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2021-03-29
Più violenze sui maschi (ma nessuno ne parla)
Non se ne parla, oppure se ne parla pochissimo, ma la violenza sugli uomini esiste eccome. E discuterne non equivale certo a negare o sminuire il gravissimo problema della violenza sulle donne e il femminicidio. Tutt'altro, significa affermare con forza il concetto della parità di genere, che spesso viene invece brandito come una clava per ragioni di natura ideologica. Tracciare i contorni di questo fenomeno non è affatto semplice. Specie in Italia, infatti, le statistiche scarseggiano oppure sono obsolete.
Lo studio più autorevole in merito alla violenza sui maschi, e forse anche quello più citato, è quello realizzato dall'Istat e risale addirittura a febbraio del 2018. Nel rapporto intitolato «Le molestie e i ricatti sessuali sul luogo di lavoro», per la prima volta l'istituto di statistica rivolgeva i quesiti sulle molestie anche ai cittadini di sesso maschile tra i 14 e i 65 anni, segno che fino ad allora questa problematica era stata pressoché totalmente ignorata. Risultato: ben 3,7 milioni di uomini hanno subito molestie nel corso della loro vita, dei quali 1,27 milioni negli ultimi tre anni, e 610.000 nei 12 mesi precedenti (le interviste sono state effettuate tra il 2015 e il 2016).
La casistica maggiormente ricorrente riguarda le molestie verbali (8,2%), seguite dal pedinamento (6,8%), le molestie con contatto fisico (3,6%), gli atti di esibizionismo (3,5%), le telefonate oscene (2,5%) e le molestie tramite social network (2,2%). Complessivamente, le donne si sono rivelate responsabili del 23,7% degli abusi subiti dagli uomini. Se si entra nel dettaglio, è la stessa Istat a definire «non trascurabile» la percentuale di autrici delle molestie: il 48,1% in caso di molestie tramite reti sociali, 36,7% di telefonate oscene, 34,6% dei casi nei quali gli uomini sono stati costretti a vedere immagini sessuali oppure materiale pornografico e il 24,8% di molestie fisiche. Riguardo al luogo nel quale si sono verificati i fatti, al primo posto ci sono i luoghi di divertimento (discoteca, pub, ristorante, bar, cinema e teatro) con il 29,2%, seguiti dalla strada (14,2%) e dai mezzi pubblici (12,7%).
Un'altra ricerca citata frequentemente risale addirittura al 2012 ed è stata elaborata da un gruppo di ricercatori guidati dal professor Giuseppe Pasquale Macrì dell'università di Siena. Nel loro lavoro, gli studiosi hanno somministrato un questionario di 68 domande a 1.058 soggetti di sesso maschile tra i 18 e 70 anni. A differenza del successivo rapporto formulato dall'Istat, i quesiti del team di Macrì sono tutti incentrati sulla violenza da parte delle donne sugli uomini, con domande del tipo: «È capitato che una donna abbia minacciato di colpirti fisicamente?», oppure: «È capitato che una donna ti abbia disprezzato o deriso per un tuo difetto sessuale, o perché insoddisfatta di una tua prestazione?»; e ancora: «È capitato che una tua partner ti abbia criticato sgradevolmente perché non riesci a guadagnare abbastanza?».
Nel caso della violenza fisica, quattro risposte hanno raccolto una percentuale superiore al 50%: la minaccia di esercitare violenza fisica, la messa in atto della violenza stessa (graffi, morsi, capelli strappati), il lancio di oggetti e le percosse. Parlando di violenza sessuale, invece, le casistiche riguardano soprattutto l'umiliazione relativa alla scarsa resa nei rapporti intimi, oppure la derisione per un difetto fisico. Ma il tipo di abusi più diffusi, spiegano i ricercatori, riguarda la sfera psicologica ed economica. Si va dalle critiche per un impiego mal remunerato, alle critiche e alle offese in pubblico, alla sincerità e fedeltà messa costantemente in dubbio, fino a veri e propri pedinamenti. Una percentuale piuttosto elevata riguarda la famiglia di origine dell'uomo: nel 72,4% dei casi la partner ha criticato i parenti, pur sapendo che questo avrebbe ferito il compagno, mentre nel 68,8% dei casi la donna ha messo in atto impedimenti o limitazioni agli incontri con i figli o la famiglia d'origine.
La letteratura scientifica internazionale offre qualche spunto in più. Uno studio pubblicato nel 2015 sul Journal of forensic and legal medicine ha esaminato tutti i certificati medici dei centri antiviolenza, scoprendo che l'11% delle vittime erano maschi. Un'altra ricerca, pubblicata nel 2016 sul Journal of research in nursing, ha invece paragonato 19 studi scientifici sul tema, individuando alcuni punti chiave: un numero significativo di uomini ha subito violenza domestica; gli uomini fanno più fatica a rivelare e denunciare le violenze domestiche; le barriere imposte dalla società rendono più arduo il supporto nei confronti di vittime di sesso maschile. L'anno scorso, infine, un altro articolo apparso sulla rivista medica tedesca Deutsches Ärzteblatt ha paragonato altri studi sulla problematica, stabilendo i tassi di incidenza per la violenza fisica (tra il 3,4% e il 20,3%), quella psicologica (7,3%-37%) e sessuale (0,2%-7%). Numeri di fronte la società civile non può continuare a fare finta di nulla.
«L’amico di oggi può diventare stalker domani»
Le trappole della rete non conoscono differenze di genere. Secondo una ricerca, più di un quarto (27%) delle persone che si sono rivolte allo sportello britannico contro il revenge porn erano uomini. L'avvocato Mario Montano, consulente dello studio legale Lisi in materia di Ict law, aiuta a fare ordine nel complesso mondo delle minacce presenti in rete.
Avvocato, quanto è vasto il mondo dei pericoli digitali?
«Il fenomeno della violenza di genere può avere manifestazioni differenti: body shaming, flaming, revenge porn e altro. Situazioni complesse che coinvolgono la sfera personale di un individuo, la sua dignità e che, sotto il profilo giuridico, hanno un rilievo sia penale sia civile».
Sembra di intuire che si tratta di azioni gravi.
«I reati commessi attraverso pratiche di body shaming, flaming e hate speech vanno dalla diffamazione - aggravata se effettuata attraverso social network - alla violenza privata, allo stalking».
Cosa si rischia?
«Sul piano civilistico la violenza di genere che si concreta nella pubblicazione di immagini o video senza il consenso dell'interessato può comportare danno all'immagine, tutelato dalla Costituzione, dal codice civile, e dalla legge 633/1941, la quale, fra l'altro, prescrive che il consenso della persona ritratta può essere sempre revocato. Si configura poi, ai sensi del Regolamento Ue 679/2016, un trattamento illecito di dati personali, dal momento che la persona vittima di violenza non ha dato il proprio consenso alla pubblicazione delle immagini (che deve essere libero, non equivoco e informato), o se l'ha dato lo ha successivamente revocato».
E invece dal punto di vista penale?
«Oltre ai reati già ricordati, per quanto riguarda il revenge porn, la legge 69/2019 ha introdotto il reato di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, punendo con la reclusione da 1 a 6 anni e una multa da 5.000 a 15.000 euro chi realizza o sottrae immagini o video a contenuto sessualmente esplicito e poi li invia, cede, consegna, pubblica o diffonde senza il consenso della persona rappresentata. Occhio perché alla stessa pena soggiace anche chi riceve, o comunque ha acquisito, immagini o video sessualmente espliciti».
Sono previste aggravanti?
«Sì: ad esempio, se i fatti sono commessi dal coniuge (anche separato o divorziato), oppure da una persona legata, o che è stata legata, da relazione affettiva alla persona offesa, oppure ancora se commessi con strumenti informatici o telematici, come la cessione di una chiavetta contente le immagini o i video sessualmente espliciti o la pubblicazione su un social network. Infine, se la vittima è in condizioni di inferiorità fisica o psichica».
Quali sono le armi a disposizione delle vittime?
«Sotto il profilo penale sicuramente la denuncia/querela in particolare alla polizia postale. Sotto il piano civilistico, richiedere la cancellazione dei dati personali al titolare del trattamento, la segnalazione al Garante per la protezione dei dati personali. In via sperimentale, dall'8 marzo 2021, è possibile segnalare a Facebook e Instagram episodi di revenge porn attraverso l'indirizzo Garanteprivacy.it/revengeporn. Inoltre, si può attivare la tutela inibitoria e risarcitoria davanti al giudice competente».
Quali consigli si sente di dare, in particolare agli utenti più giovani?
«Sicuramente agire guidati dal buon senso, cercando di non pubblicare quanto più possibile foto e video, anche in atteggiamenti assolutamente ordinari, vista la diffusione di tecnologie di deep fake e deep nude, che permettono di “spogliare" una persona e inserirla in contesti poco edificanti. Leggere attentamente le condizioni e termini d'uso prima di installare un'app, alla quale spesso si dà accesso alla nostra galleria di foto e video e che possono finire nelle mani sbagliate. Un altro comportamento assolutamente da evitare è quello di mostrare parti intime in siti di video chat tipo Omegle. Anche quando pensiamo di avere di fronte una persona di fiducia, è sempre meglio non farsi ritrarre in atteggiamenti intimi: l'amico, il partner di oggi, potrebbe essere il persecutore, l'odiatore di domani».
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Se ne parla pochissimo, ma anche gli uomini subiscono molestie: oltre il 18% di chi è in età lavorativa. In un quarto dei casi le autrici sono donne che colpiscono la sfera psicologica ed economica per presunte infedeltà o un lavoro mal retribuito.Diffamazione, violenza di genere, privacy violata, revenge porn: i reati spiegati da Mario Montano, esperto di diritto del Web.Lo speciale contiene due articoli.Non se ne parla, oppure se ne parla pochissimo, ma la violenza sugli uomini esiste eccome. E discuterne non equivale certo a negare o sminuire il gravissimo problema della violenza sulle donne e il femminicidio. Tutt'altro, significa affermare con forza il concetto della parità di genere, che spesso viene invece brandito come una clava per ragioni di natura ideologica. Tracciare i contorni di questo fenomeno non è affatto semplice. Specie in Italia, infatti, le statistiche scarseggiano oppure sono obsolete. Lo studio più autorevole in merito alla violenza sui maschi, e forse anche quello più citato, è quello realizzato dall'Istat e risale addirittura a febbraio del 2018. Nel rapporto intitolato «Le molestie e i ricatti sessuali sul luogo di lavoro», per la prima volta l'istituto di statistica rivolgeva i quesiti sulle molestie anche ai cittadini di sesso maschile tra i 14 e i 65 anni, segno che fino ad allora questa problematica era stata pressoché totalmente ignorata. Risultato: ben 3,7 milioni di uomini hanno subito molestie nel corso della loro vita, dei quali 1,27 milioni negli ultimi tre anni, e 610.000 nei 12 mesi precedenti (le interviste sono state effettuate tra il 2015 e il 2016). La casistica maggiormente ricorrente riguarda le molestie verbali (8,2%), seguite dal pedinamento (6,8%), le molestie con contatto fisico (3,6%), gli atti di esibizionismo (3,5%), le telefonate oscene (2,5%) e le molestie tramite social network (2,2%). Complessivamente, le donne si sono rivelate responsabili del 23,7% degli abusi subiti dagli uomini. Se si entra nel dettaglio, è la stessa Istat a definire «non trascurabile» la percentuale di autrici delle molestie: il 48,1% in caso di molestie tramite reti sociali, 36,7% di telefonate oscene, 34,6% dei casi nei quali gli uomini sono stati costretti a vedere immagini sessuali oppure materiale pornografico e il 24,8% di molestie fisiche. Riguardo al luogo nel quale si sono verificati i fatti, al primo posto ci sono i luoghi di divertimento (discoteca, pub, ristorante, bar, cinema e teatro) con il 29,2%, seguiti dalla strada (14,2%) e dai mezzi pubblici (12,7%).Un'altra ricerca citata frequentemente risale addirittura al 2012 ed è stata elaborata da un gruppo di ricercatori guidati dal professor Giuseppe Pasquale Macrì dell'università di Siena. Nel loro lavoro, gli studiosi hanno somministrato un questionario di 68 domande a 1.058 soggetti di sesso maschile tra i 18 e 70 anni. A differenza del successivo rapporto formulato dall'Istat, i quesiti del team di Macrì sono tutti incentrati sulla violenza da parte delle donne sugli uomini, con domande del tipo: «È capitato che una donna abbia minacciato di colpirti fisicamente?», oppure: «È capitato che una donna ti abbia disprezzato o deriso per un tuo difetto sessuale, o perché insoddisfatta di una tua prestazione?»; e ancora: «È capitato che una tua partner ti abbia criticato sgradevolmente perché non riesci a guadagnare abbastanza?».Nel caso della violenza fisica, quattro risposte hanno raccolto una percentuale superiore al 50%: la minaccia di esercitare violenza fisica, la messa in atto della violenza stessa (graffi, morsi, capelli strappati), il lancio di oggetti e le percosse. Parlando di violenza sessuale, invece, le casistiche riguardano soprattutto l'umiliazione relativa alla scarsa resa nei rapporti intimi, oppure la derisione per un difetto fisico. Ma il tipo di abusi più diffusi, spiegano i ricercatori, riguarda la sfera psicologica ed economica. Si va dalle critiche per un impiego mal remunerato, alle critiche e alle offese in pubblico, alla sincerità e fedeltà messa costantemente in dubbio, fino a veri e propri pedinamenti. Una percentuale piuttosto elevata riguarda la famiglia di origine dell'uomo: nel 72,4% dei casi la partner ha criticato i parenti, pur sapendo che questo avrebbe ferito il compagno, mentre nel 68,8% dei casi la donna ha messo in atto impedimenti o limitazioni agli incontri con i figli o la famiglia d'origine.La letteratura scientifica internazionale offre qualche spunto in più. Uno studio pubblicato nel 2015 sul Journal of forensic and legal medicine ha esaminato tutti i certificati medici dei centri antiviolenza, scoprendo che l'11% delle vittime erano maschi. Un'altra ricerca, pubblicata nel 2016 sul Journal of research in nursing, ha invece paragonato 19 studi scientifici sul tema, individuando alcuni punti chiave: un numero significativo di uomini ha subito violenza domestica; gli uomini fanno più fatica a rivelare e denunciare le violenze domestiche; le barriere imposte dalla società rendono più arduo il supporto nei confronti di vittime di sesso maschile. L'anno scorso, infine, un altro articolo apparso sulla rivista medica tedesca Deutsches Ärzteblatt ha paragonato altri studi sulla problematica, stabilendo i tassi di incidenza per la violenza fisica (tra il 3,4% e il 20,3%), quella psicologica (7,3%-37%) e sessuale (0,2%-7%). 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Avvocato, quanto è vasto il mondo dei pericoli digitali? «Il fenomeno della violenza di genere può avere manifestazioni differenti: body shaming, flaming, revenge porn e altro. Situazioni complesse che coinvolgono la sfera personale di un individuo, la sua dignità e che, sotto il profilo giuridico, hanno un rilievo sia penale sia civile». Sembra di intuire che si tratta di azioni gravi. «I reati commessi attraverso pratiche di body shaming, flaming e hate speech vanno dalla diffamazione - aggravata se effettuata attraverso social network - alla violenza privata, allo stalking». Cosa si rischia? «Sul piano civilistico la violenza di genere che si concreta nella pubblicazione di immagini o video senza il consenso dell'interessato può comportare danno all'immagine, tutelato dalla Costituzione, dal codice civile, e dalla legge 633/1941, la quale, fra l'altro, prescrive che il consenso della persona ritratta può essere sempre revocato. Si configura poi, ai sensi del Regolamento Ue 679/2016, un trattamento illecito di dati personali, dal momento che la persona vittima di violenza non ha dato il proprio consenso alla pubblicazione delle immagini (che deve essere libero, non equivoco e informato), o se l'ha dato lo ha successivamente revocato». E invece dal punto di vista penale? «Oltre ai reati già ricordati, per quanto riguarda il revenge porn, la legge 69/2019 ha introdotto il reato di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, punendo con la reclusione da 1 a 6 anni e una multa da 5.000 a 15.000 euro chi realizza o sottrae immagini o video a contenuto sessualmente esplicito e poi li invia, cede, consegna, pubblica o diffonde senza il consenso della persona rappresentata. Occhio perché alla stessa pena soggiace anche chi riceve, o comunque ha acquisito, immagini o video sessualmente espliciti». Sono previste aggravanti? «Sì: ad esempio, se i fatti sono commessi dal coniuge (anche separato o divorziato), oppure da una persona legata, o che è stata legata, da relazione affettiva alla persona offesa, oppure ancora se commessi con strumenti informatici o telematici, come la cessione di una chiavetta contente le immagini o i video sessualmente espliciti o la pubblicazione su un social network. Infine, se la vittima è in condizioni di inferiorità fisica o psichica». Quali sono le armi a disposizione delle vittime? «Sotto il profilo penale sicuramente la denuncia/querela in particolare alla polizia postale. Sotto il piano civilistico, richiedere la cancellazione dei dati personali al titolare del trattamento, la segnalazione al Garante per la protezione dei dati personali. In via sperimentale, dall'8 marzo 2021, è possibile segnalare a Facebook e Instagram episodi di revenge porn attraverso l'indirizzo Garanteprivacy.it/revengeporn. Inoltre, si può attivare la tutela inibitoria e risarcitoria davanti al giudice competente». Quali consigli si sente di dare, in particolare agli utenti più giovani? «Sicuramente agire guidati dal buon senso, cercando di non pubblicare quanto più possibile foto e video, anche in atteggiamenti assolutamente ordinari, vista la diffusione di tecnologie di deep fake e deep nude, che permettono di “spogliare" una persona e inserirla in contesti poco edificanti. Leggere attentamente le condizioni e termini d'uso prima di installare un'app, alla quale spesso si dà accesso alla nostra galleria di foto e video e che possono finire nelle mani sbagliate. Un altro comportamento assolutamente da evitare è quello di mostrare parti intime in siti di video chat tipo Omegle. Anche quando pensiamo di avere di fronte una persona di fiducia, è sempre meglio non farsi ritrarre in atteggiamenti intimi: l'amico, il partner di oggi, potrebbe essere il persecutore, l'odiatore di domani».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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