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2023-11-13
1883: a Milano nasceva la terza centrale termoelettrica al mondo
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La sala macchine della centrale Santa Radegonda di Milano (Getty Images)
La sera di Santo Stefano del 1883 qualcosa di meraviglioso accadde nel Teatro alla Scala di Milano, dove era in programma l’opera di Amilcare Ponchielli «La Gioconda». Il grande lampadario centrale si illuminò di una luce vivida, ben diversa da quella alimentata dal gas. Si trattava del prodigio del secolo, la luce elettrica, e di un primato tutto milanese che permetteva l’alimentazione delle migliaia di lampadine che illuminavano la grande sala settecentesca del Piermarini. A poche decine di metri dalla Scala grandi dinamo a vapore lavoravano incessantemente per produrre l’energia necessaria nella grande sala macchine della prima centrale termoelettrica dell’Europa continentale. L’impianto di Santa Radegonda, dal nome della via dove era sorto in pochi mesi, era stato realizzato grazie ad una cordata di finanziatori uniti da una delle figure di spicco del positivismo scientifico e industriale meneghino, l’ingegnere Giuseppe Colombo. Nato a Milano nel 1836 Colombo, futuro fondatore della Edison, fu tra i promotori del Politecnico nel 1863 e rettore dell’ateneo dal 1897. Consigliere comunale e poi deputato nelle file dei moderati, il docente e imprenditore lombardo arrivò a ricoprire la carica di Presidente della Camera. Volàno della rivoluzione delle fabbriche, l’ingegnere visse gli anni dello sviluppo tecnologico dell’elettricità e delle sue applicazioni civili e industriali in contatto diretto con Thomas Alva Edison, l’inventore della lampadina ad incandescenza. Fu grazie alla fitta corrispondenza tra i due uomini di scienza che il sogno della luce elettrica a Milano poté prendere forma, in particolare dopo l’incontro che Edison e Colombo ebbero in occasione dell’Esposizione internazionale di Parigi nel 1881. Se qualche esperimento era già stato fatto a Milano, come quello del 1877 in cui la piazza del Duomo era stata illuminata da un faro a luce elettrica, la luce pubblica era ancora affidata alle lampade a gas. Colombo aveva anticipato la «sua» rivoluzione con una serie di dimostrazioni, illuminando le vetrine di esercizi pubblici intorno alla Galleria Vittorio Emanuele (come lo storico Caffè Biffi) ricevendo encomi ma anche critiche dagli antimodernisti che bollarono la luce elettrica come innaturale, compresi alcuni medici che la accusarono di essere dannosa. Lungi dal desistere, nel 1881 Colombo serrò le file dei finanziatori con la costituzione nella vicina via Manzoni del «Comitato promotore per l’applicazione dell’elettricità in Italia- sistema Edison». Tra i membri della nuova società i vertici di due grandi istituti bancari: Giuseppe Crespi del Credito Lombardo ed Enrico Rava della Banca Generale. Nei due anni di attività del comitato prese forma il progetto della centrale elettrica di Santa Radegonda, per la cui realizzazione in tempi rapidi Colombo compì un viaggio a New York. Incontrò Edison a Menlo Park, sede della società elettrica, e visitò la centrale cittadina di Pearl Street, che sarà il modello di quella milanese. Negli Stati Uniti l’ingegnere compì i passi più importanti per il futuro della luce elettrica a Milano e in Italia. Acquistò i macchinari che aveva visto in azione nella prima centrale termoelettrica degli Stati Uniti e portò con sé a Milano uno degli storici elettrotecnici di Edison, John William Lieb, l’unico in grado di installare e mettere in esercizio le grandi dinamo a vapore previste per la centrale milanese. Si trattava di due dinamo a corrente continua del tipo detto «Jumbo» in onore del famoso elefante del circo Barnum di New York e di sei macchine motrici a vapore prodotte dalle aziende Porter&Allen e Armington&Sims. Assieme al macchinario fu progettata la prima rete di distribuzione elettrica italiana e del continente europeo, con lavori importanti di interramento dei cavi che dalla centrale avrebbero raggiunto le utenze, tutte inizialmente circoscritte alla zona di piazza Duomo, della Scala e della Galleria Vittorio Emanuele. La centrale prese il posto dello storico teatro di Santa Radegonda, palco dell’operetta e già luogo di dimostrazioni di prodigi della tecnica, tra i quali dal 1819 fu esposto il «Velocimano», un triciclo a forma di cavallo alato mosso dalla forza delle braccia del conducente. I lavori di costruzione della centrale, che cambiò le volumetrie del vecchio teatro, durarono appena cinque mesi. Dopo alcuni adattamenti dei locali per permettere un uso ottimale delle macchine generatrici, iniziarono le prime prove di collaudo, con l’illuminazione di alcuni esercizi della Galleria. I milanesi capirono che l’impianto di Giuseppe Colombo era diventato realtà quando videro il fumo nero della combustione del carbone uscire dalla ciminiera alta 65 metri che si contendeva l’orizzonte della città con le guglie della cattedrale meneghina. La prima centrale termoelettrica italiana era nata, ed era la terza nel mondo. Milano, la città delle fabbriche e della tecnica veniva proiettata nel futuro. I giornali parlarono a lungo dell’impianto e dei suoi prodigi, della luce chiara e ferma garantita dalle lampadine ad incandescenza che fecero dimenticare i primi tremuli bulbi delle lampade alimentate da piccoli generatori. La centrale di Santa Radegonda, durante la prima fase di esercizio, lavorò 24 ore al giorno con le macchine a vapore della potenza compresa dai 120 ai 150 hp e le due dinamo «Jumbo» che garantivano una potenza nominale di 540 Kw, in grado di illuminare 1.200 lampade da 16 candele.
Giuseppe Colombo e soci (che l’anno successivo all’inaugurazione della centrale fondarono la società Edison) dovettero lottare per i primi anni di esercizio con interessi già consolidati con l’amministrazione cittadina. Il prezzo dell’elettricità era inizialmente non competitivo rispetto ad altre fonti di illuminazione, per i costi di esercizio e della materia prima, il carbone. Nacque così una guerra tariffaria con l’illuminazione a gas, monopolizzata a Milano dalla società francese «Union des Gaz». Quest’ultima, temendo la progressiva diffusione della luce elettrica e la sua estensione all’illuminazione pubblica, pose numerosi ostacoli alla Edison specie riguardo alle concessioni e ai contratti con il Comune di Milano, limitando così la diffusione della rete elettrica. Colombo non si arrese. Per fare fronte alle prime e non trascurabili difficoltà che minacciavano il «gioiello» Santa Radegonda si lanciò una serie di operazioni che finirono col rafforzare la Edison. Diventò dapprima concessionario delle lampade Edison e avviò la produzione di queste ultime su licenza. Parallelamente all’attività industriale, la società milanese divenne consulente principale per altre città italiane interessate allo sviluppo della luce elettrica. Appoggiato dalla finanza milanese, Colombo apportò continue migliorie tecniche all’impianto di Santa Radegonda, che aumentò notevolmente la potenza di esercizio e la possibilità di estendere la rete distributiva. La svolta decisiva, che sancì la vittoria della luce elettrica sul gas, fu la concessione a Edison dell’elettrificazione e della gestione della rete tranviaria milanese, che abbandonò per sempre la vetusta trazione animale e si sviluppò rapidamente a cavallo dei due secoli. Con l’apporto dei primi impianti idroelettrici (la centrale Bertini sull’Adda) la Edison dominò la scena energetica di Milano e progressivamente di tutta la regione. La centrale di Santa Radegonda, amata e odiata dai milanesi per il fumo nero che anneriva il quartiere e le pareti marmoree del Duomo, rimase in esercizio fino al 1925 quando fu smantellata e sostituita da quello che oltre mezzo secolo più tardi diventerà il primo cinema multisala milanese, l’Odeon.
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Voluta e progettata da Giuseppe Colombo, fondatore della Edison e del Politecnico, l'impianto di via Santa Radegonda arrivò poco dopo quelli di New York e Londra. Portò in Italia la rivoluzione della luce elettrica per uso civile e industriale. La storia e le immagini.La sera di Santo Stefano del 1883 qualcosa di meraviglioso accadde nel Teatro alla Scala di Milano, dove era in programma l’opera di Amilcare Ponchielli «La Gioconda». Il grande lampadario centrale si illuminò di una luce vivida, ben diversa da quella alimentata dal gas. Si trattava del prodigio del secolo, la luce elettrica, e di un primato tutto milanese che permetteva l’alimentazione delle migliaia di lampadine che illuminavano la grande sala settecentesca del Piermarini. A poche decine di metri dalla Scala grandi dinamo a vapore lavoravano incessantemente per produrre l’energia necessaria nella grande sala macchine della prima centrale termoelettrica dell’Europa continentale. L’impianto di Santa Radegonda, dal nome della via dove era sorto in pochi mesi, era stato realizzato grazie ad una cordata di finanziatori uniti da una delle figure di spicco del positivismo scientifico e industriale meneghino, l’ingegnere Giuseppe Colombo. Nato a Milano nel 1836 Colombo, futuro fondatore della Edison, fu tra i promotori del Politecnico nel 1863 e rettore dell’ateneo dal 1897. Consigliere comunale e poi deputato nelle file dei moderati, il docente e imprenditore lombardo arrivò a ricoprire la carica di Presidente della Camera. Volàno della rivoluzione delle fabbriche, l’ingegnere visse gli anni dello sviluppo tecnologico dell’elettricità e delle sue applicazioni civili e industriali in contatto diretto con Thomas Alva Edison, l’inventore della lampadina ad incandescenza. Fu grazie alla fitta corrispondenza tra i due uomini di scienza che il sogno della luce elettrica a Milano poté prendere forma, in particolare dopo l’incontro che Edison e Colombo ebbero in occasione dell’Esposizione internazionale di Parigi nel 1881. Se qualche esperimento era già stato fatto a Milano, come quello del 1877 in cui la piazza del Duomo era stata illuminata da un faro a luce elettrica, la luce pubblica era ancora affidata alle lampade a gas. Colombo aveva anticipato la «sua» rivoluzione con una serie di dimostrazioni, illuminando le vetrine di esercizi pubblici intorno alla Galleria Vittorio Emanuele (come lo storico Caffè Biffi) ricevendo encomi ma anche critiche dagli antimodernisti che bollarono la luce elettrica come innaturale, compresi alcuni medici che la accusarono di essere dannosa. Lungi dal desistere, nel 1881 Colombo serrò le file dei finanziatori con la costituzione nella vicina via Manzoni del «Comitato promotore per l’applicazione dell’elettricità in Italia- sistema Edison». Tra i membri della nuova società i vertici di due grandi istituti bancari: Giuseppe Crespi del Credito Lombardo ed Enrico Rava della Banca Generale. Nei due anni di attività del comitato prese forma il progetto della centrale elettrica di Santa Radegonda, per la cui realizzazione in tempi rapidi Colombo compì un viaggio a New York. Incontrò Edison a Menlo Park, sede della società elettrica, e visitò la centrale cittadina di Pearl Street, che sarà il modello di quella milanese. Negli Stati Uniti l’ingegnere compì i passi più importanti per il futuro della luce elettrica a Milano e in Italia. Acquistò i macchinari che aveva visto in azione nella prima centrale termoelettrica degli Stati Uniti e portò con sé a Milano uno degli storici elettrotecnici di Edison, John William Lieb, l’unico in grado di installare e mettere in esercizio le grandi dinamo a vapore previste per la centrale milanese. Si trattava di due dinamo a corrente continua del tipo detto «Jumbo» in onore del famoso elefante del circo Barnum di New York e di sei macchine motrici a vapore prodotte dalle aziende Porter&Allen e Armington&Sims. Assieme al macchinario fu progettata la prima rete di distribuzione elettrica italiana e del continente europeo, con lavori importanti di interramento dei cavi che dalla centrale avrebbero raggiunto le utenze, tutte inizialmente circoscritte alla zona di piazza Duomo, della Scala e della Galleria Vittorio Emanuele. La centrale prese il posto dello storico teatro di Santa Radegonda, palco dell’operetta e già luogo di dimostrazioni di prodigi della tecnica, tra i quali dal 1819 fu esposto il «Velocimano», un triciclo a forma di cavallo alato mosso dalla forza delle braccia del conducente. I lavori di costruzione della centrale, che cambiò le volumetrie del vecchio teatro, durarono appena cinque mesi. Dopo alcuni adattamenti dei locali per permettere un uso ottimale delle macchine generatrici, iniziarono le prime prove di collaudo, con l’illuminazione di alcuni esercizi della Galleria. I milanesi capirono che l’impianto di Giuseppe Colombo era diventato realtà quando videro il fumo nero della combustione del carbone uscire dalla ciminiera alta 65 metri che si contendeva l’orizzonte della città con le guglie della cattedrale meneghina. La prima centrale termoelettrica italiana era nata, ed era la terza nel mondo. Milano, la città delle fabbriche e della tecnica veniva proiettata nel futuro. I giornali parlarono a lungo dell’impianto e dei suoi prodigi, della luce chiara e ferma garantita dalle lampadine ad incandescenza che fecero dimenticare i primi tremuli bulbi delle lampade alimentate da piccoli generatori. La centrale di Santa Radegonda, durante la prima fase di esercizio, lavorò 24 ore al giorno con le macchine a vapore della potenza compresa dai 120 ai 150 hp e le due dinamo «Jumbo» che garantivano una potenza nominale di 540 Kw, in grado di illuminare 1.200 lampade da 16 candele.Giuseppe Colombo e soci (che l’anno successivo all’inaugurazione della centrale fondarono la società Edison) dovettero lottare per i primi anni di esercizio con interessi già consolidati con l’amministrazione cittadina. Il prezzo dell’elettricità era inizialmente non competitivo rispetto ad altre fonti di illuminazione, per i costi di esercizio e della materia prima, il carbone. Nacque così una guerra tariffaria con l’illuminazione a gas, monopolizzata a Milano dalla società francese «Union des Gaz». Quest’ultima, temendo la progressiva diffusione della luce elettrica e la sua estensione all’illuminazione pubblica, pose numerosi ostacoli alla Edison specie riguardo alle concessioni e ai contratti con il Comune di Milano, limitando così la diffusione della rete elettrica. Colombo non si arrese. Per fare fronte alle prime e non trascurabili difficoltà che minacciavano il «gioiello» Santa Radegonda si lanciò una serie di operazioni che finirono col rafforzare la Edison. Diventò dapprima concessionario delle lampade Edison e avviò la produzione di queste ultime su licenza. Parallelamente all’attività industriale, la società milanese divenne consulente principale per altre città italiane interessate allo sviluppo della luce elettrica. Appoggiato dalla finanza milanese, Colombo apportò continue migliorie tecniche all’impianto di Santa Radegonda, che aumentò notevolmente la potenza di esercizio e la possibilità di estendere la rete distributiva. La svolta decisiva, che sancì la vittoria della luce elettrica sul gas, fu la concessione a Edison dell’elettrificazione e della gestione della rete tranviaria milanese, che abbandonò per sempre la vetusta trazione animale e si sviluppò rapidamente a cavallo dei due secoli. Con l’apporto dei primi impianti idroelettrici (la centrale Bertini sull’Adda) la Edison dominò la scena energetica di Milano e progressivamente di tutta la regione. La centrale di Santa Radegonda, amata e odiata dai milanesi per il fumo nero che anneriva il quartiere e le pareti marmoree del Duomo, rimase in esercizio fino al 1925 quando fu smantellata e sostituita da quello che oltre mezzo secolo più tardi diventerà il primo cinema multisala milanese, l’Odeon.
Imagoeconomica. Nel riquadro, la locandina della mostra su Castro a Jesi
Così, un luogo storico patrimonio universale (non solo per il riconoscimento dell’Unesco) è divenuto un luogo di fanatismo politico, di discriminazione dei lavoratori, un luogo di divisione, un luogo da sporcare con l’infamante rifiuto da parte dell’Asbl «Le Bois du Cazier», l’ente gestore del sito, di aprire le porte ad un sindacato. La colpa dell’Ugl? Essere collocato nell’area politica del conservatorismo anche se sul campo si ritrova spesso accanto anche a sigle come Usb (com’è accaduto recentemente a Roma in alcune manifestazioni di lavoratori). L’Ugl non potrà apporre una targa commemorativa sul Muro del Ricordo della miniera di Bois du Cazier, perché i casellanti della Storia hanno negato il timbro democratico. La risposta ufficiale dell’ente gestore del sito «è particolarmente allarmante», ha dichiarato il segretario dell’Ugl Francesco Capone. «Nella comunicazione inviata al nostro incaricato viene infatti affermato che il rifiuto sarebbe stato deciso in ragione della presunta "tendenza di estrema destra" attribuita alla nostra organizzazione. Marcinelle non appartiene a una parte politica, a una sigla o a un fronte sindacale: appartiene alla storia del lavoro, al sacrificio degli italiani emigrati, al dolore delle famiglie e alla coscienza civile dell’Europa. Siamo davanti a un cortocircuito democratico», ha concluso il capo dell’Ugl, «si pretende di difendere i valori della memoria e del pluralismo negando, proprio in quel luogo, il pluralismo e la libertà di espressione».
Qualcuno potrebbe ricordare a questi hooligan della memoria che negli anni Ottanta nelle fabbriche del Nord molti tesserati della rossissima Fiom erano anche militanti della Lega. Qualcosa si è clamorosamente inceppato se in Europa il ricordo e la difesa dei diritti dipendono da passaporti politici timbrati da censori evidentemente intossicati da un concetto di libertà appreso negli anni di abbeveraggio dai rubinetti sovietici o affini.
Così Marcinelle diventa un pezzo della traiettoria che tocca la rassegna «Più Libri più Liberi» e si allunga a Jesi dove gli stessi gendarmi della libertà hanno deciso di dedicare una grande mostra a Fidel Castro! L’Ugl non può ricordare gli italiani morti a Marcinelle, ma la Fondazione Cassa di risparmio di Jesi in collaborazione con il Centro Fidel Castro Ruz de L’Avana può osannare a Palazzo Bisaccioni in Jesi (città dove nacque Federico II di Svevia…) Castro. «Il leader che sfidò il secolo» viene celebrato «con fotografie, documenti come l’atto di nascita, manifesti, telegrammi, proclami, ritagli di giornali e perfino il camicione bianco che indossava nel tempo libero». Una «pisciata» di retorica che sicuramente farà sbrodolare i compagni col culto nostalgico di Fidel, di Stalin, di Mao, di Pol Pot e compagnia cantante.
Ma ritorniamo alla vicenda di Marcinelle perché è decisamente più grave rispetto all’esaltazione di uno spompato castrismo: nel luogo dove settant’anni fa morirono 136 minatori italiani, sui 262 lavoratori, coloro che dovrebbero garantire la memoria di quella tragedia, si arrogano - non si sa con quale autorità - il diritto di chiedere un «passaporto politico» all’Ugl, escludendo un sindacato pienamente legittimo, attivo in Italia a ogni livello. Quell’Ugl che i lavoratori hanno scelto come opzione di garanzia e come loro interlocutore negoziale in difesa di diritti, salario, libertà, non avrebbe l’agibilità storica e lo standing morale per commemorare altri lavoratori, che in quel pezzo di Belgio non trovarono sufficiente protezione.
E allora non possiamo che domandare al presidente Sergio Mattarella se un sindacato italiano possa essere discriminato e umiliato, e se non ritiene di esporsi di fronte all’arroganza di chi alza o abbassa la barriera della memoria con imbarazzante superficialità.
Ma quand’anche affermiamo che l’Ugl non fa parte del giro dei compagni, perché un sindacato conservatore non avrebbe la liceità di commemorare la tragedia di Marcinelle? Che cosa c’entra il «passaporto politico» con una tragica e sottovalutata dinamica di sicurezza all’interno della miniera? I minatori rimasero intrappolati a quasi mille metri di profondità; non c’erano porte stagne per isolare il fumo e l’impianto possedeva strutture in legno che bruciarono rapidamente. Le squadre di soccorso, inoltre, non poterono intervenire tempestivamente a causa dell’aria resa irrespirabile. Che senso ha il passaggio (tra l’altro falso) sulla «tendenza di estrema destra»? Marcinelle è una ferita collettiva, una ferita per tutta la comunità italiana. Fa bene l’Ugl a sottolineare la discriminazione ricevuta e farebbe bene il nostro Capo dello Stato a spendere una parola di sostegno.
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Valentina Tereshkova e Sally K.Ride (Getty Images/Nasa)
Due storie parallele di donne che viaggiarono in orbita negli stessi giorni, a distanza di 20 anni esatti. Sono quelle dell’astronauta sovietica Valentina Tereshkova e della sua omologa americana Sally K.Ride, in orbita con la Nasa.
Entrambe si trovarono a migliaia di chilometri dalla terra il giorno 18 giugno. La Tereskova nel 1963, la Ride nel 1983, agli estremi temporali della corsa allo spazio che caratterizzò gli anni della Guerra fredda.
All’inizio degli anni Sessanta, sembrò che l’Unione Sovietica potesse prevalere sugli Stati Uniti in campo spaziale. Nel 1957 lo Sputnik era stata la prima missione di successo: per la prima volta un oggetto costruito dall’uomo aveva superato l’atmosfera. Nel 1961 Juri Gagarin fu il primo uomo in orbita a bordo della Vostok 1. Fu nel clima di entusiasmo per l’impresa che si aprì la strada di Valentina Tereshkova, pilota e paracadutista. Di origini bielorusse, nata nel 1937, orfana di guerra ed ex operaia e studentessa lavoratrice, dopo il brevetto da paracadutista si candidò quale prima donna nello Spazio all’interno del programma Vostok, lo stesso di Gagarin. Passata la selezione, si addestrò per un anno prima di essere confermata come membro dell’equipaggio del Vostok 6. Il programma prevedeva il lancio di due vettori ad due giorni di distanza l’uno dall’altro. Per prima fu lanciata la Vostok 5 con l’astronauta Valery Bykovski, mentre il 16 giugno 1963 fu la volta della Vostok 6 con a bordo la Tereshkova. L’obbiettivo della missione era il rendez-vous tra le due navicelle, secondo un calcolo della rotta studiato da terra (per i due astronauti non era possibile intervenire in alcun modo). Il lancio non presentò problemi e «Chaika» (gabbiano, nome in codice della Tereskova) fu la prima donna nello spazio. La Vostok 6, dopo numerose orbitazioni incontrò la gemella Vostok 5 il 18 giugno 1963, anche se il rendez-vous non fu completato ma comunque un successo, perché le due navicelle si avvicinarono a meno di 5 chilometri l’una dall’altra. Il 19 giugno la Tereskova compì le manovre di rientro e, come previsto allora, si paracadutò in una landa del Kazhakistan dove fu recuperata da un gruppo di contadini e nutrita. La missione fu trasmessa dalla televisione sovietica e sfruttata dal presidente Nikita Krushev come battaglia vinta nella guerra spaziale con gli Usa. L’eco dell’impresa della Tereshkova fu globale e l’astronauta fu mandata dal partito in tournée nei paesi Europei. Visitò Londra e la regina Elisabetta. In Italia fu a Roma, Milano e in altri capoluoghi per raccontare la sua impresa. Dopo la fine della carriera l’astronauta entrò nella dirigenza del Pcus e alla caduta dell’Urss proseguì con il partito Russia Unita di Vladimir Putin. Nel 2022 è stata una delle più convinte sostenitrici dell’«Operazione speciale» in Ucraina.
Erano passati esattamente vent’anni dal viaggio della Tereshkova e il mondo era ancora diviso nei due blocchi contrapposti separati dalla Cortina di ferro, anche se di lì a poco la Perestrojika di Michail Gorbaciov avrebbe spinto verso la fine della Guerra fredda e alla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il mondo della corsa allo spazio era cambiato, vinto alla fine dagli Usa con la conquista della Luna e le successive missioni Apollo dal 1969 al 1972. Nel 1983 la Nasa aveva da poco iniziato le missioni STS (Space Transportation System) con lo Space Shuttle. Già nel 1978 lo sviluppo del nuovo velivolo spaziale era in pieno sviluppo. Fu in quell’anno che la Nasa incluse per la prima volta una donna come candidata ai voli spaziali. Sally K.Ride, californiana allora ventisettenne, aveva avuto una storia personale molto diversa da quella della pioniera Tereshkova. Astrofisica, rispose all’appello dell’agenzia spaziale americana e fu selezionata per l’addestramento ai voli STS, che avevano l’obiettivo di lanciare satelliti e condurre esperimenti scientifici. Sally fu destinata alla missione STS-7 sullo Shuttle «Challenger», che aveva come ulteriore compito quello di testare per la prima volta il braccio robotico «Canadarm». Il lancio avvenne il 18 giugno 1983, con la Ride accompagnata dagli astronauti Robert Crippen, Frederick Hauck, John Fabian e Norman Thagard dal Kennedy Space Center. Durante la missione furono portati a termine 10 esperimenti scientifici, tra cui lo studio degli effetti dello spazio sulle formiche, e lanciati i satelliti Anik C-2 di Telesat Canada e l’indonesiano Palapa-B1. Lo Shuttle con a bordo la Ride compì 98 orbitazioni terrestri prima dell’atterraggio (lo Shuttle atterrava come un aereo di linea) sulla pista della Edwards Air Force Base in California il 24 giugno 1983. L’esito della missione fu positivo, anche se al rientro fu notata una dispersione di schiuma isolante dalla carlinga del velivolo. Lo stesso problema fu la causa alla base del tragico incidente che coinvolse anni dopo lo Shuttle «Columbia» quando un pezzo di schiuma danneggiò la struttura durante il rientro. Il gas plasma penetrò in un’ala e distrusse lo Shuttle uccidendo tutto l’equipaggio. L'incidente si verificò il 1°febbraio 2003, vent’anni dopo il volo di Sally Ride che fu nominata membro della CAIB, la commissione d’inchiesta sul disastro. La prima americana nello Spazio fu chiamata in causa anche tre anni dopo il suo primo volo quando lo Shuttle che l’aveva portata in orbita, il «Challenger» esplose poco dopo il lancio. La Ride ebbe il merito di evidenziare le cause della sciagura causata dalla mancata tenuta degli «O-rings», gli anelli di congiunzione dei serbatoi e di mettere in luce i difetti di progettazione e le responsabilità dell’incidente.
Sally Ride è mancata prematuramente nel 2012, sopraffatta da una malattia incurabile.
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Agenti della polizia britannica (Ansa)
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
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«Si sono appena chiusi i lavori di un vertice molto importante dei cui risultati sono soddisfatta». Lo ha dichiarato il presidente del Consiglio al termine del G7. Il premier ha riferito di aver trovato «un ottimo clima» e ha sottolineato che i leader hanno approfondito i principali temi dell’agenda internazionale: dalla guerra in Ucraina alla situazione in Medio Oriente, dalle partnership globali alla crescita economica, fino allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
«Abbiamo lavorato bene insieme» ha aggiunto Meloni, evidenziando che gli esiti del vertice sono stati raccolti in otto dichiarazioni tematiche. Giorgia Meloni ha inoltre ricordato che, per il terzo anno consecutivo, la lotta all’immigrazione illegale è entrata nei lavori del G7: «Il governo dei flussi migratori è ormai un tema stabile di questo formato ed è un lascito della Presidenza italiana».