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2022-11-25
Il governo indagherà sulla carne sintetica
La raccolta firme della Coldiretti per promuovere una legge che vieti la produzione, l'uso e la commercializzazione del cibo sintetico in Italia. (Ansa)
Se gli italiani sono costretti a tirare la cinghia anche a tavola di certo non saranno indotti mangiare la carne costruita in provetta. Il ministro dell’agricoltura e per la sovranità alimentare Francesco Lollobrigida (FdI) al ventesimo forum dell’agricoltura Coldiretti-Ambrosetti dove è stata presentata una dettagliatissima ricerca sugli italiani e il cibo condotta dal Censis ha detto chiaramente: la bistecca Frankenstein che tanto piace a Bill Gates e alla sua amica Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea tra i primi sponsor politici degli alimenti finti, non passerà. Ha scandito Lollobrigida: «Il cda del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) ha già approvato una delibera che investe sulla ricerca per capire quali sarebbero gli effetti dei prodotti realizzati in laboratorio che tengano conto sì di quello che dicono gli studi scientifici statunitensi, ma anche per verificare se questi prodotti, come dice qualcuno, non fanno male oppure danneggiano i nostri concittadini dal punto di vista della salute».
È uno scontro diretto sia con gli americani che vogliono vendere al mondo le finte bistecche, sia con la Commissione europea che le incentiva anche con finanziamenti diretti convinta che le stalle siano nemiche dell’ambiente (lo prova il programma Farm to Fork) sia con l’Efsa, l’ente di controllo europeo sul cibi, che sembra propenso a dire sì al filetto in provetta. «Penso», ha aggiunto il ministro, «che sia un passo in avanti e deciso in contrasto con chi, su parole d’ordine ideologiche, pensa di raccontare quello che ha sentito dire, magari indotto da grandi organi di stampa pagati da multinazionali che sul cibo vogliono fare affari a danno dell’economia reale».
Appena una settimana fa, quando la Food and drug administration americana ha dato il via libera al pollo sintetico, Lollobrigida aveva confermato: «Garantisco che finché saremo al governo sulle tavole degli italiani non arriveranno cibi creati in laboratorio.» Il che significa ingaggiare una dura battaglia a Bruxelles. Il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans ha spinto moltissimo perché Olanda e Danimarca dessero il là a due start up che - con enormi bioreattori che inquinano quanto una città di 100.000 abitanti - producono carne e latte sintetici. Il primo a metterci i soldi è stato Jitse Groen, il fondatore di Just Eat che sta finanziando Mosa Meat. Le start up sulla carne sintetica sono passate da 600 milioni di dollari investiti nel 2018 a 4,5 miliardi di dollari dello scorso anno e si prevede che entro il 2035 il 22% delle proteine arriverà dai laboratori per un fatturato stimato vicino ai 300 miliardi di dollari. Sono stati messi in campo 25 miliardi in comunicazione per dare buona stampa ai cibi Frankenstein.
Peraltro Wolfgang Gelbmann, il direttore scientifico dell’Efsa - l’Ente europeo che vigila sulla salubrità dei cibi, con sede a Parma dove si fa il Parmigiano Reggiano dalla vacche e il prosciutto dai suini - prevede che entro tre anni arriveranno sulle nostre tavole. Per questo Francesco Lollobrigida col governo tutto sta alzando un argine scientifico, uno politico e uno economico. Il ministro ha ribadito: «Va affermata la sovranità alimentare che si raggiunge impiantando risorse su settori strategici della nostra nazione, si deve ragionare con i produttori. A loro va dato sostegno e la possibilità di lavorare con dignità con rispetto dei diritti e di un’economia agricola sostenibile della quale l’Italia è un esempio». Così in finanziaria ci sono risorse per l’agricoltura, per la ricerca, ma anche un fono da 500 milioni per sostenere i più deboli e far acquistare beni primari, magari prodotti dalle filiere nazionali. Questo è stato il tema del Forum Coldiretti che in avvio con il presidente Ettore Prandini e il segretario generale Vincenzo Gesmundo ha presentato la mozione contro il cibo in provetta che in una settimana è stata firmata da oltre 200.000 italiani, tra questi anche il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
A causa di inflazione e caro bollette il 52% degli italiani ha tagliato in quantità o, purtroppo, in qualità la spesa per il cibo. Come ha spiegato il direttore generale del Censis, Massimiliano Valeri, la percentuale sale oltre il 60 nelle fasce di popolazione a basso reddito. Il 37% ha dovuto risparmiare sulla qualità (il 46% nel caso dei bassi redditi, solo il 22% per quelli alti). C’è anche la classifica dei tagli: il 44% ha rinunciato all’alcol (e dunque anche a vino e birra) e ai dolci, il 38,7% ha detto addio ai salumi, il 38 al pesce, il 37 alla carne. Anche gli alimenti per bambini sono in contrazione del 31%. Si «salvano» solo i cardini della dieta mediterranea: la frutta è esclusa dal 16%, la verdura dal 12% e la pasta dall’11%.
Ma nessuno è disposto a sostituire questi alimenti con i cibi Frankenstein. Perciò Ettore Prandini ha rilanciato con forza la centralità agricola e ha sostenuto la necessita di sviluppare filiere corte per dare il giusto guadagno a chi coltiva e il giuso prezzo a chi consuma.
«Tuteliamo gli allevatori dai lupi». L’Europarlamento apre alla caccia
Le predazioni dei lupi sulla fauna selvatica, ma anche sugli animali domestici, stanno impattando in maniera drammatica sugli allevamenti di montagna. Un problema serio che sta danneggiando non solo l’economia, ma anche la conservazione della biodiversità e del territorio. È per questo motivo che Pietro Fiocchi, eurodeputato del gruppo Fdi-Ecr, insieme all’alpinista, nonché ex europarlamentare dei Verdi, Reinhold Messner, e ad altri colleghi dei gruppi Ppe, Id e S&D, ha presentato una proposta di risoluzione in Parlamento europeo per chiedere a Ursula von der Leyen e ai commissari di Ambiente e Agricoltura il declassamento del lupo da specie «rigorosamente protetta» a specie «semplicemente protetta». Un modo per sollecitare una congrua soluzione a un problema che non può più essere ignorato.
«Abbiamo presentato una risoluzione per chiedere all’Europa gli strumenti necessari per gestire questo problema, perché le predazioni in Italia sono aumentate e stanno coinvolgendo anche i cani domestici, oltre che le mucche, le capre e gli asini» spiega Fiocchi. Risoluzione che ha avuto esito positivo con due emendamenti su tre accolti, e che al termine di una discussione «tosta», come l’ha definita lo stesso Fiocchi, ha avuto 306 voti favorevoli, mentre 225 sono stati i contrari e 25 gli astenuti. Tra i punti centrali di questa risoluzione c’è sicuramente la richiesta di declassamento del lupo da specie altamente protetta a semplicemente protetta, in relazione al fatto che ormai i numeri in Europa pongono il lupo nella condizione non più ad alto rischio estinzione, ma di minor rischio o addirittura di non preoccupazione. «Non si parla di eradicazione, ma di gestione, che è una cosa diversa» - sottolinea l’eurodeputato di Fdi-Ecr - «Il governo italiano, ma anche quello sloveno, finlandese, svedese, lettone, ungherese e romeno, sono d’accordo sull’impostazione secondo cui va bene la coabitazione, ma con gli strumenti per gestirla, perché ormai il danno economico alle comunità rurali e montane è troppo alto. Tanti piccoli allevatori delle valli alpine stanno scomparendo». Gli eurodeputati della plenaria di Strasburgo, inoltre, hanno chiesto alla Commissione «di prendere in considerazione la modifica delle linee guida per gli aiuti di Stato in agricoltura» affinché si faciliti «il risarcimento dei danni causati agli allevatori dai grandi predatori».
La palla ora passa alla convenzione di Berna che dal 1979 protegge le specie migratorie in via di estinzione e che si riunirà proprio a Strasburgo la settimana prossima. «Dobbiamo stare alla finestra e vedere cosa succede. Se la richiesta venisse accettata il passaggio successivo sarebbe il recepimento da parte della direttiva habitat europea. La gestione del problema dei lupi verrebbe affidata all’assessore regionale all’agricoltura, alla caccia e alla pesca, dando molti più strumenti alle regioni stesse, mentre adesso c’è un processo burocratico molto più complesso che deve partire da Roma e passare da Bruxelles», chiude Fiocchi, soddisfatto per questo primo obiettivo raggiunto nella tutela degli allevatori contro le predazioni dei lupi.
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Il ministro Francesco Lollobrigida annuncia che il Consiglio per la ricerca in agricoltura valuterà scientificamente il profilo di rischio per l’uomo degli alimenti «Frankestein». Schiaffo all’Ue che, già in Belgio e Olanda, spinge a suon di sussidi l’introduzione del filetto in provetta.Caccia: proposta al Parlamento Ue la risoluzione dell’italiano Pietro Fiocchi per considerare il lupo una specie «semplicemente protetta» e non «fortemente».Lo speciale contiene due articoli.Se gli italiani sono costretti a tirare la cinghia anche a tavola di certo non saranno indotti mangiare la carne costruita in provetta. Il ministro dell’agricoltura e per la sovranità alimentare Francesco Lollobrigida (FdI) al ventesimo forum dell’agricoltura Coldiretti-Ambrosetti dove è stata presentata una dettagliatissima ricerca sugli italiani e il cibo condotta dal Censis ha detto chiaramente: la bistecca Frankenstein che tanto piace a Bill Gates e alla sua amica Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea tra i primi sponsor politici degli alimenti finti, non passerà. Ha scandito Lollobrigida: «Il cda del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) ha già approvato una delibera che investe sulla ricerca per capire quali sarebbero gli effetti dei prodotti realizzati in laboratorio che tengano conto sì di quello che dicono gli studi scientifici statunitensi, ma anche per verificare se questi prodotti, come dice qualcuno, non fanno male oppure danneggiano i nostri concittadini dal punto di vista della salute». È uno scontro diretto sia con gli americani che vogliono vendere al mondo le finte bistecche, sia con la Commissione europea che le incentiva anche con finanziamenti diretti convinta che le stalle siano nemiche dell’ambiente (lo prova il programma Farm to Fork) sia con l’Efsa, l’ente di controllo europeo sul cibi, che sembra propenso a dire sì al filetto in provetta. «Penso», ha aggiunto il ministro, «che sia un passo in avanti e deciso in contrasto con chi, su parole d’ordine ideologiche, pensa di raccontare quello che ha sentito dire, magari indotto da grandi organi di stampa pagati da multinazionali che sul cibo vogliono fare affari a danno dell’economia reale». Appena una settimana fa, quando la Food and drug administration americana ha dato il via libera al pollo sintetico, Lollobrigida aveva confermato: «Garantisco che finché saremo al governo sulle tavole degli italiani non arriveranno cibi creati in laboratorio.» Il che significa ingaggiare una dura battaglia a Bruxelles. Il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans ha spinto moltissimo perché Olanda e Danimarca dessero il là a due start up che - con enormi bioreattori che inquinano quanto una città di 100.000 abitanti - producono carne e latte sintetici. Il primo a metterci i soldi è stato Jitse Groen, il fondatore di Just Eat che sta finanziando Mosa Meat. Le start up sulla carne sintetica sono passate da 600 milioni di dollari investiti nel 2018 a 4,5 miliardi di dollari dello scorso anno e si prevede che entro il 2035 il 22% delle proteine arriverà dai laboratori per un fatturato stimato vicino ai 300 miliardi di dollari. Sono stati messi in campo 25 miliardi in comunicazione per dare buona stampa ai cibi Frankenstein. Peraltro Wolfgang Gelbmann, il direttore scientifico dell’Efsa - l’Ente europeo che vigila sulla salubrità dei cibi, con sede a Parma dove si fa il Parmigiano Reggiano dalla vacche e il prosciutto dai suini - prevede che entro tre anni arriveranno sulle nostre tavole. Per questo Francesco Lollobrigida col governo tutto sta alzando un argine scientifico, uno politico e uno economico. Il ministro ha ribadito: «Va affermata la sovranità alimentare che si raggiunge impiantando risorse su settori strategici della nostra nazione, si deve ragionare con i produttori. A loro va dato sostegno e la possibilità di lavorare con dignità con rispetto dei diritti e di un’economia agricola sostenibile della quale l’Italia è un esempio». Così in finanziaria ci sono risorse per l’agricoltura, per la ricerca, ma anche un fono da 500 milioni per sostenere i più deboli e far acquistare beni primari, magari prodotti dalle filiere nazionali. Questo è stato il tema del Forum Coldiretti che in avvio con il presidente Ettore Prandini e il segretario generale Vincenzo Gesmundo ha presentato la mozione contro il cibo in provetta che in una settimana è stata firmata da oltre 200.000 italiani, tra questi anche il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. A causa di inflazione e caro bollette il 52% degli italiani ha tagliato in quantità o, purtroppo, in qualità la spesa per il cibo. Come ha spiegato il direttore generale del Censis, Massimiliano Valeri, la percentuale sale oltre il 60 nelle fasce di popolazione a basso reddito. Il 37% ha dovuto risparmiare sulla qualità (il 46% nel caso dei bassi redditi, solo il 22% per quelli alti). C’è anche la classifica dei tagli: il 44% ha rinunciato all’alcol (e dunque anche a vino e birra) e ai dolci, il 38,7% ha detto addio ai salumi, il 38 al pesce, il 37 alla carne. Anche gli alimenti per bambini sono in contrazione del 31%. Si «salvano» solo i cardini della dieta mediterranea: la frutta è esclusa dal 16%, la verdura dal 12% e la pasta dall’11%. Ma nessuno è disposto a sostituire questi alimenti con i cibi Frankenstein. 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È per questo motivo che Pietro Fiocchi, eurodeputato del gruppo Fdi-Ecr, insieme all’alpinista, nonché ex europarlamentare dei Verdi, Reinhold Messner, e ad altri colleghi dei gruppi Ppe, Id e S&D, ha presentato una proposta di risoluzione in Parlamento europeo per chiedere a Ursula von der Leyen e ai commissari di Ambiente e Agricoltura il declassamento del lupo da specie «rigorosamente protetta» a specie «semplicemente protetta». Un modo per sollecitare una congrua soluzione a un problema che non può più essere ignorato. «Abbiamo presentato una risoluzione per chiedere all’Europa gli strumenti necessari per gestire questo problema, perché le predazioni in Italia sono aumentate e stanno coinvolgendo anche i cani domestici, oltre che le mucche, le capre e gli asini» spiega Fiocchi. Risoluzione che ha avuto esito positivo con due emendamenti su tre accolti, e che al termine di una discussione «tosta», come l’ha definita lo stesso Fiocchi, ha avuto 306 voti favorevoli, mentre 225 sono stati i contrari e 25 gli astenuti. Tra i punti centrali di questa risoluzione c’è sicuramente la richiesta di declassamento del lupo da specie altamente protetta a semplicemente protetta, in relazione al fatto che ormai i numeri in Europa pongono il lupo nella condizione non più ad alto rischio estinzione, ma di minor rischio o addirittura di non preoccupazione. «Non si parla di eradicazione, ma di gestione, che è una cosa diversa» - sottolinea l’eurodeputato di Fdi-Ecr - «Il governo italiano, ma anche quello sloveno, finlandese, svedese, lettone, ungherese e romeno, sono d’accordo sull’impostazione secondo cui va bene la coabitazione, ma con gli strumenti per gestirla, perché ormai il danno economico alle comunità rurali e montane è troppo alto. Tanti piccoli allevatori delle valli alpine stanno scomparendo». Gli eurodeputati della plenaria di Strasburgo, inoltre, hanno chiesto alla Commissione «di prendere in considerazione la modifica delle linee guida per gli aiuti di Stato in agricoltura» affinché si faciliti «il risarcimento dei danni causati agli allevatori dai grandi predatori». La palla ora passa alla convenzione di Berna che dal 1979 protegge le specie migratorie in via di estinzione e che si riunirà proprio a Strasburgo la settimana prossima. «Dobbiamo stare alla finestra e vedere cosa succede. Se la richiesta venisse accettata il passaggio successivo sarebbe il recepimento da parte della direttiva habitat europea. La gestione del problema dei lupi verrebbe affidata all’assessore regionale all’agricoltura, alla caccia e alla pesca, dando molti più strumenti alle regioni stesse, mentre adesso c’è un processo burocratico molto più complesso che deve partire da Roma e passare da Bruxelles», chiude Fiocchi, soddisfatto per questo primo obiettivo raggiunto nella tutela degli allevatori contro le predazioni dei lupi.
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.