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2019-02-23
Boom di furti con la fattura elettronica
Fatture elettroniche a rischio hacker. Diversi istituti di credito stanno infatti segnalando casi di frode legati al fatto che ignoti riescono ad accedere alle e-fatture emesse da società e professionisti, modificandone le coordinate bancarie. Proprio per questo le banche hanno iniziato a mandare, ai loro clienti, un'informativa dove si consiglia di verificare direttamente con il beneficiario la correttezza dell'iban, prima di dare l'autorizzazione al pagamento. Gli hacker riescono dunque ad intercettare la fattura elettronica mentre è in transito, dal cliente al fornitore, e a cambiare coordinate bancarie in modo da dirottare la somma su un altro conto corrente. Inoltre, è anche possibile modificare altri dati. Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, spiega come sia possibile avere accesso a tutte le transazioni che una determinata azienda ha fatto con i suoi fornitori, agli importi e a tutto il resto dei documenti comunicati - o allegati - all'interno di una fattura elettronica, conoscendo il codice fiscale dell'emittente. Se infatti si sa che azienda e fornitore usano lo stesso software per gestire la fatturazione elettronica - e la piattaforma risulta essere non protetta - «si può avere accesso all'elenco delle e-fatture conoscendo il codice fiscale» del soggetto che emette le suddette. In questo modo si ha accesso allo storico delle fatture e a tutti gli altri dati. Si può inoltre decidere di cambiare non solo l'iban, ma anche altre informazioni, che potrebbero danneggiare ulteriormente l'azienda o il fornitore di turno. Questi gap informatici, sottolinea Cuchel, riguardano sicuramente i software a pagamento. Non si ha, al momento, ancora la certezza che il software messo in campo dall'Agenzia delle entrate sia immune agli stessi problemi tecnici o che gli hacker non riescano ad accedere alle fatture elettroniche direttamente dal sistema di interscambio dell'Agenzia delle entrate, anche perché il tutto ruota attorno al problema della privacy.
Gli hacker riescono infatti ad entrare all'interno dei vari sistemi informatici grazie alla presenza di software non protetti dagli attacchi esterni e che non si sono preoccupati di tutelare la privacy dei dati dei clienti. Proprio per questo a fine 2018 il Garante della privacy aveva chiesto all'Agenzia delle entrate delle spiegazioni su diverse criticità che circondavano la fattura elettronica. Erano infatti state evidenziate diverse vulnerabilità in materia di trattamento dei dati personali. «Trasmissione e memorizzazione di una ingente mole di dati non direttamente rilevanti ai fini fiscali, con conseguenze per la tutela della riservatezza, in particolare in merito alle strategie aziendali» riportava la nota.
Le criticità della privacy non si può dire siano state risolte. L'Agenzia delle entrate ha infatti cercato di mettere una toppa al problema della privacy decidendo di memorizzare solo i dati fiscali, senza però arrivare a soluzioni conclusive. Inoltre, più volte, nel 2018 diversi professionisti avevano sottolineato che sarebbe stato meglio prorogare l'entrata in vigore della fattura elettronica, voluta dal governo Gentiloni, perché il sistema paese non risultava essere ancora pronto ad accogliere l'innovazione. L'Associazione nazionale dei commercialisti aveva anche proposto, se proprio si voleva mantenere come data di inizio il 1 gennaio 2019, di procedere per gradi. Iniziare dunque prima dalle società più grandi e consolidate per poi arrivare fino alle piccole e medie imprese. Il governo grilloleghista ha però deciso di continuare sulla strada tracciata da quello precedente e di procedere con l'introduzione della fattura elettronica a inizio 2019. Uno dei motivi che ha spinto l'esecutivo Lega-M5s a non posticipare l'introduzione è stata la speranza di incassare 2 miliardi di euro dalla lotta all'evasione Iva. Somma messa appunto a bilancio dal governo. Da quando la fattura elettronica è però entrata in vigore non sono mancati i problemi e i disservizi. I rallentamenti risultano infatti essere all'ordine del giorno, così come i vari blocchi dei sistemi e i ritardi nella consegna delle e-fatture. Molti esercizi commerciali hanno continuato ad emettere fatture di cortesia, al posto della fattura elettronica, perché non ancora pronti alla novità. E altri hanno inserito un sovrapprezzo per ogni e-fattura che veniva richiesta (benzinai). Alcune case di software hanno inoltre segnato come gli siano arrivate solo nei giorni scorse, fatture emesse a gennaio, a causa di problemi legati al Sistema di interscambio dell'Agenzia delle entrate. E infine, come se non fosse abbastanza, lo stesso sistema di fatturazione elettronica ha reso la vita difficili a imprenditori e professionisti, dato che anche per un semplice errore di battitura (sbagliare un numero o una lettere) si deve rinviare una fattura elettronica allo stesso fornitore. Il risultato? Doppie/triple fatture per uno stesso ordine.
L'hackeraggio dell'iban risulta dunque essere l'ultima di una serie di problematiche che più volte professionisti e il mondo produttivo avevano cercato di segnalare al governo, senza che venissero recepite.
Oltre il 4% delle pratiche sono ancora compilate male
Sono 228 milioni le e-fatture inviate da 2,3 milioni di soggetti, da quando la fattura elettronica è diventata obbligatoria: il 1 gennaio 2019.
Secondo gli ultimi dati pubblicati dall'Agenzia delle entrate il 4,43% degli invii non è andato a buon fine per errori nella compilazione: indicazione di partita Iva errata, codice destinatario errato, fattura duplicata, errore nell'estensione del file, due o più fatture con lo stesso nome. Gli interessati hanno dovuto procedere a una nuova emissione della fattura elettronica, dopo aver inserito i dati corretti.
Sono inoltre state rilasciate circa 7 milioni di deleghe per i servizi del sistema fatture e corrispettivi, di cui 2 milioni tramite gli uffici dell'Agenzia delle entrate e 5 milioni attraverso le altre modalità (area riservata del sito Internet, pec).
Nonostante i vari disservizi e i problemi con la privacy, che hanno contrassegnato tutto il periodo preso in considerazione per l'elaborazione dei dati, l'Autorità fiscale si è dichiarata soddisfatta del risultato ottenuto, dato che le e-fatture risultano essere più che raddoppiate nei primi 18 giorni di febbraio. «Al 31 gennaio», riporta la nota «erano circa 100 milioni le fatture inviate da parte di 1 milione e mezzo di operatori». Mentre nei primi 18 giorni di febbraio ne sono state inviate, stando ai calcoli dell'Agenzia delle entrate, 128 milioni.
Entrando nel dettaglio dei dati, è possibile osservare diversi trend sulla e-fattura, se si prendono in considerazione variabili diverse. Per quanto riguarda i settori produttivi, al primo posto si posiziona il commercio all'ingrosso e al dettaglio-riparazione di autoveicoli e motocicli, con un invio di 55.750.194 fatture elettroniche. Seguito a distanza dal manifatturiero con 20 milioni di fatture trasmesse (20.236.052) e terzo a pari merito, per le attività a noleggio, le agenzie di viaggio e i servizi di supporto alle imprese che hanno superano la soglia dei 10 milioni di file (10.490.684). Fanalino di coda il settore dei trasporti con 7,7 milioni di e-fatture inviate, nel periodo esaminato.
Per quanto riguarda invece la platea degli operatori coinvolti, tra i più attivi, dopo concessionarie e autofficine, troviamo liberi professionisti (338.691), seguiti da costruttori (269.972), manifatture (269.600), agenti immobiliari (142.627), alberghi e ristoranti (121.171).
Se si osservano infine i dati a livello regionale, si nota come viene riproposto il dualismo nord-sud. La prima della classifica, per numero di fatture emesse, risulta infatti essere la Lombardia con oltre 80 milioni di invii (81.180.119), seguita dal Lazio (51.235.686 invii), e dall'Emilia-Romagna (13.524.740). Risultati positivi anche per il Veneto con 12.153.873 invii e il Piemonte con 12.009.929. L'Italia centrale vede la Toscana superare la soglia di 8 milioni di fatture inviate (8.048.074), seguita dalle Marche (3.103.146) e dall'Umbria (1.792.741). Al Sud la Campania fa registrare quasi 7 milioni di invii (6.947.742), seguita da Sicilia e Puglia che hanno inviato rispettivamente: 4.696.895 e 4.344.587 fatture elettroniche. Le associazioni dei commercialisti danno segni d'impazienza e preannunciano proteste: «Alla luce di una condizione divenuta insostenibile le associazioni Adc e Anc, riunite in confederazione, intendono dare seguito alla proclamazione di una astensione colletiva della categoria, avviando le procedure formali previste dallo specifico codice di autoregolamentazione, per il periodo 29 aprile-3maggio 2019».
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Molti software per lo scambio di documenti fra le parti presentano vulnerabilità: i pirati informatici riescono a inserirsi nelle transazioni e dirottare le somme sui propri conti correnti. Meglio ricontrollare.Oltre il 4% delle pratiche sono ancora compilate male. Errori su partite Iva e doppi invii: pronto uno sciopero dei commercialisti.Lo speciale comprende due articoli.Fatture elettroniche a rischio hacker. Diversi istituti di credito stanno infatti segnalando casi di frode legati al fatto che ignoti riescono ad accedere alle e-fatture emesse da società e professionisti, modificandone le coordinate bancarie. Proprio per questo le banche hanno iniziato a mandare, ai loro clienti, un'informativa dove si consiglia di verificare direttamente con il beneficiario la correttezza dell'iban, prima di dare l'autorizzazione al pagamento. Gli hacker riescono dunque ad intercettare la fattura elettronica mentre è in transito, dal cliente al fornitore, e a cambiare coordinate bancarie in modo da dirottare la somma su un altro conto corrente. Inoltre, è anche possibile modificare altri dati. Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, spiega come sia possibile avere accesso a tutte le transazioni che una determinata azienda ha fatto con i suoi fornitori, agli importi e a tutto il resto dei documenti comunicati - o allegati - all'interno di una fattura elettronica, conoscendo il codice fiscale dell'emittente. Se infatti si sa che azienda e fornitore usano lo stesso software per gestire la fatturazione elettronica - e la piattaforma risulta essere non protetta - «si può avere accesso all'elenco delle e-fatture conoscendo il codice fiscale» del soggetto che emette le suddette. In questo modo si ha accesso allo storico delle fatture e a tutti gli altri dati. Si può inoltre decidere di cambiare non solo l'iban, ma anche altre informazioni, che potrebbero danneggiare ulteriormente l'azienda o il fornitore di turno. Questi gap informatici, sottolinea Cuchel, riguardano sicuramente i software a pagamento. Non si ha, al momento, ancora la certezza che il software messo in campo dall'Agenzia delle entrate sia immune agli stessi problemi tecnici o che gli hacker non riescano ad accedere alle fatture elettroniche direttamente dal sistema di interscambio dell'Agenzia delle entrate, anche perché il tutto ruota attorno al problema della privacy. Gli hacker riescono infatti ad entrare all'interno dei vari sistemi informatici grazie alla presenza di software non protetti dagli attacchi esterni e che non si sono preoccupati di tutelare la privacy dei dati dei clienti. Proprio per questo a fine 2018 il Garante della privacy aveva chiesto all'Agenzia delle entrate delle spiegazioni su diverse criticità che circondavano la fattura elettronica. Erano infatti state evidenziate diverse vulnerabilità in materia di trattamento dei dati personali. «Trasmissione e memorizzazione di una ingente mole di dati non direttamente rilevanti ai fini fiscali, con conseguenze per la tutela della riservatezza, in particolare in merito alle strategie aziendali» riportava la nota. Le criticità della privacy non si può dire siano state risolte. L'Agenzia delle entrate ha infatti cercato di mettere una toppa al problema della privacy decidendo di memorizzare solo i dati fiscali, senza però arrivare a soluzioni conclusive. Inoltre, più volte, nel 2018 diversi professionisti avevano sottolineato che sarebbe stato meglio prorogare l'entrata in vigore della fattura elettronica, voluta dal governo Gentiloni, perché il sistema paese non risultava essere ancora pronto ad accogliere l'innovazione. L'Associazione nazionale dei commercialisti aveva anche proposto, se proprio si voleva mantenere come data di inizio il 1 gennaio 2019, di procedere per gradi. Iniziare dunque prima dalle società più grandi e consolidate per poi arrivare fino alle piccole e medie imprese. Il governo grilloleghista ha però deciso di continuare sulla strada tracciata da quello precedente e di procedere con l'introduzione della fattura elettronica a inizio 2019. Uno dei motivi che ha spinto l'esecutivo Lega-M5s a non posticipare l'introduzione è stata la speranza di incassare 2 miliardi di euro dalla lotta all'evasione Iva. Somma messa appunto a bilancio dal governo. Da quando la fattura elettronica è però entrata in vigore non sono mancati i problemi e i disservizi. I rallentamenti risultano infatti essere all'ordine del giorno, così come i vari blocchi dei sistemi e i ritardi nella consegna delle e-fatture. Molti esercizi commerciali hanno continuato ad emettere fatture di cortesia, al posto della fattura elettronica, perché non ancora pronti alla novità. E altri hanno inserito un sovrapprezzo per ogni e-fattura che veniva richiesta (benzinai). Alcune case di software hanno inoltre segnato come gli siano arrivate solo nei giorni scorse, fatture emesse a gennaio, a causa di problemi legati al Sistema di interscambio dell'Agenzia delle entrate. E infine, come se non fosse abbastanza, lo stesso sistema di fatturazione elettronica ha reso la vita difficili a imprenditori e professionisti, dato che anche per un semplice errore di battitura (sbagliare un numero o una lettere) si deve rinviare una fattura elettronica allo stesso fornitore. Il risultato? Doppie/triple fatture per uno stesso ordine. L'hackeraggio dell'iban risulta dunque essere l'ultima di una serie di problematiche che più volte professionisti e il mondo produttivo avevano cercato di segnalare al governo, senza che venissero recepite. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ce-chi-sa-usare-la-fattura-elettronica-sono-gli-hacker-e-ci-rubano-i-soldi-2629743413.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oltre-il-4-delle-pratiche-sono-ancora-compilate-male" data-post-id="2629743413" data-published-at="1781247983" data-use-pagination="False"> Oltre il 4% delle pratiche sono ancora compilate male Sono 228 milioni le e-fatture inviate da 2,3 milioni di soggetti, da quando la fattura elettronica è diventata obbligatoria: il 1 gennaio 2019. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall'Agenzia delle entrate il 4,43% degli invii non è andato a buon fine per errori nella compilazione: indicazione di partita Iva errata, codice destinatario errato, fattura duplicata, errore nell'estensione del file, due o più fatture con lo stesso nome. Gli interessati hanno dovuto procedere a una nuova emissione della fattura elettronica, dopo aver inserito i dati corretti. Sono inoltre state rilasciate circa 7 milioni di deleghe per i servizi del sistema fatture e corrispettivi, di cui 2 milioni tramite gli uffici dell'Agenzia delle entrate e 5 milioni attraverso le altre modalità (area riservata del sito Internet, pec). Nonostante i vari disservizi e i problemi con la privacy, che hanno contrassegnato tutto il periodo preso in considerazione per l'elaborazione dei dati, l'Autorità fiscale si è dichiarata soddisfatta del risultato ottenuto, dato che le e-fatture risultano essere più che raddoppiate nei primi 18 giorni di febbraio. «Al 31 gennaio», riporta la nota «erano circa 100 milioni le fatture inviate da parte di 1 milione e mezzo di operatori». Mentre nei primi 18 giorni di febbraio ne sono state inviate, stando ai calcoli dell'Agenzia delle entrate, 128 milioni. Entrando nel dettaglio dei dati, è possibile osservare diversi trend sulla e-fattura, se si prendono in considerazione variabili diverse. Per quanto riguarda i settori produttivi, al primo posto si posiziona il commercio all'ingrosso e al dettaglio-riparazione di autoveicoli e motocicli, con un invio di 55.750.194 fatture elettroniche. Seguito a distanza dal manifatturiero con 20 milioni di fatture trasmesse (20.236.052) e terzo a pari merito, per le attività a noleggio, le agenzie di viaggio e i servizi di supporto alle imprese che hanno superano la soglia dei 10 milioni di file (10.490.684). Fanalino di coda il settore dei trasporti con 7,7 milioni di e-fatture inviate, nel periodo esaminato. Per quanto riguarda invece la platea degli operatori coinvolti, tra i più attivi, dopo concessionarie e autofficine, troviamo liberi professionisti (338.691), seguiti da costruttori (269.972), manifatture (269.600), agenti immobiliari (142.627), alberghi e ristoranti (121.171). Se si osservano infine i dati a livello regionale, si nota come viene riproposto il dualismo nord-sud. La prima della classifica, per numero di fatture emesse, risulta infatti essere la Lombardia con oltre 80 milioni di invii (81.180.119), seguita dal Lazio (51.235.686 invii), e dall'Emilia-Romagna (13.524.740). Risultati positivi anche per il Veneto con 12.153.873 invii e il Piemonte con 12.009.929. L'Italia centrale vede la Toscana superare la soglia di 8 milioni di fatture inviate (8.048.074), seguita dalle Marche (3.103.146) e dall'Umbria (1.792.741). Al Sud la Campania fa registrare quasi 7 milioni di invii (6.947.742), seguita da Sicilia e Puglia che hanno inviato rispettivamente: 4.696.895 e 4.344.587 fatture elettroniche. Le associazioni dei commercialisti danno segni d'impazienza e preannunciano proteste: «Alla luce di una condizione divenuta insostenibile le associazioni Adc e Anc, riunite in confederazione, intendono dare seguito alla proclamazione di una astensione colletiva della categoria, avviando le procedure formali previste dallo specifico codice di autoregolamentazione, per il periodo 29 aprile-3maggio 2019».
Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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