Classi aperte per il Ramadan, Madonna lasciata in strada. L’anticristianesimo fa scuola
Si usa ripetere con feroce ostinazione che la scuola italiana sia laica e tale debba restare, al riparo da ogni ingerenza religiosa. Lo si afferma con una convinzione che talvolta tracima nel fanatismo, come accaduto qualche giorno fa a Bologna.Don Milko Ghelli, parroco della chiesa di San Girolamo dell’Arcoveggio, avrebbe voluto portare in processione la Madonna di San Luca alla scuola materna Grosso, zona Bolognina. Nelle intenzioni del sacerdote si sarebbe trattato di un piccolo omaggio, un evento raro e per questo prezioso. Non una invasione di campo, ma un momento di condivisione comunitaria. Però alcuni genitori si sono impuntati: la scuola è laica, niente Madonna. Anche se poi la statua sarebbe dovuta entrare nel cortile, niente di più. È finita che i genitori l’hanno avuta vinta, per altro dopo una mediazione condotta da un assessore comunale: la processione c’è stata ma la statua ha dovuto fermarsi fuori dal cancello della materna. La storia è emblematica e tutto sommato affatto inedita.
Curiosamente, però, quanto in ballo ci sono altre fedi e altre credenze, solitamente nella laicissima scuola italica si riscontra un atteggiamento un filo diverso. Un esempio lo fornisce la surreale vicenda della scuola Sassetti-Peruzzi di Firenze, un istituto tecnico professionale che conta qualcosa come 1.300 iscritti. In occasione del Ramadan, la scuola ha messo a disposizione degli studenti musulmani due aule per la preghiera, una per i maschi e una per le femmine. Scelta curiosa: non solo si è concesso uno spazio per praticare la fede musulmana, ma si è pure avallata la rigida separazione fra i sessi, che non è un precetto ma semmai una usanza in voga in certe tradizioni e non in altre.
È suggestivo notare come alla Sassetti-Peruzzi sia in vigore un regolamento che prevede la cosiddetta carriera alias: chi si riconosce in un sesso diverso da quello biologico può farsi chiamare con un altro nome corrispondente al genere più gradito. Insomma, a quanto pare la differenza sessuale vale soltanto se a imporla sono i musulmani, buono a sapersi. Immaginate che putiferio scoppierebbe se un gruppo di studenti cristiani chiedessero di eliminare la carriera alias: verrebbero probabilmente linciati.
Il preside dell’istituto, Osvaldo Di Cuffa, ha rivendicato la decisione «nel rispetto del pluralismo e della laicità della scuola e di tutti i culti presenti, come dice la Costituzione. Come garantiamo ai cristiani l’insegnamento della religione e le festività», ha detto, «garantiamo alle altre confessioni pari diritti e il confronto tra culture». Per la verità, le cose stanno un po’ diversamente: la religione si insegna in virtù di un concordato con la Chiesa cattolica, accordo che non esiste con le istituzioni islamiche italiane. Il dettaglio, purtroppo, sfugge anche all’Ufficio scolastico regionale per la Toscana (Usr). «Il dirigente scolastico», dice il direttore dell’Usr, Luciano Tagliaferri, «ha spiegato che la decisione assunta non risponde ad alcuna impostazione ideologica o politica ma si colloca nell’ambito dell’autonomia organizzativa. Alcuni studenti, ha dichiarato il dirigente, hanno chiesto di poter pregare all’interno della scuola, durante la pausa didattica, per non essere costretti ad assentarsi e a perdere diversi giorni di lezione. La scuola ha, quindi, concesso a questo scopo uno spazio inutilizzato, in un’ottica di garanzia del diritto allo studio. L’intervento si inserisce nel quadro dei principi costituzionali di libertà religiosa, inclusione e rispetto reciproco che la scuola è chiamata quotidianamente a promuovere, come presidio fondamentale di convivenza civile, dialogo e democrazia».
Le uscite dell’Usr non convincono per niente Rossano Sasso di Futuro nazionale, da sempre attento alle questioni riguardanti la scuola. A suo dire, la scelta dell’istituto «confligge con il carattere laico della scuola e soprattutto con il fatto che, nella stessa scuola, siano stati da tempo fatti sparire tutti i crocifissi. Nel nome dell’autonomia scolastica si giustificano e si promuovono sottomissione all’islam e discriminazione della donna, visto che alle studentesse non è consentito di pregare insieme agli studenti. Anni di studi e di progetti sulla parità di genere, e poi? Trasformiamo la scuola pubblica italiana in una moschea?». Non ha tutti i torti.
Il problema, qui, non sono tanto i fedeli musulmani che chiedono giustamente spazi. Sono, semmai, le istituzioni italiane che si mostrano intolleranti con ogni rivendicazione che sappia anche solo lontanamente di cattolicesimo ma poi consentono ai musulmani non solo di pregare ma pure di imporre la separazione tra maschi e femmine. Cosa che si verifica non solo a Firenze, ma anche in varie università italiane, da Brescia in giù, dove si mettono a disposizione spazi di preghiera con tanto di divisorio. Il crocifisso no perché offende e le barriere invece sì per rispetto delle culture altre? Per non parlare poi dei Comuni che chiudono strade e vie per consentire la serena celebrazione del Ramadan, e va pure bene, ma siamo sicuri che ci sia la stessa disponibilità nei confronti della religione autoctona?
Anche nei casi più eclatanti di sospensione della laicità, i progressisti italiani tacciono o acconsentono. In compenso, proprio a Firenze pochi giorni fa, la maggioranza di sinistra in Comune ha bocciato una mozione che chiedeva di esporre il crocifisso nelle classi delle scuole cittadine. «Ci sono due elementi fondamentali che dovrebbero essere ben presenti a tutti i membri di quest’aula: l’autonomia scolastica degli istituti e la libertà educativa», ha detto al consiglio comunale l’assessore all’educazione di Firenze, Benedetta Albanese. «Questi princìpi consentono alle scuole di costruire percorsi e progetti nel rispetto degli studenti, delle famiglie e delle esigenze della comunità educante». La stessa Albanese ha ribadito che «la laicità dello Stato non è ostilità verso la religione, al contrario, è una garanzia per tutti». Può darsi, peccato che poi l’assessore, riguardo allo spazio di preghiera allestito nella scuola Sassetti-Peruzzi, abbia dichiarato che «non c’è rispetto nello strumentalizzare simboli religiosi né nel distorcere il senso di un’iniziativa che peraltro non è inedita».
Lievemente contraddittorio: o la laicità che impone di togliere il crocifisso è garanzia per tutti, oppure vale solo per i cristiani e non per le altre confessioni, che ottengono spazi conformi ai loro desideri a costo di andare in contrasto con la tanto sbandierata parità di genere. Il sospetto, in fondo, è esattamente questo: più che la laicità, in alcune scuole italiane vige l’anticristianesimo.





