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2022-11-25
Il governo indagherà sulla carne sintetica
La raccolta firme della Coldiretti per promuovere una legge che vieti la produzione, l'uso e la commercializzazione del cibo sintetico in Italia. (Ansa)
Se gli italiani sono costretti a tirare la cinghia anche a tavola di certo non saranno indotti mangiare la carne costruita in provetta. Il ministro dell’agricoltura e per la sovranità alimentare Francesco Lollobrigida (FdI) al ventesimo forum dell’agricoltura Coldiretti-Ambrosetti dove è stata presentata una dettagliatissima ricerca sugli italiani e il cibo condotta dal Censis ha detto chiaramente: la bistecca Frankenstein che tanto piace a Bill Gates e alla sua amica Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea tra i primi sponsor politici degli alimenti finti, non passerà. Ha scandito Lollobrigida: «Il cda del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) ha già approvato una delibera che investe sulla ricerca per capire quali sarebbero gli effetti dei prodotti realizzati in laboratorio che tengano conto sì di quello che dicono gli studi scientifici statunitensi, ma anche per verificare se questi prodotti, come dice qualcuno, non fanno male oppure danneggiano i nostri concittadini dal punto di vista della salute».
È uno scontro diretto sia con gli americani che vogliono vendere al mondo le finte bistecche, sia con la Commissione europea che le incentiva anche con finanziamenti diretti convinta che le stalle siano nemiche dell’ambiente (lo prova il programma Farm to Fork) sia con l’Efsa, l’ente di controllo europeo sul cibi, che sembra propenso a dire sì al filetto in provetta. «Penso», ha aggiunto il ministro, «che sia un passo in avanti e deciso in contrasto con chi, su parole d’ordine ideologiche, pensa di raccontare quello che ha sentito dire, magari indotto da grandi organi di stampa pagati da multinazionali che sul cibo vogliono fare affari a danno dell’economia reale».
Appena una settimana fa, quando la Food and drug administration americana ha dato il via libera al pollo sintetico, Lollobrigida aveva confermato: «Garantisco che finché saremo al governo sulle tavole degli italiani non arriveranno cibi creati in laboratorio.» Il che significa ingaggiare una dura battaglia a Bruxelles. Il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans ha spinto moltissimo perché Olanda e Danimarca dessero il là a due start up che - con enormi bioreattori che inquinano quanto una città di 100.000 abitanti - producono carne e latte sintetici. Il primo a metterci i soldi è stato Jitse Groen, il fondatore di Just Eat che sta finanziando Mosa Meat. Le start up sulla carne sintetica sono passate da 600 milioni di dollari investiti nel 2018 a 4,5 miliardi di dollari dello scorso anno e si prevede che entro il 2035 il 22% delle proteine arriverà dai laboratori per un fatturato stimato vicino ai 300 miliardi di dollari. Sono stati messi in campo 25 miliardi in comunicazione per dare buona stampa ai cibi Frankenstein.
Peraltro Wolfgang Gelbmann, il direttore scientifico dell’Efsa - l’Ente europeo che vigila sulla salubrità dei cibi, con sede a Parma dove si fa il Parmigiano Reggiano dalla vacche e il prosciutto dai suini - prevede che entro tre anni arriveranno sulle nostre tavole. Per questo Francesco Lollobrigida col governo tutto sta alzando un argine scientifico, uno politico e uno economico. Il ministro ha ribadito: «Va affermata la sovranità alimentare che si raggiunge impiantando risorse su settori strategici della nostra nazione, si deve ragionare con i produttori. A loro va dato sostegno e la possibilità di lavorare con dignità con rispetto dei diritti e di un’economia agricola sostenibile della quale l’Italia è un esempio». Così in finanziaria ci sono risorse per l’agricoltura, per la ricerca, ma anche un fono da 500 milioni per sostenere i più deboli e far acquistare beni primari, magari prodotti dalle filiere nazionali. Questo è stato il tema del Forum Coldiretti che in avvio con il presidente Ettore Prandini e il segretario generale Vincenzo Gesmundo ha presentato la mozione contro il cibo in provetta che in una settimana è stata firmata da oltre 200.000 italiani, tra questi anche il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
A causa di inflazione e caro bollette il 52% degli italiani ha tagliato in quantità o, purtroppo, in qualità la spesa per il cibo. Come ha spiegato il direttore generale del Censis, Massimiliano Valeri, la percentuale sale oltre il 60 nelle fasce di popolazione a basso reddito. Il 37% ha dovuto risparmiare sulla qualità (il 46% nel caso dei bassi redditi, solo il 22% per quelli alti). C’è anche la classifica dei tagli: il 44% ha rinunciato all’alcol (e dunque anche a vino e birra) e ai dolci, il 38,7% ha detto addio ai salumi, il 38 al pesce, il 37 alla carne. Anche gli alimenti per bambini sono in contrazione del 31%. Si «salvano» solo i cardini della dieta mediterranea: la frutta è esclusa dal 16%, la verdura dal 12% e la pasta dall’11%.
Ma nessuno è disposto a sostituire questi alimenti con i cibi Frankenstein. Perciò Ettore Prandini ha rilanciato con forza la centralità agricola e ha sostenuto la necessita di sviluppare filiere corte per dare il giusto guadagno a chi coltiva e il giuso prezzo a chi consuma.
«Tuteliamo gli allevatori dai lupi». L’Europarlamento apre alla caccia
Le predazioni dei lupi sulla fauna selvatica, ma anche sugli animali domestici, stanno impattando in maniera drammatica sugli allevamenti di montagna. Un problema serio che sta danneggiando non solo l’economia, ma anche la conservazione della biodiversità e del territorio. È per questo motivo che Pietro Fiocchi, eurodeputato del gruppo Fdi-Ecr, insieme all’alpinista, nonché ex europarlamentare dei Verdi, Reinhold Messner, e ad altri colleghi dei gruppi Ppe, Id e S&D, ha presentato una proposta di risoluzione in Parlamento europeo per chiedere a Ursula von der Leyen e ai commissari di Ambiente e Agricoltura il declassamento del lupo da specie «rigorosamente protetta» a specie «semplicemente protetta». Un modo per sollecitare una congrua soluzione a un problema che non può più essere ignorato.
«Abbiamo presentato una risoluzione per chiedere all’Europa gli strumenti necessari per gestire questo problema, perché le predazioni in Italia sono aumentate e stanno coinvolgendo anche i cani domestici, oltre che le mucche, le capre e gli asini» spiega Fiocchi. Risoluzione che ha avuto esito positivo con due emendamenti su tre accolti, e che al termine di una discussione «tosta», come l’ha definita lo stesso Fiocchi, ha avuto 306 voti favorevoli, mentre 225 sono stati i contrari e 25 gli astenuti. Tra i punti centrali di questa risoluzione c’è sicuramente la richiesta di declassamento del lupo da specie altamente protetta a semplicemente protetta, in relazione al fatto che ormai i numeri in Europa pongono il lupo nella condizione non più ad alto rischio estinzione, ma di minor rischio o addirittura di non preoccupazione. «Non si parla di eradicazione, ma di gestione, che è una cosa diversa» - sottolinea l’eurodeputato di Fdi-Ecr - «Il governo italiano, ma anche quello sloveno, finlandese, svedese, lettone, ungherese e romeno, sono d’accordo sull’impostazione secondo cui va bene la coabitazione, ma con gli strumenti per gestirla, perché ormai il danno economico alle comunità rurali e montane è troppo alto. Tanti piccoli allevatori delle valli alpine stanno scomparendo». Gli eurodeputati della plenaria di Strasburgo, inoltre, hanno chiesto alla Commissione «di prendere in considerazione la modifica delle linee guida per gli aiuti di Stato in agricoltura» affinché si faciliti «il risarcimento dei danni causati agli allevatori dai grandi predatori».
La palla ora passa alla convenzione di Berna che dal 1979 protegge le specie migratorie in via di estinzione e che si riunirà proprio a Strasburgo la settimana prossima. «Dobbiamo stare alla finestra e vedere cosa succede. Se la richiesta venisse accettata il passaggio successivo sarebbe il recepimento da parte della direttiva habitat europea. La gestione del problema dei lupi verrebbe affidata all’assessore regionale all’agricoltura, alla caccia e alla pesca, dando molti più strumenti alle regioni stesse, mentre adesso c’è un processo burocratico molto più complesso che deve partire da Roma e passare da Bruxelles», chiude Fiocchi, soddisfatto per questo primo obiettivo raggiunto nella tutela degli allevatori contro le predazioni dei lupi.
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Il ministro Francesco Lollobrigida annuncia che il Consiglio per la ricerca in agricoltura valuterà scientificamente il profilo di rischio per l’uomo degli alimenti «Frankestein». Schiaffo all’Ue che, già in Belgio e Olanda, spinge a suon di sussidi l’introduzione del filetto in provetta.Caccia: proposta al Parlamento Ue la risoluzione dell’italiano Pietro Fiocchi per considerare il lupo una specie «semplicemente protetta» e non «fortemente».Lo speciale contiene due articoli.Se gli italiani sono costretti a tirare la cinghia anche a tavola di certo non saranno indotti mangiare la carne costruita in provetta. Il ministro dell’agricoltura e per la sovranità alimentare Francesco Lollobrigida (FdI) al ventesimo forum dell’agricoltura Coldiretti-Ambrosetti dove è stata presentata una dettagliatissima ricerca sugli italiani e il cibo condotta dal Censis ha detto chiaramente: la bistecca Frankenstein che tanto piace a Bill Gates e alla sua amica Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea tra i primi sponsor politici degli alimenti finti, non passerà. Ha scandito Lollobrigida: «Il cda del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) ha già approvato una delibera che investe sulla ricerca per capire quali sarebbero gli effetti dei prodotti realizzati in laboratorio che tengano conto sì di quello che dicono gli studi scientifici statunitensi, ma anche per verificare se questi prodotti, come dice qualcuno, non fanno male oppure danneggiano i nostri concittadini dal punto di vista della salute». È uno scontro diretto sia con gli americani che vogliono vendere al mondo le finte bistecche, sia con la Commissione europea che le incentiva anche con finanziamenti diretti convinta che le stalle siano nemiche dell’ambiente (lo prova il programma Farm to Fork) sia con l’Efsa, l’ente di controllo europeo sul cibi, che sembra propenso a dire sì al filetto in provetta. «Penso», ha aggiunto il ministro, «che sia un passo in avanti e deciso in contrasto con chi, su parole d’ordine ideologiche, pensa di raccontare quello che ha sentito dire, magari indotto da grandi organi di stampa pagati da multinazionali che sul cibo vogliono fare affari a danno dell’economia reale». Appena una settimana fa, quando la Food and drug administration americana ha dato il via libera al pollo sintetico, Lollobrigida aveva confermato: «Garantisco che finché saremo al governo sulle tavole degli italiani non arriveranno cibi creati in laboratorio.» Il che significa ingaggiare una dura battaglia a Bruxelles. Il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans ha spinto moltissimo perché Olanda e Danimarca dessero il là a due start up che - con enormi bioreattori che inquinano quanto una città di 100.000 abitanti - producono carne e latte sintetici. Il primo a metterci i soldi è stato Jitse Groen, il fondatore di Just Eat che sta finanziando Mosa Meat. Le start up sulla carne sintetica sono passate da 600 milioni di dollari investiti nel 2018 a 4,5 miliardi di dollari dello scorso anno e si prevede che entro il 2035 il 22% delle proteine arriverà dai laboratori per un fatturato stimato vicino ai 300 miliardi di dollari. Sono stati messi in campo 25 miliardi in comunicazione per dare buona stampa ai cibi Frankenstein. Peraltro Wolfgang Gelbmann, il direttore scientifico dell’Efsa - l’Ente europeo che vigila sulla salubrità dei cibi, con sede a Parma dove si fa il Parmigiano Reggiano dalla vacche e il prosciutto dai suini - prevede che entro tre anni arriveranno sulle nostre tavole. Per questo Francesco Lollobrigida col governo tutto sta alzando un argine scientifico, uno politico e uno economico. Il ministro ha ribadito: «Va affermata la sovranità alimentare che si raggiunge impiantando risorse su settori strategici della nostra nazione, si deve ragionare con i produttori. A loro va dato sostegno e la possibilità di lavorare con dignità con rispetto dei diritti e di un’economia agricola sostenibile della quale l’Italia è un esempio». Così in finanziaria ci sono risorse per l’agricoltura, per la ricerca, ma anche un fono da 500 milioni per sostenere i più deboli e far acquistare beni primari, magari prodotti dalle filiere nazionali. Questo è stato il tema del Forum Coldiretti che in avvio con il presidente Ettore Prandini e il segretario generale Vincenzo Gesmundo ha presentato la mozione contro il cibo in provetta che in una settimana è stata firmata da oltre 200.000 italiani, tra questi anche il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. A causa di inflazione e caro bollette il 52% degli italiani ha tagliato in quantità o, purtroppo, in qualità la spesa per il cibo. Come ha spiegato il direttore generale del Censis, Massimiliano Valeri, la percentuale sale oltre il 60 nelle fasce di popolazione a basso reddito. Il 37% ha dovuto risparmiare sulla qualità (il 46% nel caso dei bassi redditi, solo il 22% per quelli alti). C’è anche la classifica dei tagli: il 44% ha rinunciato all’alcol (e dunque anche a vino e birra) e ai dolci, il 38,7% ha detto addio ai salumi, il 38 al pesce, il 37 alla carne. Anche gli alimenti per bambini sono in contrazione del 31%. Si «salvano» solo i cardini della dieta mediterranea: la frutta è esclusa dal 16%, la verdura dal 12% e la pasta dall’11%. Ma nessuno è disposto a sostituire questi alimenti con i cibi Frankenstein. Perciò Ettore Prandini ha rilanciato con forza la centralità agricola e ha sostenuto la necessita di sviluppare filiere corte per dare il giusto guadagno a chi coltiva e il giuso prezzo a chi consuma.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/carne-sintetica-divieto-italia-2658781887.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tuteliamo-gli-allevatori-dai-lupi-leuroparlamento-apre-alla-caccia" data-post-id="2658781887" data-published-at="1669377307" data-use-pagination="False"> «Tuteliamo gli allevatori dai lupi». L’Europarlamento apre alla caccia Le predazioni dei lupi sulla fauna selvatica, ma anche sugli animali domestici, stanno impattando in maniera drammatica sugli allevamenti di montagna. Un problema serio che sta danneggiando non solo l’economia, ma anche la conservazione della biodiversità e del territorio. È per questo motivo che Pietro Fiocchi, eurodeputato del gruppo Fdi-Ecr, insieme all’alpinista, nonché ex europarlamentare dei Verdi, Reinhold Messner, e ad altri colleghi dei gruppi Ppe, Id e S&D, ha presentato una proposta di risoluzione in Parlamento europeo per chiedere a Ursula von der Leyen e ai commissari di Ambiente e Agricoltura il declassamento del lupo da specie «rigorosamente protetta» a specie «semplicemente protetta». Un modo per sollecitare una congrua soluzione a un problema che non può più essere ignorato. «Abbiamo presentato una risoluzione per chiedere all’Europa gli strumenti necessari per gestire questo problema, perché le predazioni in Italia sono aumentate e stanno coinvolgendo anche i cani domestici, oltre che le mucche, le capre e gli asini» spiega Fiocchi. Risoluzione che ha avuto esito positivo con due emendamenti su tre accolti, e che al termine di una discussione «tosta», come l’ha definita lo stesso Fiocchi, ha avuto 306 voti favorevoli, mentre 225 sono stati i contrari e 25 gli astenuti. Tra i punti centrali di questa risoluzione c’è sicuramente la richiesta di declassamento del lupo da specie altamente protetta a semplicemente protetta, in relazione al fatto che ormai i numeri in Europa pongono il lupo nella condizione non più ad alto rischio estinzione, ma di minor rischio o addirittura di non preoccupazione. «Non si parla di eradicazione, ma di gestione, che è una cosa diversa» - sottolinea l’eurodeputato di Fdi-Ecr - «Il governo italiano, ma anche quello sloveno, finlandese, svedese, lettone, ungherese e romeno, sono d’accordo sull’impostazione secondo cui va bene la coabitazione, ma con gli strumenti per gestirla, perché ormai il danno economico alle comunità rurali e montane è troppo alto. Tanti piccoli allevatori delle valli alpine stanno scomparendo». Gli eurodeputati della plenaria di Strasburgo, inoltre, hanno chiesto alla Commissione «di prendere in considerazione la modifica delle linee guida per gli aiuti di Stato in agricoltura» affinché si faciliti «il risarcimento dei danni causati agli allevatori dai grandi predatori». La palla ora passa alla convenzione di Berna che dal 1979 protegge le specie migratorie in via di estinzione e che si riunirà proprio a Strasburgo la settimana prossima. «Dobbiamo stare alla finestra e vedere cosa succede. Se la richiesta venisse accettata il passaggio successivo sarebbe il recepimento da parte della direttiva habitat europea. La gestione del problema dei lupi verrebbe affidata all’assessore regionale all’agricoltura, alla caccia e alla pesca, dando molti più strumenti alle regioni stesse, mentre adesso c’è un processo burocratico molto più complesso che deve partire da Roma e passare da Bruxelles», chiude Fiocchi, soddisfatto per questo primo obiettivo raggiunto nella tutela degli allevatori contro le predazioni dei lupi.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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