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2020-03-14
Chimica militare e industria del tessile. Mascherine e gel produciamoli da soli
Ansa
Per fortuna che gli italiani sono tradizionalmente un popolo che sa reinventarsi. Anche perché, se dovessero fare affidamento sui alcuni Paesi Ue, resterebbero molto probabilmente in difficoltà.
È infatti di ieri l'altro la notizia secondo cui il governo tedesco avrebbe bloccato l'esportazione, in piena emergenza coronavirus, di camici chirurgici (sterili e non sterili), respiratori per particolato (di livello FFP2/FFP3), maschere chirurgiche, occhiali di protezione, visiere, indumenti di protezione. Tutto quello che, in pratica aiuta, a salvare la vita delle persone in questi tempi di epidemia. La notizia è emersa dopo che il colosso 3M, nella prima settimana di marzo, ha inviato una lettera alle società italiane sue clienti spiegando di non poter far più fronte alle richieste a causa delle volontà di Berlino.
Ci sono però italiani che hanno saputo fare di necessità virtù. Del resto l'Italia è e resta il secondo Paese manifatturiero d'Europa e questa emergenza può trasformarsi in una opportunità per chi la vuole cogliere. Giusto ieri il premier Giuseppe Conte ha fatto sapere all'incontro con le parti sociali in videoconferenza a Palazzo Chigi che «con la Protezione civile stiamo compiendo sforzi straordinari per essere nella condizione, già nei prossimi giorni, di distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori dispositivi di protezione individuale. Dobbiamo essere tutti consapevoli», ha continuato il premier, «che tutti coloro che stanno lavorando, operai, tecnici, quadri, non espletano semplici prestazioni lavorative secondo lo schema di scambio lavoro/retribuzione. In questo momento, questo loro sforzo assume un particolare significato: è un atto di grande responsabilità verso l'intera comunità nazionale. E proprio perché è un atto di responsabilità nei confronti di noi tutti, noi tutti abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza».
Con questi presupposti la Montrasio Italia, società che opera nella trasformazione del tessuto non tessuto (Tnt) in prodotti per uso domestico, igienico, cosmetico e medicale, in tre settimane ha deciso di aggiungere alcune linee produttive e mettersi a produrre mascherine monouso attraverso il marchio «L'Unico Originale».
Certo, si tratta di mascherine in Tnt, non quelle di livello FFP2 o FFP3 che filtrano il virus, ma possono rappresentare un grande aiuto per limitare il passaggio del virus da un soggetto infetto a uno sano.
Il vero dilemma è come mai non ci siano altre realtà italiane che hanno avuto lo stesso «lampo di genio» e non si siano messe a convertire la loro produzione come hanno fatto in Montrasio Italia.
«Il problema è che l'epidemia si è diffusa in pochissimo tempo e per molti dei nostri associati non c'è stato il tempo materiale per convertire la produzione», spiegano alla Verità da Confindustria Como, area dove il tessile è tradizionalmente molto sviluppato. «Poi va aggiunto che non sempre la produzione di tessuto tecnico può essere scambiata con quella di produzione per abbigliamento», spiegano dall'associazione degli industriali, «è molto probabile, però, che se la situazione perdurerà ci saranno nostri associati che intraprenderanno questa strada. Le aziende più predisposte a un cambiamento del genere potrebbero essere quelle più piccole, sicuramente più flessibili. Gli stabilimenti più grandi, al momento, potrebbero scegliere di non voler dire addio ai loro clienti più grossi per spostarsi sulla produzione di mascherine».
Il distretto comasco, insomma, si sta preparando al peggio e in molti potrebbero scegliere si seguire l'idea della Montrasio Italia. Alla fine, sebbene si debbano fare alcuni investimenti, è anche vero che questa potrebbe essere un'opportunità per una zona che da tempo è fiaccata dalla concorrenza a basso costo dei Paesi asiatici.
Lo stesso vale per la produzione del liquido lavamani, anch'esso utile a ridurre la trasmissione del virus e che ultimamente viene venduto a peso d'oro. In Italia abbiamo persino lo Stabilimento chimico farmaceutico militare voluto da re Carlo Alberto. Oggi è un ente interforze alle dirette dipendenze della Direzione generale della Sanità militare di Roma.
Un'istituzione statale che, recita il sito dell'ente, «con i suoi prodotti è sempre stata a fianco della popolazione durante le gravi calamità naturali verificatesi nel corso degli anni: basti pensare all'alluvione di Firenze del 1966, ai terremoti del Friuli (1976), dell'Irpinia (1980) e alla triste vicenda della nube radioattiva di Chernobyl (1986)». Proprio in questa fase lo Stabilimento chimico si attivò per produrre 500.000 compresse di ioduro di potassio, farmaco usato per combattere i danni alla tiroide provocati dallo Iodio131, isotopo radioattivo estremamente pericoloso.
Viene da chiedersi come mai questo istituto oggi non si sia ancora attivato per produrre strumenti sanitari come gel ingienizzanti o compresse per curare l'influenza, come la Tachipirina.
Mai come oggi la produzione da parte dello Stato di presidi sanitari potrebbe essere un aiuto indispensabile per la popolazione, come, d'altronde, potrebbe essere una vera occasione mettersi a produrre mascherine per tutte quelle società che già oggi operano nel campo dei tessuti. Se attendiamo l'aiuto dall'estero, il rischio è che non arrivi nulla o che quel poco che c'è costi moltissimo.
Il contagio si sposta verso il Sud «Troppi peccati di sottovalutazione»
Il boom al Centro-Sud è atteso nel weekend, dove i cittadini pagheranno gli assembramenti nei parchi o al mare. «È verosimile aspettarci casi in questo fine settimana, in parte come effetto dei comportamenti assunti negli ultimi giorni», ha spiegato Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità, che ha aggiunto: «Abbiamo visto folle in stazioni sciistiche o in mega aperitivi, luoghi dove il virus potrebbe essere circolato». Una parte di quelle persone nei prossimi giorni probabilmente mostrerà una sintomatologia. «È un'ipotesi», valuta Brusaferro, «vedremo le curve e speriamo di essere smentiti dai fatti». E anche se il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante la consueta conferenza stampa della sera, è partito dai dati positivi, la situazione non sembra essere rassicurante. I guariti di ieri sono 1.439, 181 in più di giovedì. E anche le donazioni di sangue in alcune regioni sono in ripresa (ma da Protezione civile e Istituto superiore di Sanità continuano gli appelli ai donatori). Inoltre, è stato distribuito oltre un milione di mascherine e anche il numero di ventilatori per le sale di rianimazione è cresciuto.
Ecco, invece, i dati da bollettino di guerra: sono 14.955 i malati di coronavirus in Italia, 2.116 in più in 24 ore, mentre il numero complessivo dei contagiati (comprese le vittime e i guariti) ha raggiunto i 17.660. Le persone ricoverate in terapia intensiva sono 1.328. Evacuati 30 pazienti, di cui due affetti da Covid-19 e 28 con altre patologie. In Lombardia si contano altri 1.095 contagi e 176 morti in più. E anche se il numero dei deceduti è spaventoso, va sottolineato il calo del trend dei contagi. «La crescita della diffusione non è esponenziale e questo è un elemento che stiamo vedendo da due giorni», ha sottolineato l'assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. In Emilia Romagna sono complessivamente 2.263 i casi di contagio da coronavirus, 316 in più in 24 ore. Le persone ricoverate in terapia intensiva sono 128, mentre i decessi sono passati dai 146 di venerdì a 201 di ieri, 55 in più.
Complessivamente, invece, in 20 giorni i contagiati ufficiali sono aumentati dell'11.229 per cento, mentre i ricoverati in ospedale sono saliti del 13.651 per cento. Quelli in terapia intensiva hanno un segno più del 5.007 per cento. E anche il numero dei morti, nei 20 giorni, è aumentato a colpi di cifre che fanno rabbrividire: più 63.200 per cento, come dimostrano i dati elaborati nella tabella da Maurizio Tortorella. «Stratificando per fasce di età, comunque», stando alle valutazioni di Brusaferro, «la mortalità dei nostri pazienti è più bassa rispetto ai dati della Cina». I pazienti morti con il coronavirus hanno una media di oltre 80 anni, e precisamente 80,3. Le donne sono solo il 25,8 per cento. I casi di decesso, conferma il numero uno dell'Istituto superiore di sanità, «sono determinati da una serie di patologie, soprattutto in anziani fragili, nei quali l'insorgenza di un'infezione alle alte vie respiratorie può sfociare più facilmente in un decesso». Non c'è ancora, quindi, un dato certo sui morti da coronavirus. «Stiamo approfondendo con le cartelle cliniche dei deceduti», chiosa Brusaferro.
A Vo' Euganeo, il Comune focolaio del virus in Veneto, però, il tasso di positività è sceso dal 2,5 per cento del primo screening di massa a dati inferiori a poche unità con il secondo tampone alla popolazione. Segno che l'isolamento ha funzionato. «Noi ormai», afferma il sindaco, Giuliano Martini, «siamo a tre settimane di quarantena». E mentre dal Nord arriva la richiesta al governo di applicare ulteriori misure per arginare il virus, molti sindaci d'Italia procedono alla chiusura di parchi e cimiteri, compresi quelli di Roma e Milano. Provvedimenti che si ritengono necessari per arginare il diffondersi dell'infezione, ma anche per scoraggiare gli incoscienti a uscire di casa. Parchi chiusi anche in alcuni centri dell'Emilia Romagna, un'altra delle regioni che contano il maggior numero di contagi. A Parma il sindaco, Federico Pizzarotti, ha inviato un messaggio telefonico ai cittadini annunciando la chiusura dei giardini pubblici. Da domani niente passeggiate immersi nel verde anche a Milano e a Roma, dove, tranne Villa Borghese, che non è del tutto recintata (il sindaco, Virginia Raggi, ha comunque annunciato che i controlli verranno intensificati per evitare assembramenti), i catenacci ai cancelli non permetteranno gli ingressi selvaggi. Stessa storia a Rimini, Bari, Pordenone e Potenza. Molti amministratori hanno già avviato la sanificazione di strade e di immobili pubblici nelle diverse città. E a Benevento il sindaco, Clemente Mastella, ha addirittura vietato l'uso delle panchine.
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Siamo la seconda manifattura Ue: possiamo aggirare i blocchi tedeschi. E a Firenze c'è l'impianto farmaceutico dell'esercito.L'Istituto superiore di sanità bacchetta il Meridione: «Folle a sciare e aperitivi, il conto arriverà». I casi totali volano a 14.955, i morti a 1.266. Già occupati 1.328 posti in rianimazione. Virginia Raggi chiude solo i parchi recintati.Lo speciale contiene due articoli.Per fortuna che gli italiani sono tradizionalmente un popolo che sa reinventarsi. Anche perché, se dovessero fare affidamento sui alcuni Paesi Ue, resterebbero molto probabilmente in difficoltà. È infatti di ieri l'altro la notizia secondo cui il governo tedesco avrebbe bloccato l'esportazione, in piena emergenza coronavirus, di camici chirurgici (sterili e non sterili), respiratori per particolato (di livello FFP2/FFP3), maschere chirurgiche, occhiali di protezione, visiere, indumenti di protezione. Tutto quello che, in pratica aiuta, a salvare la vita delle persone in questi tempi di epidemia. La notizia è emersa dopo che il colosso 3M, nella prima settimana di marzo, ha inviato una lettera alle società italiane sue clienti spiegando di non poter far più fronte alle richieste a causa delle volontà di Berlino. Ci sono però italiani che hanno saputo fare di necessità virtù. Del resto l'Italia è e resta il secondo Paese manifatturiero d'Europa e questa emergenza può trasformarsi in una opportunità per chi la vuole cogliere. Giusto ieri il premier Giuseppe Conte ha fatto sapere all'incontro con le parti sociali in videoconferenza a Palazzo Chigi che «con la Protezione civile stiamo compiendo sforzi straordinari per essere nella condizione, già nei prossimi giorni, di distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori dispositivi di protezione individuale. Dobbiamo essere tutti consapevoli», ha continuato il premier, «che tutti coloro che stanno lavorando, operai, tecnici, quadri, non espletano semplici prestazioni lavorative secondo lo schema di scambio lavoro/retribuzione. In questo momento, questo loro sforzo assume un particolare significato: è un atto di grande responsabilità verso l'intera comunità nazionale. E proprio perché è un atto di responsabilità nei confronti di noi tutti, noi tutti abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza».Con questi presupposti la Montrasio Italia, società che opera nella trasformazione del tessuto non tessuto (Tnt) in prodotti per uso domestico, igienico, cosmetico e medicale, in tre settimane ha deciso di aggiungere alcune linee produttive e mettersi a produrre mascherine monouso attraverso il marchio «L'Unico Originale».Certo, si tratta di mascherine in Tnt, non quelle di livello FFP2 o FFP3 che filtrano il virus, ma possono rappresentare un grande aiuto per limitare il passaggio del virus da un soggetto infetto a uno sano. Il vero dilemma è come mai non ci siano altre realtà italiane che hanno avuto lo stesso «lampo di genio» e non si siano messe a convertire la loro produzione come hanno fatto in Montrasio Italia. «Il problema è che l'epidemia si è diffusa in pochissimo tempo e per molti dei nostri associati non c'è stato il tempo materiale per convertire la produzione», spiegano alla Verità da Confindustria Como, area dove il tessile è tradizionalmente molto sviluppato. «Poi va aggiunto che non sempre la produzione di tessuto tecnico può essere scambiata con quella di produzione per abbigliamento», spiegano dall'associazione degli industriali, «è molto probabile, però, che se la situazione perdurerà ci saranno nostri associati che intraprenderanno questa strada. Le aziende più predisposte a un cambiamento del genere potrebbero essere quelle più piccole, sicuramente più flessibili. Gli stabilimenti più grandi, al momento, potrebbero scegliere di non voler dire addio ai loro clienti più grossi per spostarsi sulla produzione di mascherine». Il distretto comasco, insomma, si sta preparando al peggio e in molti potrebbero scegliere si seguire l'idea della Montrasio Italia. Alla fine, sebbene si debbano fare alcuni investimenti, è anche vero che questa potrebbe essere un'opportunità per una zona che da tempo è fiaccata dalla concorrenza a basso costo dei Paesi asiatici. Lo stesso vale per la produzione del liquido lavamani, anch'esso utile a ridurre la trasmissione del virus e che ultimamente viene venduto a peso d'oro. In Italia abbiamo persino lo Stabilimento chimico farmaceutico militare voluto da re Carlo Alberto. Oggi è un ente interforze alle dirette dipendenze della Direzione generale della Sanità militare di Roma.Un'istituzione statale che, recita il sito dell'ente, «con i suoi prodotti è sempre stata a fianco della popolazione durante le gravi calamità naturali verificatesi nel corso degli anni: basti pensare all'alluvione di Firenze del 1966, ai terremoti del Friuli (1976), dell'Irpinia (1980) e alla triste vicenda della nube radioattiva di Chernobyl (1986)». Proprio in questa fase lo Stabilimento chimico si attivò per produrre 500.000 compresse di ioduro di potassio, farmaco usato per combattere i danni alla tiroide provocati dallo Iodio131, isotopo radioattivo estremamente pericoloso. Viene da chiedersi come mai questo istituto oggi non si sia ancora attivato per produrre strumenti sanitari come gel ingienizzanti o compresse per curare l'influenza, come la Tachipirina. Mai come oggi la produzione da parte dello Stato di presidi sanitari potrebbe essere un aiuto indispensabile per la popolazione, come, d'altronde, potrebbe essere una vera occasione mettersi a produrre mascherine per tutte quelle società che già oggi operano nel campo dei tessuti. 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Una parte di quelle persone nei prossimi giorni probabilmente mostrerà una sintomatologia. «È un'ipotesi», valuta Brusaferro, «vedremo le curve e speriamo di essere smentiti dai fatti». E anche se il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante la consueta conferenza stampa della sera, è partito dai dati positivi, la situazione non sembra essere rassicurante. I guariti di ieri sono 1.439, 181 in più di giovedì. E anche le donazioni di sangue in alcune regioni sono in ripresa (ma da Protezione civile e Istituto superiore di Sanità continuano gli appelli ai donatori). Inoltre, è stato distribuito oltre un milione di mascherine e anche il numero di ventilatori per le sale di rianimazione è cresciuto. Ecco, invece, i dati da bollettino di guerra: sono 14.955 i malati di coronavirus in Italia, 2.116 in più in 24 ore, mentre il numero complessivo dei contagiati (comprese le vittime e i guariti) ha raggiunto i 17.660. Le persone ricoverate in terapia intensiva sono 1.328. Evacuati 30 pazienti, di cui due affetti da Covid-19 e 28 con altre patologie. In Lombardia si contano altri 1.095 contagi e 176 morti in più. E anche se il numero dei deceduti è spaventoso, va sottolineato il calo del trend dei contagi. «La crescita della diffusione non è esponenziale e questo è un elemento che stiamo vedendo da due giorni», ha sottolineato l'assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. In Emilia Romagna sono complessivamente 2.263 i casi di contagio da coronavirus, 316 in più in 24 ore. Le persone ricoverate in terapia intensiva sono 128, mentre i decessi sono passati dai 146 di venerdì a 201 di ieri, 55 in più. Complessivamente, invece, in 20 giorni i contagiati ufficiali sono aumentati dell'11.229 per cento, mentre i ricoverati in ospedale sono saliti del 13.651 per cento. Quelli in terapia intensiva hanno un segno più del 5.007 per cento. E anche il numero dei morti, nei 20 giorni, è aumentato a colpi di cifre che fanno rabbrividire: più 63.200 per cento, come dimostrano i dati elaborati nella tabella da Maurizio Tortorella. «Stratificando per fasce di età, comunque», stando alle valutazioni di Brusaferro, «la mortalità dei nostri pazienti è più bassa rispetto ai dati della Cina». I pazienti morti con il coronavirus hanno una media di oltre 80 anni, e precisamente 80,3. Le donne sono solo il 25,8 per cento. I casi di decesso, conferma il numero uno dell'Istituto superiore di sanità, «sono determinati da una serie di patologie, soprattutto in anziani fragili, nei quali l'insorgenza di un'infezione alle alte vie respiratorie può sfociare più facilmente in un decesso». Non c'è ancora, quindi, un dato certo sui morti da coronavirus. «Stiamo approfondendo con le cartelle cliniche dei deceduti», chiosa Brusaferro. A Vo' Euganeo, il Comune focolaio del virus in Veneto, però, il tasso di positività è sceso dal 2,5 per cento del primo screening di massa a dati inferiori a poche unità con il secondo tampone alla popolazione. Segno che l'isolamento ha funzionato. «Noi ormai», afferma il sindaco, Giuliano Martini, «siamo a tre settimane di quarantena». E mentre dal Nord arriva la richiesta al governo di applicare ulteriori misure per arginare il virus, molti sindaci d'Italia procedono alla chiusura di parchi e cimiteri, compresi quelli di Roma e Milano. Provvedimenti che si ritengono necessari per arginare il diffondersi dell'infezione, ma anche per scoraggiare gli incoscienti a uscire di casa. Parchi chiusi anche in alcuni centri dell'Emilia Romagna, un'altra delle regioni che contano il maggior numero di contagi. A Parma il sindaco, Federico Pizzarotti, ha inviato un messaggio telefonico ai cittadini annunciando la chiusura dei giardini pubblici. Da domani niente passeggiate immersi nel verde anche a Milano e a Roma, dove, tranne Villa Borghese, che non è del tutto recintata (il sindaco, Virginia Raggi, ha comunque annunciato che i controlli verranno intensificati per evitare assembramenti), i catenacci ai cancelli non permetteranno gli ingressi selvaggi. Stessa storia a Rimini, Bari, Pordenone e Potenza. Molti amministratori hanno già avviato la sanificazione di strade e di immobili pubblici nelle diverse città. E a Benevento il sindaco, Clemente Mastella, ha addirittura vietato l'uso delle panchine.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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