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2019-02-23
Boom di furti con la fattura elettronica
Fatture elettroniche a rischio hacker. Diversi istituti di credito stanno infatti segnalando casi di frode legati al fatto che ignoti riescono ad accedere alle e-fatture emesse da società e professionisti, modificandone le coordinate bancarie. Proprio per questo le banche hanno iniziato a mandare, ai loro clienti, un'informativa dove si consiglia di verificare direttamente con il beneficiario la correttezza dell'iban, prima di dare l'autorizzazione al pagamento. Gli hacker riescono dunque ad intercettare la fattura elettronica mentre è in transito, dal cliente al fornitore, e a cambiare coordinate bancarie in modo da dirottare la somma su un altro conto corrente. Inoltre, è anche possibile modificare altri dati. Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, spiega come sia possibile avere accesso a tutte le transazioni che una determinata azienda ha fatto con i suoi fornitori, agli importi e a tutto il resto dei documenti comunicati - o allegati - all'interno di una fattura elettronica, conoscendo il codice fiscale dell'emittente. Se infatti si sa che azienda e fornitore usano lo stesso software per gestire la fatturazione elettronica - e la piattaforma risulta essere non protetta - «si può avere accesso all'elenco delle e-fatture conoscendo il codice fiscale» del soggetto che emette le suddette. In questo modo si ha accesso allo storico delle fatture e a tutti gli altri dati. Si può inoltre decidere di cambiare non solo l'iban, ma anche altre informazioni, che potrebbero danneggiare ulteriormente l'azienda o il fornitore di turno. Questi gap informatici, sottolinea Cuchel, riguardano sicuramente i software a pagamento. Non si ha, al momento, ancora la certezza che il software messo in campo dall'Agenzia delle entrate sia immune agli stessi problemi tecnici o che gli hacker non riescano ad accedere alle fatture elettroniche direttamente dal sistema di interscambio dell'Agenzia delle entrate, anche perché il tutto ruota attorno al problema della privacy.
Gli hacker riescono infatti ad entrare all'interno dei vari sistemi informatici grazie alla presenza di software non protetti dagli attacchi esterni e che non si sono preoccupati di tutelare la privacy dei dati dei clienti. Proprio per questo a fine 2018 il Garante della privacy aveva chiesto all'Agenzia delle entrate delle spiegazioni su diverse criticità che circondavano la fattura elettronica. Erano infatti state evidenziate diverse vulnerabilità in materia di trattamento dei dati personali. «Trasmissione e memorizzazione di una ingente mole di dati non direttamente rilevanti ai fini fiscali, con conseguenze per la tutela della riservatezza, in particolare in merito alle strategie aziendali» riportava la nota.
Le criticità della privacy non si può dire siano state risolte. L'Agenzia delle entrate ha infatti cercato di mettere una toppa al problema della privacy decidendo di memorizzare solo i dati fiscali, senza però arrivare a soluzioni conclusive. Inoltre, più volte, nel 2018 diversi professionisti avevano sottolineato che sarebbe stato meglio prorogare l'entrata in vigore della fattura elettronica, voluta dal governo Gentiloni, perché il sistema paese non risultava essere ancora pronto ad accogliere l'innovazione. L'Associazione nazionale dei commercialisti aveva anche proposto, se proprio si voleva mantenere come data di inizio il 1 gennaio 2019, di procedere per gradi. Iniziare dunque prima dalle società più grandi e consolidate per poi arrivare fino alle piccole e medie imprese. Il governo grilloleghista ha però deciso di continuare sulla strada tracciata da quello precedente e di procedere con l'introduzione della fattura elettronica a inizio 2019. Uno dei motivi che ha spinto l'esecutivo Lega-M5s a non posticipare l'introduzione è stata la speranza di incassare 2 miliardi di euro dalla lotta all'evasione Iva. Somma messa appunto a bilancio dal governo. Da quando la fattura elettronica è però entrata in vigore non sono mancati i problemi e i disservizi. I rallentamenti risultano infatti essere all'ordine del giorno, così come i vari blocchi dei sistemi e i ritardi nella consegna delle e-fatture. Molti esercizi commerciali hanno continuato ad emettere fatture di cortesia, al posto della fattura elettronica, perché non ancora pronti alla novità. E altri hanno inserito un sovrapprezzo per ogni e-fattura che veniva richiesta (benzinai). Alcune case di software hanno inoltre segnato come gli siano arrivate solo nei giorni scorse, fatture emesse a gennaio, a causa di problemi legati al Sistema di interscambio dell'Agenzia delle entrate. E infine, come se non fosse abbastanza, lo stesso sistema di fatturazione elettronica ha reso la vita difficili a imprenditori e professionisti, dato che anche per un semplice errore di battitura (sbagliare un numero o una lettere) si deve rinviare una fattura elettronica allo stesso fornitore. Il risultato? Doppie/triple fatture per uno stesso ordine.
L'hackeraggio dell'iban risulta dunque essere l'ultima di una serie di problematiche che più volte professionisti e il mondo produttivo avevano cercato di segnalare al governo, senza che venissero recepite.
Oltre il 4% delle pratiche sono ancora compilate male
Sono 228 milioni le e-fatture inviate da 2,3 milioni di soggetti, da quando la fattura elettronica è diventata obbligatoria: il 1 gennaio 2019.
Secondo gli ultimi dati pubblicati dall'Agenzia delle entrate il 4,43% degli invii non è andato a buon fine per errori nella compilazione: indicazione di partita Iva errata, codice destinatario errato, fattura duplicata, errore nell'estensione del file, due o più fatture con lo stesso nome. Gli interessati hanno dovuto procedere a una nuova emissione della fattura elettronica, dopo aver inserito i dati corretti.
Sono inoltre state rilasciate circa 7 milioni di deleghe per i servizi del sistema fatture e corrispettivi, di cui 2 milioni tramite gli uffici dell'Agenzia delle entrate e 5 milioni attraverso le altre modalità (area riservata del sito Internet, pec).
Nonostante i vari disservizi e i problemi con la privacy, che hanno contrassegnato tutto il periodo preso in considerazione per l'elaborazione dei dati, l'Autorità fiscale si è dichiarata soddisfatta del risultato ottenuto, dato che le e-fatture risultano essere più che raddoppiate nei primi 18 giorni di febbraio. «Al 31 gennaio», riporta la nota «erano circa 100 milioni le fatture inviate da parte di 1 milione e mezzo di operatori». Mentre nei primi 18 giorni di febbraio ne sono state inviate, stando ai calcoli dell'Agenzia delle entrate, 128 milioni.
Entrando nel dettaglio dei dati, è possibile osservare diversi trend sulla e-fattura, se si prendono in considerazione variabili diverse. Per quanto riguarda i settori produttivi, al primo posto si posiziona il commercio all'ingrosso e al dettaglio-riparazione di autoveicoli e motocicli, con un invio di 55.750.194 fatture elettroniche. Seguito a distanza dal manifatturiero con 20 milioni di fatture trasmesse (20.236.052) e terzo a pari merito, per le attività a noleggio, le agenzie di viaggio e i servizi di supporto alle imprese che hanno superano la soglia dei 10 milioni di file (10.490.684). Fanalino di coda il settore dei trasporti con 7,7 milioni di e-fatture inviate, nel periodo esaminato.
Per quanto riguarda invece la platea degli operatori coinvolti, tra i più attivi, dopo concessionarie e autofficine, troviamo liberi professionisti (338.691), seguiti da costruttori (269.972), manifatture (269.600), agenti immobiliari (142.627), alberghi e ristoranti (121.171).
Se si osservano infine i dati a livello regionale, si nota come viene riproposto il dualismo nord-sud. La prima della classifica, per numero di fatture emesse, risulta infatti essere la Lombardia con oltre 80 milioni di invii (81.180.119), seguita dal Lazio (51.235.686 invii), e dall'Emilia-Romagna (13.524.740). Risultati positivi anche per il Veneto con 12.153.873 invii e il Piemonte con 12.009.929. L'Italia centrale vede la Toscana superare la soglia di 8 milioni di fatture inviate (8.048.074), seguita dalle Marche (3.103.146) e dall'Umbria (1.792.741). Al Sud la Campania fa registrare quasi 7 milioni di invii (6.947.742), seguita da Sicilia e Puglia che hanno inviato rispettivamente: 4.696.895 e 4.344.587 fatture elettroniche. Le associazioni dei commercialisti danno segni d'impazienza e preannunciano proteste: «Alla luce di una condizione divenuta insostenibile le associazioni Adc e Anc, riunite in confederazione, intendono dare seguito alla proclamazione di una astensione colletiva della categoria, avviando le procedure formali previste dallo specifico codice di autoregolamentazione, per il periodo 29 aprile-3maggio 2019».
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Molti software per lo scambio di documenti fra le parti presentano vulnerabilità: i pirati informatici riescono a inserirsi nelle transazioni e dirottare le somme sui propri conti correnti. Meglio ricontrollare.Oltre il 4% delle pratiche sono ancora compilate male. Errori su partite Iva e doppi invii: pronto uno sciopero dei commercialisti.Lo speciale comprende due articoli.Fatture elettroniche a rischio hacker. Diversi istituti di credito stanno infatti segnalando casi di frode legati al fatto che ignoti riescono ad accedere alle e-fatture emesse da società e professionisti, modificandone le coordinate bancarie. Proprio per questo le banche hanno iniziato a mandare, ai loro clienti, un'informativa dove si consiglia di verificare direttamente con il beneficiario la correttezza dell'iban, prima di dare l'autorizzazione al pagamento. Gli hacker riescono dunque ad intercettare la fattura elettronica mentre è in transito, dal cliente al fornitore, e a cambiare coordinate bancarie in modo da dirottare la somma su un altro conto corrente. Inoltre, è anche possibile modificare altri dati. Marco Cuchel, presidente dell'Associazione nazionale dei commercialisti, spiega come sia possibile avere accesso a tutte le transazioni che una determinata azienda ha fatto con i suoi fornitori, agli importi e a tutto il resto dei documenti comunicati - o allegati - all'interno di una fattura elettronica, conoscendo il codice fiscale dell'emittente. Se infatti si sa che azienda e fornitore usano lo stesso software per gestire la fatturazione elettronica - e la piattaforma risulta essere non protetta - «si può avere accesso all'elenco delle e-fatture conoscendo il codice fiscale» del soggetto che emette le suddette. In questo modo si ha accesso allo storico delle fatture e a tutti gli altri dati. Si può inoltre decidere di cambiare non solo l'iban, ma anche altre informazioni, che potrebbero danneggiare ulteriormente l'azienda o il fornitore di turno. Questi gap informatici, sottolinea Cuchel, riguardano sicuramente i software a pagamento. Non si ha, al momento, ancora la certezza che il software messo in campo dall'Agenzia delle entrate sia immune agli stessi problemi tecnici o che gli hacker non riescano ad accedere alle fatture elettroniche direttamente dal sistema di interscambio dell'Agenzia delle entrate, anche perché il tutto ruota attorno al problema della privacy. Gli hacker riescono infatti ad entrare all'interno dei vari sistemi informatici grazie alla presenza di software non protetti dagli attacchi esterni e che non si sono preoccupati di tutelare la privacy dei dati dei clienti. Proprio per questo a fine 2018 il Garante della privacy aveva chiesto all'Agenzia delle entrate delle spiegazioni su diverse criticità che circondavano la fattura elettronica. Erano infatti state evidenziate diverse vulnerabilità in materia di trattamento dei dati personali. «Trasmissione e memorizzazione di una ingente mole di dati non direttamente rilevanti ai fini fiscali, con conseguenze per la tutela della riservatezza, in particolare in merito alle strategie aziendali» riportava la nota. Le criticità della privacy non si può dire siano state risolte. L'Agenzia delle entrate ha infatti cercato di mettere una toppa al problema della privacy decidendo di memorizzare solo i dati fiscali, senza però arrivare a soluzioni conclusive. Inoltre, più volte, nel 2018 diversi professionisti avevano sottolineato che sarebbe stato meglio prorogare l'entrata in vigore della fattura elettronica, voluta dal governo Gentiloni, perché il sistema paese non risultava essere ancora pronto ad accogliere l'innovazione. L'Associazione nazionale dei commercialisti aveva anche proposto, se proprio si voleva mantenere come data di inizio il 1 gennaio 2019, di procedere per gradi. Iniziare dunque prima dalle società più grandi e consolidate per poi arrivare fino alle piccole e medie imprese. Il governo grilloleghista ha però deciso di continuare sulla strada tracciata da quello precedente e di procedere con l'introduzione della fattura elettronica a inizio 2019. Uno dei motivi che ha spinto l'esecutivo Lega-M5s a non posticipare l'introduzione è stata la speranza di incassare 2 miliardi di euro dalla lotta all'evasione Iva. Somma messa appunto a bilancio dal governo. Da quando la fattura elettronica è però entrata in vigore non sono mancati i problemi e i disservizi. I rallentamenti risultano infatti essere all'ordine del giorno, così come i vari blocchi dei sistemi e i ritardi nella consegna delle e-fatture. Molti esercizi commerciali hanno continuato ad emettere fatture di cortesia, al posto della fattura elettronica, perché non ancora pronti alla novità. E altri hanno inserito un sovrapprezzo per ogni e-fattura che veniva richiesta (benzinai). Alcune case di software hanno inoltre segnato come gli siano arrivate solo nei giorni scorse, fatture emesse a gennaio, a causa di problemi legati al Sistema di interscambio dell'Agenzia delle entrate. E infine, come se non fosse abbastanza, lo stesso sistema di fatturazione elettronica ha reso la vita difficili a imprenditori e professionisti, dato che anche per un semplice errore di battitura (sbagliare un numero o una lettere) si deve rinviare una fattura elettronica allo stesso fornitore. Il risultato? Doppie/triple fatture per uno stesso ordine. 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Nonostante i vari disservizi e i problemi con la privacy, che hanno contrassegnato tutto il periodo preso in considerazione per l'elaborazione dei dati, l'Autorità fiscale si è dichiarata soddisfatta del risultato ottenuto, dato che le e-fatture risultano essere più che raddoppiate nei primi 18 giorni di febbraio. «Al 31 gennaio», riporta la nota «erano circa 100 milioni le fatture inviate da parte di 1 milione e mezzo di operatori». Mentre nei primi 18 giorni di febbraio ne sono state inviate, stando ai calcoli dell'Agenzia delle entrate, 128 milioni. Entrando nel dettaglio dei dati, è possibile osservare diversi trend sulla e-fattura, se si prendono in considerazione variabili diverse. Per quanto riguarda i settori produttivi, al primo posto si posiziona il commercio all'ingrosso e al dettaglio-riparazione di autoveicoli e motocicli, con un invio di 55.750.194 fatture elettroniche. Seguito a distanza dal manifatturiero con 20 milioni di fatture trasmesse (20.236.052) e terzo a pari merito, per le attività a noleggio, le agenzie di viaggio e i servizi di supporto alle imprese che hanno superano la soglia dei 10 milioni di file (10.490.684). Fanalino di coda il settore dei trasporti con 7,7 milioni di e-fatture inviate, nel periodo esaminato. Per quanto riguarda invece la platea degli operatori coinvolti, tra i più attivi, dopo concessionarie e autofficine, troviamo liberi professionisti (338.691), seguiti da costruttori (269.972), manifatture (269.600), agenti immobiliari (142.627), alberghi e ristoranti (121.171). Se si osservano infine i dati a livello regionale, si nota come viene riproposto il dualismo nord-sud. La prima della classifica, per numero di fatture emesse, risulta infatti essere la Lombardia con oltre 80 milioni di invii (81.180.119), seguita dal Lazio (51.235.686 invii), e dall'Emilia-Romagna (13.524.740). Risultati positivi anche per il Veneto con 12.153.873 invii e il Piemonte con 12.009.929. L'Italia centrale vede la Toscana superare la soglia di 8 milioni di fatture inviate (8.048.074), seguita dalle Marche (3.103.146) e dall'Umbria (1.792.741). Al Sud la Campania fa registrare quasi 7 milioni di invii (6.947.742), seguita da Sicilia e Puglia che hanno inviato rispettivamente: 4.696.895 e 4.344.587 fatture elettroniche. Le associazioni dei commercialisti danno segni d'impazienza e preannunciano proteste: «Alla luce di una condizione divenuta insostenibile le associazioni Adc e Anc, riunite in confederazione, intendono dare seguito alla proclamazione di una astensione colletiva della categoria, avviando le procedure formali previste dallo specifico codice di autoregolamentazione, per il periodo 29 aprile-3maggio 2019».
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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