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2024-05-10
Clandestino da 22 anni accoltella poliziotto
Ansa
Sono da poco passate le 23 di mercoledì alla stazione di Lambrate di Milano, quando un uomo completamente fuori controllo inizia a dare in escandescenza. È uno dei tanti balordi che bazzica la stazione, facendo la spola con piazza Gobetti, zona di spaccio e rifugio per molti tossici. È un marocchino irregolare, ha 37 anni e si chiama Hasan Hamis.
È totalmente fuori controllo. Tanto che, al binario 12, inizia a lanciare pietre contro i treni e contro i pendolari che stanno rientrando con le ultime corse che vanno verso la provincia. Una signora viene colpita e finisce in codice verde al Fatebenefratelli. La Polfer della stazione decide di chiamare la questura, per chiedere aiuto. Così interviene anche la polizia, con dieci pattuglie. E proprio quando arriva si scatena la furia di Hamis, che inizia a lanciare sempre più sassi della massicciata contro le forze dell’ordine. I poliziotti vengono presi più volte, ma cercano comunque di fermarlo. Sono costretti a fermare la circolazione dei treni e si mettono a inseguirlo. Provano a bloccarlo con il taser ma sul piumino spesso che porta Hamis non c’è molto da fare. La scossa che dovrebbe tramortirlo non ha effetto.
Così lui si gira e si scaglia con un coltello di 30 centimetri contro il vice ispettore Christian Di Martino, 35 anni, originario di Ischia. Lo colpisce più volte all’addome e alla schiena. Nella colluttazione prova a ferire anche gli altri agenti, mentre si trova per terra. Poi, finalmente, viene immobilizzato e fermato. Di Martino sarà portato d’urgenza all’ospedale Niguarda. Ha ferite agli organi interni. Subisce cinque arresti cardiaci, ha perso un rene e sono già servite più di 70 trasfusioni, 40 di sangue e 30 di plasma. Al suo fianco ci sono la fidanzata e il padre. Mentre scriviamo, si trova in prognosi riservata. Lotta ancora tra la vita e la morte.
È questa la cronaca di una nottata da incubo per le forze dell’ordine di Milano. Una delle tante che ormai caratterizzano da anni il capoluogo lombardo. A dirlo sono le statistiche del Viminale che lo scorso anno ha piazzato la città in cima all’indice della criminalità nelle province italiane. «Come ha recentemente ricordato il questore, nel 2023 gli agenti vittime di aggressioni sono stati 98: un dato molto preoccupante, che deve far riflettere. Importante anche sottolineare che gli episodi di violenza molto spesso si verificano nelle aree adiacenti alle stazioni, che da troppo tempo sono lasciate alla criminalità», ricorda Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, componente della commissione d’inchiesta alla Camera sulla Sicurezza e sul degrado delle periferie in Italia ed ex vicesindaco di Milano. A gennaio, un agente della polizia Locale era stato accoltellato durante un controllo antidroga a Colico. In un’indagine del 2022 di Asaps.it, erano stati calcolati 2.678 gli episodi di violenza contro le forze dell’ordine. Con un incremento di aggressioni fisiche, soprattutto contro la polizia di Stato, pari al 47,2%, mentre L’Arma dei carabinieri arrivava al 38,6%. Il restante riguardava la polizia locale.
A farsi sentire in queste ore sono soprattutto i sindacati di polizia. «Stiamo tutti pregando affinché quanto prima arrivi la notizia che Di Martino sia dichiarato fuori pericolo di vita», spiega il segretario generale del Siulp, Felice Romano, «e posso solo augurarmi che arrivi presto questa notizia, perché non ne possiamo più. Provo imbarazzo in un momento come questo ma è la pura realtà: subiamo una aggressione ogni tre ore, noi come tutte le helping profession, e mi riferisco anche alla maestra schiaffeggiata a Ostia. Il tutto di fronte a una diffusa convinzione che tutto ciò possa rientrare in una normalità oramai quasi inevitabile. Per il Siulp, da sempre, questa non può essere la quotidianità. È urgente e indifferibile cambiare le norme. Insisto, nella mente di ogni singolo delinquente c’è la certezza di una impunità pressoché totale e se esistesse il reato di concorso morale in omissione nel non aver dato risposte a tutte le donne e gli uomini in divisa che servono il nostro Paese, oggi sarebbero in tanti a doverne rispondere».
E ancora. «Le aggressioni ai poliziotti non dovrebbero essere tollerate in un paese democratico», spiegava ieri il sindacato di polizia Consap. «Non possiamo non rimarcare che l’accoltellatore delinque in questo Paese da oltre dieci anni e ha precedenti specifici proprio per possesso di coltello, una circostanza che documenta nei fatti come sia possibile commettere reati e farla franca, fino al momento in cui si alza il tiro e un poliziotto di 35 anni si ritrova a lottare tra la vita e la morte», ha commentato il segretario generale nazionale della Consap, Patrizio Del Bon, «Ci aspettiamo che la politica possa individuare correttivi di legge che consentano di prevenire queste situazioni, con misure adeguate a contrastare la pericolosità del personaggio in questione e dei tanti che, come lui, scorrazzano in lungo e in largo in Italia, sia che essi siano legati a problemi psichici o natura violenta».
Questa mattina Hamis comparirà di fronte al giudice. Sarà valutato anche se era sotto effetto di alcol o di sostanze stupefacenti.
La paranoia fascista ci ha indebolito. Quando serve, la forza si deve usare
Se fosse un poliziotto ungherese, non sarebbe in fin di vita; un paio di manette al criminale marocchino e tutti sereni. Se fosse un gendarme francese, spagnolo, tedesco non sarebbe stato sette ore sotto i ferri e non avrebbe subito 70 trasfusioni di plasma, perché spagnoli, francesi e tedeschi sparano prima di essere aggrediti. Se fosse un bobby inglese, Christian Di Martino non sarebbe in terapia intensiva perché la regola d’ingaggio con il malvivente psicopatico avrebbe previsto il ginocchio sulla schiena (all’americana). E perché a Londra non si preoccupano di ciò che scrive il Guardian con infido pietismo.
Invece all’ospedale Niguarda di Milano c’è un giovane servitore dello Stato che lotta per sopravvivere, un vice ispettore delle Volanti, di 35 anni, ormai senza un rene e con il duodeno spappolato, aggredito con tre coltellate al fianco mentre stava tentando di rendere inoffensivo Hasan Hamis, un immigrato marocchino irregolare, pluricondannato e mai rimpatriato. Una vicenda di cronaca consueta, che potrebbe essere raccontata dall’intelligenza artificiale per l’ampia casistica in archivio. Una tragedia destinata a non insegnare niente nell’Italia con l’hobby fetido della delegittimazione delle forze dell’ordine e della doppia morale di un progressismo becero che da due anni - in nome del ritorno del fascismo marziano - fa passare il messaggio che la polizia sia il braccio armato del nemico.
Almeno fosse armato. Almeno Christian Di Martino non avesse lasciato penzolare, racchiusa nella fondina come un’inutile appendice, la pistola d’ordinanza. Chi campa nei talk show e detta regole di democrazia con il ditino alzato dovrebbe sapere che in Occidente, in tutto l’Occidente civile tranne che in Italia, un fuorilegge non può avvinghiarsi a un poliziotto con un coltello in mano e 20 centimetri di rabbia nella lama. Dieci pattuglie erano intervenute nella stazione di Lambrate per dar man forte alla Polfer nel tentativo di ridurre alla ragione il folle che stava lanciando sassi contro i treni (passatempo consueto). Dieci pattuglie per fermare chi aveva colpito alla testa una passante e ferito due agenti della polizia ferroviaria. Non avrebbero mai potuto arrestarlo con i mazzi di fiori e una copia del Piccolo principe.
In virtù del conformismo politico-mediatico dominante, quelle dieci pattuglie non avrebbero mai potuto usare la forza, se non a rischio di inchieste giudiziarie e gogna mediatica della sinistra militante di redazione. Niente sberle, niente manette, il taser solo dove non serve (e infatti sul giubbotto non è servito). Le pistole mai. Come se la criminalità straniera fosse un circolo del cucito e godesse di un lasciapassare morale. «Le armi non servono, serve la cultura». Sembra di sentirli, i Massimo Giannini, i Corrado Formigli e le Lilli Gruber, nelle loro omelie al pistacchio, mentre stigmatizzano la repressione guardando il video di Repubblica girato da qualche manina sulla «deriva autoritaria al tempo di Giorgia Meloni».
Pura ipocrisia, sulla quale si sta, purtroppo, appiattendo anche l’esecutivo, più preoccupato degli editoriali indignati di Gad Lerner e Michele Serra che di difendere i propri uomini e i propri cittadini. Eppure nello Stato diritto l’uso della forza per garantire la legalità è previsto dai codici, si chiama deterrenza. Il senso di debolezza, l’omologazione per quieto vivere alle logiche perdenti da centro sociale si pagano. Anche nelle urne. Sveglia, tornate sulla Terra. Ieri Felice Romano, numero uno del Siulp, ha messo il dito nella piaga: «In questo Paese c’è la perdita di autorevolezza delle istituzioni e la totale certezza di impunità per chi delinque».
Nel clima di smobilitazione civile è ormai passato un messaggio che certi criminali arrivati da lontano hanno interiorizzato al meglio: in Italia tutto è permesso, pure tentare di uccidere un poliziotto a coltellate per puro sfizio. E la copertura dei malviventi è mefitica. Per dire, ieri alle 18 nel titolo della homepage del Corriere della Sera non c’era neppure il nome dell’aggressore, solo «poliziotto accoltellato da un 37enne». In realtà un delinquente matricolato, già condannato per rapina e lesioni, denunciato per avere minacciato con un rasoio dei passeggeri alla stazione di Bologna, in possesso di un decreto di espulsione (carta straccia). Non certo un figlio sfortunato del Terzo mondo.
Nella notte da incubo di Milano siamo tutti vittime della narrazione. Quella abituale e perversa dei buonisti per decreto. La narrazione secondo la quale Ilaria Salis non può essere mostrata in manette in un’aula di tribunale a Budapest. La cattiva maestrina ha una fedina penale lunga un chilometro ma candidiamola all’Europarlamento, signora mia, perché è una vittima. La stessa narrazione che induce allo scandalo perché un italiano è stato arrestato a Miami per avere messo le mani addosso a un poliziotto. Perfino le serie tv insegnano che laggiù è meglio tenerle in tasca, le mani, davanti a una divisa.
La narrazione tossica imperversa. Mentre Christian Di Martino è aggrappato a tubi e macchinari per vivere, il sindaco di Gotham City, Beppe Sala (concentrato sulla biodiversità delle aiuole, sul divieto dei gelati dopo la mezzanotte e su tutto lo sciocchezzaio green), pensa solo ad allontanare da sé le responsabilità politiche. Come se il borgomastro di Milano fosse un altro, addita il governo: «Doveva espellere quell’uomo, non ha fatto il proprio dovere». Sa di essere protetto dalla demagogia sinistra di una città senza controllo. Ed è pronto a mostrare gli artigli, com’è già accaduto, solo contro la prossima retata del questore.
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L’uomo, soggetto a decreti d’espulsione, tirava sassi ai vagoni. Per l’agente 70 trasfusioni e 5 arresti cardiaci: ha perso un rene.Chi fa rispettar le leggi non può ricorrere alle armi, pena la gogna pubblica. I buonisti s’indignano sulle catene alla Salis e non per un servitore dello Stato in fin di vita. Così i criminali sanno che in Italia tutto è permesso.Lo speciale contiene due articoliSono da poco passate le 23 di mercoledì alla stazione di Lambrate di Milano, quando un uomo completamente fuori controllo inizia a dare in escandescenza. È uno dei tanti balordi che bazzica la stazione, facendo la spola con piazza Gobetti, zona di spaccio e rifugio per molti tossici. È un marocchino irregolare, ha 37 anni e si chiama Hasan Hamis. È totalmente fuori controllo. Tanto che, al binario 12, inizia a lanciare pietre contro i treni e contro i pendolari che stanno rientrando con le ultime corse che vanno verso la provincia. Una signora viene colpita e finisce in codice verde al Fatebenefratelli. La Polfer della stazione decide di chiamare la questura, per chiedere aiuto. Così interviene anche la polizia, con dieci pattuglie. E proprio quando arriva si scatena la furia di Hamis, che inizia a lanciare sempre più sassi della massicciata contro le forze dell’ordine. I poliziotti vengono presi più volte, ma cercano comunque di fermarlo. Sono costretti a fermare la circolazione dei treni e si mettono a inseguirlo. Provano a bloccarlo con il taser ma sul piumino spesso che porta Hamis non c’è molto da fare. La scossa che dovrebbe tramortirlo non ha effetto. Così lui si gira e si scaglia con un coltello di 30 centimetri contro il vice ispettore Christian Di Martino, 35 anni, originario di Ischia. Lo colpisce più volte all’addome e alla schiena. Nella colluttazione prova a ferire anche gli altri agenti, mentre si trova per terra. Poi, finalmente, viene immobilizzato e fermato. Di Martino sarà portato d’urgenza all’ospedale Niguarda. Ha ferite agli organi interni. Subisce cinque arresti cardiaci, ha perso un rene e sono già servite più di 70 trasfusioni, 40 di sangue e 30 di plasma. Al suo fianco ci sono la fidanzata e il padre. Mentre scriviamo, si trova in prognosi riservata. Lotta ancora tra la vita e la morte. È questa la cronaca di una nottata da incubo per le forze dell’ordine di Milano. Una delle tante che ormai caratterizzano da anni il capoluogo lombardo. A dirlo sono le statistiche del Viminale che lo scorso anno ha piazzato la città in cima all’indice della criminalità nelle province italiane. «Come ha recentemente ricordato il questore, nel 2023 gli agenti vittime di aggressioni sono stati 98: un dato molto preoccupante, che deve far riflettere. Importante anche sottolineare che gli episodi di violenza molto spesso si verificano nelle aree adiacenti alle stazioni, che da troppo tempo sono lasciate alla criminalità», ricorda Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, componente della commissione d’inchiesta alla Camera sulla Sicurezza e sul degrado delle periferie in Italia ed ex vicesindaco di Milano. A gennaio, un agente della polizia Locale era stato accoltellato durante un controllo antidroga a Colico. In un’indagine del 2022 di Asaps.it, erano stati calcolati 2.678 gli episodi di violenza contro le forze dell’ordine. Con un incremento di aggressioni fisiche, soprattutto contro la polizia di Stato, pari al 47,2%, mentre L’Arma dei carabinieri arrivava al 38,6%. Il restante riguardava la polizia locale. A farsi sentire in queste ore sono soprattutto i sindacati di polizia. «Stiamo tutti pregando affinché quanto prima arrivi la notizia che Di Martino sia dichiarato fuori pericolo di vita», spiega il segretario generale del Siulp, Felice Romano, «e posso solo augurarmi che arrivi presto questa notizia, perché non ne possiamo più. Provo imbarazzo in un momento come questo ma è la pura realtà: subiamo una aggressione ogni tre ore, noi come tutte le helping profession, e mi riferisco anche alla maestra schiaffeggiata a Ostia. Il tutto di fronte a una diffusa convinzione che tutto ciò possa rientrare in una normalità oramai quasi inevitabile. Per il Siulp, da sempre, questa non può essere la quotidianità. È urgente e indifferibile cambiare le norme. Insisto, nella mente di ogni singolo delinquente c’è la certezza di una impunità pressoché totale e se esistesse il reato di concorso morale in omissione nel non aver dato risposte a tutte le donne e gli uomini in divisa che servono il nostro Paese, oggi sarebbero in tanti a doverne rispondere». E ancora. «Le aggressioni ai poliziotti non dovrebbero essere tollerate in un paese democratico», spiegava ieri il sindacato di polizia Consap. «Non possiamo non rimarcare che l’accoltellatore delinque in questo Paese da oltre dieci anni e ha precedenti specifici proprio per possesso di coltello, una circostanza che documenta nei fatti come sia possibile commettere reati e farla franca, fino al momento in cui si alza il tiro e un poliziotto di 35 anni si ritrova a lottare tra la vita e la morte», ha commentato il segretario generale nazionale della Consap, Patrizio Del Bon, «Ci aspettiamo che la politica possa individuare correttivi di legge che consentano di prevenire queste situazioni, con misure adeguate a contrastare la pericolosità del personaggio in questione e dei tanti che, come lui, scorrazzano in lungo e in largo in Italia, sia che essi siano legati a problemi psichici o natura violenta». Questa mattina Hamis comparirà di fronte al giudice. 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Se fosse un bobby inglese, Christian Di Martino non sarebbe in terapia intensiva perché la regola d’ingaggio con il malvivente psicopatico avrebbe previsto il ginocchio sulla schiena (all’americana). E perché a Londra non si preoccupano di ciò che scrive il Guardian con infido pietismo. Invece all’ospedale Niguarda di Milano c’è un giovane servitore dello Stato che lotta per sopravvivere, un vice ispettore delle Volanti, di 35 anni, ormai senza un rene e con il duodeno spappolato, aggredito con tre coltellate al fianco mentre stava tentando di rendere inoffensivo Hasan Hamis, un immigrato marocchino irregolare, pluricondannato e mai rimpatriato. Una vicenda di cronaca consueta, che potrebbe essere raccontata dall’intelligenza artificiale per l’ampia casistica in archivio. Una tragedia destinata a non insegnare niente nell’Italia con l’hobby fetido della delegittimazione delle forze dell’ordine e della doppia morale di un progressismo becero che da due anni - in nome del ritorno del fascismo marziano - fa passare il messaggio che la polizia sia il braccio armato del nemico. Almeno fosse armato. Almeno Christian Di Martino non avesse lasciato penzolare, racchiusa nella fondina come un’inutile appendice, la pistola d’ordinanza. Chi campa nei talk show e detta regole di democrazia con il ditino alzato dovrebbe sapere che in Occidente, in tutto l’Occidente civile tranne che in Italia, un fuorilegge non può avvinghiarsi a un poliziotto con un coltello in mano e 20 centimetri di rabbia nella lama. Dieci pattuglie erano intervenute nella stazione di Lambrate per dar man forte alla Polfer nel tentativo di ridurre alla ragione il folle che stava lanciando sassi contro i treni (passatempo consueto). Dieci pattuglie per fermare chi aveva colpito alla testa una passante e ferito due agenti della polizia ferroviaria. Non avrebbero mai potuto arrestarlo con i mazzi di fiori e una copia del Piccolo principe. In virtù del conformismo politico-mediatico dominante, quelle dieci pattuglie non avrebbero mai potuto usare la forza, se non a rischio di inchieste giudiziarie e gogna mediatica della sinistra militante di redazione. Niente sberle, niente manette, il taser solo dove non serve (e infatti sul giubbotto non è servito). Le pistole mai. Come se la criminalità straniera fosse un circolo del cucito e godesse di un lasciapassare morale. «Le armi non servono, serve la cultura». Sembra di sentirli, i Massimo Giannini, i Corrado Formigli e le Lilli Gruber, nelle loro omelie al pistacchio, mentre stigmatizzano la repressione guardando il video di Repubblica girato da qualche manina sulla «deriva autoritaria al tempo di Giorgia Meloni». Pura ipocrisia, sulla quale si sta, purtroppo, appiattendo anche l’esecutivo, più preoccupato degli editoriali indignati di Gad Lerner e Michele Serra che di difendere i propri uomini e i propri cittadini. Eppure nello Stato diritto l’uso della forza per garantire la legalità è previsto dai codici, si chiama deterrenza. Il senso di debolezza, l’omologazione per quieto vivere alle logiche perdenti da centro sociale si pagano. Anche nelle urne. Sveglia, tornate sulla Terra. Ieri Felice Romano, numero uno del Siulp, ha messo il dito nella piaga: «In questo Paese c’è la perdita di autorevolezza delle istituzioni e la totale certezza di impunità per chi delinque». Nel clima di smobilitazione civile è ormai passato un messaggio che certi criminali arrivati da lontano hanno interiorizzato al meglio: in Italia tutto è permesso, pure tentare di uccidere un poliziotto a coltellate per puro sfizio. E la copertura dei malviventi è mefitica. Per dire, ieri alle 18 nel titolo della homepage del Corriere della Sera non c’era neppure il nome dell’aggressore, solo «poliziotto accoltellato da un 37enne». In realtà un delinquente matricolato, già condannato per rapina e lesioni, denunciato per avere minacciato con un rasoio dei passeggeri alla stazione di Bologna, in possesso di un decreto di espulsione (carta straccia). Non certo un figlio sfortunato del Terzo mondo. Nella notte da incubo di Milano siamo tutti vittime della narrazione. Quella abituale e perversa dei buonisti per decreto. La narrazione secondo la quale Ilaria Salis non può essere mostrata in manette in un’aula di tribunale a Budapest. La cattiva maestrina ha una fedina penale lunga un chilometro ma candidiamola all’Europarlamento, signora mia, perché è una vittima. La stessa narrazione che induce allo scandalo perché un italiano è stato arrestato a Miami per avere messo le mani addosso a un poliziotto. Perfino le serie tv insegnano che laggiù è meglio tenerle in tasca, le mani, davanti a una divisa. La narrazione tossica imperversa. Mentre Christian Di Martino è aggrappato a tubi e macchinari per vivere, il sindaco di Gotham City, Beppe Sala (concentrato sulla biodiversità delle aiuole, sul divieto dei gelati dopo la mezzanotte e su tutto lo sciocchezzaio green), pensa solo ad allontanare da sé le responsabilità politiche. Come se il borgomastro di Milano fosse un altro, addita il governo: «Doveva espellere quell’uomo, non ha fatto il proprio dovere». Sa di essere protetto dalla demagogia sinistra di una città senza controllo. Ed è pronto a mostrare gli artigli, com’è già accaduto, solo contro la prossima retata del questore.
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Ricorda anche che i laici possono essere coinvolti in diverse forme di annuncio e preghiera tipo, ad esempio, il catechismo. Bella botta ai vescovi tedeschi che ogni tanto se ne escono con delle idee un po’ strane e soprattutto teologicamente e liturgicamente infondate.
L’omelia (dal greco omilìa) significa riunione, conversazione: nella liturgia cattolica fatta dal celebrante viene subito dopo il Vangelo, come parte integrante della Lettura. Addirittura, prima del Concilio Vaticano II, il termine indicava la predica tenuta normalmente dal vescovo o raramente da un altro prelato.
Il concilio di Trento (1545-1563) indicò l’obbligo che i ministri della Chiesa nutrissero «il popolo loro affidato con parole salutari, secondo la loro e la propria capacità, insegnando quelle verità che sono necessarie a tutti per la salvezza e facendo loro conoscere, con una spiegazione breve e facile, i vizi che devono fuggire e le virtù che devono praticare». Lo stesso Vaticano II, nella Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium in modo ancora più esplicito recita: «L’omelia deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle letture della Sacra Scrittura… tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta». E specifica: «L’omelia di solito sia tenuta personalmente dal sacerdote celebrante. Talvolta, potrà essere da lui affidata a un sacerdote concelebrante, e secondo l’opportunità anche al diacono, mai però a un laico».
Questa disposizione così chiara ha un fondamento che risale ai Vangeli: chi ignora o vuole ignorare tali fondamenta risulta ignorante in ambedue i casi. Nel primo perché ignora, cioè non ha studiato; nel secondo caso nel senso dispregiativo, cioè viola i principi di educazione, decoro e rispetto nei confronti della storia della Chiesa. Che questo lo facciano dei vescovi di una comunità cattolica importante come quella tedesca ci dice il livello di inconsistenza teologica che ormai pervade anche coloro che guidano la Chiesa nel massimo grado dell’ordine sacerdotale: l’episcopato.
Dicevo poco sopra che la questione è legata alla storia della Chiesa e della teologia (c’è una materia specifica che si chiama «omiletica» e che insegna l’arte della predicazione), in quanto la predicazione è affidata da Gesù stesso agli apostoli, che sono coloro che dovranno predicare il Verbo a tutte le genti. Questo passaggio di consegne in gergo teologico si chiama traditio cioè «tradizione» che deriva dal latino e significa «consegnare». Ha il compito di trasmettere nel tempo le Verità rivelate che risalgono all’insegnamento di Cristo e degli apostoli, sviluppate e definite dalla storia della Chiesa con l’assistenza dello Spirito. Come tale, la Tradizione è considerata fonte della rivelazione, insieme alla Scrittura (vedi l’opera del domenicano francese Yves Congar, La tradizione e le tradizioni). Ne esite anche una traduzione tedesca per i vescovi teutonici che magari non leggono il francese.
Esiste un caso nei primi secoli della Chiesa in cui a un laico, il celeberrimo teologo Origene, fu affidata in alcuni momenti la predicazione, ma non crediamo che nel laicato cattolico tedesco esista un equivalente del filosofo greco che fu, tra l’altro, direttore della Scuola catechetica di Alessandria, dove visse a cavallo tra il secondo e il terzo secolo. C’è poi una questione di tipo teologico ulteriore: è vero che la Chiesa è «comunione» (dal greco koinonìa, che nella tradizione cristiana indica l’intima unione spirituale tra i credenti e Dio), ma questa comunione avviene all’interno di una struttura gerarchica guidata dal sacramento dell’ordinazione nei suoi tre gradi: diaconi, presbiteri, vescovi. A loro è affidata la salvaguardia e la trasmissione delle verità di fede, la traditio.
Ora, c’è da chiedersi perché i vescovi tedeschi abbiano commesso un errore così marchiano. Forse per l’idea che per adattarsi ai tempi e attrarre alla fede più persone occorra, in qualche misura, ammiccare a una Chiesa dalla struttura più democratica? Forse perché mancano i preti? Se fosse per quest’ultima ragione, sarebbe comunque meglio arrivare a una Chiesa anche residuale ma che annunci le verità del Vangelo, piuttosto che una Chiesa riempita da chicchessia, con magari anche l’onere della predicazione. Certo è che più la Chiesa si adatta in modo inadeguato e superficiale ai tempi, e più coloro che cercano un senso religioso alla propria vita lo cercheranno altrove: perché una Chiesa che parla solo di cose umane e non del mistero di Dio e della Trinità, perderà quell’aspetto di «fascino religioso e mistico» del quale è alla ricerca spasmodica l’uomo del nostro tempo.
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Nel raccontare l’aneddoto il professor Jacopo Parravicini si emoziona per avere toccato una delle corde più sacre e identitarie di una persona: la lingua madre. Lo ha fatto bypassando il piatto conformismo lessicale dell’inglese, lo ha fatto grazie all’Intelligenza artificiale in una delle sue applicazione più virtuose. È il dito che indica il futuro, è la rivoluzione gentile prospettata da due docenti per superare «uno scoglio che rischia di produrre un’internazionalizzazione cosmetica, dove l’inglese è l’etichetta per scalare i ranking ma compromette la formazione».
Jacopo Parravicini (fisico e ricercatore) e Marco Biffi (linguista e accademico della Crusca) adottano e vorrebbero ufficialmente implementare nell’ateneo fiorentino un metodo alternativo, geniale nella sua semplicità, a conferma che l’uovo di Colombo non è difficile farlo stare in piedi ma covarlo. Durante la lezione il prof parla in un microfono, l’IA traduce e lo studente collegato via app (costo 70 euro) ascolta tutto nella sua lingua, in meno di tre secondi e con le sfumature più sottili. Comprensione totale. Un salto di qualità che va a risolvere un problema poco pubblicizzato perché cardine del pensiero globalista: la fragilità dell’inglese planetario, la sciatteria indotta nell’imparare qualcosa (qualunque cosa) senza quelle meravigliose sfumature che solo la lingua dei padri, elaborata dalla storia e dalla cultura, sa restituire.
Oggi lo scenario è chiaro e quella della statistica è una sentenza. Secondo studi compiuti in Paesi ad alta competenza linguistica come Svezia e Olanda, i «non madrelingua» necessitano dal 51% al 91% del tempo in più per leggere e scrivere testi. In aula fanno il 40% in meno delle domande. E chi impara in lingua madre, nei test dà il 73% di risposte corrette in più rispetto a chi ha appreso l’inglese in corsi specializzati. Un abisso, quasi una discriminazione silenziosa accettata sull’altare dell’English medium instruction (Emi) che si adagia come zucchero a velo sulla fasulla narrazione del mondo senza differenze. Ora l’IA può rimettere le cose a posto passando al metodo Umnia, parola studiata dai due scienziati italiani, crasi di università e del termine latino omnia, tutte le cose.
«La Scienza moderna nasce con Galileo Galilei che scrive in italiano, eppure perfino a Firenze ci sono dieci corsi di laurea interamente in inglese», spiega Parravicini. «Oggi la lingua della Scienza è l’inglese, lo abbiamo accettato con fatalismo. Fra i docenti, anche chi ha una conoscenza molto buona, da un paio d’anni passa ogni frase attraverso l’IA per migliorare gli scritti. Noi pensiamo in un modo e ChatGpt o altri sistemi ci danno correzioni migliori, lo fanno anche francesi e tedeschi. A maggior ragione vale per gli studenti, questa applicazione può davvero migliorare il valore di ciò che si spiega e di ciò che si comprende. Bisogna uscire dall’automatismo pigro internazionale=inglese».
Vent’anni fa si è deciso per conformismo di sacrificare l’efficienza sull’altare dell’internazionalizzazione, creando quello che viene definito «carico cognitivo». Parravicini lo spiega con una metafora da trekking. «È come fare una corsa in salita con uno zaino pesante sulle spalle. Se ti alleni fortifichi i muscoli, ma per quanto ti alleni le tue performance saranno sempre inferiori a quelle di chi non ha lo zaino sulla schiena. Il carico non è azzerabile a livello cognitivo profondo, quello della lingua madre. E la fatica mentale sarà sempre superiore a quella di chi riceve nozioni, esempi, approfondimenti in lingua madre».
Gli stessi insegnanti sostengono che non basta esprimersi in una lingua straniera per migliorarla. Entra in scena il fenomeno della «fossilizzazione»; non si impara perché non serve sapere di più. Così il cambio di passo diventa mondiale. All’Università di Stanford, dove gli asiatici sono una moltitudine, si sono accorti che le lezioni di robotica di un professore texano in slang sarebbero poco comprensibili per uno studente di Boston, figuriamoci per un giapponese o un filippino. Così gli studenti già usano i sottotitoli sul parlato dei prof, adattando uno strumento inventato per i disabili.
Secondo Parravicini e Biffi è necessario uscire dal compromesso al ribasso, incamminarsi sul miglioramento in tutti i sensi. E non sono soli. Al Politecnico di Karlsruhe, uno dei migliori d’Europa (dove studiò Karl Benz, l’inventore dell’automobile), da anni trattano 50 lingue europee in tempo reale. Il laboratorio di Data science è diretto dal luminare Andreas Wagner, gli studi del quale sono ritenuti decisivi anche da papa Leone XIV, che ha dedicato agli sviluppi dell’IA parte dell’enciclica «Magnifica humanitas».
Per ora il progetto pilota fiorentino viene sviluppato in conferenze, seminari, sistema museale; poi dovrebbe essere allargato ad alcuni singoli corsi universitari. La rettrice dell’ateneo, l’ingegnere Alessandra Petrucci, ci crede. Altri, più impermeabili al cambiamento, no. A settembre è previsto un Congresso nazionale di Fisica per dare un perimetro giuridico all’Umnia. Rassicura Parravicini: «Non pensiamo di sostituire nulla, come una videoconferenza non sostituisce una telefonata. Vogliamo semplicemente allargare gli orizzonti con l’IA». E tornare a dare un senso alla meravigliosa complessità del mondo.
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Che resta però il pericolo principale, soprattutto tra i giovani. Nel 2025, si legge infatti nel documento, quasi 350.000 studenti under18 hanno riferito di aver utilizzato almeno una sostanza illegale nel corso dell’anno, pari al 23% della popolazione scolastica minorenne, dato in aumento rispetto al 20% del 2024. Cannabis e cocaina continuano a rappresentare le sostanze più diffuse, mentre si osserva «una crescente diffusione di prodotti ad alta potenza e di Nuove sostanze psicoattive (Nps), in particolare cannabinoidi sintetici e nuovi oppioidi».
In particolare, tra gli studenti di 15-19 anni, dopo la flessione osservata tra il 2022 e il 2024, si osserva una ripresa dei consumi di numerose sostanze.
Secondo il dossier infatti, tra 2024 e 2025 cala leggermente il consumo di cannabis e derivati (da 21% a18%); sale quello di oppiacei (da 1,2% a 1,5%); è stabile quello di cocaina (da 1,8% a 1,9%) e stimolanti (da 2,4% a 2,7%); sale il consumo di allucinogeni (da 1,2% a 1,9%); è stabile quello di Nuove sostanze psicoattive (da 5,8% a5,7%) e di cannabinoidi sintetici (da 3,5% a 3,6%), mentre scende il consumo di psicofarmaci Spm-senza prescrizione medica (da 12% a 11%). Il dato sui farmaci riguarda quasi 180.000 minorenni, con prevalenze quasi doppie tra le ragazze.
I numeri complessivi, evidenzia Mantovano, coinvolgono «un adolescente su quattro» e sostanzialmente, «sono quelli di una pandemia che ha una particolarità: quella di non essere percepita come tale. È come se al tempo del Covid ci fossimo disinteressati delle caratteristiche del virus e della sua diffusione».
Fortunatamente, ha spiegato ancora il sottosegretario, il devastante Fentanyl «non attecchisce in Italia» ma questo ha anche una spiegazione ben precisa: il calcolo criminale. A fronte di un quantitativo delle diverse sostanze stupefacenti immesse sul mercato oscillante tra le 160 e le 220 tonnellate ma sono davvero minimi quelli di oppioidi. Mantovano ha sottolineato che in Italia è in atto da due anni e mezzo un piano specifico di contrasto a questa sostanza ma va anche considerato che «la diffusione dipende soprattutto da un calcolo criminale, nel senso che il Fentanyl è un oppioide che causa una dipendenza immediata anche con assunzione di quantitativi minimi e uccide il consumatore. Il che dal punto di vista della logica del mercato criminale non è una grande prospettiva» per chi opera in questo traffico.
I decessi correlati all’assunzione di sostanze sono in crescita, e secondo quanto riferito dal sottosegretario i numeri sono sottostimati. La relazione parla di 249 morti causate da sostanze stupefacenti, contro i 231 di un anno prima. Il 39% è attribuito all’uso di oppiacei; il 35% a cocaina (33%) e crack; il 2% ad altre droghe e il 24% a sostanze non specificate. Le principali cause del decesso sono intossicazione acuta letale (28%); danni d’organo (19%); incidente stradale (16%); suicidio (11%); traumi accidentali (9%).
Il rapporto non si concentra solo sulle droghe, ma anche sulle nuove dipendenze, legate all’uso della tecnologia. Secondo il documento, «quasi 230.000 studenti minorenni hanno mostrato un utilizzo problematico di Internet, caratterizzato da difficoltà nel controllo del tempo trascorso online e dalla tendenza a trascurare sonno e relazioni sociali». Per quanto riguarda il cyberbullismo il 47% dei minorenni ha riferito di essere stato vittima di episodi online, mentre il 32% di aver assunto in prima persona comportamenti offensivi o aggressivi in rete, fenomeno più frequente tra i ragazzi. L’1,4% ha partecipato ad almeno una challenge online nella propria vita, mentre il ghosting resta un’esperienza molto diffusa sia come comportamento messo in atto (30%) sia come esperienza subita (29%). Quanto al gaming: «Il 17% degli studenti minorenni ha mostrato profili di gioco a rischio, spesso associati a irritabilità e difficoltà di regolazione emotiva quando impossibilitati a giocare». Infine, il gioco d’azzardo tra i minorenni raggiunge i livelli più elevati osservati negli ultimi anni: «Il 64% degli studenti under18 ha riferito di aver giocato almeno una volta nella vita e il 59% lo ha fatto nel corso dell’ultimo anno».
Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in un video messaggio ha commentato il rapporto parlando di «una realtà molto complessa, che richiede un approccio a 360 gradi e il coraggio di risposte lungimiranti. Risposte che abbiamo tentato di dare in questi anni, partendo dalle priorità». A partire da quella fondamentale, i fondi per intervenire. Meloni ha evidenziato come «con questo Governo il sistema nazionale contro le dipendenze può contare sulla dotazione economica più robusta di sempre, oltre 160 milioni di euro solo nel 2025. Risorse fondamentali per sbloccare le assunzioni nei Serd, sostenere il lavoro delle comunità di recupero, investire nei programmi di prevenzione, garantire la libertà di cura su tutto il territorio».
E dalle 21 di stasera, in occasione della «Giornata internazionale contro le droghe», nelle ore notturne la facciata principale di Palazzo Chigi si illuminerà di blu fino alla mezzanotte di domani, proiettando in bianco le parole «No alla Droga».
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