
Finita la sbornia dei festeggiamenti rischia di arrivare la botta di hangover con il bagaglio di malumori che si porta dietro. Sì perché la sinistra reduce dalla vittoria del no al referendum ora deve fare i conti con se stessa e non è affare da poco. Leadership e programma al centro del tavolo.
Per la prima si pensa alle primarie sulle quali non c’è unità neanche sull’opzione di farle o meno. Silvia Salis, sindaco di Genova, favorita di Dario Franceschini, ha già detto che non ritiene utile farle perché dividono piuttosto che unire. Elly Schlein pure sembra titubante. «La scelta del leader non è una priorità» ripete. Il timore è quello di non fare in tempo, di non riuscire a trovarsi pronti per eventuali elezioni anticipate. Un voto in estate o in autunno non è più un tabù, infatti, e il campo largo di cui tanto si è parlato non è neanche lontanamente vicino all’essere messo a terra. A Schlein l’ipotesi che piace di più è quella della premiership assegnata al partito che prende più voti. Idea che piace meno ai 5 stelle, che preferiscono «primarie aperte», sapendo già che non potrà essere il loro il partito che prende più voti.
In questi giorni è Stefano Bonaccini, europarlamentare e presidente del Partito democratico, a dettare la linea. Duro con chi parla di premiership: «Se noi ci mettessimo nelle prossime settimane a discutere dello strumento per chi farà il leader commetteremmo un errore clamoroso». Per il programma Bonaccini punta sulla sicurezza: «argomento che la sinistra ha lasciato per troppo tempo alla destra e che oggi il Pd vuole mettere al centro del programma con cui ci presenteremo alle prossime elezioni politiche». Lo scrive sui social spiegando: «Sicurezza è libertà (e viceversa). Una comunità che non si sente sicura non è una comunità libera. E a differenza della destra noi sappiamo mescolare prevenzione e integrazione a repressione. Perché la sola repressione (pur necessaria) da sola non basta, se mancano politiche inclusive, servizi e opportunità, che contrastino l’illegalità e la paura».
La sicurezza, in questo momento, sembra essere l’unico tema che non divide le opposizioni. Il Movimento intanto comincia a mettere i suoi paletti: «Il M5s deve determinare quell’insieme di pezzi di un programma politico che sono per noi irrinunciabili in vista del programma di coalizione», ha precisato Stefano Patuanelli che parte proprio con la politica estera. «Con noi al governo stop agli aiuti militari a Kiev». I riformisti dem non hanno atteso per ribattere: «Continueremo a inviarli». Anche Matteo Renzi dice la sua: «Non c’è spazio per chi vuole stare nel mezzo. O altri cinque anni di questi qua che ci governano o vince il centrosinistra». E lancia l’appello: «A tutti quelli che credono che si possa stare nel centrosinistra con idee più riformiste e meno radicali di Schlein, Conte e Avs. È tempo di unire le forze». Su una cosa tutti sono d’accordo: «Partiamo dalle idee». Peccato che ognuno abbia le sue.






