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2021-06-08
La Cina si avvicina al porto di Trieste. Biden vola in Europa per fermarla
iStock
Pechino punta al porto di Trieste? Secondo quanto riferito da Ndr, la compagnia statale cinese Cosco shipping è in trattative con la società tedesca Hamburger hafen und logistik ag (Hhla) per acquisire una quota di minoranza - tra il 30 e il 40% - di un terminal container del porto di Amburgo. La stessa fonte ha riferito, venerdì scorso, che «i negoziati sono a buon punto e coordinati con il governo federale». Non soltanto quindi la conclusione dell'accordo appare probabile e imminente, ma l'operazione gode del benestare di Berlino. E l'Italia che cosa c'entra? C'entra perché, lo scorso gennaio, Hhla ha perfezionato l'acquisizione di una quota del 50,01% del terminal multifunzionale Piattaforma logistica Trieste nel porto di Trieste.
Del resto, le trattative in corso su Amburgo assumono un significato tanto più rilevante soprattutto alla luce del fatto che stanno avanzando a pochi giorni dall'arrivo del presidente americano, Joe Biden, nel Vecchio continente. Un Joe Biden che ha già chiarito di voler arginare l'influenza cinese sull'Europa e che è pronto a dare battaglia in tal senso al G7 di Carbis Bay e al summit Nato di Bruxelles. Non a caso, in un suo editoriale apparso domenica sul Washington Post, ha rimarcato di voler rafforzare i legami tra i due lati dell'Atlantico, compattando i Paesi liberaldemocratici per contenere le pressioni di Cina e Russia. Sotto questo aspetto è quindi innanzitutto evidente l'attrito con la Germania. Come d'altronde dimostrato dalla questione del porto di Amburgo, è infatti chiaro che il cancelliere tedesco, Angela Merkel, continua a puntare su una linea geopolitica e commerciale fondamentalmente aperta nei confronti di Pechino.
In secondo luogo, è proprio in una simile ottica che Mario Draghi potrebbe approfittarne, una volta di più, per accreditarsi come il leader europeo maggiormente affidabile agli occhi degli Stati Uniti. È questa, per esempio, l'opinione del professor Giulio Sapelli. «Draghi», ha dichiarato alla Verità, «può rafforzare nell'occasione ancora di più i legami che abbiamo con gli Stati Uniti e che lui ha con il gruppo attorno a Joe Biden. Anche perché penso che Biden in Europa arrivi non con degli atteggiamenti molto favorevoli alla politica della Cdu tedesca e della Merkel». Non è del resto una novità che l'attuale premier italiano, sulla Cina, abbia decisamente invertito la rotta rispetto ai tempi del governo giallorosso. E, nonostante alcuni pezzi del panorama politico ed economico italiano continuino a portare avanti delle posizioni di apertura alla Repubblica popolare, l'intenzione di Draghi è quella di rafforzare ulteriormente il proprio allineamento a Washington. Una Washington che, nonostante il buon rapporto con l'attuale premier, non deve aver ancora del tutto digerito la firma, risalente al marzo 2019, del memorandum d'intesa per far accedere l'Italia alla Nuova via della seta.
In questo senso, le trattative sul porto di Amburgo (con le relative ripercussioni per Trieste) possono rappresentare un snodo importante della partita in corso tra Stati Uniti e Cina. «Quello che è paradossale di questa manovra a tenaglia su due porti cruciali», ha spiegato Sapelli, «è che tale avanzata cinese accade quando la Cina sta dimostrando tutta la sua debolezza economica». «Mi pare che con la Cina», ha proseguito, «stiamo assistendo ai colpi di coda di un impero economico che si sta disgregando, perché la crisi demografica avanza. Lo stesso accordo sulla dual circulation è un modo per rilanciare il mercato interno in difficoltà. Il gruppo dirigente neo maoista reagisce con questi colpi di coda tipici della Via della seta. Queste operazioni cinesi avvengono soprattutto attraverso il debito: sono operazioni che richiederebbero, specialmente da parte dell'Unione europea, un po' più di accortezza e un po' più di coordinamento tra gli operatori economici». Effettivamente l'assenza di una risposta europea coordinata all'espansione del Dragone si fa sentire soprattutto su alcuni porti (da Marsiglia a Rotterdam, passando per il Pireo).
Del resto, al di là delle tensioni con Washington, la penetrazione portuale cinese presenta numerosi risvolti problematici. L'altro ieri Il Sole 24 Ore ha per esempio riportato che questo fenomeno rappresenti un asse portante per il traffico di merce contraffatta. Inoltre, come sottolineato da The Diplomat pochi giorni fa, un altro timore è che Pechino punti a sfruttare l'influenza sui porti commerciali stranieri «per soddisfare le sue esigenze militari». Una ragione in più per non abbassare la guardia e - soprattutto - per cercare di confermare Roma, agli occhi della Casa Bianca, come il principale partner europeo nel contrasto all'espansionismo cinese.
Funivia precipitata, sostituito il gip
Il fascicolo dell'inchiesta sulla funivia della morte passa di mano: non sarà il gip Donatella Banci Buonamici, che ha scarcerato i tre indagati, a dover decidere sull'istanza di incidente probatorio chiesto dal difensore di Gabriele Tadini, il caposervizio della funivia che è agli arresti domiciliari, ma il giudice Elena Ceriotti, «titolare per tabella del ruolo». Il provvedimento, firmato ieri dal presidente del Tribunale di Verbania Luigi Montefusco, assegna il fascicolo al gip che avrebbe dovuto curare la decisione sul fermo emesso dalla Procura, ma che era stato esonerato per smaltire il carico di lavoro arretrato fino al 31 maggio.
Banci Buonamici è presidente di sezione e coordinatrice dell'area penale del Tribunale e il giorno degli arresti, il 26 maggio scorso, aveva svolto le funzioni di supplente, autoassegnandosi il fascicolo, che doveva finire nelle mani del giudice Annalisa Palomba («Impegnata in udienza dibattimentale», come emerge in un documento firmato dalla stessa Banci Buonamici).
E se la decisione non è risultata particolarmente gradita alle difese, la Procura di Verbania, che si era vista le ipotesi smantellate sotto il profilo delle esigenze cautelari, invece, prova a riproporre le richieste d'arresto. A poca distanza dal provvedimento del presidente del Tribunale ha chiesto al Riesame di annullare la decisione con la quale il gip Banci Buonamici ha scarcerato Luigi Nerini, titolare delle Ferrovie del Mottarone, l'ingegnere Enrico Perocchio, direttore di esercizio, e ha disposto i domiciliari per Tadini.
Il presidente del Tribunale di Verbania, nell'atto trasmesso al presidente della Corte d'Appello, al procuratore generale e al Consiglio giudiziario di Torino, nonché alla Procura e all'Ordine degli avvocati di Verbania, ritiene che non sia applicabile la norma secondo cui la competenza rimarrebbe del «primo gip che ha adottato un atto del procedimento anche per tutti gli atti successivi». E ha motivato così la sua decisione: il gip supplente «non deve, per rispettare un'equa e coerente distribuzione del lavoro, accollarsi, sino a definizione del procedimento, affari per tabella non spettantigli, salvo giustificati motivi». Poi ha spiegato: «L'assegnazione, se giustificata per la convalida del fermo, non è conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei magistrati dell'ufficio gip. Il giudice assegnatario del procedimento si sarebbe dovuto individuare, in caso di assenza o impedimento del gip titolare, in via gradata» tra gli altri giudici dell'ufficio, escludendo il presidente Banci Buonamici.
A questo punto, sulla richiesta di incidente probatorio sulla fune e sul sistema frenante della cabina (quello sul quale hanno agito i forchettoni piazzati da Tadini, impedendo il blocco di sicurezza della cabina e trasformandola così in una giostra della morte), presentata il 3 giugno dall'avvocato Marcello Perillo, dovrà pronunciarsi il gip Ceriotti. La Procura aveva fatto subito sapere che «l'incidente probatorio, se fatto prematuramente, avrebbe potuto anche danneggiare le indagini».
L'avvocato Pasquale Pantano, che difende Nerini, ha subito definito la scelta del presidente del Tribunale «un provvedimento anomalo». E ha aggiunto: «Non è mai capitato che durante una partita venga cambiato l'arbitro, nonostante tutti riconoscano che abbia operato bene». È dello stesso avviso l'avvocato Perillo: «Non si è mai visto un provvedimento del genere. È la prima volta che non per un valido impedimento ma per un problema tabellare sia sostituito un giudice di un procedimento in corso».
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Inizia domani il primo viaggio in Ue del presidente americano: parteciperà a G7 e vertice Nato. Nel mirino la Via della seta: il Dragone, attraverso Amburgo, può prendersi gli scali italiani con l'appoggio tedesco.Funivia precipitata: fascicolo tolto a Donatella Banci Buonamici, giudice supplente che ha scarcerato gli indagati, e riassegnato al titolare. La Procura: «Provvedimento da annullare».Lo speciale contiene due articoli.Pechino punta al porto di Trieste? Secondo quanto riferito da Ndr, la compagnia statale cinese Cosco shipping è in trattative con la società tedesca Hamburger hafen und logistik ag (Hhla) per acquisire una quota di minoranza - tra il 30 e il 40% - di un terminal container del porto di Amburgo. La stessa fonte ha riferito, venerdì scorso, che «i negoziati sono a buon punto e coordinati con il governo federale». Non soltanto quindi la conclusione dell'accordo appare probabile e imminente, ma l'operazione gode del benestare di Berlino. E l'Italia che cosa c'entra? C'entra perché, lo scorso gennaio, Hhla ha perfezionato l'acquisizione di una quota del 50,01% del terminal multifunzionale Piattaforma logistica Trieste nel porto di Trieste. Del resto, le trattative in corso su Amburgo assumono un significato tanto più rilevante soprattutto alla luce del fatto che stanno avanzando a pochi giorni dall'arrivo del presidente americano, Joe Biden, nel Vecchio continente. Un Joe Biden che ha già chiarito di voler arginare l'influenza cinese sull'Europa e che è pronto a dare battaglia in tal senso al G7 di Carbis Bay e al summit Nato di Bruxelles. Non a caso, in un suo editoriale apparso domenica sul Washington Post, ha rimarcato di voler rafforzare i legami tra i due lati dell'Atlantico, compattando i Paesi liberaldemocratici per contenere le pressioni di Cina e Russia. Sotto questo aspetto è quindi innanzitutto evidente l'attrito con la Germania. Come d'altronde dimostrato dalla questione del porto di Amburgo, è infatti chiaro che il cancelliere tedesco, Angela Merkel, continua a puntare su una linea geopolitica e commerciale fondamentalmente aperta nei confronti di Pechino. In secondo luogo, è proprio in una simile ottica che Mario Draghi potrebbe approfittarne, una volta di più, per accreditarsi come il leader europeo maggiormente affidabile agli occhi degli Stati Uniti. È questa, per esempio, l'opinione del professor Giulio Sapelli. «Draghi», ha dichiarato alla Verità, «può rafforzare nell'occasione ancora di più i legami che abbiamo con gli Stati Uniti e che lui ha con il gruppo attorno a Joe Biden. Anche perché penso che Biden in Europa arrivi non con degli atteggiamenti molto favorevoli alla politica della Cdu tedesca e della Merkel». Non è del resto una novità che l'attuale premier italiano, sulla Cina, abbia decisamente invertito la rotta rispetto ai tempi del governo giallorosso. E, nonostante alcuni pezzi del panorama politico ed economico italiano continuino a portare avanti delle posizioni di apertura alla Repubblica popolare, l'intenzione di Draghi è quella di rafforzare ulteriormente il proprio allineamento a Washington. Una Washington che, nonostante il buon rapporto con l'attuale premier, non deve aver ancora del tutto digerito la firma, risalente al marzo 2019, del memorandum d'intesa per far accedere l'Italia alla Nuova via della seta. In questo senso, le trattative sul porto di Amburgo (con le relative ripercussioni per Trieste) possono rappresentare un snodo importante della partita in corso tra Stati Uniti e Cina. «Quello che è paradossale di questa manovra a tenaglia su due porti cruciali», ha spiegato Sapelli, «è che tale avanzata cinese accade quando la Cina sta dimostrando tutta la sua debolezza economica». «Mi pare che con la Cina», ha proseguito, «stiamo assistendo ai colpi di coda di un impero economico che si sta disgregando, perché la crisi demografica avanza. Lo stesso accordo sulla dual circulation è un modo per rilanciare il mercato interno in difficoltà. Il gruppo dirigente neo maoista reagisce con questi colpi di coda tipici della Via della seta. Queste operazioni cinesi avvengono soprattutto attraverso il debito: sono operazioni che richiederebbero, specialmente da parte dell'Unione europea, un po' più di accortezza e un po' più di coordinamento tra gli operatori economici». Effettivamente l'assenza di una risposta europea coordinata all'espansione del Dragone si fa sentire soprattutto su alcuni porti (da Marsiglia a Rotterdam, passando per il Pireo). Del resto, al di là delle tensioni con Washington, la penetrazione portuale cinese presenta numerosi risvolti problematici. L'altro ieri Il Sole 24 Ore ha per esempio riportato che questo fenomeno rappresenti un asse portante per il traffico di merce contraffatta. Inoltre, come sottolineato da The Diplomat pochi giorni fa, un altro timore è che Pechino punti a sfruttare l'influenza sui porti commerciali stranieri «per soddisfare le sue esigenze militari». Una ragione in più per non abbassare la guardia e - soprattutto - per cercare di confermare Roma, agli occhi della Casa Bianca, come il principale partner europeo nel contrasto all'espansionismo cinese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-porto-trieste-biden-europa-2653271132.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="funivia-precipitata-sostituito-il-gip" data-post-id="2653271132" data-published-at="1623102970" data-use-pagination="False"> Funivia precipitata, sostituito il gip Il fascicolo dell'inchiesta sulla funivia della morte passa di mano: non sarà il gip Donatella Banci Buonamici, che ha scarcerato i tre indagati, a dover decidere sull'istanza di incidente probatorio chiesto dal difensore di Gabriele Tadini, il caposervizio della funivia che è agli arresti domiciliari, ma il giudice Elena Ceriotti, «titolare per tabella del ruolo». Il provvedimento, firmato ieri dal presidente del Tribunale di Verbania Luigi Montefusco, assegna il fascicolo al gip che avrebbe dovuto curare la decisione sul fermo emesso dalla Procura, ma che era stato esonerato per smaltire il carico di lavoro arretrato fino al 31 maggio. Banci Buonamici è presidente di sezione e coordinatrice dell'area penale del Tribunale e il giorno degli arresti, il 26 maggio scorso, aveva svolto le funzioni di supplente, autoassegnandosi il fascicolo, che doveva finire nelle mani del giudice Annalisa Palomba («Impegnata in udienza dibattimentale», come emerge in un documento firmato dalla stessa Banci Buonamici). E se la decisione non è risultata particolarmente gradita alle difese, la Procura di Verbania, che si era vista le ipotesi smantellate sotto il profilo delle esigenze cautelari, invece, prova a riproporre le richieste d'arresto. A poca distanza dal provvedimento del presidente del Tribunale ha chiesto al Riesame di annullare la decisione con la quale il gip Banci Buonamici ha scarcerato Luigi Nerini, titolare delle Ferrovie del Mottarone, l'ingegnere Enrico Perocchio, direttore di esercizio, e ha disposto i domiciliari per Tadini. Il presidente del Tribunale di Verbania, nell'atto trasmesso al presidente della Corte d'Appello, al procuratore generale e al Consiglio giudiziario di Torino, nonché alla Procura e all'Ordine degli avvocati di Verbania, ritiene che non sia applicabile la norma secondo cui la competenza rimarrebbe del «primo gip che ha adottato un atto del procedimento anche per tutti gli atti successivi». E ha motivato così la sua decisione: il gip supplente «non deve, per rispettare un'equa e coerente distribuzione del lavoro, accollarsi, sino a definizione del procedimento, affari per tabella non spettantigli, salvo giustificati motivi». Poi ha spiegato: «L'assegnazione, se giustificata per la convalida del fermo, non è conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei magistrati dell'ufficio gip. Il giudice assegnatario del procedimento si sarebbe dovuto individuare, in caso di assenza o impedimento del gip titolare, in via gradata» tra gli altri giudici dell'ufficio, escludendo il presidente Banci Buonamici. A questo punto, sulla richiesta di incidente probatorio sulla fune e sul sistema frenante della cabina (quello sul quale hanno agito i forchettoni piazzati da Tadini, impedendo il blocco di sicurezza della cabina e trasformandola così in una giostra della morte), presentata il 3 giugno dall'avvocato Marcello Perillo, dovrà pronunciarsi il gip Ceriotti. La Procura aveva fatto subito sapere che «l'incidente probatorio, se fatto prematuramente, avrebbe potuto anche danneggiare le indagini». L'avvocato Pasquale Pantano, che difende Nerini, ha subito definito la scelta del presidente del Tribunale «un provvedimento anomalo». E ha aggiunto: «Non è mai capitato che durante una partita venga cambiato l'arbitro, nonostante tutti riconoscano che abbia operato bene». È dello stesso avviso l'avvocato Perillo: «Non si è mai visto un provvedimento del genere. È la prima volta che non per un valido impedimento ma per un problema tabellare sia sostituito un giudice di un procedimento in corso».
La nave mercantile battente bandiera indiana Jag Vasant, che trasporta gas di petrolio liquefatto, attraverso lo Stretto di Hormuz, arriva al porto di Mumbai (Ansa)
La chiusura dello Stretto di Hormuz non è solo una crisi energetica. È una prova di verità. E, come spesso accade nelle crisi, smaschera illusioni che in tempi normali restano nascoste.
Da quando è iniziata la guerra con l’Iran, i numeri parlano chiaro. Il gas europeo è aumentato fino all’85 per cento, il petrolio di oltre il 50 per cento. In Italia, dove il gas determina il prezzo dell’elettricità, le bollette hanno iniziato a salire quasi automaticamente. Il carburante ha superato i 2,3 euro al litro in autostrada. Il governo è dovuto intervenire con un taglio di 25 centesimi per contenere il diesel sotto i 1,90 euro.
Questa non è una sorpresa. È la conseguenza logica di un sistema costruito per funzionare in condizioni ideali, ma incapace di reggere uno shock geopolitico.
La situazione si è aggravata ulteriormente quando il Qatar, pilastro delle forniture di GNL europee, ha dichiarato force majeure dopo i danni subiti dalle sue infrastrutture. Secondo Reuters, il 17 per cento della capacità di esportazione di GNL è stato colpito. Per l’Italia significa perdere, almeno in parte, un flusso che copre quasi il 10 per cento del fabbisogno nazionale.
È in questo contesto che Giorgia Meloni è volata d’urgenza in Algeria. Un viaggio che ha il sapore della necessità più che della strategia. L’Algeria oggi copre circa il 30 per cento del gas italiano. Ma il punto non è dove si va a cercare il gas. Il punto è perché bisogna correrci all’ultimo minuto.
Qui emerge la differenza con l’India.
New Delhi non è meno esposta. Il 40 per cento del suo petrolio passa da Hormuz e il Qatar rappresenta oltre il 40 per cento delle sue importazioni di GNL. Eppure, i prezzi interni non sono esplosi. Reuters ha riportato che i prezzi alla pompa sono rimasti sostanzialmente stabili anche con il petrolio sopra i 100 dollari al barile.
Non perché il problema non esista. Ma perché lo Stato ha deciso di assorbirlo.
L’India controlla i prezzi, diversifica le forniture, utilizza leve fiscali e mantiene un mix energetico che include ancora una quota rilevante di produzione domestica. Ha già ridotto le forniture industriali di gas per proteggere i consumatori e ha attivato misure d’emergenza per garantire il GPL a oltre 300 milioni di famiglie.
Non è un sistema perfetto. Ma è un sistema che regge.
L’Europa, invece, fa l’opposto. Espone famiglie e imprese alla volatilità dei mercati globali e interviene dopo, con misure tampone. Bruxelles propone tagli temporanei alle tasse sull’energia, aiuti di Stato e qualche aggiustamento tecnico. Ursula von der Leyen ha parlato di maggiore flessibilità e di un fondo da 30 miliardi legato all’ETS.
Sono cerotti su una frattura.
Il problema è strutturale. Il prezzo dell’elettricità continua a essere legato al gas. Quando il gas sale, tutto sale. Un sistema efficiente in tempi normali diventa una macchina di trasmissione della crisi quando il contesto cambia.
Ed è qui che il nodo politico diventa inevitabile.
Meloni lo ha detto chiaramente. Le politiche verdi europee, così come sono state concepite, rischiano la “desertificazione industriale”. Non è una posizione isolata. Insieme ad altri leader europei, ha chiesto una revisione del sistema ETS, un’estensione delle quote gratuite oltre il 2034 e una transizione più graduale.
Non si tratta di negare la transizione energetica. Si tratta di riconoscere che una transizione che rende l’Europa più fragile nei momenti di crisi non è sostenibile, né economicamente né politicamente.
Nel frattempo, l’India si muove. Sta cercando nuove forniture di GNL fuori dal Medio Oriente. Ha aperto canali con nuovi partner, inclusa l’Argentina, che ha firmato accordi preliminari per esportazioni fino a 10 milioni di tonnellate annue. Non è ancora una realtà operativa, ma è una direzione strategica chiara.
Diversificare. Intervenire. Proteggere.
L’Europa, invece, resta intrappolata tra obiettivi climatici rigidi, mercati liberalizzati e divisioni interne. Il risultato è un sistema che funziona finché tutto va bene e cede quando serve davvero.
La crisi di Hormuz non è solo una crisi energetica. È una crisi di modello.
Da una parte c’è chi considera l’energia una questione di sicurezza nazionale. Dall’altra c’è chi la tratta come un esercizio regolatorio.
Il prezzo di questa differenza oggi si paga alla pompa, in bolletta e, soprattutto, nella competitività dell’intero sistema economico europeo.
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