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2018-10-10
Chi dovrebbe vigilare e tutelarli fa terrorismo sui nostri risparmi
ANSA
Prosegue senza sosta l'attacco dell'establishment nei confronti della manovra italiana. Quella trascorsa ieri è stata l'ennesima giornata di passione per la nota di aggiornamento al Def, il cui approdo è previsto in Parlamento già domani.
Da quando lo scorso 27 settembre il governo ha reso noto di voler innalzare la percentuale di deficit al 2,4% sul Pil, non è passato giorno senza che si levassero critiche nei confronti dell'esecutivo. Le danze le ha aperte il commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, ma al coro si sono uniti presto anche il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, e il vicepresidente Valdis Dombrovkis. A seguito la pubblicazione della Nadef, avvenuta il 4 ottobre, le cose se possibile sono pure peggiorate. L'invito del Mef a valutare «l'impatto delle singole misure sull'economia del Paese deve essere valutato nel quadro dell'intera manovra» è stato bellamente ignorato da Bruxelles. Venerdì sera, a mercati chiusi, la lettera firmata dalla premiata ditta Moscovici-Dombrovskis, con l'invito a formulare una bozza «in linea con le regole fiscali concordate».
L'affondo di ieri al governo guidato da Giuseppe Conte arriva da un triplice fronte.
Il primo è rappresentato dal Fondo monetario internazionale, che ha illustrato l'aggiornamento di ottobre del World economic outlook. Le previsioni sulla crescita da parte degli analisti di Washington, in realtà, non si discostano da quelle rilasciate nel mese di luglio. Secondo l'Fmi il Pil italiano crescerà dell'1,2% nel 2018 e dell'1% nel 2019, cifre identiche a quelle rilasciate tre mesi fa, ma peggiorative rispetto alle stime di aprile rispettivamente dello 0,3% e dello 0,1%. C'è un'informazione che tuttavia non ha trovato lo stesso risalto di quella che riguarda Roma. L'Italia, infatti, non è il Paese che registra il taglio più significativo rispetto ad aprile. Tutt'altro. La Germania, ad esempio, ha subito una sforbiciata dello 0,6% nella previsione per il 2018, mentre la Francia ha fatto segnare un -0,5%. L'area euro, nel suo complesso, ha visto ridimensionare le stime per quest'anno dello 0,4% (sempre rispetto all'aggiornamento rilasciato ad aprile). Rispetto a luglio, invece, il nostro Paese è l'unico a non subire peggioramenti nelle stime. Calano infatti Germania, Francia, Spagna e l'eurozona. Tanto è vero che il premier Giuseppe Conte ha rintuzzato dicendo: «Queste stime sono vecchie, vanno riaggiornate».
«La nostra preoccupazione nei confronti dell'Italia», hanno affermato i dirigenti dell'Fmi nel corso della conferenza stampa, «riguarda la necessità imperative che le misure fiscali ottengano la fiducia dei mercati. Ciò a cui abbiamo assistito finora è stato un aumento a dismisura degli spread. Questo fatto», ha aggiunto l'Fmi, «ha certamente contribuito al peggioramento delle stime sull'Italia e rende il paese più suscettibile agli shock». «Riteniamo di fondamentale importanza», hanno concluso i membri del Fondo, «che il governo si muova all'interno della cornice delle regole europee, che permettono tra l'altro la stabilità della stessa eurozona». Oltre ai numeri, però, gli economisti dell'Fmi hanno distribuiti consigli (decisamente non richiesti) anche sul piano politico. «Le passate riforme delle pensioni (quella Fornerno, ndr) e del lavoro vanno preservate, anzi sarebbe opportuno inserire ulteriori misure, come la disintermediazione della contrattazione salariale per allineare gli stipendi alla produttività», si legge nel rapporto.
L'altra spina nel fianco della giornata arriva dalla Corte dei conti. Angelo Buscema, presidente dell'organo deputato a vigilare sul fisco e sulle entrate, è stato ascoltato in audizione sulla Nota dalle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. «Il quadro macroeconomico programmatico appare ottimistico alla luce delle attuali tendenze del ciclo economico internazionale», ha detto Buscema, aggiungendo che «esso sconta un marcato abbattimento dello scarto negativo, osservato prima della crisi e ancora nel recente passato, tra tasso di crescita dell'Italia e tasso di sviluppo del resto dell'area euro». «Se è discutibile il ruolo che l'indebitamento può giocare nel breve termine», ha poi aggiunto il presidente della Corte, «vi è consenso nel ritenere che nel lungo periodo la crescita del debito danneggia l'economia, mina la fiducia di famiglie e imprese e riduce gli investimenti, stante il permanente rischio di instabilità finanziaria».
Negativa, infine, anche Bankitalia. Il vicedirettore generale, Luigi Signorini, ha sostenuto in audizione che «è fondamentale non tornare indietro» sul fronte delle riforme pensionistiche. Sul debito pubblico, poi, Signorini ha messo l'accento sul fatto che «le oscillazioni del suo valore esercitano i propri effetti anche sui soggetti italiani, famiglie, imprese e istituzioni finanziarie che lo detengono», avvisando che «andare oltre certi limiti può ridurne la capacità di offrire credito all'economia».
Dopo una giornata ad altissima tensione, in serata, in audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, arriva anche la bocciatura dei tecnici dell'Ufficio parlamentare di Bilancio: le previsioni di crescita alla base della manovra sono «troppo ottimistiche», e ci sono «forti rischi al ribasso» per la congiuntura debole e le «turbolenze finanziarie». Secondo il regolamento, basta che un terzo dei componenti della commissione (Pd e Fi non vedono l'ora) chieda al governo di tornare Parlamento per attivare il meccanismo del comply or explain.
Il ministro dell'Economia potrebbe adeguarsi alle indicazioni dei tecnici, con una revisione al ribasso delle stime di crescita che però imporrebbe di ripensare tutto l'impianto della manovra, oppure spiegare perché intende tenersi fedele ai numeri. Una grana difficile da risolvere
Dai conti di Atene al bail in: i flop dei censori
«Quis custodiet ipsos custodes, chi custodirà i custodi?», si chiedeva quasi 2000 anni fa il poeta latino Giovenale nelle sue Satire.
È una domanda che ha senso farsi anche oggi, nel bel mezzo dello stillicidio che le istituzioni europee e italiane stanno attuando nei confronti del nostro governo in seguito alla decisione di «strappare» sul deficit. Un martellamento ininterrotto, che sin da subito si è concentrato sulla cifra della discordia, quel 2,4% sul Pil che l'esecutivo ha deciso di inserire nella Nadef. Il vertice forse si è raggiunto con la letterina recante le firme di Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, inviata all'esecutivo venerdì scorso. La procedura parla chiaro: la bozza (il cosiddetto Draft budgetary plan) con le tabelle dei conti pubblici e delle misure va inviata a Bruxelles entro il 15 ottobre, a seguito di un passaggio parlamentare. Solo allora la Commissione europea, valutato attentamente il documento, può inviare le opportune valutazioni e, nei casi previsti dai Trattati continentali, aprire se necessario una procedura d'infrazione.
La missiva rappresenta perciò un clamoroso fuori procedura, ancora più sconcertante se pensiamo che arriva da un'istituzione che fa del rispetto delle regole uno dei suoi valori fondanti. Per usare una similitudine, l'iniziativa ha la stessa valenza della testa di cavallo piazzata dai mafiosi come avvertimento nei confronti dei nemici.
Seguire pedissequamente le istruzioni delle istituzioni gerarchicamente superiori (ma poi è realmente così?) potrà forse servire a evitare noiose e dannose sanzioni, ma non sempre è un atto di fede che dà i frutti sperati. Negli ultimi decenni il curriculum di queste organizzazioni si è arricchito di errori madornali, decisioni scellerate e personaggi imbarazzanti che hanno finito per minarne irrimediabilmente la credibilità.
Pensiamo al Fondo monetario internazionale, da sempre grande promotore dell'austerità urbi et orbi. A più riprese gli economisti di Washington hanno dovuto riconoscere di aver toppato sulle conseguenze del rigore dal loro stessi inoculato a Paesi in difficoltà.
Significativo il caso dei moltiplicatori (cioè la relazione tra il Pil di un Paese e le politiche fiscali del governo), che l'Fmi ha ammesso di aver erroneamente stimato in più di un'occasione, Grecia in primis. Celebre in questo senso un paper realizzato nel 2012 dal capo economista dell'Fmi, Oliver Blanchard, definito dal Washington Post «uno sbalorditivo mea culpa». Oppure il botta e risposta su Twitter tra Carlo Cottarelli e lo stesso Blanchard, nel quale il primo si vanta di «essere stato tra i primi a notare che i moltiplicatore dal Fmi erano troppo bassi», e il secondo a replicare con un laconico «Carlo is correct». Insomma, ai piani alti l'errore era ben noto, ma in realtà nessuno fece granché per metterci mano. Peccato che a quei numeri in apparenza insignificanti sarebbe rimasto legato il destino di milioni di cittadini europei. Per non parlare degli scandali che hanno investito i più alti dirigenti, il più dirompente dei quali ha riguardato Dominique Strauss Kahn.
Se all'estero c'è da piangere, in Italia non ridiamo di certo. Banca d'Italia ieri ha lanciato un severo monito nei confronti della manovra, mettendo in guardia i risparmiatori dai pericoli di un eccessivo indebitamento. Ma la gestione di questi ultimi anni non si può dire abbia brillato per solerzia. Nel corso del mandato di Ignazio Visco abbiamo assistito inerti a una crisi del sistema bancario italiano, con diverse banche fallite, l'introduzione del bail in, l'aumento spropositato dei crediti in sofferenza. Dov'era Via Nazionale, si sono chiesti in molti? L'unico a porre il problema seriamente, paradossalmente, è stato Matteo Renzi, che ha chiesto la testa di Visco, più per guerre personali che per ragioni di merito. Chi custodirà i custodi? Ma forse la domanda giusta da farsi è: chi può credere loro?
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Bankitalia e Corte dei conti sparano sul Def: «Mina la sicurezza delle famiglie». L'Ufficio parlamentare di bilancio boccia i numeri. Infine il Fmi, a gamba tesa, rivede al ribasso le previsioni di crescita del Pil.Il Fondo monetario ha distrutto Atene con l'austerità. Da noi, Palazzo Koch inerte davanti alla crisi bancaria.Lo speciale contiene due articoli.Prosegue senza sosta l'attacco dell'establishment nei confronti della manovra italiana. Quella trascorsa ieri è stata l'ennesima giornata di passione per la nota di aggiornamento al Def, il cui approdo è previsto in Parlamento già domani. Da quando lo scorso 27 settembre il governo ha reso noto di voler innalzare la percentuale di deficit al 2,4% sul Pil, non è passato giorno senza che si levassero critiche nei confronti dell'esecutivo. Le danze le ha aperte il commissario agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, ma al coro si sono uniti presto anche il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, e il vicepresidente Valdis Dombrovkis. A seguito la pubblicazione della Nadef, avvenuta il 4 ottobre, le cose se possibile sono pure peggiorate. L'invito del Mef a valutare «l'impatto delle singole misure sull'economia del Paese deve essere valutato nel quadro dell'intera manovra» è stato bellamente ignorato da Bruxelles. Venerdì sera, a mercati chiusi, la lettera firmata dalla premiata ditta Moscovici-Dombrovskis, con l'invito a formulare una bozza «in linea con le regole fiscali concordate».L'affondo di ieri al governo guidato da Giuseppe Conte arriva da un triplice fronte. Il primo è rappresentato dal Fondo monetario internazionale, che ha illustrato l'aggiornamento di ottobre del World economic outlook. Le previsioni sulla crescita da parte degli analisti di Washington, in realtà, non si discostano da quelle rilasciate nel mese di luglio. Secondo l'Fmi il Pil italiano crescerà dell'1,2% nel 2018 e dell'1% nel 2019, cifre identiche a quelle rilasciate tre mesi fa, ma peggiorative rispetto alle stime di aprile rispettivamente dello 0,3% e dello 0,1%. C'è un'informazione che tuttavia non ha trovato lo stesso risalto di quella che riguarda Roma. L'Italia, infatti, non è il Paese che registra il taglio più significativo rispetto ad aprile. Tutt'altro. La Germania, ad esempio, ha subito una sforbiciata dello 0,6% nella previsione per il 2018, mentre la Francia ha fatto segnare un -0,5%. L'area euro, nel suo complesso, ha visto ridimensionare le stime per quest'anno dello 0,4% (sempre rispetto all'aggiornamento rilasciato ad aprile). Rispetto a luglio, invece, il nostro Paese è l'unico a non subire peggioramenti nelle stime. Calano infatti Germania, Francia, Spagna e l'eurozona. Tanto è vero che il premier Giuseppe Conte ha rintuzzato dicendo: «Queste stime sono vecchie, vanno riaggiornate». «La nostra preoccupazione nei confronti dell'Italia», hanno affermato i dirigenti dell'Fmi nel corso della conferenza stampa, «riguarda la necessità imperative che le misure fiscali ottengano la fiducia dei mercati. Ciò a cui abbiamo assistito finora è stato un aumento a dismisura degli spread. Questo fatto», ha aggiunto l'Fmi, «ha certamente contribuito al peggioramento delle stime sull'Italia e rende il paese più suscettibile agli shock». «Riteniamo di fondamentale importanza», hanno concluso i membri del Fondo, «che il governo si muova all'interno della cornice delle regole europee, che permettono tra l'altro la stabilità della stessa eurozona». Oltre ai numeri, però, gli economisti dell'Fmi hanno distribuiti consigli (decisamente non richiesti) anche sul piano politico. «Le passate riforme delle pensioni (quella Fornerno, ndr) e del lavoro vanno preservate, anzi sarebbe opportuno inserire ulteriori misure, come la disintermediazione della contrattazione salariale per allineare gli stipendi alla produttività», si legge nel rapporto. L'altra spina nel fianco della giornata arriva dalla Corte dei conti. Angelo Buscema, presidente dell'organo deputato a vigilare sul fisco e sulle entrate, è stato ascoltato in audizione sulla Nota dalle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. «Il quadro macroeconomico programmatico appare ottimistico alla luce delle attuali tendenze del ciclo economico internazionale», ha detto Buscema, aggiungendo che «esso sconta un marcato abbattimento dello scarto negativo, osservato prima della crisi e ancora nel recente passato, tra tasso di crescita dell'Italia e tasso di sviluppo del resto dell'area euro». «Se è discutibile il ruolo che l'indebitamento può giocare nel breve termine», ha poi aggiunto il presidente della Corte, «vi è consenso nel ritenere che nel lungo periodo la crescita del debito danneggia l'economia, mina la fiducia di famiglie e imprese e riduce gli investimenti, stante il permanente rischio di instabilità finanziaria». Negativa, infine, anche Bankitalia. Il vicedirettore generale, Luigi Signorini, ha sostenuto in audizione che «è fondamentale non tornare indietro» sul fronte delle riforme pensionistiche. Sul debito pubblico, poi, Signorini ha messo l'accento sul fatto che «le oscillazioni del suo valore esercitano i propri effetti anche sui soggetti italiani, famiglie, imprese e istituzioni finanziarie che lo detengono», avvisando che «andare oltre certi limiti può ridurne la capacità di offrire credito all'economia».Dopo una giornata ad altissima tensione, in serata, in audizione alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, arriva anche la bocciatura dei tecnici dell'Ufficio parlamentare di Bilancio: le previsioni di crescita alla base della manovra sono «troppo ottimistiche», e ci sono «forti rischi al ribasso» per la congiuntura debole e le «turbolenze finanziarie». Secondo il regolamento, basta che un terzo dei componenti della commissione (Pd e Fi non vedono l'ora) chieda al governo di tornare Parlamento per attivare il meccanismo del comply or explain.Il ministro dell'Economia potrebbe adeguarsi alle indicazioni dei tecnici, con una revisione al ribasso delle stime di crescita che però imporrebbe di ripensare tutto l'impianto della manovra, oppure spiegare perché intende tenersi fedele ai numeri. Una grana difficile da risolvere<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-dovrebbe-vigilare-e-tutelarli-fa-terrorismo-sui-nostri-risparmi-2611193352.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-conti-di-atene-al-bail-in-i-flop-dei-censori" data-post-id="2611193352" data-published-at="1781253322" data-use-pagination="False"> Dai conti di Atene al bail in: i flop dei censori «Quis custodiet ipsos custodes, chi custodirà i custodi?», si chiedeva quasi 2000 anni fa il poeta latino Giovenale nelle sue Satire. È una domanda che ha senso farsi anche oggi, nel bel mezzo dello stillicidio che le istituzioni europee e italiane stanno attuando nei confronti del nostro governo in seguito alla decisione di «strappare» sul deficit. Un martellamento ininterrotto, che sin da subito si è concentrato sulla cifra della discordia, quel 2,4% sul Pil che l'esecutivo ha deciso di inserire nella Nadef. Il vertice forse si è raggiunto con la letterina recante le firme di Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, inviata all'esecutivo venerdì scorso. La procedura parla chiaro: la bozza (il cosiddetto Draft budgetary plan) con le tabelle dei conti pubblici e delle misure va inviata a Bruxelles entro il 15 ottobre, a seguito di un passaggio parlamentare. Solo allora la Commissione europea, valutato attentamente il documento, può inviare le opportune valutazioni e, nei casi previsti dai Trattati continentali, aprire se necessario una procedura d'infrazione. La missiva rappresenta perciò un clamoroso fuori procedura, ancora più sconcertante se pensiamo che arriva da un'istituzione che fa del rispetto delle regole uno dei suoi valori fondanti. Per usare una similitudine, l'iniziativa ha la stessa valenza della testa di cavallo piazzata dai mafiosi come avvertimento nei confronti dei nemici. Seguire pedissequamente le istruzioni delle istituzioni gerarchicamente superiori (ma poi è realmente così?) potrà forse servire a evitare noiose e dannose sanzioni, ma non sempre è un atto di fede che dà i frutti sperati. Negli ultimi decenni il curriculum di queste organizzazioni si è arricchito di errori madornali, decisioni scellerate e personaggi imbarazzanti che hanno finito per minarne irrimediabilmente la credibilità. Pensiamo al Fondo monetario internazionale, da sempre grande promotore dell'austerità urbi et orbi. A più riprese gli economisti di Washington hanno dovuto riconoscere di aver toppato sulle conseguenze del rigore dal loro stessi inoculato a Paesi in difficoltà. Significativo il caso dei moltiplicatori (cioè la relazione tra il Pil di un Paese e le politiche fiscali del governo), che l'Fmi ha ammesso di aver erroneamente stimato in più di un'occasione, Grecia in primis. Celebre in questo senso un paper realizzato nel 2012 dal capo economista dell'Fmi, Oliver Blanchard, definito dal Washington Post «uno sbalorditivo mea culpa». Oppure il botta e risposta su Twitter tra Carlo Cottarelli e lo stesso Blanchard, nel quale il primo si vanta di «essere stato tra i primi a notare che i moltiplicatore dal Fmi erano troppo bassi», e il secondo a replicare con un laconico «Carlo is correct». Insomma, ai piani alti l'errore era ben noto, ma in realtà nessuno fece granché per metterci mano. Peccato che a quei numeri in apparenza insignificanti sarebbe rimasto legato il destino di milioni di cittadini europei. Per non parlare degli scandali che hanno investito i più alti dirigenti, il più dirompente dei quali ha riguardato Dominique Strauss Kahn. Se all'estero c'è da piangere, in Italia non ridiamo di certo. Banca d'Italia ieri ha lanciato un severo monito nei confronti della manovra, mettendo in guardia i risparmiatori dai pericoli di un eccessivo indebitamento. Ma la gestione di questi ultimi anni non si può dire abbia brillato per solerzia. Nel corso del mandato di Ignazio Visco abbiamo assistito inerti a una crisi del sistema bancario italiano, con diverse banche fallite, l'introduzione del bail in, l'aumento spropositato dei crediti in sofferenza. Dov'era Via Nazionale, si sono chiesti in molti? L'unico a porre il problema seriamente, paradossalmente, è stato Matteo Renzi, che ha chiesto la testa di Visco, più per guerre personali che per ragioni di merito. Chi custodirà i custodi? Ma forse la domanda giusta da farsi è: chi può credere loro?
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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