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2024-08-12
In vacanza con Fellini o a casa Montalbano. I «cineturisti» in Italia valgono 600 milioni
«Il Lago di Mosigo si trova a San Vito di Cadore, pochi chilometri prima della blasonata Cortina d’Ampezzo. Sino a poco tempo fa non era null’altro che uno dei tanti laghetti visitabili nell’area dolomitica, niente di più e niente di meno di altre location simili, spesso anche meglio collocate in ambito naturalistico. Ma tutto è cambiato assai velocemente, da quando nell’estate di alcuni anni fa Rai Fiction e Lux Vide hanno deciso di trasferire nel bellunese la serie tv Un passo dal cielo, collocando la sede del commissariato di polizia presso lo Chalet sul Lago di Mosigo…». Sembra l’inizio di una fiaba ma è l’incipit scelto da Jfc tourism & management per presentare la sua ricerca dal titolo «Il cineturismo in Italia, valore economico del fenomeno». Si tratta di dati presentati nel 2023, ma il trend non è affatto cambiato, assicurano gli operatori del settore: in Italia le persone che si muovono per visitare i luoghi dove sono stati girati film o serie televisive sono in aumento.
A certificarlo c’è pure il nostro ministero del Turismo: l’ultimo film della Disney dedicato al personaggio della Sirenetta, diretto da Rob Marshall, è stato girato in parte in Sardegna. La Regione proprio in virtù di questo ha registrato un’impennata delle prenotazioni provenienti dall’estero pari al 216%. Un’enormità. Napoli, vetrina internazionale già di suo, ha assunto ancora più importanza per gli amatori delle serie tv visto che ha fatto da sfondo a L’amica geniale. E poi c’è il caso The white lotus, serie americana con Sabrina Impacciatore (e che, grazie a questa serie, è diventata un personaggio di primo piano negli States) girata interamente in Sicilia, tra Taormina e Noto: viene considerata tra i maggiori booster per l’afflusso di turisti internazionali.
Lo scorso anno, secondo la ricerca di Jfc, questa massa di persone che si muove alla ricerca della casa di Montalbano in Sicilia o della caserma dei carabinieri dove fa capolino il don Matteo di Terence Hill a Spoleto, per esempio, valevano qualcosa come 600 milioni di euro (597 milioni per l’esattezza). Di questa cifra, 321 milioni di euro sono generati dai turisti o appassionati che scelgono di soggiornare o visitare per qualche ora i set delle opere viste al cinema o in tv. Una cifra che tiene conto dei costi di pernottamento, ristorazione, visti e fruizioni di servizi. A livello mondiale, nel 2023 sono stati quasi 51 milioni i movie tourists, mentre erano 42 milioni nel 2016 (l’incremento, quindi, è stato del 21%). Nonostante questi numeri rilevanti, l’Italia fa fatica ad intercettare questa massa di cinefili con la valigia: solo l’1,8% di cineturisti internazionali arriva, per questo, nel Belpaese. A scegliere i set italiani del cinema sono, quindi, solamente 150.932 (erano 86.400 nel 2016), con una permanenza media di 1,5 notti, per un valore economico totale di circa 23 milioni di euro.
In crescita è, invece, il trend degli italiani che visitano luoghi del cinema nostrani: sono 698.000 quelli che si muovono principalmente proprio per andare a vedere i luoghi di una grande, o simbolica, produzione italiana. La loro permanenza media nelle zone delle riprese è di 1,6 notti, generano complessivamente 1,1 milioni di presenze e creano un ritorno economico per il territorio visitato di 82,7 milioni di euro. Gli italici fan delle pellicole realizzate nel Belpaese e che, alle loro vacanze o gite fuori porta, abbinano anche la visita a uno o più luoghi del cinema nel 2023 sono stati 7,6 milioni e hanno generato un valore economico di 128 milioni di euro. Gli arrivi totali di ospiti italiani e stranieri che generano questo giro d’affari sono quantificati in 1.344.000 presenze. Ma la vera differenza tra un movie tourist italiano e uno straniero, è dato dall’obiettivo prefissato della loro gita cinematografica: i viaggiatori tricolore sono affascinati dalle mete che hanno fatto da sfondo alle fiction trasmesse negli ultimi anni in tv mentre i forestieri (e gli americani in particolari) vogliono vedere i luoghi che sono stati al centro di sceneggiatura famose, dove sono stati girati i film importanti della storia del cinema italiano o che hanno a che fare con i grandi nomi del nostro cinema, come Federico Fellini, Mario Monicelli, Roberto Rosellini, Vittorio De Sica ma anche Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino. Agli americans interessa La dolce vita o La grande bellezza: è quella la loro idea di Italia. Insomma Roma, la Fontana di Trevi (immaginando di vedere Anita Ekberg fare il bagno), l’Arezzo de La vita è bella. Porta un americano in uno di questi posti e l’avrai reso felice.
Ma da dove vengono questi movie tourists stranieri? La maggior parte arriva dagli Stati Uniti d’America (17,1%), poi dalla Germania (16,6%), Francia (11,7) e poi Svizzera, Canada, Gran Bretagna e Benelux.
La vera domanda che si pone, una volta assimilati tutti questi numeri, resta una e soltanto una: ma cosa spinge ogni anno milioni di persone a visitare i set di Harry Potter, per esempio, o del Signore degli anelli? Forse la stessa motivazione che dà vita a veri e propri pellegrinaggi laici tutti italiani, nella Cortina di Vacanze di Natale del 1983 per scattare un selfie al mitico Hotel Cristallo (dove il cumenda Guido Nicheli si faceva bello davanti a Stefania Sandrelli con la memorabile battuta «Via della Spiga-Hotel Cristallo di Cortina: 2 ore, 54 minuti e 27 secondi. Alboreto is nothing») o davanti al balcone che vide scendere Fantozzi per prendere l’ormai leggendario «autobus al volo»: vivere all’interno di quella pellicola che ti ha segnato. La risposta viene certificata anche da un’altra indagine, questa volta condotta da PhotoAid: secondo le persone che hanno risposto a un questionario, quello che spinge a effettuare quelle che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono vere e proprie sfacchinate è la «volontà di vivere un’esperienza immersiva che permetta di “sentire” e ripercorrere le trame di film e serie tv e di seguire le tracce dei propri attori preferiti».
Sempre più, quindi, quando si inizia a programmare le vacanze estive, la classica domanda «mare o montagna?» non è più sufficiente. Bisognerà chiedersi: «Quest’anno dove andiamo? Sulle tracce di James Bond a Matera o a vedere la Valle d’Aosta degli Avengers?».
«Dai “Goonies” a “Ritorno al futuro” finora ho raggiunto oltre 120 set»
La sua passione la si potrebbe riassumere così: cacciatore di movie location. Lui si chiama Boris Migliore, è catanese, classe 1980. Di lavoro fa il facility manager in un outlet. Nel tempo libero, appena può, si trasforma in Mr Locations: così si presenta sui social: ha circa 29.000 followers su Facebook, qualche migliaia meno su Instagram, circa 9.000 su Youtube ma i trend sono in crescita. «La mia passione è quella di andare a caccia dei posti nel mondo in cui sono state girate pellicole cinematografiche e serie tv».
Quando e come è iniziata questa passione?
«È nata quando ero un ragazzino. Ho sempre coltivato la passione di cimentarmi nella scoperta dei set cinematografici di film e telefilm della mia generazione, per scoprire se quei luoghi (strade, case, paesaggi..), esistessero davvero. Poi la svolta è avvenuta c’è stata con l’ampliamento dei database di Google: ho iniziato a fare ricerche e a documentarmi per capire che cosa “di quel mondo” fosse rimasto ancora oggi ».
Quando è andato per la prima volta alla scoperta di uno di questi posti?
«La mia “prima volta” è stata nel 2010, avevo 30 anni e il mio sogno era di andare a vedere, in Oregon, dove avevano girato il film I Goonies, pellicola del 1985 di Richard Donner. Per me è stata un’emozione purissima riuscire a entrare nella casa della famiglia Walsh (i cui figli sono i protagonisti della pellicola, ndr), entrare nella soffitta dove ritrovano la mappa del tesoro o sostare sotto il loro porticato. Sempre nel 2010, sono andato in Canada per visitare i luoghi in cui era stato registrato il primo Rambo, del 1982. Ma quel viaggio fu il mio trampolino di lancio: da allora ho viaggiato sei volte in Canada e 17 negli Usa oltre che in molti posti d’Europa, mappando qualcosa come 120 titoli, tra film e serie tv, dagli anni Settanta ai giorni nostri».
A proposito di Rambo: su Youtube, il video che contiene il riassunto di quel viaggio ha finora totalizzato oltre 2,2 milioni di visualizzazioni…
«Sto avendo una crescita notevole. Nel 2010, posso dirlo con orgoglio, c’ero praticamente solo io e pochi altri a mostrare interesse per questa passione attraverso il Web. In certo senso sono stato un precursore. Oggi cercare una location, grazie a internet, è molto più semplice se si ha un minimo di dimestichezza con le parole chiave da ricercare e i giusti siti da visitare; anni fa non era così. Rimane comunque un lavoro complesso l’aspetto dello studio dell’itinerario, l’organizzazione del viaggio al fine di coniugare la visita alle movie locations di mio interesse, con la scoperta dei posti da visitare».
C’è un Paese che la «richiama» più di altri?
«A giugno sono tornato dal mio diciassettesimo viaggio negli Stati Uniti, che per me, come sono solito definirli, sono il Paese dei balocchi. Quando decido di pianificare un nuovo viaggio mi documento, mi inserisco in alcuni forum americani di cineviaggiatori che, negli Stati Uniti, hanno un notevole seguito».
Viaggia una volta all’anno?
«Mediamente realizzo due viaggi l’anno, ma non è la regola: nel 2016, per esempio, ne ho fatti ben quattro».
È riuscito a vedere sempre tutto quello che voleva oppure qualche sopralluogo è andato storto?
«Mi è capitato di dovermi “fermare” dinanzi a una location sita in proprietà privata, causa proprietari assenti o non disponibili. Oppure, quando sono andato alla scoperta del cavalcavia della scena opening dove compare la prima volta il temibile androide T-1000 nel secondo capitolo della saga di Terminator, mi sono trovato di fronte un muro: avevano cementato tutto!».
Il suo modo di raccontare i film sta spopolando sui social.
«Davvero. In tanti mi scrivono per complimentarsi o chiedere consigli per i loro di viaggi e “dritte” su alcune location di film. È un fenomeno, quello della scoperta delle location, che sta prendendo piede. Il mio bacino di “seguaci” è composto da persone “simili a me”: ci sono i nostalgici, i sognatori, i cinefili, e naturalmente i viaggiatori. Perché alla fine è questo, un viaggio: con la variante nel mio caso che se vado a New York, vedo di sicuro Ground zero e il Moma, ma vado anche e soprattutto a vedere dove Martin Scorsese ha girato Quei bravi ragazzi, nel Queens».
Si corrono dei pericoli a inseguire questa passione?
«Alcuni posti possono essere pericolosi. Il Queens di Quei Bravi Ragazzi o il Bronx di Joker sono zone in cui bisogna aggirarsi e fotografare con prudenza. Quando sono andato a mappare le locations di Rocky, nelle periferie a nord di Philadelphia, sulle orme di Sylvester Stallone, ho visto quartieri degradatissimi con homeless, drogati definiti “zombie” aggirarsi in massa lungo le strade, intenti a drogarsi sul marciapiede con l’ago nel braccio. Ma altri tipi di “pericoli” li ho vissuti anche su altri fronti: mi viene in mente quella volta in cui in totale solitudine mi avventurai nella foresta canadese delle British Columbia alla scoperta del relitto del camion rosso del primo film di Rambo, sepolto tra quella vegetazione, con il pericolo di orsi vaganti segnalati da cartelli».
Ma questa passione è destinata a sfociare in un vero lavoro? O in un libro?
«Molti followers mi chiedono di fare un libro però, già per inseguire questa mia passione faccio fatica a ritagliarmi il tempo giusto, dovendo conciliare il tutto con il lavoro. Posso però dire che, quanto ad entusiasmo, racconti da svelare e materiale fotografico e video ne ho a bizzeffe, potrei pubblicare un post al giorno per anni. Mi è stato in diverse occasioni anche chiesto di organizzare viaggi di gruppo. Chissà, potrebbe essere una bella idea...».
A Brescello Guareschi è ancora star
In Provincia di Reggio Emilia c’è un paese che dista pochissime centinaia di metri dal fiume Po. Ho poco più di 5.500 abitanti, una piazza su cui si affacciano la chiesa e il municipio. Ah, c’è anche un carro armato e due statue, una raffigurante un parroco e l’altra un panciuto sindaco. Il paese è Brescello, la casa di don Camillo e Giuseppe Bottazzi (alias Peppone), personaggi usciti dalla penna di Giovannino Guareschi e immortalati sul grande (e piccolo) schermo da Fernandel e Gino Cervi. In Italia lo sconoscono tutti fin dal 1952, anno in cui venne girato in paese il primo Don Camillo, quello di Julien Duvivier. Augusto Abbati guida da un anno la Fondazione paese di Don Camillo e Peppone, nata con lo scopo di «promuovere i luoghi dei set cinematografici».
Insomma, un luogo più iconico per il cineturista italiano forse non c’è. «A Brescello arrivano ogni anno almeno 30.000 turisti», spiega Abbiati, «oltre all’offerta museale, quello che attira i visitatori è la nostra piazza, rimasta praticamente intatta rispetto all’epoca dei film. Diciamo sempre che i nostri turisti si trovano in un set a cielo aperto. Ed è vero: con i nostri tour guidati, si ritrovano nel mondo dei film di Don Camillo, solo che lo vivono a colori. Se pensiamo che sono passati più di 70 anni dal primo film, direi che l’afflusso di visitatori è ancora importante». Quel paese della Bassa raccontato da Guareschi continua ad attrarre fan della serie dedicata al turbolento sacerdote. Quello che sorprende è che non ci sono soltanto gli italiani a compiere il viaggio in questo borgo-set: se questi sono quantificabili nel 65% delle presenze, il resto se lo dividono i francesi (per via di Fernandel) e i tedeschi. «Ancora oggi i film sono trasmessi e seguitissimi in Germania», spiega Abbiati, «la maggior parte dei cofanetti dvd in vendita ha, come prima lingua, il tedesco». Quello di Brescello è un turismo, molto spesso, «di giornata» anche se sono nate, negli ultimi anni, delle strutture ricettive in paese. Dal punto di vista economico, i film della Rizzoli sono ancora oggi una manna: il sistema museale porta denaro fresco alle casse comunali, bar e ristoranti (che, rispetto ad altri paesi simili della zona, sono tre volte superiori in numero) assicurano lavoro. Il Mondo antico immaginato da Guareschi è inesauribile: a settembre, il 14 per l’esattezza, ci sarà la benedizione del fiume Po con la statua originale del Cristo parlante dei film, oggetto di scena oggi consacrato. «Si parte dalla piazza e si arriva alla riva del Grande fiume seguendo anche il percorso ripreso in alcune scene del film», spiega Abbiati. «Attorno a questo evento religioso abbiamo costruito la parte turistica, con tour guidati e pranzi in piazza». Nella seconda metà del mese, inoltre, Brescello tornerà a essere set cinematografico perché la Rai girerà alcune riprese del film Giovannino Guareschi, per la regia di Andrea Porporati. «Come fondazione, abbiamo iniziato a fare i casting per le comparse tra gli abitanti», conclude Abbati, «esattamente come è avvenuto 70 anni fa. Grazie alla Rai, ci sarà un altro boost al cineturismo».
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Le serie tv creano dal nulla nuove mete, come il lago di «Un passo dal cielo». L’ultimo film Disney ha aumentato gli arrivi dall’estero in Sardegna del 216%.Boris Migliore va a caccia di «location» da 15 anni: «Quando ho cominciato c’eravamo solo io e pochi altri, ora online ci sono gruppi di appassionati. Gli Usa sono il Paese dei balocchi, ma nel Bronx di “Joker” ho avuto paura».A Brescello ogni anno almeno 30.000 persone cercano i luoghi di Don Camillo. E la nuova pellicola Rai sullo scrittore ne aumenterà l’appeal.Lo speciale contiene tre articoli.«Il Lago di Mosigo si trova a San Vito di Cadore, pochi chilometri prima della blasonata Cortina d’Ampezzo. Sino a poco tempo fa non era null’altro che uno dei tanti laghetti visitabili nell’area dolomitica, niente di più e niente di meno di altre location simili, spesso anche meglio collocate in ambito naturalistico. Ma tutto è cambiato assai velocemente, da quando nell’estate di alcuni anni fa Rai Fiction e Lux Vide hanno deciso di trasferire nel bellunese la serie tv Un passo dal cielo, collocando la sede del commissariato di polizia presso lo Chalet sul Lago di Mosigo…». Sembra l’inizio di una fiaba ma è l’incipit scelto da Jfc tourism & management per presentare la sua ricerca dal titolo «Il cineturismo in Italia, valore economico del fenomeno». Si tratta di dati presentati nel 2023, ma il trend non è affatto cambiato, assicurano gli operatori del settore: in Italia le persone che si muovono per visitare i luoghi dove sono stati girati film o serie televisive sono in aumento. A certificarlo c’è pure il nostro ministero del Turismo: l’ultimo film della Disney dedicato al personaggio della Sirenetta, diretto da Rob Marshall, è stato girato in parte in Sardegna. La Regione proprio in virtù di questo ha registrato un’impennata delle prenotazioni provenienti dall’estero pari al 216%. Un’enormità. Napoli, vetrina internazionale già di suo, ha assunto ancora più importanza per gli amatori delle serie tv visto che ha fatto da sfondo a L’amica geniale. E poi c’è il caso The white lotus, serie americana con Sabrina Impacciatore (e che, grazie a questa serie, è diventata un personaggio di primo piano negli States) girata interamente in Sicilia, tra Taormina e Noto: viene considerata tra i maggiori booster per l’afflusso di turisti internazionali.Lo scorso anno, secondo la ricerca di Jfc, questa massa di persone che si muove alla ricerca della casa di Montalbano in Sicilia o della caserma dei carabinieri dove fa capolino il don Matteo di Terence Hill a Spoleto, per esempio, valevano qualcosa come 600 milioni di euro (597 milioni per l’esattezza). Di questa cifra, 321 milioni di euro sono generati dai turisti o appassionati che scelgono di soggiornare o visitare per qualche ora i set delle opere viste al cinema o in tv. Una cifra che tiene conto dei costi di pernottamento, ristorazione, visti e fruizioni di servizi. A livello mondiale, nel 2023 sono stati quasi 51 milioni i movie tourists, mentre erano 42 milioni nel 2016 (l’incremento, quindi, è stato del 21%). Nonostante questi numeri rilevanti, l’Italia fa fatica ad intercettare questa massa di cinefili con la valigia: solo l’1,8% di cineturisti internazionali arriva, per questo, nel Belpaese. A scegliere i set italiani del cinema sono, quindi, solamente 150.932 (erano 86.400 nel 2016), con una permanenza media di 1,5 notti, per un valore economico totale di circa 23 milioni di euro.In crescita è, invece, il trend degli italiani che visitano luoghi del cinema nostrani: sono 698.000 quelli che si muovono principalmente proprio per andare a vedere i luoghi di una grande, o simbolica, produzione italiana. La loro permanenza media nelle zone delle riprese è di 1,6 notti, generano complessivamente 1,1 milioni di presenze e creano un ritorno economico per il territorio visitato di 82,7 milioni di euro. Gli italici fan delle pellicole realizzate nel Belpaese e che, alle loro vacanze o gite fuori porta, abbinano anche la visita a uno o più luoghi del cinema nel 2023 sono stati 7,6 milioni e hanno generato un valore economico di 128 milioni di euro. Gli arrivi totali di ospiti italiani e stranieri che generano questo giro d’affari sono quantificati in 1.344.000 presenze. Ma la vera differenza tra un movie tourist italiano e uno straniero, è dato dall’obiettivo prefissato della loro gita cinematografica: i viaggiatori tricolore sono affascinati dalle mete che hanno fatto da sfondo alle fiction trasmesse negli ultimi anni in tv mentre i forestieri (e gli americani in particolari) vogliono vedere i luoghi che sono stati al centro di sceneggiatura famose, dove sono stati girati i film importanti della storia del cinema italiano o che hanno a che fare con i grandi nomi del nostro cinema, come Federico Fellini, Mario Monicelli, Roberto Rosellini, Vittorio De Sica ma anche Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino. Agli americans interessa La dolce vita o La grande bellezza: è quella la loro idea di Italia. Insomma Roma, la Fontana di Trevi (immaginando di vedere Anita Ekberg fare il bagno), l’Arezzo de La vita è bella. Porta un americano in uno di questi posti e l’avrai reso felice.Ma da dove vengono questi movie tourists stranieri? La maggior parte arriva dagli Stati Uniti d’America (17,1%), poi dalla Germania (16,6%), Francia (11,7) e poi Svizzera, Canada, Gran Bretagna e Benelux.La vera domanda che si pone, una volta assimilati tutti questi numeri, resta una e soltanto una: ma cosa spinge ogni anno milioni di persone a visitare i set di Harry Potter, per esempio, o del Signore degli anelli? Forse la stessa motivazione che dà vita a veri e propri pellegrinaggi laici tutti italiani, nella Cortina di Vacanze di Natale del 1983 per scattare un selfie al mitico Hotel Cristallo (dove il cumenda Guido Nicheli si faceva bello davanti a Stefania Sandrelli con la memorabile battuta «Via della Spiga-Hotel Cristallo di Cortina: 2 ore, 54 minuti e 27 secondi. Alboreto is nothing») o davanti al balcone che vide scendere Fantozzi per prendere l’ormai leggendario «autobus al volo»: vivere all’interno di quella pellicola che ti ha segnato. La risposta viene certificata anche da un’altra indagine, questa volta condotta da PhotoAid: secondo le persone che hanno risposto a un questionario, quello che spinge a effettuare quelle che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono vere e proprie sfacchinate è la «volontà di vivere un’esperienza immersiva che permetta di “sentire” e ripercorrere le trame di film e serie tv e di seguire le tracce dei propri attori preferiti».Sempre più, quindi, quando si inizia a programmare le vacanze estive, la classica domanda «mare o montagna?» non è più sufficiente. Bisognerà chiedersi: «Quest’anno dove andiamo? Sulle tracce di James Bond a Matera o a vedere la Valle d’Aosta degli Avengers?».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cineturisti-italia-valgono-600-milioni-2668949259.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-goonies-a-ritorno-al-futuro-finora-ho-raggiunto-oltre-120-set" data-post-id="2668949259" data-published-at="1723470134" data-use-pagination="False"> «Dai “Goonies” a “Ritorno al futuro” finora ho raggiunto oltre 120 set» La sua passione la si potrebbe riassumere così: cacciatore di movie location. Lui si chiama Boris Migliore, è catanese, classe 1980. Di lavoro fa il facility manager in un outlet. Nel tempo libero, appena può, si trasforma in Mr Locations: così si presenta sui social: ha circa 29.000 followers su Facebook, qualche migliaia meno su Instagram, circa 9.000 su Youtube ma i trend sono in crescita. «La mia passione è quella di andare a caccia dei posti nel mondo in cui sono state girate pellicole cinematografiche e serie tv». Quando e come è iniziata questa passione? «È nata quando ero un ragazzino. Ho sempre coltivato la passione di cimentarmi nella scoperta dei set cinematografici di film e telefilm della mia generazione, per scoprire se quei luoghi (strade, case, paesaggi..), esistessero davvero. Poi la svolta è avvenuta c’è stata con l’ampliamento dei database di Google: ho iniziato a fare ricerche e a documentarmi per capire che cosa “di quel mondo” fosse rimasto ancora oggi ». Quando è andato per la prima volta alla scoperta di uno di questi posti? «La mia “prima volta” è stata nel 2010, avevo 30 anni e il mio sogno era di andare a vedere, in Oregon, dove avevano girato il film I Goonies, pellicola del 1985 di Richard Donner. Per me è stata un’emozione purissima riuscire a entrare nella casa della famiglia Walsh (i cui figli sono i protagonisti della pellicola, ndr), entrare nella soffitta dove ritrovano la mappa del tesoro o sostare sotto il loro porticato. Sempre nel 2010, sono andato in Canada per visitare i luoghi in cui era stato registrato il primo Rambo, del 1982. Ma quel viaggio fu il mio trampolino di lancio: da allora ho viaggiato sei volte in Canada e 17 negli Usa oltre che in molti posti d’Europa, mappando qualcosa come 120 titoli, tra film e serie tv, dagli anni Settanta ai giorni nostri». A proposito di Rambo: su Youtube, il video che contiene il riassunto di quel viaggio ha finora totalizzato oltre 2,2 milioni di visualizzazioni… «Sto avendo una crescita notevole. Nel 2010, posso dirlo con orgoglio, c’ero praticamente solo io e pochi altri a mostrare interesse per questa passione attraverso il Web. In certo senso sono stato un precursore. Oggi cercare una location, grazie a internet, è molto più semplice se si ha un minimo di dimestichezza con le parole chiave da ricercare e i giusti siti da visitare; anni fa non era così. Rimane comunque un lavoro complesso l’aspetto dello studio dell’itinerario, l’organizzazione del viaggio al fine di coniugare la visita alle movie locations di mio interesse, con la scoperta dei posti da visitare». C’è un Paese che la «richiama» più di altri? «A giugno sono tornato dal mio diciassettesimo viaggio negli Stati Uniti, che per me, come sono solito definirli, sono il Paese dei balocchi. Quando decido di pianificare un nuovo viaggio mi documento, mi inserisco in alcuni forum americani di cineviaggiatori che, negli Stati Uniti, hanno un notevole seguito». Viaggia una volta all’anno? «Mediamente realizzo due viaggi l’anno, ma non è la regola: nel 2016, per esempio, ne ho fatti ben quattro». È riuscito a vedere sempre tutto quello che voleva oppure qualche sopralluogo è andato storto? «Mi è capitato di dovermi “fermare” dinanzi a una location sita in proprietà privata, causa proprietari assenti o non disponibili. Oppure, quando sono andato alla scoperta del cavalcavia della scena opening dove compare la prima volta il temibile androide T-1000 nel secondo capitolo della saga di Terminator, mi sono trovato di fronte un muro: avevano cementato tutto!». Il suo modo di raccontare i film sta spopolando sui social. «Davvero. In tanti mi scrivono per complimentarsi o chiedere consigli per i loro di viaggi e “dritte” su alcune location di film. È un fenomeno, quello della scoperta delle location, che sta prendendo piede. Il mio bacino di “seguaci” è composto da persone “simili a me”: ci sono i nostalgici, i sognatori, i cinefili, e naturalmente i viaggiatori. Perché alla fine è questo, un viaggio: con la variante nel mio caso che se vado a New York, vedo di sicuro Ground zero e il Moma, ma vado anche e soprattutto a vedere dove Martin Scorsese ha girato Quei bravi ragazzi, nel Queens». Si corrono dei pericoli a inseguire questa passione? «Alcuni posti possono essere pericolosi. Il Queens di Quei Bravi Ragazzi o il Bronx di Joker sono zone in cui bisogna aggirarsi e fotografare con prudenza. Quando sono andato a mappare le locations di Rocky, nelle periferie a nord di Philadelphia, sulle orme di Sylvester Stallone, ho visto quartieri degradatissimi con homeless, drogati definiti “zombie” aggirarsi in massa lungo le strade, intenti a drogarsi sul marciapiede con l’ago nel braccio. Ma altri tipi di “pericoli” li ho vissuti anche su altri fronti: mi viene in mente quella volta in cui in totale solitudine mi avventurai nella foresta canadese delle British Columbia alla scoperta del relitto del camion rosso del primo film di Rambo, sepolto tra quella vegetazione, con il pericolo di orsi vaganti segnalati da cartelli». Ma questa passione è destinata a sfociare in un vero lavoro? O in un libro? «Molti followers mi chiedono di fare un libro però, già per inseguire questa mia passione faccio fatica a ritagliarmi il tempo giusto, dovendo conciliare il tutto con il lavoro. Posso però dire che, quanto ad entusiasmo, racconti da svelare e materiale fotografico e video ne ho a bizzeffe, potrei pubblicare un post al giorno per anni. Mi è stato in diverse occasioni anche chiesto di organizzare viaggi di gruppo. Chissà, potrebbe essere una bella idea...». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cineturisti-italia-valgono-600-milioni-2668949259.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="a-brescello-guareschi-e-ancora-star" data-post-id="2668949259" data-published-at="1723470134" data-use-pagination="False"> A Brescello Guareschi è ancora star In Provincia di Reggio Emilia c’è un paese che dista pochissime centinaia di metri dal fiume Po. Ho poco più di 5.500 abitanti, una piazza su cui si affacciano la chiesa e il municipio. Ah, c’è anche un carro armato e due statue, una raffigurante un parroco e l’altra un panciuto sindaco. Il paese è Brescello, la casa di don Camillo e Giuseppe Bottazzi (alias Peppone), personaggi usciti dalla penna di Giovannino Guareschi e immortalati sul grande (e piccolo) schermo da Fernandel e Gino Cervi. In Italia lo sconoscono tutti fin dal 1952, anno in cui venne girato in paese il primo Don Camillo, quello di Julien Duvivier. Augusto Abbati guida da un anno la Fondazione paese di Don Camillo e Peppone, nata con lo scopo di «promuovere i luoghi dei set cinematografici». Insomma, un luogo più iconico per il cineturista italiano forse non c’è. «A Brescello arrivano ogni anno almeno 30.000 turisti», spiega Abbiati, «oltre all’offerta museale, quello che attira i visitatori è la nostra piazza, rimasta praticamente intatta rispetto all’epoca dei film. Diciamo sempre che i nostri turisti si trovano in un set a cielo aperto. Ed è vero: con i nostri tour guidati, si ritrovano nel mondo dei film di Don Camillo, solo che lo vivono a colori. Se pensiamo che sono passati più di 70 anni dal primo film, direi che l’afflusso di visitatori è ancora importante». Quel paese della Bassa raccontato da Guareschi continua ad attrarre fan della serie dedicata al turbolento sacerdote. Quello che sorprende è che non ci sono soltanto gli italiani a compiere il viaggio in questo borgo-set: se questi sono quantificabili nel 65% delle presenze, il resto se lo dividono i francesi (per via di Fernandel) e i tedeschi. «Ancora oggi i film sono trasmessi e seguitissimi in Germania», spiega Abbiati, «la maggior parte dei cofanetti dvd in vendita ha, come prima lingua, il tedesco». Quello di Brescello è un turismo, molto spesso, «di giornata» anche se sono nate, negli ultimi anni, delle strutture ricettive in paese. Dal punto di vista economico, i film della Rizzoli sono ancora oggi una manna: il sistema museale porta denaro fresco alle casse comunali, bar e ristoranti (che, rispetto ad altri paesi simili della zona, sono tre volte superiori in numero) assicurano lavoro. Il Mondo antico immaginato da Guareschi è inesauribile: a settembre, il 14 per l’esattezza, ci sarà la benedizione del fiume Po con la statua originale del Cristo parlante dei film, oggetto di scena oggi consacrato. «Si parte dalla piazza e si arriva alla riva del Grande fiume seguendo anche il percorso ripreso in alcune scene del film», spiega Abbiati. «Attorno a questo evento religioso abbiamo costruito la parte turistica, con tour guidati e pranzi in piazza». Nella seconda metà del mese, inoltre, Brescello tornerà a essere set cinematografico perché la Rai girerà alcune riprese del film Giovannino Guareschi, per la regia di Andrea Porporati. «Come fondazione, abbiamo iniziato a fare i casting per le comparse tra gli abitanti», conclude Abbati, «esattamente come è avvenuto 70 anni fa. Grazie alla Rai, ci sarà un altro boost al cineturismo».
Solo che c’è un problemino: l’Ukrainska povstanska armiia, l’Esercito insurrezionale ucraino dell’acronimo, tra il 1943 e il 1945, insieme ai nazisti, perpetrò un autentico massacro contro i civili polacchi, ebrei inclusi, nelle regioni di Volinia, Galizia orientale, Polesia e Lublino. E lo fece con il sostegno della popolazione locale ucraina. Le vittime dell’Upa furono circa 100.000.
Perciò, stavolta, con l’ex comico, Tusk non riesce proprio a prenderla sul ridere. «La decisione di intitolare un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”», ha tuonato il primo ministro di Varsavia, «è motivo di preoccupazione per le nostre relazioni e ferisce la nostra sensibilità storica». Stizzito pure il portavoce del ministero degli Esteri: «Questa decisione», ha lamentato Maciej Wewior, «offende la memoria delle vittime di questa organizzazione e mina il dialogo tra le nostre nazioni». La mossa di Zelensky ha mandato su tutte le furie anche il presidente della Repubblica polacco, Karol Nawrocki: il politico, vicino alla destra del partito Diritto e giustizia, si è detto «indignato» per la trovata di Zelensky, al quale ha proposto di «revocare l’Ordine dell’Aquila bianca», la più alta onorificenza nazionale, conferita al comandante in capo ucraino il 5 aprile 2023 dal predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda. La questione sarà discussa l’8 giugno, quando si terrà la riunione del gruppo cavalleresco. Tusk, alla fine, ha provato a smorzare: «Se litighiamo sul passato, qualcun altro conquisterà il futuro. Il presidente dell’Ucraina deve finalmente capirlo. Anche il presidente della Polonia deve capirlo. Prima che sia troppo tardi». O prima che venga aperta l’autostrada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Unione europea. Alla faccia dello «Stato di diritto», già brandito come un grimaldello contro i governi sgraditi, dall’Ungheria alla stessa Polonia. Per non parlare della lotta alla corruzione: solo i socialisti spagnoli, su quel fronte, sembrano in grado di fare concorrenza all’esecutivo di Zelensky.
Nel bel mezzo di un conflitto in cui, per la prima volta da mesi, il Paese aggredito riprende l’iniziativa, anche grazie a una spregiudicata strategia di bombardamenti in profondità che non hanno risparmiato obiettivi civili, si è dunque riaccesa la polemica sulle ambigue origini del nazionalismo ucraino. Come ai tempi in cui, nelle acciaierie di Mariupol, il Battaglione Azov resisteva disperatamente agli assedianti russi, tra un’intervista agli ammirati reporter occidentali e una lettura edificante: i combattenti erano lodevolmente passati dal Mein Kampf al Mein Kant.
L’Upa, formazione paramilitare nata dopo l’aggressione nazista all’Unione sovietica, era legata all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, specie alla fazione di Stepan Bandera: collaborazionista, antisemita ossessionato dal complotto giudeo-bolscevico, eroe nazionale mancato, perché il titolo che gli fu assegnato nel 2010 dall’allora presidente, Viktor Yushchenko, venne annullato da un tribunale dopo le pesanti critiche di un’organizzazione per la memoria dell’Olocausto e dell’Unione europea. Che adesso tace imbarazzata e distratta dall’incidente del drone in Romania.
Sotto il comando di Roman Shukhevych, la milizia si rese protagonista della pulizia etnica a danno dei polacchi. L’Upa vedeva nell’invasione dei tedeschi l’opportunità di scalzare il dominatore sovietico e di fondare uno Stato nazionale; e in effetti, quando capì che l’indipendenza ucraina non era un interesse primario di Adolf Hitler, i suoi membri arrivarono a scontrarsi anche con le armate naziste.
Ufficialmente, Zelensky ha assegnato la qualifica che ha fatto infuriare Varsavia all’unità per le operazioni speciali Nord per i meriti nella difesa del Paese. Ma ciò che lascia davvero interdetti è un riferimento alla volontà di «ripristinare le tradizioni storiche dell’esercito nazionale». A Kiev - per fortuna di Kiev - non c’è Carlo Calenda, fresco di tatuaggio col simbolo delle forze armate ucraine, ma qui siamo ben oltre le provocazioni del generale Roberto Vannacci sulla X Mas: sarebbe come se Sergio Mattarella stabilisse che il Comsubin, il raggruppamento degli incursori di Marina, anziché a Teseo Tesei, debba essere intitolato a Junio Valerio Borghese, che guidò il corpo franco confluito nella Repubblica di Salò.
Tutto avviene, per di più, mentre l’Ucraina, candidata a entrare nell’Ue, si appresta a ricevere il prestito da 90 miliardi di euro, sbloccato grazie alla rimozione del veto ungherese da parte del nuovo premier, Péter Magyar. Il quale, a sua volta, otterrà 16 miliardi di fondi Ue congelati a Viktor Orbán, benché abbia incassato i complimenti del Cremlino, felice che Budapest continuerà a non inviare aiuti militari a Kiev. A questo punto, Magyar potrebbe persino venderselo come un gesto antifascista.
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Paolo Gentiloni (Ansa)
Quando Sergio Mattarella lascerà il Quirinale per scadenza del mandato, il discendente dei conti di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino avrà 75 anni, uno in più di Pier Ferdinando Casini, ma a differenza dell’ex segretario dell’Udc transitato nelle liste del Pd, Er Moviola, come lo chiamano i compagni, ha un discreto numero di sponsor, che cominciano con Romano Prodi e finiscono con un po’ di cancellerie che contano. E poi, Camomilla (è questo l’altro suo soprannome) piace anche all’attuale inquilino del Quirinale, perché i due provengono dalla stessa parrocchia, quella dei democristiani di sinistra.
Dunque, essendo questa l’ambizione, Gentiloni è impegnato a segnalarsi come riserva della Repubblica, pronta all’uso in caso di bisogno. E per farlo non perde occasione di mettersi in mostra, anche a scapito degli interessi nazionali. L’ultima prodezza è di ieri, sulla Stampa. Con un’intervista al quotidiano torinese, l’ex commissario Ue si è schierato apertamente contro qualsiasi concessione di flessibilità sui conti pubblici, criticando la scelta di Giorgia Meloni. Non contento, ha pure aperto le porte all’Ucraina nell’Unione europea. Una scelta che, come abbiamo spiegato ieri, per il nostro Paese oltre a essere una beffa sarebbe una catastrofe, in quanto Kiev si accaparrerebbe gran parte dei fondi agricoli messi a disposizione da Bruxelles, sottraendoli ai nostri coltivatori.
Gentiloni non dice come uscire dalla crisi energetica che rischia di travolgere l’Europa e di conseguenza l’Italia, la quale, a differenza della Francia, non ha fonti alternative al gas. Non spiega come finanziare gli investimenti pubblici nell’Intelligenza artificiale, come sollecitato ieri dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. No, l’erede dei conti di Filottrano eccetera, che deve le sue fortune alle bizze di Matteo Renzi (il quale lo nominò ministro degli Esteri per fare un dispetto a Lapo Pistelli, di cui il Rottamatore stesso era stato portaborse, quindi lo indicò a Mattarella come suo sostituto nella vana speranza che gli scaldasse la poltrona in vista delle elezioni), respinge in blocco qualsiasi richiesta disturbi l’amata Ursula von der Leyen. E definisce ridicola la pretesa di flessibilità sulle regole di bilancio. Secondo lui, l’Italia (e anche l’Europa) dovrebbe procedere dritta verso il baratro e lamenta che i fondi messi a disposizione da Bruxelles con il Pnrr siano stati investiti, più che nel cambiamento, nei condomini. «Poche riforme e troppi soldi concentrati in un settore come le costruzioni, che non eccelle per incrementi di produttività». L’ex commissario ed ex premier del Pd dimentica tuttavia di dire che il Piano di rilancio e resilienza finanziato dalla commissione Ue di cui anche lui faceva parte fu abbozzato dal governo Conte, sorretto dai voti del Partito democratico, e dal governo Draghi, di cui pure il suo schieramento faceva parte. E quando questo giornale pubblicò l’elenco dei progetti, tra i quali figuravano campi di padel, parcheggi nei cimiteri e altre opere di dubbia utilità, non ricordo sue prese di posizione per denunciare sperperi o criticare gli interventi. Eppure, Gentiloni aveva la delega per gli Affari economici. Né ho memoria di sue vibrate proteste contro il Superbonus, altra ideona del governo giallorosso. Adesso però lo smemorato di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino dice che la scelta di «drammatizzare» le nostre esigenze di bilancio non la capisce.
Noi purtroppo capiamo benissimo: anche di fronte a una delle crisi energetiche più gravi della storia, l’ex esponente del Pdup, Partito di unità proletaria, formazione di estrema sinistra in cui militò prima di fare comunella con Francesco Rutelli nella Margherita, preferisce difendere i suoi interessi invece di quelli nazionali.
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Donald Trump (Ansa)
«L’Iran deve accettare di non dotarsi mai di armi nucleari o bombe atomiche. Lo Stretto di Hormuz deve essere immediatamente aperto, senza pedaggi, per il libero traffico marittimo in entrambe le direzioni», ha specificato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Tutte le mine acquatiche (bombe), se presenti, saranno neutralizzate (abbiamo già rimosso, tramite detonazione, numerose mine di questo tipo con i nostri potenti dragamine sottomarini). L’Iran completerà immediatamente la rimozione e/o la detonazione di tutte le mine rimanenti». «Le navi bloccate nello Stretto a causa del nostro blocco navale incredibile e senza precedenti, che ora verrà revocato, possono iniziare il processo di ritorno a casa!», ha proseguito. L’inquilino della Casa Bianca ha anche dichiarato che la «polvere nucleare» iraniana sarà «dissotterrata» e distrutta da Washington in coordinamento con l’Aiea e con la stessa Repubblica islamica.
L’altro ieri, Axios aveva riferito che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo, ma che mancava ancora l’ok definitivo sia di Trump che della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. Al di là dei dettagli già resi noti dalla testata, ieri il New York Times ha rivelato che, in caso, l’intesa prevedrebbe anche un fondo d’investimento postbellico da 300 miliardi di dollari, finalizzato alla ricostruzione economica di Teheran. Tutto questo, mentre, nella serata di mercoledì, era stato espresso cauto ottimismo da vari rappresentanti dell’amministrazione statunitense. «Non ci siamo ancora, ma ci siamo molto vicini. Continueremo a lavorarci su», aveva affermato JD Vance, riferendosi alla possibilità di un accordo tra Washington e Teheran. Al contempo, il vice capo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, aveva detto che Trump risultava «direttamente e personalmente coinvolto nei negoziati». Nel frattempo, ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ricevuto a Washington il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar. Non è del resto un mistero che il governo di Islamabad stia svolgendo un ruolo centrale per mediare un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran.
Piuttosto fredda è invece apparsa la reazione di Teheran all’annuncio effettuato ieri dal presidente americano. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, la Repubblica islamica avrebbe, sì, confermato che l’accordo con gli Stati Uniti sarebbe nelle fasi finali di ratifica, ma ha anche aggiunto che non sarebbe stata ancora presa una decisione definitiva. La stessa testata ha inoltre riferito che, contrariamente a quanto asserito da Trump, nell’intesa non sarebbe prevista né la riapertura di Hormuz senza pedaggi né la distruzione del materiale atomico iraniano. Vale comunque la pena di ricordare che l’agenzia Fars è considerata assai vicina alle Guardie della rivoluzione: vale a dire a quel potere che, all’interno del regime khomeinista, è maggiormente favorevole a tenere la linea dura nei confronti degli Stati Uniti.
Un alto funzionario iraniano ha inoltre riferito a Reuters che le due parti avrebbero raggiunto una «intesa politica» ma che l’accordo vero e proprio non sarebbe ancora stato concluso. «Per quanto riguarda l’intesa, come ho detto parlando con voi, lo scambio di messaggi continua, ma non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo», ha infine fatto sapere il ministero degli Esteri della Repubblica islamica.
Come che sia, nonostante i progressi diplomatici, Washington e Teheran non hanno rinunciato a mostrare i muscoli. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Ghalibaf, ha detto che la Repubblica islamica «conquisterà i suoi diritti non attraverso il dialogo, ma con i missili». Dall’altra parte, il dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni volte a colpire il greggio iraniano e, in particolare, le Guardie della rivoluzione. Al contempo, il dossier di Hormuz resta centrale. Proprio ieri, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha parlato con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, per discutere della «futura amministrazione» dello Stretto.
E così, mentre la situazione diplomatica ieri sera restava sospesa, i due contendenti tendono comunque ad avvicinarsi a causa dei rispettivi problemi. Trump ha necessità di chiudere il conflitto sia per scongiurare il pantano che per far abbassare il costo dell’energia. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha invece bisogno di arrivare a un accordo per alleviare le significative sofferenze economiche in cui versa il regime khomeinista: in tal senso, nonostante l’opposizione dei pasdaran, spera nella diplomazia per ottenere la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Vedremo quindi come si svilupperà la questione nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
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Vladimir Putin (Ansa)
Sono insorti i leader europei e la Nato dopo che un drone, già bollato come russo, ha invaso lo spazio aereo rumeno colpendo un condominio. Non hanno però battuto ciglio quando a sconfinare sono stati i velivoli senza pilota ucraini.
L’incidente è stato annunciato dal ministero della Difesa rumeno: mentre nella notte la Russia stava attaccando l’Ucraina «in prossimità del confine fluviale» con la Romania, «uno di questi droni è entrato nello spazio aereo rumeno, è stato seguito dal radar fino alla parte meridionale della città di Galati e si è schiantato sul tetto di un condominio, provocando un incendio». A essere feriti leggermente sono stati una donna e un bambino. Poco dopo, il generale di brigata rumeno Gheorghe Maxim ha rivelato che il velivolo senza pilota ha percorso 10 km a bassa quota, scomparendo dai radar dopo quattro minuti. Per il generale si è trattato di un intervallo di tempo troppo breve per qualsiasi risposta tempestiva. Secondo il presidente della Romania, Nicusor Dan, si tratta «del più grave incidente di sicurezza» nel Paese «dall’inizio della guerra». Ritenendo Mosca «responsabile», l’ha tacciata di dimostrare «un totale disprezzo per il diritto internazionale e per la sicurezza dei cittadini di uno Stato membro della Nato». Ha poi comunicato che l’Alleanza atlantica è pronta a trasferire una parte delle sue attrezzature della difesa alla Romania in via provvisoria. Peraltro, è stato reso noto che il ministero degli Interni rumeno ha ordinato due velivoli da trasporto tattico C-27J Spartan di Leonardo. Nel frattempo, Bucarest ha dichiarato il console generale della Russia a Costanza «persona non grata», chiudendo il consolato generale russo. Solo nel pomeriggio il ministero della Difesa rumeno ha riferito che il drone è «probabilmente un Geran 2 di provenienza russa». Dan ha in seguito dichiarato che il drone era stato colpito dalla difesa aerea ucraina, facendogli cambiare traiettoria. Dan ha tuttavia sottolineato che la responsabilità dell’incidente ricade sulla Russia. Nonostante le dure dichiarazioni, Bucarest non ha considerato l’incidente come un attacco. Maxim ha infatti affermato: «Non stiamo subendo un attacco contro la Romania. Stiamo subendo le conseguenze di un conflitto che si sta svolgendo nelle vicinanze del nostro confine». E pure lo stesso presidente rumeno ha detto che il drone faceva parte di «uno sciame» di 43 velivoli senza pilota diretti contro l’Ucraina. Fattori che non sono considerati dall’Alleanza atlantica e dall’Europa. Il susseguirsi di reazioni a cascata è stato immediato. Non si può dire che sia successo lo stesso quando i droni ucraini si sono spinti nello spazio aereo dei Paesi baltici. Solo a marzo in Estonia i velivoli senza pilota ucraini hanno colpito la ciminiera di una centrale elettrica, mentre un altro drone si è schiantato in Lettonia. A maggio si sono verificati episodi simili. E solo pochi giorni fa un drone ucraino è precipitato in un campo della Lituania.
Poco importa ai vertici del Vecchio continente. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha assicurato che l’Alleanza «è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato», ribadendo che «il comportamento sconsiderato della Russia è un pericolo per tutti noi».
Per il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, Mosca «ha superato un altro limite». Per il Regno Unito si tratta di un atto «pericoloso e sconsiderato». Il premier Giorgia Meloni ha definito l’episodio come «un atto gravissimo che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea». «L’incursione dimostra ancora una volta la volontà della Russia di inasprire la situazione» ha detto il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. La reazione forse più realista è stata espressa dal primo ministro slovacco, Robert Fico: «In assenza di un dialogo tra l’Ue e la Russia, qualsiasi drone vagante potrebbe portare a un’escalation che potremmo non essere in grado di gestire».
In tutto ciò Mosca si è detta disponibile a condurre un’indagine obiettiva sul drone caduto. A dirlo è stato lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, che ha anche ricordato che quando i droni ucraini hanno invaso gli spazi aerei, è stato sempre detto: «I russi stanno attaccando». Ha quindi assicurato che «la Russia non minaccia i Paesi europei». Riguardo all’origine del drone, lo zar ha messo sul tavolo l’ipotesi che si tratti di un velivolo senza pilota ucraino deviato dalle difese elettroniche. A intervenire con frasi provocatorie è stato invece il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Cittadini dei Paesi dell’Ue, sappiate che le vostre autorità sono entrate unilateralmente in guerra con la Russia. Il sonno tranquillo è finito».
Sul fronte del negoziatore europeo, Putin ha sostenuto che «gli europei non hanno ancora proposto nessuno». Nel dietro le quinte, sembra che il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko stia spingendo l’omologo francese, Emmanuel Macron, ad assumere tali vesti. Lukashenko ha infatti rivelato di aver detto a Macron: «Sei al potere da tanti anni! E chi altro c’è? Merz è un politico molto giovane. Anche Starmer. In Italia c’è una donna primo ministro. Vuoi addossare questo peso a una donna? Sei la forza trainante in Europa oggi».
A Putin non importa di Kiev nell’Ue. L’unico veto è l’ingresso nella Nato
L’adesione dell’Ucraina all’Unione europea pare uno di quei dossier che mettono d’accordo (quasi) tutti. Oltre a esserne propensi Kiev e Bruxelles, anche Mosca acconsente. Non è una novità, i russi lo ripetono dall’inizio della guerra. La presentazione ufficiale della domanda risale al 28 febbraio 2022, poco dopo l’inizio dell’invasione russa, ma solo nelle prossime settimane, in vista del vertice dei leader Ue del 18-19 giugno, la Commissione europea aprirà i primi capitoli negoziali con Kiev.
S’è fatto sentire il cambio di governo a Budapest, dove l’avvento del nuovo premier ungherese Péter Magyar, che incontrerà il 2 giugno il cancelliere tedesco Friedrich Merz: scoglio del veto del predecessore Viktor Orbàn è sparito. Proprio i russi, gli acerrimi nemici dell’Ucraina, non si sono mai opposti all’adesione di Kiev. E ciò nonostante il fatto che, fra le origini della crisi ucraina, ci sia stata nel 2014 la rivolta di piazza Maidan che rovesciò il governo del filorusso Viktor Janukovic proprio avendo come scintilla un mancato accordo d’associazione fra Kiev e l’Ue. L’evento fece slittare l’Ucraina dalla storica sfera d’influenza russa a quella occidentale. Ma col tempo parve sempre più chiaro ai russi che il vero rischio non era economico, bensì strategico-militare, ovvero l’ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Non a caso già durante i negoziati russo-ucraini di Istanbul, nel marzo-aprile 2022, poi andati a monte, Mosca si espresse per l’ok a Kiev nella UE, purché restasse neutrale e non aderisse mai alla Nato. Pochi mesi dopo, intervenendo il 17 giugno 2022 al Forum di San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin disse: «L’Ue non è un blocco politico-militare, a differenza della Nato, e non abbiamo nulla in contrario all’adesione». Ricordò tuttavia: «La struttura economica dell’Ucraina richiederà ingenti sussidi, rischia di diventare colonia dell’Ue».
Punto importante ancora oggi, poiché la constatazione che il devastato Paese necessiterà di enormi spese, contribuisce a fare dell’assenso al suo ingresso nell’Ue una carta positiva in mano ai russi che permette loro di mostrarsi in parte «magnanimi», offrendo un importante nulla osta, e nel contempo di scansare la ricostruzione, che, secondo le stime potrebbe richiedere 500 miliardi di dollari. Negli anni non si sono contate le asserzioni di Mosca in tal senso. Il 18 febbraio 2025 il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha detto che «l’adesione all’Ue è un diritto sovrano di Kiev». Poi, il 2 settembre successivo, ancora Putin, incontrando a Pechino il premier slovacco Robert Fico, a margine delle celebrazioni per la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha ribadito che «non siamo mai stati contrari all’Ucraina nell’Ue».
Il 16 dicembre scorso, indiscrezioni di funzionari statunitensi impegnati nei colloqui intermediati Mosca-Kiev hanno confermato «l’apertura della Russia a un’Ucraina nell’Unione come parte di un accordo di pace». Nel gennaio 2026, l’undicesimo dei 28 punti del piano del presidente Usa Donald Trump recitava: «L’Ucraina è idonea all’adesione all’Ue e otterrà un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo mentre questa questione viene valutata». La Russia, insomma, se fino al 2014 riteneva ancora possibile mantenere l’Ucraina sotto la sua sfera egemonica, ha da allora, e a maggior ragione con la lunga attuale guerra, rimodulato le sue priorità, riconoscendo che, se il Paese non è più recuperabile come mercato preferenziale, lo si può almeno tenere fuori dalla Nato, che è ciò che più conta.
Si prendano pure macerie e un’economia da ricostruire, a prezzo di miliardi che non Mosca, ma Bruxelles pagherà, riprendendoseli in parte strappando a Kiev concessioni economiche e indebitamenti semi-coloniali, devono pensare al Cremlino, purché non ci siano basi, né truppe occidentali sul territorio. Quanto all’Ue, che dell’Ucraina ha fatto ormai una questione di prestigio politico fondativo, ben contenta di guadagnare un simile territorio con numerosa popolazione, dovrà calcolarne freddamente l’effettiva convenienza.
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