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2024-05-10
Clandestino da 22 anni accoltella poliziotto
Ansa
Sono da poco passate le 23 di mercoledì alla stazione di Lambrate di Milano, quando un uomo completamente fuori controllo inizia a dare in escandescenza. È uno dei tanti balordi che bazzica la stazione, facendo la spola con piazza Gobetti, zona di spaccio e rifugio per molti tossici. È un marocchino irregolare, ha 37 anni e si chiama Hasan Hamis.
È totalmente fuori controllo. Tanto che, al binario 12, inizia a lanciare pietre contro i treni e contro i pendolari che stanno rientrando con le ultime corse che vanno verso la provincia. Una signora viene colpita e finisce in codice verde al Fatebenefratelli. La Polfer della stazione decide di chiamare la questura, per chiedere aiuto. Così interviene anche la polizia, con dieci pattuglie. E proprio quando arriva si scatena la furia di Hamis, che inizia a lanciare sempre più sassi della massicciata contro le forze dell’ordine. I poliziotti vengono presi più volte, ma cercano comunque di fermarlo. Sono costretti a fermare la circolazione dei treni e si mettono a inseguirlo. Provano a bloccarlo con il taser ma sul piumino spesso che porta Hamis non c’è molto da fare. La scossa che dovrebbe tramortirlo non ha effetto.
Così lui si gira e si scaglia con un coltello di 30 centimetri contro il vice ispettore Christian Di Martino, 35 anni, originario di Ischia. Lo colpisce più volte all’addome e alla schiena. Nella colluttazione prova a ferire anche gli altri agenti, mentre si trova per terra. Poi, finalmente, viene immobilizzato e fermato. Di Martino sarà portato d’urgenza all’ospedale Niguarda. Ha ferite agli organi interni. Subisce cinque arresti cardiaci, ha perso un rene e sono già servite più di 70 trasfusioni, 40 di sangue e 30 di plasma. Al suo fianco ci sono la fidanzata e il padre. Mentre scriviamo, si trova in prognosi riservata. Lotta ancora tra la vita e la morte.
È questa la cronaca di una nottata da incubo per le forze dell’ordine di Milano. Una delle tante che ormai caratterizzano da anni il capoluogo lombardo. A dirlo sono le statistiche del Viminale che lo scorso anno ha piazzato la città in cima all’indice della criminalità nelle province italiane. «Come ha recentemente ricordato il questore, nel 2023 gli agenti vittime di aggressioni sono stati 98: un dato molto preoccupante, che deve far riflettere. Importante anche sottolineare che gli episodi di violenza molto spesso si verificano nelle aree adiacenti alle stazioni, che da troppo tempo sono lasciate alla criminalità», ricorda Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, componente della commissione d’inchiesta alla Camera sulla Sicurezza e sul degrado delle periferie in Italia ed ex vicesindaco di Milano. A gennaio, un agente della polizia Locale era stato accoltellato durante un controllo antidroga a Colico. In un’indagine del 2022 di Asaps.it, erano stati calcolati 2.678 gli episodi di violenza contro le forze dell’ordine. Con un incremento di aggressioni fisiche, soprattutto contro la polizia di Stato, pari al 47,2%, mentre L’Arma dei carabinieri arrivava al 38,6%. Il restante riguardava la polizia locale.
A farsi sentire in queste ore sono soprattutto i sindacati di polizia. «Stiamo tutti pregando affinché quanto prima arrivi la notizia che Di Martino sia dichiarato fuori pericolo di vita», spiega il segretario generale del Siulp, Felice Romano, «e posso solo augurarmi che arrivi presto questa notizia, perché non ne possiamo più. Provo imbarazzo in un momento come questo ma è la pura realtà: subiamo una aggressione ogni tre ore, noi come tutte le helping profession, e mi riferisco anche alla maestra schiaffeggiata a Ostia. Il tutto di fronte a una diffusa convinzione che tutto ciò possa rientrare in una normalità oramai quasi inevitabile. Per il Siulp, da sempre, questa non può essere la quotidianità. È urgente e indifferibile cambiare le norme. Insisto, nella mente di ogni singolo delinquente c’è la certezza di una impunità pressoché totale e se esistesse il reato di concorso morale in omissione nel non aver dato risposte a tutte le donne e gli uomini in divisa che servono il nostro Paese, oggi sarebbero in tanti a doverne rispondere».
E ancora. «Le aggressioni ai poliziotti non dovrebbero essere tollerate in un paese democratico», spiegava ieri il sindacato di polizia Consap. «Non possiamo non rimarcare che l’accoltellatore delinque in questo Paese da oltre dieci anni e ha precedenti specifici proprio per possesso di coltello, una circostanza che documenta nei fatti come sia possibile commettere reati e farla franca, fino al momento in cui si alza il tiro e un poliziotto di 35 anni si ritrova a lottare tra la vita e la morte», ha commentato il segretario generale nazionale della Consap, Patrizio Del Bon, «Ci aspettiamo che la politica possa individuare correttivi di legge che consentano di prevenire queste situazioni, con misure adeguate a contrastare la pericolosità del personaggio in questione e dei tanti che, come lui, scorrazzano in lungo e in largo in Italia, sia che essi siano legati a problemi psichici o natura violenta».
Questa mattina Hamis comparirà di fronte al giudice. Sarà valutato anche se era sotto effetto di alcol o di sostanze stupefacenti.
La paranoia fascista ci ha indebolito. Quando serve, la forza si deve usare
Se fosse un poliziotto ungherese, non sarebbe in fin di vita; un paio di manette al criminale marocchino e tutti sereni. Se fosse un gendarme francese, spagnolo, tedesco non sarebbe stato sette ore sotto i ferri e non avrebbe subito 70 trasfusioni di plasma, perché spagnoli, francesi e tedeschi sparano prima di essere aggrediti. Se fosse un bobby inglese, Christian Di Martino non sarebbe in terapia intensiva perché la regola d’ingaggio con il malvivente psicopatico avrebbe previsto il ginocchio sulla schiena (all’americana). E perché a Londra non si preoccupano di ciò che scrive il Guardian con infido pietismo.
Invece all’ospedale Niguarda di Milano c’è un giovane servitore dello Stato che lotta per sopravvivere, un vice ispettore delle Volanti, di 35 anni, ormai senza un rene e con il duodeno spappolato, aggredito con tre coltellate al fianco mentre stava tentando di rendere inoffensivo Hasan Hamis, un immigrato marocchino irregolare, pluricondannato e mai rimpatriato. Una vicenda di cronaca consueta, che potrebbe essere raccontata dall’intelligenza artificiale per l’ampia casistica in archivio. Una tragedia destinata a non insegnare niente nell’Italia con l’hobby fetido della delegittimazione delle forze dell’ordine e della doppia morale di un progressismo becero che da due anni - in nome del ritorno del fascismo marziano - fa passare il messaggio che la polizia sia il braccio armato del nemico.
Almeno fosse armato. Almeno Christian Di Martino non avesse lasciato penzolare, racchiusa nella fondina come un’inutile appendice, la pistola d’ordinanza. Chi campa nei talk show e detta regole di democrazia con il ditino alzato dovrebbe sapere che in Occidente, in tutto l’Occidente civile tranne che in Italia, un fuorilegge non può avvinghiarsi a un poliziotto con un coltello in mano e 20 centimetri di rabbia nella lama. Dieci pattuglie erano intervenute nella stazione di Lambrate per dar man forte alla Polfer nel tentativo di ridurre alla ragione il folle che stava lanciando sassi contro i treni (passatempo consueto). Dieci pattuglie per fermare chi aveva colpito alla testa una passante e ferito due agenti della polizia ferroviaria. Non avrebbero mai potuto arrestarlo con i mazzi di fiori e una copia del Piccolo principe.
In virtù del conformismo politico-mediatico dominante, quelle dieci pattuglie non avrebbero mai potuto usare la forza, se non a rischio di inchieste giudiziarie e gogna mediatica della sinistra militante di redazione. Niente sberle, niente manette, il taser solo dove non serve (e infatti sul giubbotto non è servito). Le pistole mai. Come se la criminalità straniera fosse un circolo del cucito e godesse di un lasciapassare morale. «Le armi non servono, serve la cultura». Sembra di sentirli, i Massimo Giannini, i Corrado Formigli e le Lilli Gruber, nelle loro omelie al pistacchio, mentre stigmatizzano la repressione guardando il video di Repubblica girato da qualche manina sulla «deriva autoritaria al tempo di Giorgia Meloni».
Pura ipocrisia, sulla quale si sta, purtroppo, appiattendo anche l’esecutivo, più preoccupato degli editoriali indignati di Gad Lerner e Michele Serra che di difendere i propri uomini e i propri cittadini. Eppure nello Stato diritto l’uso della forza per garantire la legalità è previsto dai codici, si chiama deterrenza. Il senso di debolezza, l’omologazione per quieto vivere alle logiche perdenti da centro sociale si pagano. Anche nelle urne. Sveglia, tornate sulla Terra. Ieri Felice Romano, numero uno del Siulp, ha messo il dito nella piaga: «In questo Paese c’è la perdita di autorevolezza delle istituzioni e la totale certezza di impunità per chi delinque».
Nel clima di smobilitazione civile è ormai passato un messaggio che certi criminali arrivati da lontano hanno interiorizzato al meglio: in Italia tutto è permesso, pure tentare di uccidere un poliziotto a coltellate per puro sfizio. E la copertura dei malviventi è mefitica. Per dire, ieri alle 18 nel titolo della homepage del Corriere della Sera non c’era neppure il nome dell’aggressore, solo «poliziotto accoltellato da un 37enne». In realtà un delinquente matricolato, già condannato per rapina e lesioni, denunciato per avere minacciato con un rasoio dei passeggeri alla stazione di Bologna, in possesso di un decreto di espulsione (carta straccia). Non certo un figlio sfortunato del Terzo mondo.
Nella notte da incubo di Milano siamo tutti vittime della narrazione. Quella abituale e perversa dei buonisti per decreto. La narrazione secondo la quale Ilaria Salis non può essere mostrata in manette in un’aula di tribunale a Budapest. La cattiva maestrina ha una fedina penale lunga un chilometro ma candidiamola all’Europarlamento, signora mia, perché è una vittima. La stessa narrazione che induce allo scandalo perché un italiano è stato arrestato a Miami per avere messo le mani addosso a un poliziotto. Perfino le serie tv insegnano che laggiù è meglio tenerle in tasca, le mani, davanti a una divisa.
La narrazione tossica imperversa. Mentre Christian Di Martino è aggrappato a tubi e macchinari per vivere, il sindaco di Gotham City, Beppe Sala (concentrato sulla biodiversità delle aiuole, sul divieto dei gelati dopo la mezzanotte e su tutto lo sciocchezzaio green), pensa solo ad allontanare da sé le responsabilità politiche. Come se il borgomastro di Milano fosse un altro, addita il governo: «Doveva espellere quell’uomo, non ha fatto il proprio dovere». Sa di essere protetto dalla demagogia sinistra di una città senza controllo. Ed è pronto a mostrare gli artigli, com’è già accaduto, solo contro la prossima retata del questore.
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L’uomo, soggetto a decreti d’espulsione, tirava sassi ai vagoni. Per l’agente 70 trasfusioni e 5 arresti cardiaci: ha perso un rene.Chi fa rispettar le leggi non può ricorrere alle armi, pena la gogna pubblica. I buonisti s’indignano sulle catene alla Salis e non per un servitore dello Stato in fin di vita. Così i criminali sanno che in Italia tutto è permesso.Lo speciale contiene due articoliSono da poco passate le 23 di mercoledì alla stazione di Lambrate di Milano, quando un uomo completamente fuori controllo inizia a dare in escandescenza. È uno dei tanti balordi che bazzica la stazione, facendo la spola con piazza Gobetti, zona di spaccio e rifugio per molti tossici. È un marocchino irregolare, ha 37 anni e si chiama Hasan Hamis. È totalmente fuori controllo. Tanto che, al binario 12, inizia a lanciare pietre contro i treni e contro i pendolari che stanno rientrando con le ultime corse che vanno verso la provincia. Una signora viene colpita e finisce in codice verde al Fatebenefratelli. La Polfer della stazione decide di chiamare la questura, per chiedere aiuto. Così interviene anche la polizia, con dieci pattuglie. E proprio quando arriva si scatena la furia di Hamis, che inizia a lanciare sempre più sassi della massicciata contro le forze dell’ordine. I poliziotti vengono presi più volte, ma cercano comunque di fermarlo. Sono costretti a fermare la circolazione dei treni e si mettono a inseguirlo. Provano a bloccarlo con il taser ma sul piumino spesso che porta Hamis non c’è molto da fare. La scossa che dovrebbe tramortirlo non ha effetto. Così lui si gira e si scaglia con un coltello di 30 centimetri contro il vice ispettore Christian Di Martino, 35 anni, originario di Ischia. Lo colpisce più volte all’addome e alla schiena. Nella colluttazione prova a ferire anche gli altri agenti, mentre si trova per terra. Poi, finalmente, viene immobilizzato e fermato. Di Martino sarà portato d’urgenza all’ospedale Niguarda. Ha ferite agli organi interni. Subisce cinque arresti cardiaci, ha perso un rene e sono già servite più di 70 trasfusioni, 40 di sangue e 30 di plasma. Al suo fianco ci sono la fidanzata e il padre. Mentre scriviamo, si trova in prognosi riservata. Lotta ancora tra la vita e la morte. È questa la cronaca di una nottata da incubo per le forze dell’ordine di Milano. Una delle tante che ormai caratterizzano da anni il capoluogo lombardo. A dirlo sono le statistiche del Viminale che lo scorso anno ha piazzato la città in cima all’indice della criminalità nelle province italiane. «Come ha recentemente ricordato il questore, nel 2023 gli agenti vittime di aggressioni sono stati 98: un dato molto preoccupante, che deve far riflettere. Importante anche sottolineare che gli episodi di violenza molto spesso si verificano nelle aree adiacenti alle stazioni, che da troppo tempo sono lasciate alla criminalità», ricorda Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, componente della commissione d’inchiesta alla Camera sulla Sicurezza e sul degrado delle periferie in Italia ed ex vicesindaco di Milano. A gennaio, un agente della polizia Locale era stato accoltellato durante un controllo antidroga a Colico. In un’indagine del 2022 di Asaps.it, erano stati calcolati 2.678 gli episodi di violenza contro le forze dell’ordine. Con un incremento di aggressioni fisiche, soprattutto contro la polizia di Stato, pari al 47,2%, mentre L’Arma dei carabinieri arrivava al 38,6%. Il restante riguardava la polizia locale. A farsi sentire in queste ore sono soprattutto i sindacati di polizia. «Stiamo tutti pregando affinché quanto prima arrivi la notizia che Di Martino sia dichiarato fuori pericolo di vita», spiega il segretario generale del Siulp, Felice Romano, «e posso solo augurarmi che arrivi presto questa notizia, perché non ne possiamo più. Provo imbarazzo in un momento come questo ma è la pura realtà: subiamo una aggressione ogni tre ore, noi come tutte le helping profession, e mi riferisco anche alla maestra schiaffeggiata a Ostia. Il tutto di fronte a una diffusa convinzione che tutto ciò possa rientrare in una normalità oramai quasi inevitabile. Per il Siulp, da sempre, questa non può essere la quotidianità. È urgente e indifferibile cambiare le norme. Insisto, nella mente di ogni singolo delinquente c’è la certezza di una impunità pressoché totale e se esistesse il reato di concorso morale in omissione nel non aver dato risposte a tutte le donne e gli uomini in divisa che servono il nostro Paese, oggi sarebbero in tanti a doverne rispondere». E ancora. «Le aggressioni ai poliziotti non dovrebbero essere tollerate in un paese democratico», spiegava ieri il sindacato di polizia Consap. «Non possiamo non rimarcare che l’accoltellatore delinque in questo Paese da oltre dieci anni e ha precedenti specifici proprio per possesso di coltello, una circostanza che documenta nei fatti come sia possibile commettere reati e farla franca, fino al momento in cui si alza il tiro e un poliziotto di 35 anni si ritrova a lottare tra la vita e la morte», ha commentato il segretario generale nazionale della Consap, Patrizio Del Bon, «Ci aspettiamo che la politica possa individuare correttivi di legge che consentano di prevenire queste situazioni, con misure adeguate a contrastare la pericolosità del personaggio in questione e dei tanti che, come lui, scorrazzano in lungo e in largo in Italia, sia che essi siano legati a problemi psichici o natura violenta». Questa mattina Hamis comparirà di fronte al giudice. 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Se fosse un bobby inglese, Christian Di Martino non sarebbe in terapia intensiva perché la regola d’ingaggio con il malvivente psicopatico avrebbe previsto il ginocchio sulla schiena (all’americana). E perché a Londra non si preoccupano di ciò che scrive il Guardian con infido pietismo. Invece all’ospedale Niguarda di Milano c’è un giovane servitore dello Stato che lotta per sopravvivere, un vice ispettore delle Volanti, di 35 anni, ormai senza un rene e con il duodeno spappolato, aggredito con tre coltellate al fianco mentre stava tentando di rendere inoffensivo Hasan Hamis, un immigrato marocchino irregolare, pluricondannato e mai rimpatriato. Una vicenda di cronaca consueta, che potrebbe essere raccontata dall’intelligenza artificiale per l’ampia casistica in archivio. Una tragedia destinata a non insegnare niente nell’Italia con l’hobby fetido della delegittimazione delle forze dell’ordine e della doppia morale di un progressismo becero che da due anni - in nome del ritorno del fascismo marziano - fa passare il messaggio che la polizia sia il braccio armato del nemico. Almeno fosse armato. Almeno Christian Di Martino non avesse lasciato penzolare, racchiusa nella fondina come un’inutile appendice, la pistola d’ordinanza. Chi campa nei talk show e detta regole di democrazia con il ditino alzato dovrebbe sapere che in Occidente, in tutto l’Occidente civile tranne che in Italia, un fuorilegge non può avvinghiarsi a un poliziotto con un coltello in mano e 20 centimetri di rabbia nella lama. Dieci pattuglie erano intervenute nella stazione di Lambrate per dar man forte alla Polfer nel tentativo di ridurre alla ragione il folle che stava lanciando sassi contro i treni (passatempo consueto). Dieci pattuglie per fermare chi aveva colpito alla testa una passante e ferito due agenti della polizia ferroviaria. Non avrebbero mai potuto arrestarlo con i mazzi di fiori e una copia del Piccolo principe. In virtù del conformismo politico-mediatico dominante, quelle dieci pattuglie non avrebbero mai potuto usare la forza, se non a rischio di inchieste giudiziarie e gogna mediatica della sinistra militante di redazione. Niente sberle, niente manette, il taser solo dove non serve (e infatti sul giubbotto non è servito). Le pistole mai. Come se la criminalità straniera fosse un circolo del cucito e godesse di un lasciapassare morale. «Le armi non servono, serve la cultura». Sembra di sentirli, i Massimo Giannini, i Corrado Formigli e le Lilli Gruber, nelle loro omelie al pistacchio, mentre stigmatizzano la repressione guardando il video di Repubblica girato da qualche manina sulla «deriva autoritaria al tempo di Giorgia Meloni». Pura ipocrisia, sulla quale si sta, purtroppo, appiattendo anche l’esecutivo, più preoccupato degli editoriali indignati di Gad Lerner e Michele Serra che di difendere i propri uomini e i propri cittadini. Eppure nello Stato diritto l’uso della forza per garantire la legalità è previsto dai codici, si chiama deterrenza. Il senso di debolezza, l’omologazione per quieto vivere alle logiche perdenti da centro sociale si pagano. Anche nelle urne. Sveglia, tornate sulla Terra. Ieri Felice Romano, numero uno del Siulp, ha messo il dito nella piaga: «In questo Paese c’è la perdita di autorevolezza delle istituzioni e la totale certezza di impunità per chi delinque». Nel clima di smobilitazione civile è ormai passato un messaggio che certi criminali arrivati da lontano hanno interiorizzato al meglio: in Italia tutto è permesso, pure tentare di uccidere un poliziotto a coltellate per puro sfizio. E la copertura dei malviventi è mefitica. Per dire, ieri alle 18 nel titolo della homepage del Corriere della Sera non c’era neppure il nome dell’aggressore, solo «poliziotto accoltellato da un 37enne». In realtà un delinquente matricolato, già condannato per rapina e lesioni, denunciato per avere minacciato con un rasoio dei passeggeri alla stazione di Bologna, in possesso di un decreto di espulsione (carta straccia). Non certo un figlio sfortunato del Terzo mondo. Nella notte da incubo di Milano siamo tutti vittime della narrazione. Quella abituale e perversa dei buonisti per decreto. La narrazione secondo la quale Ilaria Salis non può essere mostrata in manette in un’aula di tribunale a Budapest. La cattiva maestrina ha una fedina penale lunga un chilometro ma candidiamola all’Europarlamento, signora mia, perché è una vittima. La stessa narrazione che induce allo scandalo perché un italiano è stato arrestato a Miami per avere messo le mani addosso a un poliziotto. Perfino le serie tv insegnano che laggiù è meglio tenerle in tasca, le mani, davanti a una divisa. La narrazione tossica imperversa. Mentre Christian Di Martino è aggrappato a tubi e macchinari per vivere, il sindaco di Gotham City, Beppe Sala (concentrato sulla biodiversità delle aiuole, sul divieto dei gelati dopo la mezzanotte e su tutto lo sciocchezzaio green), pensa solo ad allontanare da sé le responsabilità politiche. Come se il borgomastro di Milano fosse un altro, addita il governo: «Doveva espellere quell’uomo, non ha fatto il proprio dovere». Sa di essere protetto dalla demagogia sinistra di una città senza controllo. Ed è pronto a mostrare gli artigli, com’è già accaduto, solo contro la prossima retata del questore.
Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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Il Myanmar, noto al mondo come Birmania fino all’inizio degli anni Novanta, quando i militari dopo uno dei tanti colpi di stato le cambiarono il nome, vive da sempre in una specie di limbo intriso di riservatezza. La nazione asiatica ha avuto una storia travagliata liberandosi dal dominio britannico dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dal 1948 quella che ancora si chiamava Birmania è stata scossa da lotte interne delle tante etnie che la compongono e che hanno sempre convissuto malvolentieri. Nel 1962 il primo colpo di stato inaugurava il periodo della Repubblica Socialista Birmana, un regime che sarebbe durato per 26 anni e caratterizzato dal monopartitismo e dal totale dominio dell’esercito.
Dal 1974 era iniziato un periodo di governo misto civile e militare, ma nel 1988 l’ala più dura delle Forze Armate aveva ripresa totalmente in mano il potere. I militari reagirono alle proteste popolari chiamate «Rivolta 8888», nata nelle università dopo l’uccisione di uno studente che manifestava. Gli studenti indissero per l'8 agosto 1988 uno sciopero generale e la scelta del giorno 8-8-'88 era un simbolico riferimento all'anno 888 dell'era birmana, corrispondente al 1527, anno in cui la confederazione degli Shan aveva riunito la nazione. Il 18 settembre l’esercito riprese il controllo della Birmania uccidendo migliaia di persone ed istaurando la più dura giunta militare della storia della nazione asiatica. Nel 1990 si tennero dopo 30 anni le prime elezioni libere e la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991 e figlia dell’eroe nazionale Aung San, stravinse ottenendo una maggioranza schiacciante. La giunta militare rifiutò però di cedere il potere sciogliendo il parlamento neo-eletto ed arrestando Aung San Suu Kyi e molti dirigenti del suo partito.
Anche alla capitale Rangoon venne cambiato nome in Yangon e nel 2005 venne retrocessa a capoluogo regionale, mentre il governo si spostava a Naypyidaw, sperduto centro abitato dell’interno. Lo spostamento sembra sia stato consigliato dall’indovino personale del generale Than Shwe, leader della dittatura militare, che aveva scelto anche la data di inaugurazione ed una serie di azioni da compiere per avere fortuna. Intanto le sanzioni internazionali applicate dall’inizio degli anni 90 stavano strangolando la fragile economia birmana e nel 2010 la giunta concesse delle elezioni dopo aver cambiato la costituzione garantendo per legge all’esercito il 25% dei seggi parlamentari. Queste elezioni farsa furono boicottate dal partito di Aung San Suu Kyi e furono vinte dall'USDP (Partito dell'Unione della Solidarietà e dello Sviluppo) che candidava soltanto militari. Dal 2011 l’esercito ha concesso alcune riforme ed ha liberato la leader dell’opposizione che è riuscita a partecipare ed a vincere nelle elezioni del 2015. Per sei anni il Myanmar, fra mille difficoltà e problemi, è stato governato da un governo civile, ma nel 2021 l’ennesimo colpo di stato ha riportato un generale al vertice dello stato creando un governo provvisorio. Nel 2025 lo stesso generale Min Aung Hlaing è diventato presidente del Myanmar, svestendo la divisa dell’esercito.
Oggi il governo illegittimo di Min Aung Hlaing amministra la regione della capitale ed il sud del paese, arrivando a stento al 50& del totale del paese. il resto è in mano alla resistenza, formata da decine di milizie etniche, spesso anche in lotta fra di loro. La guerra civile è già costata diverse decine di migliaia di morti e oltre tre milioni e mezzo di sfollati interni, oltre a quasi un milione nelle nazioni confinanti. Il Myanmar è un paese complesso dove ci sono 135 gruppi etnici diversi, divisi in stati che si amministrano da soli come i Kachin, i Chin, gli Shan, i Kayah, i Kayin, i Mon e i Rakhine. Nelle zone cosiddette liberate, l’esercito continua a bombardare con forze aeree o artiglieria, aumentando il numero delle vittime civili e delle persone che fuggono, ma ormai anche la Cina, autentico mentore della giunta, chiede un cessate il fuoco. L’ex Birmania è un caposaldo del Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino che agisce come primo investitore. Nel 2020, durante la visita di Xi Jinping, sono stati firmati 33 accordi per infrastrutture milionarie in tutto lo stato, comprese aree non più controllate dalla giunta. Tra il 1988 e il 2018, il Myanmar ha ricevuto circa 75 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri per il 90% dalla Cina.
Con il BRI Pechino ha rafforzato il suo interesse sul Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC), trasformando il porto di Kyaukpyu nel suo sbocco sull’Oceano Indiano. Per la Cina la Birmania è fondamentale per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca in Malesia, che ha alzato le tariffe di transito. Kyaukpyu è affacciato sul Golfo del Bengala e qui Pechino ha già investito 10 miliardi di dollari per il porto ed una zona economica speciale in mano cinese per 75 anni. Pechino ha fatto arrivare qui un gasdotto lungo 800 chilometri costato 1,5 miliardi di dollari, con una capacità di 12 miliardi di metri cubi all’anno determinante per lo sviluppo cinese. Il gasdotto collega Kunming, capitale della provincia dello Yunnan, nel sud-ovest della Cina, con le città birmane di Mandalay, Yangon e Kyaukpyu pompando energia nel motore della Repubblica Popolare. Senza dimenticare che Pechino sta valutando questa località come base navale per la sua flotta, una diretta minaccia alla potenza navale indiana distante poche centinaia di miglia.
Gli italiani in Birmania (1870-1885)
Per l’Italia unita da pochi anni, l’avventura coloniale non cominciò in Africa, ma in Asia. In particolare i primi passi verso l’espansione territoriale del Regno furono diretti verso la Birmania (oggi Myanmar). Ancora prima del 1860 l’idea nacque nell’entourage di Camillo Cavour, durante la carica di primo ministro del Regno di Sardegna grazie alla consulenza del futuro fondatore della Società Geografica Italiana, accademico e diplomatico durante gli ultimi anni preunitari, Cristoforo Negri. Durante gli anni dell’attività di diplomatico, Negri era venuto in stretto contatto con il missionario italiano Paolo Abbona, in Birmania dal 1839 e profondo conoscitore della cultura e della lingua del Paese asiatico. Durante la permanenza nell’allora capitale Mandalay si era guadagnato la fiducia dei dignitari di corte e dello stesso re Mindon Min, sovrano illuminato e aperto all’interscambio con l’occidente del mondo. Abbona fu testimone della strenua difesa del territorio che Mindon guidò durante l’aggressione militare britannica nella seconda guerra anglo-birmana del 1852, conclusa con l’annessione di ampi territori della Birmania meridionale da parte di Londra. Considerata l’arretratezza dell’esercito birmano nei confronti di quello britannico, il sovrano sfruttò gli ottimi rapporti con Abbona per avviare un flusso migratorio di tecnici specializzati. Questi avrebbero dovuto occuparsi della modernizzazione della Birmania sia in campo civile (opere infrastrutturali e industria) che militari, con l’introduzione di armamenti moderni e addestramento al combattimento.
Nel 1871 i contatti tra Birmania e Italia furono formalizzati durante il lungo viaggio in Oriente dal comandante della corvetta «Principessa Clotilde», Carlo Alberto Racchia. Nel trattato di amicizia Italia-Birmania siglato dall’ufficiale di Marina piemontese e dal ministro degli esteri Kinwun erano contenuti i termini della collaborazione dei tecnici italiani. La scelta di rivolgersi all’Italia, piuttosto che francesi o britannici, nasceva dal fatto che il nuovo Stato europeo non rappresentava ancora una minaccia coloniale diretta. La corte birmana vedeva negli italiani collaboratori neutrali e utili per importare conoscenze tecniche e scientifiche indispensabili alla modernizzazione. A partire dalla metà degli anni ’70 del secolo XIX furono decine gli ingegneri, i tecnici ma anche scienziati e medici che si trasferirono al servizio del governo birmano. Molti furono addetti allo sviluppo e al mantenimento dell’industria siderurgica in particolare delle armi. In Birmania fu attivo Antonio Glisenti, imprenditore bresciano delle armi, che riuscì ad aggirare l’embargo britannico importando numerosi fucili moderni per l’esercito di Mindon. Nelle infrastrutture si distinse l’ingegnere spezzino Francesco Federici che nel 1874 realizzò due ponti sul fiume Irrawaddy, mentre il genovese Giovanni Battista Comotto si occupò di riorganizzare la marina fluviale, oltre a raccogliere molte notizie sull’entomologia della Birmania. Anche la prima luce elettrica fu portata a Mandalay da un italiano, Ainsi Pedrone, che importò anche le prime cucine economiche da campo in uso al regio Esercito. Gli italiani che lavorarono in Birmania furono presenti in svariati campi dell’industria, che comprese anche l’introduzione dell’allevamento e della filatura della seta. In campo sanitario, si distinse il nobile lodigiano Luigi Barbieri di Introini, diventato medico personale di re Mindon.
Dal punto di vista della consulenza militare, in Birmania si trasferirono a partire dalla metà degli anni ’70 dell’Ottocento, diversi ufficiali delle varie specialità dell’esercito. Il Tenente Colonnello dei bersaglieri Tersilio Barberis, in congedo volontario, fu attivo nell’addestramento della fanteria, oltre ad occuparsi di interessi commerciali. Con lui negli stessi anni fu Aristide Perucca, ufficiale che fu nominato «tenascié» dell’esercito birmano durante la sua permanenza. Come lui, anche Valentino Molinari entrò nei ranghi delle forze armate. Nel 1878 re Mindon morì, lasciando il trono all’erede Thibaw Min. Il cambio di reggenza significò un peggioramento dei rapporti tra i dignitari birmani e i tecnici italiani, rallentati nella loro opera anche a causa di una burocrazia paralizzante. A complicare la situazione contribuì in parte anche un personaggio importante della comunità italiana in Birmania, l’ambasciatore a Mandalay Giovanni Andreino. Figura controversa, il diplomatico fu al centro delle polemiche per un supposto doppio gioco in favore dei francesi, che miravano a limitare l’influenza britannica nel Sudest asiatico. La presenza degli italiani e l’ostilità francese spinsero il governo britannico a completare l’opera di assoggettamento del regno di Birmania, dando il via alla terza e ultima guerra anglo-birmana, durata meno di un mese dal 7 al 29 novembre 1885. Nelle ostilità furono coinvolti anche gli ufficiali italiani Barberis, Perucca e Molinari che parteciparono alla difesa della fortificazione di Minhla, sulle rive del fiume Irrawaddy. Impossibilitati a resistere dalle soverchianti forze nemiche, si arrenderanno agli inglesi pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità. La caduta del regno di Birmania e l’inizio della dominazione britannica metteranno la parola fine a quel primordiale tentativo italiano di radicare la presenza nel Sudest asiatico, da allora dominio quasi totale anglo-francese. La maggior parte dei tecnici italiani farà rientro in Patria, mentre alcuni tenteranno nuova fortuna in paesi come Giappone e Cina. Appena cinque anni dopo la fine della presenza italiana in Birmania, il 1°gennaio 1890, l’Italia ebbe la sua prima colonia in Africa: l’Eritrea.
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