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2024-05-10
Clandestino da 22 anni accoltella poliziotto
Ansa
Sono da poco passate le 23 di mercoledì alla stazione di Lambrate di Milano, quando un uomo completamente fuori controllo inizia a dare in escandescenza. È uno dei tanti balordi che bazzica la stazione, facendo la spola con piazza Gobetti, zona di spaccio e rifugio per molti tossici. È un marocchino irregolare, ha 37 anni e si chiama Hasan Hamis.
È totalmente fuori controllo. Tanto che, al binario 12, inizia a lanciare pietre contro i treni e contro i pendolari che stanno rientrando con le ultime corse che vanno verso la provincia. Una signora viene colpita e finisce in codice verde al Fatebenefratelli. La Polfer della stazione decide di chiamare la questura, per chiedere aiuto. Così interviene anche la polizia, con dieci pattuglie. E proprio quando arriva si scatena la furia di Hamis, che inizia a lanciare sempre più sassi della massicciata contro le forze dell’ordine. I poliziotti vengono presi più volte, ma cercano comunque di fermarlo. Sono costretti a fermare la circolazione dei treni e si mettono a inseguirlo. Provano a bloccarlo con il taser ma sul piumino spesso che porta Hamis non c’è molto da fare. La scossa che dovrebbe tramortirlo non ha effetto.
Così lui si gira e si scaglia con un coltello di 30 centimetri contro il vice ispettore Christian Di Martino, 35 anni, originario di Ischia. Lo colpisce più volte all’addome e alla schiena. Nella colluttazione prova a ferire anche gli altri agenti, mentre si trova per terra. Poi, finalmente, viene immobilizzato e fermato. Di Martino sarà portato d’urgenza all’ospedale Niguarda. Ha ferite agli organi interni. Subisce cinque arresti cardiaci, ha perso un rene e sono già servite più di 70 trasfusioni, 40 di sangue e 30 di plasma. Al suo fianco ci sono la fidanzata e il padre. Mentre scriviamo, si trova in prognosi riservata. Lotta ancora tra la vita e la morte.
È questa la cronaca di una nottata da incubo per le forze dell’ordine di Milano. Una delle tante che ormai caratterizzano da anni il capoluogo lombardo. A dirlo sono le statistiche del Viminale che lo scorso anno ha piazzato la città in cima all’indice della criminalità nelle province italiane. «Come ha recentemente ricordato il questore, nel 2023 gli agenti vittime di aggressioni sono stati 98: un dato molto preoccupante, che deve far riflettere. Importante anche sottolineare che gli episodi di violenza molto spesso si verificano nelle aree adiacenti alle stazioni, che da troppo tempo sono lasciate alla criminalità», ricorda Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, componente della commissione d’inchiesta alla Camera sulla Sicurezza e sul degrado delle periferie in Italia ed ex vicesindaco di Milano. A gennaio, un agente della polizia Locale era stato accoltellato durante un controllo antidroga a Colico. In un’indagine del 2022 di Asaps.it, erano stati calcolati 2.678 gli episodi di violenza contro le forze dell’ordine. Con un incremento di aggressioni fisiche, soprattutto contro la polizia di Stato, pari al 47,2%, mentre L’Arma dei carabinieri arrivava al 38,6%. Il restante riguardava la polizia locale.
A farsi sentire in queste ore sono soprattutto i sindacati di polizia. «Stiamo tutti pregando affinché quanto prima arrivi la notizia che Di Martino sia dichiarato fuori pericolo di vita», spiega il segretario generale del Siulp, Felice Romano, «e posso solo augurarmi che arrivi presto questa notizia, perché non ne possiamo più. Provo imbarazzo in un momento come questo ma è la pura realtà: subiamo una aggressione ogni tre ore, noi come tutte le helping profession, e mi riferisco anche alla maestra schiaffeggiata a Ostia. Il tutto di fronte a una diffusa convinzione che tutto ciò possa rientrare in una normalità oramai quasi inevitabile. Per il Siulp, da sempre, questa non può essere la quotidianità. È urgente e indifferibile cambiare le norme. Insisto, nella mente di ogni singolo delinquente c’è la certezza di una impunità pressoché totale e se esistesse il reato di concorso morale in omissione nel non aver dato risposte a tutte le donne e gli uomini in divisa che servono il nostro Paese, oggi sarebbero in tanti a doverne rispondere».
E ancora. «Le aggressioni ai poliziotti non dovrebbero essere tollerate in un paese democratico», spiegava ieri il sindacato di polizia Consap. «Non possiamo non rimarcare che l’accoltellatore delinque in questo Paese da oltre dieci anni e ha precedenti specifici proprio per possesso di coltello, una circostanza che documenta nei fatti come sia possibile commettere reati e farla franca, fino al momento in cui si alza il tiro e un poliziotto di 35 anni si ritrova a lottare tra la vita e la morte», ha commentato il segretario generale nazionale della Consap, Patrizio Del Bon, «Ci aspettiamo che la politica possa individuare correttivi di legge che consentano di prevenire queste situazioni, con misure adeguate a contrastare la pericolosità del personaggio in questione e dei tanti che, come lui, scorrazzano in lungo e in largo in Italia, sia che essi siano legati a problemi psichici o natura violenta».
Questa mattina Hamis comparirà di fronte al giudice. Sarà valutato anche se era sotto effetto di alcol o di sostanze stupefacenti.
La paranoia fascista ci ha indebolito. Quando serve, la forza si deve usare
Se fosse un poliziotto ungherese, non sarebbe in fin di vita; un paio di manette al criminale marocchino e tutti sereni. Se fosse un gendarme francese, spagnolo, tedesco non sarebbe stato sette ore sotto i ferri e non avrebbe subito 70 trasfusioni di plasma, perché spagnoli, francesi e tedeschi sparano prima di essere aggrediti. Se fosse un bobby inglese, Christian Di Martino non sarebbe in terapia intensiva perché la regola d’ingaggio con il malvivente psicopatico avrebbe previsto il ginocchio sulla schiena (all’americana). E perché a Londra non si preoccupano di ciò che scrive il Guardian con infido pietismo.
Invece all’ospedale Niguarda di Milano c’è un giovane servitore dello Stato che lotta per sopravvivere, un vice ispettore delle Volanti, di 35 anni, ormai senza un rene e con il duodeno spappolato, aggredito con tre coltellate al fianco mentre stava tentando di rendere inoffensivo Hasan Hamis, un immigrato marocchino irregolare, pluricondannato e mai rimpatriato. Una vicenda di cronaca consueta, che potrebbe essere raccontata dall’intelligenza artificiale per l’ampia casistica in archivio. Una tragedia destinata a non insegnare niente nell’Italia con l’hobby fetido della delegittimazione delle forze dell’ordine e della doppia morale di un progressismo becero che da due anni - in nome del ritorno del fascismo marziano - fa passare il messaggio che la polizia sia il braccio armato del nemico.
Almeno fosse armato. Almeno Christian Di Martino non avesse lasciato penzolare, racchiusa nella fondina come un’inutile appendice, la pistola d’ordinanza. Chi campa nei talk show e detta regole di democrazia con il ditino alzato dovrebbe sapere che in Occidente, in tutto l’Occidente civile tranne che in Italia, un fuorilegge non può avvinghiarsi a un poliziotto con un coltello in mano e 20 centimetri di rabbia nella lama. Dieci pattuglie erano intervenute nella stazione di Lambrate per dar man forte alla Polfer nel tentativo di ridurre alla ragione il folle che stava lanciando sassi contro i treni (passatempo consueto). Dieci pattuglie per fermare chi aveva colpito alla testa una passante e ferito due agenti della polizia ferroviaria. Non avrebbero mai potuto arrestarlo con i mazzi di fiori e una copia del Piccolo principe.
In virtù del conformismo politico-mediatico dominante, quelle dieci pattuglie non avrebbero mai potuto usare la forza, se non a rischio di inchieste giudiziarie e gogna mediatica della sinistra militante di redazione. Niente sberle, niente manette, il taser solo dove non serve (e infatti sul giubbotto non è servito). Le pistole mai. Come se la criminalità straniera fosse un circolo del cucito e godesse di un lasciapassare morale. «Le armi non servono, serve la cultura». Sembra di sentirli, i Massimo Giannini, i Corrado Formigli e le Lilli Gruber, nelle loro omelie al pistacchio, mentre stigmatizzano la repressione guardando il video di Repubblica girato da qualche manina sulla «deriva autoritaria al tempo di Giorgia Meloni».
Pura ipocrisia, sulla quale si sta, purtroppo, appiattendo anche l’esecutivo, più preoccupato degli editoriali indignati di Gad Lerner e Michele Serra che di difendere i propri uomini e i propri cittadini. Eppure nello Stato diritto l’uso della forza per garantire la legalità è previsto dai codici, si chiama deterrenza. Il senso di debolezza, l’omologazione per quieto vivere alle logiche perdenti da centro sociale si pagano. Anche nelle urne. Sveglia, tornate sulla Terra. Ieri Felice Romano, numero uno del Siulp, ha messo il dito nella piaga: «In questo Paese c’è la perdita di autorevolezza delle istituzioni e la totale certezza di impunità per chi delinque».
Nel clima di smobilitazione civile è ormai passato un messaggio che certi criminali arrivati da lontano hanno interiorizzato al meglio: in Italia tutto è permesso, pure tentare di uccidere un poliziotto a coltellate per puro sfizio. E la copertura dei malviventi è mefitica. Per dire, ieri alle 18 nel titolo della homepage del Corriere della Sera non c’era neppure il nome dell’aggressore, solo «poliziotto accoltellato da un 37enne». In realtà un delinquente matricolato, già condannato per rapina e lesioni, denunciato per avere minacciato con un rasoio dei passeggeri alla stazione di Bologna, in possesso di un decreto di espulsione (carta straccia). Non certo un figlio sfortunato del Terzo mondo.
Nella notte da incubo di Milano siamo tutti vittime della narrazione. Quella abituale e perversa dei buonisti per decreto. La narrazione secondo la quale Ilaria Salis non può essere mostrata in manette in un’aula di tribunale a Budapest. La cattiva maestrina ha una fedina penale lunga un chilometro ma candidiamola all’Europarlamento, signora mia, perché è una vittima. La stessa narrazione che induce allo scandalo perché un italiano è stato arrestato a Miami per avere messo le mani addosso a un poliziotto. Perfino le serie tv insegnano che laggiù è meglio tenerle in tasca, le mani, davanti a una divisa.
La narrazione tossica imperversa. Mentre Christian Di Martino è aggrappato a tubi e macchinari per vivere, il sindaco di Gotham City, Beppe Sala (concentrato sulla biodiversità delle aiuole, sul divieto dei gelati dopo la mezzanotte e su tutto lo sciocchezzaio green), pensa solo ad allontanare da sé le responsabilità politiche. Come se il borgomastro di Milano fosse un altro, addita il governo: «Doveva espellere quell’uomo, non ha fatto il proprio dovere». Sa di essere protetto dalla demagogia sinistra di una città senza controllo. Ed è pronto a mostrare gli artigli, com’è già accaduto, solo contro la prossima retata del questore.
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L’uomo, soggetto a decreti d’espulsione, tirava sassi ai vagoni. Per l’agente 70 trasfusioni e 5 arresti cardiaci: ha perso un rene.Chi fa rispettar le leggi non può ricorrere alle armi, pena la gogna pubblica. I buonisti s’indignano sulle catene alla Salis e non per un servitore dello Stato in fin di vita. Così i criminali sanno che in Italia tutto è permesso.Lo speciale contiene due articoliSono da poco passate le 23 di mercoledì alla stazione di Lambrate di Milano, quando un uomo completamente fuori controllo inizia a dare in escandescenza. È uno dei tanti balordi che bazzica la stazione, facendo la spola con piazza Gobetti, zona di spaccio e rifugio per molti tossici. È un marocchino irregolare, ha 37 anni e si chiama Hasan Hamis. È totalmente fuori controllo. Tanto che, al binario 12, inizia a lanciare pietre contro i treni e contro i pendolari che stanno rientrando con le ultime corse che vanno verso la provincia. Una signora viene colpita e finisce in codice verde al Fatebenefratelli. La Polfer della stazione decide di chiamare la questura, per chiedere aiuto. Così interviene anche la polizia, con dieci pattuglie. E proprio quando arriva si scatena la furia di Hamis, che inizia a lanciare sempre più sassi della massicciata contro le forze dell’ordine. I poliziotti vengono presi più volte, ma cercano comunque di fermarlo. Sono costretti a fermare la circolazione dei treni e si mettono a inseguirlo. Provano a bloccarlo con il taser ma sul piumino spesso che porta Hamis non c’è molto da fare. La scossa che dovrebbe tramortirlo non ha effetto. Così lui si gira e si scaglia con un coltello di 30 centimetri contro il vice ispettore Christian Di Martino, 35 anni, originario di Ischia. Lo colpisce più volte all’addome e alla schiena. Nella colluttazione prova a ferire anche gli altri agenti, mentre si trova per terra. Poi, finalmente, viene immobilizzato e fermato. Di Martino sarà portato d’urgenza all’ospedale Niguarda. Ha ferite agli organi interni. Subisce cinque arresti cardiaci, ha perso un rene e sono già servite più di 70 trasfusioni, 40 di sangue e 30 di plasma. Al suo fianco ci sono la fidanzata e il padre. Mentre scriviamo, si trova in prognosi riservata. Lotta ancora tra la vita e la morte. È questa la cronaca di una nottata da incubo per le forze dell’ordine di Milano. Una delle tante che ormai caratterizzano da anni il capoluogo lombardo. A dirlo sono le statistiche del Viminale che lo scorso anno ha piazzato la città in cima all’indice della criminalità nelle province italiane. «Come ha recentemente ricordato il questore, nel 2023 gli agenti vittime di aggressioni sono stati 98: un dato molto preoccupante, che deve far riflettere. Importante anche sottolineare che gli episodi di violenza molto spesso si verificano nelle aree adiacenti alle stazioni, che da troppo tempo sono lasciate alla criminalità», ricorda Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, componente della commissione d’inchiesta alla Camera sulla Sicurezza e sul degrado delle periferie in Italia ed ex vicesindaco di Milano. A gennaio, un agente della polizia Locale era stato accoltellato durante un controllo antidroga a Colico. In un’indagine del 2022 di Asaps.it, erano stati calcolati 2.678 gli episodi di violenza contro le forze dell’ordine. Con un incremento di aggressioni fisiche, soprattutto contro la polizia di Stato, pari al 47,2%, mentre L’Arma dei carabinieri arrivava al 38,6%. Il restante riguardava la polizia locale. A farsi sentire in queste ore sono soprattutto i sindacati di polizia. «Stiamo tutti pregando affinché quanto prima arrivi la notizia che Di Martino sia dichiarato fuori pericolo di vita», spiega il segretario generale del Siulp, Felice Romano, «e posso solo augurarmi che arrivi presto questa notizia, perché non ne possiamo più. Provo imbarazzo in un momento come questo ma è la pura realtà: subiamo una aggressione ogni tre ore, noi come tutte le helping profession, e mi riferisco anche alla maestra schiaffeggiata a Ostia. Il tutto di fronte a una diffusa convinzione che tutto ciò possa rientrare in una normalità oramai quasi inevitabile. Per il Siulp, da sempre, questa non può essere la quotidianità. È urgente e indifferibile cambiare le norme. Insisto, nella mente di ogni singolo delinquente c’è la certezza di una impunità pressoché totale e se esistesse il reato di concorso morale in omissione nel non aver dato risposte a tutte le donne e gli uomini in divisa che servono il nostro Paese, oggi sarebbero in tanti a doverne rispondere». E ancora. «Le aggressioni ai poliziotti non dovrebbero essere tollerate in un paese democratico», spiegava ieri il sindacato di polizia Consap. «Non possiamo non rimarcare che l’accoltellatore delinque in questo Paese da oltre dieci anni e ha precedenti specifici proprio per possesso di coltello, una circostanza che documenta nei fatti come sia possibile commettere reati e farla franca, fino al momento in cui si alza il tiro e un poliziotto di 35 anni si ritrova a lottare tra la vita e la morte», ha commentato il segretario generale nazionale della Consap, Patrizio Del Bon, «Ci aspettiamo che la politica possa individuare correttivi di legge che consentano di prevenire queste situazioni, con misure adeguate a contrastare la pericolosità del personaggio in questione e dei tanti che, come lui, scorrazzano in lungo e in largo in Italia, sia che essi siano legati a problemi psichici o natura violenta». Questa mattina Hamis comparirà di fronte al giudice. Sarà valutato anche se era sotto effetto di alcol o di sostanze stupefacenti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/clandestino-da-22-anni-accoltella-poliziotto-2668214830.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-paranoia-fascista-ci-ha-indebolito-quando-serve-la-forza-si-deve-usare" data-post-id="2668214830" data-published-at="1715296849" data-use-pagination="False"> La paranoia fascista ci ha indebolito. Quando serve, la forza si deve usare Se fosse un poliziotto ungherese, non sarebbe in fin di vita; un paio di manette al criminale marocchino e tutti sereni. Se fosse un gendarme francese, spagnolo, tedesco non sarebbe stato sette ore sotto i ferri e non avrebbe subito 70 trasfusioni di plasma, perché spagnoli, francesi e tedeschi sparano prima di essere aggrediti. Se fosse un bobby inglese, Christian Di Martino non sarebbe in terapia intensiva perché la regola d’ingaggio con il malvivente psicopatico avrebbe previsto il ginocchio sulla schiena (all’americana). E perché a Londra non si preoccupano di ciò che scrive il Guardian con infido pietismo. Invece all’ospedale Niguarda di Milano c’è un giovane servitore dello Stato che lotta per sopravvivere, un vice ispettore delle Volanti, di 35 anni, ormai senza un rene e con il duodeno spappolato, aggredito con tre coltellate al fianco mentre stava tentando di rendere inoffensivo Hasan Hamis, un immigrato marocchino irregolare, pluricondannato e mai rimpatriato. Una vicenda di cronaca consueta, che potrebbe essere raccontata dall’intelligenza artificiale per l’ampia casistica in archivio. Una tragedia destinata a non insegnare niente nell’Italia con l’hobby fetido della delegittimazione delle forze dell’ordine e della doppia morale di un progressismo becero che da due anni - in nome del ritorno del fascismo marziano - fa passare il messaggio che la polizia sia il braccio armato del nemico. Almeno fosse armato. Almeno Christian Di Martino non avesse lasciato penzolare, racchiusa nella fondina come un’inutile appendice, la pistola d’ordinanza. Chi campa nei talk show e detta regole di democrazia con il ditino alzato dovrebbe sapere che in Occidente, in tutto l’Occidente civile tranne che in Italia, un fuorilegge non può avvinghiarsi a un poliziotto con un coltello in mano e 20 centimetri di rabbia nella lama. Dieci pattuglie erano intervenute nella stazione di Lambrate per dar man forte alla Polfer nel tentativo di ridurre alla ragione il folle che stava lanciando sassi contro i treni (passatempo consueto). Dieci pattuglie per fermare chi aveva colpito alla testa una passante e ferito due agenti della polizia ferroviaria. Non avrebbero mai potuto arrestarlo con i mazzi di fiori e una copia del Piccolo principe. In virtù del conformismo politico-mediatico dominante, quelle dieci pattuglie non avrebbero mai potuto usare la forza, se non a rischio di inchieste giudiziarie e gogna mediatica della sinistra militante di redazione. Niente sberle, niente manette, il taser solo dove non serve (e infatti sul giubbotto non è servito). Le pistole mai. Come se la criminalità straniera fosse un circolo del cucito e godesse di un lasciapassare morale. «Le armi non servono, serve la cultura». Sembra di sentirli, i Massimo Giannini, i Corrado Formigli e le Lilli Gruber, nelle loro omelie al pistacchio, mentre stigmatizzano la repressione guardando il video di Repubblica girato da qualche manina sulla «deriva autoritaria al tempo di Giorgia Meloni». Pura ipocrisia, sulla quale si sta, purtroppo, appiattendo anche l’esecutivo, più preoccupato degli editoriali indignati di Gad Lerner e Michele Serra che di difendere i propri uomini e i propri cittadini. Eppure nello Stato diritto l’uso della forza per garantire la legalità è previsto dai codici, si chiama deterrenza. Il senso di debolezza, l’omologazione per quieto vivere alle logiche perdenti da centro sociale si pagano. Anche nelle urne. Sveglia, tornate sulla Terra. Ieri Felice Romano, numero uno del Siulp, ha messo il dito nella piaga: «In questo Paese c’è la perdita di autorevolezza delle istituzioni e la totale certezza di impunità per chi delinque». Nel clima di smobilitazione civile è ormai passato un messaggio che certi criminali arrivati da lontano hanno interiorizzato al meglio: in Italia tutto è permesso, pure tentare di uccidere un poliziotto a coltellate per puro sfizio. E la copertura dei malviventi è mefitica. Per dire, ieri alle 18 nel titolo della homepage del Corriere della Sera non c’era neppure il nome dell’aggressore, solo «poliziotto accoltellato da un 37enne». In realtà un delinquente matricolato, già condannato per rapina e lesioni, denunciato per avere minacciato con un rasoio dei passeggeri alla stazione di Bologna, in possesso di un decreto di espulsione (carta straccia). Non certo un figlio sfortunato del Terzo mondo. Nella notte da incubo di Milano siamo tutti vittime della narrazione. Quella abituale e perversa dei buonisti per decreto. La narrazione secondo la quale Ilaria Salis non può essere mostrata in manette in un’aula di tribunale a Budapest. La cattiva maestrina ha una fedina penale lunga un chilometro ma candidiamola all’Europarlamento, signora mia, perché è una vittima. La stessa narrazione che induce allo scandalo perché un italiano è stato arrestato a Miami per avere messo le mani addosso a un poliziotto. Perfino le serie tv insegnano che laggiù è meglio tenerle in tasca, le mani, davanti a una divisa. La narrazione tossica imperversa. Mentre Christian Di Martino è aggrappato a tubi e macchinari per vivere, il sindaco di Gotham City, Beppe Sala (concentrato sulla biodiversità delle aiuole, sul divieto dei gelati dopo la mezzanotte e su tutto lo sciocchezzaio green), pensa solo ad allontanare da sé le responsabilità politiche. Come se il borgomastro di Milano fosse un altro, addita il governo: «Doveva espellere quell’uomo, non ha fatto il proprio dovere». Sa di essere protetto dalla demagogia sinistra di una città senza controllo. Ed è pronto a mostrare gli artigli, com’è già accaduto, solo contro la prossima retata del questore.
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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