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2018-08-08
Chi chiese le dimissioni di Mattarella rischia fino a 20 anni di prigione
Ansa
Con la scoperta del server milanese usato per creare gli account, la presenza dei troll russi è quasi uscita di scena nella spy story del «Twitter storm» contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ora, però, molti degli internauti che la notte tra il 27 e il 28 maggio - quando al «niet» del capo dello Stato alla candidatura di Paolo Savona a ministro dell'Economia, e dopo che Luigi Di Maio aveva proposto la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica - chiesero su Twitter le dimissioni con l'hashtag #MattarellaDimettiti, tremano. Per loro gli investigatori useranno i metodi con i quali si contrasta il terrorismo. E chiederanno al social network di fornire i dati identificativi che permetteranno di indagarli.
Tolto il reato di sostituzione di persona, punito con la reclusione fino a un anno, le altre due ipotesi perseguite dalla Procura di Roma prevedono pene da far tremare i polsi anche ai più incalliti criminali. E c'è chi per un tweet, in astratto, potrebbe beccarsi una condanna pari a quella prevista per alcune ipotesi di omicidio: 20 anni. Da codice penale, l'«attentato alla libertà del presidente della Repubblica», ad esempio, è un reato punito con pene dai cinque ai 15 anni. Non si tratta di una tutela della libertà personale del capo dello Stato, ma si applica nei casi di attentato alla libera manifestazione del pensiero del presidente con atti che gli impedirebbero di svolgere le sue prerogative.
E l'ipotesi di reato sulla quale stanno lavorando i magistrati della Procura di Roma prevede proprio questo: facendo diventare virale l'hastag sulle dimissioni di Mattarella per il secco no a Savona, qualcuno potrebbe aver cercato di impedire al presidente di svolgere con serenità le sue funzioni.
Il secondo reato ipotizzato dai magistrati di Piazzale Clodio è questo: «offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato», punito con pene da uno a cinque anni. Per incappare in questo reato è sufficiente qualunque espressione che miri a menomare il prestigio del capo dello Stato e diventa irrilevante, poi, accertare se l'offesa sia arrecata al presidente in rapporto all'istituzione che rappresenta o piuttosto alla sua persona, poiché, anche in questa seconda ipotesi, è indubbia l'offesa al decoro di chi è investito della funzione. In più, per configurarsi, questo reato, basta che l'utente Twitter, o chiunque lo commetta con qualsiasi altro mezzo, sia consapevole che l'espressione sia idonea a ledere il rispetto per il presidente.
Sarebbe inutile, a questo punto, invocare il diritto di critica. La giurisprudenza ha segnato in modo marcato un limite: il presidente è criticabile, ma non con atti idonei a minarne il decoro e il prestigio. Insomma, è vietato mancargli di rispetto in modo grave. I precedenti ci sono, anche se sono datati. In una sentenza, infatti, si sostiene che il presidente della Repubblica, «stante la particolare dignità della funzione rappresentativa a lui demandata, non può essere offeso nell'onore senza che l'offesa stessa si ripercuota, ledendolo, sul prestigio che, secondo la volontà della legge, espressa con locuzione da taluni ritenuta poco felice, altro non è che quella particolare forma di decoro, che attiene alla dignità della pubblica funzione».
Lo ha stabilito la seconda sezione penale della Corte di appello di Roma il 28 ottobre 1965, con la sentenza, famosa per i giuristi, denominata «Libertini», e poi confermata dalla Cassazione l'8 giugno 1966. I giudici furono chiamati a decidere sulla pubblicazione sul giornale Mondo nuovo di una fotografia a corredo di un articolo intitolato «Nel pantano del centrismo», nel quale venivano stigmatizzati i contrasti all'epoca esistenti tra varie correnti della Democrazia cristiana. Nello specifico, la fotografia raffigurava il presidente Antonio Segni nell'atto di baciare la guancia dell'onorevole Amintore Fanfani, che per l'autore intendeva dimostrare i rapporti di amicizia e tradimento tra gli esponenti della Balena bianca. La foto fu ritenuta ingiuriosa. Anzi: «Univocamente ingiuriosa». Perché era seguita da questa didascalia esplicatrice: «Il bacio di Giuda».
Altra sentenza: Cassazione penale, prima sezione, 21 novembre 1969. In alcuni opuscoli e in esposti diretti a varie autorità, il presidente Antonio Segni veniva indicato come un traditore della Patria, nonché, in due lettere indirizzate ai presidenti del Senato e della Camera era stato descritto come un «delinquente fuorilegge».
La terza sentenza è più vicina negli anni: Cassazione penale, prima sezione, 16 gennaio 1978: sul settimanale Servire il popolo fu pubblicato un articolo dal titolo «Giovanni Leone il reazionario», nel quale si gettavano pesanti ombre sull'onestà e sull'integrità morale dell'allora presidente della Repubblica, affermando che «controllava, tramite il suo studio legale, il mercato ortofrutticolo di Napoli, dominato dalla mafia». All'epoca indagarono magistrati ordinari.
Per la difesa di Mattarella, invece, debutta l'antiterrorismo. E c'è da scommettere che difficilmente si vedranno in giro altri post contro il presidente. «Usare l'antiterrorismo per schedare i profili Twitter è vilipendio nei confronti del popolo», chiosa amaramente uno come Francesco Storace, che tempo fa c'è passato, fu indagato e assolto per vilipendio al presidente Giorgio Napolitano.
Fabio Amendolara
E dopo le offese sul fratello ci sono quattro indagati per istigazione a delinquere
Dalla Russia alla Sicilia, dal borscht al cannolo. Il tweet storm contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sta sempre di più provincializzando e gli amanti dei complotti internazionali rischiano di dover passare dal burattinaio Vladimir Putin ai pupi siciliani. A maggio, quando Mattarella diede l'incarico esplorativo per formare un governo a Carlo Cottarelli, un siculo veraci Manlio C., il barese Michele C., 61 anni, ed Eliodora Elvira Z., 67 anni, originaria della provincia di Varese, ma trapiantata a Bologna, si fecero prendere dalla tastiera e scrissero macabri messaggi su Internet. Come se ne leggono a milioni ogni giorno. Solo che questa volta avevano come obiettivo il Quirinale. Manlio, palermitano, digitò sui social: «Hanno ucciso il fratello sbagliato», facendo riferimento all'omicidio di Piersanti Mattarella, il consanguineo del capo dello Stato freddato dalla mafia nel 1980. Michele C. postò un commento analogo, mentre la signora Eliodora andò oltre e si lanciò in una temeraria minaccia: «Ti hanno ammazzato il fratello, non ti basta?». La signora, una casalinga grillina appassionata di opera lirica aveva già perso la frizione alla notizia della morte di Giulio Andreotti, quando postò sul sito del Fatto quotidiano: «Morto Andreotti, aveva 94 anni, è proprio vero che i buoni e gli onesti muoiono giovani... i corrotti e ladri, vivono a lungo. Ma allora i nostri parlamentari, loro vivranno certamente fino a fino a 100 anni».
Da quando Eliodora & c. attaccarono Mattarella sono passati tre mesi e le indagini della Digos di Palermo, coordinate dai pm Marzia Sabella e Gery Ferrara, hanno messo sotto osservazione decine di profili di Facebook e Twitter. Alla fine il cerchio della Procura guidata da Francesco Lo Voi e della Questura diretta da Renato Cortese si è stretto su 39 account. Gli inquirenti hanno inviato a Facebook un ordine di esibizione per provare a collegare quei profili a nomi e cognomi reali. I risultati sono attesi per fine mese e a quel punto potrebbero esserci l'iscrizione di nuovi indagati. Intanto le posizioni di Eliodora Z. e Michele C., residenti in Emilia e in provincia di Bari, saranno stralciate e gli atti che li riguardano inviati alle procure competenti. Nel capoluogo siciliano sono rimasti sotto inchiesta Manlio C. e un altro palermitano, il trentunenne Mirko B. Un omonimo e coetaneo, ad aprile, era stato arrestato dopo un furto in un bar. Addosso aveva una torcia, un ombrello e la somma di circa 30 euro. Forse per questo su Internet ha perso la trebisonda attirando le nuove accuse.
Per lui e per gli altri tre indagati, le ipotesi di reato sono quelle di attentato alla libertà e di offesa all'onore e al prestigio del presidente della Repubblica, sanzionate con pene rispettivamente da cinque a 15 anni e da uno a cinque anni di reclusione, a cui va aggiunta l'istigazione a delinquere (che prevede anch'essa da uno a cinque anni).
I media a giugno diedero la caccia a Manlio C., il quale venne sottoposto a una gogna mediatica a reti unificate. L'omino, single, 40 anni proprio oggi, non ha certo il physique du rôle del cattivo da film: è pelato, occhialuto, grassotello e porta il borsello. Davanti a telecamere e taccuini l'imprudente odiatore, come venne ribattezzato, si prostrò: «Chiedo scusa a tutti, in primis al presidente Mattarella, poi ai miei familiari, ai miei amici e a tutti quelli che ho offeso con le mie stupide parole». Con il capo cosparso di cenere baciò la pantofola quirinalizia: «Non volevo mancare di rispetto al dolore del presidente e alla sua storia personale; la mafia mi fa schifo e maledico quel momento in cui non ho acceso il cervello. Ero arrabbiato, sì, quando ho saputo che Mattarella non aveva fatto partire il governo Lega-5 stelle, ma questo non giustifica quello che ho scritto». A quel punto ha chiesto terrorizzato ai giornalisti: «Ora finirò in carcere? Potrò avere un avvocato d'ufficio? Perché io non ho molti soldi».
Per completare l'autodafé i giornalisti riesumarono un tweet vecchio di quattro anni in cui il nostro gustatore da tastiera aveva lasciato online un commento omofobo contro gli organizzatori del Gay Pride («Via i froci dalla Regione Sicilia»). Anche in tv balbettò le sue scuse: «Riconosco di aver usato parole abbastanza pesanti però alla fine voglio veramente scusarmi. Non che uno va sui social soltanto per odiare ma purtroppo ci sono caduto anche io». La giornalista inviata a rieducarlo a fine intervista gli domandò: «Quindi ha imparato la lezione?». E Manlio C. rispose a capo chino: «Sì». Se il complotto mondiale e il tweetstorm evocato da tanti giornali ha queste avanguardie, il Presidente della Repubblica può dormire sonni tranquilli.
Giacomo Amadori
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«Attentare alla libertà del presidente» e «offenderne l'onore e il prestigio», reati per i quali agiscono i pm di Roma, possono costare 15 e 5 anni. Tremano gli autori dei tweet comparsi contro il no del Colle a Paolo Savona.E dopo le offese sul fratello ci sono quattro indagati per istigazione a delinquere. Palermo e altre Procure procedono contro chi sui social scrisse: «Dovevi morire al posto di Piersanti». Osservati altri 39 account.Lo speciale contiene due articoli.Con la scoperta del server milanese usato per creare gli account, la presenza dei troll russi è quasi uscita di scena nella spy story del «Twitter storm» contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ora, però, molti degli internauti che la notte tra il 27 e il 28 maggio - quando al «niet» del capo dello Stato alla candidatura di Paolo Savona a ministro dell'Economia, e dopo che Luigi Di Maio aveva proposto la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica - chiesero su Twitter le dimissioni con l'hashtag #MattarellaDimettiti, tremano. Per loro gli investigatori useranno i metodi con i quali si contrasta il terrorismo. E chiederanno al social network di fornire i dati identificativi che permetteranno di indagarli. Tolto il reato di sostituzione di persona, punito con la reclusione fino a un anno, le altre due ipotesi perseguite dalla Procura di Roma prevedono pene da far tremare i polsi anche ai più incalliti criminali. E c'è chi per un tweet, in astratto, potrebbe beccarsi una condanna pari a quella prevista per alcune ipotesi di omicidio: 20 anni. Da codice penale, l'«attentato alla libertà del presidente della Repubblica», ad esempio, è un reato punito con pene dai cinque ai 15 anni. Non si tratta di una tutela della libertà personale del capo dello Stato, ma si applica nei casi di attentato alla libera manifestazione del pensiero del presidente con atti che gli impedirebbero di svolgere le sue prerogative. E l'ipotesi di reato sulla quale stanno lavorando i magistrati della Procura di Roma prevede proprio questo: facendo diventare virale l'hastag sulle dimissioni di Mattarella per il secco no a Savona, qualcuno potrebbe aver cercato di impedire al presidente di svolgere con serenità le sue funzioni. Il secondo reato ipotizzato dai magistrati di Piazzale Clodio è questo: «offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato», punito con pene da uno a cinque anni. Per incappare in questo reato è sufficiente qualunque espressione che miri a menomare il prestigio del capo dello Stato e diventa irrilevante, poi, accertare se l'offesa sia arrecata al presidente in rapporto all'istituzione che rappresenta o piuttosto alla sua persona, poiché, anche in questa seconda ipotesi, è indubbia l'offesa al decoro di chi è investito della funzione. In più, per configurarsi, questo reato, basta che l'utente Twitter, o chiunque lo commetta con qualsiasi altro mezzo, sia consapevole che l'espressione sia idonea a ledere il rispetto per il presidente. Sarebbe inutile, a questo punto, invocare il diritto di critica. La giurisprudenza ha segnato in modo marcato un limite: il presidente è criticabile, ma non con atti idonei a minarne il decoro e il prestigio. Insomma, è vietato mancargli di rispetto in modo grave. I precedenti ci sono, anche se sono datati. In una sentenza, infatti, si sostiene che il presidente della Repubblica, «stante la particolare dignità della funzione rappresentativa a lui demandata, non può essere offeso nell'onore senza che l'offesa stessa si ripercuota, ledendolo, sul prestigio che, secondo la volontà della legge, espressa con locuzione da taluni ritenuta poco felice, altro non è che quella particolare forma di decoro, che attiene alla dignità della pubblica funzione».Lo ha stabilito la seconda sezione penale della Corte di appello di Roma il 28 ottobre 1965, con la sentenza, famosa per i giuristi, denominata «Libertini», e poi confermata dalla Cassazione l'8 giugno 1966. I giudici furono chiamati a decidere sulla pubblicazione sul giornale Mondo nuovo di una fotografia a corredo di un articolo intitolato «Nel pantano del centrismo», nel quale venivano stigmatizzati i contrasti all'epoca esistenti tra varie correnti della Democrazia cristiana. Nello specifico, la fotografia raffigurava il presidente Antonio Segni nell'atto di baciare la guancia dell'onorevole Amintore Fanfani, che per l'autore intendeva dimostrare i rapporti di amicizia e tradimento tra gli esponenti della Balena bianca. La foto fu ritenuta ingiuriosa. Anzi: «Univocamente ingiuriosa». Perché era seguita da questa didascalia esplicatrice: «Il bacio di Giuda».Altra sentenza: Cassazione penale, prima sezione, 21 novembre 1969. In alcuni opuscoli e in esposti diretti a varie autorità, il presidente Antonio Segni veniva indicato come un traditore della Patria, nonché, in due lettere indirizzate ai presidenti del Senato e della Camera era stato descritto come un «delinquente fuorilegge». La terza sentenza è più vicina negli anni: Cassazione penale, prima sezione, 16 gennaio 1978: sul settimanale Servire il popolo fu pubblicato un articolo dal titolo «Giovanni Leone il reazionario», nel quale si gettavano pesanti ombre sull'onestà e sull'integrità morale dell'allora presidente della Repubblica, affermando che «controllava, tramite il suo studio legale, il mercato ortofrutticolo di Napoli, dominato dalla mafia». All'epoca indagarono magistrati ordinari. Per la difesa di Mattarella, invece, debutta l'antiterrorismo. E c'è da scommettere che difficilmente si vedranno in giro altri post contro il presidente. «Usare l'antiterrorismo per schedare i profili Twitter è vilipendio nei confronti del popolo», chiosa amaramente uno come Francesco Storace, che tempo fa c'è passato, fu indagato e assolto per vilipendio al presidente Giorgio Napolitano.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-chiese-le-dimissioni-di-mattarella-rischia-fino-a-20-anni-di-prigione-2593681069.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-dopo-le-offese-sul-fratello-ci-sono-quattro-indagati-per-istigazione-a-delinquere" data-post-id="2593681069" data-published-at="1782642378" data-use-pagination="False"> E dopo le offese sul fratello ci sono quattro indagati per istigazione a delinquere Dalla Russia alla Sicilia, dal borscht al cannolo. Il tweet storm contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sta sempre di più provincializzando e gli amanti dei complotti internazionali rischiano di dover passare dal burattinaio Vladimir Putin ai pupi siciliani. A maggio, quando Mattarella diede l'incarico esplorativo per formare un governo a Carlo Cottarelli, un siculo veraci Manlio C., il barese Michele C., 61 anni, ed Eliodora Elvira Z., 67 anni, originaria della provincia di Varese, ma trapiantata a Bologna, si fecero prendere dalla tastiera e scrissero macabri messaggi su Internet. Come se ne leggono a milioni ogni giorno. Solo che questa volta avevano come obiettivo il Quirinale. Manlio, palermitano, digitò sui social: «Hanno ucciso il fratello sbagliato», facendo riferimento all'omicidio di Piersanti Mattarella, il consanguineo del capo dello Stato freddato dalla mafia nel 1980. Michele C. postò un commento analogo, mentre la signora Eliodora andò oltre e si lanciò in una temeraria minaccia: «Ti hanno ammazzato il fratello, non ti basta?». La signora, una casalinga grillina appassionata di opera lirica aveva già perso la frizione alla notizia della morte di Giulio Andreotti, quando postò sul sito del Fatto quotidiano: «Morto Andreotti, aveva 94 anni, è proprio vero che i buoni e gli onesti muoiono giovani... i corrotti e ladri, vivono a lungo. Ma allora i nostri parlamentari, loro vivranno certamente fino a fino a 100 anni». Da quando Eliodora & c. attaccarono Mattarella sono passati tre mesi e le indagini della Digos di Palermo, coordinate dai pm Marzia Sabella e Gery Ferrara, hanno messo sotto osservazione decine di profili di Facebook e Twitter. Alla fine il cerchio della Procura guidata da Francesco Lo Voi e della Questura diretta da Renato Cortese si è stretto su 39 account. Gli inquirenti hanno inviato a Facebook un ordine di esibizione per provare a collegare quei profili a nomi e cognomi reali. I risultati sono attesi per fine mese e a quel punto potrebbero esserci l'iscrizione di nuovi indagati. Intanto le posizioni di Eliodora Z. e Michele C., residenti in Emilia e in provincia di Bari, saranno stralciate e gli atti che li riguardano inviati alle procure competenti. Nel capoluogo siciliano sono rimasti sotto inchiesta Manlio C. e un altro palermitano, il trentunenne Mirko B. Un omonimo e coetaneo, ad aprile, era stato arrestato dopo un furto in un bar. Addosso aveva una torcia, un ombrello e la somma di circa 30 euro. Forse per questo su Internet ha perso la trebisonda attirando le nuove accuse. Per lui e per gli altri tre indagati, le ipotesi di reato sono quelle di attentato alla libertà e di offesa all'onore e al prestigio del presidente della Repubblica, sanzionate con pene rispettivamente da cinque a 15 anni e da uno a cinque anni di reclusione, a cui va aggiunta l'istigazione a delinquere (che prevede anch'essa da uno a cinque anni). I media a giugno diedero la caccia a Manlio C., il quale venne sottoposto a una gogna mediatica a reti unificate. L'omino, single, 40 anni proprio oggi, non ha certo il physique du rôle del cattivo da film: è pelato, occhialuto, grassotello e porta il borsello. Davanti a telecamere e taccuini l'imprudente odiatore, come venne ribattezzato, si prostrò: «Chiedo scusa a tutti, in primis al presidente Mattarella, poi ai miei familiari, ai miei amici e a tutti quelli che ho offeso con le mie stupide parole». Con il capo cosparso di cenere baciò la pantofola quirinalizia: «Non volevo mancare di rispetto al dolore del presidente e alla sua storia personale; la mafia mi fa schifo e maledico quel momento in cui non ho acceso il cervello. Ero arrabbiato, sì, quando ho saputo che Mattarella non aveva fatto partire il governo Lega-5 stelle, ma questo non giustifica quello che ho scritto». A quel punto ha chiesto terrorizzato ai giornalisti: «Ora finirò in carcere? Potrò avere un avvocato d'ufficio? Perché io non ho molti soldi». Per completare l'autodafé i giornalisti riesumarono un tweet vecchio di quattro anni in cui il nostro gustatore da tastiera aveva lasciato online un commento omofobo contro gli organizzatori del Gay Pride («Via i froci dalla Regione Sicilia»). Anche in tv balbettò le sue scuse: «Riconosco di aver usato parole abbastanza pesanti però alla fine voglio veramente scusarmi. Non che uno va sui social soltanto per odiare ma purtroppo ci sono caduto anche io». La giornalista inviata a rieducarlo a fine intervista gli domandò: «Quindi ha imparato la lezione?». E Manlio C. rispose a capo chino: «Sì». Se il complotto mondiale e il tweetstorm evocato da tanti giornali ha queste avanguardie, il Presidente della Repubblica può dormire sonni tranquilli. Giacomo Amadori
Getty Images
Secondo l’Agenzia nazionale di stampa libanese (Nna) e i giornalisti dell’Afp presenti sul posto, centinaia di sostenitori di Hezbollah hanno attraversato Beirut in corteo, soprattutto nei pressi del Parlamento e lungo la strada che conduce all’aeroporto internazionale. In diversi punti sono stati incendiati pneumatici per bloccare il traffico, mentre sui social sono circolati video che mostrerebbero momenti di tensione tra manifestanti e forze armate libanesi.
La ragione della protesta è evidente. L’accordo, con i 14 punti, stabilisce che il ritiro israeliano dal Libano meridionale non sarà automatico, ma dipenderà dalla capacità dell’esercito libanese di assumere il controllo dell’area e dal progressivo disarmo di Hezbollah. Un meccanismo che colpisce direttamente uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran ha esercitato la propria influenza nel Levante. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha respinto duramente l’intesa, definendola «nulla» e sostenendo che debbano invece essere applicate le disposizioni del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti. Secondo Qassem, l’accordo firmato a Washington rappresenta «un’umiliazione, una vergogna e una rinuncia alla sovranità». Il leader sciita ha inoltre accusato le autorità libanesi di condurre il Paese verso un grave errore politico. «Non abbiamo abbandonato il campo nelle circostanze più difficili e non lo abbandoneremo», ha dichiarato.
Sulla stessa linea il deputato Ihab Hamadeh, che ha definito pericoloso subordinare il ritiro delle Idf al disarmo della milizia sciita. Secondo il parlamentare, Hezbollah continuerà a combattere «fino alla completa liberazione del territorio» e l’accordo resterà «solo inchiostro su carta». Alle critiche di Hezbollah si sono uniti anche gli Houthi yemeniti, altro alleato strategico dell’Iran. Il dirigente Mohammed al-Farah ha definito l’intesa «una cospirazione contro la resistenza», evocando il rischio di una guerra civile in Libano. Critico anche il leader druso Walid Jumblatt, secondo cui l’accordo è «tripartito nella forma, ma unilaterale nella sostanza, perché privo di un vero cessate il fuoco». Nel frattempo Israele ha dimostrato di non voler modificare il proprio approccio militare. L’aviazione israeliana ha colpito alcuni miliziani di Hezbollah nella zona di Nabatieh, nel Libano meridionale, ritenuti una minaccia per le truppe schierate nell’area. È stato il primo attacco dopo la firma dell’accordo.
L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha chiarito che Israele manterrà la propria presenza nella fascia di sicurezza finché le Forze armate libanesi non dimostreranno concretamente di poter disarmare Hezbollah e garantire la sicurezza del confine. Non esisteranno scadenze automatiche: ogni fase sarà subordinata a risultati verificabili. Anche l’eventuale ricostruzione del Libano con il sostegno della comunità internazionale potrà iniziare soltanto dopo il disarmo della milizia. È questo il punto decisivo dell’intesa. Per la prima volta la stabilizzazione del Libano viene collegata esplicitamente allo smantellamento dell’apparato militare di Hezbollah. Se il processo verrà portato a termine, l’Iran perderà il suo principale strumento di pressione contro Israele e vedrà ridursi drasticamente la propria influenza nel Paese dei Cedri. Per Teheran si tratta di una delle più gravi sconfitte strategiche subite negli ultimi decenni.
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Piazza Enghelab a Teheran (Getty Images)
«Questi brutali attacchi, che hanno preso di mira le strutture di sorveglianza costiera iraniane, costituiscono una palese violazione del memorandum d’intesa», ha tuonato Teheran, che ha lanciato, in rappresaglia, dei droni contro il Bahrain. Dura la reazione del governo di Manama, che ha accusato l’Iran di «sabotare gli sforzi di pace». Gli attacchi di Teheran contro il Bahrain sono stati condannati «con la massima fermezza» anche dal segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, Jasem Mohamed Albudaiwi.
«L’Iran ha firmato un accordo di cessate il fuoco. Noi lo abbiamo rispettato. Se hanno disaccordi su come viene applicato il memorandum d’intesa, possono chiamarci. Ma alla violenza si risponderà con la violenza», ha affermato, dal canto suo, JD Vance. «L’America, sostenendo le azioni delle sue forze per procura nella regione, ha violato il primo articolo del memorandum d’intesa e, continuando a creare tensioni nello Stretto di Hormuz, ha violato il quinto articolo», ha, nel frattempo, dichiarato il consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, Mohsen Rezaei, che ha promesso anche una risposta «rapida e decisa». Frattanto, ieri, una petroliera ha reso noto di essere stata colpita da un proiettile non identificato nello Stretto di Hormuz. Dall’altra parte, sempre ieri, un funzionario statunitense ha riferito alla Cnn che i droni iraniani non avrebbero raggiunto i loro obiettivi. Nel mentre, gli Stati Uniti hanno alzato il livello di allerta nello Stretto di Hormuz.
Insomma, cresce la tensione militare. E il destino del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran appare sempre più appeso a un filo. Questo non significa tuttavia che la diplomazia si sia interrotta. Ieri è stato reso noto che, venerdì, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si è sentito telefonicamente con l’omologo egiziano, Badr Abdelatty, per parlare dei negoziati tra gli Usa e la Repubblica islamica. Nell’occasione, secondo una nota del governo del Cairo, Abdelatty ha «sottolineato l’importanza di proseguire i colloqui tra Stati Uniti e Iran con serietà e buona fede, al fine di raggiungere un accordo definitivo che tenga conto degli interessi e delle preoccupazioni di tutte le parti». Ieri, Araghchi ha avuto una telefonata anche con l’omologo emiratino Sheikh Abdullah bin Zayed, il quale ha chiesto che venga garantita la libertà di navigazione a Hormuz e che sia rispettato il memorandum tra Washington e Teheran. Non solo. Sempre ieri, Al Arabiya ha altresì rivelato che il prossimo ciclo di negoziati tra americani e iraniani dovrebbe tenersi a Doha e che, in particolare, dovrebbe concentrarsi sul tema dei fondi congelati della Repubblica islamica. La stessa testata ha riportato che si dovrebbe tenere un ulteriore incontro in Pakistan dedicato allo spinoso dossier del nucleare.
Nel frattempo, ieri Vance ha difeso la strategia statunitense nei confronti dell’Iran. «Se raggiungiamo l’accordo finale, allora bene. Se non lo raggiungiamo, il loro programma nucleare sarà comunque distrutto. Saranno comunque un Paese molto più debole», ha dichiarato. «Quindi, secondo me, l’America vince in ogni caso», ha aggiunto. «Se guardiamo al petrolio in questo momento, è sceso di nuovo a 73 dollari al barile, per poi risalire a 126 dollari al barile. Quindi, c’è un segnale che qualcosa di reale sta succedendo qui», ha continuato. Ricordiamo che, oltre a essere a capo del team negoziale americano, il vicepresidente è, nell’amministrazione Trump, probabilmente la figura più favorevole a raggiungere una soluzione diplomatica con Teheran. Maggiore scetticismo viene invece nutrito dal capo del Pentagono, Pete Hegseth, e dal direttore della Cia, John Ratcliffe. Come che sia, almeno per il momento, Trump propende per la via diplomatica. E questo per due ragioni principali: vuole evitare il pantano in Iran e portare a un rapido abbassamento del costo della benzina negli Stati Uniti per rafforzare politicamente il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Fratture si registrano anche nel regime khomeinista. Se i pasdaran premono ancora per la linea dura con Washington, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, auspica un accordo per far fronte alla situazione economica disastrosa in cui versa la Repubblica islamica: secondo dati diffusi ieri, a giugno l’inflazione in Iran è aumentata vertiginosamente. Una situazione, questa, che mette il governo di Teheran ulteriormente sotto pressione.
Bisognerà quindi adesso comprendere se la tensione militare tra Stati Uniti e Iran aumenterà o diminuirà. Da questo dipenderà il destino del memorandum d’intesa sottoscritto dai due rivali. In questo senso, sarà interessante valutare il peso degli ultimi avvenimenti bellici sul prosieguo dei negoziati relativi ai fondi iraniani congelati e, soprattutto, all’uranio arricchito detenuto dal regime khomeinista. Solo il tempo ci dirà se la diplomazia muoverà dei passi avanti. E chi uscirà vincitore dal complicato braccio di ferro in corso tra Washington e Teheran.
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Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Ansa)
La Russia sta combattendo contro l’Ucraina. Noi sosteniamo il diritto internazionale. In futuro vogliamo avere buoni rapporti con la Russia, come in passato. Ma ora dobbiamo rispettare il diritto internazionale e metter fine a questa guerra. Dobbiamo combattere usando la diplomazia. Per questo occorre che gli europei siano più uniti». Tajani ha aggiunto che «l’Italia lavora duramente per l’adesione all’Unione europea dei Paesi balcanici, oltre che di Ucraina e Moldova».
L’amicizia italo-russa era stata rafforzata nell’ultimo ventennio dal premier Silvio Berlusconi, amico personale del presidente russo Vladimir Putin. Rinnovo di un’eredità antica, se si pensa alla visita del 1909 dello zar Nicola II alla reggia piemontese di Racconigi, ospite di re Vittorio Emanuele III, o, in epoca sovietica, agli accordi industriali del 1966 tra la Fiat e la Lada-Vaz per produrre su licenza l’utilitaria Fiat 124, chiamata Zigulì dai russi.
La pace, tuttavia, resta lontana. Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha chiesto un incontro con Putin, ma a condizione di un ritiro delle truppe di Mosca. Irrealistico poiché nessuno abbandona terre pagate sangue se non costretto con la forza. Ha detto: «La Russia deve uscire dall’Ucraina con la sua guerra, non vogliamo alcuna guerra. L’Ucraina ha avanzato proposte ai nostri partner chiave, e gli amici di Putin hanno anche sentito da noi che un incontro è possibile e che porre fine a questa guerra è possibile. La Russia deve ora compiere quel passo verso la pace». Le truppe russe seguitano a pressare in più punti del fronte e ieri avrebbero conquistato il villaggio di Novoskelevatoye, nella zona di Dnipropetrovsk.
Kiev reagisce con lo stillicidio di droni e missili su obbiettivi in Russia. Ciò ha fatto dire al segretario generale della Nato, Mark Rutte, all’Atlantic council di Washington: «L’Ucraina sta andando bene. Sono ancora all’avanguardia rispetto ai russi in innovazione, per esempio nei droni e nei sistemi antidrone. Hanno sempre più successo nel colpire infrastrutture energetiche e di supporto alla difesa in Russia. La produzione delle raffinerie russe è diminuita di un terzo». Ha aggiunto che «spendono oltre il 40% per la Difesa, quasi il 50%, significa che più del 70% delle entrate fiscali in Russia è speso per la Difesa». Il ministero della Difesa di Mosca ha affermato di aver abbattuto in 24 ore «511 droni ucraini e tre missili da crociera Flamingo». Zelensky ha esaltato l’assalto di cinque missili FP-5 Flamingo a una fabbrica militare di Volgograd, l’ex-Stalingrado, che ha causato un morto e dieci feriti. È stato bersagliato il Centro federale di ricerca e produzione Titan-Barrikady, che produce sistemi per missili balistici Yars, Topol-M e Iskander-M, nonché cannoni semoventi. Simbolo della storia della città, che in epoca zarista si chiamava Tsarytsin, la fabbrica nacque nel 1914 come «fabbrica munizioni Tsarytsin». In epoca sovietica, mentre la città veniva intitolata a Stalin, la fabbrica divenne «Barricate rosse» e fu al centro di combattimenti urbani fra russi e tedeschi nella battaglia di Stalingrado del 1942. Il missile Flamingo, più grosso di un Tomahawk americano, è lungo 12 metri, più 2 metri di booster per il lancio dal suolo, e avrebbe una testata da 1150 chili e un raggio d’azione fino a 3000 chilometri. È tra gli esempi di joint venture fra aziende ucraine e straniere, infatti è prodotto dalla Fire point di Kiev, ma il progetto viene dalla ditta anglo-emiratina Milanion, che lo presentò alla fiera Idex del 2025.
Fra altre incursioni di ieri, il servizio segreto ucraino Sbu ha annunciato che le «unità speciali Alpha hanno colpito con droni» la stazione di pompaggio di Vtorovo, nella regione di Vladimir, asservita all’oleodotto che rifornisce Mosca di gasolio. L’oleodotto, della società Transneft-verkhnyaya olga, alimenta le cisterne della capitale, sia per i consumi locali, sia per l’esportazione, con diramazioni verso i porti del Mar Baltico. La stazione di pompaggio era già stata colpita il 24 maggio e il10 giugno. È sempre arduo quantificare i danni causati dagli ordigni ucraini, che talvolta possono colpire gli obbiettivi di striscio o come rottami di ricaduta, il che limita la portata delle distruzioni.
Di nessun valore militare, se non culturale, è invece il museo «Sambekskie vysoty» di Rostov, dedicato «agli eroi della Grande guerra patriottica (1941-1945)». Qui un velivolo ucraino senza pilota ha ferito 12 persone. Anche i russi martellano. Notevole è stata la distruzione di due caccia ucraini Mig-29 pronti al decollo, già carichi di bombe, sulla pista della base aerea di Voznesensk, nella regione di Nikolaev. Sono stati centrati al suolo con due droni Geran 4, versione potenziata dai russi dello Shahed iraniano, col motore a elica rimpiazzato da un turbogetto. Un terzo Mig-29 ucraino potrebbe essere stato abbattuto in volo dai russi presso Poltava. Kiev ammette solo «la perdita del velivolo», ma il pilota s’è salvato col sedile eiettabile. L’aviazione russa ha lanciato 30, fra droni e bombe aeree, sulle regioni di Sumy e Dnipropetrovsk e ha colpito la raffineria di petrolio Yukoil di Zaporizhzhia. Ognuna delle due parti spera nell’esaurimento del nemico.
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