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La confessione di Signorini: «Sono gay, cattolico e ho amato una donna»

La confessione di Signorini: «Sono gay, cattolico e ho amato una donna»
ANSA
Da insegnante a regista di opere liriche: «Al liceo è nato il mio rapporto con il cardinal Carlo Maria Martini. Con il mio “Simon Boccanegra" andrò a Tbilisi. La leucemia mi ha cambiato». Il re del gossip. Se ce n'è uno in Italia, è lui: Alfonso Signorini. Un giornalista curioso, superinformato, arguto, leggero, tagliente, giocoso, malizioso, manovriero, influente. Ma «il Signorini», dal titolo di un suo libro di qualche anno fa, è anche molto altro. Opinionista, conduttore radiofonico e televisivo, regista di opere liriche, musicologo, biografo di Maria Callas, romanziere, già insegnante di greco e latino grazie a una laurea in Lettere classiche. Sta per partire per Tbilisi dove firmerà la regia del Simon Boccanegra. Eccoci nel suo ufficio di direttore di Chi, in Mondadori, tappezzato di copertine, manifesti, libri, gadget, targhe di premi giornalistici.


Come si diventa Signorini cominciando dalla Provincia di Como?

«Bella domanda. Sono partito da lì. Mia madre era casalinga e mio padre impiegato, nessuno che potesse facilitarmi. Ma avevo il pallino della musica. Studiavo, suonavo e leggevo le recensioni. La mattina andavo in piazza Cavour e salivo tutti i piani del palazzo dei giornali, Il Giorno, La Stampa, La Notte… Qualche volta scrivevo delle brevi, ma non c'era futuro. Allora, mi proposi come corrispondente alla Provincia. Mandavo brevi critiche sui concerti della Scala e dei festival. 7.000 lire a pezzo».

Qualche anno dopo la troviamo direttore di due settimanali di grande tiratura, Chi e Tv Sorrisi e canzoni. In più conduceva un programma quotidiano su Radio Monte Carlo, in tv avevi Verissimo, Kalispéra!, il Grande Fratello e trovavi il tempo per scrivere libri…

«Un periodo da overbooking. Mi bastano poche ore di sonno e durante la notte lavoro. Peraltro, in quel periodo, mia madre si era ammalata. La sera, fuori di qui, andavo a Mediaset per registrare Verissimo, mangiavo qualcosa e andavo ad assisterla in ospedale. Al mattino facevo una doccia e preparavo il programma di Radio Monte Carlo. Per fortuna mi avevano montato lo studio in casa e potevo condurlo da lì. Poi venivo in redazione…».

Tra La Provincia di Como e l'overbooking c'era stato l'insegnamento?

«Sette anni. Lettere alle medie e italiano, latino e greco al liceo dei gesuiti. Il Leone XIII è stata una scuola di vita. Una volta al mese il cardinale Carlo Maria Martini teneva una riflessione agli insegnanti. Ho continuato a confrontarmi con lui anche dopo, sulle questioni professionali e sulla mia vita privata. Sono andato a trovarlo a Gerusalemme e ho mantenuto una corrispondenza con lui».

Com'è passato da professore a giornalista?

«Insegnavo e facevo il corrispondente della Provincia. Ma la vena del gossip era innata. Da ragazzo origliavo le telefonate di mia sorella ai fidanzati. Da professore il primo tema che commissionavo era: parlami della tua famiglia. Così venivo a sapere tante cose della borghesia radical chic milanese. Tra queste, scoprii che un mio alunno era figlio di Pierluigi Ronchetti, vicedirettore di Gigi Vesigna a Tv Sorrisi e canzoni. Lo faccio o non lo faccio, mi chiedevo. Siccome il ragazzo se la cavava alla grande e non aveva bisogno di aiuto, ruppi gli indugi, chiesi di parlare con i genitori e proposi al padre una rubrica di musica classica. Due settimane dopo era in pagina».

Poi che cosa accadde?

«Erano gli anni dei primi Pavarotti and Friends e siccome ero amico di Luciano, Vesigna m'incaricò di seguirlo. Qualche anno dopo, fondò un nuovo settimanale e mi propose di diventare giornalista a tempo pieno. Mia madre piangeva, mio padre mi sconsigliava, io trascorsi la notte di don Abbondio. Il giornale andò malissimo e dopo un anno chiuse, ma io avevo trovato la strada».

A chi è professionalmente più grato? Piero Chiambretti, Silvio Berlusconi, Piersilvio Berlusconi, Gigi Vesigna…

«Per il giornalismo cartaceo devo molto a Silvana Giacobini, direttore di Chi quand'ero inviato speciale. Una donna tenace e talentuosa. Poi sono grato a Carlo Rossella, che mi ripescò dopo che avevo sbattuto la porta in Mondadori».

Cos'era accaduto?

«Pippo Baudo tornava in tivù dopo qualche anno e mi aveva chiesto di fare l'autore di Novecento su Rai 3. Dovevo aiutarlo per la prima serata e per la striscia quotidiana con Giancarlo Magalli. Inevitabile lasciare il giornale. “Se esci da quella porta non rientrerai più", minacciò la Giacobini. “Ricordati che sei Signorini di Chi". “Sono Signorini e basta", ribattei. Non potevo rifiutare l'invito di Baudo, anche economicamente vantaggioso».

Come finì?

«Finì che mi destinarono alla striscia di Magalli che andò malissimo e dopo sei mesi chiuse. Vissi un anno tragico, mi chiamava solo mia madre. Finché un giorno si fece vivo Rossella: “Vorresti tornare in Mondadori come inviato di Panorama?". “Di corsa, ma avrai vita dura", risposi. Non lo sentii per mesi. Quando, finalmente mi rispose, disse: “Avevi ragione, non è semplice. Però se tu mi facessi delle proposte irrinunciabili…". Fui ancora fortunato. Tra le mamme degli allievi del Leone XIII c'era Mirella Denti. Francesca Vacca Agusta e Susana Torretta avevano trascorso il Capodanno del 2001 nella sua casa di Santa Margherita. Quando la contessa venne trovata morta sugli scogli, mi chiamò… Feci la copertina di Panorama. Però ancora non si mosse nulla. Qualche mese dopo, tramite Afef, dopo l'attacco alle Torri gemelle, riuscii a intervistare il fratello di Osama Bin Laden. Altra copertina, ripresa da tutto il mondo. Mi fecero un contratto di collaborazione continuativo».

In televisione chi sono stati i suoi benefattori?

«Sono grato a Piero Chiambretti e a Irene Ghergo, sua autrice storica. Piero mi volle a Chiambretti c'è su Rai 2 perché avevo ideato come autore uno spazio sul look e la moda. All'inizio doveva ricoprirlo Roberto D'Agostino, ma lasciò perdere. Io m'inventai di calcolare quanto costava l'abbigliamento dei vip… i cashmere di Fausto Bertinotti più cari dei blazer di Berlusconi... Una sera feci un numero su Piersilvio. La mattina dopo mi chiamò: “Dovrei denunciarti; ma il problema è che ho riso tanto anch'io". Qualche tempo dopo mi chiamò per Nessuno è perfetto, un programma di mezzogiorno su Canale 5».

Come ha scoperto di avere la leucemia?

«Il 23 dicembre 2011 ero in diretta a Kalispéra! che, nel frattempo, era stato spostato in prima serata. Detto per inciso, una trappola che non riuscii a evitare. C'erano ospiti Christian De Sica e Sabrina Ferilli e non smettevo di sudare. A mezzanotte avevo 40 di febbre. Terminai la serata e andai al pronto soccorso del San Raffaele. Mi fecero gli esami, mi diedero un antipiretico e mi mandarono a casa. La mattina dopo, vigilia di Natale, mi chiamarono: “Lei ha una leucemia mieloide, non si muova, ci vediamo il 27 per iniziare le cure"».

Benvenuto in un mondo ignoto.

«La mattina mi svegliavo, facevo il programma in radio, andavo al San Raffaele per la chemio e poi venivo qui. Nessuno sapeva niente. Oggi sono il testimonial della ricerca contro la leucemia. Quel periodo mi ha reso una persona nuova. Anche grazie alla fede, ho capito che le vere priorità sono altre. Ho tagliato tanti rami secchi, le feste, le serate. Ma anche qualche ramo verde, dimettendomi da Tv Sorrisi e canzoni, rinunciando alla radio, cambiando casa. Ogni malato di leucemia ha tre anni di purgatorio, durante i quali può ricadere. Se ti viene un raffreddore vai in sbattimento».

La fede è un'eredità di famiglia?

«Di genitori e nonni. L'ho fatta mia, dopo averla rinnegata. Ho riscoperto il valore della preghiera. È qualcosa che dà risposta a molti perché».

Una fede da praticante?

«Certo, e non è uno scherzo. Mi riferisco alla sessualità. Ho un padre spirituale e mi accorgo che la Chiesa accoglie. Ma chiede il pentimento. E un conto è pentirsi di rubare o di uccidere, un altro di un comportamento che ti viene naturale e nel quale sai di ricadere».

Si impara ad accettare il limite attraverso il perdono?

«La misericordia ribalta la prospettiva».

Come fa una persona colta a fare di storie come quella di Fabrizio Corona la sua occupazione principale?

«Me lo chiedo spesso anch'io. Oggi mi diverto meno di un tempo. Tuttavia, non ho mai distinto tra serie A e serie B. Anzi, constato che nella serie A si trovano comportamenti da serie Z e viceversa. Sono una persona curiosa e desiderosa di capire. Dirigo Chi con lo stesso impegno con cui curo la regia del Simon Boccanegra».

Si sente più re del gossip, regista teatrale o personaggio televisivo?

«Di essere re del gossip non me ne può fregar di meno. Dirigere giornali, suonare, curare una regia, condurre un programma: mi piace tutto quello che faccio».

Sulla saga di Corona ho trovato un paio di parentesi malandrine nelle didascalie: «Carlos con il padre, Fabrizio Corona, e la fidanzata del padre (in stand-by) Silvia Provvedi…»; oppure: «Nina Moric con il fidanzato (o ex?) Luigi Mario Favoloso…». La fluidità dei sentimenti è un volano per il giornale?

«Queste sono le mie cattiverie... C'è una schiera di lettori che spulcia le malizie e i sottotesti. Per esempio, una persona molto importante, non le dico chi, mi ha telefonato cogliendo una pesante allusione tra Elisabetta Gregoraci in visita allo zoo con il figlio Nathan e la proboscide di un elefante».

Ok. Per Chi i triangoli e i matrimoni che si sfaldano sono un invito a nozze?

«Triangoli e tradimenti sono un filone d'oro, alimentato dal mio spirito da portinaia. Fossi un editore tv farei subito una fiction sulla saga tra Albano, Romina e la Lecciso, scritta da Maria Venturi con la regia di Signorini. Ci camperemmo vent'anni».

È per la stabilità o per la fluidità degli affetti?

«Secondo te per cosa vado a confessarmi ogni 15 giorni?».

Che cosa pensa delle battaglie del movimento Lgbt? Dal tuo ultimo editoriale ho appreso la sigla Lgbttiqq2sa che sembra un iban.

«O un codice fiscale. Però manca la e di etero. Abbiamo la tendenza mostruosa a complicarci la vita, ma il sesso ha mille componenti e le definizioni sono effimere. Anche dirsi omosessuale non ha molto senso. L'anno scorso mi è capitato di essere fortemente attratto da una donna e di trascorrere con lei due mesi stupendi. Forse a causa di una certa cultura cattolica e proibizionista siamo stati convogliati dentro una strada. Ora siamo caduti nell'eccesso opposto e tutto è permesso. Penso a quel bambino di Torino con due padri e due madri… Senza arrivare alle posizioni di Mario Adinolfi, ritengo che dovremmo recuperare un minimo di semplicità».

Ha mai avvertito il desiderio di un figlio, magari ricorrendo alla maternità surrogata?

«Mi batto, senza successo, per le adozioni anche ai single, etero o omosessuali che siano. In un Paese civile dovrebbero poter garantire un futuro a bambini che non ce l'hanno. Sono contrario alle maternità surrogate, che non siano causate da malattie delle madri. Non ho condiviso, pur rispettandolo, il percorso di Nicky Vendola e del suo compagno perché nei primissimi anni una creatura ha bisogno della figura della madre. Le adozioni ai single dovrebbero iniziare oltre il terzo anno di vita».

La nostra società ha visto come una conquista il diritto all'aborto e ora pretende il diritto di fabbricarsi i figli: è egoismo?

«Penso di sì. Si mette al primo posto la propria esigenza e non il vero bisogno del bambino. Una volta mi è capitato di visitare un orfanotrofio in Bosnia. C'era una bambina malnutrita, febbricitante, con la vita negli occhi. Stavo per portarmela via. Poi mi hanno dissuaso, ma sono stato male. Non è stata la stessa cosa lasciar lì dei soldi per lenire il dispiacere di non poterla aiutare».

Che idea si è fatto della partecipazione popolare alla morte di Fabrizio Frizzi?

«Ho lavorato con Fabrizio e mi è capitato di andare in giro con lui. Si fermava con tutti e per ognuno aveva una parola. Abbiamo bisogno di persone buone e lui lo era».

Ha lavorato con molte donne di Mediaset. Mi fa un ritrattino di Maria De Filippi?

«Ironica e curiosissima, sa tutto di tutti. Potrebbe dirigere Chi. Riesce anche a essere una donna normale».

Barbara D'Urso.

«Una stakanovista eccezionale e un animale da telecamera. Però, non mi piace il finto moralismo. È autrice del Grande Fratello e ha scelto il cast: ora non può scandalizzarsi per come si comportano i concorrenti. Questa edizione sta battendo tutti i record del trash».

Alessia Marcuzzi.

«La più estranea al mondo della tv. Il che ha lati positivi e negativi. È la più politicamente corretta, ha viaggiato e letto molto».

Ilary Blasi.

«Un ciclone. Pensavo fosse la signora Totti, invece oltre l'istinto c'è la conoscenza della tv. Sa essere distaccata e non si porta il lavoro a casa».

Silvia Toffanin.

«Una perfezionista. Piersilvio mi chiese di lavorare con lei. È molto cresciuta, grazie all'attitudine all'ascolto. Dovrebbe fare più cose».

Una novità del prossimo palinsesto Mediaset?

«Ho uno scoop: ci sarà il cartone di Adriano Celentano su Canale 5».

Già sentito. Il suo programma preferito?

«Guardo pochissima tv. Sono un drogato di Netflix, da serie di 40 episodi».

Musicisti prediletti?

«Da pianista adoro Chopin e Bach, che è il padre di tutti. E amo la lirica. Presto andrò tre settimane a Tbilisi per allestire il Simon Boccanegra. Inaugurerò Torre del Lago con la mia Turandot e poi ci sarà la mia nuova Bohème».

Il rapporto con la politica?

«Di assoluto disinteresse. Me ne occupo perché mi diverte, ma rifuggo inviti, cene e salotti».

Vorrebbe fare più tv?

«Sì, ma non un'Isola o un Grande Fratello in più. Vorrei fare un programma di seconda serata che promuova la cultura a livello popolare. Chi frequenta il teatro sa che esistono tante realtà straordinarie e persone che nessuno racconta».

Una nuova Kalispéra!?

«Sì, riveduta e corretta, in cui si parli anche di libri, teatro e mostre. Una cosa alla Fabio Fazio che in Mediaset manca. Però, fatta con il mio stile».

Come si immagina tra dieci anni?

«Con il colesterolo e la pressione più alti... Ma spero che riuscirò ancora ad assecondare tutte le mie curiosità».

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Addio a Cirino Pomicino, ’o ministro che svelò l’intrigo Agnelli-Cdb
Cirino Pomicino (Ansa)
Cresciuto alla scuola del «divo» Giulio, amava vivere la bella vita. Prima di darsi alla politica fece carriera come neurochirurgo. Durante Mani pulite finì nel tritacarne delle procure, ma ne uscì (quasi) indenne. E raccontò tutto con lo pseudonimo «Geronimo».

«Nella Seconda repubblica le sciabole stanno appese. Combattono i foderi». Con il lascito visivo di una lama che dondola da una parete damascata con vista sul Golfo di Napoli, Paolo Cirino Pomicino abbandona la vita terrena. Lo fa 48 ore dopo Umberto Bossi, con la gentilezza partenopea di chi lascia il passo all’avversario di sempre, quel barbaro sognante che lo considerava un simbolo di «Roma ladrona».

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Lancia «Gamma»: storia di un'ammiraglia bella e dimenticata
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)

Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.

L'articolo contiene una gallery fotografica.

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Francesco Gianfala: «Rilancio Pignatelli grazie a Europa e Asia»
Francesco Gianfala
Il proprietario dello storico marchio: «Il rafforzamento internazionale è una priorità. Abbiamo un patrimonio identitario fortissimo però con un potenziale inespresso. La nostra linea cerimonia uomo è la iconica ma avremo pure quelle contemporanea e femminile».

Rilanciare un marchio storico senza tradirne l’identità è una sfida che richiede visione, coraggio e sensibilità. È da qui che riparte Pignatelli, oggi guidata da Francesco Gianfala, protagonista di una nuova fase che intreccia eredità sartoriale e sguardo contemporaneo. Tra radici solide e nuove ambizioni, il futuro della maison prende forma avviando un ambizioso percorso di rilancio e riposizionamento. Abbiamo incontrato Gianfala per approfondire strategie, obiettivi e prospettive di uno dei marchi più rappresentativi del made in Italy.

Nel 2025 ha acquisito il 100% di Carlo Pignatelli: cosa l’ha spinta a investire in questo storico marchio e quale visione aveva fin dall’inizio?

«Tutto nasce da una convinzione molto chiara: ci trovavamo di fronte a un marchio con un patrimonio identitario fortissimo, riconosciuto e radicato nella tradizione sartoriale italiana, ma con un potenziale ancora inespresso sul piano contemporaneo e internazionale. Fin dall’inizio, la mia visione è stata quella di preservare questa eredità, rafforzandola però attraverso un’evoluzione strutturata, capace di dialogare con nuovi linguaggi estetici e nuovi mercati».

L’inaugurazione del nuovo headquarter di Milano rappresenta un momento chiave: che valore strategico ha questa nuova sede per il futuro del brand?

«Un valore fondamentale. Non è solo un ampliamento fisico, ma un vero centro nevralgico in cui convergono creatività, sviluppo prodotto e direzione aziendale. Essere nel cuore dei Navigli significa posizionarsi all’interno del principale ecosistema della moda italiana, favorendo connessioni, visibilità e velocità decisionale. È un investimento sulla crescita e sull’efficienza futura del brand».

Con il lancio di Pignatelli Atelier si apre un nuovo capitolo creativo: quali sono gli elementi distintivi di questa linea rispetto alla tradizione della maison?

«Pignatelli Atelier rappresenta un’estensione evolutiva della maison che nasce in modo naturale per volontà della nuova proprietà che, insieme a Jean Luc Amsler, ha trovato il giusto interprete per questo nuovo capitolo. Gli elementi distintivi sono una maggiore libertà espressiva, l’introduzione di codici più contemporanei e una ricerca stilistica che va oltre la cerimonia tradizionale. Sartorialità, upcycling e costruzioni innovative convivono in una proposta che include il womenswear, mantenendo però una coerenza profonda con il Dna del marchio».

Quanto è stato importante il dialogo con l’archivio storico nel processo di rebranding e innovazione stilistica?

«È stato centrale. Non lo abbiamo considerato come un elemento statico, ma come una fonte viva di ispirazione. Ogni intervento di rebranding è partito da lì: dallo studio delle linee, delle costruzioni, dei dettagli sartoriali. Questo ci ha permesso di innovare senza perdere autenticità, mantenendo un filo diretto con la storia della maison».

La direzione creativa è affidata a Jean Luc Amsler: come si è sviluppata la vostra collaborazione?

«Con Jean Luc condividiamo la stessa visione: quella di portare Pignatelli verso una dimensione più internazionale e contemporanea, senza snaturarne l’identità. Amsler porta una sensibilità couture, una grande esperienza e una capacità di reinterpretare i codici classici in chiave moderna. Il suo contributo è stato determinante nel definire il nuovo linguaggio creativo».

Pignatelli è storicamente leader nella cerimonia uomo: come si integra questa identità con l’ampliamento verso una proposta più contemporanea e anche femminile?


«La cerimonia uomo resta il nostro core business e un pilastro identitario, sotto la direzione creativa di Francesco Pignatelli. L’ampliamento verso una proposta più contemporanea e femminile non è una rottura, ma un’evoluzione naturale. I valori fondanti - eleganza, qualità, sartorialità - vengono declinati in nuove forme e nuovi segmenti, mantenendo coerenza e riconoscibilità».

Il tema dell’upcycling (il riutilizzo di materiali di scarto, ndr) è centrale nella nuova collezione: come si inserisce nella vostra visione di sostenibilità e innovazione?

«L’upcycling è una scelta sia etica che creativa. Si inserisce nella nostra visione di sostenibilità come un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, ma anche come opportunità progettuale. Recuperare materiali e basi sartoriali per trasformarli in nuovi capi significa dare valore al passato e reinterpretarlo in chiave innovativa».

Parla di rafforzamento del posizionamento internazionale: quali mercati considera prioritari per la crescita futura?

«Il rafforzamento internazionale è una priorità. Guardiamo con grande attenzione all’Europa, al Medio Oriente e ad alcuni mercati asiatici, dove il valore della sartorialità italiana è particolarmente apprezzato. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare la presenza nei mercati in cui siamo già riconosciuti, costruendo una distribuzione più strutturata».

Guardando ai prossimi anni, come immagina l’evoluzione di Pignatelli nel panorama della moda globale?

«Vedo Pignatelli come un brand sempre più solido, riconoscibile e internazionale, capace di essere un punto di riferimento non solo nella cerimonia, ma in un’idea più ampia di eleganza contemporanea. Un marchio che evolve, ma che resta fedele alla propria essenza: il made in Italy, la qualità e la cultura sartoriale».



Toh, ora a Ravenna 100% di idoneità per i Cpr
Ansa
Dopo l’inquietante indagine, in sole 72 ore via libera per i rimpatri di tre irregolari.

In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.

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