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2018-08-08
Chi chiese le dimissioni di Mattarella rischia fino a 20 anni di prigione
Ansa
Con la scoperta del server milanese usato per creare gli account, la presenza dei troll russi è quasi uscita di scena nella spy story del «Twitter storm» contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ora, però, molti degli internauti che la notte tra il 27 e il 28 maggio - quando al «niet» del capo dello Stato alla candidatura di Paolo Savona a ministro dell'Economia, e dopo che Luigi Di Maio aveva proposto la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica - chiesero su Twitter le dimissioni con l'hashtag #MattarellaDimettiti, tremano. Per loro gli investigatori useranno i metodi con i quali si contrasta il terrorismo. E chiederanno al social network di fornire i dati identificativi che permetteranno di indagarli.
Tolto il reato di sostituzione di persona, punito con la reclusione fino a un anno, le altre due ipotesi perseguite dalla Procura di Roma prevedono pene da far tremare i polsi anche ai più incalliti criminali. E c'è chi per un tweet, in astratto, potrebbe beccarsi una condanna pari a quella prevista per alcune ipotesi di omicidio: 20 anni. Da codice penale, l'«attentato alla libertà del presidente della Repubblica», ad esempio, è un reato punito con pene dai cinque ai 15 anni. Non si tratta di una tutela della libertà personale del capo dello Stato, ma si applica nei casi di attentato alla libera manifestazione del pensiero del presidente con atti che gli impedirebbero di svolgere le sue prerogative.
E l'ipotesi di reato sulla quale stanno lavorando i magistrati della Procura di Roma prevede proprio questo: facendo diventare virale l'hastag sulle dimissioni di Mattarella per il secco no a Savona, qualcuno potrebbe aver cercato di impedire al presidente di svolgere con serenità le sue funzioni.
Il secondo reato ipotizzato dai magistrati di Piazzale Clodio è questo: «offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato», punito con pene da uno a cinque anni. Per incappare in questo reato è sufficiente qualunque espressione che miri a menomare il prestigio del capo dello Stato e diventa irrilevante, poi, accertare se l'offesa sia arrecata al presidente in rapporto all'istituzione che rappresenta o piuttosto alla sua persona, poiché, anche in questa seconda ipotesi, è indubbia l'offesa al decoro di chi è investito della funzione. In più, per configurarsi, questo reato, basta che l'utente Twitter, o chiunque lo commetta con qualsiasi altro mezzo, sia consapevole che l'espressione sia idonea a ledere il rispetto per il presidente.
Sarebbe inutile, a questo punto, invocare il diritto di critica. La giurisprudenza ha segnato in modo marcato un limite: il presidente è criticabile, ma non con atti idonei a minarne il decoro e il prestigio. Insomma, è vietato mancargli di rispetto in modo grave. I precedenti ci sono, anche se sono datati. In una sentenza, infatti, si sostiene che il presidente della Repubblica, «stante la particolare dignità della funzione rappresentativa a lui demandata, non può essere offeso nell'onore senza che l'offesa stessa si ripercuota, ledendolo, sul prestigio che, secondo la volontà della legge, espressa con locuzione da taluni ritenuta poco felice, altro non è che quella particolare forma di decoro, che attiene alla dignità della pubblica funzione».
Lo ha stabilito la seconda sezione penale della Corte di appello di Roma il 28 ottobre 1965, con la sentenza, famosa per i giuristi, denominata «Libertini», e poi confermata dalla Cassazione l'8 giugno 1966. I giudici furono chiamati a decidere sulla pubblicazione sul giornale Mondo nuovo di una fotografia a corredo di un articolo intitolato «Nel pantano del centrismo», nel quale venivano stigmatizzati i contrasti all'epoca esistenti tra varie correnti della Democrazia cristiana. Nello specifico, la fotografia raffigurava il presidente Antonio Segni nell'atto di baciare la guancia dell'onorevole Amintore Fanfani, che per l'autore intendeva dimostrare i rapporti di amicizia e tradimento tra gli esponenti della Balena bianca. La foto fu ritenuta ingiuriosa. Anzi: «Univocamente ingiuriosa». Perché era seguita da questa didascalia esplicatrice: «Il bacio di Giuda».
Altra sentenza: Cassazione penale, prima sezione, 21 novembre 1969. In alcuni opuscoli e in esposti diretti a varie autorità, il presidente Antonio Segni veniva indicato come un traditore della Patria, nonché, in due lettere indirizzate ai presidenti del Senato e della Camera era stato descritto come un «delinquente fuorilegge».
La terza sentenza è più vicina negli anni: Cassazione penale, prima sezione, 16 gennaio 1978: sul settimanale Servire il popolo fu pubblicato un articolo dal titolo «Giovanni Leone il reazionario», nel quale si gettavano pesanti ombre sull'onestà e sull'integrità morale dell'allora presidente della Repubblica, affermando che «controllava, tramite il suo studio legale, il mercato ortofrutticolo di Napoli, dominato dalla mafia». All'epoca indagarono magistrati ordinari.
Per la difesa di Mattarella, invece, debutta l'antiterrorismo. E c'è da scommettere che difficilmente si vedranno in giro altri post contro il presidente. «Usare l'antiterrorismo per schedare i profili Twitter è vilipendio nei confronti del popolo», chiosa amaramente uno come Francesco Storace, che tempo fa c'è passato, fu indagato e assolto per vilipendio al presidente Giorgio Napolitano.
Fabio Amendolara
E dopo le offese sul fratello ci sono quattro indagati per istigazione a delinquere
Dalla Russia alla Sicilia, dal borscht al cannolo. Il tweet storm contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sta sempre di più provincializzando e gli amanti dei complotti internazionali rischiano di dover passare dal burattinaio Vladimir Putin ai pupi siciliani. A maggio, quando Mattarella diede l'incarico esplorativo per formare un governo a Carlo Cottarelli, un siculo veraci Manlio C., il barese Michele C., 61 anni, ed Eliodora Elvira Z., 67 anni, originaria della provincia di Varese, ma trapiantata a Bologna, si fecero prendere dalla tastiera e scrissero macabri messaggi su Internet. Come se ne leggono a milioni ogni giorno. Solo che questa volta avevano come obiettivo il Quirinale. Manlio, palermitano, digitò sui social: «Hanno ucciso il fratello sbagliato», facendo riferimento all'omicidio di Piersanti Mattarella, il consanguineo del capo dello Stato freddato dalla mafia nel 1980. Michele C. postò un commento analogo, mentre la signora Eliodora andò oltre e si lanciò in una temeraria minaccia: «Ti hanno ammazzato il fratello, non ti basta?». La signora, una casalinga grillina appassionata di opera lirica aveva già perso la frizione alla notizia della morte di Giulio Andreotti, quando postò sul sito del Fatto quotidiano: «Morto Andreotti, aveva 94 anni, è proprio vero che i buoni e gli onesti muoiono giovani... i corrotti e ladri, vivono a lungo. Ma allora i nostri parlamentari, loro vivranno certamente fino a fino a 100 anni».
Da quando Eliodora & c. attaccarono Mattarella sono passati tre mesi e le indagini della Digos di Palermo, coordinate dai pm Marzia Sabella e Gery Ferrara, hanno messo sotto osservazione decine di profili di Facebook e Twitter. Alla fine il cerchio della Procura guidata da Francesco Lo Voi e della Questura diretta da Renato Cortese si è stretto su 39 account. Gli inquirenti hanno inviato a Facebook un ordine di esibizione per provare a collegare quei profili a nomi e cognomi reali. I risultati sono attesi per fine mese e a quel punto potrebbero esserci l'iscrizione di nuovi indagati. Intanto le posizioni di Eliodora Z. e Michele C., residenti in Emilia e in provincia di Bari, saranno stralciate e gli atti che li riguardano inviati alle procure competenti. Nel capoluogo siciliano sono rimasti sotto inchiesta Manlio C. e un altro palermitano, il trentunenne Mirko B. Un omonimo e coetaneo, ad aprile, era stato arrestato dopo un furto in un bar. Addosso aveva una torcia, un ombrello e la somma di circa 30 euro. Forse per questo su Internet ha perso la trebisonda attirando le nuove accuse.
Per lui e per gli altri tre indagati, le ipotesi di reato sono quelle di attentato alla libertà e di offesa all'onore e al prestigio del presidente della Repubblica, sanzionate con pene rispettivamente da cinque a 15 anni e da uno a cinque anni di reclusione, a cui va aggiunta l'istigazione a delinquere (che prevede anch'essa da uno a cinque anni).
I media a giugno diedero la caccia a Manlio C., il quale venne sottoposto a una gogna mediatica a reti unificate. L'omino, single, 40 anni proprio oggi, non ha certo il physique du rôle del cattivo da film: è pelato, occhialuto, grassotello e porta il borsello. Davanti a telecamere e taccuini l'imprudente odiatore, come venne ribattezzato, si prostrò: «Chiedo scusa a tutti, in primis al presidente Mattarella, poi ai miei familiari, ai miei amici e a tutti quelli che ho offeso con le mie stupide parole». Con il capo cosparso di cenere baciò la pantofola quirinalizia: «Non volevo mancare di rispetto al dolore del presidente e alla sua storia personale; la mafia mi fa schifo e maledico quel momento in cui non ho acceso il cervello. Ero arrabbiato, sì, quando ho saputo che Mattarella non aveva fatto partire il governo Lega-5 stelle, ma questo non giustifica quello che ho scritto». A quel punto ha chiesto terrorizzato ai giornalisti: «Ora finirò in carcere? Potrò avere un avvocato d'ufficio? Perché io non ho molti soldi».
Per completare l'autodafé i giornalisti riesumarono un tweet vecchio di quattro anni in cui il nostro gustatore da tastiera aveva lasciato online un commento omofobo contro gli organizzatori del Gay Pride («Via i froci dalla Regione Sicilia»). Anche in tv balbettò le sue scuse: «Riconosco di aver usato parole abbastanza pesanti però alla fine voglio veramente scusarmi. Non che uno va sui social soltanto per odiare ma purtroppo ci sono caduto anche io». La giornalista inviata a rieducarlo a fine intervista gli domandò: «Quindi ha imparato la lezione?». E Manlio C. rispose a capo chino: «Sì». Se il complotto mondiale e il tweetstorm evocato da tanti giornali ha queste avanguardie, il Presidente della Repubblica può dormire sonni tranquilli.
Giacomo Amadori
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«Attentare alla libertà del presidente» e «offenderne l'onore e il prestigio», reati per i quali agiscono i pm di Roma, possono costare 15 e 5 anni. Tremano gli autori dei tweet comparsi contro il no del Colle a Paolo Savona.E dopo le offese sul fratello ci sono quattro indagati per istigazione a delinquere. Palermo e altre Procure procedono contro chi sui social scrisse: «Dovevi morire al posto di Piersanti». Osservati altri 39 account.Lo speciale contiene due articoli.Con la scoperta del server milanese usato per creare gli account, la presenza dei troll russi è quasi uscita di scena nella spy story del «Twitter storm» contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ora, però, molti degli internauti che la notte tra il 27 e il 28 maggio - quando al «niet» del capo dello Stato alla candidatura di Paolo Savona a ministro dell'Economia, e dopo che Luigi Di Maio aveva proposto la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica - chiesero su Twitter le dimissioni con l'hashtag #MattarellaDimettiti, tremano. Per loro gli investigatori useranno i metodi con i quali si contrasta il terrorismo. E chiederanno al social network di fornire i dati identificativi che permetteranno di indagarli. Tolto il reato di sostituzione di persona, punito con la reclusione fino a un anno, le altre due ipotesi perseguite dalla Procura di Roma prevedono pene da far tremare i polsi anche ai più incalliti criminali. E c'è chi per un tweet, in astratto, potrebbe beccarsi una condanna pari a quella prevista per alcune ipotesi di omicidio: 20 anni. Da codice penale, l'«attentato alla libertà del presidente della Repubblica», ad esempio, è un reato punito con pene dai cinque ai 15 anni. Non si tratta di una tutela della libertà personale del capo dello Stato, ma si applica nei casi di attentato alla libera manifestazione del pensiero del presidente con atti che gli impedirebbero di svolgere le sue prerogative. E l'ipotesi di reato sulla quale stanno lavorando i magistrati della Procura di Roma prevede proprio questo: facendo diventare virale l'hastag sulle dimissioni di Mattarella per il secco no a Savona, qualcuno potrebbe aver cercato di impedire al presidente di svolgere con serenità le sue funzioni. Il secondo reato ipotizzato dai magistrati di Piazzale Clodio è questo: «offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato», punito con pene da uno a cinque anni. Per incappare in questo reato è sufficiente qualunque espressione che miri a menomare il prestigio del capo dello Stato e diventa irrilevante, poi, accertare se l'offesa sia arrecata al presidente in rapporto all'istituzione che rappresenta o piuttosto alla sua persona, poiché, anche in questa seconda ipotesi, è indubbia l'offesa al decoro di chi è investito della funzione. In più, per configurarsi, questo reato, basta che l'utente Twitter, o chiunque lo commetta con qualsiasi altro mezzo, sia consapevole che l'espressione sia idonea a ledere il rispetto per il presidente. Sarebbe inutile, a questo punto, invocare il diritto di critica. La giurisprudenza ha segnato in modo marcato un limite: il presidente è criticabile, ma non con atti idonei a minarne il decoro e il prestigio. Insomma, è vietato mancargli di rispetto in modo grave. I precedenti ci sono, anche se sono datati. In una sentenza, infatti, si sostiene che il presidente della Repubblica, «stante la particolare dignità della funzione rappresentativa a lui demandata, non può essere offeso nell'onore senza che l'offesa stessa si ripercuota, ledendolo, sul prestigio che, secondo la volontà della legge, espressa con locuzione da taluni ritenuta poco felice, altro non è che quella particolare forma di decoro, che attiene alla dignità della pubblica funzione».Lo ha stabilito la seconda sezione penale della Corte di appello di Roma il 28 ottobre 1965, con la sentenza, famosa per i giuristi, denominata «Libertini», e poi confermata dalla Cassazione l'8 giugno 1966. I giudici furono chiamati a decidere sulla pubblicazione sul giornale Mondo nuovo di una fotografia a corredo di un articolo intitolato «Nel pantano del centrismo», nel quale venivano stigmatizzati i contrasti all'epoca esistenti tra varie correnti della Democrazia cristiana. Nello specifico, la fotografia raffigurava il presidente Antonio Segni nell'atto di baciare la guancia dell'onorevole Amintore Fanfani, che per l'autore intendeva dimostrare i rapporti di amicizia e tradimento tra gli esponenti della Balena bianca. La foto fu ritenuta ingiuriosa. Anzi: «Univocamente ingiuriosa». Perché era seguita da questa didascalia esplicatrice: «Il bacio di Giuda».Altra sentenza: Cassazione penale, prima sezione, 21 novembre 1969. In alcuni opuscoli e in esposti diretti a varie autorità, il presidente Antonio Segni veniva indicato come un traditore della Patria, nonché, in due lettere indirizzate ai presidenti del Senato e della Camera era stato descritto come un «delinquente fuorilegge». La terza sentenza è più vicina negli anni: Cassazione penale, prima sezione, 16 gennaio 1978: sul settimanale Servire il popolo fu pubblicato un articolo dal titolo «Giovanni Leone il reazionario», nel quale si gettavano pesanti ombre sull'onestà e sull'integrità morale dell'allora presidente della Repubblica, affermando che «controllava, tramite il suo studio legale, il mercato ortofrutticolo di Napoli, dominato dalla mafia». All'epoca indagarono magistrati ordinari. Per la difesa di Mattarella, invece, debutta l'antiterrorismo. E c'è da scommettere che difficilmente si vedranno in giro altri post contro il presidente. «Usare l'antiterrorismo per schedare i profili Twitter è vilipendio nei confronti del popolo», chiosa amaramente uno come Francesco Storace, che tempo fa c'è passato, fu indagato e assolto per vilipendio al presidente Giorgio Napolitano.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-chiese-le-dimissioni-di-mattarella-rischia-fino-a-20-anni-di-prigione-2593681069.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-dopo-le-offese-sul-fratello-ci-sono-quattro-indagati-per-istigazione-a-delinquere" data-post-id="2593681069" data-published-at="1779300191" data-use-pagination="False"> E dopo le offese sul fratello ci sono quattro indagati per istigazione a delinquere Dalla Russia alla Sicilia, dal borscht al cannolo. Il tweet storm contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sta sempre di più provincializzando e gli amanti dei complotti internazionali rischiano di dover passare dal burattinaio Vladimir Putin ai pupi siciliani. A maggio, quando Mattarella diede l'incarico esplorativo per formare un governo a Carlo Cottarelli, un siculo veraci Manlio C., il barese Michele C., 61 anni, ed Eliodora Elvira Z., 67 anni, originaria della provincia di Varese, ma trapiantata a Bologna, si fecero prendere dalla tastiera e scrissero macabri messaggi su Internet. Come se ne leggono a milioni ogni giorno. Solo che questa volta avevano come obiettivo il Quirinale. Manlio, palermitano, digitò sui social: «Hanno ucciso il fratello sbagliato», facendo riferimento all'omicidio di Piersanti Mattarella, il consanguineo del capo dello Stato freddato dalla mafia nel 1980. Michele C. postò un commento analogo, mentre la signora Eliodora andò oltre e si lanciò in una temeraria minaccia: «Ti hanno ammazzato il fratello, non ti basta?». La signora, una casalinga grillina appassionata di opera lirica aveva già perso la frizione alla notizia della morte di Giulio Andreotti, quando postò sul sito del Fatto quotidiano: «Morto Andreotti, aveva 94 anni, è proprio vero che i buoni e gli onesti muoiono giovani... i corrotti e ladri, vivono a lungo. Ma allora i nostri parlamentari, loro vivranno certamente fino a fino a 100 anni». Da quando Eliodora & c. attaccarono Mattarella sono passati tre mesi e le indagini della Digos di Palermo, coordinate dai pm Marzia Sabella e Gery Ferrara, hanno messo sotto osservazione decine di profili di Facebook e Twitter. Alla fine il cerchio della Procura guidata da Francesco Lo Voi e della Questura diretta da Renato Cortese si è stretto su 39 account. Gli inquirenti hanno inviato a Facebook un ordine di esibizione per provare a collegare quei profili a nomi e cognomi reali. I risultati sono attesi per fine mese e a quel punto potrebbero esserci l'iscrizione di nuovi indagati. Intanto le posizioni di Eliodora Z. e Michele C., residenti in Emilia e in provincia di Bari, saranno stralciate e gli atti che li riguardano inviati alle procure competenti. Nel capoluogo siciliano sono rimasti sotto inchiesta Manlio C. e un altro palermitano, il trentunenne Mirko B. Un omonimo e coetaneo, ad aprile, era stato arrestato dopo un furto in un bar. Addosso aveva una torcia, un ombrello e la somma di circa 30 euro. Forse per questo su Internet ha perso la trebisonda attirando le nuove accuse. Per lui e per gli altri tre indagati, le ipotesi di reato sono quelle di attentato alla libertà e di offesa all'onore e al prestigio del presidente della Repubblica, sanzionate con pene rispettivamente da cinque a 15 anni e da uno a cinque anni di reclusione, a cui va aggiunta l'istigazione a delinquere (che prevede anch'essa da uno a cinque anni). I media a giugno diedero la caccia a Manlio C., il quale venne sottoposto a una gogna mediatica a reti unificate. L'omino, single, 40 anni proprio oggi, non ha certo il physique du rôle del cattivo da film: è pelato, occhialuto, grassotello e porta il borsello. Davanti a telecamere e taccuini l'imprudente odiatore, come venne ribattezzato, si prostrò: «Chiedo scusa a tutti, in primis al presidente Mattarella, poi ai miei familiari, ai miei amici e a tutti quelli che ho offeso con le mie stupide parole». Con il capo cosparso di cenere baciò la pantofola quirinalizia: «Non volevo mancare di rispetto al dolore del presidente e alla sua storia personale; la mafia mi fa schifo e maledico quel momento in cui non ho acceso il cervello. Ero arrabbiato, sì, quando ho saputo che Mattarella non aveva fatto partire il governo Lega-5 stelle, ma questo non giustifica quello che ho scritto». A quel punto ha chiesto terrorizzato ai giornalisti: «Ora finirò in carcere? Potrò avere un avvocato d'ufficio? Perché io non ho molti soldi». Per completare l'autodafé i giornalisti riesumarono un tweet vecchio di quattro anni in cui il nostro gustatore da tastiera aveva lasciato online un commento omofobo contro gli organizzatori del Gay Pride («Via i froci dalla Regione Sicilia»). Anche in tv balbettò le sue scuse: «Riconosco di aver usato parole abbastanza pesanti però alla fine voglio veramente scusarmi. Non che uno va sui social soltanto per odiare ma purtroppo ci sono caduto anche io». La giornalista inviata a rieducarlo a fine intervista gli domandò: «Quindi ha imparato la lezione?». E Manlio C. rispose a capo chino: «Sì». Se il complotto mondiale e il tweetstorm evocato da tanti giornali ha queste avanguardie, il Presidente della Repubblica può dormire sonni tranquilli. Giacomo Amadori
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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