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2018-08-08
Chi chiese le dimissioni di Mattarella rischia fino a 20 anni di prigione
Ansa
Con la scoperta del server milanese usato per creare gli account, la presenza dei troll russi è quasi uscita di scena nella spy story del «Twitter storm» contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ora, però, molti degli internauti che la notte tra il 27 e il 28 maggio - quando al «niet» del capo dello Stato alla candidatura di Paolo Savona a ministro dell'Economia, e dopo che Luigi Di Maio aveva proposto la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica - chiesero su Twitter le dimissioni con l'hashtag #MattarellaDimettiti, tremano. Per loro gli investigatori useranno i metodi con i quali si contrasta il terrorismo. E chiederanno al social network di fornire i dati identificativi che permetteranno di indagarli.
Tolto il reato di sostituzione di persona, punito con la reclusione fino a un anno, le altre due ipotesi perseguite dalla Procura di Roma prevedono pene da far tremare i polsi anche ai più incalliti criminali. E c'è chi per un tweet, in astratto, potrebbe beccarsi una condanna pari a quella prevista per alcune ipotesi di omicidio: 20 anni. Da codice penale, l'«attentato alla libertà del presidente della Repubblica», ad esempio, è un reato punito con pene dai cinque ai 15 anni. Non si tratta di una tutela della libertà personale del capo dello Stato, ma si applica nei casi di attentato alla libera manifestazione del pensiero del presidente con atti che gli impedirebbero di svolgere le sue prerogative.
E l'ipotesi di reato sulla quale stanno lavorando i magistrati della Procura di Roma prevede proprio questo: facendo diventare virale l'hastag sulle dimissioni di Mattarella per il secco no a Savona, qualcuno potrebbe aver cercato di impedire al presidente di svolgere con serenità le sue funzioni.
Il secondo reato ipotizzato dai magistrati di Piazzale Clodio è questo: «offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato», punito con pene da uno a cinque anni. Per incappare in questo reato è sufficiente qualunque espressione che miri a menomare il prestigio del capo dello Stato e diventa irrilevante, poi, accertare se l'offesa sia arrecata al presidente in rapporto all'istituzione che rappresenta o piuttosto alla sua persona, poiché, anche in questa seconda ipotesi, è indubbia l'offesa al decoro di chi è investito della funzione. In più, per configurarsi, questo reato, basta che l'utente Twitter, o chiunque lo commetta con qualsiasi altro mezzo, sia consapevole che l'espressione sia idonea a ledere il rispetto per il presidente.
Sarebbe inutile, a questo punto, invocare il diritto di critica. La giurisprudenza ha segnato in modo marcato un limite: il presidente è criticabile, ma non con atti idonei a minarne il decoro e il prestigio. Insomma, è vietato mancargli di rispetto in modo grave. I precedenti ci sono, anche se sono datati. In una sentenza, infatti, si sostiene che il presidente della Repubblica, «stante la particolare dignità della funzione rappresentativa a lui demandata, non può essere offeso nell'onore senza che l'offesa stessa si ripercuota, ledendolo, sul prestigio che, secondo la volontà della legge, espressa con locuzione da taluni ritenuta poco felice, altro non è che quella particolare forma di decoro, che attiene alla dignità della pubblica funzione».
Lo ha stabilito la seconda sezione penale della Corte di appello di Roma il 28 ottobre 1965, con la sentenza, famosa per i giuristi, denominata «Libertini», e poi confermata dalla Cassazione l'8 giugno 1966. I giudici furono chiamati a decidere sulla pubblicazione sul giornale Mondo nuovo di una fotografia a corredo di un articolo intitolato «Nel pantano del centrismo», nel quale venivano stigmatizzati i contrasti all'epoca esistenti tra varie correnti della Democrazia cristiana. Nello specifico, la fotografia raffigurava il presidente Antonio Segni nell'atto di baciare la guancia dell'onorevole Amintore Fanfani, che per l'autore intendeva dimostrare i rapporti di amicizia e tradimento tra gli esponenti della Balena bianca. La foto fu ritenuta ingiuriosa. Anzi: «Univocamente ingiuriosa». Perché era seguita da questa didascalia esplicatrice: «Il bacio di Giuda».
Altra sentenza: Cassazione penale, prima sezione, 21 novembre 1969. In alcuni opuscoli e in esposti diretti a varie autorità, il presidente Antonio Segni veniva indicato come un traditore della Patria, nonché, in due lettere indirizzate ai presidenti del Senato e della Camera era stato descritto come un «delinquente fuorilegge».
La terza sentenza è più vicina negli anni: Cassazione penale, prima sezione, 16 gennaio 1978: sul settimanale Servire il popolo fu pubblicato un articolo dal titolo «Giovanni Leone il reazionario», nel quale si gettavano pesanti ombre sull'onestà e sull'integrità morale dell'allora presidente della Repubblica, affermando che «controllava, tramite il suo studio legale, il mercato ortofrutticolo di Napoli, dominato dalla mafia». All'epoca indagarono magistrati ordinari.
Per la difesa di Mattarella, invece, debutta l'antiterrorismo. E c'è da scommettere che difficilmente si vedranno in giro altri post contro il presidente. «Usare l'antiterrorismo per schedare i profili Twitter è vilipendio nei confronti del popolo», chiosa amaramente uno come Francesco Storace, che tempo fa c'è passato, fu indagato e assolto per vilipendio al presidente Giorgio Napolitano.
Fabio Amendolara
E dopo le offese sul fratello ci sono quattro indagati per istigazione a delinquere
Dalla Russia alla Sicilia, dal borscht al cannolo. Il tweet storm contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sta sempre di più provincializzando e gli amanti dei complotti internazionali rischiano di dover passare dal burattinaio Vladimir Putin ai pupi siciliani. A maggio, quando Mattarella diede l'incarico esplorativo per formare un governo a Carlo Cottarelli, un siculo veraci Manlio C., il barese Michele C., 61 anni, ed Eliodora Elvira Z., 67 anni, originaria della provincia di Varese, ma trapiantata a Bologna, si fecero prendere dalla tastiera e scrissero macabri messaggi su Internet. Come se ne leggono a milioni ogni giorno. Solo che questa volta avevano come obiettivo il Quirinale. Manlio, palermitano, digitò sui social: «Hanno ucciso il fratello sbagliato», facendo riferimento all'omicidio di Piersanti Mattarella, il consanguineo del capo dello Stato freddato dalla mafia nel 1980. Michele C. postò un commento analogo, mentre la signora Eliodora andò oltre e si lanciò in una temeraria minaccia: «Ti hanno ammazzato il fratello, non ti basta?». La signora, una casalinga grillina appassionata di opera lirica aveva già perso la frizione alla notizia della morte di Giulio Andreotti, quando postò sul sito del Fatto quotidiano: «Morto Andreotti, aveva 94 anni, è proprio vero che i buoni e gli onesti muoiono giovani... i corrotti e ladri, vivono a lungo. Ma allora i nostri parlamentari, loro vivranno certamente fino a fino a 100 anni».
Da quando Eliodora & c. attaccarono Mattarella sono passati tre mesi e le indagini della Digos di Palermo, coordinate dai pm Marzia Sabella e Gery Ferrara, hanno messo sotto osservazione decine di profili di Facebook e Twitter. Alla fine il cerchio della Procura guidata da Francesco Lo Voi e della Questura diretta da Renato Cortese si è stretto su 39 account. Gli inquirenti hanno inviato a Facebook un ordine di esibizione per provare a collegare quei profili a nomi e cognomi reali. I risultati sono attesi per fine mese e a quel punto potrebbero esserci l'iscrizione di nuovi indagati. Intanto le posizioni di Eliodora Z. e Michele C., residenti in Emilia e in provincia di Bari, saranno stralciate e gli atti che li riguardano inviati alle procure competenti. Nel capoluogo siciliano sono rimasti sotto inchiesta Manlio C. e un altro palermitano, il trentunenne Mirko B. Un omonimo e coetaneo, ad aprile, era stato arrestato dopo un furto in un bar. Addosso aveva una torcia, un ombrello e la somma di circa 30 euro. Forse per questo su Internet ha perso la trebisonda attirando le nuove accuse.
Per lui e per gli altri tre indagati, le ipotesi di reato sono quelle di attentato alla libertà e di offesa all'onore e al prestigio del presidente della Repubblica, sanzionate con pene rispettivamente da cinque a 15 anni e da uno a cinque anni di reclusione, a cui va aggiunta l'istigazione a delinquere (che prevede anch'essa da uno a cinque anni).
I media a giugno diedero la caccia a Manlio C., il quale venne sottoposto a una gogna mediatica a reti unificate. L'omino, single, 40 anni proprio oggi, non ha certo il physique du rôle del cattivo da film: è pelato, occhialuto, grassotello e porta il borsello. Davanti a telecamere e taccuini l'imprudente odiatore, come venne ribattezzato, si prostrò: «Chiedo scusa a tutti, in primis al presidente Mattarella, poi ai miei familiari, ai miei amici e a tutti quelli che ho offeso con le mie stupide parole». Con il capo cosparso di cenere baciò la pantofola quirinalizia: «Non volevo mancare di rispetto al dolore del presidente e alla sua storia personale; la mafia mi fa schifo e maledico quel momento in cui non ho acceso il cervello. Ero arrabbiato, sì, quando ho saputo che Mattarella non aveva fatto partire il governo Lega-5 stelle, ma questo non giustifica quello che ho scritto». A quel punto ha chiesto terrorizzato ai giornalisti: «Ora finirò in carcere? Potrò avere un avvocato d'ufficio? Perché io non ho molti soldi».
Per completare l'autodafé i giornalisti riesumarono un tweet vecchio di quattro anni in cui il nostro gustatore da tastiera aveva lasciato online un commento omofobo contro gli organizzatori del Gay Pride («Via i froci dalla Regione Sicilia»). Anche in tv balbettò le sue scuse: «Riconosco di aver usato parole abbastanza pesanti però alla fine voglio veramente scusarmi. Non che uno va sui social soltanto per odiare ma purtroppo ci sono caduto anche io». La giornalista inviata a rieducarlo a fine intervista gli domandò: «Quindi ha imparato la lezione?». E Manlio C. rispose a capo chino: «Sì». Se il complotto mondiale e il tweetstorm evocato da tanti giornali ha queste avanguardie, il Presidente della Repubblica può dormire sonni tranquilli.
Giacomo Amadori
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«Attentare alla libertà del presidente» e «offenderne l'onore e il prestigio», reati per i quali agiscono i pm di Roma, possono costare 15 e 5 anni. Tremano gli autori dei tweet comparsi contro il no del Colle a Paolo Savona.E dopo le offese sul fratello ci sono quattro indagati per istigazione a delinquere. Palermo e altre Procure procedono contro chi sui social scrisse: «Dovevi morire al posto di Piersanti». Osservati altri 39 account.Lo speciale contiene due articoli.Con la scoperta del server milanese usato per creare gli account, la presenza dei troll russi è quasi uscita di scena nella spy story del «Twitter storm» contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ora, però, molti degli internauti che la notte tra il 27 e il 28 maggio - quando al «niet» del capo dello Stato alla candidatura di Paolo Savona a ministro dell'Economia, e dopo che Luigi Di Maio aveva proposto la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica - chiesero su Twitter le dimissioni con l'hashtag #MattarellaDimettiti, tremano. Per loro gli investigatori useranno i metodi con i quali si contrasta il terrorismo. E chiederanno al social network di fornire i dati identificativi che permetteranno di indagarli. Tolto il reato di sostituzione di persona, punito con la reclusione fino a un anno, le altre due ipotesi perseguite dalla Procura di Roma prevedono pene da far tremare i polsi anche ai più incalliti criminali. E c'è chi per un tweet, in astratto, potrebbe beccarsi una condanna pari a quella prevista per alcune ipotesi di omicidio: 20 anni. Da codice penale, l'«attentato alla libertà del presidente della Repubblica», ad esempio, è un reato punito con pene dai cinque ai 15 anni. Non si tratta di una tutela della libertà personale del capo dello Stato, ma si applica nei casi di attentato alla libera manifestazione del pensiero del presidente con atti che gli impedirebbero di svolgere le sue prerogative. E l'ipotesi di reato sulla quale stanno lavorando i magistrati della Procura di Roma prevede proprio questo: facendo diventare virale l'hastag sulle dimissioni di Mattarella per il secco no a Savona, qualcuno potrebbe aver cercato di impedire al presidente di svolgere con serenità le sue funzioni. Il secondo reato ipotizzato dai magistrati di Piazzale Clodio è questo: «offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato», punito con pene da uno a cinque anni. Per incappare in questo reato è sufficiente qualunque espressione che miri a menomare il prestigio del capo dello Stato e diventa irrilevante, poi, accertare se l'offesa sia arrecata al presidente in rapporto all'istituzione che rappresenta o piuttosto alla sua persona, poiché, anche in questa seconda ipotesi, è indubbia l'offesa al decoro di chi è investito della funzione. In più, per configurarsi, questo reato, basta che l'utente Twitter, o chiunque lo commetta con qualsiasi altro mezzo, sia consapevole che l'espressione sia idonea a ledere il rispetto per il presidente. Sarebbe inutile, a questo punto, invocare il diritto di critica. La giurisprudenza ha segnato in modo marcato un limite: il presidente è criticabile, ma non con atti idonei a minarne il decoro e il prestigio. Insomma, è vietato mancargli di rispetto in modo grave. I precedenti ci sono, anche se sono datati. In una sentenza, infatti, si sostiene che il presidente della Repubblica, «stante la particolare dignità della funzione rappresentativa a lui demandata, non può essere offeso nell'onore senza che l'offesa stessa si ripercuota, ledendolo, sul prestigio che, secondo la volontà della legge, espressa con locuzione da taluni ritenuta poco felice, altro non è che quella particolare forma di decoro, che attiene alla dignità della pubblica funzione».Lo ha stabilito la seconda sezione penale della Corte di appello di Roma il 28 ottobre 1965, con la sentenza, famosa per i giuristi, denominata «Libertini», e poi confermata dalla Cassazione l'8 giugno 1966. I giudici furono chiamati a decidere sulla pubblicazione sul giornale Mondo nuovo di una fotografia a corredo di un articolo intitolato «Nel pantano del centrismo», nel quale venivano stigmatizzati i contrasti all'epoca esistenti tra varie correnti della Democrazia cristiana. Nello specifico, la fotografia raffigurava il presidente Antonio Segni nell'atto di baciare la guancia dell'onorevole Amintore Fanfani, che per l'autore intendeva dimostrare i rapporti di amicizia e tradimento tra gli esponenti della Balena bianca. La foto fu ritenuta ingiuriosa. Anzi: «Univocamente ingiuriosa». Perché era seguita da questa didascalia esplicatrice: «Il bacio di Giuda».Altra sentenza: Cassazione penale, prima sezione, 21 novembre 1969. In alcuni opuscoli e in esposti diretti a varie autorità, il presidente Antonio Segni veniva indicato come un traditore della Patria, nonché, in due lettere indirizzate ai presidenti del Senato e della Camera era stato descritto come un «delinquente fuorilegge». La terza sentenza è più vicina negli anni: Cassazione penale, prima sezione, 16 gennaio 1978: sul settimanale Servire il popolo fu pubblicato un articolo dal titolo «Giovanni Leone il reazionario», nel quale si gettavano pesanti ombre sull'onestà e sull'integrità morale dell'allora presidente della Repubblica, affermando che «controllava, tramite il suo studio legale, il mercato ortofrutticolo di Napoli, dominato dalla mafia». All'epoca indagarono magistrati ordinari. Per la difesa di Mattarella, invece, debutta l'antiterrorismo. E c'è da scommettere che difficilmente si vedranno in giro altri post contro il presidente. «Usare l'antiterrorismo per schedare i profili Twitter è vilipendio nei confronti del popolo», chiosa amaramente uno come Francesco Storace, che tempo fa c'è passato, fu indagato e assolto per vilipendio al presidente Giorgio Napolitano.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-chiese-le-dimissioni-di-mattarella-rischia-fino-a-20-anni-di-prigione-2593681069.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-dopo-le-offese-sul-fratello-ci-sono-quattro-indagati-per-istigazione-a-delinquere" data-post-id="2593681069" data-published-at="1776142636" data-use-pagination="False"> E dopo le offese sul fratello ci sono quattro indagati per istigazione a delinquere Dalla Russia alla Sicilia, dal borscht al cannolo. Il tweet storm contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sta sempre di più provincializzando e gli amanti dei complotti internazionali rischiano di dover passare dal burattinaio Vladimir Putin ai pupi siciliani. A maggio, quando Mattarella diede l'incarico esplorativo per formare un governo a Carlo Cottarelli, un siculo veraci Manlio C., il barese Michele C., 61 anni, ed Eliodora Elvira Z., 67 anni, originaria della provincia di Varese, ma trapiantata a Bologna, si fecero prendere dalla tastiera e scrissero macabri messaggi su Internet. Come se ne leggono a milioni ogni giorno. Solo che questa volta avevano come obiettivo il Quirinale. Manlio, palermitano, digitò sui social: «Hanno ucciso il fratello sbagliato», facendo riferimento all'omicidio di Piersanti Mattarella, il consanguineo del capo dello Stato freddato dalla mafia nel 1980. Michele C. postò un commento analogo, mentre la signora Eliodora andò oltre e si lanciò in una temeraria minaccia: «Ti hanno ammazzato il fratello, non ti basta?». La signora, una casalinga grillina appassionata di opera lirica aveva già perso la frizione alla notizia della morte di Giulio Andreotti, quando postò sul sito del Fatto quotidiano: «Morto Andreotti, aveva 94 anni, è proprio vero che i buoni e gli onesti muoiono giovani... i corrotti e ladri, vivono a lungo. Ma allora i nostri parlamentari, loro vivranno certamente fino a fino a 100 anni». Da quando Eliodora & c. attaccarono Mattarella sono passati tre mesi e le indagini della Digos di Palermo, coordinate dai pm Marzia Sabella e Gery Ferrara, hanno messo sotto osservazione decine di profili di Facebook e Twitter. Alla fine il cerchio della Procura guidata da Francesco Lo Voi e della Questura diretta da Renato Cortese si è stretto su 39 account. Gli inquirenti hanno inviato a Facebook un ordine di esibizione per provare a collegare quei profili a nomi e cognomi reali. I risultati sono attesi per fine mese e a quel punto potrebbero esserci l'iscrizione di nuovi indagati. Intanto le posizioni di Eliodora Z. e Michele C., residenti in Emilia e in provincia di Bari, saranno stralciate e gli atti che li riguardano inviati alle procure competenti. Nel capoluogo siciliano sono rimasti sotto inchiesta Manlio C. e un altro palermitano, il trentunenne Mirko B. Un omonimo e coetaneo, ad aprile, era stato arrestato dopo un furto in un bar. Addosso aveva una torcia, un ombrello e la somma di circa 30 euro. Forse per questo su Internet ha perso la trebisonda attirando le nuove accuse. Per lui e per gli altri tre indagati, le ipotesi di reato sono quelle di attentato alla libertà e di offesa all'onore e al prestigio del presidente della Repubblica, sanzionate con pene rispettivamente da cinque a 15 anni e da uno a cinque anni di reclusione, a cui va aggiunta l'istigazione a delinquere (che prevede anch'essa da uno a cinque anni). I media a giugno diedero la caccia a Manlio C., il quale venne sottoposto a una gogna mediatica a reti unificate. L'omino, single, 40 anni proprio oggi, non ha certo il physique du rôle del cattivo da film: è pelato, occhialuto, grassotello e porta il borsello. Davanti a telecamere e taccuini l'imprudente odiatore, come venne ribattezzato, si prostrò: «Chiedo scusa a tutti, in primis al presidente Mattarella, poi ai miei familiari, ai miei amici e a tutti quelli che ho offeso con le mie stupide parole». Con il capo cosparso di cenere baciò la pantofola quirinalizia: «Non volevo mancare di rispetto al dolore del presidente e alla sua storia personale; la mafia mi fa schifo e maledico quel momento in cui non ho acceso il cervello. Ero arrabbiato, sì, quando ho saputo che Mattarella non aveva fatto partire il governo Lega-5 stelle, ma questo non giustifica quello che ho scritto». A quel punto ha chiesto terrorizzato ai giornalisti: «Ora finirò in carcere? Potrò avere un avvocato d'ufficio? Perché io non ho molti soldi». Per completare l'autodafé i giornalisti riesumarono un tweet vecchio di quattro anni in cui il nostro gustatore da tastiera aveva lasciato online un commento omofobo contro gli organizzatori del Gay Pride («Via i froci dalla Regione Sicilia»). Anche in tv balbettò le sue scuse: «Riconosco di aver usato parole abbastanza pesanti però alla fine voglio veramente scusarmi. Non che uno va sui social soltanto per odiare ma purtroppo ci sono caduto anche io». La giornalista inviata a rieducarlo a fine intervista gli domandò: «Quindi ha imparato la lezione?». E Manlio C. rispose a capo chino: «Sì». Se il complotto mondiale e il tweetstorm evocato da tanti giornali ha queste avanguardie, il Presidente della Repubblica può dormire sonni tranquilli. Giacomo Amadori
Le navi americane a Hormuz (US Navy)
È entrato in vigore alle 16 (ora italiana) di ieri il blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale. La decisione, annunciata dal Comando centrale americano (Centcom), arriva dopo il fallimento dei colloqui tra Washington e Teheran e segna un’ulteriore escalation nella crisi.
A lanciare l’allarme è stata l’Autorità britannica per le operazioni commerciali marittime (Ukmto), che ha segnalato restrizioni immediate all’accesso verso porti e acque costiere iraniane. Il provvedimento riguarda tutte le navi dirette da e verso infrastrutture iraniane, senza alcuna distinzione di bandiera. Alle imbarcazioni neutrali già presenti nei porti è stato concesso solo un breve periodo per lasciare l’area. Secondo il Centcom, qualsiasi nave che tenti di entrare o uscire dalla zona senza autorizzazione potrà essere intercettata e sequestrata. Le misure si estendono lungo tutta la costa iraniana, includendo terminal petroliferi e infrastrutture energetiche nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman e nel Mar arabico.
Il blocco dello Stretto di Hormuz è in vigore e più di 15 navi americane sono impegnate direttamente nell’operazione. Lo riporta il Wall Street Journal citando un funzionario statunitense, secondo il quale gli Stati Uniti possono contare nella regione su cacciatorpediniere lanciamissili e numerose unità navali capaci di impiegare elicotteri per operazioni di abbordaggio e controllo del traffico marittimo.
L’Ukmto ha precisato che il transito nello Stretto verso destinazioni non iraniane non risulta formalmente impedito. Tuttavia, le navi possono essere sottoposte a controlli e procedure d’ispezione. Alle compagnie è stato raccomandato di mantenere la massima allerta, monitorare gli avvisi ai naviganti e contattare la Us Navy sul canale 16. I primi dati indicano che alcune petroliere hanno attraversato lo Stretto senza collegamenti con porti iraniani, segno che il traffico non è del tutto fermo ma si muove in un contesto di forte incertezza. A conferma della volatilità della situazione, il presidente americano Donald Trump ha scritto su Truth che «34 navi sono passate attraverso lo Stretto di Hormuz ieri», definendolo «il numero più alto da quando è iniziata questa chiusura».
Sul piano diplomatico, il nodo nucleare resta il principale punto di scontro. Durante i negoziati del fine settimana, gli Stati Uniti hanno proposto all’Iran di congelare l’arricchimento dell’uranio per 20 anni, mentre Teheran ha controproposto un periodo molto più breve, «a una sola cifra». Il fallimento dei colloqui, guidati dal vicepresidente JD Vance, è stato attribuito proprio alla distanza su questo punto cruciale, anche se l’Iran ha negato la circostanza. Nonostante lo stallo, la Casa Bianca lascia intravedere spiragli. Il presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato che «JD Vance ha fatto un buon lavoro nelle trattative», sottolineando che il vero nodo resta il nucleare. «L’altra parte ci ha chiamato e vuole un accordo. Siamo stati contattati questa mattina dalle persone giuste e vogliono lavorare a un’intesa», ha aggiunto senza citare esplicitamente l’Iran. Sul piano militare, tuttavia, la linea della Casa Bianca resta durissima. Trump ha ribadito che qualsiasi nave iraniana che tenterà di violare il blocco sarà «immediatamente eliminata», sostenendo che «la Marina iraniana giace sul fondo del mare, completamente annientata». Parole che accompagnano la minaccia di un’ulteriore escalation se Teheran non cambierà posizione.
Il capo dell’Organizzazione marittima internazionale, Arsenio Dominguez, ha espresso forte preoccupazione per la situazione dei marittimi bloccati nell’area dello Stretto di Hormuz, ribadendo la necessità di garantire la libertà di navigazione. «Migliaia di uomini restano a bordo di navi nel Golfo Persico, esposti a rischi elevati e a un forte stress psicologico», ha dichiarato poco prima dell’avvio del blocco navale statunitense.
Sul fronte internazionale, Israele ha espresso sostegno alla decisione americana, mentre la Cina ha invitato a garantire la libertà di navigazione. Anche la Russia ha avvertito di possibili effetti negativi sui mercati energetici. Dall’Unione europea arriva un appello alla sicurezza marittima. «Quanto sta accadendo oggi nello Stretto di Hormuz rappresenta il segnale più chiaro a favore di una forte coalizione internazionale», ha dichiarato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ribadendo che l’Ue respingerà qualsiasi limitazione alla libera navigazione.
Il quadro resta estremamente fragile. Secondo quanto riportato dal Canale 12 israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ritiene che il cessate il fuoco con l’Iran possa essere messo in discussione «in brevissimo tempo» dopo il fallimento dei negoziati. Di parere contrario il premier pakistano, Shehbaz Sharif, che ha affermato che la tregua tra Stati Uniti e Iran «regge» e che sono in corso sforzi diplomatici per superare le divergenze emerse, nonostante il fallimento dei negoziati svoltisi a Islamabad nel fine settimana.
Roma chiama l’Ue sul caro energia però Ursula fa solo chiacchiere
Nel pieno dell’emergenza energetica, Bruxelles prende tempo. Il massimo dell’azione della Commissione europea è annunciare una serie di proposte legislative che saranno presentate a maggio. Il 22 aprile verranno invece date delle raccomandazioni agli Stati membri a consumare e viaggiare meno, a spingere sulle tecnologie pulite, a intervenire sulle tasse sull’elettricità e sugli oneri di sistema. È questo l’esito della riunione del Collegio dei Commissari che ancora una volta certifica l’irrilevanza dell’Europa. Dall’inizio del conflitto iraniano la spesa della Ue per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 22 miliardi, ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sottolineando che i prezzi dell’energia erano già balzati in cima all’agenda politica della Ue a causa dei timori per il calo della competitività rispetto a Cina e Stati Uniti. Ma se l’analisi non fa una piega, la ricetta per gestire la crisi non è proporzionata alla gravità del momento. «A maggio presenteremo proposte legislative per intervenire sulle tasse sull'elettricità e gli oneri di rete. L’obiettivo è quello di implementare misure strutturali per abbassare i prezzi dell’energia e dare sollievo a cittadini e imprese», ha annunciato la presidente. Il piano prevede che l’energia elettrica sia tassata in modo più favorevole rispetto ai combustibili fossili. Il piano della Commissione verrà presentato ai leader al prossimo Consiglio informale, la prossima settimana a Cipro, e ci sarà una comunicazione nel mercoledì precedente» (il 22 aprile). Von der Leyen ha spiegato che si punta a intervenire su tre aspetti. Il coordinamento tra Paesi negli interventi, anche riguardo alle scorte di gas e di petrolio e sulle misure di contenimento dei rincari, che «devono essere mirate ai gruppi vulnerabili, rapide, immediate e temporanee». Secondo, un «quadro temporaneo» che assicuri più flessibilità alle regole sugli aiuti di Stato. E, terzo elemento, e forse il più problematico: «Come possiamo ridurre la domanda».
La dipendenza della Ue dalle importazioni dei combustibili fossili la rende vulnerabile e le misure dovrebbero attutire l’impatto e promuovere l’adozione di tecnologie pulite. Di tasse e oneri di rete si era discusso al Consiglio europeo dello scorso febbraio ma anche allora nessuna decisione. In ballo c’era anche la proposta di modifica dell’impianto Ets (il sistema di acquisto di quote di Co2), che prevede l’interruzione dell’eliminazione delle quote gratuite e l'aumento di quelle immesse nel mercato di certificati. Ma stando alle parole di ieri della presidente dell’esecutivo Ue, il cantiere è ancora aperto: «Siamo sulla buona strada per presentare la revisione completa del sistema Ets, come annunciato, a luglio», ha detto. Nessun ripensamento sulla decarbonizzazione. «L’unico modo duraturo per uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili», ha ribadito Von der Leyen, «è spostare la generazione di elettricità verso le energie rinnovabili e il nucleare, e poi, naturalmente, elettrificando l’economia il più rapidamente possibile».
Avanti tutta con l’elettrificazione «della nostra economia, delle nostre operazioni industriali, del modo in cui riscaldiamo le nostre case, della nostra mobilità». E annuncia la presentazione prima dell’estate di «un nuovo ambizioso obiettivo sull’elettrificazione». La presidente incoraggia gli Stati membri «a fare un uso migliore» dei finanziamenti Ue disponibili, come quelli dei fondi di coesione. «I soldi ci sono. Potete investirli nelle reti, nello stoccaggio, nelle batterie». Il quadro si completa con investimenti nei piccoli reattori modulari.
Ma mentre Bruxelles prende tempo i singoli governi procedono in ordine sparso. Dall’inizio della guerra con l’Iran, 22 Stati membri dell’Ue hanno introdotto oltre 120 misure non coordinate, per un costo superiore a 9 miliardi di euro (10,5 miliardi di dollari), al fine di attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, secondo un rapporto dell’Istituto Jacques Delors.
Manca quindi un coordinamento centrale per la gestione dell’emergenza. Lo ha evidenziato, tra le righe, anche il nostro ministero dell’Economia. Il viceministro, Maurizio Leo, ha sottolineato gli «sforzi notevoli» fatti dal governo per il taglio delle accise, che avrà la copertura fino a fine mese. «È chiaro che poi si dovrà pensare anche a livello europeo a degli interventi per venire incontro a tutte quelle che sono le esigenze del mondo produttivo, pensando agli autotrasportatori». Questi continuano a reclamare il credito d’imposta promesso al settore all’inizio della crisi in Medio Oriente nel consiglio dei ministri del 19 marzo scorso. A quasi un mese di distanza manca ancora il decreto attuativo. Un intervento in tale senso è appeso alle decisioni Bruxelles sul regime degli aiuti di Stato. Intanto gli autotrasportatori siciliani sono entrati in sciopero dalla mezzanotte di ieri sera per 5 giorni, bloccando i rifornimenti alla grande distribuzione dell’isola. Ed è solo l’inizio. Nelle riunioni che si sono svolte nel fine settimana, nell’ambito dell’iniziativa Unatras con assemblee convocate in cento piazze italiane, l’intera categoria nazionale è orientata verso il blocco dei servizi di trasporto su strada. Venerdì prossimo il Comitato esecutivo nazionale di Unatras potrebbe pronunciarsi sul blocco nazionale.
Teheran insorge: «Atto di pirateria, gli statunitensi se ne pentiranno»
«Siamo pronti ad affrontare qualsiasi scenario e le forze armate sono già in stato di massima allerta», ha tuonato il ministro della Difesa iraniano, il generale, Seyyed Majid ibn Reza, «qualsiasi atto di aggressione o provocazione del nemico riceverà una risposta dura e decisiva». La reazione di Teheran alle mosse statunitensi è stata subito estremamente aggressiva, come a voler mostrare i muscoli anche a tutte le nazioni coinvolte. Il blocco navale voluto da Donald Trump, dopo il fallimento del meeting di Islamabad, è stato definito dai Guardiani della rivoluzione come un atto di pirateria marittima e un’azione illegale. Le forze armate degli ayatollah hanno minacciato tutti i porti dell’area, arrivando a dire che nessun porto nel Golfo Persico o nel mar d’Oman sarà più al sicuro. La televisione nazionale Press tv ha dato ampio risalto alle reazione dei rappresentanti della Repubblica islamica come il tenente colonnello Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando unificato Khatam al-Anbiya, che ha detto che le navi affiliate al nemico non hanno e non avranno il diritto di attraversare lo Stretto di Hormuz, mentre le altre navi avranno il permesso di transito, ma soltanto nel rispetto delle normative delle Forze armate. Un messaggio chiaro che lascia intendere che l’Iran non permetterà agli Stati Uniti di decidere chi può attraversare questo vitale passaggio.
Lo scontro verbale ha coinvolto anche il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, che ha affermato che tutte le minacce contro le infrastrutture del suo Paese rappresentano un chiaro segno della debolezza del nemico, questo in riposta a Donald Trump che aveva fatto riferimento alle infrastrutture energetiche della nazione asiatica come un obiettivo.
La lista dei dignitari iraniani che hanno risposto a Trump si allunga ora dopo ora e sono come sempre i pasdaran a prendere le posizioni più nette. Esamil Qaani, comandante della Forza Quds, reparto speciale responsabile delle operazioni al di fuori dell’Iran, ha gridato in un comizio che gli Stati Uniti lasceranno la regione senza aver ottenuto nulla e ha poi rimarcato che sia Washington che Tel Aviv dovrebbero ricordarsi di aver abbandonato lo Yemen, senza aver mai raggiunto gli obiettivi prefissati. Il generale, che ha rapporti diretti e personali con gli Huthi, ha velatamente minacciato la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, la strettoia che porta al mar Rosso e poi al canale di Suez. Da qui passano circa 6 milioni di barili di petrolio al giorno, che sommati agli oltre 20 di Hormuz, metterebbero l’Europa davanti a una crisi senza precedenti. Qaani è l’uomo che la Guida suprema Ali Khamenei aveva incaricato di coordinare quella che veniva chiamata asse della resistenza ed è lui che può far scendere in campo gli Huthi aprendo definitivamente anche il fronte del mar Rosso. Sempre a proposito delle conseguenze economiche, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf , ha avvertito gli americani su X: «Godetevi i prezzi attuali della benzina. Presto vi mancheranno i 4-5 dollari al gallone».
Il muro contro muro non ha però precluso completamente la via della trattativa e i mediatori di Pakistan, Egitto e Turchia continueranno i colloqui con gli Stati Uniti e l’Iran anche nei prossimi giorni. «Non siamo ancora in una situazione di stallo totale», ha dichiarato Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad, «Il mio governo è convinto che abbiamo assistito soltanto al primo round dei colloqui e il Pakistan farà ancora la sua parte. Il primo ministro Shehbaz Sharif si trova in Arabia Saudita su invito del principe Mohammed bin Salman e insieme lavoreranno per la tregua».
Meno intransigente e più possibilista il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, presente agli Islamabd Talks e uomo dal lungo passato diplomatico. «Le richieste degli Stati Uniti sono state massimaliste e con cambiamenti di posizione continui», ha spiegato il responsabile della politica estera iraniana, «Washington era partito con grande sfiducia nei nostri confronti, ma l’Iran è stato costruttivo e paziente».
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John Elkann (Imagoeconomica)
La notizia, nell’aria da gennaio, quando era emerso che, nel dicembre 2025, il gip aveva disposto l’imputazione coatta, adesso è ufficiale. Una nuova richiesta di rinvio a giudizio è stata inoltrata dalla procura di Torino nei giorni scorsi nei confronti di John Elkann e del commercialista Gianluca Ferrero in uno dei filoni dell’inchiesta sulla residenza italiana di Marella Caracciolo, la vedova di Gianni Agnelli - nonno di Elkann - morta nel 2019. Come detto, l’iniziativa dei pm della Procura del capoluogo piemontese è stata dettata dal diniego del Tribunale alla richiesta di archiviazione, una decisione che aveva poi fatto saltare la proposta di Elkann di accedere alla messa alla prova in un altro procedimento, anche in virtù del versamento di 183 milioni di euro all’Erario e di Ferrero di patteggiare una pena pecuniaria.
E proprio quest’ultimo fascicolo sarà quindi riunito a quello sull’altro filone, già arrivato alla fase dell’udienza preliminare, che si è aperta oggi ed è stata subito aggiornata al 22 giugno. Nel faldone entreranno anche gli atti relativi a un terzo dossier, che riguarda il ruolo del notaio Remo Morone su presunte irregolarità nell’iscrizione alla Camera di commercio di Torino degli assetti della Dicembre la «cassaforte» che controlla tutte le società del gruppo della famiglia. Il procedimento, la prossima estate, tornerà dunque a essere unificato dopo aver preso tre strade diverse. I reati contestati a vario titolo agli indagati sono truffa aggravata ai danni dello Stato ed evasione fiscale fraudolenta.
In buona sostanza, l’inchiesta fino a ieri si basava su due procedimenti, intrecciati ma distinti (che ora saranno riuniti). In un filone, infatti, il gip Antonio Borretta a dicembre scorso aveva ordinato ai pm torinesi, il sostituto Marco Gianoglio insieme ai colleghi Mario Bendoni e Giulia Marchetti, di formulare l’imputazione nei confronti di John per due dei sei capi originariamente contestati. Imputazione coatta in quanto si tratta di ipotesi di reato - legate alle dichiarazioni dei redditi 2018 e 2019 presentate dopo la morte di Donna Marella - sulle quali i pm a loro volta avevano già chiesto l’archiviazione. Nell’altro procedimento, invece, a febbraio scorso il gip Giovanna Di Maria aveva respinto l’istanza di «messa alla prova» per Elkann, rimandando gli atti ai pm. Ma anche qui la procura aveva dato il suo parere favorevole alla sospensione del procedimento a seguito del versamento di circa 183 milioni all’Agenzia delle Entrate. L’indagine nasce da un esposto presentato da Margherita Agnelli, figlia dell’Avvocato e madre di Elkann, impegnata da anni in una causa civile sulla ridefinizione dell’eredità familiare.
Nel settembre dell’anno scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa un miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, sulla base si «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione». Anche ieri, come è sempre avvenuto in tutte le fasi della vicenda, i legali del presidente di Stellantis hanno ostentato tranquillità: «La richiesta di rinvio a giudizio di cui si è avuta notizia oggi è solo un passaggio procedurale assolutamente atteso per permettere la ricomposizione di un procedimento che ha avuto una genesi unitaria. Ribadiamo che il nostro interesse è difendere nel merito una persona del tutto estranea ai fatti contestati». Ma recentemente la difesa di Elkann aveva incassato una sconfitta, quando la Corte di Cassazione aveva respinto il ricorso contro l’imputazione coatta disposta da Borretta, dando il via libera alla richiesta di rinvio a giudizio.
Quasi contestualmente, un altro giudice Tribunale di Torino, Giovanna Di Maria aveva respinto si la richiesta di messa alla prova avanzata dai legali di Elkann (che avevano proposto lo svolgimento di attività di tutoraggio in una scuola salesiana di Torino), che la richiesta di patteggiamento per Gian Luca Ferrero, che prevedeva la commutazione della pena detentiva in una sanzione pecuniaria di 73.000 euro.
A meno di sorprese durante l’udienza preliminare quindi, la vicenda giudiziaria legata alla contesa familiare sull’eredità dell’Avvocato e della moglie, sfocerà in un processo pubblico.
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Matteo Salvini (Anssa)
Si è parlato anche della situazione politica, insistendo molto a quelle che il segretario Matteo Salvini ha definito, in un comunicato, «assurde regole europee che rischiano di impoverire cittadini, famiglie e imprese in difficoltà per il costo di bollette, luce, gas e carburante». «È inaccettabile che si possano spendere miliardi per armi e non per aiutare a pagare bollette e benzina». Si legge in un comunicato della Lega in cui si cita il segretario federale. Alla riunione hanno partecipato, tra gli altri, i presidenti di Regione e il ministro Giancarlo Giorgetti. Su questo punto insisterà la Lega sabato. L’idea è quella di inviare un ultimatum alle istituzioni europee da piazza Duomo a Milano. È necessario valutare l’ipotesi di uno scostamento di bilancio, misura emergenziale per ridare fiato a imprese e cittadini insomma. I dirigenti del partito si sono confrontati anche per ridefinire la posizione sul presidente degli Stati Uniti Donald Trump? Sarà la stessa all’indomani dell’attacco del presidente statunitense a papa Leone XIV?
Un dibattito che segue le parole di Salvini che ieri mattina ha detto: «Se c’è una persona che si sta spendendo sul tema della pace e sulla soluzione del conflitto è papa Leone. Attaccare il Papa, uomo simbolo di pace e guida spirituale per miliardi di cattolici, non mi sembra una cosa utile e intelligente da fare».
Alcune posizioni di Trump stanno diventando indifendibili e inaccettabili, si è' sfogato parlando con i suoi. Diversi hanno appoggiato questa linea tracciata dal segretario, tra i primi fan in Italia di The Donald. Tra i distinguo si segnala la posizione di Molinari che ha suggerito di mostrare più cautela: «O mettiamo in discussione la decisione di avere appoggiato un sovranista alla Casa Bianca», ha osservato il capogruppo, «o non ci possiamo lamentare del fatto che Trump prenda delle posizioni da sovranista».
Salvini ha poi spiegato che la manifestazione di sabato è importante anche per dare un segnale, in questo momento non facile dal punto di vista comunicativo e politico, a causa delle ripercussioni di una guerra che non abbiamo voluto. Il timore dei dirigenti leghisti è che il voto di protesta investa l’esecutivo, come già avvenuto con il referendum sulla separazione delle carriere. I governatori Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana si sono fatti portavoce delle preoccupazioni che provengono dai territori. E poi Giorgetti, dopo l’allarme sulla possibilità di recessione, avrebbe parlato della necessità di una sospensione generale a livello europeo del Patto di stabilità: «È doveroso per dare risposte a imprese e cittadini e non farlo sarebbe grave errore». Per Giorgetti la strada «è in salita». È così anche per il ministro Roberto Calderoli e il capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari. Serve una presa di posizione in Europa e da parte della Lega all’interno del governo. Si valutano anche scostamenti selettivi per urgenze ed emergenze, come per l’autotrasporto. Insomma non si parlerà solo di remigrazione sabato come era già stato annunciato, ma anche tanta economia. La maggiore preoccupazione per gli italiani perché «una guerra l’Europa può anche affrontarla, due no... E anche se dovesse terminare il conflitto in Medio Oriente il il rischio è che l’aumento dei prezzi si stabilizzi».
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