2025-03-28
Calo demografico, Ceccardi: «Migrazione è soluzione? I bambini non sono merci da importare»
True
Lo ha detto l'eurodeputata della Lega, Susanna Ceccardi, a margine dell'evento di presentazione dell'Osservatorio per la natalità e la vita.
Lo ha detto l'eurodeputata della Lega, Susanna Ceccardi, a margine dell'evento di presentazione dell'Osservatorio per la natalità e la vita.
Le Fiamme Gialle hanno concluso una grande operazione a contrasto del traffico di stupefacenti sequestrando oltre 110 chilogrammi di cocaina nascosti in un camion. Avrebbero fruttato alla malavita circa 20 milioni di euro.
Nello specifico, militari del Gruppo di Gorizia, nell’ambito della quotidiana e sistematica attività di servizio per il controllo economico del territorio ed alla repressione dei traffici illeciti, hanno intercettato un autoarticolato che, dopo aver attraversato la barriera autostradale del Lisert (GO), procedeva lungo la tratta autostradale in direzione uscita Stato verso la Slovenia.
Lo stupefacente era suddiviso in 101 panetti, del peso di circa un chilo ognuno, custoditi all’interno di tre borsoni occultati all’interno della cabina del mezzo, con targa croata, che formalmente si dirigeva verso la Croazia, trasportando materiali edilizi.
Il controllo ha avuto una dinamica particolare poiché i finanzieri inizialmente avevano semplicemente intimato l’alt al camion, avendo notato che aveva un fanale fuori uso. Tuttavia l’autista non si fermava e, approfittando dell’intenso traffico di mezzi pesanti, continuava la marcia. I militari decidevano allora di seguire il mezzo e, dopo averlo fermato, insospettiti dal comportamento nervoso del conducente, procedevano ad effettuare l’ispezione della cabina rinvenendo i tre borsoni, all’interno dei quali erano stivati i 101 panetti di cocaina purissima. Le attività di controllo sono state svolte anche con le unità cinofile in forza al Reparto.
Sono in corso accertamenti per determinare l’effettiva destinazione della sostanza stupefacente rinvenuta che, una volta tagliata ed immessa sul mercato, avrebbe fruttato alle organizzazioni criminali un introito pari a circa 20 milioni di euro.
Il camion, intestato ad una società croata, era condotto da un autista di origine serba che è stato arrestato in flagranza di reato per detenzione, trasporto e traffico aggravato dall’ingente quantità di sostanze stupefacenti ed è stato portato nella casa circondariale di Gorizia, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
L’esercito venezuelano riconosce la Rodriguez. Trump: «Faccia ciò che è giusto o pagherà un prezzo alto». Sulla Groenlandia: «Ci serve per difesa». I seals avevano riprodotto in America la villa del tiranno per il blitz.
Secondo la ricostruzione del New York Times, il cambio di scenario a Caracas non è stato il frutto di un’improvvisazione, ma l’esito di un lavoro preparato da settimane negli ambienti decisionali statunitensi. Già prima dell’epilogo militare, Washington aveva individuato nella vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez, e non in María Corina Machado, una figura ritenuta «gestibile» per una fase di transizione successiva all’uscita di scena di Nicolás Maduro. A convincere i collaboratori del presidente Donald Trump sarebbe stata soprattutto la sua esperienza nella gestione del comparto petrolifero, considerata una garanzia di affidabilità per tutelare e rilanciare gli investimenti energetici americani in Venezuela.
Intermediari coinvolti nei contatti avrebbero insistito sulla capacità di Rodriguez di assicurare stabilità e continuità operativa in un settore strategico. «La seguo da molto tempo, so bene chi è e come lavora», ha spiegato un alto funzionario statunitense citato dal quotidiano newyorkese. «Non è la risposta definitiva a tutti i problemi del Paese, ma è una persona con cui riteniamo possibile un rapporto più professionale rispetto al passato», ha aggiunto, con un riferimento diretto a Maduro che, alla fine di dicembre, aveva respinto un ultimatum della Casa Bianca che gli proponeva di lasciare il potere in cambio di un esilio in Turchia. In ogni caso Donald Trump ieri è stato molto netto sulle prossime mosse del Venezuela: «Se Delcy Rodriguez non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro. La ricostruzione e il cambio di regime in Venezuela, come volete chiamarli, sono meglio di quello che c’è adesso. Non potrebbe andare peggio».
Altri problemi però possono arrivare dal ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez, che prima, dopo la decisione della Corte suprema, ha riconosciuto la guida della Rodriguez e ha invitato la popolazione a riprendere le normali attività nel Paese, e poi ha accusato gli Stati Uniti di aver ucciso «a sangue freddo» uomini della scorta di Nicolás Maduro durante il blitz. In un videomessaggio affiancato dai vertici militari, Padrino Lopez ha chiesto il «rilascio immediato» di Maduro, definito «l’unico leader costituzionale del Paese», e ha denunciato quella che ha chiamato l’«ambizione colonialista» di Washington, invitando la comunità internazionale a vigilare su quella che ha descritto come una minaccia alla sovranità non solo del Venezuela ma di altri Paesi.
All’indomani dell’operazione militare che ha portato alla cattura e alla rimozione di Maduro, il segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito che Delcy Rodríguez non è da considerarsi la legittima presidente del Venezuela, poiché Washington non riconosce l’attuale assetto di potere. Poi ha chiarito la linea: gli Stati Uniti sono pronti a collaborare con chi resterà nel Paese, a patto che venga compiuta «la scelta giusta». Intervenendo a Face the Nation della Cbs, Rubio ha spiegato che ogni valutazione dipenderà dai comportamenti dei nuovi interlocutori: «Non siamo in guerra contro il Venezuela e giudicheremo in base a ciò che faranno». E ha avvertito che, in caso contrario, Washington manterrà «numerose leve di pressione» su Caracas. Intervenendo sui network americani, il segretario di Stato ha definito premature eventuali elezioni a breve in Venezuela e ha indicato come priorità la rottura dei legami con Iran e Hezbollah. Rubio ha escluso che Caracas possa diventare una piattaforma operativa per potenze e gruppi ostili agli Stati Uniti, sottolineando che non è accettabile che le maggiori riserve petrolifere mondiali restino sotto il controllo di avversari di Washington.
Con il passare delle ore è emerso che l’Operation Absolute Resolve, scattata sabato scorso, è stata pianificata per mesi in una base segreta in Florida, dove sono stati ricostruiti nei minimi dettagli gli interni della dimora presidenziale in modo da evitare sorprese. Poi poche ore prima del blitz un attacco cyber ha messo offline gli apparati di sicurezza venezuelani che sono rimasti praticamente al buio durante gli attacchi aerei. Sul fronte giudiziario, Nicolás Maduro potrebbe comparire già domani davanti al tribunale federale di New York con accuse pesantissime: narcoterrorismo, traffico di droga e altri reati federali. Secondo Newsweek, l’impianto accusatorio sarebbe più solido di quanto l’opinione pubblica abbia finora percepito. L’atto d’accusa sostitutivo diffuso nel fine settimana amplia quello del 2020, ricostruendo in dettaglio rotte della droga, canali logistici e legami con grandi cartelli, oltre all’uso della rete diplomatica venezuelana per agevolare traffici di stupefacenti e denaro. Centrale potrebbe risultare la collaborazione di Hugo Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare, oggi detenuto negli Stati Uniti e in attesa di condanna, una tempistica che secondo l’ex procuratore federale Elie Honig spesso segnala un accordo con l’accusa. Sul fronte tecnologico, è stato reso noto che Starlink garantirà connettività gratuita in Venezuela fino al 3 febbraio, per contrastare blackout e censura digitale, tratti distintivi del regime di Nicolás Maduro, il quale ora rischia di essere condannato a più ergastoli.
La politica internazionale vive per lo più del dietro le quinte: qualcuno può parlare con certezza delle conversazioni bilaterali tra Usa e Russia, tra Cina e Russia, tra Cina e America? Il solo bisbigliare ci fa intercettare che si stiano spartendo il mondo in un giro di compasso che ricrea l’ordine mondiale, ridiscutendo le linee rosse e pure quelle di tutti gli altri colori che il business dispone: fondi sovrani, colossi energetici, multinazionali del settore digitale o delle armi, proprietà e controllo delle aree dove si innervano i minerali preziosi per le industrie moderne; e poi il controllo delle infrastrutture, quelle che poggiano in fondo agli oceani o sulla terra o sono sospese nei cieli.
È una partita che stanno giocando solo le potenze pienamente sovrane che dispongono di spada e moneta. Le famose relazioni internazionali hanno una regola fondamentale: pacta sunt servanda, il che significa che, al di là dei processi di ratifica (upgrade del diritto europeo, per esempio), è l’equilibrio raggiunto tra le potenze che ne determina l’osservanza, e non la «potenza» della norma. Era per paura che il mondo scoppiasse che, durante la Guerra fredda, America e Urss non si sovrastarono vicendevolmente. Caduto il Muro, l’America credette che la Storia avesse esaurito la propria spinta e lei avesse vinto. Invece la Storia è tornata e sta facendo l’appello delle grandi potenze. Quel 9 novembre 1989 non illuse solo l’America, ma illuse anche la vecchia Europa, che innescò - per paura della riunificazione delle due Germanie - l’unificazione per via monetaria. Una moneta per fare l’Europa politica, per tenere tutti compatti. Una moneta e tanta retorica: via i confini, via le sovranità nazionali, via gli interessi nazionali e i popoli... Fintanto che, fuori dall’Europa, un nuovo ingranaggio veniva impiantato - altro errore di prospettiva americano - nel grande gioco: la Cina nel Wto. Non solo, anche la Russia tornava a ripensarsi potenza e lo faceva usando la leva delle armi nucleari e della grande disponibilità energetica, le cui infrastrutture con Putin ridiventavano dello Stato, ribaltando i «guai» di Eltsin. Così, mentre l’Europa allargava le maglie del mercato energetico, liberalizzandolo secondo i dettami del neoliberismo, la Russia nazionalizzava, si sfregava le mani e si presentava come il più conveniente e suadente alleato energetico.
Un anno e mezzo fa scrissi un libro - Maledetta Europa - per analizzare che cosa sarebbe successo e, senza particolari doti di veggenza, lessi i fatti per come si presentavano, senza farmi fregare dalla retorica europeista. Che invece prosegue ancor oggi il suo incantesimo manipolatorio. E se sono qui a scrivere sulla Verità è perché un altro gruppo di realisti, ben orchestrato dal direttore/editore Maurizio Belpietro, pensa che vada fatta la tara a questa Ue. Pochi giorni fa Ernesto Galli della Loggia sul Corriere scriveva: «Il problema vero dell’Unione europea alla fine è uno solo: che i suoi cittadini non si sentono europei. E naturalmente un organismo politico fondato sul consenso ma verso il quale i suoi membri non sentono alcun sentimento di appartenenza, non consiste realmente in nulla. Nel senso che non riuscirà mai ad attingere il grado di sovranità necessario a prendere quelle decisioni davvero cruciali che riguardano la pace e la guerra, cioè la vita e la morte dei suoi cittadini: cioè le decisioni che attestano per l’appunto l’esistenza di un autentico attore politico. I cittadini dell’Unione sanno bene che cosa vuol dire essere spagnoli, danesi o polacchi. Lo hanno appreso da secoli di storia. […] L’Unione sembra venire dal nulla, non avere alcun passato, manca perfino di una Costituzione che spieghi ai suoi cittadini i valori su cui si fonda, che cosa sia e voglia essere, a chi essi devono obbedire. L’Unione europea insomma manca di un’identità». Benvenuto.
Manca il popolo sovrano perché i «registi» della Ue scelsero l’euro come sineddoche dell’Europa, senza un battesimo popolare attraverso un referendum popolare. Unione europea è ciò che oggi intendiamo per Europa, ed è un errore politico enorme, gigantesco. Un errore così grande che è bene smontarlo: l’Europa ci sta fregando e in un tempo in cui sono tornate a comandare le grandi potenze - Usa, Cina e Russia - ci fregherà sempre di più. Che senso ha restare imbambolati nell’ingannevole pendolo che ipnotizza a non mollare e a spingere per più Europa? L’Europa non può giocare la partita perché è fuori dalla Storia per gli errori di presunzione commessi ex tunc. L’America «pensa» il Venezuela (e forse domani la Groenlandia) allo stesso modo in cui la Russia «pensa» il Donbass e la Cina «pensa» Taiwan. Se l’accordo prevede questa spartizione, l’Europa non ha alcun peso per cambiare tale meccanica. Ha perso perché ha scelto una moneta prima dell’identità, la burocrazia invece di un referendum. Per questo, si rompano i patti dell’Unione e li si riconvertano nella vecchia e migliore formula della Cee, con Stati sovrani alleati ma non vincolati a un morto che cammina.
Per Donald Trump, le politiche relative al commercio internazionale sono strettamente collegate alla tutela della sicurezza nazionale. A maggio, lo confermò in esclusiva alla Verità l’allora presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca, Stephen Miran. Ebbene, il nostro giornale ha avuto adesso l’opportunità di intervistare, sempre in esclusiva, il successore di Miran a questo delicato incarico: Pierre Yared.
Professore di Economia Internazionale presso la Business School della Columbia University e membro del Council on Foreign Relations, Yared è stato nominato a febbraio da Trump vicepresidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca. Ne ha assunto poi la guida ad interim in settembre, dopo che Miran è passato al board dei governatori della Federal Reserve. Sempre a settembre, Reuters riportò che l’attuale amministrazione statunitense stava valutando il nome di Yared per caldeggiarne eventualmente la nomina a numero due del Fondo monetario internazionale.
Nel colloquio che abbiamo avuto con lui, sono stati affrontati vari argomenti. Dal senso strategico dei dazi promossi dalla Casa Bianca alla lotta all’inflazione: un tema, quest’ultimo, particolarmente caldo, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Abbiamo inoltre parlato delle relazioni tra Roma e Washington, senza poi trascurare il ruolo geopolitico del dollaro: un dossier, questo, che chiama direttamente in causa il complicato rapporto che intercorre tra la Casa Bianca e i Paesi appartenenti al blocco dei Brics. Era d’altronde il 2024, quando Yared pubblicò uno studio in cui si sosteneva che «il predominio finanziario segue la potenza militare, soprattutto durante i periodi di instabilità globale». «La potenza militare non è solo un fattore di supporto: è un pilastro della supremazia finanziaria», aggiunse. Si tratta di temi geopoliticamente rilevanti, soprattutto alla luce delle tensioni internazionali esplose a seguito della recentissima cattura di Nicolas Maduro da parte di Washington.
Pierre Yared, qual è lo scopo strategico dei dazi americani? E qual è stato finora il loro impatto sull’economia degli Stati Uniti? Le faccio questa domanda perché in Italia molti commentatori ancora demonizzano o ridicolizzano la politica commerciale del presidente Trump.
«Esistono diverse motivazioni legali per ogni serie di dazi. Dal mio punto di vista di economista, vedo i dazi come strumenti finalizzati a due scopi principali. In primo luogo, creano un incentivo basato sul mercato per ridurre i rischi delle catene di approvvigionamento critiche, proteggendole dagli avversari geopolitici. In secondo luogo, forniscono una leva al governo statunitense nei negoziati con i partner commerciali per aprire i mercati esteri alle esportazioni statunitensi. C’è anche un interessante effetto collaterale».
Quale?
«I dazi aumentano le entrate del governo statunitense. In termini di impatto, abbiamo assistito a una rapidissima diminuzione della dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni cinesi, riportandoci a livelli mai visti da prima dell’adesione della Cina all’Organizzazione mondiale del commercio. Abbiamo visto i partner commerciali rimuovere le barriere non tariffarie e impegnarsi a investire negli Stati Uniti. Anche le entrate tariffarie che abbiamo raccolto finora sono state significative».
A novembre 2025, l’inflazione statunitense ha registrato un raffreddamento: l’indice dei prezzi al consumo è sceso al 2,7% rispetto al 3% di settembre. Ora, proprio l’inflazione rappresenta notoriamente un dossier decisivo in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre di quest’anno. Qual è la strategia del presidente Trump per combatterla?
«Il modo in cui il presidente Trump sta frenando le pressioni inflazionistiche in tutto il settore economico è costituito dall’espansione del lato dell’offerta dell’economia attraverso la deregolamentazione: il che riduce i costi del fare impresa. Ci sono poi incentivi fiscali al lavoro e agli investimenti».
Prosegua pure.
«Inoltre, il presidente Trump sta anche riducendo il deficit di bilancio attraverso l’aumento delle entrate fiscali, la riduzione della spesa e la riduzione di sprechi, frodi e abusi, che a loro volta riducono la pressione inflazionistica».
Venendo invece all’intreccio tra geopolitica e questioni finanziarie, per quale ragione l’aumento della spesa militare statunitense è utile per difendere il predominio globale del dollaro?
«Il presidente Trump si è impegnato a garantire un esercito molto potente, motivo per cui il One Big Beautiful Bill Act (legge approvata a luglio dal Congresso, ndr) prevedeva importanti disposizioni volte ad assicurare una spesa significativa nel comparto della difesa. Inoltre, il presidente Trump ha parlato in numerose occasioni dell’importanza dello status del dollaro come valuta di riserva, affermando che perdere questo status equivarrebbe strategicamente a perdere una guerra».
Fin dalla campagna elettorale, il presidente Trump si è rivolto con particolare attenzione ai colletti blu di Stati operai come Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Le chiedo quindi: quali sono i settori manifatturieri che l’attuale inquilino della Casa Bianca intende rilanciare? E per quale ragione?
«Sebbene gli Stati Uniti siano il secondo produttore manifatturiero al mondo e il più produttivo, è anche vero che il settore manifatturiero, in termini di quota dell’economia, è in calo da diversi decenni. Ciò rappresenta un rischio strategico per gli Stati Uniti, poiché non possiamo fare eccessivo affidamento su avversari geopolitici per la nostra base industriale e di difesa né per le nostre infrastrutture critiche. Ed è su questo che il presidente si concentra quando volge la sua attenzione alla produzione manifatturiera».
Perché l’amministrazione Trump ritiene fondamentale rilanciare il settore energetico del petrolio e del gas?
«Ci sono tre grandi questioni. In primo luogo, l’energia è fondamentale per tutto, quindi espandere l’approvvigionamento energetico è fondamentale per ridurre le pressioni inflazionistiche e garantire la lotta al carovita. E questo è molto diverso dall’agenda green che era stata portata avanti dall’amministrazione Biden».
E poi?
«In secondo luogo, l’energia rappresenta un’esportazione strategica per gli Stati Uniti. Infine, l’abbondanza di energia è necessaria per il predominio degli Stati Uniti nel settore dell’intelligenza artificiale, dato il fabbisogno energetico dei data center».
All’interno dell’Unione europea, il governo italiano, guidato da Giorgia Meloni, è quello più impegnato a rafforzare le relazioni transatlantiche. Che cosa ne pensa? Ma soprattutto: lei ritiene che Washington e Roma possano consolidare i loro legami economici nel prossimo futuro?
«Accogliamo con favore il riconoscimento da parte del presidente del Consiglio Meloni dei valori e degli obiettivi comuni che condividiamo nei due lati dell’Atlantico, e accogliamo con favore anche il suo impegno ad aumentare la spesa per la difesa in Italia per consolidare il suo impegno nella Nato. Ci attendiamo che l’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione europea si traduca in una maggiore cooperazione economica con l’Italia».

