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2022-09-19
Dopo gli scontri tra Armenia e Azerbaigian ora si contano i morti
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Blindati azeri a Lachin (Getty Images)
A una settimana dai sanguinosi scontri al confine tra Armenia e Azerbaigian si contano i morti. L'Armenia ha dichiarato che il numero dei suoi soldati deceduti negli scontri è salito ad almeno 135. Lo ha detto il primo ministro armeno Nikol Pashinyan durante una riunione di gabinetto: «Purtroppo non è la cifra definitiva. Ci sono anche molti feriti», molti dei quali in gravissime condizioni. I due paesi si accusano reciprocamente di aver scatenato l’offensiva (la peggiore dalla tregua del 2020 imposta dai russi) ma se analizziamo i fatti è quasi certo che a muovere per primi siano stati gli azeri, visto che l’attacco su vasta scala è avvenuto in territorio armeno, ed in particolare nelle città di Goris, Sotk e Djermouk, con bombardamenti sia sulle infrastrutture militari che civili, utilizzando anche i micidiali droni di fabbricazione turca e artiglieria. La risposta armena non si è fatta attendere e sono stati colpiti i distretti azeri di Dashkesan, Kelbajar e Lachin. Non appena sono iniziati gli scontri la comunità internazionale si è attivata affinché venisse proclamata una tregua, che seppur violata con reciproche provocazioni, sembra reggere pur restando fragilissima. A tal proposito il segretario di Stato americano Antony Blinken ha dichiarato: «Accogliamo con favore la cessazione delle ostilità tra Azerbaigian e Armenia. Gli Stati Uniti restano impegnati a promuovere un futuro pacifico e prospero per la regione del Caucaso meridionale». Il Presidente russo Vladimir Putin, garante della pace del 2020, ha parlato più volte in questi giorni con Nikol Pashinyan, il premier armeno che lo ha costantemente aggiornato sulla situazione, e con il ministro della difesa armeno Suren Papikyan, che è rimasto in contatto con l’omologo russo Sergei Shoigu per poter prendere le misure necessarie per stabilizzare la situazione nel Caucaso meridionale. Aldilà della parole la Russia non può fare molto, perché l’andamento della guerra in Ucraina non gli consente certo di aprire nuovi fronti. Anzi. In ogni caso il rappresentante della missione permanente dell’Armenia presso l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) ha richiesto una sessione speciale del Consiglio permanente della Csto per informare i paesi membri (Federazione Russa, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Bielorussia) su quanto sta accadendo al confine armeno-azero sottolineando il fatto che l’aggressione dell’Azerbaigian minacci la sovranità territoriale dell’Armenia. A proposito della Csto c’è una notizia che circola da giorni: il Kazakistan avrebbe deciso di uscire dall’Organizzazione. Perché una decisone di questo tipo? Secondo il ricercatore dell’Itss Verona, Francesco Cirillo, «se la notizia venisse confermata, dopo le prime indiscrezioni che sono giunte e che sono state smentite dal governo kazako, significherebbe che Pechino sta già costruendo il post conflitto, puntando a sostituire il ruolo di Mosca come garante della sicurezza politico-militare in Asia centrale. Si pensava che dopo l’intervento della Csto a gennaio 2022 per sopprimere le rivolte nel paese centro-asiatico Mosca avesse consolidato la presa politica sul Kazakistan; ma il conflitto ucraino ha cambiato le carte. Come il Kazakistan molti paesi dell'Asia Centrale stanno osservando le sconfitte di Mosca. La guerra ha mostrato che in futuro Mosca, che uscirebbe di fatto indebolita, potrebbe non ricoprire un forte ruolo di protettore militare della regione e per questo gli stati della regione potrebbero valutare di rivolgersi a Pechino. Per Putin, visto che considera una questione di sopravvivenza la guerra contro Kiev, ciò sarebbe un piccolo prezzo da pagare, ma al lungo termine l'asse russo-cinese rischia di spostarsi in favore della Repubblica popolare cinese e sulla Sco, indebolendo la Csto e l'influenza russa sulla regione centro-asiatica».
La Russia che non c’è e il tempismo degli azeri
Nonostante Mosca sia storicamente sempre stata vicino all’Armenia, Vladimir Putin non può andare oltre al supporto politico-dipomatico quale unico strumento di risoluzione della crisi. Se i russi si schierassero con Yerevan la situazione potrebbe sfuggire di mano e trasformare l’attuale crisi in una seconda guerra dopo quella con l’Ucraina. La Russia quindi non può agire perché impantanata da ormai sette mesi in un conflitto che la vede perdere di continuo posizioni. Ma l’Azerbaigian ha agito d’impulso oppure ha pianificato l’attacco? Per l’analista di Opinio Juris Valentina Chabert: «Secondo numerosi analisti, potrebbe non aver lasciato al caso la scelta temporale entro cui sferrare l’attacco ai vicini armeni: in questa prospettiva, il presidente Aliyev avrebbe cercato di cogliere l’opportunità di una Russia distratta dal conflitto in Ucraina e, al contempo, la forza dell’onda avversiva globale contro Mosca, con cui Yerevan è formalmente alleata. Ma non solo: la guerra sul fronte dell’Est sembra favorire l’Azerbaigian anche sul piano strategico, in quanto Paese chiave per le rotte di transito della Russia ed i collegamenti con Iran e Asia, che consentono a Mosca di sfuggire dall’ormai consolidato isolamento occidentale».
Il ruolo di Ankara
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato mercoledì scorso alla Reuters che l'atteggiamento dell'Armenia nei confronti dell'Azerbaigian è inaccettabile e avrà delle conseguenze: «Troviamo che la situazione che si è verificata a causa della violazione dell'accordo da parte dell'Armenia raggiunto dopo la guerra (2020) che ha portato alla vittoria dell'Azerbaigian sia inaccettabile». Più esplicito il suo consigliere e portavoce, Ibrahim Kalin, che ha ammonito l'Armenia: «Dovete abbandonare l'approccio aggressivo e provocatorio mentre i negoziati sono in corso. Pace e stabilità possono essere raggiunte solo attraverso l'integrità territoriale dell'Azerbaigian», che secondo Ankara è il riconoscimento del Nagorno Karabakh come parte integrante dell'Azerbaigian. Muscolari invece le dichiarazioni del ministro della Difesa turco Hulusi Akar: «La Turchia continuerà a sostenere l'Azerbaigian nelle proprie giuste rivendicazioni», mentre il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha accusato l'Armenia di aver devastato e minato i territori abbandonati: «La Turchia è e sarà al fianco di Baku ed è chiaro al mondo e all'Armenia che il processo di normalizzazione non può andare avanti a prescindere dal Nagorno Karabakh». Fin qui le dichiarazioni di principio, tuttavia Erdogan, che con l’attivismo internazionale prova a nascondere la peggiore crisi economica in Turchia degli ultimi 20 anni, ha le mani legate e necessita di non creare nuove fratture con gli Stati Uniti e con l’Unione Europea.
Quell’accordo tra l’Europa e l’Azerbaigian
Il 18 luglio la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è recata nella capitale azera Baku dove ha siglato un importante accordo tra l’Ue e lo stato caucasico per un aumento a dir poco importante, entro il 2027, delle forniture di gas naturale dall'Azerbaigian. In un tweet la presidente dell’Ue aveva scritto: «L’Ue si sta rivolgendo a fornitori di energia più affidabili. Oggi sono in Azerbaigian per firmare un nuovo accordo. Il nostro obiettivo è raddoppiare la fornitura di gas dall'Azerbaigian all'Ue in pochi anni. L'Azerbaigian sarà un partner fondamentale per la nostra sicurezza di approvvigionamento e per il nostro cammino verso la neutralità climatica». Durante la conferenza stampa Ursula von der Leyen ha anche dichiarato: «Con questo protocollo d'intesa ci impegniamo a espandere il Corridoio meridionale del gas: si tratta già di una via di approvvigionamento molto importante per l'Ue, che fornisce attualmente 8,1 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Espanderemo la sua capacità a 20 miliardi di metri cubi all'anno in pochi anni. A partire dal 2023 dovremmo già raggiungere i 12 miliardi di metri cubi. L'intesa aiuterà a compensare i tagli alle forniture di gas russo. E contribuirà in modo significativo alla sicurezza degli approvvigionamenti in Europa». Con lei in un clima di festa c’era il leader dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, al potere dal 2003 dopo 10 anni di governo di suo padre Heydər. I dati ufficiali delle elezioni del 15 ottobre 2003 avevano assegnato la vittoria a Ilham Aliyev con il 76,84 dei suffragi ma il voto venne contestato dalle opposizioni che si rifiutatarono di accettare il risultato elettorale accusando il clan Aliyev di brogli elettorali. Il voto era stato criticato anche dall’Ocse che aveva rivelato evidenti irregolarità nel conteggio e nella registrazione dello scrutinio dei voti mentre durante la campagna elettorale c’erano stati numerosi episodi di intimidazioni e di pressioni sui votanti e la violazione delle leggi elettorali. Inoltre Human Rights Watch aveva denunciato il fatto che la campagna elettorale di Ilham Aliyev era stata pagata attingendo dalle casse del governo, oltre al fatto che l’intera Commissione elettorale centrale e le commissioni elettorali locali erano tutte in mano ai suoi sostenitori, mentre alle organizzazioni non governative non era stata data nessuna possibilità di verificare la regolarità delle operazioni di voto. İlham Aliyev era stato poi rieletto nel 2008 con l'87% dei voti e nel 2013 con l'85% dei consensi sempre nel medesimo clima e dubbi.Sono stati molti i giornalisti perseguitati dal regime per le loro critiche, uno su tutti Eynulla Emin oglu Fatullayev, caporedattore del settimanale indipendente in lingua russa Realny Azerbaijan e del quotidiano in lingua azera Gündəlik Azərbaycan, arrestato nel 2007 e condannato a quattro anni di carcere.
L’intesa sul gas tra Baku e Bruxelles è stata criticata da numerose organizzazioni umanitare internazionali che hanno più volte segnalato nel corso degli anni le continue violazioni dei diritti sociali, politici e umanitari nel Paese. Secondo il Democracy index dell'Economist quello di Baku «è un regime autoritario che lo piazza al 141° posto su 167 paesi analizzati per lo stato delle democrazia». Evidente quindi che con la firma dell’accordo sul gas con l’Ue, e la Turchia al suo fianco, l’Azerbaigian abbia deciso di rompere gli indugi per chiudere l’eterna partita del conflitto azero-armeno e i segnali si erano visti nell’agosto scorso quando a nemmeno un mese dalla firma degli accordi sul gas l'esercito di Baku, che utilizza i micidiali droni turchi T2, aveva ripreso il controllo della città di Lachin e dei villaggi vicini di Zabukh e Sus. Quella di tagliare il corridoio che collega l'Armenia con il Nagorno Karabakh era apparsa subito una manifesta violazione degli accordi del 2020 che sono arrivati dopo il conflitto che ha provocato oltre 6.500 vittime. Ora la tregua sembra tenere ma nessuno è in grado di dire fino a quando durerà.
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Le stime parlano di oltre 200 soldati deceduti. E Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan non possono intervenire ma solo offrire supporto politico e diplomatico.A una settimana dai sanguinosi scontri al confine tra Armenia e Azerbaigian si contano i morti. L'Armenia ha dichiarato che il numero dei suoi soldati deceduti negli scontri è salito ad almeno 135. Lo ha detto il primo ministro armeno Nikol Pashinyan durante una riunione di gabinetto: «Purtroppo non è la cifra definitiva. Ci sono anche molti feriti», molti dei quali in gravissime condizioni. I due paesi si accusano reciprocamente di aver scatenato l’offensiva (la peggiore dalla tregua del 2020 imposta dai russi) ma se analizziamo i fatti è quasi certo che a muovere per primi siano stati gli azeri, visto che l’attacco su vasta scala è avvenuto in territorio armeno, ed in particolare nelle città di Goris, Sotk e Djermouk, con bombardamenti sia sulle infrastrutture militari che civili, utilizzando anche i micidiali droni di fabbricazione turca e artiglieria. La risposta armena non si è fatta attendere e sono stati colpiti i distretti azeri di Dashkesan, Kelbajar e Lachin. Non appena sono iniziati gli scontri la comunità internazionale si è attivata affinché venisse proclamata una tregua, che seppur violata con reciproche provocazioni, sembra reggere pur restando fragilissima. A tal proposito il segretario di Stato americano Antony Blinken ha dichiarato: «Accogliamo con favore la cessazione delle ostilità tra Azerbaigian e Armenia. Gli Stati Uniti restano impegnati a promuovere un futuro pacifico e prospero per la regione del Caucaso meridionale». Il Presidente russo Vladimir Putin, garante della pace del 2020, ha parlato più volte in questi giorni con Nikol Pashinyan, il premier armeno che lo ha costantemente aggiornato sulla situazione, e con il ministro della difesa armeno Suren Papikyan, che è rimasto in contatto con l’omologo russo Sergei Shoigu per poter prendere le misure necessarie per stabilizzare la situazione nel Caucaso meridionale. Aldilà della parole la Russia non può fare molto, perché l’andamento della guerra in Ucraina non gli consente certo di aprire nuovi fronti. Anzi. In ogni caso il rappresentante della missione permanente dell’Armenia presso l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) ha richiesto una sessione speciale del Consiglio permanente della Csto per informare i paesi membri (Federazione Russa, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Bielorussia) su quanto sta accadendo al confine armeno-azero sottolineando il fatto che l’aggressione dell’Azerbaigian minacci la sovranità territoriale dell’Armenia. A proposito della Csto c’è una notizia che circola da giorni: il Kazakistan avrebbe deciso di uscire dall’Organizzazione. Perché una decisone di questo tipo? Secondo il ricercatore dell’Itss Verona, Francesco Cirillo, «se la notizia venisse confermata, dopo le prime indiscrezioni che sono giunte e che sono state smentite dal governo kazako, significherebbe che Pechino sta già costruendo il post conflitto, puntando a sostituire il ruolo di Mosca come garante della sicurezza politico-militare in Asia centrale. Si pensava che dopo l’intervento della Csto a gennaio 2022 per sopprimere le rivolte nel paese centro-asiatico Mosca avesse consolidato la presa politica sul Kazakistan; ma il conflitto ucraino ha cambiato le carte. Come il Kazakistan molti paesi dell'Asia Centrale stanno osservando le sconfitte di Mosca. La guerra ha mostrato che in futuro Mosca, che uscirebbe di fatto indebolita, potrebbe non ricoprire un forte ruolo di protettore militare della regione e per questo gli stati della regione potrebbero valutare di rivolgersi a Pechino. Per Putin, visto che considera una questione di sopravvivenza la guerra contro Kiev, ciò sarebbe un piccolo prezzo da pagare, ma al lungo termine l'asse russo-cinese rischia di spostarsi in favore della Repubblica popolare cinese e sulla Sco, indebolendo la Csto e l'influenza russa sulla regione centro-asiatica».La Russia che non c’è e il tempismo degli azeriNonostante Mosca sia storicamente sempre stata vicino all’Armenia, Vladimir Putin non può andare oltre al supporto politico-dipomatico quale unico strumento di risoluzione della crisi. Se i russi si schierassero con Yerevan la situazione potrebbe sfuggire di mano e trasformare l’attuale crisi in una seconda guerra dopo quella con l’Ucraina. La Russia quindi non può agire perché impantanata da ormai sette mesi in un conflitto che la vede perdere di continuo posizioni. Ma l’Azerbaigian ha agito d’impulso oppure ha pianificato l’attacco? Per l’analista di Opinio Juris Valentina Chabert: «Secondo numerosi analisti, potrebbe non aver lasciato al caso la scelta temporale entro cui sferrare l’attacco ai vicini armeni: in questa prospettiva, il presidente Aliyev avrebbe cercato di cogliere l’opportunità di una Russia distratta dal conflitto in Ucraina e, al contempo, la forza dell’onda avversiva globale contro Mosca, con cui Yerevan è formalmente alleata. Ma non solo: la guerra sul fronte dell’Est sembra favorire l’Azerbaigian anche sul piano strategico, in quanto Paese chiave per le rotte di transito della Russia ed i collegamenti con Iran e Asia, che consentono a Mosca di sfuggire dall’ormai consolidato isolamento occidentale».Il ruolo di Ankara Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato mercoledì scorso alla Reuters che l'atteggiamento dell'Armenia nei confronti dell'Azerbaigian è inaccettabile e avrà delle conseguenze: «Troviamo che la situazione che si è verificata a causa della violazione dell'accordo da parte dell'Armenia raggiunto dopo la guerra (2020) che ha portato alla vittoria dell'Azerbaigian sia inaccettabile». Più esplicito il suo consigliere e portavoce, Ibrahim Kalin, che ha ammonito l'Armenia: «Dovete abbandonare l'approccio aggressivo e provocatorio mentre i negoziati sono in corso. Pace e stabilità possono essere raggiunte solo attraverso l'integrità territoriale dell'Azerbaigian», che secondo Ankara è il riconoscimento del Nagorno Karabakh come parte integrante dell'Azerbaigian. Muscolari invece le dichiarazioni del ministro della Difesa turco Hulusi Akar: «La Turchia continuerà a sostenere l'Azerbaigian nelle proprie giuste rivendicazioni», mentre il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha accusato l'Armenia di aver devastato e minato i territori abbandonati: «La Turchia è e sarà al fianco di Baku ed è chiaro al mondo e all'Armenia che il processo di normalizzazione non può andare avanti a prescindere dal Nagorno Karabakh». Fin qui le dichiarazioni di principio, tuttavia Erdogan, che con l’attivismo internazionale prova a nascondere la peggiore crisi economica in Turchia degli ultimi 20 anni, ha le mani legate e necessita di non creare nuove fratture con gli Stati Uniti e con l’Unione Europea. Quell’accordo tra l’Europa e l’AzerbaigianIl 18 luglio la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è recata nella capitale azera Baku dove ha siglato un importante accordo tra l’Ue e lo stato caucasico per un aumento a dir poco importante, entro il 2027, delle forniture di gas naturale dall'Azerbaigian. In un tweet la presidente dell’Ue aveva scritto: «L’Ue si sta rivolgendo a fornitori di energia più affidabili. Oggi sono in Azerbaigian per firmare un nuovo accordo. Il nostro obiettivo è raddoppiare la fornitura di gas dall'Azerbaigian all'Ue in pochi anni. L'Azerbaigian sarà un partner fondamentale per la nostra sicurezza di approvvigionamento e per il nostro cammino verso la neutralità climatica». Durante la conferenza stampa Ursula von der Leyen ha anche dichiarato: «Con questo protocollo d'intesa ci impegniamo a espandere il Corridoio meridionale del gas: si tratta già di una via di approvvigionamento molto importante per l'Ue, che fornisce attualmente 8,1 miliardi di metri cubi di gas all'anno. Espanderemo la sua capacità a 20 miliardi di metri cubi all'anno in pochi anni. A partire dal 2023 dovremmo già raggiungere i 12 miliardi di metri cubi. L'intesa aiuterà a compensare i tagli alle forniture di gas russo. E contribuirà in modo significativo alla sicurezza degli approvvigionamenti in Europa». Con lei in un clima di festa c’era il leader dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, al potere dal 2003 dopo 10 anni di governo di suo padre Heydər. I dati ufficiali delle elezioni del 15 ottobre 2003 avevano assegnato la vittoria a Ilham Aliyev con il 76,84 dei suffragi ma il voto venne contestato dalle opposizioni che si rifiutatarono di accettare il risultato elettorale accusando il clan Aliyev di brogli elettorali. Il voto era stato criticato anche dall’Ocse che aveva rivelato evidenti irregolarità nel conteggio e nella registrazione dello scrutinio dei voti mentre durante la campagna elettorale c’erano stati numerosi episodi di intimidazioni e di pressioni sui votanti e la violazione delle leggi elettorali. Inoltre Human Rights Watch aveva denunciato il fatto che la campagna elettorale di Ilham Aliyev era stata pagata attingendo dalle casse del governo, oltre al fatto che l’intera Commissione elettorale centrale e le commissioni elettorali locali erano tutte in mano ai suoi sostenitori, mentre alle organizzazioni non governative non era stata data nessuna possibilità di verificare la regolarità delle operazioni di voto. İlham Aliyev era stato poi rieletto nel 2008 con l'87% dei voti e nel 2013 con l'85% dei consensi sempre nel medesimo clima e dubbi.Sono stati molti i giornalisti perseguitati dal regime per le loro critiche, uno su tutti Eynulla Emin oglu Fatullayev, caporedattore del settimanale indipendente in lingua russa Realny Azerbaijan e del quotidiano in lingua azera Gündəlik Azərbaycan, arrestato nel 2007 e condannato a quattro anni di carcere. L’intesa sul gas tra Baku e Bruxelles è stata criticata da numerose organizzazioni umanitare internazionali che hanno più volte segnalato nel corso degli anni le continue violazioni dei diritti sociali, politici e umanitari nel Paese. Secondo il Democracy index dell'Economist quello di Baku «è un regime autoritario che lo piazza al 141° posto su 167 paesi analizzati per lo stato delle democrazia». Evidente quindi che con la firma dell’accordo sul gas con l’Ue, e la Turchia al suo fianco, l’Azerbaigian abbia deciso di rompere gli indugi per chiudere l’eterna partita del conflitto azero-armeno e i segnali si erano visti nell’agosto scorso quando a nemmeno un mese dalla firma degli accordi sul gas l'esercito di Baku, che utilizza i micidiali droni turchi T2, aveva ripreso il controllo della città di Lachin e dei villaggi vicini di Zabukh e Sus. Quella di tagliare il corridoio che collega l'Armenia con il Nagorno Karabakh era apparsa subito una manifesta violazione degli accordi del 2020 che sono arrivati dopo il conflitto che ha provocato oltre 6.500 vittime. Ora la tregua sembra tenere ma nessuno è in grado di dire fino a quando durerà.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.