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2018-10-10
Chi dovrebbe vigilare e tutelarli fa terrorismo sui nostri risparmi
ANSA
Prosegue senza sosta l'attacco dell'establishment nei confronti della manovra italiana. Quella trascorsa ieri è stata l'ennesima giornata di passione per la nota di aggiornamento al Def, il cui approdo è previsto in Parlamento già domani.
Da quando lo scorso 27 settembre il governo ha reso noto di voler innalzare la percentuale di deficit al 2,4% sul Pil, non è passato giorno senza che si levassero critiche nei confronti dell'esecutivo. Le danze le ha aperte il commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, ma al coro si sono uniti presto anche il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, e il vicepresidente Valdis Dombrovkis. A seguito la pubblicazione della Nadef, avvenuta il 4 ottobre, le cose se possibile sono pure peggiorate. L'invito del Mef a valutare «l'impatto delle singole misure sull'economia del Paese deve essere valutato nel quadro dell'intera manovra» è stato bellamente ignorato da Bruxelles. Venerdì sera, a mercati chiusi, la lettera firmata dalla premiata ditta Moscovici-Dombrovskis, con l'invito a formulare una bozza «in linea con le regole fiscali concordate».
L'affondo di ieri al governo guidato da Giuseppe Conte arriva da un triplice fronte.
Il primo è rappresentato dal Fondo monetario internazionale, che ha illustrato l'aggiornamento di ottobre del World economic outlook. Le previsioni sulla crescita da parte degli analisti di Washington, in realtà, non si discostano da quelle rilasciate nel mese di luglio. Secondo l'Fmi il Pil italiano crescerà dell'1,2% nel 2018 e dell'1% nel 2019, cifre identiche a quelle rilasciate tre mesi fa, ma peggiorative rispetto alle stime di aprile rispettivamente dello 0,3% e dello 0,1%. C'è un'informazione che tuttavia non ha trovato lo stesso risalto di quella che riguarda Roma. L'Italia, infatti, non è il Paese che registra il taglio più significativo rispetto ad aprile. Tutt'altro. La Germania, ad esempio, ha subito una sforbiciata dello 0,6% nella previsione per il 2018, mentre la Francia ha fatto segnare un -0,5%. L'area euro, nel suo complesso, ha visto ridimensionare le stime per quest'anno dello 0,4% (sempre rispetto all'aggiornamento rilasciato ad aprile). Rispetto a luglio, invece, il nostro Paese è l'unico a non subire peggioramenti nelle stime. Calano infatti Germania, Francia, Spagna e l'eurozona. Tanto è vero che il premier Giuseppe Conte ha rintuzzato dicendo: «Queste stime sono vecchie, vanno riaggiornate».
«La nostra preoccupazione nei confronti dell'Italia», hanno affermato i dirigenti dell'Fmi nel corso della conferenza stampa, «riguarda la necessità imperative che le misure fiscali ottengano la fiducia dei mercati. Ciò a cui abbiamo assistito finora è stato un aumento a dismisura degli spread. Questo fatto», ha aggiunto l'Fmi, «ha certamente contribuito al peggioramento delle stime sull'Italia e rende il paese più suscettibile agli shock». «Riteniamo di fondamentale importanza», hanno concluso i membri del Fondo, «che il governo si muova all'interno della cornice delle regole europee, che permettono tra l'altro la stabilità della stessa eurozona». Oltre ai numeri, però, gli economisti dell'Fmi hanno distribuiti consigli (decisamente non richiesti) anche sul piano politico. «Le passate riforme delle pensioni (quella Fornerno, ndr) e del lavoro vanno preservate, anzi sarebbe opportuno inserire ulteriori misure, come la disintermediazione della contrattazione salariale per allineare gli stipendi alla produttività», si legge nel rapporto.
L'altra spina nel fianco della giornata arriva dalla Corte dei conti. Angelo Buscema, presidente dell'organo deputato a vigilare sul fisco e sulle entrate, è stato ascoltato in audizione sulla Nota dalle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. «Il quadro macroeconomico programmatico appare ottimistico alla luce delle attuali tendenze del ciclo economico internazionale», ha detto Buscema, aggiungendo che «esso sconta un marcato abbattimento dello scarto negativo, osservato prima della crisi e ancora nel recente passato, tra tasso di crescita dell'Italia e tasso di sviluppo del resto dell'area euro». «Se è discutibile il ruolo che l'indebitamento può giocare nel breve termine», ha poi aggiunto il presidente della Corte, «vi è consenso nel ritenere che nel lungo periodo la crescita del debito danneggia l'economia, mina la fiducia di famiglie e imprese e riduce gli investimenti, stante il permanente rischio di instabilità finanziaria».
Negativa, infine, anche Bankitalia. Il vicedirettore generale, Luigi Signorini, ha sostenuto in audizione che «è fondamentale non tornare indietro» sul fronte delle riforme pensionistiche. Sul debito pubblico, poi, Signorini ha messo l'accento sul fatto che «le oscillazioni del suo valore esercitano i propri effetti anche sui soggetti italiani, famiglie, imprese e istituzioni finanziarie che lo detengono», avvisando che «andare oltre certi limiti può ridurne la capacità di offrire credito all'economia».
Dopo una giornata ad altissima tensione, in serata, in audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, arriva anche la bocciatura dei tecnici dell'Ufficio parlamentare di Bilancio: le previsioni di crescita alla base della manovra sono «troppo ottimistiche», e ci sono «forti rischi al ribasso» per la congiuntura debole e le «turbolenze finanziarie». Secondo il regolamento, basta che un terzo dei componenti della commissione (Pd e Fi non vedono l'ora) chieda al governo di tornare Parlamento per attivare il meccanismo del comply or explain.
Il ministro dell'Economia potrebbe adeguarsi alle indicazioni dei tecnici, con una revisione al ribasso delle stime di crescita che però imporrebbe di ripensare tutto l'impianto della manovra, oppure spiegare perché intende tenersi fedele ai numeri. Una grana difficile da risolvere
Dai conti di Atene al bail in: i flop dei censori
«Quis custodiet ipsos custodes, chi custodirà i custodi?», si chiedeva quasi 2000 anni fa il poeta latino Giovenale nelle sue Satire.
È una domanda che ha senso farsi anche oggi, nel bel mezzo dello stillicidio che le istituzioni europee e italiane stanno attuando nei confronti del nostro governo in seguito alla decisione di «strappare» sul deficit. Un martellamento ininterrotto, che sin da subito si è concentrato sulla cifra della discordia, quel 2,4% sul Pil che l'esecutivo ha deciso di inserire nella Nadef. Il vertice forse si è raggiunto con la letterina recante le firme di Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, inviata all'esecutivo venerdì scorso. La procedura parla chiaro: la bozza (il cosiddetto Draft budgetary plan) con le tabelle dei conti pubblici e delle misure va inviata a Bruxelles entro il 15 ottobre, a seguito di un passaggio parlamentare. Solo allora la Commissione europea, valutato attentamente il documento, può inviare le opportune valutazioni e, nei casi previsti dai Trattati continentali, aprire se necessario una procedura d'infrazione.
La missiva rappresenta perciò un clamoroso fuori procedura, ancora più sconcertante se pensiamo che arriva da un'istituzione che fa del rispetto delle regole uno dei suoi valori fondanti. Per usare una similitudine, l'iniziativa ha la stessa valenza della testa di cavallo piazzata dai mafiosi come avvertimento nei confronti dei nemici.
Seguire pedissequamente le istruzioni delle istituzioni gerarchicamente superiori (ma poi è realmente così?) potrà forse servire a evitare noiose e dannose sanzioni, ma non sempre è un atto di fede che dà i frutti sperati. Negli ultimi decenni il curriculum di queste organizzazioni si è arricchito di errori madornali, decisioni scellerate e personaggi imbarazzanti che hanno finito per minarne irrimediabilmente la credibilità.
Pensiamo al Fondo monetario internazionale, da sempre grande promotore dell'austerità urbi et orbi. A più riprese gli economisti di Washington hanno dovuto riconoscere di aver toppato sulle conseguenze del rigore dal loro stessi inoculato a Paesi in difficoltà.
Significativo il caso dei moltiplicatori (cioè la relazione tra il Pil di un Paese e le politiche fiscali del governo), che l'Fmi ha ammesso di aver erroneamente stimato in più di un'occasione, Grecia in primis. Celebre in questo senso un paper realizzato nel 2012 dal capo economista dell'Fmi, Oliver Blanchard, definito dal Washington Post «uno sbalorditivo mea culpa». Oppure il botta e risposta su Twitter tra Carlo Cottarelli e lo stesso Blanchard, nel quale il primo si vanta di «essere stato tra i primi a notare che i moltiplicatore dal Fmi erano troppo bassi», e il secondo a replicare con un laconico «Carlo is correct». Insomma, ai piani alti l'errore era ben noto, ma in realtà nessuno fece granché per metterci mano. Peccato che a quei numeri in apparenza insignificanti sarebbe rimasto legato il destino di milioni di cittadini europei. Per non parlare degli scandali che hanno investito i più alti dirigenti, il più dirompente dei quali ha riguardato Dominique Strauss Kahn.
Se all'estero c'è da piangere, in Italia non ridiamo di certo. Banca d'Italia ieri ha lanciato un severo monito nei confronti della manovra, mettendo in guardia i risparmiatori dai pericoli di un eccessivo indebitamento. Ma la gestione di questi ultimi anni non si può dire abbia brillato per solerzia. Nel corso del mandato di Ignazio Visco abbiamo assistito inerti a una crisi del sistema bancario italiano, con diverse banche fallite, l'introduzione del bail in, l'aumento spropositato dei crediti in sofferenza. Dov'era Via Nazionale, si sono chiesti in molti? L'unico a porre il problema seriamente, paradossalmente, è stato Matteo Renzi, che ha chiesto la testa di Visco, più per guerre personali che per ragioni di merito. Chi custodirà i custodi? Ma forse la domanda giusta da farsi è: chi può credere loro?
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Bankitalia e Corte dei conti sparano sul Def: «Mina la sicurezza delle famiglie». L'Ufficio parlamentare di bilancio boccia i numeri. Infine il Fmi, a gamba tesa, rivede al ribasso le previsioni di crescita del Pil.Il Fondo monetario ha distrutto Atene con l'austerità. Da noi, Palazzo Koch inerte davanti alla crisi bancaria.Lo speciale contiene due articoli.Prosegue senza sosta l'attacco dell'establishment nei confronti della manovra italiana. Quella trascorsa ieri è stata l'ennesima giornata di passione per la nota di aggiornamento al Def, il cui approdo è previsto in Parlamento già domani. Da quando lo scorso 27 settembre il governo ha reso noto di voler innalzare la percentuale di deficit al 2,4% sul Pil, non è passato giorno senza che si levassero critiche nei confronti dell'esecutivo. Le danze le ha aperte il commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, ma al coro si sono uniti presto anche il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, e il vicepresidente Valdis Dombrovkis. A seguito la pubblicazione della Nadef, avvenuta il 4 ottobre, le cose se possibile sono pure peggiorate. L'invito del Mef a valutare «l'impatto delle singole misure sull'economia del Paese deve essere valutato nel quadro dell'intera manovra» è stato bellamente ignorato da Bruxelles. Venerdì sera, a mercati chiusi, la lettera firmata dalla premiata ditta Moscovici-Dombrovskis, con l'invito a formulare una bozza «in linea con le regole fiscali concordate».L'affondo di ieri al governo guidato da Giuseppe Conte arriva da un triplice fronte. Il primo è rappresentato dal Fondo monetario internazionale, che ha illustrato l'aggiornamento di ottobre del World economic outlook. Le previsioni sulla crescita da parte degli analisti di Washington, in realtà, non si discostano da quelle rilasciate nel mese di luglio. Secondo l'Fmi il Pil italiano crescerà dell'1,2% nel 2018 e dell'1% nel 2019, cifre identiche a quelle rilasciate tre mesi fa, ma peggiorative rispetto alle stime di aprile rispettivamente dello 0,3% e dello 0,1%. C'è un'informazione che tuttavia non ha trovato lo stesso risalto di quella che riguarda Roma. L'Italia, infatti, non è il Paese che registra il taglio più significativo rispetto ad aprile. Tutt'altro. La Germania, ad esempio, ha subito una sforbiciata dello 0,6% nella previsione per il 2018, mentre la Francia ha fatto segnare un -0,5%. L'area euro, nel suo complesso, ha visto ridimensionare le stime per quest'anno dello 0,4% (sempre rispetto all'aggiornamento rilasciato ad aprile). Rispetto a luglio, invece, il nostro Paese è l'unico a non subire peggioramenti nelle stime. Calano infatti Germania, Francia, Spagna e l'eurozona. Tanto è vero che il premier Giuseppe Conte ha rintuzzato dicendo: «Queste stime sono vecchie, vanno riaggiornate». «La nostra preoccupazione nei confronti dell'Italia», hanno affermato i dirigenti dell'Fmi nel corso della conferenza stampa, «riguarda la necessità imperative che le misure fiscali ottengano la fiducia dei mercati. Ciò a cui abbiamo assistito finora è stato un aumento a dismisura degli spread. Questo fatto», ha aggiunto l'Fmi, «ha certamente contribuito al peggioramento delle stime sull'Italia e rende il paese più suscettibile agli shock». «Riteniamo di fondamentale importanza», hanno concluso i membri del Fondo, «che il governo si muova all'interno della cornice delle regole europee, che permettono tra l'altro la stabilità della stessa eurozona». Oltre ai numeri, però, gli economisti dell'Fmi hanno distribuiti consigli (decisamente non richiesti) anche sul piano politico. «Le passate riforme delle pensioni (quella Fornerno, ndr) e del lavoro vanno preservate, anzi sarebbe opportuno inserire ulteriori misure, come la disintermediazione della contrattazione salariale per allineare gli stipendi alla produttività», si legge nel rapporto. L'altra spina nel fianco della giornata arriva dalla Corte dei conti. Angelo Buscema, presidente dell'organo deputato a vigilare sul fisco e sulle entrate, è stato ascoltato in audizione sulla Nota dalle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. «Il quadro macroeconomico programmatico appare ottimistico alla luce delle attuali tendenze del ciclo economico internazionale», ha detto Buscema, aggiungendo che «esso sconta un marcato abbattimento dello scarto negativo, osservato prima della crisi e ancora nel recente passato, tra tasso di crescita dell'Italia e tasso di sviluppo del resto dell'area euro». «Se è discutibile il ruolo che l'indebitamento può giocare nel breve termine», ha poi aggiunto il presidente della Corte, «vi è consenso nel ritenere che nel lungo periodo la crescita del debito danneggia l'economia, mina la fiducia di famiglie e imprese e riduce gli investimenti, stante il permanente rischio di instabilità finanziaria». Negativa, infine, anche Bankitalia. Il vicedirettore generale, Luigi Signorini, ha sostenuto in audizione che «è fondamentale non tornare indietro» sul fronte delle riforme pensionistiche. Sul debito pubblico, poi, Signorini ha messo l'accento sul fatto che «le oscillazioni del suo valore esercitano i propri effetti anche sui soggetti italiani, famiglie, imprese e istituzioni finanziarie che lo detengono», avvisando che «andare oltre certi limiti può ridurne la capacità di offrire credito all'economia».Dopo una giornata ad altissima tensione, in serata, in audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, arriva anche la bocciatura dei tecnici dell'Ufficio parlamentare di Bilancio: le previsioni di crescita alla base della manovra sono «troppo ottimistiche», e ci sono «forti rischi al ribasso» per la congiuntura debole e le «turbolenze finanziarie». Secondo il regolamento, basta che un terzo dei componenti della commissione (Pd e Fi non vedono l'ora) chieda al governo di tornare Parlamento per attivare il meccanismo del comply or explain.Il ministro dell'Economia potrebbe adeguarsi alle indicazioni dei tecnici, con una revisione al ribasso delle stime di crescita che però imporrebbe di ripensare tutto l'impianto della manovra, oppure spiegare perché intende tenersi fedele ai numeri. Una grana difficile da risolvere<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-dovrebbe-vigilare-e-tutelarli-fa-terrorismo-sui-nostri-risparmi-2611193352.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-conti-di-atene-al-bail-in-i-flop-dei-censori" data-post-id="2611193352" data-published-at="1769866857" data-use-pagination="False"> Dai conti di Atene al bail in: i flop dei censori «Quis custodiet ipsos custodes, chi custodirà i custodi?», si chiedeva quasi 2000 anni fa il poeta latino Giovenale nelle sue Satire. È una domanda che ha senso farsi anche oggi, nel bel mezzo dello stillicidio che le istituzioni europee e italiane stanno attuando nei confronti del nostro governo in seguito alla decisione di «strappare» sul deficit. Un martellamento ininterrotto, che sin da subito si è concentrato sulla cifra della discordia, quel 2,4% sul Pil che l'esecutivo ha deciso di inserire nella Nadef. Il vertice forse si è raggiunto con la letterina recante le firme di Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, inviata all'esecutivo venerdì scorso. La procedura parla chiaro: la bozza (il cosiddetto Draft budgetary plan) con le tabelle dei conti pubblici e delle misure va inviata a Bruxelles entro il 15 ottobre, a seguito di un passaggio parlamentare. Solo allora la Commissione europea, valutato attentamente il documento, può inviare le opportune valutazioni e, nei casi previsti dai Trattati continentali, aprire se necessario una procedura d'infrazione. La missiva rappresenta perciò un clamoroso fuori procedura, ancora più sconcertante se pensiamo che arriva da un'istituzione che fa del rispetto delle regole uno dei suoi valori fondanti. Per usare una similitudine, l'iniziativa ha la stessa valenza della testa di cavallo piazzata dai mafiosi come avvertimento nei confronti dei nemici. Seguire pedissequamente le istruzioni delle istituzioni gerarchicamente superiori (ma poi è realmente così?) potrà forse servire a evitare noiose e dannose sanzioni, ma non sempre è un atto di fede che dà i frutti sperati. Negli ultimi decenni il curriculum di queste organizzazioni si è arricchito di errori madornali, decisioni scellerate e personaggi imbarazzanti che hanno finito per minarne irrimediabilmente la credibilità. Pensiamo al Fondo monetario internazionale, da sempre grande promotore dell'austerità urbi et orbi. A più riprese gli economisti di Washington hanno dovuto riconoscere di aver toppato sulle conseguenze del rigore dal loro stessi inoculato a Paesi in difficoltà. Significativo il caso dei moltiplicatori (cioè la relazione tra il Pil di un Paese e le politiche fiscali del governo), che l'Fmi ha ammesso di aver erroneamente stimato in più di un'occasione, Grecia in primis. Celebre in questo senso un paper realizzato nel 2012 dal capo economista dell'Fmi, Oliver Blanchard, definito dal Washington Post «uno sbalorditivo mea culpa». Oppure il botta e risposta su Twitter tra Carlo Cottarelli e lo stesso Blanchard, nel quale il primo si vanta di «essere stato tra i primi a notare che i moltiplicatore dal Fmi erano troppo bassi», e il secondo a replicare con un laconico «Carlo is correct». Insomma, ai piani alti l'errore era ben noto, ma in realtà nessuno fece granché per metterci mano. Peccato che a quei numeri in apparenza insignificanti sarebbe rimasto legato il destino di milioni di cittadini europei. Per non parlare degli scandali che hanno investito i più alti dirigenti, il più dirompente dei quali ha riguardato Dominique Strauss Kahn. Se all'estero c'è da piangere, in Italia non ridiamo di certo. Banca d'Italia ieri ha lanciato un severo monito nei confronti della manovra, mettendo in guardia i risparmiatori dai pericoli di un eccessivo indebitamento. Ma la gestione di questi ultimi anni non si può dire abbia brillato per solerzia. Nel corso del mandato di Ignazio Visco abbiamo assistito inerti a una crisi del sistema bancario italiano, con diverse banche fallite, l'introduzione del bail in, l'aumento spropositato dei crediti in sofferenza. Dov'era Via Nazionale, si sono chiesti in molti? L'unico a porre il problema seriamente, paradossalmente, è stato Matteo Renzi, che ha chiesto la testa di Visco, più per guerre personali che per ragioni di merito. Chi custodirà i custodi? Ma forse la domanda giusta da farsi è: chi può credere loro?
Oltre 3mila agricoltori si sono riuniti all’evento di Coldiretti al Parco della Musica, per un confronto sugli impegni europei e sulle sfide da affrontare. L’associazione di categoria denuncia gli aspetti che penalizzano i produttori italiani: «C’è un problema di concorrenza sleale quando non c’è la tracciabilità, quando si siglano accordi di libero scambio che non prevedono le stesse regole» ha dichiarato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.
Kevin Warsh, 55 anni, è il nuovo presidente della Federal Reserve (Ansa)
Il messaggio della Casa Bianca diffuso sui social è tutto miele e celebrazione: Warsh «passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse il migliore». Trump lo conosce «da molto tempo». Assicura che «non deluderà mai». Tradotto dal linguaggio presidenziale: fidatevi, questa volta ho scelto bene. In effetti la designazione è meno lineare di quanto sembri. Warsh, 55 anni, curriculum da manuale all’interno del sistema finanziario Usa, è storicamente catalogato come un falco. Uno di quelli che sull’inflazione non scherzano, che guardano con sospetto i tagli dei tassi e che vorrebbero una Fed più snella, con un bilancio ridotto. Non esattamente il profilo ideale per un presidente come Trump che sogna un costo del denaro all’1% e che ha definito Jerome Powell un «idiota» per aver tenuto i tassi troppo alti.
Eppure, proprio qui sta la chiave politica dell’operazione. Perché il Warsh del 2026 non è più il falco del passato. Negli ultimi mesi ha ammorbidito il tono: ha parlato della necessità di abbassare il costo del denaro, invocato addirittura un «cambio di regime» nella politica monetaria. Una trasformazione che lo rende perfetto per Trump: abbastanza ortodosso da non far scattare l’allarme sull’indipendenza della Fed, abbastanza flessibile da non chiudere la porta a futuri tagli.
Un compromesso che non delude i mercati. Il Wall Street Journal, che rappresenta la voce della grande comunità finanziaria Usa parla di una «scelta giusta». Crollano i metalli preziosi. L’oro perde il 10% scivolando ben sotto i 5.000 dollari. Performance peggiore per l’argento che lascia sul parterre il 27% e saluta quota 100 dollari l’oncia. Il messaggio è chiaro: Warsh viene percepito come una nomina «tradizionale». Chi temeva una designazione totalmente asservita al presidente tira un sospiro di sollievo. La Fed non diventerà una succursale della Casa Bianca. Anche per questo Wall Street inciampa: il taglio dei tassi, è rimandato alla primavera e forse anche dopo. Non a caso il dollaro recupera sull’euro portando il cambio sotto 1,19.
Dopo mesi di tensioni, attacchi frontali a Powell e un’inchiesta giudiziaria sulla ristrutturazione della sede della Fed finita nel mirino del Congresso, Trump aveva bisogno di una figura che spegnesse l’incendio senza rinunciare al controllo politico della narrazione. Gli altri due candidati (Rick Rieder, personaggio di spicco di Wall Street, e Christopher Waller, nominato da Trump nel consiglio Fed) erano considerati troppo vicini al presidente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, è uscito di scena perché secondo le previsioni rischiava di inciampare nel voto contrario del Senato cui spetta l’ultima parola sulla nomina. Warsh, invece, mette tutti d’accordo: repubblicani, investitori, falchi e colombe.
La sua storia personale è molto indicativa. Laureato a Stanford e ad Harvard. Primo lavoro in Morgan Stanley a 25 anni, la Casa Bianca di George W. Bush come consigliere economico, poi la Fed, dove entra a 35 anni diventando il più giovane governatore di sempre. Nel 2008 è al fianco del mitico governatore Ben Bernanke nel pieno della crisi finanziaria globale. Da allora accademia, consigli di amministrazione, raffinati centri di ricerca economica. Un uomo che conosce i mercati e conosce il potere.
Trump lo voleva già nel 2017. Allora scelse Powell. Tre anni dopo gli chiese, quasi con rammarico: «Perché non hai insistito di più?». Stavolta non ce n’è stato bisogno. Anche perché Warsh è parte di un universo che Trump conosce bene: è sposato con Jane Lauder, erede dell’impero Estée Lauder, figlia di Ronald Lauder, grande finanziatore delle campagne repubblicane e sostenitore di alcune delle più ambiziose idee geopolitiche trumpiane.
Ora la palla passa al Senato, dove la maggioranza è risicata e l’audizione davanti alla Commissione bancaria sarà tutt’altro che una formalità. Ma il segnale politico è già arrivato: Trump ha scelto una Fed che non sia né ostaggio dei falchi né prigioniera delle colombe. Una banca centrale che resti indipendente sulla carta, ma abbastanza disponibile da non intralciare il progetto economico della Casa Bianca. Kevin Warsh, il falco che potrebbe diventare colomba, è la sintesi perfetta di questa ambiguità. E forse, per Trump, è proprio questa la qualità più preziosa.
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Mohammed Hannoun (Ansa)
Il cuore della decisione è nella qualificazione del ruolo attribuito ad Hannoun in quanto finanziatore di Hamas. Per i giudici non si tratta di un simpatizzante, di un militante o di un intermediario occasionale. L’indagato viene collocato all’interno di una rete stabile, strutturata e consapevole, che attraverso associazioni formalmente benefiche ha garantito un flusso continuo di risorse verso Hamas, rafforzandone la capacità di sopravvivenza e di azione. L’ordinanza dedica ampio spazio alla ricostruzione del funzionamento di queste realtà, descritte come strumenti operativi attraverso i quali la raccolta fondi veniva presentata come umanitaria, ma inserita in un contesto di piena consapevolezza della destinazione finale delle risorse. È qui che il tribunale compie una scelta interpretativa netta: il finanziamento non perde rilevanza penale perché veicolato attraverso finalità umanitarie dichiarate, né perché destinato a un’organizzazione che esercita anche funzioni di governo locale.
Il Riesame respinge in modo esplicito il tentativo difensivo di separare l’ala politica, sociale e amministrativa di Hamas dalla sua dimensione terroristica. Secondo il collegio, questa distinzione non regge né sul piano fattuale né su quello giuridico. Hamas viene descritta come soggetto unitario, dotato di una strategia complessiva in cui l’assistenza sociale, la propaganda, il consenso politico e la violenza armata concorrono allo stesso obiettivo. In questo quadro, le associazioni riconducibili ad Hannoun non vengono considerate meri contenitori neutri, ma ingranaggi funzionali di un sistema più ampio, idoneo a garantire continuità finanziaria e copertura operativa.
Un passaggio particolarmente delicato dell’ordinanza riguarda l’utilizzabilità della documentazione acquisita tramite canali di cooperazione internazionale, in particolare quella proveniente dalle autorità israeliane. La difesa aveva sostenuto l’inutilizzabilità dei materiali, evocando il rischio di una prova politicamente orientata e priva delle garanzie proprie del contraddittorio. Il tribunale respinge l’eccezione con una motivazione, che segna un punto fermo: non si è in presenza di atti anonimi o di informazioni occulte, ma di documentazione formalmente trasmessa nell’ambito della cooperazione giudiziaria e investigativa internazionale, acquisita secondo le procedure previste dall’ordinamento italiano. I giudici chiariscono che la provenienza estera degli atti non ne determina automaticamente l’illegittimità, né tantomeno l’inutilizzabilità patologica. La documentazione israeliana che non è anonima, viene considerata un elemento valutabile, soprattutto in fase cautelare, dove il giudizio non è di colpevolezza ma di gravità indiziaria.
Viene inoltre sottolineato come tali atti non siano isolati, ma trovino riscontro e conferma in intercettazioni, flussi finanziari, rapporti associativi e dichiarazioni raccolte in Italia, escludendo che l’impianto accusatorio poggi su fonti unilaterali o non verificabili. In questo senso il tribunale sposta il baricentro dalla polemica sulla fonte alla tenuta complessiva del mosaico indiziario. La fase cautelare, ricordano i giudici, non richiede una prova piena ma una valutazione d’insieme capace di reggere il vaglio di ragionevolezza: non basta smontare un singolo elemento, occorre incrinare l’intero impianto. Ed è proprio qui che la documentazione estera viene ricondotta alla sua funzione processuale di tassello, non di pilastro esclusivo. Il quadro accusatorio prende forma nella convergenza tra conversazioni intercettate, ricostruzione dei rapporti associativi e movimenti di denaro, letti come condotte funzionali a un programma unitario.
Sul piano probatorio, il collegio valorizza la coerenza interna degli elementi raccolti. Le intercettazioni non vengono lette come frammenti isolati o come semplici espressioni retoriche, ma come indicatori di consapevolezza, continuità e condivisione di obiettivi. Il linguaggio utilizzato, i riferimenti alla necessità dei fondi, gli incontri con i vertici di Hamas, il ruolo attribuito ai donatori esteri e la centralità del sostegno economico nella strategia del gruppo jihadista assumono, nella lettura del tribunale, un significato inequivoco, incompatibile con la tesi di una mera attività solidaristica o informativa. Secondo il tribunale del Riesame, le associazioni riconducibili a Mohammed Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. I giudici evidenziano come la raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, fosse caratterizzata da continuità, organizzazione e reiterazione, elementi incompatibili con un’attività episodica o emergenziale. Per i giudici del Riesame le associazioni riconducibili ad Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. La raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, era caratterizzata da continuità e organizzazione, elementi incompatibili con un’attività episodica. Le risorse venivano ritenute idonee a rafforzare l’organizzazione nel suo complesso. L’ordinanza sottolinea la piena consapevolezza dell’indagato circa la destinazione finale dei fondi e chiarisce che la veste umanitaria non esclude la rilevanza penale della condotta.
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Il ministro a Furci Siculo: «Il ponte? Non possiamo togliere fondi degli stessi siciliani».
«Dal mio sopralluogo emerge la necessità di fare in fretta, tutti i sindaci, tecnici e gli imprenditori mi chiedono soldi, abbiamo messo 100 milioni di euro per l’urgenza, un taglio alla burocrazia». Lo ha affermato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini a Furci Siculo in provincia di Messina, uno dei Comuni della fascia ionica colpito dal ciclone Harry. «Bisogna rivedere – ha aggiunto – norme vecchie, piani spiagge, valutazione di impatto ambientale, pulizia dei fiumi, barriere, frangiflutti, cose che, se uno dovesse seguire la normativa esistente, tra sei mesi siamo ancora qua a parlare. Sono rimasto colpito dalla devastazione, un conto è seguirlo dall’ufficio e dal ministero, un conto è sorvolare e andare sul posto. Più che dai soldi, anche forte di vecchie esperienze, sono preoccupato dei tempi della burocrazia. Qua la stagione bella è alle porte. Dobbiamo tagliare i tempi della burocrazia per spendere le risorse in fretta».