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2024-05-10
Clandestino da 22 anni accoltella poliziotto
Ansa
Sono da poco passate le 23 di mercoledì alla stazione di Lambrate di Milano, quando un uomo completamente fuori controllo inizia a dare in escandescenza. È uno dei tanti balordi che bazzica la stazione, facendo la spola con piazza Gobetti, zona di spaccio e rifugio per molti tossici. È un marocchino irregolare, ha 37 anni e si chiama Hasan Hamis.
È totalmente fuori controllo. Tanto che, al binario 12, inizia a lanciare pietre contro i treni e contro i pendolari che stanno rientrando con le ultime corse che vanno verso la provincia. Una signora viene colpita e finisce in codice verde al Fatebenefratelli. La Polfer della stazione decide di chiamare la questura, per chiedere aiuto. Così interviene anche la polizia, con dieci pattuglie. E proprio quando arriva si scatena la furia di Hamis, che inizia a lanciare sempre più sassi della massicciata contro le forze dell’ordine. I poliziotti vengono presi più volte, ma cercano comunque di fermarlo. Sono costretti a fermare la circolazione dei treni e si mettono a inseguirlo. Provano a bloccarlo con il taser ma sul piumino spesso che porta Hamis non c’è molto da fare. La scossa che dovrebbe tramortirlo non ha effetto.
Così lui si gira e si scaglia con un coltello di 30 centimetri contro il vice ispettore Christian Di Martino, 35 anni, originario di Ischia. Lo colpisce più volte all’addome e alla schiena. Nella colluttazione prova a ferire anche gli altri agenti, mentre si trova per terra. Poi, finalmente, viene immobilizzato e fermato. Di Martino sarà portato d’urgenza all’ospedale Niguarda. Ha ferite agli organi interni. Subisce cinque arresti cardiaci, ha perso un rene e sono già servite più di 70 trasfusioni, 40 di sangue e 30 di plasma. Al suo fianco ci sono la fidanzata e il padre. Mentre scriviamo, si trova in prognosi riservata. Lotta ancora tra la vita e la morte.
È questa la cronaca di una nottata da incubo per le forze dell’ordine di Milano. Una delle tante che ormai caratterizzano da anni il capoluogo lombardo. A dirlo sono le statistiche del Viminale che lo scorso anno ha piazzato la città in cima all’indice della criminalità nelle province italiane. «Come ha recentemente ricordato il questore, nel 2023 gli agenti vittime di aggressioni sono stati 98: un dato molto preoccupante, che deve far riflettere. Importante anche sottolineare che gli episodi di violenza molto spesso si verificano nelle aree adiacenti alle stazioni, che da troppo tempo sono lasciate alla criminalità», ricorda Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, componente della commissione d’inchiesta alla Camera sulla Sicurezza e sul degrado delle periferie in Italia ed ex vicesindaco di Milano. A gennaio, un agente della polizia Locale era stato accoltellato durante un controllo antidroga a Colico. In un’indagine del 2022 di Asaps.it, erano stati calcolati 2.678 gli episodi di violenza contro le forze dell’ordine. Con un incremento di aggressioni fisiche, soprattutto contro la polizia di Stato, pari al 47,2%, mentre L’Arma dei carabinieri arrivava al 38,6%. Il restante riguardava la polizia locale.
A farsi sentire in queste ore sono soprattutto i sindacati di polizia. «Stiamo tutti pregando affinché quanto prima arrivi la notizia che Di Martino sia dichiarato fuori pericolo di vita», spiega il segretario generale del Siulp, Felice Romano, «e posso solo augurarmi che arrivi presto questa notizia, perché non ne possiamo più. Provo imbarazzo in un momento come questo ma è la pura realtà: subiamo una aggressione ogni tre ore, noi come tutte le helping profession, e mi riferisco anche alla maestra schiaffeggiata a Ostia. Il tutto di fronte a una diffusa convinzione che tutto ciò possa rientrare in una normalità oramai quasi inevitabile. Per il Siulp, da sempre, questa non può essere la quotidianità. È urgente e indifferibile cambiare le norme. Insisto, nella mente di ogni singolo delinquente c’è la certezza di una impunità pressoché totale e se esistesse il reato di concorso morale in omissione nel non aver dato risposte a tutte le donne e gli uomini in divisa che servono il nostro Paese, oggi sarebbero in tanti a doverne rispondere».
E ancora. «Le aggressioni ai poliziotti non dovrebbero essere tollerate in un paese democratico», spiegava ieri il sindacato di polizia Consap. «Non possiamo non rimarcare che l’accoltellatore delinque in questo Paese da oltre dieci anni e ha precedenti specifici proprio per possesso di coltello, una circostanza che documenta nei fatti come sia possibile commettere reati e farla franca, fino al momento in cui si alza il tiro e un poliziotto di 35 anni si ritrova a lottare tra la vita e la morte», ha commentato il segretario generale nazionale della Consap, Patrizio Del Bon, «Ci aspettiamo che la politica possa individuare correttivi di legge che consentano di prevenire queste situazioni, con misure adeguate a contrastare la pericolosità del personaggio in questione e dei tanti che, come lui, scorrazzano in lungo e in largo in Italia, sia che essi siano legati a problemi psichici o natura violenta».
Questa mattina Hamis comparirà di fronte al giudice. Sarà valutato anche se era sotto effetto di alcol o di sostanze stupefacenti.
La paranoia fascista ci ha indebolito. Quando serve, la forza si deve usare
Se fosse un poliziotto ungherese, non sarebbe in fin di vita; un paio di manette al criminale marocchino e tutti sereni. Se fosse un gendarme francese, spagnolo, tedesco non sarebbe stato sette ore sotto i ferri e non avrebbe subito 70 trasfusioni di plasma, perché spagnoli, francesi e tedeschi sparano prima di essere aggrediti. Se fosse un bobby inglese, Christian Di Martino non sarebbe in terapia intensiva perché la regola d’ingaggio con il malvivente psicopatico avrebbe previsto il ginocchio sulla schiena (all’americana). E perché a Londra non si preoccupano di ciò che scrive il Guardian con infido pietismo.
Invece all’ospedale Niguarda di Milano c’è un giovane servitore dello Stato che lotta per sopravvivere, un vice ispettore delle Volanti, di 35 anni, ormai senza un rene e con il duodeno spappolato, aggredito con tre coltellate al fianco mentre stava tentando di rendere inoffensivo Hasan Hamis, un immigrato marocchino irregolare, pluricondannato e mai rimpatriato. Una vicenda di cronaca consueta, che potrebbe essere raccontata dall’intelligenza artificiale per l’ampia casistica in archivio. Una tragedia destinata a non insegnare niente nell’Italia con l’hobby fetido della delegittimazione delle forze dell’ordine e della doppia morale di un progressismo becero che da due anni - in nome del ritorno del fascismo marziano - fa passare il messaggio che la polizia sia il braccio armato del nemico.
Almeno fosse armato. Almeno Christian Di Martino non avesse lasciato penzolare, racchiusa nella fondina come un’inutile appendice, la pistola d’ordinanza. Chi campa nei talk show e detta regole di democrazia con il ditino alzato dovrebbe sapere che in Occidente, in tutto l’Occidente civile tranne che in Italia, un fuorilegge non può avvinghiarsi a un poliziotto con un coltello in mano e 20 centimetri di rabbia nella lama. Dieci pattuglie erano intervenute nella stazione di Lambrate per dar man forte alla Polfer nel tentativo di ridurre alla ragione il folle che stava lanciando sassi contro i treni (passatempo consueto). Dieci pattuglie per fermare chi aveva colpito alla testa una passante e ferito due agenti della polizia ferroviaria. Non avrebbero mai potuto arrestarlo con i mazzi di fiori e una copia del Piccolo principe.
In virtù del conformismo politico-mediatico dominante, quelle dieci pattuglie non avrebbero mai potuto usare la forza, se non a rischio di inchieste giudiziarie e gogna mediatica della sinistra militante di redazione. Niente sberle, niente manette, il taser solo dove non serve (e infatti sul giubbotto non è servito). Le pistole mai. Come se la criminalità straniera fosse un circolo del cucito e godesse di un lasciapassare morale. «Le armi non servono, serve la cultura». Sembra di sentirli, i Massimo Giannini, i Corrado Formigli e le Lilli Gruber, nelle loro omelie al pistacchio, mentre stigmatizzano la repressione guardando il video di Repubblica girato da qualche manina sulla «deriva autoritaria al tempo di Giorgia Meloni».
Pura ipocrisia, sulla quale si sta, purtroppo, appiattendo anche l’esecutivo, più preoccupato degli editoriali indignati di Gad Lerner e Michele Serra che di difendere i propri uomini e i propri cittadini. Eppure nello Stato diritto l’uso della forza per garantire la legalità è previsto dai codici, si chiama deterrenza. Il senso di debolezza, l’omologazione per quieto vivere alle logiche perdenti da centro sociale si pagano. Anche nelle urne. Sveglia, tornate sulla Terra. Ieri Felice Romano, numero uno del Siulp, ha messo il dito nella piaga: «In questo Paese c’è la perdita di autorevolezza delle istituzioni e la totale certezza di impunità per chi delinque».
Nel clima di smobilitazione civile è ormai passato un messaggio che certi criminali arrivati da lontano hanno interiorizzato al meglio: in Italia tutto è permesso, pure tentare di uccidere un poliziotto a coltellate per puro sfizio. E la copertura dei malviventi è mefitica. Per dire, ieri alle 18 nel titolo della homepage del Corriere della Sera non c’era neppure il nome dell’aggressore, solo «poliziotto accoltellato da un 37enne». In realtà un delinquente matricolato, già condannato per rapina e lesioni, denunciato per avere minacciato con un rasoio dei passeggeri alla stazione di Bologna, in possesso di un decreto di espulsione (carta straccia). Non certo un figlio sfortunato del Terzo mondo.
Nella notte da incubo di Milano siamo tutti vittime della narrazione. Quella abituale e perversa dei buonisti per decreto. La narrazione secondo la quale Ilaria Salis non può essere mostrata in manette in un’aula di tribunale a Budapest. La cattiva maestrina ha una fedina penale lunga un chilometro ma candidiamola all’Europarlamento, signora mia, perché è una vittima. La stessa narrazione che induce allo scandalo perché un italiano è stato arrestato a Miami per avere messo le mani addosso a un poliziotto. Perfino le serie tv insegnano che laggiù è meglio tenerle in tasca, le mani, davanti a una divisa.
La narrazione tossica imperversa. Mentre Christian Di Martino è aggrappato a tubi e macchinari per vivere, il sindaco di Gotham City, Beppe Sala (concentrato sulla biodiversità delle aiuole, sul divieto dei gelati dopo la mezzanotte e su tutto lo sciocchezzaio green), pensa solo ad allontanare da sé le responsabilità politiche. Come se il borgomastro di Milano fosse un altro, addita il governo: «Doveva espellere quell’uomo, non ha fatto il proprio dovere». Sa di essere protetto dalla demagogia sinistra di una città senza controllo. Ed è pronto a mostrare gli artigli, com’è già accaduto, solo contro la prossima retata del questore.
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L’uomo, soggetto a decreti d’espulsione, tirava sassi ai vagoni. Per l’agente 70 trasfusioni e 5 arresti cardiaci: ha perso un rene.Chi fa rispettar le leggi non può ricorrere alle armi, pena la gogna pubblica. I buonisti s’indignano sulle catene alla Salis e non per un servitore dello Stato in fin di vita. Così i criminali sanno che in Italia tutto è permesso.Lo speciale contiene due articoliSono da poco passate le 23 di mercoledì alla stazione di Lambrate di Milano, quando un uomo completamente fuori controllo inizia a dare in escandescenza. È uno dei tanti balordi che bazzica la stazione, facendo la spola con piazza Gobetti, zona di spaccio e rifugio per molti tossici. È un marocchino irregolare, ha 37 anni e si chiama Hasan Hamis. È totalmente fuori controllo. Tanto che, al binario 12, inizia a lanciare pietre contro i treni e contro i pendolari che stanno rientrando con le ultime corse che vanno verso la provincia. Una signora viene colpita e finisce in codice verde al Fatebenefratelli. La Polfer della stazione decide di chiamare la questura, per chiedere aiuto. Così interviene anche la polizia, con dieci pattuglie. E proprio quando arriva si scatena la furia di Hamis, che inizia a lanciare sempre più sassi della massicciata contro le forze dell’ordine. I poliziotti vengono presi più volte, ma cercano comunque di fermarlo. Sono costretti a fermare la circolazione dei treni e si mettono a inseguirlo. Provano a bloccarlo con il taser ma sul piumino spesso che porta Hamis non c’è molto da fare. La scossa che dovrebbe tramortirlo non ha effetto. Così lui si gira e si scaglia con un coltello di 30 centimetri contro il vice ispettore Christian Di Martino, 35 anni, originario di Ischia. Lo colpisce più volte all’addome e alla schiena. Nella colluttazione prova a ferire anche gli altri agenti, mentre si trova per terra. Poi, finalmente, viene immobilizzato e fermato. Di Martino sarà portato d’urgenza all’ospedale Niguarda. Ha ferite agli organi interni. Subisce cinque arresti cardiaci, ha perso un rene e sono già servite più di 70 trasfusioni, 40 di sangue e 30 di plasma. Al suo fianco ci sono la fidanzata e il padre. Mentre scriviamo, si trova in prognosi riservata. Lotta ancora tra la vita e la morte. È questa la cronaca di una nottata da incubo per le forze dell’ordine di Milano. Una delle tante che ormai caratterizzano da anni il capoluogo lombardo. A dirlo sono le statistiche del Viminale che lo scorso anno ha piazzato la città in cima all’indice della criminalità nelle province italiane. «Come ha recentemente ricordato il questore, nel 2023 gli agenti vittime di aggressioni sono stati 98: un dato molto preoccupante, che deve far riflettere. Importante anche sottolineare che gli episodi di violenza molto spesso si verificano nelle aree adiacenti alle stazioni, che da troppo tempo sono lasciate alla criminalità», ricorda Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, componente della commissione d’inchiesta alla Camera sulla Sicurezza e sul degrado delle periferie in Italia ed ex vicesindaco di Milano. A gennaio, un agente della polizia Locale era stato accoltellato durante un controllo antidroga a Colico. In un’indagine del 2022 di Asaps.it, erano stati calcolati 2.678 gli episodi di violenza contro le forze dell’ordine. Con un incremento di aggressioni fisiche, soprattutto contro la polizia di Stato, pari al 47,2%, mentre L’Arma dei carabinieri arrivava al 38,6%. Il restante riguardava la polizia locale. A farsi sentire in queste ore sono soprattutto i sindacati di polizia. «Stiamo tutti pregando affinché quanto prima arrivi la notizia che Di Martino sia dichiarato fuori pericolo di vita», spiega il segretario generale del Siulp, Felice Romano, «e posso solo augurarmi che arrivi presto questa notizia, perché non ne possiamo più. Provo imbarazzo in un momento come questo ma è la pura realtà: subiamo una aggressione ogni tre ore, noi come tutte le helping profession, e mi riferisco anche alla maestra schiaffeggiata a Ostia. Il tutto di fronte a una diffusa convinzione che tutto ciò possa rientrare in una normalità oramai quasi inevitabile. Per il Siulp, da sempre, questa non può essere la quotidianità. È urgente e indifferibile cambiare le norme. Insisto, nella mente di ogni singolo delinquente c’è la certezza di una impunità pressoché totale e se esistesse il reato di concorso morale in omissione nel non aver dato risposte a tutte le donne e gli uomini in divisa che servono il nostro Paese, oggi sarebbero in tanti a doverne rispondere». E ancora. «Le aggressioni ai poliziotti non dovrebbero essere tollerate in un paese democratico», spiegava ieri il sindacato di polizia Consap. «Non possiamo non rimarcare che l’accoltellatore delinque in questo Paese da oltre dieci anni e ha precedenti specifici proprio per possesso di coltello, una circostanza che documenta nei fatti come sia possibile commettere reati e farla franca, fino al momento in cui si alza il tiro e un poliziotto di 35 anni si ritrova a lottare tra la vita e la morte», ha commentato il segretario generale nazionale della Consap, Patrizio Del Bon, «Ci aspettiamo che la politica possa individuare correttivi di legge che consentano di prevenire queste situazioni, con misure adeguate a contrastare la pericolosità del personaggio in questione e dei tanti che, come lui, scorrazzano in lungo e in largo in Italia, sia che essi siano legati a problemi psichici o natura violenta». Questa mattina Hamis comparirà di fronte al giudice. 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Se fosse un bobby inglese, Christian Di Martino non sarebbe in terapia intensiva perché la regola d’ingaggio con il malvivente psicopatico avrebbe previsto il ginocchio sulla schiena (all’americana). E perché a Londra non si preoccupano di ciò che scrive il Guardian con infido pietismo. Invece all’ospedale Niguarda di Milano c’è un giovane servitore dello Stato che lotta per sopravvivere, un vice ispettore delle Volanti, di 35 anni, ormai senza un rene e con il duodeno spappolato, aggredito con tre coltellate al fianco mentre stava tentando di rendere inoffensivo Hasan Hamis, un immigrato marocchino irregolare, pluricondannato e mai rimpatriato. Una vicenda di cronaca consueta, che potrebbe essere raccontata dall’intelligenza artificiale per l’ampia casistica in archivio. Una tragedia destinata a non insegnare niente nell’Italia con l’hobby fetido della delegittimazione delle forze dell’ordine e della doppia morale di un progressismo becero che da due anni - in nome del ritorno del fascismo marziano - fa passare il messaggio che la polizia sia il braccio armato del nemico. Almeno fosse armato. Almeno Christian Di Martino non avesse lasciato penzolare, racchiusa nella fondina come un’inutile appendice, la pistola d’ordinanza. Chi campa nei talk show e detta regole di democrazia con il ditino alzato dovrebbe sapere che in Occidente, in tutto l’Occidente civile tranne che in Italia, un fuorilegge non può avvinghiarsi a un poliziotto con un coltello in mano e 20 centimetri di rabbia nella lama. Dieci pattuglie erano intervenute nella stazione di Lambrate per dar man forte alla Polfer nel tentativo di ridurre alla ragione il folle che stava lanciando sassi contro i treni (passatempo consueto). Dieci pattuglie per fermare chi aveva colpito alla testa una passante e ferito due agenti della polizia ferroviaria. Non avrebbero mai potuto arrestarlo con i mazzi di fiori e una copia del Piccolo principe. In virtù del conformismo politico-mediatico dominante, quelle dieci pattuglie non avrebbero mai potuto usare la forza, se non a rischio di inchieste giudiziarie e gogna mediatica della sinistra militante di redazione. Niente sberle, niente manette, il taser solo dove non serve (e infatti sul giubbotto non è servito). Le pistole mai. Come se la criminalità straniera fosse un circolo del cucito e godesse di un lasciapassare morale. «Le armi non servono, serve la cultura». Sembra di sentirli, i Massimo Giannini, i Corrado Formigli e le Lilli Gruber, nelle loro omelie al pistacchio, mentre stigmatizzano la repressione guardando il video di Repubblica girato da qualche manina sulla «deriva autoritaria al tempo di Giorgia Meloni». Pura ipocrisia, sulla quale si sta, purtroppo, appiattendo anche l’esecutivo, più preoccupato degli editoriali indignati di Gad Lerner e Michele Serra che di difendere i propri uomini e i propri cittadini. Eppure nello Stato diritto l’uso della forza per garantire la legalità è previsto dai codici, si chiama deterrenza. Il senso di debolezza, l’omologazione per quieto vivere alle logiche perdenti da centro sociale si pagano. Anche nelle urne. Sveglia, tornate sulla Terra. Ieri Felice Romano, numero uno del Siulp, ha messo il dito nella piaga: «In questo Paese c’è la perdita di autorevolezza delle istituzioni e la totale certezza di impunità per chi delinque». Nel clima di smobilitazione civile è ormai passato un messaggio che certi criminali arrivati da lontano hanno interiorizzato al meglio: in Italia tutto è permesso, pure tentare di uccidere un poliziotto a coltellate per puro sfizio. E la copertura dei malviventi è mefitica. Per dire, ieri alle 18 nel titolo della homepage del Corriere della Sera non c’era neppure il nome dell’aggressore, solo «poliziotto accoltellato da un 37enne». In realtà un delinquente matricolato, già condannato per rapina e lesioni, denunciato per avere minacciato con un rasoio dei passeggeri alla stazione di Bologna, in possesso di un decreto di espulsione (carta straccia). Non certo un figlio sfortunato del Terzo mondo. Nella notte da incubo di Milano siamo tutti vittime della narrazione. Quella abituale e perversa dei buonisti per decreto. La narrazione secondo la quale Ilaria Salis non può essere mostrata in manette in un’aula di tribunale a Budapest. La cattiva maestrina ha una fedina penale lunga un chilometro ma candidiamola all’Europarlamento, signora mia, perché è una vittima. La stessa narrazione che induce allo scandalo perché un italiano è stato arrestato a Miami per avere messo le mani addosso a un poliziotto. Perfino le serie tv insegnano che laggiù è meglio tenerle in tasca, le mani, davanti a una divisa. La narrazione tossica imperversa. Mentre Christian Di Martino è aggrappato a tubi e macchinari per vivere, il sindaco di Gotham City, Beppe Sala (concentrato sulla biodiversità delle aiuole, sul divieto dei gelati dopo la mezzanotte e su tutto lo sciocchezzaio green), pensa solo ad allontanare da sé le responsabilità politiche. Come se il borgomastro di Milano fosse un altro, addita il governo: «Doveva espellere quell’uomo, non ha fatto il proprio dovere». Sa di essere protetto dalla demagogia sinistra di una città senza controllo. Ed è pronto a mostrare gli artigli, com’è già accaduto, solo contro la prossima retata del questore.
Donald Trump (Ansa)
Un report della Fed rileva che nel 2025 le aziende e i consumatori statunitensi hanno pagato quasi il 90% del costo legato alle tariffe.
L’impatto sull’inflazione è stato comunque più contenuto di quanto molti economisti temessero. La crescita dei prezzi al consumo è scesa dal 3% di gennaio 2025 al 2,7% di dicembre. I funzionari della Fed sostengono che gli effetti si faranno sentire nel corso di quest’anno, con il calo delle scorte e i conseguenti rincari da parte delle aziende. Nel dubbio che questo scenario si avveri, la Casa Bianca starebbe, secondo il Financial Times, valutando un passo indietro sulla politica doganale a cominciare dai dazi su acciaio e alluminio.
L’aumento dei costi delle materie prime importate ha, infatti, portato a un ritocco al rialzo dei listini dei prodotti quotidiani, dai semplici stampi per le torte fino alle lattine per alimenti e bevande. Lo scorso anno il presidente degli Stati Uniti, con un ordine esecutivo, aveva imposto tariffe sulle importazioni di acciaio e alluminio del 50%, a prescindere dal Paese di origine, estendendo il prelievo fiscale anche a beni realizzati con questi metalli, tra cui lavatrici e forni.
Il malessere dei consumatori sulla accessibilità economica negli Stati Uniti, sempre secondo il Financial Times, avrebbe spinto l’amministrazione di Washington a riconsiderare l’efficacia di tali misure. Il costo della vita potrebbe diventare un fattore determinante in vista delle elezioni di midterm, in programma per novembre.
Pertanto, sempre secondo quanto riportato dal quotidiano finanziario, la Casa Bianca starebbe pianificando una riduzione mirata delle tariffe su acciaio e alluminio. Il nuovo orientamento prevede una revisione accurata degli elenchi dei prodotti colpiti. Al posto dei dazi generalizzati, il governo statunitense intenderebbe avviare indagini di sicurezza nazionale più circoscritte e mirate su singole categorie di merci.
Una politica di passi in avanti e repentini ripensamenti, a suo tempo castigata dal Ft che appioppò al presidente americano il nomignolo di Taco, che sta per Trump always chickens out (Trump si tira sempre indietro). Ma tra il quotidiano londinese e la Casa Bianca non è mai corso buon sangue e anche questa volta, il consigliere commerciale della Casa Bianca, Peter Navarro, si è affrettato a smentire le indiscrezioni bollandole come «fake news basate su fonti anonime che vogliono sabotare la politica commerciale di Trump». Poi ha ribadito che l’acciaio e l’alluminio sono «sacri» per questa amministrazione e «non c’è alcun fondamento nel fatto che stiamo pensando di ridurre i dazi. Trump ha come regola che non ammette eccezioni o esclusioni».
Intanto, Stati Uniti e Taiwan hanno firmato l’accordo sulla riduzione dei dazi americani a carico dei beni importati da Taipei, assieme agli impegni di spesa dell’isola per i prodotti a stelle e strisce. L’intesa mette nero su bianco quanto concordato a gennaio sul taglio delle tariffe statunitensi su molte esportazioni taiwanesi dal 20% al 15% e sul contestuale aumento degli investimenti nel settore tecnologico americano. Un accordo che è anche in chiave anti Cina, dal momento che Pechino è fortemente contraria a rapporti formali tra Washington e Taipei. Taiwan prevede di aumentare gli acquisti dagli Usa, fino al 2029. In ballo ci sono 44,4 miliardi di dollari in gas naturale liquefatto e petrolio, 15,2 miliardi in aerei e motori civili, altri 25,2 miliardi in apparecchiature elettriche, reti elettriche e altri prodotti.
Intanto la Camera degli Stati Uniti, a maggioranza repubblicana, ha votato per revocare i dazi decisi da Trump sul Canada. Sei deputati conservatori, appartenenti all’ala più moderata del Grand old party, si sono uniti ai colleghi democratici e votato a favore del blocco dei dazi al Canada, consentendo alla Camera di approvare una misura che lo speaker Mike Johnson e il presidente in persona avevano con tutte le loro forze cercato di fermare. Sono crepe, queste nella maggioranza, che indicano come sia tutta in salita la strada per i repubblicani in vista dell’appuntamento elettorale del prossimo novembre.
C’è, poi, il caso pendente alla Corte suprema che dovrà decidere sulla legittimità delle tariffe Usa. Tuttavia, anche in caso di sconfitta, il presidente Trump potrà adottare nuove barriere commerciali all’importazione utilizzando una base giuridica differente.
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Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
È un vero e proprio test sulla tenuta delle relazioni transatlantiche quello attorno a cui ruota la Conferenza sulla sicurezza iniziata ieri a Monaco.
Per comprenderlo, basta guardare alle parole pronunciate dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz: «La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse è già persa», ha detto. «Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata», ha proseguito, per poi aggiungere: «L’ordine internazionale basato su diritti e regole non esiste più come una volta, è iniziata una nuova era». «Noi tedeschi sappiamo che un mondo in cui la legge è dettata dalla forza sarebbe un posto buio. Il nostro Paese ha imboccato questa strada nel XX secolo, fino a una fine amara e terribile», ha continuato il cancelliere, che ha anche messo in guardia la platea di Monaco dall’ascesa della Cina.
«In futuro, Pechino potrebbe trovarsi sullo stesso piano degli Stati Uniti in termini militari», ha affermato. «Nell’era della rivalità tra grandi potenze, nemmeno gli Stati Uniti saranno abbastanza potenti da poter agire da soli. Cari amici, far parte della Nato non è solo un vantaggio competitivo per l’Europa, ma anche per gli Stati Uniti. Quindi, ripristiniamo e rilanciamo insieme la fiducia transatlantica. Noi europei stiamo facendo la nostra parte», ha anche detto, rivolgendosi agli Usa. Nell’occasione, Merz ha reso noto di essere in trattative con il presidente francese, Emmanuel Macron, per l’eventuale creazione di una forza nucleare europea congiunta. «Non lo faremo cancellando la Nato. Lo faremo costruendo un pilastro europeo forte e autosufficiente all’interno dell’Alleanza», ha precisato. Il cancelliere non ha comunque risparmiato ulteriori stoccate alla Casa Bianca. «Non crediamo nei dazi e nel protezionismo, ma nel libero scambio. Ci atteniamo agli accordi sul clima e all’Oms perché siamo convinti che le sfide globali possano essere risolte solo insieme», ha detto, sottolineando inoltre di voler rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale «più forte d’Europa».
Insomma, il cancelliere ha cercato una sorta di via intermedia: pur criticando duramente l’amministrazione Trump, non è parso intenzionato a rompere i rapporti transatlantici e, almeno per ora, pare orientato verso una posizione più morbida di quella francese che, negli scorsi mesi, ha più volte invocato lo scontro diretto con Washington (si pensi soltanto alla questione dei dazi). Sotto questo aspetto, si registra grande attesa per il discorso che terrà oggi Marco Rubio. «L’Europa è importante per noi. Siamo molto legati all’Europa. Credo che la maggior parte delle persone in questo Paese possa far risalire la propria eredità culturale o personale all’Europa. Siamo profondamente legati all’Europa e il nostro futuro è sempre stato legato a questo continente e continuerà a esserlo. Quindi, dobbiamo solo parlare di come sarà questo futuro», ha affermato il segretario di Stato americano prima di partire per Monaco, dove è arrivato ieri. E proprio nella giornata di ieri, Rubio ha avuto vari meeting, incontrando, tra gli altri, lo stesso Merz e il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.
Non solo. Il capo del dipartimento di Stato americano ha avuto anche dei colloqui definiti «costruttivi» con i premier di Danimarca e Groenlandia, Mette Frederiksen e Jens Frederik Nielsen. In questo quadro, secondo il segretario generale dell’Alleanza atlantica Mark Rutte, oggi Rubio «continuerà senza dubbio a spingere gli europei ad assumere un ruolo di maggiore leadership nella Nato e a renderla maggiormente guidata dall’Europa». «Mi aspetto che ciò contribuisca solo a rafforzare il legame degli Stati Uniti con la Nato», ha anche affermato.
E attenzione. Washington non guarda soltanto alla necessità di riformare l’Alleanza atlantica: punta a fare altrettanto con l’Onu. «Stiamo spingendo con forza affinché l’Onu torni alle origini, a quella funzione di pacificazione e mantenimento della pace che è stata fondamentale fin dalla sua fondazione», ha dichiarato, ieri, l’ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, sostenendo che l’Onu vada messa «a dieta». «Tutti concordano sul fatto che sia necessaria una riforma», ha precisato.
A tenere banco, è infine stata la crisi ucraina. Pur dicendosi a favore di una «pace negoziata», Macron, in un discorso un po’ velleitario in cui ha definito l’Europa un «esempio» da seguire, ha detto che «la risposta non può essere cedere alle richieste della Russia, ma aumentare la pressione sulla Russia». Il presidente francese ha quindi cercato di rivendicare un peso diplomatico per l’Europa. «Nessuna pace senza gli europei. Voglio essere molto chiaro: si può negoziare senza gli europei, se si preferisce, ma non si arriverà alla pace al tavolo delle trattative», ha affermato, per poi aggiungere comunque che, a seguito della pace in Ucraina, l’Europa dovrà elaborare delle «regole di coesistenza» con la Russia.
Tutto questo, senza risparmiare stoccate agli Usa su dazi e Groenlandia. Non solo. Il capo dell’Eliseo ha invocato la regolamentazione dei social media, elogiando il Dsa: un passaggio, questo, che probabilmente irriterà assai Washington. Infine, Macron ha cercato di far leva sul settore della Difesa - e specialmente sui missili a lungo raggio - per avvicinarsi maggiormente a Berlino. Il presidente francese ha, in particolare, detto che bisogna «riformulare la deterrenza nucleare» e, a tal proposito, ha reso noto di aver «avviato un dialogo strategico» con Merz.
L’asse Roma-Berlino è un segnale. Ue moribonda, è l’ora delle nazioni
Dopo lo choc dello scorso anno con il discorso di J.D. Vance, quest’anno la Conferenza annuale sulla sicurezza ha portato a Monaco Marco Rubio, il segretario di Stato dell’amministrazione di Donald Trump. Un anno di presidenza Trump ha già sconvolto a sufficienza l’azzimata Europa e Rubio, probabilmente, sarà più morbido di quanto fu il vicepresidente un anno fa. In una città militarizzata (circa 5.000 poliziotti sono stati dispiegati per l’evento, con unità cinofile e cecchini sui tetti) il segretario parlerà oggi alla conferenza. Morbido non significa, però, meno determinato: «Il vecchio mondo è finito», ha detto Rubio prima di partire per Monaco. «Viviamo in una nuova era geopolitica e questo richiederà a tutti noi di riesaminare come si presenta e quale sarà il nostro ruolo».
Certamente il segretario di Stato nel suo discorso di oggi terrà il punto che più volte è stato sottolineato da Washington, stimolando l’Europa a fare di più come alleato e a ritornare ai fondamenti della democrazia europea, che Vance lo scorso anno aveva criticato duramente.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo ha citato all’inizio del suo lungo discorso: «Lasciatemi iniziare con la scomoda verità: tra l’Europa e gli Usa si è aperto un divario. Il vicepresidente J.D. Vance lo ha detto molto apertamente un anno fa qui a Monaco e aveva ragione, noi non crediamo nei dazi doganali e nel protezionismo, ma nel libero scambio». L’Europa è reduce dal molto fumoso vertice a 27 per salvare sé stessa dalla crisi e arriva divisa (tanto per cambiare) a questo importante appuntamento annuale.
Il nuovo ruolo di guida assunto dal duo Friedrich Merz-Giorgia Meloni potrebbe, però, essere un primo segnale verso gli Stati Uniti che, nel Documento strategico sulla sicurezza nazionale del novembre 2025, avevano indicato nell’Unione europea l’origine della debolezza dell’alleato europeo: «Tra i problemi più ampi che l’Europa deve affrontare rientrano le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la soppressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi», si legge nel documento.
Il ritorno a un maggiore protagonismo degli Stati nazionali in Europa, la fine della furia regolatoria dell’Unione e una maggiore assunzione di responsabilità nella difesa è ciò che chiedono gli Usa. Il nuovo tandem italo-tedesco che sta assumendo leadership in Europa sembra voglia cogliere questi stimoli. Per ragioni diverse, ma in maniera convergente.
La Francia al momento è in una situazione critica a causa della instabilità politica, con l’ennesimo governo fragilissimo e un Emmanuel Macron il cui indice di gradimento è crollato a un drammatico 19%, e delle difficoltà economiche. Senza consenso in patria, isolato su dossier importanti in Europa e in tensione con Washington dopo la questione Groenlandia, per Macron l’unica opzione resta quella nucleare. L’unico Paese Ue ad avere un arsenale atomico è la Francia e il richiamo che Merz ha fatto ieri nel suo discorso ad una deterrenza europea riporta il presidente francese nella discussione.
Dopo gli scossoni dell’ultimo anno e le tensioni poi rientrate sulla Groenlandia, chi parla di una improbabile rottura tra Usa ed Europa non ha colto che in realtà è anche interesse dell’Europa assumere maggiore autonomia. Al quadro manca, però, la consapevolezza che, per farlo, la sovrastruttura dell’Unione non è adatta, mentre la cooperazione rafforzata su singoli temi può essere una strada percorribile. Non è un caso che ieri il cancelliere tedesco e il segretario di Stato americano abbiano avuto un bilaterale durato trenta minuti.
Al di là delle dichiarazioni roboanti e degli alati discorsi, Monaco 2026 potrebbe essere l’occasione di un rilancio dei rapporti tra Usa ed Europa, una volta compreso che tocca agli Stati nazionali muoversi, le uniche entità che rappresentano democraticamente i cittadini.
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