Casa da record, nell’anno del Covid65 miliardi di mutui. Ora il rialzo dei tassi rallenta la crescita

Nel 2021 concessi mutui per 65 miliardi di euro
Boom dei mutui degli ultimi 11 anni. Nei primi due mesi dell’anno è proseguita la crescita sostenuta dello stock di prestiti per l’acquisto di abitazioni: a febbraio ha segnato una variazione del 4,8% anno su anno, confermandosi ai massimi dall’autunno 2011.
Tale dinamica, secondo uno studio di Intesa Sanpaolo, risente della forte ripresa registrata dal marzo 2021 in un contesto favorevole del mercato immobiliare residenziale e delle condizioni finanziarie, che ha generato un notevole flusso di erogazioni per nuovi contratti di mutuo (65 miliardi nell’intero 2021 con un aumento del 22% sul 2020 e del 28% sul 2019), difficilmente ripetibile nell’anno in corso, anche per gli inevitabili impatti legati alla crisi geopolitica internazionale.
Alla luce dei volumi considerevoli realizzati nel 2021, nel 1° bimestre 2022 le erogazioni lorde per nuovi contratti di mutuo sono rimaste di importo significativo ma hanno confermato il rallentamento della crescita. In valore assoluto sono state pari a circa 9 miliardi nei due mesi iniziali del 2022, con un aumento dell’1% a/a. Da marzo in poi i volumi del 2022 si confronteranno su base tendenziale con la fase più dinamica degli ultimi anni.
Con riguardo alle condizioni di accesso ai mutui casa, la più rilevante novità di inizio 2022 riguarda la sensibile ripresa del tasso fisso, salito a 1,50% a febbraio, 12 pb in più di fine 2021 quando però era sceso temporaneamente di 6 pb mese su mese. Il tasso variabile nel bimestre in esame è risultato invariato a 1,32%, allo stesso livello di fine 2021. Il tasso medio complessivo si è posizionato a febbraio a 1,49%, 10 pb in più di fine 2021 ed è stimato in ulteriore rialzo a fine marzo a 1,60% secondo le anticipazioni Abi.
Inoltre, secondo l’indagine sul credito bancario Bank Lending Survey (BLS), svolta tra il 7 e il 22 marzo, mentre i criteri di offerta applicati ai prestiti alle famiglie per l’acquisto di abitazioni sono risultati leggermente allentati nel 1° trimestre 2022, è stato rilevato un significativo inasprimento dei termini e condizioni generali praticati per l’approvazione di tali finanziamenti e un maggior margine sui prestiti più rischiosi. Del resto, le prospettive espresse per il 2° trimestre 2022 sono di criteri di offerta leggermente più rigidi.
Accanto a ciò, l’indagine ha mostrato una domanda di mutui casa tornata in negativo per la prima volta dal 1° trimestre 2021. Tra i fattori che hanno determinato la diminuzione della domanda vi sono una minor fiducia dei consumatori e il livello generale dei tassi di interesse.
Per il mercato residenziale, la performance positiva registrata nel 2021 ha visto la combinazione di scambi in crescita e proseguimento del rialzo dei prezzi. Il 2021 ha confermato la ripresa delle transazioni immobiliari iniziata l’anno precedente (nel trimestre +24% rispetto al 2019). Sempre nel corso del 2021 i prezzi delle abitazioni hanno dato conferma del trend di miglioramento emerso nel 2020, riportando una crescita del 2,5% a/a, sostenuta dalla dinamicità delle abitazioni nuove (+3,8%) e possibile grazie al buon risultato delle esistenti (+2,3%). Infine, l’ultimo sondaggio sul mercato delle abitazioni disponibile, svolto tra gennaio e febbraio 2022 e quindi antecedente al conflitto russo-ucraino, ha riportato attese leggermente più caute degli agenti immobiliari sulla situazione del mercato residenziale italiano a breve e a due anni.
Se fossi Mattarella stasera cambierei registro nel messaggio di fine anno rivolto agli italiani. Dopo undici anni di discorsi sulla stessa linea se non sullo stesso copione, vale a dire il patriottismo della Costituzione, la Repubblica antifascista nata dalla Resistenza, l’Italia come concessionaria locale dell’Unione europea e lo Stato nazionale come un franchising del marchio Ue-Nato, cercherei di dire qualcosa di nuovo e di diverso, da un punto di vista generale. Non tornerei al patriottismo nazionale e non mi fermerei dentro i nostri confini, ma mi soffermerei su un’altra prospettiva più universale: l’umanità è in pericolo, rischia di perdersi e non poter tornare più indietro. Non si tratta della minaccia nucleare o ambientale, delle guerre e delle autocrazie imperanti ma di qualcosa di più radicale e perfino più tangibile: la disumanizzazione del mondo.
Cosa sta succedendo? In una sola espressione, la sostituzione dell’umanità e della realtà, con il silenzio della politica e dei poteri istituzionali e il balbettio della cultura. I fattori di pericolo sono sostanzialmente quattro ma il pericolo maggiore viene dal loro intrecciarsi e accumularsi.
Il primo fattore di rischio, come ben sappiamo, è la tecnologia che si trasforma da strumento in scopo, da serva in padrona, ed esautora l’umanità, l’intelligenza e il lavoro umano. Lo temiamo da anni, ma ora sta accadendo sul serio con un’accelerazione che toglie il respiro e non ci dà il tempo di comprendere e di metabolizzare. L’automazione sta espiantando l’umano, lo rende superfluo, lo atrofizza, si sostituisce in tanti processi non solo pratici e meccanici ma anche intellettivi. L’avvento dell’intelligenza artificiale, senza contrappesi, anticorpi, capacità di governare i suoi processi, sta spodestando con una rapidità e una vastità impressionanti tutto ciò che un tempo atteneva all’umano, passava dal lavoro umano, dall’elaborazione e dalla ricerca intellettuale, dall’esperienza vitale.
Il secondo fattore di pericolo è la finanziarizzazione totale e globale dei processi economici e produttivi. Non conta più produrre oggetti, mezzi, servizi utili all’umanità, e guadagnare legittimamente attraverso la loro commercializzazione; quel che conta in ultima istanza sono i dividendi finanziari e la trasformazione di aziende un tempo industriali in società finanziarie. La realtà si allontana, il profitto si separa dai beni e si unisce alla speculazione del capitalismo finanziario; il mondo è sottoposto a una grande bolla finanziaria, aumentando i rischi che esploda, come è già accaduto in passato, ma con effetti ancora maggiori quando aumenta la dipendenza dell’economia dalla finanza, dai tassi d’interesse e dal debito. Anche le cosiddette startup diventano solo imprese temporanee che appena hanno successo sul mercato, vengono subito cedute ai gruppi finanziari, servono solo per trasferire capitali e affrettare e ingrandire i ricavi.
Se i giganti della tecnologia sono governati da holding finanziarie cresce la loro carica disumana, perché i loro primari se non esclusivi interessi sono legati all’espansione rapida dei profitti e non alla validità dei prodotti.
A questi due fattori strutturali si aggiungono altri due fattori concomitanti che sorgono da motivazioni e pulsioni psicologiche. La prima è la volontà di potenza, ovvero l’uso di apparati tecnologici, militari, farmaceutici o di altro tipo per esercitare il dominio sulle masse e sugli stati. La volontà di potenza è evidente nei regimi autocratici ma è implicita anche in molti governi che hanno ancora l’aspetto di democrazie e di regimi liberali. Dietro il desiderio di supremazia, dietro la pulsione alla guerra e alla dominazione, c’è la volontà di potenza; non da oggi, da sempre; ma oggi dispone di quei nuovi mezzi tecnologici e persuasivi, oltre la forza e le armi. La volontà di potenza è incline a considerare l’umanità come mezzo anziché come fine, per dirla con Kant; cioè ha un potenziale di disumanità che calpesta con indifferenza gli altrui diritti, la vita e la sofferenza degli altri.
Infine, il rischio della disumanizzazione proviene dalla perdita dell’umanesimo e dell’intelligenza critica, della cultura e della civiltà. La crescita senza freni e contrappesi della tecnologia o del profitto finanziario fanno terra bruciata di tutto quanto richiama umanesimo e intelligenza, cultura e identità, tradizione e storia, educazione e civiltà. Che diventano ingombri di cui liberarsi, pietre al collo e inciampi del passato, inutili orpelli di epoche ancora pervase dal senso religioso, estetico, storico, morale e culturale. La barbarie benestante di oggi, l’inciviltà di ritorno, il ripudio di ogni sapere che non abbia una rapida utilità pratica e finanziaria, è sotto gli occhi di tutti.
Questi quattro fattori sono oggi, nel loro combinarsi e potenziarsi reciproco, i maggiori pericoli per l’umanità. Se ancora ne parliamo è perché evidentemente il mondo non va in una sola direzione e la storia non è mai scritta in anticipo. È una sfida aperta da giocare.
A chi detiene il ruolo super partes di garante e arbitro della Res publica, di rappresentante e guida autorevole delle istituzioni, tocca la responsabilità di tenere svegli i cittadini a partire dalle classi dirigenti e coloro che detengono poteri decisionali e discrezionali. Certo, sono scenari in cui la politichetta non c’è più, le piccole contrapposizioni urlate e inconsistenti contano davvero assai poco; si tratta di oltrepassare la politica o predisporre lo sguardo alla Grande Politica, oltre i contingenti flussi elettorali e le ordinarie gestioni del presente. Per un presidente avanti negli anni e nel suo doppio mandato, c’è una ragione in più per porre questi problemi. E da presidente della Repubblica italiana dovrà calare poi questa visione generale della nostra epoca nella specifica realtà nostrana. In un Paese che ha fatto per secoli della cultura e della civiltà, dell’intelligenza e della creatività, la fonte della sua principale ricchezza e prestigio nel mondo. L’Italia non può abdicare in favore della tecnica e della finanza, della supremazia della forza e del disprezzo per l’umanesimo, rinunciando alla sua stessa identità e «missione». Lo stesso discorso, allargandosi, vale per l’Europa e per la sua presenza sulla scena del mondo.
Questo appello proietterebbe lo sguardo del capo dello Stato sul futuro, allontanandosi dal consueto fraseggio in uso nel teatrino pubblico.
Coraggio presidente, abbandoni almeno una volta il ruolo di custode del potere costituito e delle ovvietà istituzionali e volga lo sguardo a qualcosa di più grande e nascente, più pericoloso e più reale, che tocca realmente l’umanità tutta e gli italiani uno per uno. Allunghi la vista, innalzi lo sguardo.
A Milano, ma non solo, mi succede con una certa frequenza di incrociare auto di grossa cilindrata con targa ucraina. Non penso si tratti di turisti, né di imprenditori in viaggio d’affari. Immagino siano persone che possono permettersi di fuggire dalla guerra.
Ovviamente non li biasimo: al posto loro probabilmente anche io cercherei di salvare la pelle, mettendo migliaia di chilometri tra me e le bombe di Putin. Però è un dato di fatto che a quasi quattro anni di distanza dall’inizio dell’invasione russa, gli ucraini non ne possano più dei missili che cadono sulle loro teste ogni giorno. Domenica un lettore, che ringrazio perché spesso mi segnala articoli apparsi sulla stampa estera, insieme con gli auguri mi ha mandato un rapporto dell’Unhcr (cioè dell’Onu) sul numero di rifugiati con passaporto di Kiev. Dei 41 milioni di ucraini, almeno otto milioni sarebbero da tempo lontani dalla madre patria. Cioè, un quinto dei residenti a seguito dell’invasione è scappato. Più di un milione e mezzo avrebbe trovato asilo in Polonia, quasi un milione in Germania, 500.000 nella Repubblica Ceca, poi a seguire vengono tutti gli altri Paesi europei: con un’eccezione, gli oltre due milioni e mezzo di profughi che sarebbero riparati in Russia.
Sono certo che tra gli otto milioni di ucraini fuggiti dal loro Paese e dalle bombe ci sono molte donne e bambini. Tuttavia, del numero diffuso dall’alto commissariato delle Nazioni unite fa parte un milione o due di maschi, molti dei quali hanno l’età per essere spediti al fronte. E infatti, per non finirci, disertano: in totale, sarebbero centinaia di migliaia gli ucraini con i requisiti per essere arruolati che se la sono data a gambe levate. Qualcuno attraversando la frontiera a rischio della vita, qualcun altro pagando, perché così come esiste la corruzione nelle forniture (che ha consentito alla nomenclatura di Kiev di farsi i cessi d’oro), esiste anche la corruzione nelle esenzioni e chi se lo può permettere paga per non dover finire in prima linea, accampando malattie e facendo perdere il prima possibile le proprie tracce.
Come detto, non li biasimo: la guerra ha già mietuto centinaia di migliaia di vittime. È di ieri la notizia che negli ultimi dieci mesi del 2025 i russi avrebbero perso 350.000 soldati. Un numero che, se confermato, sarebbe spaventoso. Tuttavia, di fronte ai caduti di Mosca nessuno ci svela quanti siano quelli di Kiev. Possibile che Putin abbia visto morire più di 350.000 uomini e Zelensky nessuno? Vogliamo dire che gli ucraini abbiano subito la metà delle perdite degli invasori? Oppure un quarto? Fosse anche così sarebbero pur sempre 80-90.000 persone, una cifra enorme, soprattutto se confrontata con la popolazione ucraina, per non parlare degli effettivi delle forze armate di Kiev.
Lo so, le mie possono apparire banali considerazioni. Ma in realtà, quando sento dire che Putin manda al macello centinaia di migliaia di russi penso che anche Zelensky stia mandando al macello centinaia di migliaia di ucraini. E senza una pace - oppure, se credete ancora nella pace giusta, chiamatela tregua - non vedo possibilità alcuna di porre fine alla carneficina. Chi se lo può permettere scappa, gli altri vanno a morire. Ma fino a quando? Chi verrà mandato al fronte a combattere per Kiev quando le guarnigioni rimarranno sguarnite? Putin può arruolare con la forza o con le menzogne molti disgraziati che provengono da regioni lontane, ma Zelensky chi può schierare? In teoria l’Europa ha milioni di uomini e molti hanno l’età per essere mandati al fronte, ma non credo che ci sia un solo governo della Ue (ma anche dell’Occidente) che sia pronto a perdere i propri soldati in guerra. L’opinione pubblica delle cosiddette democrazie non potrebbe accettare di vedere tornare le bare dei caduti avvolte nelle bandiere. Dunque, continuare a inviare armi e soldi non ha senso. Così come non ha senso invocare altre sanzioni. Se quattro anni fa si fosse cercata un’intesa per raggiungere una tregua ci saremmo risparmiati milioni di morti, centinaia di migliaia di danni e una crisi economica che ha reso fragile e vulnerabile l’industria europea. Soprattutto avremmo evitato un conflitto con cui si è dimostrato al mondo che non sempre, come nei film, vincono i buoni. La prima e la seconda guerra mondiale hanno rappresentato nella percezione collettiva il trionfo del bene sul male. Il conflitto in Ucraina rischia di testimoniare che, a volte, ad averla vinta è il male. E non è un bell’insegnamento in un mondo in cui le dittature governano gran parte della popolazione mondiale.
Intesa Sanpaolo rafforza la propria proiezione internazionale nel Medio Oriente, consolidando il ruolo della Divisione IMI Corporate & Investment Banking come partner finanziario di riferimento nell’area del Golfo. Dal 2023 la banca, unica italiana con una presenza diretta nella regione, ha partecipato insieme ad altri istituti a operazioni di finanziamento ed emissioni obbligazionarie per un valore complessivo superiore a 60 miliardi di euro, confermando il Medio Oriente come uno dei pilastri della strategia di crescita internazionale del gruppo.
Nel dettaglio, IMI CIB ha operato come Mandated Lead Arranger in finanziamenti per oltre 30 miliardi di euro e come Bookrunner in emissioni obbligazionarie per ulteriori 30 miliardi, affiancando fondi sovrani, istituzioni pubbliche e grandi corporate attive nei settori energetico e infrastrutturale. A queste attività si aggiungono operazioni di advisory e di copertura del rischio di tasso.
Un tassello centrale di questa strategia è rappresentato dalla recente partnership con il ministero dell’Economia e del Turismo degli Emirati Arabi Uniti per lo sviluppo del Green innovation district presso Expo City Dubai, progetto destinato a diventare un hub di innovazione industriale sostenibile e uno strumento chiave per la diversificazione economica del Paese. Intesa Sanpaolo è inoltre coinvolta in iniziative coerenti con la «Vision 2031» emiratina, tra cui il Memorandum of Understanding firmato con Masdar per rafforzare la collaborazione nelle operazioni di M&A nel settore delle rinnovabili e l’Accordo quadro strategico sull’economia circolare siglato nel 2020 con il ministero dell’Economia degli Eau.
«Gli Emirati e più in generale l’area del Medio Oriente rappresentano un pilastro strategico del nostro percorso di crescita internazionale», ha dichiarato Mauro Micillo, vertice della divisione IMI Corporate & Investment Banking. «Supportiamo la trasformazione energetica e industriale della regione, mobilitando capitali e competenze per accelerare lo sviluppo di progetti innovativi e sostenibili».
Tra le operazioni più recenti figurano il Green Sukuk da circa 2,4 miliardi di euro per Saudi Electricity Company, il collocamento dual tranche di Adq, l’emissione subordinata ibrida di Aldar Properties e le emissioni green di Masdar. Sul fronte dei finanziamenti e dell’advisory, IMI CIB ha affiancato Masdar in importanti acquisizioni nel settore delle rinnovabili in Spagna e nel Regno Unito e ha strutturato il primo finanziamento in Qatar nell’ambito del programma Sace Push Strategy.














