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2021-07-26
Colabrodo Italia, ecco perché continuiamo a fare buchi nell’acqua
Un rubinetto che sgocciola riesce a sprecare circa 10.000 litri di acqua in un anno. Basta una guarnizione un po' vecchiotta per procurare questo danno. Figurarsi gli acquedotti che hanno oltre mezzo secolo di vita. Il 60%, più di 30 anni e il 25% oltre 50. L'Italia è ricchissima di acqua, con precipitazioni che superano annualmente i 300 miliardi di metri cubi, però per carenze infrastrutturali, riesce a trattenerne solo l'11%. La disponibilità effettiva di risorse idriche - cioè l'acqua effettivamente utilizzabile - è secondo alcune stime solo pari a 58 miliardi di metri cubi. Come mai ogni estate scoppia l'emergenza idrica? Le cause sono molteplici, tutte note e tutte con risposte chiare sulla carta, ma con scarsi risvolti concreti. Innanzitutto gli sprechi. La rete idrica è un colabrodo. Secondo il report dell'Istat riferito al 2018, il 42% dell'acqua immessa nelle nostre reti non ha raggiunto gli utenti a causa delle tubature che perdono. Quindi su 100 litri d'acqua potabile, circa 42 litri vanno sprecati. L'Istituto ha rilevato che nel 2019 l'8,6% delle famiglie ha lamentato irregolarità nel servizio. Il disservizio investe in misura diversa le regioni e interessa quasi 2 milioni 198 mila famiglie, il 61,9% delle quali vive nel Mezzogiorno. La Calabria ha la quota più elevata di famiglie (31,2%) che lamentano le inefficienze.
Il primato delle perdite spetta all'Abruzzo con il 55,6% seguito dall'Umbria (54,6%) e dal Lazio (53%). Con il cambiamento climatico, estati sempre più torride, la lotta alla dispersione idrica è diventata una priorità. Però la manutenzione delle infrastrutture è effettuata prevalentemente con finanziamenti pubblici che non solo sono insufficienti al fabbisogno (circa 40 euro per abitante l'anno, rispetto a una media europea di 100 euro) ma arrivano anche con il contagocce perché legati ai vincoli del bilancio statale.
Ci si mettono anche le lentezze amministrative e la scarsa volontà di prendere decisioni. Un esempio è fornito da Siracusa. Il gestore dell'acqua nella città siciliana è dal 2015 la Siam (Servizio integrato acque del Mediterraneo), società di cui è socia unica la spagnola Dam, che opera in regime di proroga. Siam è stata la sola impresa a presentare un'offerta per la gara d'appalto indetta dal Comune con durata triennale. In attesa della decisione dell'assemblea territoriale idrica sulla gestione pubblica dell'acqua, si è creata una situazione di incertezza che per l'azienda non è sicuramente un incentivo per a investire. Così diverse aree della città hanno lamentato disservizi.
Poi ci sono i contenziosi, come a Pachino, sempre in Sicilia, dove uno dei pozzi principali utilizzati per rifornire il comune è di proprietà privata. A causa di una denuncia di abbassamento della falda acquifera è stato sospeso il prelievo di acqua, con il risultato che gran parte della cittadina è rimasta a secco.
Molto diffuso il fenomeno degli allacci abusivi da parte di coloro che non pagano il servizio o dirottano l'acqua verso irrigazioni di orti e campi sottraendo le risorse all'uso domestico. Ma spesso, a causa di carenze del personale, mancano i controlli. Numerosi casi di illeciti in Calabria hanno fatto emergere che nel Comune di Reggio Calabria c'è un solo tecnico per intervenire su 800 chilometri di condotta, 30 serbatoi e 90 pozzi. Bisogna però andare nel Lazio per scovare il campione della dispersione idrica. Il programma Fuori dal coro di Mario Giordano ha definito Frosinone una «città groviera». Su 100 litri d'acqua ben 73 vanno persi, il 73,8%. In un comune su tre, dice l'Istat, si registrano perdite totali superiori al 45%.
Dal Sud ci spostiamo al Nord, dove troviamo altri esempi di mala gestione. A Imperia, la Procura della Repubblica ha aperto un'inchiesta per inadempimento di contratti di pubbliche forniture a seguito dei continui guasti all'acquedotto Roja. Nel settembre scorso lo scoppio di una conduttura aveva causato il blocco dell'erogazione di acqua per diversi giorni.
Lo spreco di acqua si accompagna al caro tariffe. L'Osservatorio prezzi di Cittadinanzattiva ha rilevato che il costo dell'acqua nel 2020 in Italia è salito del 2,6% rispetto al 2019. Ma a questo rincaro non è corrisposto un miglioramento del servizio. È vero che l'acqua potabile qui è meno cara che in altri Paesi europei, ma è altresì vero che si fa poco, con le risorse disponibili, per migliorare il servizio. Frosinone, oltre al primato degli sprechi, ha anche il record della bolletta più cara. La spesa media del 2020 per il servizio idrico per una famiglia di tre persone è stata di 845 euro, circa sei volte più che a Milano, la città con la bolletta più bassa d'Italia: 156 euro in media. Gli aumenti maggiori si sono registrati a Isernia (+27,5%), che nel 2019 era la città più economica, e a Vibo Valentia (+21,5%).
L'emergenza colpisce anche il Nord, nonostante sia più piovoso. L'Anbi, l'Associazione dei consorzi di bacino (enti pubblici che gestiscono i bacini di fiumi e laghi), ha proposto un piano per l'efficientamento della rete idrica nel Nord che prevede la creazione di 13 bacini, per un investimento di 477 milioni di euro. Secondo l'Anbi, il 20% del territorio italiano è a rischio desertificazione a causa del cambiamento climatico ed è necessario costruire nuovi invasi per raccogliere l'acqua piovana. La Corte dei conti europea ha stimato che dal 2008 al 2017 in Europa le aree meridionali, centrali e orientali a rischio elevato o molto elevato sono aumentate di 177.000 chilometri quadrati, pari al 10,6%, arrivando ad un totale di 645.000 chilometri quadrati.
Sono passati ormai dieci anni dal referendum popolare sull'acqua pubblica del 2011 con cui ben il 57% degli italiani bocciarono la privatizzazione. Da allora la situazione degli acquedotti è peggiorata progressivamente, ma solo due italiani su dieci, secondo un sondaggio Ipsos, sono preoccupati per le risorse idriche attuali nel nostro Paese: il 70% ritiene sia un problema solo di alcune aree e periodi dell'anno. Inoltre appena il 20% considera veritiere le previsioni del World resources institute sul rischio per l'Italia di stress idrico entro il 2040.
Probabilmente la convinzione generale è che questa risorsa sia illimitata. Tant'è che qui se ne fa un uso superiore al resto d'Europa. Il nostro Paese è in prima posizione per il consumo d'acqua per persona (tra i 150 e i 350 litri per abitante al giorno, contro una media europea di 125) e su scala mondiale è al terzo posto. Sopra di noi in questa classifica solo Stati Uniti e Canada. Ora però siamo all'ultima chiamata per combattere gli sprechi.
«Un rincaro delle tariffe sarà inevitabile»

Giordano Colarullo (Twitter)
«Gli acquedotti sono vetusti e per anni siamo andati avanti con finanziamenti pubblici a singhiozzo perché legati alle disponibilità del bilancio statale. Da quando i gestori industriali hanno preso in mano il servizio c'è stato un aumento degli investimenti. Ma molto resta da fare e i fondi del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, non bastano. Sarà inevitabile un adeguamento delle tariffe, che comunque sono le più basse d'Europa». Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia, federazione che riunisce le aziende dei servizi pubblici dell'acqua, dell'ambiente, dell'energia elettrica e del gas, va dritto al punto. «La politica e le amministrazioni locali, spesso per una serie di motivazioni che vanno dalla ricerca del consenso elettorale alla incapacità di contrastare alcune forme di potere economico locale, ma anche per la scarsa conoscenza del problema, hanno trascurato per decenni la manutenzione della rete idrica».
Dove si rivelano di più questi fenomeni di scarsa attenzione delle amministrazioni pubbliche?
«Soprattutto al Sud, nei piccoli centri. Qui si annidano anche forme di abusivismo che talvolta vengono tollerate per ragioni politiche di consenso».
L'acqua strumento di acquisizione di voti?
«Non necessariamente, anche se rimangono dei casi piuttosto difficili. Faccio un esempio, senza citare le località. Se un'area di un comune è strategica politicamente o di difficile controllo, l'amministrazione può anche decidere di non fatturare il consumo di acqua in quella zona: nel calcolo delle perdite di acqua, a quel punto, figura anche quella prelevata abusivamente, oltre a quella che esce dalle tubature vecchie. Le morosità, invece, non vengono contabilizzate tra le perdite. Per arginarle servirebbe un controllo puntuale, ma chi lo fa? Se invece il servizio è effettuato da un gestore industriale, il monitoraggio è più semplice. La società, essendo esterna alla realtà locale, è lontana da certe logiche del territorio e guarda solo al servizio».
Sta dicendo che la soluzione all'efficienza della rete è nella privatizzazione?
«Non serve la privatizzazione. Basta applicare la legge che risale al 1994 sul passaggio del servizio dell'acqua dalla gestione pubblica diretta dei Comuni alla gestione industriale, nella quale è protagonista un soggetto societario».
Cosa si intende per gestione industriale?
«È la gestione effettuata da una società che può essere creata dal Comune, o attraverso un mix pubblico e privato o interamente privata. Anche se la legge ha circa trent'anni, il processo di applicazione è stato lentissimo e la gestione industriale è tutt'ora poco diffusa, soprattutto al Sud. Nel Mezzogiorno si concentra il 73% delle procedure di infrazione della direttiva europea sul trattamento delle acque reflue urbane. Soldi che potrebbero essere spesi diversamente, per migliorare la rete idrica e fognaria».
Quanti soldi servirebbero per recuperare il gap infrastrutturale?
«Sarebbero necessari almeno 5 miliardi di euro l'anno. Fra nuove risorse del Pnrr, il Piano di ripresa e quelle già previste, si parla di 2 miliardi per mettere in sicurezza l'erogazione del servizio idrico, di 900 milioni per il recupero delle perdite e 600 milioni per la depurazione. Quindi circa 3,5 miliardi che di sicuro non sono risolutivi ma aiutano».
Servono più soldi, quindi inevitabilmente le bollette dovranno aumentare?
«Le tariffe dovranno riflettere i nuovi costi. Bisogna però partire dalla constatazione che le bollette italiane sono le più basse d'Europa proprio perché finora gli investimenti nel miglioramento della rete idrica sono stati molto bassi. A Berlino l'acqua costa 6 euro al metro cubo, a Parigi 3,30 euro, a Londra circa 3 euro. A Roma invece 1,50 euro. Non dobbiamo arrivare ai livelli europei, ma indubbiamente gli investimenti e il miglioramento del servizio impongono una partecipazione dell'utenza».
Forse sarà questo un motivo per cui tanti sindaci sono contrari alla gestione industriale?
«Certo il basso costo dell'acqua può essere uno strumento di consenso politico e un modo per non perdere il controllo del servizio. Dal 1999 al 2009, quando la gestione era ancora in larga parte direttamente in mano ai Comuni, gli investimenti erano pari a circa 500 milioni l'anno, mentre nel 2019 con le società di gestione industriali sono stati superati i 3 miliardi tra ammodernamento della rete, depurazione e fognature».
Quanto influisce il cambiamento climatico sull'urgenza di rimettere a posto gli acquedotti?
«L'innalzamento delle temperature rende più complessa la gestione delle risorse idriche. Un piccolo Comune non può pensare di far fronte all'emergenza acqua continuando ad attingere al proprio fontanile. Secondo una stima delle aziende di Utilitalia, per mettere in sicurezza la rete idrica, a fronte del cambiamento climatico, servirebbero 11 miliardi di euro entro il 2026. Siccome dal piano del governo arriveranno solo 3,5 miliardi, non vuol dire che i progetti non si faranno. È evidente che andranno finanziati anche attraverso le tariffe».
«La pioggia non manca: usiamola»

Ettore Prandini (Ansa)
«Servono un migliaio di bacini di accumulo dell'acqua in più. I soldi del Pnrr non bastano. Inoltre le risorse rischiano di non essere efficaci a causa della burocrazia. Per un'autorizzazione a costruire un bacino occorrono in media 5 anni, intanto l'acqua va sprecata». Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, ha presentato al governo un progetto, condiviso con Anbi, Terna, Eni, Enel e Cdp e con il coinvolgimento di alcune università, che «prevede», spiega, «la realizzazione di una rete di piccoli invasi con un basso impatto paesaggistico e diffusi sul territorio. Saranno privilegiati il completamento e il recupero di strutture giù esistenti».
Qual è l'efficacia dei bacini nella raccolta di acqua piovana?
«Nonostante i cambiamenti climatici, l'Italia resta un Paese piovoso con circa 300 miliardi di metri cubi di acqua che cadono annualmente, ma per carenze infrastrutturali riusciamo a trattenere solo l'11%. Un lusso che non possiamo permetterci in una situazione di emergenza idrica».
I bacini potrebbero risolvere il problema della siccità?
«Potrebbero dare un contributo importante. Si può arrivare a trattenere il 40-50% delle precipitazioni, portando risorse idriche dove non ci sono, combattendo anche il dissesto idrogeologico. L'altra faccia del cambiamento climatico, oltre alle alte temperature, sono i violenti temporali con l'esondazione dei fiumi. Abbiamo calcolato oltre 380 eventi straordinari dall'inizio dell'estate come grandinate e trombe aria, 17 al giorno e danni per decine di milioni di euro. È la quarta estate più calda dal 1800, cioè da quando vengono fatti i rilevamenti. O abbiamo la lungimiranza di intervenire subito o rischiamo di avere, in un futuro vicino, molta meno acqua perché non siamo in grado di trattenerla».
Ma i progetti di nuovi bacini di accumulo ci sono?
«Sì e sono immediatamente cantierabili perché hanno superato l'iter burocratico. Il tema per le nuove opere è però sempre quello delle lungaggini amministrative. Prima di arrivare all'esecuzione dell'opera, occorre il parere favorevole di più enti e autorità ambientali. E se un'amministrazione chiede alcune modifiche, bisogna ricominciare il percorso da capo. Augurandosi che qualche micro comitato locale non faccia ricorso al Tar, perché allora i tempi diventano biblici. È estenuante. È dagli anni Sessanta che non si creano nuovi bacini di accumulo».
Eppure l'Europa distribuisce tante risorse all'agricoltura, per i piani di sviluppo rurale. Che fine fanno?
«Non vengono spese e terminati i programmi devono essere restituite. Questo accade soprattutto nelle amministrazioni del Sud. Puglia, Calabria Basilicata Campania e in parte anche l'Umbria hanno difficoltà a usare tutte le risorse».
Come si superano i veti delle autorità ambientali?
«I progetti dei bacini che abbiamo presentato non prevedono l'uso del cemento. I laghetti sono in equilibrio con il territorio, conservano l'acqua e la distribuiscono in modo razionale ai contadini e all'industria, con una ricaduta anche sull'occupazione».
L'agricoltura impiega in media il 69% dell'acqua dolce per usi umani, l'industria il 19% e le città il 12%. Quindi il mondo agricolo ha una grande responsabilità nell'uso razionale delle risorse.
«Spesso si fa un'analisi del consumo solo in uscita. Si considera quanto l'agricoltura utilizza e non quanto restituisce. Solo il 30% dell'acqua per irrigare resta nella pianta. Il resto torna alla terra, alle falde: può essere riutilizzato. Una piccola percentuale evapora, specie nelle irrigazioni a getto e con temperature alte».
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A 10 anni dal voto che la consacrò bene «di tutti», la rete idrica è un affare di nessuno. La dispersione aumenta, i costi pure. E ogni estate è emergenza.Il direttore di Utilitalia, Giordano Colarullo: «Abbiamo le bollette più economiche del continente e i Comuni hanno tutto l'interesse a non ritoccarle. A scapito però dell'efficienza. I fondi del Pnrr? Non basteranno. Avanti con la gestione industriale, come previsto dalla legge».Il leader di Coldiretti, Ettore Prandini: «Il piano per raccoglierla c'è. Unico ostacolo: la burocrazia».Lo speciale contiene tre articoli.Un rubinetto che sgocciola riesce a sprecare circa 10.000 litri di acqua in un anno. Basta una guarnizione un po' vecchiotta per procurare questo danno. Figurarsi gli acquedotti che hanno oltre mezzo secolo di vita. Il 60%, più di 30 anni e il 25% oltre 50. L'Italia è ricchissima di acqua, con precipitazioni che superano annualmente i 300 miliardi di metri cubi, però per carenze infrastrutturali, riesce a trattenerne solo l'11%. La disponibilità effettiva di risorse idriche - cioè l'acqua effettivamente utilizzabile - è secondo alcune stime solo pari a 58 miliardi di metri cubi. Come mai ogni estate scoppia l'emergenza idrica? Le cause sono molteplici, tutte note e tutte con risposte chiare sulla carta, ma con scarsi risvolti concreti. Innanzitutto gli sprechi. La rete idrica è un colabrodo. Secondo il report dell'Istat riferito al 2018, il 42% dell'acqua immessa nelle nostre reti non ha raggiunto gli utenti a causa delle tubature che perdono. Quindi su 100 litri d'acqua potabile, circa 42 litri vanno sprecati. L'Istituto ha rilevato che nel 2019 l'8,6% delle famiglie ha lamentato irregolarità nel servizio. Il disservizio investe in misura diversa le regioni e interessa quasi 2 milioni 198 mila famiglie, il 61,9% delle quali vive nel Mezzogiorno. La Calabria ha la quota più elevata di famiglie (31,2%) che lamentano le inefficienze. Il primato delle perdite spetta all'Abruzzo con il 55,6% seguito dall'Umbria (54,6%) e dal Lazio (53%). Con il cambiamento climatico, estati sempre più torride, la lotta alla dispersione idrica è diventata una priorità. Però la manutenzione delle infrastrutture è effettuata prevalentemente con finanziamenti pubblici che non solo sono insufficienti al fabbisogno (circa 40 euro per abitante l'anno, rispetto a una media europea di 100 euro) ma arrivano anche con il contagocce perché legati ai vincoli del bilancio statale. Ci si mettono anche le lentezze amministrative e la scarsa volontà di prendere decisioni. Un esempio è fornito da Siracusa. Il gestore dell'acqua nella città siciliana è dal 2015 la Siam (Servizio integrato acque del Mediterraneo), società di cui è socia unica la spagnola Dam, che opera in regime di proroga. Siam è stata la sola impresa a presentare un'offerta per la gara d'appalto indetta dal Comune con durata triennale. In attesa della decisione dell'assemblea territoriale idrica sulla gestione pubblica dell'acqua, si è creata una situazione di incertezza che per l'azienda non è sicuramente un incentivo per a investire. Così diverse aree della città hanno lamentato disservizi. Poi ci sono i contenziosi, come a Pachino, sempre in Sicilia, dove uno dei pozzi principali utilizzati per rifornire il comune è di proprietà privata. A causa di una denuncia di abbassamento della falda acquifera è stato sospeso il prelievo di acqua, con il risultato che gran parte della cittadina è rimasta a secco. Molto diffuso il fenomeno degli allacci abusivi da parte di coloro che non pagano il servizio o dirottano l'acqua verso irrigazioni di orti e campi sottraendo le risorse all'uso domestico. Ma spesso, a causa di carenze del personale, mancano i controlli. Numerosi casi di illeciti in Calabria hanno fatto emergere che nel Comune di Reggio Calabria c'è un solo tecnico per intervenire su 800 chilometri di condotta, 30 serbatoi e 90 pozzi. Bisogna però andare nel Lazio per scovare il campione della dispersione idrica. Il programma Fuori dal coro di Mario Giordano ha definito Frosinone una «città groviera». Su 100 litri d'acqua ben 73 vanno persi, il 73,8%. In un comune su tre, dice l'Istat, si registrano perdite totali superiori al 45%.Dal Sud ci spostiamo al Nord, dove troviamo altri esempi di mala gestione. A Imperia, la Procura della Repubblica ha aperto un'inchiesta per inadempimento di contratti di pubbliche forniture a seguito dei continui guasti all'acquedotto Roja. Nel settembre scorso lo scoppio di una conduttura aveva causato il blocco dell'erogazione di acqua per diversi giorni.Lo spreco di acqua si accompagna al caro tariffe. L'Osservatorio prezzi di Cittadinanzattiva ha rilevato che il costo dell'acqua nel 2020 in Italia è salito del 2,6% rispetto al 2019. Ma a questo rincaro non è corrisposto un miglioramento del servizio. È vero che l'acqua potabile qui è meno cara che in altri Paesi europei, ma è altresì vero che si fa poco, con le risorse disponibili, per migliorare il servizio. Frosinone, oltre al primato degli sprechi, ha anche il record della bolletta più cara. La spesa media del 2020 per il servizio idrico per una famiglia di tre persone è stata di 845 euro, circa sei volte più che a Milano, la città con la bolletta più bassa d'Italia: 156 euro in media. Gli aumenti maggiori si sono registrati a Isernia (+27,5%), che nel 2019 era la città più economica, e a Vibo Valentia (+21,5%).L'emergenza colpisce anche il Nord, nonostante sia più piovoso. L'Anbi, l'Associazione dei consorzi di bacino (enti pubblici che gestiscono i bacini di fiumi e laghi), ha proposto un piano per l'efficientamento della rete idrica nel Nord che prevede la creazione di 13 bacini, per un investimento di 477 milioni di euro. Secondo l'Anbi, il 20% del territorio italiano è a rischio desertificazione a causa del cambiamento climatico ed è necessario costruire nuovi invasi per raccogliere l'acqua piovana. La Corte dei conti europea ha stimato che dal 2008 al 2017 in Europa le aree meridionali, centrali e orientali a rischio elevato o molto elevato sono aumentate di 177.000 chilometri quadrati, pari al 10,6%, arrivando ad un totale di 645.000 chilometri quadrati.Sono passati ormai dieci anni dal referendum popolare sull'acqua pubblica del 2011 con cui ben il 57% degli italiani bocciarono la privatizzazione. Da allora la situazione degli acquedotti è peggiorata progressivamente, ma solo due italiani su dieci, secondo un sondaggio Ipsos, sono preoccupati per le risorse idriche attuali nel nostro Paese: il 70% ritiene sia un problema solo di alcune aree e periodi dell'anno. Inoltre appena il 20% considera veritiere le previsioni del World resources institute sul rischio per l'Italia di stress idrico entro il 2040.Probabilmente la convinzione generale è che questa risorsa sia illimitata. Tant'è che qui se ne fa un uso superiore al resto d'Europa. Il nostro Paese è in prima posizione per il consumo d'acqua per persona (tra i 150 e i 350 litri per abitante al giorno, contro una media europea di 125) e su scala mondiale è al terzo posto. Sopra di noi in questa classifica solo Stati Uniti e Canada. Ora però siamo all'ultima chiamata per combattere gli sprechi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/colabrodo-italia-continuiamo-buchi-acqua-2653955203.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-rincaro-delle-tariffe-sara-inevitabile" data-post-id="2653955203" data-published-at="1627224062" data-use-pagination="False"> «Un rincaro delle tariffe sarà inevitabile» Giordano Colarullo (Twitter) «Gli acquedotti sono vetusti e per anni siamo andati avanti con finanziamenti pubblici a singhiozzo perché legati alle disponibilità del bilancio statale. 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Qui si annidano anche forme di abusivismo che talvolta vengono tollerate per ragioni politiche di consenso». L'acqua strumento di acquisizione di voti? «Non necessariamente, anche se rimangono dei casi piuttosto difficili. Faccio un esempio, senza citare le località. Se un'area di un comune è strategica politicamente o di difficile controllo, l'amministrazione può anche decidere di non fatturare il consumo di acqua in quella zona: nel calcolo delle perdite di acqua, a quel punto, figura anche quella prelevata abusivamente, oltre a quella che esce dalle tubature vecchie. Le morosità, invece, non vengono contabilizzate tra le perdite. Per arginarle servirebbe un controllo puntuale, ma chi lo fa? Se invece il servizio è effettuato da un gestore industriale, il monitoraggio è più semplice. La società, essendo esterna alla realtà locale, è lontana da certe logiche del territorio e guarda solo al servizio». Sta dicendo che la soluzione all'efficienza della rete è nella privatizzazione? «Non serve la privatizzazione. Basta applicare la legge che risale al 1994 sul passaggio del servizio dell'acqua dalla gestione pubblica diretta dei Comuni alla gestione industriale, nella quale è protagonista un soggetto societario». Cosa si intende per gestione industriale? «È la gestione effettuata da una società che può essere creata dal Comune, o attraverso un mix pubblico e privato o interamente privata. Anche se la legge ha circa trent'anni, il processo di applicazione è stato lentissimo e la gestione industriale è tutt'ora poco diffusa, soprattutto al Sud. Nel Mezzogiorno si concentra il 73% delle procedure di infrazione della direttiva europea sul trattamento delle acque reflue urbane. Soldi che potrebbero essere spesi diversamente, per migliorare la rete idrica e fognaria». Quanti soldi servirebbero per recuperare il gap infrastrutturale? «Sarebbero necessari almeno 5 miliardi di euro l'anno. Fra nuove risorse del Pnrr, il Piano di ripresa e quelle già previste, si parla di 2 miliardi per mettere in sicurezza l'erogazione del servizio idrico, di 900 milioni per il recupero delle perdite e 600 milioni per la depurazione. Quindi circa 3,5 miliardi che di sicuro non sono risolutivi ma aiutano». Servono più soldi, quindi inevitabilmente le bollette dovranno aumentare? «Le tariffe dovranno riflettere i nuovi costi. Bisogna però partire dalla constatazione che le bollette italiane sono le più basse d'Europa proprio perché finora gli investimenti nel miglioramento della rete idrica sono stati molto bassi. A Berlino l'acqua costa 6 euro al metro cubo, a Parigi 3,30 euro, a Londra circa 3 euro. A Roma invece 1,50 euro. Non dobbiamo arrivare ai livelli europei, ma indubbiamente gli investimenti e il miglioramento del servizio impongono una partecipazione dell'utenza». Forse sarà questo un motivo per cui tanti sindaci sono contrari alla gestione industriale? «Certo il basso costo dell'acqua può essere uno strumento di consenso politico e un modo per non perdere il controllo del servizio. Dal 1999 al 2009, quando la gestione era ancora in larga parte direttamente in mano ai Comuni, gli investimenti erano pari a circa 500 milioni l'anno, mentre nel 2019 con le società di gestione industriali sono stati superati i 3 miliardi tra ammodernamento della rete, depurazione e fognature». Quanto influisce il cambiamento climatico sull'urgenza di rimettere a posto gli acquedotti? «L'innalzamento delle temperature rende più complessa la gestione delle risorse idriche. Un piccolo Comune non può pensare di far fronte all'emergenza acqua continuando ad attingere al proprio fontanile. Secondo una stima delle aziende di Utilitalia, per mettere in sicurezza la rete idrica, a fronte del cambiamento climatico, servirebbero 11 miliardi di euro entro il 2026. Siccome dal piano del governo arriveranno solo 3,5 miliardi, non vuol dire che i progetti non si faranno. È evidente che andranno finanziati anche attraverso le tariffe». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/colabrodo-italia-continuiamo-buchi-acqua-2653955203.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-pioggia-non-manca-usiamola" data-post-id="2653955203" data-published-at="1627224062" data-use-pagination="False"> «La pioggia non manca: usiamola» Ettore Prandini (Ansa) «Servono un migliaio di bacini di accumulo dell'acqua in più. I soldi del Pnrr non bastano. Inoltre le risorse rischiano di non essere efficaci a causa della burocrazia. Per un'autorizzazione a costruire un bacino occorrono in media 5 anni, intanto l'acqua va sprecata». Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, ha presentato al governo un progetto, condiviso con Anbi, Terna, Eni, Enel e Cdp e con il coinvolgimento di alcune università, che «prevede», spiega, «la realizzazione di una rete di piccoli invasi con un basso impatto paesaggistico e diffusi sul territorio. Saranno privilegiati il completamento e il recupero di strutture giù esistenti». Qual è l'efficacia dei bacini nella raccolta di acqua piovana? «Nonostante i cambiamenti climatici, l'Italia resta un Paese piovoso con circa 300 miliardi di metri cubi di acqua che cadono annualmente, ma per carenze infrastrutturali riusciamo a trattenere solo l'11%. Un lusso che non possiamo permetterci in una situazione di emergenza idrica». I bacini potrebbero risolvere il problema della siccità? «Potrebbero dare un contributo importante. Si può arrivare a trattenere il 40-50% delle precipitazioni, portando risorse idriche dove non ci sono, combattendo anche il dissesto idrogeologico. L'altra faccia del cambiamento climatico, oltre alle alte temperature, sono i violenti temporali con l'esondazione dei fiumi. Abbiamo calcolato oltre 380 eventi straordinari dall'inizio dell'estate come grandinate e trombe aria, 17 al giorno e danni per decine di milioni di euro. È la quarta estate più calda dal 1800, cioè da quando vengono fatti i rilevamenti. O abbiamo la lungimiranza di intervenire subito o rischiamo di avere, in un futuro vicino, molta meno acqua perché non siamo in grado di trattenerla». Ma i progetti di nuovi bacini di accumulo ci sono? «Sì e sono immediatamente cantierabili perché hanno superato l'iter burocratico. Il tema per le nuove opere è però sempre quello delle lungaggini amministrative. Prima di arrivare all'esecuzione dell'opera, occorre il parere favorevole di più enti e autorità ambientali. E se un'amministrazione chiede alcune modifiche, bisogna ricominciare il percorso da capo. Augurandosi che qualche micro comitato locale non faccia ricorso al Tar, perché allora i tempi diventano biblici. È estenuante. È dagli anni Sessanta che non si creano nuovi bacini di accumulo». Eppure l'Europa distribuisce tante risorse all'agricoltura, per i piani di sviluppo rurale. Che fine fanno? «Non vengono spese e terminati i programmi devono essere restituite. Questo accade soprattutto nelle amministrazioni del Sud. Puglia, Calabria Basilicata Campania e in parte anche l'Umbria hanno difficoltà a usare tutte le risorse». Come si superano i veti delle autorità ambientali? «I progetti dei bacini che abbiamo presentato non prevedono l'uso del cemento. I laghetti sono in equilibrio con il territorio, conservano l'acqua e la distribuiscono in modo razionale ai contadini e all'industria, con una ricaduta anche sull'occupazione». L'agricoltura impiega in media il 69% dell'acqua dolce per usi umani, l'industria il 19% e le città il 12%. Quindi il mondo agricolo ha una grande responsabilità nell'uso razionale delle risorse. «Spesso si fa un'analisi del consumo solo in uscita. Si considera quanto l'agricoltura utilizza e non quanto restituisce. Solo il 30% dell'acqua per irrigare resta nella pianta. Il resto torna alla terra, alle falde: può essere riutilizzato. Una piccola percentuale evapora, specie nelle irrigazioni a getto e con temperature alte».
Arianna Fontana medaglia d'argento nei 500 metri femminili di pattinaggio di velocità su pista corta ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Con ridicolo zelo woke, Cio e Rai avranno pure tagliato i genitali all’Uomo Vitruviano, ma quanto a «huevos» (i puristi lo chiamino pure carattere) atlete e atleti azzurri non sono secondi neppure a Leonardo da Vinci. Nel sesto giorno di Giochi la grande messe continua: un oro e un bronzo oltre l’impresa di Federica Brignone. E un medagliere stratosferico con 17 podi (6 ori, 3 argenti, 8 bronzi), a un tiro di schioppo dal record delle 20 medaglie di Lillehammer. Sulla spinta della formidabile sciatrice rinata, sale su tetto del mondo anche Francesca Lollobrigida, lo sfiora Arianna Fontana con l’argento, mentre la staffetta mista di slittino agguanta la terza piazza dietro Germania e Austria. Non siamo ancora a metà strada e l’Olimpiade italiana è già uno storico trionfo.
La metà femminile del cielo è quella vincente. E Arianna Fontana prova a completare l’opera: questa volta è argento, ecco un’altra donna italiana con lo sguardo da tigre nell’Ice skating arena di Milano. Tredici medaglie vinte. Nei 500 la campionessa valtellinese deve lasciare il passo all’olandese Xandra Velzeboer, primatista del mondo, inavvicinabile. Nei 1000 maschili squalificato Pietro Sighel, il favorito già oro in staffetta, che preferisce guardare avanti: «È andata, ma c’è ancora parecchio lavoro da fare». Era stato lui a rivelare una curiosità in modo un po’ ruvido: «Arianna Fontana, chi la conosce? Lei si allena sempre all’estero, ci vediamo solo in gara». Con questi risultati meglio sconosciuti che compagnoni.
La mamma volante ha fatto il bis. Francesca Lollobrigida plana sul secondo oro e si gode il giro d’onore avvolta nella bandiera tricolore dentro la voliera di Rho Fiera impazzita di italianità. Non c’è niente di meglio per scacciare le gastriti dei contestatori, per zittire chi non voleva le Olimpiadi e stoltamente continua a boicottarle con infantilismo criminale. Nel Pattinaggio di velocità siamo meglio degli olandesi, incredibile solo a immaginarlo qualche mese fa. Merito di questa signora di Frascati di 35 anni che nei 5000 metri ha raddoppiato il metallo prezioso dei 3000; velocissima e determinata in una gara mozzafiato, più forte dell’orange Merel Conijn (2ª a un solo decimo) e della norvegese Ragne Wiklund (3ª).
La pronipote della Bersagliera Lollo è di nuovo sul gradino più alto «grazie al pubblico che mi ha spinto», ha migliorato l’argento conquistato a Pechino, questa volta senza il piccolo Tommaso in tribuna. Lo ha salutato via smartphone. Lui, tre anni, è rimasto a casa con papà Matteo, che ha promesso di riportarlo a bordo pista per le prossime sfide iridate, domani i 1500 e dopodomani la Start. Se il livello è questo, all’orizzonte c’è la leggenda. Nella storia Francesca c’è già, ha contribuito con il secondo exploit a eguagliare il primato di Torino che resisteva da 20 anni grazie a Enrico Fabris e ai suoi boys. E allora è bello pensare a quando lei si allenava con il pancione: «Partorivo il venerdì e il lunedì seguente ero già di nuovo in pista».
Determinazione, fatica, programmi studiati al millimetro. E il bonus mamme voluto dal ministro dello Sport, Andrea Abodi; un contributo di 1000 euro al mese per un anno. Perché la maternità è un valore sempre e la parità di genere non è solo una chiacchiera femminista. Così Lollobrigida sprintava sul ghiaccio con Tommaso nella carrozzina a qualche metro, per consentirle di cogliere il primo accenno di pianto. Un esempio per chi ritiene che i figli siano una palla al piede, un accessorio che deprime le carriere.
Se c’era un giorno sbagliato per prendere un bronzo era proprio questo. Ma nessuno può dimenticare il sacrificio e la felicità dei sei azzurri della staffetta mista sullo slittino col turbo. I doppi Voetter-Oberhofer e Rieder-Kainzwaldner, i singoli Dominik Fischnaller e Verena Hofer sono nomi da scandire piano e con ammirazione: sulla storica pista di Cortina riescono nell’impresa di rimanere in scia agli assi tedeschi e austriaci. Dopo gli ori di mercoledì, il bronzo è il punto esclamativo di una specialità che fa sempre la differenza.
Come è destinato a farla, quanto a spettacolo, il torneo di hockey su ghiaccio partito oggi al Forum di Milano con un testa a testa Stati Uniti-Canada destinato a risolversi in finale. Ruggiti e scontri in balaustra, tecnica da supermen e cambi volanti: ci sono i fuoriclasse della NHL a illuminare i Giochi da guerrieri. Oggi l’Italia ha fatto tremare la fortissima Svezia per poi crollare e perdere 5-2. Niente di male, a quei livelli possiamo starci solo per un tempo.
Domani è venerdì, pausa di magro? Non è detto perché nella sprint del Biathlon Tommaso Giacomel ha i numeri per stupire e nel Pattinaggio velocità ormai ci siamo presi l’abitudine al podio. E Davide Ghiotto è lì per questo con i favori del pronostico. Uno spavento nello snowboard: Michela Moioli è caduta in allenamento e ha riportato un trauma facciale. È in dubbio per la gara che comincia stamane ma c’è speranza. Di questi tempi, ragazze azzurre che rinunciano alla lotta non se ne vedono.
Brignone SuperGold. Dal letto di ospedale alla gloria di Cortina

Federica Brignone festeggia dopo la vittoria nel Super G femminile ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
«È già tanto se torno a camminare». E invece decolla dalla pista di Cortina mentre il monte Cristallo osserva. Vola nell’universo parallelo e rarefatto dei fuoriclasse, accarezza l’impresa della vita e alla fine Federica Brignone danza. Danza, bellissima, sul traguardo come non ha mai danzato. Dieci mesi dopo il dramma, tibia e perone tornano di tungsteno, in armonia col resto. E il mondo è ai piedi di questa fenomenale atleta di 35 anni che in un magico mattino abbraccia l’oro più luminoso perché insperato, miracoloso delle Olimpiadi italiane.
L’anatema dei giorni della disperazione si sgretola davanti alla resurrezione sportiva: pettorale numero 6, SuperG perfetto, 1’23’’41 il tempo. Federica osserva il tabellone come a dire alle altre: «Adesso battetelo». Non ci riesce nessuno. Non la ruggente austriaca Cornelia Hutter (3ª), non la dolce francese Romane Miradoli (2ª). Non la wonder woman americana Breezy Johnson e le tostissime tedesche Emma Aicher e Kira Weidle, che cadono. Anche Sofia Goggia salta a metà gara quando è velocissima (7 decimi di vantaggio), con la grinta della tigre; destino amaro per lei ma meraviglioso per l’epica della rivale azzurra di sempre. Allora Brignone si copre il volto con i guanti, non c’è più bisogno di vedere. Ora quel battito bisogna solo sentirlo.
Il resto si coglie dal pubblico sulle Tofane: i boati scandiscono i tempi più alti delle altre. Lei ride e piange, poi torna sulla terra per andare oltre le emozioni. «In partenza ho detto: o la va o la spacca. Non pensavo di poter vincere l’oro. Non me lo sarei aspettata, mai nella vita. Forse ce l’ho fatta oggi perché questo oro non mi mancava. Sapevo di aver fatto il massimo, è stata la mia forza, mi valutavo un’outsider. È incredibile, sento l’adrenalina scorrere nelle vene». È la forza della leggerezza, la socratica serenità di chi non ha mai nulla da dimostrare. Niente sovrastrutture, solo il vento che spazza via la nebbia e il rumore degli sci in derapata sulla neve.
Mentre lo dice, Federica un po’ mente a se stessa. Non c’è niente di casuale in ciò che è accaduto. Domenica aveva partecipato alla discesa libera proprio per testare se stessa, le articolazioni, i legamenti: decimo posto e check up positivo confermato da quel sorriso disarmante, allora inspiegabile, per un piazzamento modesto. Good sensations, la prova generale era riuscita, dopo 315 giorni di calvario la regina sapeva di essere tornata. E allora vale la pena ricordare, ora che tutto è più facile: 3 aprile 2025, Val di Fassa, campionati italiani. Prima manche del gigante, curva verso destra: Brignone infila un braccio nella porta (dinamica simile a quella della caduta di Lindsey Vonn) e si rompe.
La diagnosi è una Caporetto fisica: frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra. Ma non è finita: salta anche il crociato anteriore della stessa gamba. Due interventi chirurgici, una rieducazione tutta da inventare, una carriera spezzata. Lei sembra arrendersi: «Devo pensare alla salute. Vediamo se tornerò a camminare bene, mi sono procurata un danno permanente, non recupererò mai la piena funzionalità del ginocchio». Invece ha scalato la montagna, centimetro dopo centimetro, dolore dopo dolore, fatica dopo fatica, per tornare a vedere il cielo e a toccare l’oro.
È tempo di ricapitolare. Giù dal podio le altre azzurre, quinta Laura Pirovano, settima Elena Curtoni. Sofia Goggia s’è rialzata, pensa al futuro, il bronzo nella libera non le basta. «Sono dispiaciuta. Sapevo che bisognava fare attenzione tra la Grande Curva e lo Scarpadon. Ho sciato fortissimo e non pensavo di essere davanti, ma le gare vanno portate in fondo. Per Federica, con tutto quello che ha passato, non era facile tornare così. Questo SuperG è nelle sue corde, onore e merito a lei». Onesta, misurata, sa che tutti stanno pensando alle loro diatribe passate, a una rivalità spesso sconfinata nella rissa verbale. Un dualismo qualche volta tossico, una competitività che ha comunque contribuito a costruire due carriere eccezionali.
Federica Brignone scruta i volti di parenti e amici. Piangono tutti, anche il fratello Davide, ex sciatore e suo allenatore. Mamma Ninna Quario, fenomenale slalomista della valanga rosa e giornalista, ha la voce che trema: «È fantastica. Credevo che sarebbe tornata ma vincere l’oro in SuperG è incredibile. Grazie a tutti quelli che ci sono stati vicini in questo periodo, spero che oggi siano felici come noi». Poi dipinge una frase da donna di montagna con i valori non negoziabili in tasca. «Come festeggiamo? Come sempre, a dirle brava quando è brava e sbagli quando sbaglia». La famiglia è stata il segreto di una carriera da sogno per la valdostana di La Salle: argento in gigante e bronzo in combinata ai Giochi di Pechino, bronzo in gigante a quelli di PyeongChang. Più due ori e tre argenti mondiali, due Coppe del Mondo, 37 successi. Un monolocale di cimeli.
Quando il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, le stringe la mano, lei vacilla. Non sciogliersi adesso è più difficile che affrontare le Tofane. Ancora Federica, ancora dettagli mentre fuori è il delirio: «Sembra impossibile, con quello che ho passato in questi 10 mesi. Ho camminato dopo tre mesi, ho combattuto ogni mattina per tornare me stessa. Due giorni fa sono andata a Pozza in elicottero, mi sono messa gli scarponi ed era impossibile sciare. Avevo male alla gamba, peggio del solito. Ma bisognava stringere i denti. Dopo l’infortunio il momento più bello è stato quando ho rimesso gli sci da gigante: ho capito che riuscivo a fare le curve e ad appoggiare la gamba».
Ora Federica ha un pensiero anche per la sua splendida famiglia. «Sono orgogliosa di avere un fratello e una famiglia così. Abbiamo fatto qualcosa di speciale. Ripenso a mio fratello da bambini, ci siamo sempre divertiti e continuiamo a farlo. È la cosa più bella». Arrivano i complimenti della Vonn, dall’ospedale: «Grande, che incredibile ritorno». Nessuno osa ricordare alla Brignone risorta che le Olimpiadi continuano. Ci pensa lei. «Arriverò al gigante più leggera, ma non ci ho ancora messo la testa. Spero di riuscire ad appoggiarmi bene alla gamba, ho le mie chance. È la gara di un giorno, tutto può succedere». La regina è già lassù, davanti al cancelletto.
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A sorpresa, i dati diffusi martedì da Kering hanno dato una scossa al mercato. Nonostante un calo delle vendite del 10%, il risultato è stato accolto con un balzo del titolo dell’11% a Parigi: un paradosso solo apparente, spiegato dal fatto che gli analisti temevano un tracollo ben peggiore. «Kering ha sorpreso il mercato con risultati migliori delle attese, confermando che il turnaround di Gucci, seppur fragile, sta iniziando a muovere i primi passi», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il miglioramento nell’area Asia-Pacifico è un segnale incoraggiante dopo dieci trimestri consecutivi di calo. Tuttavia, la redditività di Gucci, oggi al 16%, resta lontana dai fasti del passato. La strategia di Luca de Meo di pulire i bilanci e chiudere decine di boutique è una “cura da cavallo” necessaria, ma la vera sfida per il 2026 sarà trasformare questi segnali di stabilizzazione in crescita reale dei margini».
Se Kering prova a risalire la china, il leader mondiale Lvmh sceglie la via del rigore estremo. Bernard Arnault ha descritto il 2025 come un anno «solido in un contesto turbolento», ma ha già avvertito che il 2026 non sarà una passeggiata. Un elemento tecnico, spesso trascurato, sta infatti pesando enormemente sui profitti: la valuta.
«Il dato più eclatante emerso dai conti di Lvmh riguarda l’impatto dei tassi di cambio», osserva lo strategist di SoldiExpert Scf e co-autore di LetteraSettimanale.it. «Degli 1,8 miliardi di euro di calo dell’utile operativo, ben un miliardo è imputabile alle fluttuazioni valutarie. Senza questo effetto, la discesa sarebbe stata solo del 4%. Questo ci dice che la capacità di gestire il rischio di cambio è oggi determinante quanto il lancio di una nuova collezione».
Il problema strutturale che le Maison devono affrontare è però più profondo di un semplice ciclo economico negativo. Si chiama «luxury fatigue» (stanchezza da lusso), ma nasconde una crisi di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi, i prezzi di molti beni di lusso sono saliti del 40-50%, spesso senza un corrispondente aumento della qualità o dell’esclusività. «Il settore si trova in una trappola autoinflitta: i prezzi eccessivi hanno allontanato la classe media, che costituiva la base delle vendite», continua l’esperto. Oggi i consumatori, specialmente i più giovani della Gen Z, cercano autenticità e valore reale, non più solo un logo che funga da status symbol. Il 2026 sarà l’anno in cui i brand dovranno riconnettersi con i propri codici originali, offrendo qualcosa che giustifichi i listini attuali, altrimenti il divario tra marchi resilienti e marchi in declino continuerà ad ampliarsi».
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Presentato il Disegno di legge sull’illuminazione pubblica intelligente. I dati Assil-Politecnico parlano chiaro: milioni di impianti da aggiornare e risparmi possibili fino all’80%, con benefici su costi, consumi ed emissioni.
Al Senato si è tornato a parlare di luce, ma non solo in senso figurato. Al centro del confronto, questa volta, c’è l’illuminazione pubblica e il suo possibile ruolo nella transizione energetica e digitale del Paese. Nella Sala Caduti di Nassirya si è tenuta la conferenza stampa dedicata allo «smart lighting», promossa dalla senatrice Clotilde Minasi, partendo dai dati di uno studio di Assil, l’associazione dei produttori di illuminazione, realizzato con il Politecnico di Milano.
Il tema è tutt’altro che tecnico per addetti ai lavori. In Italia ci sono circa 10 milioni di punti luce pubblici e, anche se il 65% è già passato al LED, restano ancora circa 3,5 milioni di impianti da aggiornare. Ed è proprio su questo fronte che si gioca una partita importante, sia in termini di risparmio energetico sia di modernizzazione delle città.
In questo contesto si inserisce il Disegno di legge n. 1700, depositato in Senato, che punta a dare un quadro di riferimento per rendere più efficienti l’illuminazione pubblica e quella degli edifici pubblici attraverso sistemi digitalizzati di ultima generazione. L’obiettivo è chiaro: ridurre consumi ed emissioni, ma anche migliorare la gestione degli impianti, la sicurezza e la qualità del servizio.
La proposta guarda a soluzioni basate su Led, sensori di luminosità e piattaforme di gestione da remoto, capaci di integrare funzioni di monitoraggio, automazione e manutenzione predittiva. In pratica, un’illuminazione che non si limita ad accendersi e spegnersi, ma che può essere controllata in modo intelligente e centralizzato, con benefici anche sui costi di gestione per le amministrazioni.
Lo studio di Assil e Politecnico di Milano disegna tre possibili scenari. Il più prudente prevede la semplice sostituzione degli impianti obsoleti con corpi illuminanti a Led. Quello più avanzato, invece, immagina una vera evoluzione tecnologica, con una diffusione capillare di sistemi intelligenti in linea con l’idea di smart city e con gli obiettivi della direttiva europea Epbd.
I numeri danno la misura dell’impatto. Nello scenario base, il risparmio energetico stimato è di 1,7 GWh, pari a circa 11.950 alberi «equivalenti» piantati ogni anno e a una riduzione di 424 tonnellate di CO2. Nello scenario più avanzato si arriverebbe a 2,4 GWh, con l’equivalente di 17.435 alberi e 619 tonnellate di CO2 in meno.
E non si parla solo di lampioni. L’illuminazione pubblica esterna è un esempio di un approccio che potrebbe estendersi anche alla gestione del patrimonio pubblico. Secondo i dati, l’introduzione di sistemi di smart lighting può portare a risparmi energetici fino al 70-80% rispetto agli impianti tradizionali, a seconda dei contesti.
Il disegno di legge viene presentato come a costo zero per le finanze pubbliche e inserito nel percorso di transizione digitale ed ecologica delle infrastrutture urbane. L’idea è costruire una rete nazionale di illuminazione «intelligente», in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, che punta a una forte riduzione delle emissioni entro il 2030. Se il testo verrà approvato, entro sei mesi la Conferenza Stato-Regioni dovrà adottare le linee guida nazionali, che saranno poi aggiornate ogni tre anni per restare al passo con l’evoluzione tecnologica e le pratiche europee.
Per il settore, si tratta di un passaggio considerato decisivo. «La presentazione di questo Disegno di Legge rappresenta un punto importante per la diffusione delle tecnologie di illuminazione di qualità», ha detto Carlo Comandini, presidente di Assil, sottolineando come il provvedimento possa trasformare l’illuminazione pubblica da semplice voce di spesa a leva strategica per la transizione digitale ed ecologica del Paese.
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Imagoeconomica
È stato confermato che sono in corso le operazioni preliminari per la ripartenza dell’altoforno 2 dopo importanti lavori di ripristino partiti ad agosto e conclusi nei giorni scorsi. L’altoforno 2 dovrebbe riavviarsi intorno al 20 febbraio dopo essere stato fermo due anni e con la sua stabilizzazione, si provvederà a fermare il 4 per lavori di manutenzione che si protrarranno sino a fine aprile. Al termine di questo mese saranno riattivate anche le batterie delle cokerie che intorno al 20 gennaio l’azienda ha bloccato mettendole in preriscaldo, dovendo intervenire sull’impianto di trattamento del gas della cokeria con l’installazione di un nuovo reattore catalitico. In sostanza con le batterie riaccese e due altiforni su tre operativi, da maggio l’azienda raggiungerà una conduzione produttiva migliore. Infine si attende la decisione del Gip di Taranto sulla istanza di dissequestro dell'altoforno 1 presentata dall’azienda. Dall’incidente dello scorso maggio ad Afo1 la Procura non ha ancora assunto una decisione sul dissequestro ma i commissari hanno già acquistato i pezzi necessari per la ripartenza, operazione che potrebbe essere completata in 8-9 mesi (qualche mese in più rispetto al tempo necessario per far ripartire Afo2, danneggiato dalla precedente gestione ArcelorMittal/Morselli).
I commissari straordinari hanno trovato, al loro arrivo, un solo altoforno funzionante e 7 miliardi di danni documentati e periziati, causati dalla precedente gestione.
A partire da febbraio 2024 sono stati destinati oltre 997 milioni alla manutenzione e agli investimenti industriali, a conferma dell’impegno dell’amministrazione straordinaria nel garantire la piena funzionalità degli impianti. Difficile sostenere quindi che non abbia rappresentato una svolta nel corso di questa azienda, fondamentale per l’industria nazionale.
Nel 2025 inoltre il sito industriale ha registrato il più alto numero di ore lavorate negli ultimi anni, sia da parte del personale diretto sia delle imprese terze. Quindi nessuna chiusura imminente, nessuna fine dell’Ilva, come paventato dai sindacati.
Eppure proprio qualche mese fa, a novembre scorso, dopo un vertice a Roma, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dichiarando la rottura delle trattative, affermava che il piano presentato dal governo avrebbe portato alla «chiusura definitiva» di tutti gli stabilimenti entro il marzo successivo, con la cassa integrazione di migliaia di lavoratori. Poi criticava il cosiddetto «piano corto» del governo, sostenendo che fosse «corto» non per la durata temporale ma perché «il tempo che rimane alla chiusura totale è molto breve».
Invece il «piano corto» del governo è servito a consentire le necessarie manutenzioni (investimenti da un miliardo nella manutenzioni) per tornare a produrre acciaio, come era sempre stato chiarito dai commissari.
Palombella poi diceva che senza una seria decarbonizzazione, ovvero il passaggio ai forni elettrici, l’azienda sarebbe destinata a sparire, definendo la situazione una «tragedia industriale e umana».
Non meno fosco lo scenario prospettato dalla Cgil, sia a livello nazionale che territoriale. Per Giovanni D’Arcangelo della Cgil Taranto, il governo Meloni era responsabile di «una lenta agonia».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte denunciato la mancanza di una strategia pubblica chiara e il rischio di «spezzatino», ovvero la vendita separata dei siti. In generale la Cgil aveva chiesto la nazionalizzazione, unica formula, diceva per garantire la continuità produttiva e la tutela ambientale.
C’è da aprire il capitolo Flacks: il fondo che sta trattando con le amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia l’acquisto dell’intera azienda con tutti i suoi stabilimenti, dopo che l’offerta presentata nelle scorse settimane è stata reputata, sia dai commissari che dai comitati di sorveglianza, la migliore.
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