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2021-06-08
La Cina si avvicina al porto di Trieste. Biden vola in Europa per fermarla
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Pechino punta al porto di Trieste? Secondo quanto riferito da Ndr, la compagnia statale cinese Cosco shipping è in trattative con la società tedesca Hamburger hafen und logistik ag (Hhla) per acquisire una quota di minoranza - tra il 30 e il 40% - di un terminal container del porto di Amburgo. La stessa fonte ha riferito, venerdì scorso, che «i negoziati sono a buon punto e coordinati con il governo federale». Non soltanto quindi la conclusione dell'accordo appare probabile e imminente, ma l'operazione gode del benestare di Berlino. E l'Italia che cosa c'entra? C'entra perché, lo scorso gennaio, Hhla ha perfezionato l'acquisizione di una quota del 50,01% del terminal multifunzionale Piattaforma logistica Trieste nel porto di Trieste.
Del resto, le trattative in corso su Amburgo assumono un significato tanto più rilevante soprattutto alla luce del fatto che stanno avanzando a pochi giorni dall'arrivo del presidente americano, Joe Biden, nel Vecchio continente. Un Joe Biden che ha già chiarito di voler arginare l'influenza cinese sull'Europa e che è pronto a dare battaglia in tal senso al G7 di Carbis Bay e al summit Nato di Bruxelles. Non a caso, in un suo editoriale apparso domenica sul Washington Post, ha rimarcato di voler rafforzare i legami tra i due lati dell'Atlantico, compattando i Paesi liberaldemocratici per contenere le pressioni di Cina e Russia. Sotto questo aspetto è quindi innanzitutto evidente l'attrito con la Germania. Come d'altronde dimostrato dalla questione del porto di Amburgo, è infatti chiaro che il cancelliere tedesco, Angela Merkel, continua a puntare su una linea geopolitica e commerciale fondamentalmente aperta nei confronti di Pechino.
In secondo luogo, è proprio in una simile ottica che Mario Draghi potrebbe approfittarne, una volta di più, per accreditarsi come il leader europeo maggiormente affidabile agli occhi degli Stati Uniti. È questa, per esempio, l'opinione del professor Giulio Sapelli. «Draghi», ha dichiarato alla Verità, «può rafforzare nell'occasione ancora di più i legami che abbiamo con gli Stati Uniti e che lui ha con il gruppo attorno a Joe Biden. Anche perché penso che Biden in Europa arrivi non con degli atteggiamenti molto favorevoli alla politica della Cdu tedesca e della Merkel». Non è del resto una novità che l'attuale premier italiano, sulla Cina, abbia decisamente invertito la rotta rispetto ai tempi del governo giallorosso. E, nonostante alcuni pezzi del panorama politico ed economico italiano continuino a portare avanti delle posizioni di apertura alla Repubblica popolare, l'intenzione di Draghi è quella di rafforzare ulteriormente il proprio allineamento a Washington. Una Washington che, nonostante il buon rapporto con l'attuale premier, non deve aver ancora del tutto digerito la firma, risalente al marzo 2019, del memorandum d'intesa per far accedere l'Italia alla Nuova via della seta.
In questo senso, le trattative sul porto di Amburgo (con le relative ripercussioni per Trieste) possono rappresentare un snodo importante della partita in corso tra Stati Uniti e Cina. «Quello che è paradossale di questa manovra a tenaglia su due porti cruciali», ha spiegato Sapelli, «è che tale avanzata cinese accade quando la Cina sta dimostrando tutta la sua debolezza economica». «Mi pare che con la Cina», ha proseguito, «stiamo assistendo ai colpi di coda di un impero economico che si sta disgregando, perché la crisi demografica avanza. Lo stesso accordo sulla dual circulation è un modo per rilanciare il mercato interno in difficoltà. Il gruppo dirigente neo maoista reagisce con questi colpi di coda tipici della Via della seta. Queste operazioni cinesi avvengono soprattutto attraverso il debito: sono operazioni che richiederebbero, specialmente da parte dell'Unione europea, un po' più di accortezza e un po' più di coordinamento tra gli operatori economici». Effettivamente l'assenza di una risposta europea coordinata all'espansione del Dragone si fa sentire soprattutto su alcuni porti (da Marsiglia a Rotterdam, passando per il Pireo).
Del resto, al di là delle tensioni con Washington, la penetrazione portuale cinese presenta numerosi risvolti problematici. L'altro ieri Il Sole 24 Ore ha per esempio riportato che questo fenomeno rappresenti un asse portante per il traffico di merce contraffatta. Inoltre, come sottolineato da The Diplomat pochi giorni fa, un altro timore è che Pechino punti a sfruttare l'influenza sui porti commerciali stranieri «per soddisfare le sue esigenze militari». Una ragione in più per non abbassare la guardia e - soprattutto - per cercare di confermare Roma, agli occhi della Casa Bianca, come il principale partner europeo nel contrasto all'espansionismo cinese.
Funivia precipitata, sostituito il gip
Il fascicolo dell'inchiesta sulla funivia della morte passa di mano: non sarà il gip Donatella Banci Buonamici, che ha scarcerato i tre indagati, a dover decidere sull'istanza di incidente probatorio chiesto dal difensore di Gabriele Tadini, il caposervizio della funivia che è agli arresti domiciliari, ma il giudice Elena Ceriotti, «titolare per tabella del ruolo». Il provvedimento, firmato ieri dal presidente del Tribunale di Verbania Luigi Montefusco, assegna il fascicolo al gip che avrebbe dovuto curare la decisione sul fermo emesso dalla Procura, ma che era stato esonerato per smaltire il carico di lavoro arretrato fino al 31 maggio.
Banci Buonamici è presidente di sezione e coordinatrice dell'area penale del Tribunale e il giorno degli arresti, il 26 maggio scorso, aveva svolto le funzioni di supplente, autoassegnandosi il fascicolo, che doveva finire nelle mani del giudice Annalisa Palomba («Impegnata in udienza dibattimentale», come emerge in un documento firmato dalla stessa Banci Buonamici).
E se la decisione non è risultata particolarmente gradita alle difese, la Procura di Verbania, che si era vista le ipotesi smantellate sotto il profilo delle esigenze cautelari, invece, prova a riproporre le richieste d'arresto. A poca distanza dal provvedimento del presidente del Tribunale ha chiesto al Riesame di annullare la decisione con la quale il gip Banci Buonamici ha scarcerato Luigi Nerini, titolare delle Ferrovie del Mottarone, l'ingegnere Enrico Perocchio, direttore di esercizio, e ha disposto i domiciliari per Tadini.
Il presidente del Tribunale di Verbania, nell'atto trasmesso al presidente della Corte d'Appello, al procuratore generale e al Consiglio giudiziario di Torino, nonché alla Procura e all'Ordine degli avvocati di Verbania, ritiene che non sia applicabile la norma secondo cui la competenza rimarrebbe del «primo gip che ha adottato un atto del procedimento anche per tutti gli atti successivi». E ha motivato così la sua decisione: il gip supplente «non deve, per rispettare un'equa e coerente distribuzione del lavoro, accollarsi, sino a definizione del procedimento, affari per tabella non spettantigli, salvo giustificati motivi». Poi ha spiegato: «L'assegnazione, se giustificata per la convalida del fermo, non è conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei magistrati dell'ufficio gip. Il giudice assegnatario del procedimento si sarebbe dovuto individuare, in caso di assenza o impedimento del gip titolare, in via gradata» tra gli altri giudici dell'ufficio, escludendo il presidente Banci Buonamici.
A questo punto, sulla richiesta di incidente probatorio sulla fune e sul sistema frenante della cabina (quello sul quale hanno agito i forchettoni piazzati da Tadini, impedendo il blocco di sicurezza della cabina e trasformandola così in una giostra della morte), presentata il 3 giugno dall'avvocato Marcello Perillo, dovrà pronunciarsi il gip Ceriotti. La Procura aveva fatto subito sapere che «l'incidente probatorio, se fatto prematuramente, avrebbe potuto anche danneggiare le indagini».
L'avvocato Pasquale Pantano, che difende Nerini, ha subito definito la scelta del presidente del Tribunale «un provvedimento anomalo». E ha aggiunto: «Non è mai capitato che durante una partita venga cambiato l'arbitro, nonostante tutti riconoscano che abbia operato bene». È dello stesso avviso l'avvocato Perillo: «Non si è mai visto un provvedimento del genere. È la prima volta che non per un valido impedimento ma per un problema tabellare sia sostituito un giudice di un procedimento in corso».
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Inizia domani il primo viaggio in Ue del presidente americano: parteciperà a G7 e vertice Nato. Nel mirino la Via della seta: il Dragone, attraverso Amburgo, può prendersi gli scali italiani con l'appoggio tedesco.Funivia precipitata: fascicolo tolto a Donatella Banci Buonamici, giudice supplente che ha scarcerato gli indagati, e riassegnato al titolare. La Procura: «Provvedimento da annullare».Lo speciale contiene due articoli.Pechino punta al porto di Trieste? Secondo quanto riferito da Ndr, la compagnia statale cinese Cosco shipping è in trattative con la società tedesca Hamburger hafen und logistik ag (Hhla) per acquisire una quota di minoranza - tra il 30 e il 40% - di un terminal container del porto di Amburgo. La stessa fonte ha riferito, venerdì scorso, che «i negoziati sono a buon punto e coordinati con il governo federale». Non soltanto quindi la conclusione dell'accordo appare probabile e imminente, ma l'operazione gode del benestare di Berlino. E l'Italia che cosa c'entra? C'entra perché, lo scorso gennaio, Hhla ha perfezionato l'acquisizione di una quota del 50,01% del terminal multifunzionale Piattaforma logistica Trieste nel porto di Trieste. Del resto, le trattative in corso su Amburgo assumono un significato tanto più rilevante soprattutto alla luce del fatto che stanno avanzando a pochi giorni dall'arrivo del presidente americano, Joe Biden, nel Vecchio continente. Un Joe Biden che ha già chiarito di voler arginare l'influenza cinese sull'Europa e che è pronto a dare battaglia in tal senso al G7 di Carbis Bay e al summit Nato di Bruxelles. Non a caso, in un suo editoriale apparso domenica sul Washington Post, ha rimarcato di voler rafforzare i legami tra i due lati dell'Atlantico, compattando i Paesi liberaldemocratici per contenere le pressioni di Cina e Russia. Sotto questo aspetto è quindi innanzitutto evidente l'attrito con la Germania. Come d'altronde dimostrato dalla questione del porto di Amburgo, è infatti chiaro che il cancelliere tedesco, Angela Merkel, continua a puntare su una linea geopolitica e commerciale fondamentalmente aperta nei confronti di Pechino. In secondo luogo, è proprio in una simile ottica che Mario Draghi potrebbe approfittarne, una volta di più, per accreditarsi come il leader europeo maggiormente affidabile agli occhi degli Stati Uniti. È questa, per esempio, l'opinione del professor Giulio Sapelli. «Draghi», ha dichiarato alla Verità, «può rafforzare nell'occasione ancora di più i legami che abbiamo con gli Stati Uniti e che lui ha con il gruppo attorno a Joe Biden. Anche perché penso che Biden in Europa arrivi non con degli atteggiamenti molto favorevoli alla politica della Cdu tedesca e della Merkel». Non è del resto una novità che l'attuale premier italiano, sulla Cina, abbia decisamente invertito la rotta rispetto ai tempi del governo giallorosso. E, nonostante alcuni pezzi del panorama politico ed economico italiano continuino a portare avanti delle posizioni di apertura alla Repubblica popolare, l'intenzione di Draghi è quella di rafforzare ulteriormente il proprio allineamento a Washington. Una Washington che, nonostante il buon rapporto con l'attuale premier, non deve aver ancora del tutto digerito la firma, risalente al marzo 2019, del memorandum d'intesa per far accedere l'Italia alla Nuova via della seta. In questo senso, le trattative sul porto di Amburgo (con le relative ripercussioni per Trieste) possono rappresentare un snodo importante della partita in corso tra Stati Uniti e Cina. «Quello che è paradossale di questa manovra a tenaglia su due porti cruciali», ha spiegato Sapelli, «è che tale avanzata cinese accade quando la Cina sta dimostrando tutta la sua debolezza economica». «Mi pare che con la Cina», ha proseguito, «stiamo assistendo ai colpi di coda di un impero economico che si sta disgregando, perché la crisi demografica avanza. Lo stesso accordo sulla dual circulation è un modo per rilanciare il mercato interno in difficoltà. Il gruppo dirigente neo maoista reagisce con questi colpi di coda tipici della Via della seta. Queste operazioni cinesi avvengono soprattutto attraverso il debito: sono operazioni che richiederebbero, specialmente da parte dell'Unione europea, un po' più di accortezza e un po' più di coordinamento tra gli operatori economici». Effettivamente l'assenza di una risposta europea coordinata all'espansione del Dragone si fa sentire soprattutto su alcuni porti (da Marsiglia a Rotterdam, passando per il Pireo). Del resto, al di là delle tensioni con Washington, la penetrazione portuale cinese presenta numerosi risvolti problematici. L'altro ieri Il Sole 24 Ore ha per esempio riportato che questo fenomeno rappresenti un asse portante per il traffico di merce contraffatta. Inoltre, come sottolineato da The Diplomat pochi giorni fa, un altro timore è che Pechino punti a sfruttare l'influenza sui porti commerciali stranieri «per soddisfare le sue esigenze militari». Una ragione in più per non abbassare la guardia e - soprattutto - per cercare di confermare Roma, agli occhi della Casa Bianca, come il principale partner europeo nel contrasto all'espansionismo cinese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/cina-porto-trieste-biden-europa-2653271132.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="funivia-precipitata-sostituito-il-gip" data-post-id="2653271132" data-published-at="1623102970" data-use-pagination="False"> Funivia precipitata, sostituito il gip Il fascicolo dell'inchiesta sulla funivia della morte passa di mano: non sarà il gip Donatella Banci Buonamici, che ha scarcerato i tre indagati, a dover decidere sull'istanza di incidente probatorio chiesto dal difensore di Gabriele Tadini, il caposervizio della funivia che è agli arresti domiciliari, ma il giudice Elena Ceriotti, «titolare per tabella del ruolo». Il provvedimento, firmato ieri dal presidente del Tribunale di Verbania Luigi Montefusco, assegna il fascicolo al gip che avrebbe dovuto curare la decisione sul fermo emesso dalla Procura, ma che era stato esonerato per smaltire il carico di lavoro arretrato fino al 31 maggio. Banci Buonamici è presidente di sezione e coordinatrice dell'area penale del Tribunale e il giorno degli arresti, il 26 maggio scorso, aveva svolto le funzioni di supplente, autoassegnandosi il fascicolo, che doveva finire nelle mani del giudice Annalisa Palomba («Impegnata in udienza dibattimentale», come emerge in un documento firmato dalla stessa Banci Buonamici). E se la decisione non è risultata particolarmente gradita alle difese, la Procura di Verbania, che si era vista le ipotesi smantellate sotto il profilo delle esigenze cautelari, invece, prova a riproporre le richieste d'arresto. A poca distanza dal provvedimento del presidente del Tribunale ha chiesto al Riesame di annullare la decisione con la quale il gip Banci Buonamici ha scarcerato Luigi Nerini, titolare delle Ferrovie del Mottarone, l'ingegnere Enrico Perocchio, direttore di esercizio, e ha disposto i domiciliari per Tadini. Il presidente del Tribunale di Verbania, nell'atto trasmesso al presidente della Corte d'Appello, al procuratore generale e al Consiglio giudiziario di Torino, nonché alla Procura e all'Ordine degli avvocati di Verbania, ritiene che non sia applicabile la norma secondo cui la competenza rimarrebbe del «primo gip che ha adottato un atto del procedimento anche per tutti gli atti successivi». E ha motivato così la sua decisione: il gip supplente «non deve, per rispettare un'equa e coerente distribuzione del lavoro, accollarsi, sino a definizione del procedimento, affari per tabella non spettantigli, salvo giustificati motivi». Poi ha spiegato: «L'assegnazione, se giustificata per la convalida del fermo, non è conforme alle regole di distribuzione degli affari e ai criteri di sostituzione dei magistrati dell'ufficio gip. Il giudice assegnatario del procedimento si sarebbe dovuto individuare, in caso di assenza o impedimento del gip titolare, in via gradata» tra gli altri giudici dell'ufficio, escludendo il presidente Banci Buonamici. A questo punto, sulla richiesta di incidente probatorio sulla fune e sul sistema frenante della cabina (quello sul quale hanno agito i forchettoni piazzati da Tadini, impedendo il blocco di sicurezza della cabina e trasformandola così in una giostra della morte), presentata il 3 giugno dall'avvocato Marcello Perillo, dovrà pronunciarsi il gip Ceriotti. La Procura aveva fatto subito sapere che «l'incidente probatorio, se fatto prematuramente, avrebbe potuto anche danneggiare le indagini». L'avvocato Pasquale Pantano, che difende Nerini, ha subito definito la scelta del presidente del Tribunale «un provvedimento anomalo». E ha aggiunto: «Non è mai capitato che durante una partita venga cambiato l'arbitro, nonostante tutti riconoscano che abbia operato bene». È dello stesso avviso l'avvocato Perillo: «Non si è mai visto un provvedimento del genere. È la prima volta che non per un valido impedimento ma per un problema tabellare sia sostituito un giudice di un procedimento in corso».
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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