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2019-06-05
Lotti ora è radioattivo. Altri addii al Csm
Ansa
Per chi crede ai segni premonitori, il black out del sistema audio a Palazzo dei Marescialli all'inizio del plenum straordinario del Csm di ieri è la conferma dell'aura di negatività che sta avvolgendo il Consiglio superiore della magistratura da quando la Procura di Perugia ha scoperto (in parte) le carte dell'inchiesta sui magistrati Luca Palamara (accusato di corruzione), Luigi Spina e Stefano Fava (indagati per rivelazione di segreto e favoreggiamento). Gli ultimi due sono stati sentiti ieri: Spina si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre Fava ha risposto per oltre cinque ore ai colleghi.
Sempre ieri è andato in scena un cahiers de doléance che si è aperto con la notizia dell'autosospensione di altri due membri di Palazzo dei Marescialli: Gianluigi Morlini e Paolo Criscuoli, che hanno seguito l'esempio di Corrado Cartoni e Antonio Lepre (Spina si è invece dimesso). I nomi di Cartoni e Lepre erano emersi nelle intercettazioni ambientali catturate grazie al trojan installato nello smartphone di Palamara durante gli incontri tra quest'ultimo e i deputati del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri. «Pur consapevoli e certi della correttezza del nostro operato, per senso istituzionale e per evitare attacchi strumentali al Csm comunichiamo la autosospensione dalle funzioni consiliari in attesa che sia fatta chiarezza sulla vicenda», hanno scritto.
Dal togato di Magistratura indipendente Criscuoli è arrivata una difesa d'attacco che ha evocato un «clima di caccia alle streghe» e ha spostato l'asse della discussione dalle posizioni individuali a quelle collettive: «In questi giorni è in corso una campagna di stampa che confonde e sovrappone indebitamente i piani di una indagine penale relativa a fatti rispetto ai quali sono del tutto estraneo, come già emerso, con l'attuale attività svolta presso il Csm. Ciò ha offuscato e rischia di compromettere ulteriormente l'immagine e la percezione che dell'organo di governo autonomo della magistratura hanno i cittadini prima ancora dei magistrati».
Sentita anche la lettera, inviata da Morlini, al vicepresidente del Csm David Ermini: «Pur se nessuno mi ha contestato nulla a livello penale o disciplinare, e pur se il mio nome nemmeno è uscito sulla stampa, so di avere, casualmente e in modo da me non programmato, raggiunto alcuni magistrati a un dopo cena in cui, a un certo punto e senza che io lo sapessi o lo potessi prevedere, è intervenuto l'onorevole Lotti». Ancora rapporti tra magistratura e politica, dunque. «Mi sono quindi poco dopo congedato», ha scritto Morlini, «ben prima che la serata terminasse, certo di non avere detto o fatto nulla in contrasto con i miei doveri di consigliere. Pur nella certezza della correttezza del mio comportamento, al fine di evitare che il Csm sia danneggiato da questa situazione e per senso di responsabilità verso le istituzioni, chiedo di non partecipare all'attività del Consiglio e di essere sostituito nelle commissioni, in attesa che la mia posizione venga acclarata come pienamente corretta nelle sedi istituzionali».
L'aria nella sede di Palazzo dei Marescialli è tesa, e l'impressione è che nessuno voglia minimamente, come ha suggerito Piercamillo Davigo, prendersi l'onere di difendere l'onore di chi è innocente, fino a prova contraria, o di chi non è nemmeno indagato. A dispetto dei rapporti di amicizia e di colleganza. Non è un caso che proprio i consiglieri Davigo e Giuseppe Cascini agitino lo spauracchio dei tempi bui e violenti della P2.
E, infatti, sempre il vicepresidente Ermini ha parlato di una «ferita alla magistratura e al Consiglio superiore». Una ferita «profonda e dolorosa», ha voluto specificare a inizio seduta. «O sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti», ha aggiunto. Il numero due dell'organo di autogoverno ha poi affrontato il vero tema all'ordine del giorno, quello che per ovvi motivi non poteva essere formalizzato nel documento ufficiale: «Le nomine dei capi degli uffici giudiziari siano effettuate attraverso la rigorosa osservanza del criterio cronologico, fuggendo la tentazione di raggrupparle in delibere contestuali che inducano il sospetto di essere state compiute nell'ambito di logiche spartitorie e non trasparenti».
Non manca una stilettata al meccanismo di vita interno della magistratura: «L'associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e democratizzazione della magistratura, favorendo una presa di coscienza collettiva in ordine ai valori costituzionali che la giurisdizione ha il compito di attuare e difendere. E io credo», ha continuato Ermini, «che tale associazionismo, ove inteso come luogo di impegno civico e laboratorio di idee e valori, svolga ancora un ruolo prezioso animando il dibattito e il confronto culturale e tecnico sui temi della giustizia e sul senso della giurisdizione». Con un'avvertenza, però: «Ma consentitemi di dire che nulla di tutto ciò io vedo nelle degenerazioni correntizie, nei giochi di potere e nei traffici venali di cui purtroppo evidente traccia è nelle cronache di questi giorni. E dico che nulla di tutto ciò dovrà in futuro macchiare l'operato del Csm».
La seduta si è conclusa con la votazione della delibera che autorizza all'unanimità Spina a tornare nella sede di provenienza, presso la Procura di Castrovillari (Calabria) e con l'approvazione di un documento che recita: «La delicatezza della situazione impone di eliminare ogni ombra sull'istituzione di cui siamo componenti, che deve essere e apparire assolutamente indipendente». «Non possiamo accettare comportamenti, non importa se penalmente irrilevanti, che gettino discredito sull'istituzione in cui si incarna la magistratura italiana», si legge, e ancora: «Sin da ora vogliamo sottolineare che quanto è emerso è indicativo di comportamenti da cui intendiamo con nettezza prendere le distanze».
«Complotto Eni? Non c’entro, vendo elettrodomestici»
L'avvocato dell'Eni Piero Amara? «Mai sentito nominare». Il manager della compagnia petrolifera Umberto Vergine? «Neppure». Andrea Bacci, ex socio di Amara ed ex amico e ristrutturatore della casa di Matteo Renzi? «Non conosco queste persone».
L'italiano è fluente. S'intuisce che è uno straniero solo quando pronuncia una frase più lunga: «Io mi occupo di elettrodomestici, con il petrolio non ho nulla a che fare». Radwan Khawthani è un iraniano che vive da tantissimo tempo in Italia. A Parma. Quando il suo collaboratore che ha risposto a telefono gli passa la chiamata della Verità lo chiama «dottore». Lo scenario è quello della guerra tra toghe che arriva al Csm, scoppiata per la sostituzione del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, e delle inchieste su Amara e sulle sentenze pilotate al Consiglio di Stato. L'iraniano viene tirato in ballo, in tempi non sospetti, dal Fatto Quotidiano, con un articolo del 12 agosto 2018 a proposito dell'ipotesi del finto complotto contro i vertici dell'Eni. Citando un interrogatorio dell'avvocato Amara, il giornale ricostruisce una presunta conversazione con Bacci per spingere sulla nomina in Eni del manager Vergine.
Khawthani all'epoca ha smentito. E nega anche ora. Adesso, però, Bacci dice che il misterioso iraniano con lui parlò davvero. «L'ho conosciuto in occasione di un premio internazionale per imprenditori a Montecarlo e lui era il factotum dell'organizzazione». E arriva al dunque: «Mi chiese una cosa allucinante, ovvero se io avessi ricevuto un nominativo da consigliare eventualmente a Renzi per la nomina da amministratore delegato dell'Eni. Mi misi a ridere e risposi che non avevo questo potere». E ancora: «Mi disse: “Sai, io sono molto amico dell'amministratore delegato di quell'altra società collegata all'Eni", non la Napag, quella società pubblica... E mi disse che “un certo Vergine sarebbe la persona ideale da mandare all'Eni"».
Bacci, per quell'incontro, finisce in Procura da Giancarlo Longo, magistrato che a Siracusa curava l'inchiesta sul complotto Eni e che dopo il suo arresto e il patteggiamento è passato a fare il maestro di fitness. Ma perché l'ex amico del Rottamatore viene sentito dal magistrato? Spiega: «È per una intercettazione telefonica di questo arabo renziano». Un giorno, è la ricostruzione di Bacci, l'iraniano telefona a qualcuno e dice: «Guarda, per Vergine io ho parlato anche con un amico di Renzi». «Io», spiega Bacci, «ho confermato l'incontro con l'iraniano, ma ho detto che con Renzi non avevo parlato».
E qui il mistero si infittisce. Perché dall'indagine su Siracusa è emerso che, per salvare l'Eni dall'inchiesta milanese sulle ipotizzate tangenti in Nigeria, nella Procura siciliana taroccavano documenti e costruivano prove. Longo, su input di Amara, aveva messo su un'indagine priva di fondamento costruendo tutto attorno a un presunto piano di destabilizzazione della società del cane a sei zampe e del suo amministratore delegato Claudio Descalzi. In realtà la finalità sarebbe stata spiare l'indagine milanese.
«E io che c'entro?», dice l'iraniano, «io vendo elettrodomestici». A pensare male, confortati da quanto è emerso dall'inchiesta sul finto complotto Eni, quell'intercettazione potrebbe non esistere.
E potrebbe trattarsi di una ricostruzione creata a tavolino da Amara (che nell'indagine passa per essere il grande burattinaio) per qualche finalità che al momento è difficile immaginare. Ma chi si nasconde dietro a questa trama che coinvolge l'iraniano? L'incontro che interessava al pm Longo c'è stato. Ed è provato. Bacci lo ricorda bene, ma lo piazza a Montecarlo. E alla fine lo ammette anche l'iraniano: «Ci siamo incontrati tanti anni fa». Per Khawthani, però, la città non era Montecarlo, ma «una località estera». Sul resto è inutile insistere. «Io», ripete l'iraniano, «con il petrolio non ho nulla a che fare, vendo solo elettrodomestici».
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Gianluigi Morlini e Paolo Criscuoli si sono autosospesi seguendo l'esempio di Antonio Lepre e Corrado Cartoni. Contando anche le dimissioni di Luigi Spina, l'organo di autogoverno dei giudici perde cinque membri. David Ermini: «Riscattiamoci o saremo perduti».L'iraniano Radwan Khawthani tirato in ballo da Andrea Bacci e dalla cricca di Piero Amara: «Di questa storia non so nulla, mai avuto a che fare con il petrolio».Lo speciale contiene due articoli.Per chi crede ai segni premonitori, il black out del sistema audio a Palazzo dei Marescialli all'inizio del plenum straordinario del Csm di ieri è la conferma dell'aura di negatività che sta avvolgendo il Consiglio superiore della magistratura da quando la Procura di Perugia ha scoperto (in parte) le carte dell'inchiesta sui magistrati Luca Palamara (accusato di corruzione), Luigi Spina e Stefano Fava (indagati per rivelazione di segreto e favoreggiamento). Gli ultimi due sono stati sentiti ieri: Spina si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre Fava ha risposto per oltre cinque ore ai colleghi. Sempre ieri è andato in scena un cahiers de doléance che si è aperto con la notizia dell'autosospensione di altri due membri di Palazzo dei Marescialli: Gianluigi Morlini e Paolo Criscuoli, che hanno seguito l'esempio di Corrado Cartoni e Antonio Lepre (Spina si è invece dimesso). I nomi di Cartoni e Lepre erano emersi nelle intercettazioni ambientali catturate grazie al trojan installato nello smartphone di Palamara durante gli incontri tra quest'ultimo e i deputati del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri. «Pur consapevoli e certi della correttezza del nostro operato, per senso istituzionale e per evitare attacchi strumentali al Csm comunichiamo la autosospensione dalle funzioni consiliari in attesa che sia fatta chiarezza sulla vicenda», hanno scritto. Dal togato di Magistratura indipendente Criscuoli è arrivata una difesa d'attacco che ha evocato un «clima di caccia alle streghe» e ha spostato l'asse della discussione dalle posizioni individuali a quelle collettive: «In questi giorni è in corso una campagna di stampa che confonde e sovrappone indebitamente i piani di una indagine penale relativa a fatti rispetto ai quali sono del tutto estraneo, come già emerso, con l'attuale attività svolta presso il Csm. Ciò ha offuscato e rischia di compromettere ulteriormente l'immagine e la percezione che dell'organo di governo autonomo della magistratura hanno i cittadini prima ancora dei magistrati». Sentita anche la lettera, inviata da Morlini, al vicepresidente del Csm David Ermini: «Pur se nessuno mi ha contestato nulla a livello penale o disciplinare, e pur se il mio nome nemmeno è uscito sulla stampa, so di avere, casualmente e in modo da me non programmato, raggiunto alcuni magistrati a un dopo cena in cui, a un certo punto e senza che io lo sapessi o lo potessi prevedere, è intervenuto l'onorevole Lotti». Ancora rapporti tra magistratura e politica, dunque. «Mi sono quindi poco dopo congedato», ha scritto Morlini, «ben prima che la serata terminasse, certo di non avere detto o fatto nulla in contrasto con i miei doveri di consigliere. Pur nella certezza della correttezza del mio comportamento, al fine di evitare che il Csm sia danneggiato da questa situazione e per senso di responsabilità verso le istituzioni, chiedo di non partecipare all'attività del Consiglio e di essere sostituito nelle commissioni, in attesa che la mia posizione venga acclarata come pienamente corretta nelle sedi istituzionali». L'aria nella sede di Palazzo dei Marescialli è tesa, e l'impressione è che nessuno voglia minimamente, come ha suggerito Piercamillo Davigo, prendersi l'onere di difendere l'onore di chi è innocente, fino a prova contraria, o di chi non è nemmeno indagato. A dispetto dei rapporti di amicizia e di colleganza. Non è un caso che proprio i consiglieri Davigo e Giuseppe Cascini agitino lo spauracchio dei tempi bui e violenti della P2.E, infatti, sempre il vicepresidente Ermini ha parlato di una «ferita alla magistratura e al Consiglio superiore». Una ferita «profonda e dolorosa», ha voluto specificare a inizio seduta. «O sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti», ha aggiunto. Il numero due dell'organo di autogoverno ha poi affrontato il vero tema all'ordine del giorno, quello che per ovvi motivi non poteva essere formalizzato nel documento ufficiale: «Le nomine dei capi degli uffici giudiziari siano effettuate attraverso la rigorosa osservanza del criterio cronologico, fuggendo la tentazione di raggrupparle in delibere contestuali che inducano il sospetto di essere state compiute nell'ambito di logiche spartitorie e non trasparenti». Non manca una stilettata al meccanismo di vita interno della magistratura: «L'associazionismo giudiziario è stato un potente fattore di cambiamento e democratizzazione della magistratura, favorendo una presa di coscienza collettiva in ordine ai valori costituzionali che la giurisdizione ha il compito di attuare e difendere. E io credo», ha continuato Ermini, «che tale associazionismo, ove inteso come luogo di impegno civico e laboratorio di idee e valori, svolga ancora un ruolo prezioso animando il dibattito e il confronto culturale e tecnico sui temi della giustizia e sul senso della giurisdizione». Con un'avvertenza, però: «Ma consentitemi di dire che nulla di tutto ciò io vedo nelle degenerazioni correntizie, nei giochi di potere e nei traffici venali di cui purtroppo evidente traccia è nelle cronache di questi giorni. E dico che nulla di tutto ciò dovrà in futuro macchiare l'operato del Csm». La seduta si è conclusa con la votazione della delibera che autorizza all'unanimità Spina a tornare nella sede di provenienza, presso la Procura di Castrovillari (Calabria) e con l'approvazione di un documento che recita: «La delicatezza della situazione impone di eliminare ogni ombra sull'istituzione di cui siamo componenti, che deve essere e apparire assolutamente indipendente». «Non possiamo accettare comportamenti, non importa se penalmente irrilevanti, che gettino discredito sull'istituzione in cui si incarna la magistratura italiana», si legge, e ancora: «Sin da ora vogliamo sottolineare che quanto è emerso è indicativo di comportamenti da cui intendiamo con nettezza prendere le distanze».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-si-avvicina-a-luca-lotti-salta-altri-due-magistrati-lasciano-il-csm-2638684885.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="complotto-eni-non-centro-vendo-elettrodomestici" data-post-id="2638684885" data-published-at="1769450996" data-use-pagination="False"> «Complotto Eni? 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L'iraniano viene tirato in ballo, in tempi non sospetti, dal Fatto Quotidiano, con un articolo del 12 agosto 2018 a proposito dell'ipotesi del finto complotto contro i vertici dell'Eni. Citando un interrogatorio dell'avvocato Amara, il giornale ricostruisce una presunta conversazione con Bacci per spingere sulla nomina in Eni del manager Vergine. Khawthani all'epoca ha smentito. E nega anche ora. Adesso, però, Bacci dice che il misterioso iraniano con lui parlò davvero. «L'ho conosciuto in occasione di un premio internazionale per imprenditori a Montecarlo e lui era il factotum dell'organizzazione». E arriva al dunque: «Mi chiese una cosa allucinante, ovvero se io avessi ricevuto un nominativo da consigliare eventualmente a Renzi per la nomina da amministratore delegato dell'Eni. Mi misi a ridere e risposi che non avevo questo potere». E ancora: «Mi disse: “Sai, io sono molto amico dell'amministratore delegato di quell'altra società collegata all'Eni", non la Napag, quella società pubblica... E mi disse che “un certo Vergine sarebbe la persona ideale da mandare all'Eni"». Bacci, per quell'incontro, finisce in Procura da Giancarlo Longo, magistrato che a Siracusa curava l'inchiesta sul complotto Eni e che dopo il suo arresto e il patteggiamento è passato a fare il maestro di fitness. Ma perché l'ex amico del Rottamatore viene sentito dal magistrato? Spiega: «È per una intercettazione telefonica di questo arabo renziano». Un giorno, è la ricostruzione di Bacci, l'iraniano telefona a qualcuno e dice: «Guarda, per Vergine io ho parlato anche con un amico di Renzi». «Io», spiega Bacci, «ho confermato l'incontro con l'iraniano, ma ho detto che con Renzi non avevo parlato». E qui il mistero si infittisce. Perché dall'indagine su Siracusa è emerso che, per salvare l'Eni dall'inchiesta milanese sulle ipotizzate tangenti in Nigeria, nella Procura siciliana taroccavano documenti e costruivano prove. Longo, su input di Amara, aveva messo su un'indagine priva di fondamento costruendo tutto attorno a un presunto piano di destabilizzazione della società del cane a sei zampe e del suo amministratore delegato Claudio Descalzi. In realtà la finalità sarebbe stata spiare l'indagine milanese. «E io che c'entro?», dice l'iraniano, «io vendo elettrodomestici». A pensare male, confortati da quanto è emerso dall'inchiesta sul finto complotto Eni, quell'intercettazione potrebbe non esistere. E potrebbe trattarsi di una ricostruzione creata a tavolino da Amara (che nell'indagine passa per essere il grande burattinaio) per qualche finalità che al momento è difficile immaginare. Ma chi si nasconde dietro a questa trama che coinvolge l'iraniano? L'incontro che interessava al pm Longo c'è stato. Ed è provato. Bacci lo ricorda bene, ma lo piazza a Montecarlo. E alla fine lo ammette anche l'iraniano: «Ci siamo incontrati tanti anni fa». Per Khawthani, però, la città non era Montecarlo, ma «una località estera». Sul resto è inutile insistere. «Io», ripete l'iraniano, «con il petrolio non ho nulla a che fare, vendo solo elettrodomestici».
Ecco #DimmiLaVerità del 26 gennaio 2026. Il nostro Fabio Amendolara commenta gli ultimi sviluppi del caso di Anguillara.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (secondo da sinistra) presente alla cerimonia di firma del contratto di concessione della zona franca di Misurata (Ansa)
Con il nuovo terminal container della Free Zone inaugurato a Misurata, frutto di un investimento privato da oltre 2,7 miliardi di dollari di Msc e un fondo qatarino, Roma consolida il proprio ruolo non solo in Libia ma nel Mediterraneo, tra Piano Mattei, economia, energia e stabilità regionale.
L’Italia ribadisce il suo ruolo da protagonista nel Mediterraneo, rafforzando la sua presenza in Libia e coinvolgendo anche il Qatar. A Misurata, grande città amministrata dal Governo di unità nazionale (Gnu), riconosciuto dalle Nazioni unite e guidato da Abdul-Hamid Dbeibah, è stato inaugurato il terminal container della Misurata Free Zone a opera del gruppo italiano Mediterranean shipping company, meglio noto come Msc e il fondo Al Maha Capital Partners del Qatar.
Alla posa della prima pietra erano presenti oltre a Dbeibah, il ministro degli Esteri del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ed il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. L’investimento supera i 2,7 miliardi di dollari spalmati in tre anni e punta all’ammodernamento di un enorme hub commerciale. Misurata, nonostante faccia parte del governo della Libia occidentale, gode di una fortissima autonomia dovuta alla presenza di potenti milizie garanti della permanenza al potere dell’attuale Primo ministro Dbeibah. La città vanta una lunga tradizione di autonomia e ribellione e nel 2011 era stata fra le prime a ribellarsi a Muammar Gheddafi. Ancora oggi le milizie di Misurata sono determinanti per la tenuta del governo di Tripoli e sono loro che hanno difeso i quartieri governativi quando nei mesi scorsi la capitale si era trasformata in un campo di battaglia.
Le milizie misuratine sono acerrime nemiche del generale Khalifa Haftar, autentico padrone della Libia orientale, ed hanno dichiarato più volte che avrebbero impedito la sua avanzata verso Tripoli. Haftar nell’estate scorsa aveva stretto la Tripolitania in una morsa chiudendola a Est e a Sud, spingendosi fino a Sirte, ma non aveva trovato un accordo con le milizie locali e soprattutto le forze misuratine aveva iniziato ad attaccare tutti i suoi alleati. L’accordo creerà circa 70.000 posti di lavoro nella città portuale ed il ministro degli Esteri italiano Tajani ha voluto sottolineare l’importanza di questa joint venture che aumenta la presenza di Roma nel Mediterraneo. «Una firma che rafforza il Piano Mattei per l’Africa e che amplia una strategia che unisce economia, sicurezza energetica e dona nuova linfa alla dinamica diplomazia italiana in una regione chiave. La partnership con il Qatar dimostra come la nostra politica estera stia funzionando e come tante nazioni vogliano stringere rapporti commerciali con noi e che possiamo cambiare gli equilibri sul campo». Il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale del governo di Tripoli, Taher Al-Baour ha ribadito l’importanza delle relazioni fra Libia ed Italia che stanno affrontato insieme anche il processo di riconciliazione nazionale per la stabilità e l’unità del Paese. «Il governo di Roma riconosce il nostro governo come il legittimo rappresentante del popolo libico e vuole continuare a lavorare insieme per crescere. Gli investimenti come quello di Misurata dimostrano come il territorio sia saldamente nelle nostre mani, respingendo le false notizie di un crollo imminente del nostro esecutivo. Questo hub può diventare strategico e connettere Europa, Nord Africa e Medio Oriente».
L’Italia esporta verso la Libia derivati dalla raffinazione del petrolio, navi e imbarcazioni, mentre le importazioni italiane sono concentrate su petrolio e gas naturale. Nel 2024 l’interscambio fra le due nazioni ha raggiunto 9,5 miliardi di euro con le esportazioni italiane aumentate di oltre il 36%, mentre nel 2025, l’Italia è stato primo cliente della Libia, con una quota di mercato del 22,4%, e terzo fornitore, con una quota del 10,1%. Una crescita continua che dimostra come la presa della Turchia sul Gnu si stia indebolendo a favore dell’Italia ed anche in Cirenaica, dove sono i russi a essere protagonisti, il governo italiano sta lavorando per aumentare gli scambi commerciali e soprattutto riunificare i due governi. «Roma garantisce al Gnu un sostegno chiaro e diretto anche sul fronte migratorio - continua il responsabile della politica estera di Tripoli - noi abbiamo bisogno di collaborazione per i rimpatri e per la sicurezza delle nostre frontiere. Dobbiamo lavorare con le nazioni africane, anche a sud del Sahel, con l’obiettivo di rafforzare i governi che spesso si trovano in difficoltà contro banditi ed estremisti islamici. Italia e Libia hanno firmato un nuovo accordo per la perforazione e lo sfruttamento di un grande giacimento petrolifero nel golfo della Sirte. La Libia sta tornando protagonista e l’Europa ha ben compreso il ruolo della nostra nazione per la stabilità e la prosperità dell’intero Mediterraneo».
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