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2018-08-08
Chi chiese le dimissioni di Mattarella rischia fino a 20 anni di prigione
Ansa
Con la scoperta del server milanese usato per creare gli account, la presenza dei troll russi è quasi uscita di scena nella spy story del «Twitter storm» contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ora, però, molti degli internauti che la notte tra il 27 e il 28 maggio - quando al «niet» del capo dello Stato alla candidatura di Paolo Savona a ministro dell'Economia, e dopo che Luigi Di Maio aveva proposto la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica - chiesero su Twitter le dimissioni con l'hashtag #MattarellaDimettiti, tremano. Per loro gli investigatori useranno i metodi con i quali si contrasta il terrorismo. E chiederanno al social network di fornire i dati identificativi che permetteranno di indagarli.
Tolto il reato di sostituzione di persona, punito con la reclusione fino a un anno, le altre due ipotesi perseguite dalla Procura di Roma prevedono pene da far tremare i polsi anche ai più incalliti criminali. E c'è chi per un tweet, in astratto, potrebbe beccarsi una condanna pari a quella prevista per alcune ipotesi di omicidio: 20 anni. Da codice penale, l'«attentato alla libertà del presidente della Repubblica», ad esempio, è un reato punito con pene dai cinque ai 15 anni. Non si tratta di una tutela della libertà personale del capo dello Stato, ma si applica nei casi di attentato alla libera manifestazione del pensiero del presidente con atti che gli impedirebbero di svolgere le sue prerogative.
E l'ipotesi di reato sulla quale stanno lavorando i magistrati della Procura di Roma prevede proprio questo: facendo diventare virale l'hastag sulle dimissioni di Mattarella per il secco no a Savona, qualcuno potrebbe aver cercato di impedire al presidente di svolgere con serenità le sue funzioni.
Il secondo reato ipotizzato dai magistrati di Piazzale Clodio è questo: «offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato», punito con pene da uno a cinque anni. Per incappare in questo reato è sufficiente qualunque espressione che miri a menomare il prestigio del capo dello Stato e diventa irrilevante, poi, accertare se l'offesa sia arrecata al presidente in rapporto all'istituzione che rappresenta o piuttosto alla sua persona, poiché, anche in questa seconda ipotesi, è indubbia l'offesa al decoro di chi è investito della funzione. In più, per configurarsi, questo reato, basta che l'utente Twitter, o chiunque lo commetta con qualsiasi altro mezzo, sia consapevole che l'espressione sia idonea a ledere il rispetto per il presidente.
Sarebbe inutile, a questo punto, invocare il diritto di critica. La giurisprudenza ha segnato in modo marcato un limite: il presidente è criticabile, ma non con atti idonei a minarne il decoro e il prestigio. Insomma, è vietato mancargli di rispetto in modo grave. I precedenti ci sono, anche se sono datati. In una sentenza, infatti, si sostiene che il presidente della Repubblica, «stante la particolare dignità della funzione rappresentativa a lui demandata, non può essere offeso nell'onore senza che l'offesa stessa si ripercuota, ledendolo, sul prestigio che, secondo la volontà della legge, espressa con locuzione da taluni ritenuta poco felice, altro non è che quella particolare forma di decoro, che attiene alla dignità della pubblica funzione».
Lo ha stabilito la seconda sezione penale della Corte di appello di Roma il 28 ottobre 1965, con la sentenza, famosa per i giuristi, denominata «Libertini», e poi confermata dalla Cassazione l'8 giugno 1966. I giudici furono chiamati a decidere sulla pubblicazione sul giornale Mondo nuovo di una fotografia a corredo di un articolo intitolato «Nel pantano del centrismo», nel quale venivano stigmatizzati i contrasti all'epoca esistenti tra varie correnti della Democrazia cristiana. Nello specifico, la fotografia raffigurava il presidente Antonio Segni nell'atto di baciare la guancia dell'onorevole Amintore Fanfani, che per l'autore intendeva dimostrare i rapporti di amicizia e tradimento tra gli esponenti della Balena bianca. La foto fu ritenuta ingiuriosa. Anzi: «Univocamente ingiuriosa». Perché era seguita da questa didascalia esplicatrice: «Il bacio di Giuda».
Altra sentenza: Cassazione penale, prima sezione, 21 novembre 1969. In alcuni opuscoli e in esposti diretti a varie autorità, il presidente Antonio Segni veniva indicato come un traditore della Patria, nonché, in due lettere indirizzate ai presidenti del Senato e della Camera era stato descritto come un «delinquente fuorilegge».
La terza sentenza è più vicina negli anni: Cassazione penale, prima sezione, 16 gennaio 1978: sul settimanale Servire il popolo fu pubblicato un articolo dal titolo «Giovanni Leone il reazionario», nel quale si gettavano pesanti ombre sull'onestà e sull'integrità morale dell'allora presidente della Repubblica, affermando che «controllava, tramite il suo studio legale, il mercato ortofrutticolo di Napoli, dominato dalla mafia». All'epoca indagarono magistrati ordinari.
Per la difesa di Mattarella, invece, debutta l'antiterrorismo. E c'è da scommettere che difficilmente si vedranno in giro altri post contro il presidente. «Usare l'antiterrorismo per schedare i profili Twitter è vilipendio nei confronti del popolo», chiosa amaramente uno come Francesco Storace, che tempo fa c'è passato, fu indagato e assolto per vilipendio al presidente Giorgio Napolitano.
Fabio Amendolara
E dopo le offese sul fratello ci sono quattro indagati per istigazione a delinquere
Dalla Russia alla Sicilia, dal borscht al cannolo. Il tweet storm contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sta sempre di più provincializzando e gli amanti dei complotti internazionali rischiano di dover passare dal burattinaio Vladimir Putin ai pupi siciliani. A maggio, quando Mattarella diede l'incarico esplorativo per formare un governo a Carlo Cottarelli, un siculo veraci Manlio C., il barese Michele C., 61 anni, ed Eliodora Elvira Z., 67 anni, originaria della provincia di Varese, ma trapiantata a Bologna, si fecero prendere dalla tastiera e scrissero macabri messaggi su Internet. Come se ne leggono a milioni ogni giorno. Solo che questa volta avevano come obiettivo il Quirinale. Manlio, palermitano, digitò sui social: «Hanno ucciso il fratello sbagliato», facendo riferimento all'omicidio di Piersanti Mattarella, il consanguineo del capo dello Stato freddato dalla mafia nel 1980. Michele C. postò un commento analogo, mentre la signora Eliodora andò oltre e si lanciò in una temeraria minaccia: «Ti hanno ammazzato il fratello, non ti basta?». La signora, una casalinga grillina appassionata di opera lirica aveva già perso la frizione alla notizia della morte di Giulio Andreotti, quando postò sul sito del Fatto quotidiano: «Morto Andreotti, aveva 94 anni, è proprio vero che i buoni e gli onesti muoiono giovani... i corrotti e ladri, vivono a lungo. Ma allora i nostri parlamentari, loro vivranno certamente fino a fino a 100 anni».
Da quando Eliodora & c. attaccarono Mattarella sono passati tre mesi e le indagini della Digos di Palermo, coordinate dai pm Marzia Sabella e Gery Ferrara, hanno messo sotto osservazione decine di profili di Facebook e Twitter. Alla fine il cerchio della Procura guidata da Francesco Lo Voi e della Questura diretta da Renato Cortese si è stretto su 39 account. Gli inquirenti hanno inviato a Facebook un ordine di esibizione per provare a collegare quei profili a nomi e cognomi reali. I risultati sono attesi per fine mese e a quel punto potrebbero esserci l'iscrizione di nuovi indagati. Intanto le posizioni di Eliodora Z. e Michele C., residenti in Emilia e in provincia di Bari, saranno stralciate e gli atti che li riguardano inviati alle procure competenti. Nel capoluogo siciliano sono rimasti sotto inchiesta Manlio C. e un altro palermitano, il trentunenne Mirko B. Un omonimo e coetaneo, ad aprile, era stato arrestato dopo un furto in un bar. Addosso aveva una torcia, un ombrello e la somma di circa 30 euro. Forse per questo su Internet ha perso la trebisonda attirando le nuove accuse.
Per lui e per gli altri tre indagati, le ipotesi di reato sono quelle di attentato alla libertà e di offesa all'onore e al prestigio del presidente della Repubblica, sanzionate con pene rispettivamente da cinque a 15 anni e da uno a cinque anni di reclusione, a cui va aggiunta l'istigazione a delinquere (che prevede anch'essa da uno a cinque anni).
I media a giugno diedero la caccia a Manlio C., il quale venne sottoposto a una gogna mediatica a reti unificate. L'omino, single, 40 anni proprio oggi, non ha certo il physique du rôle del cattivo da film: è pelato, occhialuto, grassotello e porta il borsello. Davanti a telecamere e taccuini l'imprudente odiatore, come venne ribattezzato, si prostrò: «Chiedo scusa a tutti, in primis al presidente Mattarella, poi ai miei familiari, ai miei amici e a tutti quelli che ho offeso con le mie stupide parole». Con il capo cosparso di cenere baciò la pantofola quirinalizia: «Non volevo mancare di rispetto al dolore del presidente e alla sua storia personale; la mafia mi fa schifo e maledico quel momento in cui non ho acceso il cervello. Ero arrabbiato, sì, quando ho saputo che Mattarella non aveva fatto partire il governo Lega-5 stelle, ma questo non giustifica quello che ho scritto». A quel punto ha chiesto terrorizzato ai giornalisti: «Ora finirò in carcere? Potrò avere un avvocato d'ufficio? Perché io non ho molti soldi».
Per completare l'autodafé i giornalisti riesumarono un tweet vecchio di quattro anni in cui il nostro gustatore da tastiera aveva lasciato online un commento omofobo contro gli organizzatori del Gay Pride («Via i froci dalla Regione Sicilia»). Anche in tv balbettò le sue scuse: «Riconosco di aver usato parole abbastanza pesanti però alla fine voglio veramente scusarmi. Non che uno va sui social soltanto per odiare ma purtroppo ci sono caduto anche io». La giornalista inviata a rieducarlo a fine intervista gli domandò: «Quindi ha imparato la lezione?». E Manlio C. rispose a capo chino: «Sì». Se il complotto mondiale e il tweetstorm evocato da tanti giornali ha queste avanguardie, il Presidente della Repubblica può dormire sonni tranquilli.
Giacomo Amadori
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«Attentare alla libertà del presidente» e «offenderne l'onore e il prestigio», reati per i quali agiscono i pm di Roma, possono costare 15 e 5 anni. Tremano gli autori dei tweet comparsi contro il no del Colle a Paolo Savona.E dopo le offese sul fratello ci sono quattro indagati per istigazione a delinquere. Palermo e altre Procure procedono contro chi sui social scrisse: «Dovevi morire al posto di Piersanti». Osservati altri 39 account.Lo speciale contiene due articoli.Con la scoperta del server milanese usato per creare gli account, la presenza dei troll russi è quasi uscita di scena nella spy story del «Twitter storm» contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ora, però, molti degli internauti che la notte tra il 27 e il 28 maggio - quando al «niet» del capo dello Stato alla candidatura di Paolo Savona a ministro dell'Economia, e dopo che Luigi Di Maio aveva proposto la messa in stato d'accusa del presidente della Repubblica - chiesero su Twitter le dimissioni con l'hashtag #MattarellaDimettiti, tremano. Per loro gli investigatori useranno i metodi con i quali si contrasta il terrorismo. E chiederanno al social network di fornire i dati identificativi che permetteranno di indagarli. Tolto il reato di sostituzione di persona, punito con la reclusione fino a un anno, le altre due ipotesi perseguite dalla Procura di Roma prevedono pene da far tremare i polsi anche ai più incalliti criminali. E c'è chi per un tweet, in astratto, potrebbe beccarsi una condanna pari a quella prevista per alcune ipotesi di omicidio: 20 anni. Da codice penale, l'«attentato alla libertà del presidente della Repubblica», ad esempio, è un reato punito con pene dai cinque ai 15 anni. Non si tratta di una tutela della libertà personale del capo dello Stato, ma si applica nei casi di attentato alla libera manifestazione del pensiero del presidente con atti che gli impedirebbero di svolgere le sue prerogative. E l'ipotesi di reato sulla quale stanno lavorando i magistrati della Procura di Roma prevede proprio questo: facendo diventare virale l'hastag sulle dimissioni di Mattarella per il secco no a Savona, qualcuno potrebbe aver cercato di impedire al presidente di svolgere con serenità le sue funzioni. Il secondo reato ipotizzato dai magistrati di Piazzale Clodio è questo: «offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato», punito con pene da uno a cinque anni. Per incappare in questo reato è sufficiente qualunque espressione che miri a menomare il prestigio del capo dello Stato e diventa irrilevante, poi, accertare se l'offesa sia arrecata al presidente in rapporto all'istituzione che rappresenta o piuttosto alla sua persona, poiché, anche in questa seconda ipotesi, è indubbia l'offesa al decoro di chi è investito della funzione. In più, per configurarsi, questo reato, basta che l'utente Twitter, o chiunque lo commetta con qualsiasi altro mezzo, sia consapevole che l'espressione sia idonea a ledere il rispetto per il presidente. Sarebbe inutile, a questo punto, invocare il diritto di critica. La giurisprudenza ha segnato in modo marcato un limite: il presidente è criticabile, ma non con atti idonei a minarne il decoro e il prestigio. Insomma, è vietato mancargli di rispetto in modo grave. I precedenti ci sono, anche se sono datati. In una sentenza, infatti, si sostiene che il presidente della Repubblica, «stante la particolare dignità della funzione rappresentativa a lui demandata, non può essere offeso nell'onore senza che l'offesa stessa si ripercuota, ledendolo, sul prestigio che, secondo la volontà della legge, espressa con locuzione da taluni ritenuta poco felice, altro non è che quella particolare forma di decoro, che attiene alla dignità della pubblica funzione».Lo ha stabilito la seconda sezione penale della Corte di appello di Roma il 28 ottobre 1965, con la sentenza, famosa per i giuristi, denominata «Libertini», e poi confermata dalla Cassazione l'8 giugno 1966. I giudici furono chiamati a decidere sulla pubblicazione sul giornale Mondo nuovo di una fotografia a corredo di un articolo intitolato «Nel pantano del centrismo», nel quale venivano stigmatizzati i contrasti all'epoca esistenti tra varie correnti della Democrazia cristiana. Nello specifico, la fotografia raffigurava il presidente Antonio Segni nell'atto di baciare la guancia dell'onorevole Amintore Fanfani, che per l'autore intendeva dimostrare i rapporti di amicizia e tradimento tra gli esponenti della Balena bianca. La foto fu ritenuta ingiuriosa. Anzi: «Univocamente ingiuriosa». Perché era seguita da questa didascalia esplicatrice: «Il bacio di Giuda».Altra sentenza: Cassazione penale, prima sezione, 21 novembre 1969. In alcuni opuscoli e in esposti diretti a varie autorità, il presidente Antonio Segni veniva indicato come un traditore della Patria, nonché, in due lettere indirizzate ai presidenti del Senato e della Camera era stato descritto come un «delinquente fuorilegge». La terza sentenza è più vicina negli anni: Cassazione penale, prima sezione, 16 gennaio 1978: sul settimanale Servire il popolo fu pubblicato un articolo dal titolo «Giovanni Leone il reazionario», nel quale si gettavano pesanti ombre sull'onestà e sull'integrità morale dell'allora presidente della Repubblica, affermando che «controllava, tramite il suo studio legale, il mercato ortofrutticolo di Napoli, dominato dalla mafia». All'epoca indagarono magistrati ordinari. Per la difesa di Mattarella, invece, debutta l'antiterrorismo. E c'è da scommettere che difficilmente si vedranno in giro altri post contro il presidente. «Usare l'antiterrorismo per schedare i profili Twitter è vilipendio nei confronti del popolo», chiosa amaramente uno come Francesco Storace, che tempo fa c'è passato, fu indagato e assolto per vilipendio al presidente Giorgio Napolitano.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/chi-chiese-le-dimissioni-di-mattarella-rischia-fino-a-20-anni-di-prigione-2593681069.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-dopo-le-offese-sul-fratello-ci-sono-quattro-indagati-per-istigazione-a-delinquere" data-post-id="2593681069" data-published-at="1782285719" data-use-pagination="False"> E dopo le offese sul fratello ci sono quattro indagati per istigazione a delinquere Dalla Russia alla Sicilia, dal borscht al cannolo. Il tweet storm contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si sta sempre di più provincializzando e gli amanti dei complotti internazionali rischiano di dover passare dal burattinaio Vladimir Putin ai pupi siciliani. A maggio, quando Mattarella diede l'incarico esplorativo per formare un governo a Carlo Cottarelli, un siculo veraci Manlio C., il barese Michele C., 61 anni, ed Eliodora Elvira Z., 67 anni, originaria della provincia di Varese, ma trapiantata a Bologna, si fecero prendere dalla tastiera e scrissero macabri messaggi su Internet. Come se ne leggono a milioni ogni giorno. Solo che questa volta avevano come obiettivo il Quirinale. Manlio, palermitano, digitò sui social: «Hanno ucciso il fratello sbagliato», facendo riferimento all'omicidio di Piersanti Mattarella, il consanguineo del capo dello Stato freddato dalla mafia nel 1980. Michele C. postò un commento analogo, mentre la signora Eliodora andò oltre e si lanciò in una temeraria minaccia: «Ti hanno ammazzato il fratello, non ti basta?». La signora, una casalinga grillina appassionata di opera lirica aveva già perso la frizione alla notizia della morte di Giulio Andreotti, quando postò sul sito del Fatto quotidiano: «Morto Andreotti, aveva 94 anni, è proprio vero che i buoni e gli onesti muoiono giovani... i corrotti e ladri, vivono a lungo. Ma allora i nostri parlamentari, loro vivranno certamente fino a fino a 100 anni». Da quando Eliodora & c. attaccarono Mattarella sono passati tre mesi e le indagini della Digos di Palermo, coordinate dai pm Marzia Sabella e Gery Ferrara, hanno messo sotto osservazione decine di profili di Facebook e Twitter. Alla fine il cerchio della Procura guidata da Francesco Lo Voi e della Questura diretta da Renato Cortese si è stretto su 39 account. Gli inquirenti hanno inviato a Facebook un ordine di esibizione per provare a collegare quei profili a nomi e cognomi reali. I risultati sono attesi per fine mese e a quel punto potrebbero esserci l'iscrizione di nuovi indagati. Intanto le posizioni di Eliodora Z. e Michele C., residenti in Emilia e in provincia di Bari, saranno stralciate e gli atti che li riguardano inviati alle procure competenti. Nel capoluogo siciliano sono rimasti sotto inchiesta Manlio C. e un altro palermitano, il trentunenne Mirko B. Un omonimo e coetaneo, ad aprile, era stato arrestato dopo un furto in un bar. Addosso aveva una torcia, un ombrello e la somma di circa 30 euro. Forse per questo su Internet ha perso la trebisonda attirando le nuove accuse. Per lui e per gli altri tre indagati, le ipotesi di reato sono quelle di attentato alla libertà e di offesa all'onore e al prestigio del presidente della Repubblica, sanzionate con pene rispettivamente da cinque a 15 anni e da uno a cinque anni di reclusione, a cui va aggiunta l'istigazione a delinquere (che prevede anch'essa da uno a cinque anni). I media a giugno diedero la caccia a Manlio C., il quale venne sottoposto a una gogna mediatica a reti unificate. L'omino, single, 40 anni proprio oggi, non ha certo il physique du rôle del cattivo da film: è pelato, occhialuto, grassotello e porta il borsello. Davanti a telecamere e taccuini l'imprudente odiatore, come venne ribattezzato, si prostrò: «Chiedo scusa a tutti, in primis al presidente Mattarella, poi ai miei familiari, ai miei amici e a tutti quelli che ho offeso con le mie stupide parole». Con il capo cosparso di cenere baciò la pantofola quirinalizia: «Non volevo mancare di rispetto al dolore del presidente e alla sua storia personale; la mafia mi fa schifo e maledico quel momento in cui non ho acceso il cervello. Ero arrabbiato, sì, quando ho saputo che Mattarella non aveva fatto partire il governo Lega-5 stelle, ma questo non giustifica quello che ho scritto». A quel punto ha chiesto terrorizzato ai giornalisti: «Ora finirò in carcere? Potrò avere un avvocato d'ufficio? Perché io non ho molti soldi». Per completare l'autodafé i giornalisti riesumarono un tweet vecchio di quattro anni in cui il nostro gustatore da tastiera aveva lasciato online un commento omofobo contro gli organizzatori del Gay Pride («Via i froci dalla Regione Sicilia»). Anche in tv balbettò le sue scuse: «Riconosco di aver usato parole abbastanza pesanti però alla fine voglio veramente scusarmi. Non che uno va sui social soltanto per odiare ma purtroppo ci sono caduto anche io». La giornalista inviata a rieducarlo a fine intervista gli domandò: «Quindi ha imparato la lezione?». E Manlio C. rispose a capo chino: «Sì». Se il complotto mondiale e il tweetstorm evocato da tanti giornali ha queste avanguardie, il Presidente della Repubblica può dormire sonni tranquilli. Giacomo Amadori
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 24 giugno con Carlo Cambi
Giancarlo Giorgetti (Michele Silvestro)
Prima la sorpresa. Poi la speranza. Infine la politica. In mezzo, come sempre, Giancarlo Giorgetti snocciola una montagna di numeri e lancia una manciata di frecciate.
Sul palco del Giorno della Verità, incalzato dalle domande di Maurizio Belpietro, il ministro dell’Economia si presenta con un messaggio che vale molto più di una semplice fotografia dei conti pubblici. Perché dietro le cifre, dietro il Superbonus, dietro il debito e perfino dietro le schermaglie nella Lega, emerge un’idea precisa: il governo intende arrivare alla fine naturale della legislatura. Il voto ad aprile si allontana. Prima delle elezioni bisogna completare il percorso dell’autonomia differenziata e il federalismo fiscale. Un’agenda che richiede tempo, passaggi parlamentari e soprattutto stabilità politica. Considerati i calendari l’ipotesi delle urne a primavera perde consistenza. Ma la vera novità arriva dai numeri.
Per anni l’Italia è stata raccontata come il sorvegliato speciale costretto a presentarsi agli esami comunitari con il cappello in mano. Giorgetti prova a ribaltare il racconto. «L’Italia è uno dei pochi Paesi che rispetta totalmente il Patto di stabilità europeo». Un messaggio indirizzato ai mercati, alla Commissione europea e agli elettori. Il ministro sostiene che Roma sta facendo i compiti meglio di molti partner continentali che per anni hanno impartito lezioni di rigore. «Potremmo scoprire a settembre di essere dentro il 3%, uscendo dalla procedura d’infrazione». Il ministro sceglie la prudenza. «Le probabilità non sono altissime» ammette «Ma la partita non è ancora finita, ci sono i tempi supplementari». La metafora calcistica non è casuale. Lui che tifa Southampton e che addirittura contribuì a fondare un fan club conosce bene la passione degli inglesi per le scommesse. Soprattutto quelle giocate all’ultimo minuto. La speranza è legata al gigantesco lavoro di pulizia contabile sui contributi all’edilizia. «I controlli sul Superbonus stanno producendo risultati e per questo ringrazio l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza». Stanno emergendo gigantesche irregolarità che valgono dieci miliardi. Da quando è arrivato all’Economia non ha mai nascosto il suo giudizio. Considera quella misura una delle più controverse mai realizzate dalla finanza pubblica italiana. «Tra bonus facciate e Superbonus sono stati spesi circa 195 miliardi». Una montagna di denaro. Diverse leggi finanziarie messe una sopra l’altra come mattoni.
Secondo il ministro, il problema non riguarda soltanto il costo. È sbagliato anche il modo in cui quei soldi sono stati distribuiti. A suo parere bisognava concentrarsi sulle prime case, sulle famiglie in difficoltà, sulle situazioni realmente meritevoli di sostegno. Invece ha finito per finanziare ristrutturazioni di ville, residenze di pregio e persino castelli. Insomma ha regalato cappotti termici anche all’aristocrazia immobiliare. «Ci sono ancora da liquidare circa 40 miliardi nel 2026 e altri 23 miliardi nel 2027» ricorda. In sostanza il conto continua a correre anche quando il banchetto è stato già smontato. Se il Superbonus rappresenta il capitolo delle zavorre, la finanza è quello delle soddisfazioni. Per anni il debito italiano è stato descritto come una montagna instabile, una minaccia permanente, una specie di Vesuvio finanziario pronto a risvegliarsi. Oggi Giorgetti racconta una storia diversa. «Adesso c’è la corsa a comprare Btp: anche banche centrali asiatiche sono venute a comprare debito pubblico italiano, cosa che non avevano mai fatto». I mercati internazionali stanno mostrando fiducia. «Anche gestire il debito pubblico è sovranismo». Una definizione che probabilmente farà discutere economisti e politologi ma che fotografa bene il ragionamento di Giorgetti: uno Stato è davvero sovrano quando riesce a finanziare il proprio debito a condizioni sostenibili. E finora, osserva, i risultati gli stanno dando ragione.
«Siamo riusciti a venderlo e anche a un buon prezzo». Naturalmente il ministro non nasconde il problema rappresentato dai tassi d'interesse.
Con quasi 3.000 miliardi di debito ogni movimento deciso dalla Banca centrale europea viene osservato con la stessa attenzione con cui un cardiologo segue il battito di un paziente delicato.
«Se mi chiedete se sono contento che aumentino i tassi di interesse, dico di no». Ogni rialzo costa miliardi. Ogni punto percentuale si trasforma in una fattura da pagare.
Sul fronte della difesa, invece, Giorgetti sceglie la via della diplomazia. Nessuna polemica con Guido Crosetto. Nessuna guerra di bilancio. «Tutti legittimamente chiedono stanziamenti. Chi deve fare il bilancio deve dosarli saggiamente». Tutti vogliono soldi, ma qualcuno deve fare i conti. Poi arriva la politica. Quella vera. Quella che agita i corridoi dei partiti molto più delle tabelle del deficit. La Lega attraversa settimane agitate. Giorgetti sceglie una definizione destinata probabilmente a entrare negli annali del lessico politico. «La Lega è un movimento politico effervescente». Ma non per questo fuori controllo. «Troveremo la via giusta». Molto meno diplomatico quando il discorso cade su Roberto Vannacci. «Il programma economico mi sembra leggermente irrealistico». Aggiunge una riflessione che sembra una lezione di realismo politico.
«Capisco che la politica a volte sconfini nell’utopia e che l’utopia può essere una bellissima cosa. Ma bisogna essere realisti». E forse è proprio questa la chiave di lettura dell’intervento del ministro.
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La sequenza è partita dai listini asiatici. In Corea del Sud il Kospi ha accusato un tonfo del 10%, in una seduta segnata da volatilità eccezionale. A Tokyo, il Nikkei ha perso il 3,5%, mentre Shanghai ha ceduto l’1,4% e Shenzhen oltre il 3%. In ribasso anche Hong Kong, a -1,82%. Il messaggio arrivato dall’Asia è stato chiaro: la correzione non riguarda un singolo mercato, ma un comparto globale dove i grandi gruppi tecnologici e la filiera dei chip hanno assunto un peso crescente negli indici.
A Wall Street la flessione ha colpito con forza Nasdaq e S&P 500, scesi ai livelli più bassi da oltre una settimana. Secondo gli esperti, gli investitori starebbero valutando una Federal Reserve più restrittiva e, soprattutto, i rischi legati ai programmi di investimento nell’intelligenza artificiale finanziati tramite debito dalle società cloud. La questione non è soltanto la domanda futura di IA, ma la capacità delle aziende di trasformare capex molto elevati in ricavi e margini sufficienti a giustificarne il costo finanziario.
I numeri fotografano la portata del movimento. Micron Technology e SanDisk, tra i migliori titoli dello S&P 500 dall’inizio dell’anno, hanno perso rispettivamente il 12% e il 13%. L’indice Philadelphia Semiconductor è crollato del 7,3%, mentre il settore tecnologico dello S&P 500 ha lasciato sul terreno il 3,2%. Se la discesa dovesse consolidarsi, il Nasdaq 100 rischierebbe di cedere più di 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, secondo le stime richiamate dagli operatori. Il punto critico è l’affollamento delle compravendite sull’IA. Quando una quota ampia del mercato possiede gli stessi titoli, una revisione delle aspettative può trasformarsi rapidamente in una corsa alle vendite.
L’Europa da tutto questo non è rimasta immune. Londra ha chiuso in lieve controtendenza, +0,17%, ma Francoforte ha perso lo 0,81% e Parigi lo 0,71%. A Milano il Ftse Mib ha segnato -1,46%, risultando il peggiore tra i principali listini europei. A pesare sono stati soprattutto i titoli esposti alla tecnologia e al ciclo industriale: STMicroelectronics ha ceduto l’8,44%, Stellantis il 6,74%, Prysmian il 4,10% e Avio il 3,47%. La seduta ha mostrato quanto la narrativa dell’IA sia ormai un fattore sistemico per i mercati.
La tecnologia continua, dunque, a rappresentare un motore di crescita, ma le quotazioni elevate e il ricorso al debito impongono una verifica severa dei fondamentali. Per gli investitori, il tema non è più soltanto individuare i vincitori della rivoluzione artificiale: è capire a quale prezzo, e con quali tempi, quella rivoluzione riuscirà a generare rendimenti sostenibili senza comprimere ulteriormente i multipli di Borsa.
Sul mercato valutario l’euro ha arretrato leggermente sul dollaro, scendendo a quota 1,138. Debole anche l’oro, che ieri ha perso l’1,34% arrivando a 4.135,6 dollari l’oncia. Vendite diffuse anche sul petrolio: il Light Sweet Crude ha proseguito la seduta a 73,13 dollari al barile. Sul fronte obbligazionario è aumentata leggermente la tensione: lo spread è salito di poco a 71 punti base, in rialzo di 7 punti rispetto alla chiusura precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestata al 3,63%.
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