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2019-02-23
Boom di furti con la fattura elettronica
Fatture elettroniche a rischio hacker. Diversi istituti di credito stanno infatti segnalando casi di frode legati al fatto che ignoti riescono ad accedere alle e-fatture emesse da società e professionisti, modificandone le coordinate bancarie. Proprio per questo le banche hanno iniziato a mandare, ai loro clienti, un'informativa dove si consiglia di verificare direttamente con il beneficiario la correttezza dell'iban, prima di dare l'autorizzazione al pagamento. Gli hacker riescono dunque ad intercettare la fattura elettronica mentre è in transito, dal cliente al fornitore, e a cambiare coordinate bancarie in modo da dirottare la somma su un altro conto corrente. Inoltre, è anche possibile modificare altri dati. Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, spiega come sia possibile avere accesso a tutte le transazioni che una determinata azienda ha fatto con i suoi fornitori, agli importi e a tutto il resto dei documenti comunicati - o allegati - all'interno di una fattura elettronica, conoscendo il codice fiscale dell'emittente. Se infatti si sa che azienda e fornitore usano lo stesso software per gestire la fatturazione elettronica - e la piattaforma risulta essere non protetta - «si può avere accesso all'elenco delle e-fatture conoscendo il codice fiscale» del soggetto che emette le suddette. In questo modo si ha accesso allo storico delle fatture e a tutti gli altri dati. Si può inoltre decidere di cambiare non solo l'iban, ma anche altre informazioni, che potrebbero danneggiare ulteriormente l'azienda o il fornitore di turno. Questi gap informatici, sottolinea Cuchel, riguardano sicuramente i software a pagamento. Non si ha, al momento, ancora la certezza che il software messo in campo dall'Agenzia delle entrate sia immune agli stessi problemi tecnici o che gli hacker non riescano ad accedere alle fatture elettroniche direttamente dal sistema di interscambio dell'Agenzia delle entrate, anche perché il tutto ruota attorno al problema della privacy.
Gli hacker riescono infatti ad entrare all'interno dei vari sistemi informatici grazie alla presenza di software non protetti dagli attacchi esterni e che non si sono preoccupati di tutelare la privacy dei dati dei clienti. Proprio per questo a fine 2018 il Garante della privacy aveva chiesto all'Agenzia delle entrate delle spiegazioni su diverse criticità che circondavano la fattura elettronica. Erano infatti state evidenziate diverse vulnerabilità in materia di trattamento dei dati personali. «Trasmissione e memorizzazione di una ingente mole di dati non direttamente rilevanti ai fini fiscali, con conseguenze per la tutela della riservatezza, in particolare in merito alle strategie aziendali» riportava la nota.
Le criticità della privacy non si può dire siano state risolte. L'Agenzia delle entrate ha infatti cercato di mettere una toppa al problema della privacy decidendo di memorizzare solo i dati fiscali, senza però arrivare a soluzioni conclusive. Inoltre, più volte, nel 2018 diversi professionisti avevano sottolineato che sarebbe stato meglio prorogare l'entrata in vigore della fattura elettronica, voluta dal governo Gentiloni, perché il sistema paese non risultava essere ancora pronto ad accogliere l'innovazione. L'Associazione nazionale dei commercialisti aveva anche proposto, se proprio si voleva mantenere come data di inizio il 1 gennaio 2019, di procedere per gradi. Iniziare dunque prima dalle società più grandi e consolidate per poi arrivare fino alle piccole e medie imprese. Il governo grilloleghista ha però deciso di continuare sulla strada tracciata da quello precedente e di procedere con l'introduzione della fattura elettronica a inizio 2019. Uno dei motivi che ha spinto l'esecutivo Lega-M5s a non posticipare l'introduzione è stata la speranza di incassare 2 miliardi di euro dalla lotta all'evasione Iva. Somma messa appunto a bilancio dal governo. Da quando la fattura elettronica è però entrata in vigore non sono mancati i problemi e i disservizi. I rallentamenti risultano infatti essere all'ordine del giorno, così come i vari blocchi dei sistemi e i ritardi nella consegna delle e-fatture. Molti esercizi commerciali hanno continuato ad emettere fatture di cortesia, al posto della fattura elettronica, perché non ancora pronti alla novità. E altri hanno inserito un sovrapprezzo per ogni e-fattura che veniva richiesta (benzinai). Alcune case di software hanno inoltre segnato come gli siano arrivate solo nei giorni scorse, fatture emesse a gennaio, a causa di problemi legati al Sistema di interscambio dell'Agenzia delle entrate. E infine, come se non fosse abbastanza, lo stesso sistema di fatturazione elettronica ha reso la vita difficili a imprenditori e professionisti, dato che anche per un semplice errore di battitura (sbagliare un numero o una lettere) si deve rinviare una fattura elettronica allo stesso fornitore. Il risultato? Doppie/triple fatture per uno stesso ordine.
L'hackeraggio dell'iban risulta dunque essere l'ultima di una serie di problematiche che più volte professionisti e il mondo produttivo avevano cercato di segnalare al governo, senza che venissero recepite.
Oltre il 4% delle pratiche sono ancora compilate male
Sono 228 milioni le e-fatture inviate da 2,3 milioni di soggetti, da quando la fattura elettronica è diventata obbligatoria: il 1 gennaio 2019.
Secondo gli ultimi dati pubblicati dall'Agenzia delle entrate il 4,43% degli invii non è andato a buon fine per errori nella compilazione: indicazione di partita Iva errata, codice destinatario errato, fattura duplicata, errore nell'estensione del file, due o più fatture con lo stesso nome. Gli interessati hanno dovuto procedere a una nuova emissione della fattura elettronica, dopo aver inserito i dati corretti.
Sono inoltre state rilasciate circa 7 milioni di deleghe per i servizi del sistema fatture e corrispettivi, di cui 2 milioni tramite gli uffici dell'Agenzia delle entrate e 5 milioni attraverso le altre modalità (area riservata del sito Internet, pec).
Nonostante i vari disservizi e i problemi con la privacy, che hanno contrassegnato tutto il periodo preso in considerazione per l'elaborazione dei dati, l'Autorità fiscale si è dichiarata soddisfatta del risultato ottenuto, dato che le e-fatture risultano essere più che raddoppiate nei primi 18 giorni di febbraio. «Al 31 gennaio», riporta la nota «erano circa 100 milioni le fatture inviate da parte di 1 milione e mezzo di operatori». Mentre nei primi 18 giorni di febbraio ne sono state inviate, stando ai calcoli dell'Agenzia delle entrate, 128 milioni.
Entrando nel dettaglio dei dati, è possibile osservare diversi trend sulla e-fattura, se si prendono in considerazione variabili diverse. Per quanto riguarda i settori produttivi, al primo posto si posiziona il commercio all'ingrosso e al dettaglio-riparazione di autoveicoli e motocicli, con un invio di 55.750.194 fatture elettroniche. Seguito a distanza dal manifatturiero con 20 milioni di fatture trasmesse (20.236.052) e terzo a pari merito, per le attività a noleggio, le agenzie di viaggio e i servizi di supporto alle imprese che hanno superano la soglia dei 10 milioni di file (10.490.684). Fanalino di coda il settore dei trasporti con 7,7 milioni di e-fatture inviate, nel periodo esaminato.
Per quanto riguarda invece la platea degli operatori coinvolti, tra i più attivi, dopo concessionarie e autofficine, troviamo liberi professionisti (338.691), seguiti da costruttori (269.972), manifatture (269.600), agenti immobiliari (142.627), alberghi e ristoranti (121.171).
Se si osservano infine i dati a livello regionale, si nota come viene riproposto il dualismo nord-sud. La prima della classifica, per numero di fatture emesse, risulta infatti essere la Lombardia con oltre 80 milioni di invii (81.180.119), seguita dal Lazio (51.235.686 invii), e dall'Emilia-Romagna (13.524.740). Risultati positivi anche per il Veneto con 12.153.873 invii e il Piemonte con 12.009.929. L'Italia centrale vede la Toscana superare la soglia di 8 milioni di fatture inviate (8.048.074), seguita dalle Marche (3.103.146) e dall'Umbria (1.792.741). Al Sud la Campania fa registrare quasi 7 milioni di invii (6.947.742), seguita da Sicilia e Puglia che hanno inviato rispettivamente: 4.696.895 e 4.344.587 fatture elettroniche. Le associazioni dei commercialisti danno segni d'impazienza e preannunciano proteste: «Alla luce di una condizione divenuta insostenibile le associazioni Adc e Anc, riunite in confederazione, intendono dare seguito alla proclamazione di una astensione colletiva della categoria, avviando le procedure formali previste dallo specifico codice di autoregolamentazione, per il periodo 29 aprile-3maggio 2019».
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Molti software per lo scambio di documenti fra le parti presentano vulnerabilità: i pirati informatici riescono a inserirsi nelle transazioni e dirottare le somme sui propri conti correnti. Meglio ricontrollare.Oltre il 4% delle pratiche sono ancora compilate male. Errori su partite Iva e doppi invii: pronto uno sciopero dei commercialisti.Lo speciale comprende due articoli.Fatture elettroniche a rischio hacker. Diversi istituti di credito stanno infatti segnalando casi di frode legati al fatto che ignoti riescono ad accedere alle e-fatture emesse da società e professionisti, modificandone le coordinate bancarie. Proprio per questo le banche hanno iniziato a mandare, ai loro clienti, un'informativa dove si consiglia di verificare direttamente con il beneficiario la correttezza dell'iban, prima di dare l'autorizzazione al pagamento. Gli hacker riescono dunque ad intercettare la fattura elettronica mentre è in transito, dal cliente al fornitore, e a cambiare coordinate bancarie in modo da dirottare la somma su un altro conto corrente. Inoltre, è anche possibile modificare altri dati. Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, spiega come sia possibile avere accesso a tutte le transazioni che una determinata azienda ha fatto con i suoi fornitori, agli importi e a tutto il resto dei documenti comunicati - o allegati - all'interno di una fattura elettronica, conoscendo il codice fiscale dell'emittente. Se infatti si sa che azienda e fornitore usano lo stesso software per gestire la fatturazione elettronica - e la piattaforma risulta essere non protetta - «si può avere accesso all'elenco delle e-fatture conoscendo il codice fiscale» del soggetto che emette le suddette. In questo modo si ha accesso allo storico delle fatture e a tutti gli altri dati. Si può inoltre decidere di cambiare non solo l'iban, ma anche altre informazioni, che potrebbero danneggiare ulteriormente l'azienda o il fornitore di turno. Questi gap informatici, sottolinea Cuchel, riguardano sicuramente i software a pagamento. Non si ha, al momento, ancora la certezza che il software messo in campo dall'Agenzia delle entrate sia immune agli stessi problemi tecnici o che gli hacker non riescano ad accedere alle fatture elettroniche direttamente dal sistema di interscambio dell'Agenzia delle entrate, anche perché il tutto ruota attorno al problema della privacy. Gli hacker riescono infatti ad entrare all'interno dei vari sistemi informatici grazie alla presenza di software non protetti dagli attacchi esterni e che non si sono preoccupati di tutelare la privacy dei dati dei clienti. Proprio per questo a fine 2018 il Garante della privacy aveva chiesto all'Agenzia delle entrate delle spiegazioni su diverse criticità che circondavano la fattura elettronica. Erano infatti state evidenziate diverse vulnerabilità in materia di trattamento dei dati personali. «Trasmissione e memorizzazione di una ingente mole di dati non direttamente rilevanti ai fini fiscali, con conseguenze per la tutela della riservatezza, in particolare in merito alle strategie aziendali» riportava la nota. Le criticità della privacy non si può dire siano state risolte. L'Agenzia delle entrate ha infatti cercato di mettere una toppa al problema della privacy decidendo di memorizzare solo i dati fiscali, senza però arrivare a soluzioni conclusive. Inoltre, più volte, nel 2018 diversi professionisti avevano sottolineato che sarebbe stato meglio prorogare l'entrata in vigore della fattura elettronica, voluta dal governo Gentiloni, perché il sistema paese non risultava essere ancora pronto ad accogliere l'innovazione. L'Associazione nazionale dei commercialisti aveva anche proposto, se proprio si voleva mantenere come data di inizio il 1 gennaio 2019, di procedere per gradi. Iniziare dunque prima dalle società più grandi e consolidate per poi arrivare fino alle piccole e medie imprese. Il governo grilloleghista ha però deciso di continuare sulla strada tracciata da quello precedente e di procedere con l'introduzione della fattura elettronica a inizio 2019. Uno dei motivi che ha spinto l'esecutivo Lega-M5s a non posticipare l'introduzione è stata la speranza di incassare 2 miliardi di euro dalla lotta all'evasione Iva. Somma messa appunto a bilancio dal governo. Da quando la fattura elettronica è però entrata in vigore non sono mancati i problemi e i disservizi. I rallentamenti risultano infatti essere all'ordine del giorno, così come i vari blocchi dei sistemi e i ritardi nella consegna delle e-fatture. Molti esercizi commerciali hanno continuato ad emettere fatture di cortesia, al posto della fattura elettronica, perché non ancora pronti alla novità. E altri hanno inserito un sovrapprezzo per ogni e-fattura che veniva richiesta (benzinai). Alcune case di software hanno inoltre segnato come gli siano arrivate solo nei giorni scorse, fatture emesse a gennaio, a causa di problemi legati al Sistema di interscambio dell'Agenzia delle entrate. E infine, come se non fosse abbastanza, lo stesso sistema di fatturazione elettronica ha reso la vita difficili a imprenditori e professionisti, dato che anche per un semplice errore di battitura (sbagliare un numero o una lettere) si deve rinviare una fattura elettronica allo stesso fornitore. Il risultato? Doppie/triple fatture per uno stesso ordine. 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Nonostante i vari disservizi e i problemi con la privacy, che hanno contrassegnato tutto il periodo preso in considerazione per l'elaborazione dei dati, l'Autorità fiscale si è dichiarata soddisfatta del risultato ottenuto, dato che le e-fatture risultano essere più che raddoppiate nei primi 18 giorni di febbraio. «Al 31 gennaio», riporta la nota «erano circa 100 milioni le fatture inviate da parte di 1 milione e mezzo di operatori». Mentre nei primi 18 giorni di febbraio ne sono state inviate, stando ai calcoli dell'Agenzia delle entrate, 128 milioni. Entrando nel dettaglio dei dati, è possibile osservare diversi trend sulla e-fattura, se si prendono in considerazione variabili diverse. Per quanto riguarda i settori produttivi, al primo posto si posiziona il commercio all'ingrosso e al dettaglio-riparazione di autoveicoli e motocicli, con un invio di 55.750.194 fatture elettroniche. Seguito a distanza dal manifatturiero con 20 milioni di fatture trasmesse (20.236.052) e terzo a pari merito, per le attività a noleggio, le agenzie di viaggio e i servizi di supporto alle imprese che hanno superano la soglia dei 10 milioni di file (10.490.684). Fanalino di coda il settore dei trasporti con 7,7 milioni di e-fatture inviate, nel periodo esaminato. Per quanto riguarda invece la platea degli operatori coinvolti, tra i più attivi, dopo concessionarie e autofficine, troviamo liberi professionisti (338.691), seguiti da costruttori (269.972), manifatture (269.600), agenti immobiliari (142.627), alberghi e ristoranti (121.171). Se si osservano infine i dati a livello regionale, si nota come viene riproposto il dualismo nord-sud. La prima della classifica, per numero di fatture emesse, risulta infatti essere la Lombardia con oltre 80 milioni di invii (81.180.119), seguita dal Lazio (51.235.686 invii), e dall'Emilia-Romagna (13.524.740). Risultati positivi anche per il Veneto con 12.153.873 invii e il Piemonte con 12.009.929. L'Italia centrale vede la Toscana superare la soglia di 8 milioni di fatture inviate (8.048.074), seguita dalle Marche (3.103.146) e dall'Umbria (1.792.741). Al Sud la Campania fa registrare quasi 7 milioni di invii (6.947.742), seguita da Sicilia e Puglia che hanno inviato rispettivamente: 4.696.895 e 4.344.587 fatture elettroniche. Le associazioni dei commercialisti danno segni d'impazienza e preannunciano proteste: «Alla luce di una condizione divenuta insostenibile le associazioni Adc e Anc, riunite in confederazione, intendono dare seguito alla proclamazione di una astensione colletiva della categoria, avviando le procedure formali previste dallo specifico codice di autoregolamentazione, per il periodo 29 aprile-3maggio 2019».
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.