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2018-10-10
Chi dovrebbe vigilare e tutelarli fa terrorismo sui nostri risparmi
ANSA
Prosegue senza sosta l'attacco dell'establishment nei confronti della manovra italiana. Quella trascorsa ieri è stata l'ennesima giornata di passione per la nota di aggiornamento al Def, il cui approdo è previsto in Parlamento già domani.
Da quando lo scorso 27 settembre il governo ha reso noto di voler innalzare la percentuale di deficit al 2,4% sul Pil, non è passato giorno senza che si levassero critiche nei confronti dell'esecutivo. Le danze le ha aperte il commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, ma al coro si sono uniti presto anche il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, e il vicepresidente Valdis Dombrovkis. A seguito la pubblicazione della Nadef, avvenuta il 4 ottobre, le cose se possibile sono pure peggiorate. L'invito del Mef a valutare «l'impatto delle singole misure sull'economia del Paese deve essere valutato nel quadro dell'intera manovra» è stato bellamente ignorato da Bruxelles. Venerdì sera, a mercati chiusi, la lettera firmata dalla premiata ditta Moscovici-Dombrovskis, con l'invito a formulare una bozza «in linea con le regole fiscali concordate».
L'affondo di ieri al governo guidato da Giuseppe Conte arriva da un triplice fronte.
Il primo è rappresentato dal Fondo monetario internazionale, che ha illustrato l'aggiornamento di ottobre del World economic outlook. Le previsioni sulla crescita da parte degli analisti di Washington, in realtà, non si discostano da quelle rilasciate nel mese di luglio. Secondo l'Fmi il Pil italiano crescerà dell'1,2% nel 2018 e dell'1% nel 2019, cifre identiche a quelle rilasciate tre mesi fa, ma peggiorative rispetto alle stime di aprile rispettivamente dello 0,3% e dello 0,1%. C'è un'informazione che tuttavia non ha trovato lo stesso risalto di quella che riguarda Roma. L'Italia, infatti, non è il Paese che registra il taglio più significativo rispetto ad aprile. Tutt'altro. La Germania, ad esempio, ha subito una sforbiciata dello 0,6% nella previsione per il 2018, mentre la Francia ha fatto segnare un -0,5%. L'area euro, nel suo complesso, ha visto ridimensionare le stime per quest'anno dello 0,4% (sempre rispetto all'aggiornamento rilasciato ad aprile). Rispetto a luglio, invece, il nostro Paese è l'unico a non subire peggioramenti nelle stime. Calano infatti Germania, Francia, Spagna e l'eurozona. Tanto è vero che il premier Giuseppe Conte ha rintuzzato dicendo: «Queste stime sono vecchie, vanno riaggiornate».
«La nostra preoccupazione nei confronti dell'Italia», hanno affermato i dirigenti dell'Fmi nel corso della conferenza stampa, «riguarda la necessità imperative che le misure fiscali ottengano la fiducia dei mercati. Ciò a cui abbiamo assistito finora è stato un aumento a dismisura degli spread. Questo fatto», ha aggiunto l'Fmi, «ha certamente contribuito al peggioramento delle stime sull'Italia e rende il paese più suscettibile agli shock». «Riteniamo di fondamentale importanza», hanno concluso i membri del Fondo, «che il governo si muova all'interno della cornice delle regole europee, che permettono tra l'altro la stabilità della stessa eurozona». Oltre ai numeri, però, gli economisti dell'Fmi hanno distribuiti consigli (decisamente non richiesti) anche sul piano politico. «Le passate riforme delle pensioni (quella Fornerno, ndr) e del lavoro vanno preservate, anzi sarebbe opportuno inserire ulteriori misure, come la disintermediazione della contrattazione salariale per allineare gli stipendi alla produttività», si legge nel rapporto.
L'altra spina nel fianco della giornata arriva dalla Corte dei conti. Angelo Buscema, presidente dell'organo deputato a vigilare sul fisco e sulle entrate, è stato ascoltato in audizione sulla Nota dalle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. «Il quadro macroeconomico programmatico appare ottimistico alla luce delle attuali tendenze del ciclo economico internazionale», ha detto Buscema, aggiungendo che «esso sconta un marcato abbattimento dello scarto negativo, osservato prima della crisi e ancora nel recente passato, tra tasso di crescita dell'Italia e tasso di sviluppo del resto dell'area euro». «Se è discutibile il ruolo che l'indebitamento può giocare nel breve termine», ha poi aggiunto il presidente della Corte, «vi è consenso nel ritenere che nel lungo periodo la crescita del debito danneggia l'economia, mina la fiducia di famiglie e imprese e riduce gli investimenti, stante il permanente rischio di instabilità finanziaria».
Negativa, infine, anche Bankitalia. Il vicedirettore generale, Luigi Signorini, ha sostenuto in audizione che «è fondamentale non tornare indietro» sul fronte delle riforme pensionistiche. Sul debito pubblico, poi, Signorini ha messo l'accento sul fatto che «le oscillazioni del suo valore esercitano i propri effetti anche sui soggetti italiani, famiglie, imprese e istituzioni finanziarie che lo detengono», avvisando che «andare oltre certi limiti può ridurne la capacità di offrire credito all'economia».
Dopo una giornata ad altissima tensione, in serata, in audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, arriva anche la bocciatura dei tecnici dell'Ufficio parlamentare di Bilancio: le previsioni di crescita alla base della manovra sono «troppo ottimistiche», e ci sono «forti rischi al ribasso» per la congiuntura debole e le «turbolenze finanziarie». Secondo il regolamento, basta che un terzo dei componenti della commissione (Pd e Fi non vedono l'ora) chieda al governo di tornare Parlamento per attivare il meccanismo del comply or explain.
Il ministro dell'Economia potrebbe adeguarsi alle indicazioni dei tecnici, con una revisione al ribasso delle stime di crescita che però imporrebbe di ripensare tutto l'impianto della manovra, oppure spiegare perché intende tenersi fedele ai numeri. Una grana difficile da risolvere
Dai conti di Atene al bail in: i flop dei censori
«Quis custodiet ipsos custodes, chi custodirà i custodi?», si chiedeva quasi 2000 anni fa il poeta latino Giovenale nelle sue Satire.
È una domanda che ha senso farsi anche oggi, nel bel mezzo dello stillicidio che le istituzioni europee e italiane stanno attuando nei confronti del nostro governo in seguito alla decisione di «strappare» sul deficit. Un martellamento ininterrotto, che sin da subito si è concentrato sulla cifra della discordia, quel 2,4% sul Pil che l'esecutivo ha deciso di inserire nella Nadef. Il vertice forse si è raggiunto con la letterina recante le firme di Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, inviata all'esecutivo venerdì scorso. La procedura parla chiaro: la bozza (il cosiddetto Draft budgetary plan) con le tabelle dei conti pubblici e delle misure va inviata a Bruxelles entro il 15 ottobre, a seguito di un passaggio parlamentare. Solo allora la Commissione europea, valutato attentamente il documento, può inviare le opportune valutazioni e, nei casi previsti dai Trattati continentali, aprire se necessario una procedura d'infrazione.
La missiva rappresenta perciò un clamoroso fuori procedura, ancora più sconcertante se pensiamo che arriva da un'istituzione che fa del rispetto delle regole uno dei suoi valori fondanti. Per usare una similitudine, l'iniziativa ha la stessa valenza della testa di cavallo piazzata dai mafiosi come avvertimento nei confronti dei nemici.
Seguire pedissequamente le istruzioni delle istituzioni gerarchicamente superiori (ma poi è realmente così?) potrà forse servire a evitare noiose e dannose sanzioni, ma non sempre è un atto di fede che dà i frutti sperati. Negli ultimi decenni il curriculum di queste organizzazioni si è arricchito di errori madornali, decisioni scellerate e personaggi imbarazzanti che hanno finito per minarne irrimediabilmente la credibilità.
Pensiamo al Fondo monetario internazionale, da sempre grande promotore dell'austerità urbi et orbi. A più riprese gli economisti di Washington hanno dovuto riconoscere di aver toppato sulle conseguenze del rigore dal loro stessi inoculato a Paesi in difficoltà.
Significativo il caso dei moltiplicatori (cioè la relazione tra il Pil di un Paese e le politiche fiscali del governo), che l'Fmi ha ammesso di aver erroneamente stimato in più di un'occasione, Grecia in primis. Celebre in questo senso un paper realizzato nel 2012 dal capo economista dell'Fmi, Oliver Blanchard, definito dal Washington Post «uno sbalorditivo mea culpa». Oppure il botta e risposta su Twitter tra Carlo Cottarelli e lo stesso Blanchard, nel quale il primo si vanta di «essere stato tra i primi a notare che i moltiplicatore dal Fmi erano troppo bassi», e il secondo a replicare con un laconico «Carlo is correct». Insomma, ai piani alti l'errore era ben noto, ma in realtà nessuno fece granché per metterci mano. Peccato che a quei numeri in apparenza insignificanti sarebbe rimasto legato il destino di milioni di cittadini europei. Per non parlare degli scandali che hanno investito i più alti dirigenti, il più dirompente dei quali ha riguardato Dominique Strauss Kahn.
Se all'estero c'è da piangere, in Italia non ridiamo di certo. Banca d'Italia ieri ha lanciato un severo monito nei confronti della manovra, mettendo in guardia i risparmiatori dai pericoli di un eccessivo indebitamento. Ma la gestione di questi ultimi anni non si può dire abbia brillato per solerzia. Nel corso del mandato di Ignazio Visco abbiamo assistito inerti a una crisi del sistema bancario italiano, con diverse banche fallite, l'introduzione del bail in, l'aumento spropositato dei crediti in sofferenza. Dov'era Via Nazionale, si sono chiesti in molti? L'unico a porre il problema seriamente, paradossalmente, è stato Matteo Renzi, che ha chiesto la testa di Visco, più per guerre personali che per ragioni di merito. Chi custodirà i custodi? Ma forse la domanda giusta da farsi è: chi può credere loro?
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Bankitalia e Corte dei conti sparano sul Def: «Mina la sicurezza delle famiglie». L'Ufficio parlamentare di bilancio boccia i numeri. Infine il Fmi, a gamba tesa, rivede al ribasso le previsioni di crescita del Pil.Il Fondo monetario ha distrutto Atene con l'austerità. Da noi, Palazzo Koch inerte davanti alla crisi bancaria.Lo speciale contiene due articoli.Prosegue senza sosta l'attacco dell'establishment nei confronti della manovra italiana. Quella trascorsa ieri è stata l'ennesima giornata di passione per la nota di aggiornamento al Def, il cui approdo è previsto in Parlamento già domani. Da quando lo scorso 27 settembre il governo ha reso noto di voler innalzare la percentuale di deficit al 2,4% sul Pil, non è passato giorno senza che si levassero critiche nei confronti dell'esecutivo. Le danze le ha aperte il commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, ma al coro si sono uniti presto anche il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, e il vicepresidente Valdis Dombrovkis. A seguito la pubblicazione della Nadef, avvenuta il 4 ottobre, le cose se possibile sono pure peggiorate. L'invito del Mef a valutare «l'impatto delle singole misure sull'economia del Paese deve essere valutato nel quadro dell'intera manovra» è stato bellamente ignorato da Bruxelles. Venerdì sera, a mercati chiusi, la lettera firmata dalla premiata ditta Moscovici-Dombrovskis, con l'invito a formulare una bozza «in linea con le regole fiscali concordate».L'affondo di ieri al governo guidato da Giuseppe Conte arriva da un triplice fronte. Il primo è rappresentato dal Fondo monetario internazionale, che ha illustrato l'aggiornamento di ottobre del World economic outlook. Le previsioni sulla crescita da parte degli analisti di Washington, in realtà, non si discostano da quelle rilasciate nel mese di luglio. Secondo l'Fmi il Pil italiano crescerà dell'1,2% nel 2018 e dell'1% nel 2019, cifre identiche a quelle rilasciate tre mesi fa, ma peggiorative rispetto alle stime di aprile rispettivamente dello 0,3% e dello 0,1%. C'è un'informazione che tuttavia non ha trovato lo stesso risalto di quella che riguarda Roma. L'Italia, infatti, non è il Paese che registra il taglio più significativo rispetto ad aprile. Tutt'altro. La Germania, ad esempio, ha subito una sforbiciata dello 0,6% nella previsione per il 2018, mentre la Francia ha fatto segnare un -0,5%. L'area euro, nel suo complesso, ha visto ridimensionare le stime per quest'anno dello 0,4% (sempre rispetto all'aggiornamento rilasciato ad aprile). Rispetto a luglio, invece, il nostro Paese è l'unico a non subire peggioramenti nelle stime. Calano infatti Germania, Francia, Spagna e l'eurozona. Tanto è vero che il premier Giuseppe Conte ha rintuzzato dicendo: «Queste stime sono vecchie, vanno riaggiornate». «La nostra preoccupazione nei confronti dell'Italia», hanno affermato i dirigenti dell'Fmi nel corso della conferenza stampa, «riguarda la necessità imperative che le misure fiscali ottengano la fiducia dei mercati. Ciò a cui abbiamo assistito finora è stato un aumento a dismisura degli spread. Questo fatto», ha aggiunto l'Fmi, «ha certamente contribuito al peggioramento delle stime sull'Italia e rende il paese più suscettibile agli shock». «Riteniamo di fondamentale importanza», hanno concluso i membri del Fondo, «che il governo si muova all'interno della cornice delle regole europee, che permettono tra l'altro la stabilità della stessa eurozona». Oltre ai numeri, però, gli economisti dell'Fmi hanno distribuiti consigli (decisamente non richiesti) anche sul piano politico. «Le passate riforme delle pensioni (quella Fornerno, ndr) e del lavoro vanno preservate, anzi sarebbe opportuno inserire ulteriori misure, come la disintermediazione della contrattazione salariale per allineare gli stipendi alla produttività», si legge nel rapporto. L'altra spina nel fianco della giornata arriva dalla Corte dei conti. Angelo Buscema, presidente dell'organo deputato a vigilare sul fisco e sulle entrate, è stato ascoltato in audizione sulla Nota dalle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. «Il quadro macroeconomico programmatico appare ottimistico alla luce delle attuali tendenze del ciclo economico internazionale», ha detto Buscema, aggiungendo che «esso sconta un marcato abbattimento dello scarto negativo, osservato prima della crisi e ancora nel recente passato, tra tasso di crescita dell'Italia e tasso di sviluppo del resto dell'area euro». «Se è discutibile il ruolo che l'indebitamento può giocare nel breve termine», ha poi aggiunto il presidente della Corte, «vi è consenso nel ritenere che nel lungo periodo la crescita del debito danneggia l'economia, mina la fiducia di famiglie e imprese e riduce gli investimenti, stante il permanente rischio di instabilità finanziaria». Negativa, infine, anche Bankitalia. Il vicedirettore generale, Luigi Signorini, ha sostenuto in audizione che «è fondamentale non tornare indietro» sul fronte delle riforme pensionistiche. Sul debito pubblico, poi, Signorini ha messo l'accento sul fatto che «le oscillazioni del suo valore esercitano i propri effetti anche sui soggetti italiani, famiglie, imprese e istituzioni finanziarie che lo detengono», avvisando che «andare oltre certi limiti può ridurne la capacità di offrire credito all'economia».Dopo una giornata ad altissima tensione, in serata, in audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, arriva anche la bocciatura dei tecnici dell'Ufficio parlamentare di Bilancio: le previsioni di crescita alla base della manovra sono «troppo ottimistiche», e ci sono «forti rischi al ribasso» per la congiuntura debole e le «turbolenze finanziarie». Secondo il regolamento, basta che un terzo dei componenti della commissione (Pd e Fi non vedono l'ora) chieda al governo di tornare Parlamento per attivare il meccanismo del comply or explain.Il ministro dell'Economia potrebbe adeguarsi alle indicazioni dei tecnici, con una revisione al ribasso delle stime di crescita che però imporrebbe di ripensare tutto l'impianto della manovra, oppure spiegare perché intende tenersi fedele ai numeri. Una grana difficile da risolvere<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-dovrebbe-vigilare-e-tutelarli-fa-terrorismo-sui-nostri-risparmi-2611193352.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-conti-di-atene-al-bail-in-i-flop-dei-censori" data-post-id="2611193352" data-published-at="1771911297" data-use-pagination="False"> Dai conti di Atene al bail in: i flop dei censori «Quis custodiet ipsos custodes, chi custodirà i custodi?», si chiedeva quasi 2000 anni fa il poeta latino Giovenale nelle sue Satire. È una domanda che ha senso farsi anche oggi, nel bel mezzo dello stillicidio che le istituzioni europee e italiane stanno attuando nei confronti del nostro governo in seguito alla decisione di «strappare» sul deficit. Un martellamento ininterrotto, che sin da subito si è concentrato sulla cifra della discordia, quel 2,4% sul Pil che l'esecutivo ha deciso di inserire nella Nadef. Il vertice forse si è raggiunto con la letterina recante le firme di Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, inviata all'esecutivo venerdì scorso. La procedura parla chiaro: la bozza (il cosiddetto Draft budgetary plan) con le tabelle dei conti pubblici e delle misure va inviata a Bruxelles entro il 15 ottobre, a seguito di un passaggio parlamentare. Solo allora la Commissione europea, valutato attentamente il documento, può inviare le opportune valutazioni e, nei casi previsti dai Trattati continentali, aprire se necessario una procedura d'infrazione. La missiva rappresenta perciò un clamoroso fuori procedura, ancora più sconcertante se pensiamo che arriva da un'istituzione che fa del rispetto delle regole uno dei suoi valori fondanti. Per usare una similitudine, l'iniziativa ha la stessa valenza della testa di cavallo piazzata dai mafiosi come avvertimento nei confronti dei nemici. Seguire pedissequamente le istruzioni delle istituzioni gerarchicamente superiori (ma poi è realmente così?) potrà forse servire a evitare noiose e dannose sanzioni, ma non sempre è un atto di fede che dà i frutti sperati. Negli ultimi decenni il curriculum di queste organizzazioni si è arricchito di errori madornali, decisioni scellerate e personaggi imbarazzanti che hanno finito per minarne irrimediabilmente la credibilità. Pensiamo al Fondo monetario internazionale, da sempre grande promotore dell'austerità urbi et orbi. A più riprese gli economisti di Washington hanno dovuto riconoscere di aver toppato sulle conseguenze del rigore dal loro stessi inoculato a Paesi in difficoltà. Significativo il caso dei moltiplicatori (cioè la relazione tra il Pil di un Paese e le politiche fiscali del governo), che l'Fmi ha ammesso di aver erroneamente stimato in più di un'occasione, Grecia in primis. Celebre in questo senso un paper realizzato nel 2012 dal capo economista dell'Fmi, Oliver Blanchard, definito dal Washington Post «uno sbalorditivo mea culpa». Oppure il botta e risposta su Twitter tra Carlo Cottarelli e lo stesso Blanchard, nel quale il primo si vanta di «essere stato tra i primi a notare che i moltiplicatore dal Fmi erano troppo bassi», e il secondo a replicare con un laconico «Carlo is correct». Insomma, ai piani alti l'errore era ben noto, ma in realtà nessuno fece granché per metterci mano. Peccato che a quei numeri in apparenza insignificanti sarebbe rimasto legato il destino di milioni di cittadini europei. Per non parlare degli scandali che hanno investito i più alti dirigenti, il più dirompente dei quali ha riguardato Dominique Strauss Kahn. Se all'estero c'è da piangere, in Italia non ridiamo di certo. Banca d'Italia ieri ha lanciato un severo monito nei confronti della manovra, mettendo in guardia i risparmiatori dai pericoli di un eccessivo indebitamento. Ma la gestione di questi ultimi anni non si può dire abbia brillato per solerzia. Nel corso del mandato di Ignazio Visco abbiamo assistito inerti a una crisi del sistema bancario italiano, con diverse banche fallite, l'introduzione del bail in, l'aumento spropositato dei crediti in sofferenza. Dov'era Via Nazionale, si sono chiesti in molti? L'unico a porre il problema seriamente, paradossalmente, è stato Matteo Renzi, che ha chiesto la testa di Visco, più per guerre personali che per ragioni di merito. Chi custodirà i custodi? Ma forse la domanda giusta da farsi è: chi può credere loro?
iStock
Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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