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2024-05-10
Clandestino da 22 anni accoltella poliziotto
Ansa
Sono da poco passate le 23 di mercoledì alla stazione di Lambrate di Milano, quando un uomo completamente fuori controllo inizia a dare in escandescenza. È uno dei tanti balordi che bazzica la stazione, facendo la spola con piazza Gobetti, zona di spaccio e rifugio per molti tossici. È un marocchino irregolare, ha 37 anni e si chiama Hasan Hamis.
È totalmente fuori controllo. Tanto che, al binario 12, inizia a lanciare pietre contro i treni e contro i pendolari che stanno rientrando con le ultime corse che vanno verso la provincia. Una signora viene colpita e finisce in codice verde al Fatebenefratelli. La Polfer della stazione decide di chiamare la questura, per chiedere aiuto. Così interviene anche la polizia, con dieci pattuglie. E proprio quando arriva si scatena la furia di Hamis, che inizia a lanciare sempre più sassi della massicciata contro le forze dell’ordine. I poliziotti vengono presi più volte, ma cercano comunque di fermarlo. Sono costretti a fermare la circolazione dei treni e si mettono a inseguirlo. Provano a bloccarlo con il taser ma sul piumino spesso che porta Hamis non c’è molto da fare. La scossa che dovrebbe tramortirlo non ha effetto.
Così lui si gira e si scaglia con un coltello di 30 centimetri contro il vice ispettore Christian Di Martino, 35 anni, originario di Ischia. Lo colpisce più volte all’addome e alla schiena. Nella colluttazione prova a ferire anche gli altri agenti, mentre si trova per terra. Poi, finalmente, viene immobilizzato e fermato. Di Martino sarà portato d’urgenza all’ospedale Niguarda. Ha ferite agli organi interni. Subisce cinque arresti cardiaci, ha perso un rene e sono già servite più di 70 trasfusioni, 40 di sangue e 30 di plasma. Al suo fianco ci sono la fidanzata e il padre. Mentre scriviamo, si trova in prognosi riservata. Lotta ancora tra la vita e la morte.
È questa la cronaca di una nottata da incubo per le forze dell’ordine di Milano. Una delle tante che ormai caratterizzano da anni il capoluogo lombardo. A dirlo sono le statistiche del Viminale che lo scorso anno ha piazzato la città in cima all’indice della criminalità nelle province italiane. «Come ha recentemente ricordato il questore, nel 2023 gli agenti vittime di aggressioni sono stati 98: un dato molto preoccupante, che deve far riflettere. Importante anche sottolineare che gli episodi di violenza molto spesso si verificano nelle aree adiacenti alle stazioni, che da troppo tempo sono lasciate alla criminalità», ricorda Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, componente della commissione d’inchiesta alla Camera sulla Sicurezza e sul degrado delle periferie in Italia ed ex vicesindaco di Milano. A gennaio, un agente della polizia Locale era stato accoltellato durante un controllo antidroga a Colico. In un’indagine del 2022 di Asaps.it, erano stati calcolati 2.678 gli episodi di violenza contro le forze dell’ordine. Con un incremento di aggressioni fisiche, soprattutto contro la polizia di Stato, pari al 47,2%, mentre L’Arma dei carabinieri arrivava al 38,6%. Il restante riguardava la polizia locale.
A farsi sentire in queste ore sono soprattutto i sindacati di polizia. «Stiamo tutti pregando affinché quanto prima arrivi la notizia che Di Martino sia dichiarato fuori pericolo di vita», spiega il segretario generale del Siulp, Felice Romano, «e posso solo augurarmi che arrivi presto questa notizia, perché non ne possiamo più. Provo imbarazzo in un momento come questo ma è la pura realtà: subiamo una aggressione ogni tre ore, noi come tutte le helping profession, e mi riferisco anche alla maestra schiaffeggiata a Ostia. Il tutto di fronte a una diffusa convinzione che tutto ciò possa rientrare in una normalità oramai quasi inevitabile. Per il Siulp, da sempre, questa non può essere la quotidianità. È urgente e indifferibile cambiare le norme. Insisto, nella mente di ogni singolo delinquente c’è la certezza di una impunità pressoché totale e se esistesse il reato di concorso morale in omissione nel non aver dato risposte a tutte le donne e gli uomini in divisa che servono il nostro Paese, oggi sarebbero in tanti a doverne rispondere».
E ancora. «Le aggressioni ai poliziotti non dovrebbero essere tollerate in un paese democratico», spiegava ieri il sindacato di polizia Consap. «Non possiamo non rimarcare che l’accoltellatore delinque in questo Paese da oltre dieci anni e ha precedenti specifici proprio per possesso di coltello, una circostanza che documenta nei fatti come sia possibile commettere reati e farla franca, fino al momento in cui si alza il tiro e un poliziotto di 35 anni si ritrova a lottare tra la vita e la morte», ha commentato il segretario generale nazionale della Consap, Patrizio Del Bon, «Ci aspettiamo che la politica possa individuare correttivi di legge che consentano di prevenire queste situazioni, con misure adeguate a contrastare la pericolosità del personaggio in questione e dei tanti che, come lui, scorrazzano in lungo e in largo in Italia, sia che essi siano legati a problemi psichici o natura violenta».
Questa mattina Hamis comparirà di fronte al giudice. Sarà valutato anche se era sotto effetto di alcol o di sostanze stupefacenti.
La paranoia fascista ci ha indebolito. Quando serve, la forza si deve usare
Se fosse un poliziotto ungherese, non sarebbe in fin di vita; un paio di manette al criminale marocchino e tutti sereni. Se fosse un gendarme francese, spagnolo, tedesco non sarebbe stato sette ore sotto i ferri e non avrebbe subito 70 trasfusioni di plasma, perché spagnoli, francesi e tedeschi sparano prima di essere aggrediti. Se fosse un bobby inglese, Christian Di Martino non sarebbe in terapia intensiva perché la regola d’ingaggio con il malvivente psicopatico avrebbe previsto il ginocchio sulla schiena (all’americana). E perché a Londra non si preoccupano di ciò che scrive il Guardian con infido pietismo.
Invece all’ospedale Niguarda di Milano c’è un giovane servitore dello Stato che lotta per sopravvivere, un vice ispettore delle Volanti, di 35 anni, ormai senza un rene e con il duodeno spappolato, aggredito con tre coltellate al fianco mentre stava tentando di rendere inoffensivo Hasan Hamis, un immigrato marocchino irregolare, pluricondannato e mai rimpatriato. Una vicenda di cronaca consueta, che potrebbe essere raccontata dall’intelligenza artificiale per l’ampia casistica in archivio. Una tragedia destinata a non insegnare niente nell’Italia con l’hobby fetido della delegittimazione delle forze dell’ordine e della doppia morale di un progressismo becero che da due anni - in nome del ritorno del fascismo marziano - fa passare il messaggio che la polizia sia il braccio armato del nemico.
Almeno fosse armato. Almeno Christian Di Martino non avesse lasciato penzolare, racchiusa nella fondina come un’inutile appendice, la pistola d’ordinanza. Chi campa nei talk show e detta regole di democrazia con il ditino alzato dovrebbe sapere che in Occidente, in tutto l’Occidente civile tranne che in Italia, un fuorilegge non può avvinghiarsi a un poliziotto con un coltello in mano e 20 centimetri di rabbia nella lama. Dieci pattuglie erano intervenute nella stazione di Lambrate per dar man forte alla Polfer nel tentativo di ridurre alla ragione il folle che stava lanciando sassi contro i treni (passatempo consueto). Dieci pattuglie per fermare chi aveva colpito alla testa una passante e ferito due agenti della polizia ferroviaria. Non avrebbero mai potuto arrestarlo con i mazzi di fiori e una copia del Piccolo principe.
In virtù del conformismo politico-mediatico dominante, quelle dieci pattuglie non avrebbero mai potuto usare la forza, se non a rischio di inchieste giudiziarie e gogna mediatica della sinistra militante di redazione. Niente sberle, niente manette, il taser solo dove non serve (e infatti sul giubbotto non è servito). Le pistole mai. Come se la criminalità straniera fosse un circolo del cucito e godesse di un lasciapassare morale. «Le armi non servono, serve la cultura». Sembra di sentirli, i Massimo Giannini, i Corrado Formigli e le Lilli Gruber, nelle loro omelie al pistacchio, mentre stigmatizzano la repressione guardando il video di Repubblica girato da qualche manina sulla «deriva autoritaria al tempo di Giorgia Meloni».
Pura ipocrisia, sulla quale si sta, purtroppo, appiattendo anche l’esecutivo, più preoccupato degli editoriali indignati di Gad Lerner e Michele Serra che di difendere i propri uomini e i propri cittadini. Eppure nello Stato diritto l’uso della forza per garantire la legalità è previsto dai codici, si chiama deterrenza. Il senso di debolezza, l’omologazione per quieto vivere alle logiche perdenti da centro sociale si pagano. Anche nelle urne. Sveglia, tornate sulla Terra. Ieri Felice Romano, numero uno del Siulp, ha messo il dito nella piaga: «In questo Paese c’è la perdita di autorevolezza delle istituzioni e la totale certezza di impunità per chi delinque».
Nel clima di smobilitazione civile è ormai passato un messaggio che certi criminali arrivati da lontano hanno interiorizzato al meglio: in Italia tutto è permesso, pure tentare di uccidere un poliziotto a coltellate per puro sfizio. E la copertura dei malviventi è mefitica. Per dire, ieri alle 18 nel titolo della homepage del Corriere della Sera non c’era neppure il nome dell’aggressore, solo «poliziotto accoltellato da un 37enne». In realtà un delinquente matricolato, già condannato per rapina e lesioni, denunciato per avere minacciato con un rasoio dei passeggeri alla stazione di Bologna, in possesso di un decreto di espulsione (carta straccia). Non certo un figlio sfortunato del Terzo mondo.
Nella notte da incubo di Milano siamo tutti vittime della narrazione. Quella abituale e perversa dei buonisti per decreto. La narrazione secondo la quale Ilaria Salis non può essere mostrata in manette in un’aula di tribunale a Budapest. La cattiva maestrina ha una fedina penale lunga un chilometro ma candidiamola all’Europarlamento, signora mia, perché è una vittima. La stessa narrazione che induce allo scandalo perché un italiano è stato arrestato a Miami per avere messo le mani addosso a un poliziotto. Perfino le serie tv insegnano che laggiù è meglio tenerle in tasca, le mani, davanti a una divisa.
La narrazione tossica imperversa. Mentre Christian Di Martino è aggrappato a tubi e macchinari per vivere, il sindaco di Gotham City, Beppe Sala (concentrato sulla biodiversità delle aiuole, sul divieto dei gelati dopo la mezzanotte e su tutto lo sciocchezzaio green), pensa solo ad allontanare da sé le responsabilità politiche. Come se il borgomastro di Milano fosse un altro, addita il governo: «Doveva espellere quell’uomo, non ha fatto il proprio dovere». Sa di essere protetto dalla demagogia sinistra di una città senza controllo. Ed è pronto a mostrare gli artigli, com’è già accaduto, solo contro la prossima retata del questore.
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L’uomo, soggetto a decreti d’espulsione, tirava sassi ai vagoni. Per l’agente 70 trasfusioni e 5 arresti cardiaci: ha perso un rene.Chi fa rispettar le leggi non può ricorrere alle armi, pena la gogna pubblica. I buonisti s’indignano sulle catene alla Salis e non per un servitore dello Stato in fin di vita. Così i criminali sanno che in Italia tutto è permesso.Lo speciale contiene due articoliSono da poco passate le 23 di mercoledì alla stazione di Lambrate di Milano, quando un uomo completamente fuori controllo inizia a dare in escandescenza. È uno dei tanti balordi che bazzica la stazione, facendo la spola con piazza Gobetti, zona di spaccio e rifugio per molti tossici. È un marocchino irregolare, ha 37 anni e si chiama Hasan Hamis. È totalmente fuori controllo. Tanto che, al binario 12, inizia a lanciare pietre contro i treni e contro i pendolari che stanno rientrando con le ultime corse che vanno verso la provincia. Una signora viene colpita e finisce in codice verde al Fatebenefratelli. La Polfer della stazione decide di chiamare la questura, per chiedere aiuto. Così interviene anche la polizia, con dieci pattuglie. E proprio quando arriva si scatena la furia di Hamis, che inizia a lanciare sempre più sassi della massicciata contro le forze dell’ordine. I poliziotti vengono presi più volte, ma cercano comunque di fermarlo. Sono costretti a fermare la circolazione dei treni e si mettono a inseguirlo. Provano a bloccarlo con il taser ma sul piumino spesso che porta Hamis non c’è molto da fare. La scossa che dovrebbe tramortirlo non ha effetto. Così lui si gira e si scaglia con un coltello di 30 centimetri contro il vice ispettore Christian Di Martino, 35 anni, originario di Ischia. Lo colpisce più volte all’addome e alla schiena. Nella colluttazione prova a ferire anche gli altri agenti, mentre si trova per terra. Poi, finalmente, viene immobilizzato e fermato. Di Martino sarà portato d’urgenza all’ospedale Niguarda. Ha ferite agli organi interni. Subisce cinque arresti cardiaci, ha perso un rene e sono già servite più di 70 trasfusioni, 40 di sangue e 30 di plasma. Al suo fianco ci sono la fidanzata e il padre. Mentre scriviamo, si trova in prognosi riservata. Lotta ancora tra la vita e la morte. È questa la cronaca di una nottata da incubo per le forze dell’ordine di Milano. Una delle tante che ormai caratterizzano da anni il capoluogo lombardo. A dirlo sono le statistiche del Viminale che lo scorso anno ha piazzato la città in cima all’indice della criminalità nelle province italiane. «Come ha recentemente ricordato il questore, nel 2023 gli agenti vittime di aggressioni sono stati 98: un dato molto preoccupante, che deve far riflettere. Importante anche sottolineare che gli episodi di violenza molto spesso si verificano nelle aree adiacenti alle stazioni, che da troppo tempo sono lasciate alla criminalità», ricorda Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, componente della commissione d’inchiesta alla Camera sulla Sicurezza e sul degrado delle periferie in Italia ed ex vicesindaco di Milano. A gennaio, un agente della polizia Locale era stato accoltellato durante un controllo antidroga a Colico. In un’indagine del 2022 di Asaps.it, erano stati calcolati 2.678 gli episodi di violenza contro le forze dell’ordine. Con un incremento di aggressioni fisiche, soprattutto contro la polizia di Stato, pari al 47,2%, mentre L’Arma dei carabinieri arrivava al 38,6%. Il restante riguardava la polizia locale. A farsi sentire in queste ore sono soprattutto i sindacati di polizia. «Stiamo tutti pregando affinché quanto prima arrivi la notizia che Di Martino sia dichiarato fuori pericolo di vita», spiega il segretario generale del Siulp, Felice Romano, «e posso solo augurarmi che arrivi presto questa notizia, perché non ne possiamo più. Provo imbarazzo in un momento come questo ma è la pura realtà: subiamo una aggressione ogni tre ore, noi come tutte le helping profession, e mi riferisco anche alla maestra schiaffeggiata a Ostia. Il tutto di fronte a una diffusa convinzione che tutto ciò possa rientrare in una normalità oramai quasi inevitabile. Per il Siulp, da sempre, questa non può essere la quotidianità. È urgente e indifferibile cambiare le norme. Insisto, nella mente di ogni singolo delinquente c’è la certezza di una impunità pressoché totale e se esistesse il reato di concorso morale in omissione nel non aver dato risposte a tutte le donne e gli uomini in divisa che servono il nostro Paese, oggi sarebbero in tanti a doverne rispondere». E ancora. «Le aggressioni ai poliziotti non dovrebbero essere tollerate in un paese democratico», spiegava ieri il sindacato di polizia Consap. «Non possiamo non rimarcare che l’accoltellatore delinque in questo Paese da oltre dieci anni e ha precedenti specifici proprio per possesso di coltello, una circostanza che documenta nei fatti come sia possibile commettere reati e farla franca, fino al momento in cui si alza il tiro e un poliziotto di 35 anni si ritrova a lottare tra la vita e la morte», ha commentato il segretario generale nazionale della Consap, Patrizio Del Bon, «Ci aspettiamo che la politica possa individuare correttivi di legge che consentano di prevenire queste situazioni, con misure adeguate a contrastare la pericolosità del personaggio in questione e dei tanti che, come lui, scorrazzano in lungo e in largo in Italia, sia che essi siano legati a problemi psichici o natura violenta». Questa mattina Hamis comparirà di fronte al giudice. 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Se fosse un bobby inglese, Christian Di Martino non sarebbe in terapia intensiva perché la regola d’ingaggio con il malvivente psicopatico avrebbe previsto il ginocchio sulla schiena (all’americana). E perché a Londra non si preoccupano di ciò che scrive il Guardian con infido pietismo. Invece all’ospedale Niguarda di Milano c’è un giovane servitore dello Stato che lotta per sopravvivere, un vice ispettore delle Volanti, di 35 anni, ormai senza un rene e con il duodeno spappolato, aggredito con tre coltellate al fianco mentre stava tentando di rendere inoffensivo Hasan Hamis, un immigrato marocchino irregolare, pluricondannato e mai rimpatriato. Una vicenda di cronaca consueta, che potrebbe essere raccontata dall’intelligenza artificiale per l’ampia casistica in archivio. Una tragedia destinata a non insegnare niente nell’Italia con l’hobby fetido della delegittimazione delle forze dell’ordine e della doppia morale di un progressismo becero che da due anni - in nome del ritorno del fascismo marziano - fa passare il messaggio che la polizia sia il braccio armato del nemico. Almeno fosse armato. Almeno Christian Di Martino non avesse lasciato penzolare, racchiusa nella fondina come un’inutile appendice, la pistola d’ordinanza. Chi campa nei talk show e detta regole di democrazia con il ditino alzato dovrebbe sapere che in Occidente, in tutto l’Occidente civile tranne che in Italia, un fuorilegge non può avvinghiarsi a un poliziotto con un coltello in mano e 20 centimetri di rabbia nella lama. Dieci pattuglie erano intervenute nella stazione di Lambrate per dar man forte alla Polfer nel tentativo di ridurre alla ragione il folle che stava lanciando sassi contro i treni (passatempo consueto). Dieci pattuglie per fermare chi aveva colpito alla testa una passante e ferito due agenti della polizia ferroviaria. Non avrebbero mai potuto arrestarlo con i mazzi di fiori e una copia del Piccolo principe. In virtù del conformismo politico-mediatico dominante, quelle dieci pattuglie non avrebbero mai potuto usare la forza, se non a rischio di inchieste giudiziarie e gogna mediatica della sinistra militante di redazione. Niente sberle, niente manette, il taser solo dove non serve (e infatti sul giubbotto non è servito). Le pistole mai. Come se la criminalità straniera fosse un circolo del cucito e godesse di un lasciapassare morale. «Le armi non servono, serve la cultura». Sembra di sentirli, i Massimo Giannini, i Corrado Formigli e le Lilli Gruber, nelle loro omelie al pistacchio, mentre stigmatizzano la repressione guardando il video di Repubblica girato da qualche manina sulla «deriva autoritaria al tempo di Giorgia Meloni». Pura ipocrisia, sulla quale si sta, purtroppo, appiattendo anche l’esecutivo, più preoccupato degli editoriali indignati di Gad Lerner e Michele Serra che di difendere i propri uomini e i propri cittadini. Eppure nello Stato diritto l’uso della forza per garantire la legalità è previsto dai codici, si chiama deterrenza. Il senso di debolezza, l’omologazione per quieto vivere alle logiche perdenti da centro sociale si pagano. Anche nelle urne. Sveglia, tornate sulla Terra. Ieri Felice Romano, numero uno del Siulp, ha messo il dito nella piaga: «In questo Paese c’è la perdita di autorevolezza delle istituzioni e la totale certezza di impunità per chi delinque». Nel clima di smobilitazione civile è ormai passato un messaggio che certi criminali arrivati da lontano hanno interiorizzato al meglio: in Italia tutto è permesso, pure tentare di uccidere un poliziotto a coltellate per puro sfizio. E la copertura dei malviventi è mefitica. Per dire, ieri alle 18 nel titolo della homepage del Corriere della Sera non c’era neppure il nome dell’aggressore, solo «poliziotto accoltellato da un 37enne». In realtà un delinquente matricolato, già condannato per rapina e lesioni, denunciato per avere minacciato con un rasoio dei passeggeri alla stazione di Bologna, in possesso di un decreto di espulsione (carta straccia). Non certo un figlio sfortunato del Terzo mondo. Nella notte da incubo di Milano siamo tutti vittime della narrazione. Quella abituale e perversa dei buonisti per decreto. La narrazione secondo la quale Ilaria Salis non può essere mostrata in manette in un’aula di tribunale a Budapest. La cattiva maestrina ha una fedina penale lunga un chilometro ma candidiamola all’Europarlamento, signora mia, perché è una vittima. La stessa narrazione che induce allo scandalo perché un italiano è stato arrestato a Miami per avere messo le mani addosso a un poliziotto. Perfino le serie tv insegnano che laggiù è meglio tenerle in tasca, le mani, davanti a una divisa. La narrazione tossica imperversa. Mentre Christian Di Martino è aggrappato a tubi e macchinari per vivere, il sindaco di Gotham City, Beppe Sala (concentrato sulla biodiversità delle aiuole, sul divieto dei gelati dopo la mezzanotte e su tutto lo sciocchezzaio green), pensa solo ad allontanare da sé le responsabilità politiche. Come se il borgomastro di Milano fosse un altro, addita il governo: «Doveva espellere quell’uomo, non ha fatto il proprio dovere». Sa di essere protetto dalla demagogia sinistra di una città senza controllo. Ed è pronto a mostrare gli artigli, com’è già accaduto, solo contro la prossima retata del questore.
I nuovi campioni dell’inseguimento: Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini (Ansa)
Nono oro, 24ª medaglia, un exploit straordinario nell’Olimpiade più generosa della storia. Ed è orgoglio puro - alla faccia di chi continua a rosicare contro i Giochi - quello che ti assale quando vedi il tricolore salire affiancato dalla bandiera a stelle e strisce e dal vessillo cinese: le superpotenze sono dietro i ragazzi italiani. Ora a invidiarci sono gli altri e lo scettico blu può consolarsi con una battuta neorealista: a guardie e ladri siamo sempre i numeri uno. Vent’anni dopo l’impresa di Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello sul ghiaccio di Torino, ancora tre azzurri a dettar legge. Tre ori di specialità sono un’enormità, e in tribuna a esultare c’è Francesca Lollobrigida che ha incamerato gli altri due. La locomotiva della squadra è Ghiotto, di nome e di fatto, vicentino di 32 anni che cominciò con le rotelle e avvitò le lame sotto i pattini assistendo all’exploit di Fabris a Torino. «Ho provato a imitarlo, oggi posso dire di esserci riuscito». Fin qui era andato male, medaglia di legno nei 5,000 e solo sesto nei 10.000. Giovannini (32 anni) cominciò a pattinare sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè (Trento), poi è venuto il resto, anche i titoli mondiali a Calgary e Hamar. Torna in gara sabato nella Mass Start, praticamente una tonnara. Il trentino Malfatti ha un anno di meno (a questi livelli l’esperienza non è mai un optional), ha calzato i pattini a 5 anni e non li ha più tolti.
Sono tutti figli sportivi di Maurizio Marchetto, considerato a 70 anni il guru del pattinaggio. È stato lui a inventare la squadra stellare in un contesto difficile: piste all’aperto, un freddo boia, lunghe trasferte soprattutto in Olanda per allenarsi come si deve. Pane e pattini. Spiega Giovannini: «Ho due bimbi, Enea e Celeste, che mi riconoscono alla Tv. Adesso mi dedicherò a loro. Ma questo sport è troppo figo, a 65 all’ora in curva ti dà l’ebbrezza della velocità». Lui è milanista sfegatato, è cresciuto col mito di Kakà e come premio extra andrà a San Siro a vedere il derby.
Pattini d’oro per uomini veloci, sci di bronzo per ragazze stravaganti. Lo è Flora Tabanelli, salita lunedì notte sul podio nel Freestyle big air, che significa un trampolino quasi ad angolo retto, evoluzioni pazzesche in volo e atterraggi da reparto di traumatologia. La diciottenne modenese, figlia di albergatori che gestiscono un rifugio sull’Appennino, ha conquistato pubblico e avversarie per la folle genialità. I suoi idoli sono Alberto Tomba, amico di famiglia, e il fratello Miro, eliminato nella prova maschile di Freestyle. Alcuni mesi fa Flora si era fratturata una gamba cadendo e nella rieducazione a Torino ha incontrato Federica Brignone: «L’ho vista lavorare e mi ha impressionato. Ha un’energia interiore incredibile, il suo esempio mi ha aiutato a tornare più forte di prima». Lei è dolce e semplice, niente a che vedere con la sexy star olandese Jutta Leerdam, che dopo aver vinto nel pattinaggio ha mostrato un reggiseno Nike che gli varrà un milione di compenso. A proposito di soldi, l’ucraino dello skeleton Vladi Heraskevych, squalificato per via del casco con le foto delle vittime sportive della guerra, è stato ricompensato con 200.000 euro dal proprietario dello Shakhtar Donetsk. Come se avesse vinto l’oro.
Dopo le medaglie, la delusione più scontata arriva dall’hockey: l’Italia torna a casa. Nei playoff l’ha eliminata la Svizzera (3-0) che avrebbe segnato più gol se non si fosse trovata di fronte Damian Clara, il gemello con i pattini di Gigio Donnarumma. Ha parato quasi tutto: 48 tiri su 51. A 21 anni il ragazzone di Brunico è stato scelto dalla squadra di Los Angeles, gli Anaheim Ducks di Nhl. È il primo italiano chiamato nel gotha dei pro americani. Usa e Canada corrono verso lo scontro stellare nella finale di domenica e a questo proposito c’è un’ipotesi che agita l’organizzazione: all’arena Santa Giulia potrebbe materializzarsi Donald Trump, tifosissimo dello sport più Maga d’America.
Oggi si gareggia per medaglie pesanti, forgiate dalla fatica di uomini e donne degli altopiani. Nella sprint a squadre del Fondo, Federico Pellegrino aspira al podio; nella staffetta femminile di biathlon, Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer vogliono imitarlo. Nello slalom speciale donne Lara Della Mea (quarta in gigante) può essere la sorpresa, mentre la notte dello short track promette ovazioni: Pietro Sighel per la vendetta, Arianna Fontana in staffetta per la leggenda.
C’è una gara che non vince nessuno: la caccia alle introvabili mascotte Milo e Tina, i peluche simbolo dei Giochi. I rifornimenti latitano, si comincia a parlare di mercato nero e di contraffazioni. È il consueto effetto collaterale cinese-partenopeo del fascino italiano.
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«Creatives» (Amazon Prime Video)
Avrebbero perso la salute, il sonno. I propri, legittimi proventi. Eppure, nonostante l'ambiguità del caso, nonostante le rimostranze di chi lo ha vissuto sulla propria pelle, Amazon Prime Video ha deciso di proporre una narrazione diversa di quel che è accaduto a Velvet Media.
Di intessere una trama romantica, corredata di sliding doors dall'esito felice. Creatives, serie televisiva cui è stato affidato il compito di rileggere l'intera vicenda senza mai farvi accenno diretto, nasce per dare forma all'ipotesi che sia una buona intenzione all'origine del tutto. Un'idea pura, quella di anime decise a creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto e la comprensione delle persone che ne siano coinvolte.
Creatives, al debutto sulla piattaforma streaming venerdì 20 febbraio, torna nella provincia di Treviso, tra le sue strade strette. Torna a un gruppo di giovani, che, senza troppo badare agli esiti dell'impresa, specie a quelli nefasti, ha deciso di mettere in piedi un'agenzia sui generis, regalando ai propri dipendenti la più totale autonomia. L'agenzia di cui racconta la serie televisiva, non aveva un orario di lavoro. Ciascuno era libero di autogestirsi. C'era uno psicologo a disposizione dei lavoratori, un'attenzione rara al benessere delle persone. C'era la piena convinzione di come la felicità fosse condicio sine qua non per ottenere produttività. E c'era, pure, una sorta di prova empirica rispetto alla validità del metodo. In poco tempo, l'agenzia è cresciuta, e con lei il numero dei dipendenti, arrivato a superare il centinaio. Sembrava tutto funzionasse, specie l'idea che le persone potessero valere più dei numeri, delle regole. Ma, come spesso accade, la realtà ha fatto presto irruzione nel castello di sogni, svelandone le crepe, le ombre, le fragilità. Complice la pandemia, l'agenzia di cui racconta la serie tv di Amazon Prime Video s'è fermata. Una battuta d'arresto dolorosa e violenta, che, nell'economia del racconto, non ha tolto all'esperimento umano il suo romanticismo.
Creatives, in sei episodi, documenta gli sforzi del gruppo, il colpo di reni per rialzarsi, più forti di prima. Tace il resto, però: quello che le cronache hanno riportato, la disillusione di chi lì dentro ha lavorato, di chi giura di essere stato preso in giro. Tace e il confine rimane labile, sospeso tra verità giudiziaria e narrazione televisiva.
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