripresa delle ostilità sia sconsigliabile e che perseverare nei negoziati sia particolarmente importante». La linea cinese resta comunque quella di ritenere «illegittima» la guerra condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro il regime iraniano. Inoltre, è stata ribadita la piena fiducia sul programma nucleare: «La Cina apprezza l’impegno dell’Iran a non sviluppare armi nucleari e ribadisce il suo legittimo diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare».
Nell’incontro, anche la questione dello Stretto di Hormuz è stata centrale visto che Pechino, prima del conflitto, acquistava più dell’80% del petrolio iraniano esportato. Il ministero degli Esteri cinese ha quindi esortato «le parti coinvolte» a ripristinare «il passaggio normale e sicuro» attraverso il canale marittimo. E stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, Araghchi ha fatto presente che la questione dello Stretto deve essere «gestita in modo adeguato e risolta il prima possibile». Pare che Pechino abbia accolto indirettamente l’appello del segretario del Tesoro statunitense, Scott Bessent: all’inizio di questa settimana ha infatti invitato la Cina ad aumentare i suoi sforzi diplomatici per convincere il regime iraniano ad aprire lo Stretto. Tra l’altro, Pechino ieri ha confermato la propria volontà di «proseguire gli sforzi per allentare le tensioni». Xinhua ha aggiunto che Wang Yi ha comunicato che la Cina svolgerà «un ruolo più incisivo» nel ristabilire «la pace e la tranquillità in Medio Oriente».
La posizione di Pechino è stata accolta positivamente da Araghchi, che ha scritto su X: «L’Iran si fida della Cina e si aspetta che continui a svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace e nella risoluzione del conflitto nella regione, oltre a sostenere la creazione di un nuovo quadro regionale postbellico in grado di conciliare lo sviluppo e la sicurezza».
Il colloquio tra i due capi della diplomazia dell’Iran e della Cina si è svolto mentre si avvicina l’incontro tra Trump e Xi Jinping. Con il viaggio del tycoon fissato per il 14 e 15 maggio, diversi esperti ritengono che il presidente americano voglia concludere il conflitto proprio prima di presentarsi davanti al leader cinese. In questo contesto, sono stati confermati i solidi rapporti bilaterali tra la Cina e l’Iran. Wang Yi ha assicurato che Pechino resta «un partner strategico affidabile» del regime. A tal proposito, su Xinhua si legge: «Wang ha aggiunto che la Cina è disposta a collaborare con l’Iran per consolidare e approfondire la fiducia politica reciproca, mantenere e rafforzare gli scambi ad alto livello, approfondire la cooperazione reciprocamente vantaggiosa in vari settori e continuare a promuovere la partnership strategica tra la Cina e l’Iran».
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Da sinistra a destra nell'immagine, Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Ansa)
Al vertice di maggioranza priorità alla riduzione della dipendenza da fonti esterne e via libera al nucleare. Salvini: «Aiuteremo gli italiani, piaccia o no all’Ue». Giuseppi si accoda all’esecutivo contro i vincoli di bilancio.
Crisi internazionale e crisi energetica. Soprattutto questo sul tavolo del vertice di maggioranza che si è svolto ieri a Palazzo Chigi. Con Giorgia Meloni, a fare il punto sulle priorità, il vicepresidente del Consiglio e segretario di Forza Italia Antonio Tajani, il vicepresidente del Consiglio e segretario della Lega Matteo Salvini e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi.
«Il nucleare non è una scelta, non è un’opzione, è un obbligo, è un dovere» ha detto Salvini commentando i contenuti della riunione di maggioranza. «Abbiamo tutta l’intenzione di accelerare sul nucleare, perché sono passati troppi mesi, e quindi arrivare entro la fine di quest’anno a un quadro normativo che permetta dal 1° gennaio 2027 alle imprese che vorranno di investire per nucleare in Italia. I tecnici dicono che poi nell’arco di 5-6 anni ci sarà la prima energia pulita prodotta col nucleare, perché non possiamo rimanere l’unico grande Paese al mondo senza energia nucleare».
Nella riunione si è parlato anche della necessità di lavorare in Europa per un trattamento di favore agli investimenti sull’energia, nei vincoli di bilancio, sulla falsa riga di quanto accade per la difesa. I leader hanno anche ribadito la necessità di lavorare per un cessate il fuoco duraturo in Medio Oriente cui si associ il rafforzamento della missione Unifil in Libano. Quanto al decreto Bollette, dopo che la Commissione Ue ha detto che non si può intervenire su schemi che riguardano gli Ets, Salvini ha spiegato che il governo farà tutto quello che è legalmente possibile per aiutare cittadini e imprese in difficoltà per i costi dell’energia, «piaccia o non piaccia a Bruxelles» perché «la Commissione sbaglia e non capisce il momento di difficoltà che stiamo vivendo». A chi gli ha chiesto delle nomine risponde tranchant: «Non abbiamo minimamente parlato».
Insomma sulle nomine la quadra ancora non si è trovata. A bloccare tutto ci sarebbe quella di Federico Freni a presidente della Consob. Un nome su cui Forza Italia starebbe ancora facendo delle riflessioni. Il problema è che una nomina in stallo sta bloccando a cascata anche tutte le altre designazioni. L’esecutivo prende tempo ma rischia anche di perderlo e ancora una volta a trovare la sintesi ci penserà il presidente del Consiglio Meloni. L’auspicio è che lo faccia in tempo per il Consiglio dei ministri di oggi, anche se resta difficile.
L’esecutivo procede intanto con la riforma della legge elettorale ribadendo la disponibilità a confrontarsi con le opposizioni per la stesura di un testo che sia il più possibile condiviso. Lupi sulla legge elettorale ha detto: «Abbiamo condiviso di andare avanti, perché c’è bisogno di una legge elettorale che dica subito chi ha vinto e chi ha perso nel nostro paese e garantisca quindi la stabilità. Questo deve avvenire nel dialogo con l’opposizione, e da parte nostra abbiamo sottolineato l’importanza anche di introdurre le preferenze all’interno della nuova legge elettorale». Il Partito democratico, tuttavia, sembra ben lontano dall’accettare l’invito alla condivisione offerto dal centrodestra: «La linea emersa dal vertice di maggioranza sulla legge elettorale è grave e preoccupante. Annunciare di voler “procedere dritti”, come fatto da Matteo Salvini, significa ignorare deliberatamente quanto sta emergendo in modo chiaro dalle audizioni in corso» ha detto Simona Bonafè, capogruppo del Pd in Commissione Affari Costituzionali della Camera. «Per noi questo testo è irricevibile. Non si possono cambiare le regole fondamentali della democrazia a colpi di maggioranza, senza ascolto e senza confronto. Serve equilibrio, serve rispetto delle istituzioni e serve soprattutto la capacità di costruire regole condivise, non di imporle» conclude Bonafè aggiungendo il solito benaltrismo: «Stupisce che davanti alle gravi emergenze del paese per la maggioranza e il governo la priorità sia la legge elettorale». Punti di contatto con altre forze di opposizione invece sembrano esserci, oppure tornare. «Qui il toro va preso per le corna e siamo già fuori tempo massimo: abbiamo presentato un atto a firma Scerra per premere in questi giorni in Parlamento sul governo affinché si attivi urgentemente in Europa per rivedere immediatamente il Patto di stabilità che gli stessi Meloni e Giorgetti hanno sottoscritto, commettendo un errore storico che, a causa dei vincoli che ci siamo autoimposti, non ci permette di investire su una rete di protezione contro la crisi economica ed energetica», ha scritto sui social il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte cercando di intestarsi la battaglia di buona parte dell’esecutivo, che chiede con forza di sospendere il fiscal compact. «Con la nostra mozione chiediamo la revisione integrale del patto e chiediamo che non si faccia nessuno scostamento di bilancio per l’acquisto di armi. Per una volta mettano per primi gli interessi degli italiani e non di von der Leyen, Trump e Netanyahu» aggiunge il capogruppo M5s alla Camera Riccardo Ricciardi , dimenticando che a permettere l’elezione di von der Leyen fu proprio il Movimento 5 stelle.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 7 maggio con Carlo Cambi
(Ansa)
Il presidente Buttafuoco presenta la Biennale usando le parole di Mattarella: «Liberi e audaci, eccoci». Kiev ribadisce il proprio no per lo spazio dato a Mosca. Domani sceneggiata di centri sociali e pro Pal.
«Liberi e audaci. Sergio Mattarella, il capo dello Stato, ha detto chiaramente ai David di Donatello qual è il mandato del lavoro artistico e culturale: libertà e audacia. Eccoci». È stato uno dei passaggi chiave dell’intervento di Pietrangelo Buttafuoco al Teatro Piccolo dell’Arsenale durante la conferenza stampa della sessantunesima Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia.
Un passaggio sagace e imprevedibile, improvvisato a braccio. «Se le autorità politiche fossero ridotte a rango di furerie dove le ingerenze arrivano a piegare la solidità delle istituzioni culturali oggi avremmo un altro esito, magari lo avremo domani o dopo domani, ma il presidente del Consiglio Giorgia Meloni a precisa domanda sulla partecipazione della Russia ha detto: “La Fondazione Biennale di Venezia è autonoma; non sono d’accordo, ma”... E proprio quel “ma”, di cui la ringrazio, ha confermato sgargiante e definitiva la libertà e l’autonomia e quindi la libertà e l’audacia che sono alla radice dello iure, la civiltà del diritto, dottrina di cui Mattarella è maestro».
Lo iure, fondamento di civiltà, del diritto internazionale e della convivenza tra i popoli. Ma anche ieri l’idealismo e l’arguzia di Buttafuoco si sono rapidamente e nuovamente scontrati con le posizioni comprensibilmente radicalizzate di chi da anni patisce le conseguenze di un conflitto ingiusto e atroce. Così, non si è fatta attendere la reazione del ministro ucraino della Cultura, Tetiana Berezhna, che ha letto un accorato documento durante un evento all’Arsenale. «I valori di libertà, dignità umana e democrazia sono gli stessi che l’aggressione russa cerca di distruggere. Uno Stato che muove una guerra di aggressione non può presentarsi come rappresentante della cultura. Riaffermiamo il nostro sostegno alla libertà artistica e di espressione, ma questa libertà non deve essere strumentalizzata per “ripulire” i crimini di Stato o conferire legittimità all’aggressione», ha scandito l’ucraina sottolineando di parlare a nome di partner come Romania, Francia, Lettonia, Lituania e, con un’estensione forse un po’ enfatica, «della comunità internazionale».
Nel pomeriggio, durante l’apertura ufficiale a inviti, si sono registrati momenti di tensione davanti al padiglione russo. Un grande schieramento di polizia ha contenuto l’azione di alcuni manifestanti con bandiere ucraine che hanno gridato: «La Russia è uno Stato terrorista, via dalla Biennale». All’interno del padiglione, invece, è stato subito bloccato un giovane che, durante un’esibizione, aveva lanciato contro il pubblico il contenuto di una bottiglia di latte e un pezzo di parmigiano. «Non siamo interessati alle proteste, ma come in ogni evento pubblico, dev’essere garantita l’incolumità delle persone che vi partecipano. Per questo il padiglione è stato chiuso per qualche momento, ma è stato solo un piccolo incidente che non ha creato problemi», ha spiegato l’ambasciatore russo in Italia Alexey Paramanov. Solidarietà con la protesta dell’Ucraina contro la partecipazione della Russia è arrivata, invece, da Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia.
Più folcloristiche erano state, in mattinata, le contestazioni inscenate dalle Pussy Riot sul cui seno scoperto si leggeva «Biennale of devil», forse in riferimento al credo islamico di Buttafuoco. Al contrario, il volto del presidente definito «el patron» era raffigurato sulla t-shirt di un ragazzo rappresentante lo schermo di un cellulare. «Biennale is calling»: tasto rosso per rifiutare, verde per accettare la chiamata.
Ben oltre il folclore, sono quattromila i giornalisti accreditati a questa sessantunesima Biennale, di cui 2.800 stranieri, 100 i Paesi partecipanti, 110 gli artisti selezionati dal team di Koyo Kouoh, la curatrice deceduta nel maggio scorso, che non ha potuto vedere realizzata In Minor Keys, l’esposizione intitolata alle chiavi interpretative delle minoranze. Dopo il prologo di Ottavia Piccolo che ha recitato uno stralcio di Quello che veramente ami rimane del cittadino veneziano Ezra Pound, nell’incipit del suo intervento, Buttafuoco ha ringraziato tutti, cominciando proprio dal ministero della cultura, «nella persona di Alessandro Giuli» (che gli aveva dato del «fratello sbagliato») e tutte le istituzioni del territorio che sostengono le iniziative della Biennale. Un’istituzione che ha 130 anni di storia di confronto e convivenza, una storia che si ribella alle esclusioni preventive, alle sentenze emesse prima dei processi e al tentativo di capovolgere i criteri della democrazia, decidendo chi deve esserci e chi no. «La civiltà del diritto è cosa diversa dagli statuti etici, dalla legge uguale per tutti quelli che la pensano come noi… Se la Biennale cominciasse a selezionare le appartenenze e i passaporti smetterebbe di essere quello che è sempre stata», ha proseguito Buttafuoco. «Non intendiamo barattare per il quieto vivere politicante 130 anni che hanno raccontato sempre così il mondo. La Biennale non è un tribunale, ma un giardino di pace. Alle istituzioni chiediamo dialogo, non carte che girano sottobanco. Qui sono presenti l’Ucraina e la Russia, così come alla Mostra del Cinema ho visto vicine e accostante la bandiera dell’Iran a quella di Israele perché a Venezia noi non imbracciamo le armi: si vis pacem, para pacem».
Tuttavia, parecchio lavoro c’è ancora da fare. Gli attivisti della Global sumud flotilla appena rientrati in Italia, hanno indetto per domani pomeriggio una manifestazione contro la presenza del padiglione di Israele alla quale parteciperanno i centri sociali di Venezia, del Nordest e di altre associazioni studentesche pro Pal.
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