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2020-03-14
Chimica militare e industria del tessile. Mascherine e gel produciamoli da soli
Ansa
Per fortuna che gli italiani sono tradizionalmente un popolo che sa reinventarsi. Anche perché, se dovessero fare affidamento sui alcuni Paesi Ue, resterebbero molto probabilmente in difficoltà.
È infatti di ieri l'altro la notizia secondo cui il governo tedesco avrebbe bloccato l'esportazione, in piena emergenza coronavirus, di camici chirurgici (sterili e non sterili), respiratori per particolato (di livello FFP2/FFP3), maschere chirurgiche, occhiali di protezione, visiere, indumenti di protezione. Tutto quello che, in pratica aiuta, a salvare la vita delle persone in questi tempi di epidemia. La notizia è emersa dopo che il colosso 3M, nella prima settimana di marzo, ha inviato una lettera alle società italiane sue clienti spiegando di non poter far più fronte alle richieste a causa delle volontà di Berlino.
Ci sono però italiani che hanno saputo fare di necessità virtù. Del resto l'Italia è e resta il secondo Paese manifatturiero d'Europa e questa emergenza può trasformarsi in una opportunità per chi la vuole cogliere. Giusto ieri il premier Giuseppe Conte ha fatto sapere all'incontro con le parti sociali in videoconferenza a Palazzo Chigi che «con la Protezione civile stiamo compiendo sforzi straordinari per essere nella condizione, già nei prossimi giorni, di distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori dispositivi di protezione individuale. Dobbiamo essere tutti consapevoli», ha continuato il premier, «che tutti coloro che stanno lavorando, operai, tecnici, quadri, non espletano semplici prestazioni lavorative secondo lo schema di scambio lavoro/retribuzione. In questo momento, questo loro sforzo assume un particolare significato: è un atto di grande responsabilità verso l'intera comunità nazionale. E proprio perché è un atto di responsabilità nei confronti di noi tutti, noi tutti abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza».
Con questi presupposti la Montrasio Italia, società che opera nella trasformazione del tessuto non tessuto (Tnt) in prodotti per uso domestico, igienico, cosmetico e medicale, in tre settimane ha deciso di aggiungere alcune linee produttive e mettersi a produrre mascherine monouso attraverso il marchio «L'Unico Originale».
Certo, si tratta di mascherine in Tnt, non quelle di livello FFP2 o FFP3 che filtrano il virus, ma possono rappresentare un grande aiuto per limitare il passaggio del virus da un soggetto infetto a uno sano.
Il vero dilemma è come mai non ci siano altre realtà italiane che hanno avuto lo stesso «lampo di genio» e non si siano messe a convertire la loro produzione come hanno fatto in Montrasio Italia.
«Il problema è che l'epidemia si è diffusa in pochissimo tempo e per molti dei nostri associati non c'è stato il tempo materiale per convertire la produzione», spiegano alla Verità da Confindustria Como, area dove il tessile è tradizionalmente molto sviluppato. «Poi va aggiunto che non sempre la produzione di tessuto tecnico può essere scambiata con quella di produzione per abbigliamento», spiegano dall'associazione degli industriali, «è molto probabile, però, che se la situazione perdurerà ci saranno nostri associati che intraprenderanno questa strada. Le aziende più predisposte a un cambiamento del genere potrebbero essere quelle più piccole, sicuramente più flessibili. Gli stabilimenti più grandi, al momento, potrebbero scegliere di non voler dire addio ai loro clienti più grossi per spostarsi sulla produzione di mascherine».
Il distretto comasco, insomma, si sta preparando al peggio e in molti potrebbero scegliere si seguire l'idea della Montrasio Italia. Alla fine, sebbene si debbano fare alcuni investimenti, è anche vero che questa potrebbe essere un'opportunità per una zona che da tempo è fiaccata dalla concorrenza a basso costo dei Paesi asiatici.
Lo stesso vale per la produzione del liquido lavamani, anch'esso utile a ridurre la trasmissione del virus e che ultimamente viene venduto a peso d'oro. In Italia abbiamo persino lo Stabilimento chimico farmaceutico militare voluto da re Carlo Alberto. Oggi è un ente interforze alle dirette dipendenze della Direzione generale della Sanità militare di Roma.
Un'istituzione statale che, recita il sito dell'ente, «con i suoi prodotti è sempre stata a fianco della popolazione durante le gravi calamità naturali verificatesi nel corso degli anni: basti pensare all'alluvione di Firenze del 1966, ai terremoti del Friuli (1976), dell'Irpinia (1980) e alla triste vicenda della nube radioattiva di Chernobyl (1986)». Proprio in questa fase lo Stabilimento chimico si attivò per produrre 500.000 compresse di ioduro di potassio, farmaco usato per combattere i danni alla tiroide provocati dallo Iodio131, isotopo radioattivo estremamente pericoloso.
Viene da chiedersi come mai questo istituto oggi non si sia ancora attivato per produrre strumenti sanitari come gel ingienizzanti o compresse per curare l'influenza, come la Tachipirina.
Mai come oggi la produzione da parte dello Stato di presidi sanitari potrebbe essere un aiuto indispensabile per la popolazione, come, d'altronde, potrebbe essere una vera occasione mettersi a produrre mascherine per tutte quelle società che già oggi operano nel campo dei tessuti. Se attendiamo l'aiuto dall'estero, il rischio è che non arrivi nulla o che quel poco che c'è costi moltissimo.
Il contagio si sposta verso il Sud «Troppi peccati di sottovalutazione»
Il boom al Centro-Sud è atteso nel weekend, dove i cittadini pagheranno gli assembramenti nei parchi o al mare. «È verosimile aspettarci casi in questo fine settimana, in parte come effetto dei comportamenti assunti negli ultimi giorni», ha spiegato Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità, che ha aggiunto: «Abbiamo visto folle in stazioni sciistiche o in mega aperitivi, luoghi dove il virus potrebbe essere circolato». Una parte di quelle persone nei prossimi giorni probabilmente mostrerà una sintomatologia. «È un'ipotesi», valuta Brusaferro, «vedremo le curve e speriamo di essere smentiti dai fatti». E anche se il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante la consueta conferenza stampa della sera, è partito dai dati positivi, la situazione non sembra essere rassicurante. I guariti di ieri sono 1.439, 181 in più di giovedì. E anche le donazioni di sangue in alcune regioni sono in ripresa (ma da Protezione civile e Istituto superiore di Sanità continuano gli appelli ai donatori). Inoltre, è stato distribuito oltre un milione di mascherine e anche il numero di ventilatori per le sale di rianimazione è cresciuto.
Ecco, invece, i dati da bollettino di guerra: sono 14.955 i malati di coronavirus in Italia, 2.116 in più in 24 ore, mentre il numero complessivo dei contagiati (comprese le vittime e i guariti) ha raggiunto i 17.660. Le persone ricoverate in terapia intensiva sono 1.328. Evacuati 30 pazienti, di cui due affetti da Covid-19 e 28 con altre patologie. In Lombardia si contano altri 1.095 contagi e 176 morti in più. E anche se il numero dei deceduti è spaventoso, va sottolineato il calo del trend dei contagi. «La crescita della diffusione non è esponenziale e questo è un elemento che stiamo vedendo da due giorni», ha sottolineato l'assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. In Emilia Romagna sono complessivamente 2.263 i casi di contagio da coronavirus, 316 in più in 24 ore. Le persone ricoverate in terapia intensiva sono 128, mentre i decessi sono passati dai 146 di venerdì a 201 di ieri, 55 in più.
Complessivamente, invece, in 20 giorni i contagiati ufficiali sono aumentati dell'11.229 per cento, mentre i ricoverati in ospedale sono saliti del 13.651 per cento. Quelli in terapia intensiva hanno un segno più del 5.007 per cento. E anche il numero dei morti, nei 20 giorni, è aumentato a colpi di cifre che fanno rabbrividire: più 63.200 per cento, come dimostrano i dati elaborati nella tabella da Maurizio Tortorella. «Stratificando per fasce di età, comunque», stando alle valutazioni di Brusaferro, «la mortalità dei nostri pazienti è più bassa rispetto ai dati della Cina». I pazienti morti con il coronavirus hanno una media di oltre 80 anni, e precisamente 80,3. Le donne sono solo il 25,8 per cento. I casi di decesso, conferma il numero uno dell'Istituto superiore di sanità, «sono determinati da una serie di patologie, soprattutto in anziani fragili, nei quali l'insorgenza di un'infezione alle alte vie respiratorie può sfociare più facilmente in un decesso». Non c'è ancora, quindi, un dato certo sui morti da coronavirus. «Stiamo approfondendo con le cartelle cliniche dei deceduti», chiosa Brusaferro.
A Vo' Euganeo, il Comune focolaio del virus in Veneto, però, il tasso di positività è sceso dal 2,5 per cento del primo screening di massa a dati inferiori a poche unità con il secondo tampone alla popolazione. Segno che l'isolamento ha funzionato. «Noi ormai», afferma il sindaco, Giuliano Martini, «siamo a tre settimane di quarantena». E mentre dal Nord arriva la richiesta al governo di applicare ulteriori misure per arginare il virus, molti sindaci d'Italia procedono alla chiusura di parchi e cimiteri, compresi quelli di Roma e Milano. Provvedimenti che si ritengono necessari per arginare il diffondersi dell'infezione, ma anche per scoraggiare gli incoscienti a uscire di casa. Parchi chiusi anche in alcuni centri dell'Emilia Romagna, un'altra delle regioni che contano il maggior numero di contagi. A Parma il sindaco, Federico Pizzarotti, ha inviato un messaggio telefonico ai cittadini annunciando la chiusura dei giardini pubblici. Da domani niente passeggiate immersi nel verde anche a Milano e a Roma, dove, tranne Villa Borghese, che non è del tutto recintata (il sindaco, Virginia Raggi, ha comunque annunciato che i controlli verranno intensificati per evitare assembramenti), i catenacci ai cancelli non permetteranno gli ingressi selvaggi. Stessa storia a Rimini, Bari, Pordenone e Potenza. Molti amministratori hanno già avviato la sanificazione di strade e di immobili pubblici nelle diverse città. E a Benevento il sindaco, Clemente Mastella, ha addirittura vietato l'uso delle panchine.
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Siamo la seconda manifattura Ue: possiamo aggirare i blocchi tedeschi. E a Firenze c'è l'impianto farmaceutico dell'esercito.L'Istituto superiore di sanità bacchetta il Meridione: «Folle a sciare e aperitivi, il conto arriverà». I casi totali volano a 14.955, i morti a 1.266. Già occupati 1.328 posti in rianimazione. Virginia Raggi chiude solo i parchi recintati.Lo speciale contiene due articoli.Per fortuna che gli italiani sono tradizionalmente un popolo che sa reinventarsi. Anche perché, se dovessero fare affidamento sui alcuni Paesi Ue, resterebbero molto probabilmente in difficoltà. È infatti di ieri l'altro la notizia secondo cui il governo tedesco avrebbe bloccato l'esportazione, in piena emergenza coronavirus, di camici chirurgici (sterili e non sterili), respiratori per particolato (di livello FFP2/FFP3), maschere chirurgiche, occhiali di protezione, visiere, indumenti di protezione. Tutto quello che, in pratica aiuta, a salvare la vita delle persone in questi tempi di epidemia. La notizia è emersa dopo che il colosso 3M, nella prima settimana di marzo, ha inviato una lettera alle società italiane sue clienti spiegando di non poter far più fronte alle richieste a causa delle volontà di Berlino. Ci sono però italiani che hanno saputo fare di necessità virtù. Del resto l'Italia è e resta il secondo Paese manifatturiero d'Europa e questa emergenza può trasformarsi in una opportunità per chi la vuole cogliere. Giusto ieri il premier Giuseppe Conte ha fatto sapere all'incontro con le parti sociali in videoconferenza a Palazzo Chigi che «con la Protezione civile stiamo compiendo sforzi straordinari per essere nella condizione, già nei prossimi giorni, di distribuire gratuitamente a tutti i lavoratori dispositivi di protezione individuale. Dobbiamo essere tutti consapevoli», ha continuato il premier, «che tutti coloro che stanno lavorando, operai, tecnici, quadri, non espletano semplici prestazioni lavorative secondo lo schema di scambio lavoro/retribuzione. In questo momento, questo loro sforzo assume un particolare significato: è un atto di grande responsabilità verso l'intera comunità nazionale. E proprio perché è un atto di responsabilità nei confronti di noi tutti, noi tutti abbiamo il vincolo morale e giuridico di garantire loro condizioni di massima sicurezza».Con questi presupposti la Montrasio Italia, società che opera nella trasformazione del tessuto non tessuto (Tnt) in prodotti per uso domestico, igienico, cosmetico e medicale, in tre settimane ha deciso di aggiungere alcune linee produttive e mettersi a produrre mascherine monouso attraverso il marchio «L'Unico Originale».Certo, si tratta di mascherine in Tnt, non quelle di livello FFP2 o FFP3 che filtrano il virus, ma possono rappresentare un grande aiuto per limitare il passaggio del virus da un soggetto infetto a uno sano. Il vero dilemma è come mai non ci siano altre realtà italiane che hanno avuto lo stesso «lampo di genio» e non si siano messe a convertire la loro produzione come hanno fatto in Montrasio Italia. «Il problema è che l'epidemia si è diffusa in pochissimo tempo e per molti dei nostri associati non c'è stato il tempo materiale per convertire la produzione», spiegano alla Verità da Confindustria Como, area dove il tessile è tradizionalmente molto sviluppato. «Poi va aggiunto che non sempre la produzione di tessuto tecnico può essere scambiata con quella di produzione per abbigliamento», spiegano dall'associazione degli industriali, «è molto probabile, però, che se la situazione perdurerà ci saranno nostri associati che intraprenderanno questa strada. Le aziende più predisposte a un cambiamento del genere potrebbero essere quelle più piccole, sicuramente più flessibili. Gli stabilimenti più grandi, al momento, potrebbero scegliere di non voler dire addio ai loro clienti più grossi per spostarsi sulla produzione di mascherine». Il distretto comasco, insomma, si sta preparando al peggio e in molti potrebbero scegliere si seguire l'idea della Montrasio Italia. Alla fine, sebbene si debbano fare alcuni investimenti, è anche vero che questa potrebbe essere un'opportunità per una zona che da tempo è fiaccata dalla concorrenza a basso costo dei Paesi asiatici. Lo stesso vale per la produzione del liquido lavamani, anch'esso utile a ridurre la trasmissione del virus e che ultimamente viene venduto a peso d'oro. In Italia abbiamo persino lo Stabilimento chimico farmaceutico militare voluto da re Carlo Alberto. Oggi è un ente interforze alle dirette dipendenze della Direzione generale della Sanità militare di Roma.Un'istituzione statale che, recita il sito dell'ente, «con i suoi prodotti è sempre stata a fianco della popolazione durante le gravi calamità naturali verificatesi nel corso degli anni: basti pensare all'alluvione di Firenze del 1966, ai terremoti del Friuli (1976), dell'Irpinia (1980) e alla triste vicenda della nube radioattiva di Chernobyl (1986)». Proprio in questa fase lo Stabilimento chimico si attivò per produrre 500.000 compresse di ioduro di potassio, farmaco usato per combattere i danni alla tiroide provocati dallo Iodio131, isotopo radioattivo estremamente pericoloso. Viene da chiedersi come mai questo istituto oggi non si sia ancora attivato per produrre strumenti sanitari come gel ingienizzanti o compresse per curare l'influenza, come la Tachipirina. Mai come oggi la produzione da parte dello Stato di presidi sanitari potrebbe essere un aiuto indispensabile per la popolazione, come, d'altronde, potrebbe essere una vera occasione mettersi a produrre mascherine per tutte quelle società che già oggi operano nel campo dei tessuti. 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Una parte di quelle persone nei prossimi giorni probabilmente mostrerà una sintomatologia. «È un'ipotesi», valuta Brusaferro, «vedremo le curve e speriamo di essere smentiti dai fatti». E anche se il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, durante la consueta conferenza stampa della sera, è partito dai dati positivi, la situazione non sembra essere rassicurante. I guariti di ieri sono 1.439, 181 in più di giovedì. E anche le donazioni di sangue in alcune regioni sono in ripresa (ma da Protezione civile e Istituto superiore di Sanità continuano gli appelli ai donatori). Inoltre, è stato distribuito oltre un milione di mascherine e anche il numero di ventilatori per le sale di rianimazione è cresciuto. Ecco, invece, i dati da bollettino di guerra: sono 14.955 i malati di coronavirus in Italia, 2.116 in più in 24 ore, mentre il numero complessivo dei contagiati (comprese le vittime e i guariti) ha raggiunto i 17.660. Le persone ricoverate in terapia intensiva sono 1.328. Evacuati 30 pazienti, di cui due affetti da Covid-19 e 28 con altre patologie. In Lombardia si contano altri 1.095 contagi e 176 morti in più. E anche se il numero dei deceduti è spaventoso, va sottolineato il calo del trend dei contagi. «La crescita della diffusione non è esponenziale e questo è un elemento che stiamo vedendo da due giorni», ha sottolineato l'assessore al Welfare lombardo, Giulio Gallera. In Emilia Romagna sono complessivamente 2.263 i casi di contagio da coronavirus, 316 in più in 24 ore. Le persone ricoverate in terapia intensiva sono 128, mentre i decessi sono passati dai 146 di venerdì a 201 di ieri, 55 in più. Complessivamente, invece, in 20 giorni i contagiati ufficiali sono aumentati dell'11.229 per cento, mentre i ricoverati in ospedale sono saliti del 13.651 per cento. Quelli in terapia intensiva hanno un segno più del 5.007 per cento. E anche il numero dei morti, nei 20 giorni, è aumentato a colpi di cifre che fanno rabbrividire: più 63.200 per cento, come dimostrano i dati elaborati nella tabella da Maurizio Tortorella. «Stratificando per fasce di età, comunque», stando alle valutazioni di Brusaferro, «la mortalità dei nostri pazienti è più bassa rispetto ai dati della Cina». I pazienti morti con il coronavirus hanno una media di oltre 80 anni, e precisamente 80,3. Le donne sono solo il 25,8 per cento. I casi di decesso, conferma il numero uno dell'Istituto superiore di sanità, «sono determinati da una serie di patologie, soprattutto in anziani fragili, nei quali l'insorgenza di un'infezione alle alte vie respiratorie può sfociare più facilmente in un decesso». Non c'è ancora, quindi, un dato certo sui morti da coronavirus. «Stiamo approfondendo con le cartelle cliniche dei deceduti», chiosa Brusaferro. A Vo' Euganeo, il Comune focolaio del virus in Veneto, però, il tasso di positività è sceso dal 2,5 per cento del primo screening di massa a dati inferiori a poche unità con il secondo tampone alla popolazione. Segno che l'isolamento ha funzionato. «Noi ormai», afferma il sindaco, Giuliano Martini, «siamo a tre settimane di quarantena». E mentre dal Nord arriva la richiesta al governo di applicare ulteriori misure per arginare il virus, molti sindaci d'Italia procedono alla chiusura di parchi e cimiteri, compresi quelli di Roma e Milano. Provvedimenti che si ritengono necessari per arginare il diffondersi dell'infezione, ma anche per scoraggiare gli incoscienti a uscire di casa. Parchi chiusi anche in alcuni centri dell'Emilia Romagna, un'altra delle regioni che contano il maggior numero di contagi. A Parma il sindaco, Federico Pizzarotti, ha inviato un messaggio telefonico ai cittadini annunciando la chiusura dei giardini pubblici. Da domani niente passeggiate immersi nel verde anche a Milano e a Roma, dove, tranne Villa Borghese, che non è del tutto recintata (il sindaco, Virginia Raggi, ha comunque annunciato che i controlli verranno intensificati per evitare assembramenti), i catenacci ai cancelli non permetteranno gli ingressi selvaggi. Stessa storia a Rimini, Bari, Pordenone e Potenza. Molti amministratori hanno già avviato la sanificazione di strade e di immobili pubblici nelle diverse città. E a Benevento il sindaco, Clemente Mastella, ha addirittura vietato l'uso delle panchine.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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