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2022-11-25
Il governo indagherà sulla carne sintetica
La raccolta firme della Coldiretti per promuovere una legge che vieti la produzione, l'uso e la commercializzazione del cibo sintetico in Italia. (Ansa)
Se gli italiani sono costretti a tirare la cinghia anche a tavola di certo non saranno indotti mangiare la carne costruita in provetta. Il ministro dell’agricoltura e per la sovranità alimentare Francesco Lollobrigida (FdI) al ventesimo forum dell’agricoltura Coldiretti-Ambrosetti dove è stata presentata una dettagliatissima ricerca sugli italiani e il cibo condotta dal Censis ha detto chiaramente: la bistecca Frankenstein che tanto piace a Bill Gates e alla sua amica Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea tra i primi sponsor politici degli alimenti finti, non passerà. Ha scandito Lollobrigida: «Il cda del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) ha già approvato una delibera che investe sulla ricerca per capire quali sarebbero gli effetti dei prodotti realizzati in laboratorio che tengano conto sì di quello che dicono gli studi scientifici statunitensi, ma anche per verificare se questi prodotti, come dice qualcuno, non fanno male oppure danneggiano i nostri concittadini dal punto di vista della salute».
È uno scontro diretto sia con gli americani che vogliono vendere al mondo le finte bistecche, sia con la Commissione europea che le incentiva anche con finanziamenti diretti convinta che le stalle siano nemiche dell’ambiente (lo prova il programma Farm to Fork) sia con l’Efsa, l’ente di controllo europeo sul cibi, che sembra propenso a dire sì al filetto in provetta. «Penso», ha aggiunto il ministro, «che sia un passo in avanti e deciso in contrasto con chi, su parole d’ordine ideologiche, pensa di raccontare quello che ha sentito dire, magari indotto da grandi organi di stampa pagati da multinazionali che sul cibo vogliono fare affari a danno dell’economia reale».
Appena una settimana fa, quando la Food and drug administration americana ha dato il via libera al pollo sintetico, Lollobrigida aveva confermato: «Garantisco che finché saremo al governo sulle tavole degli italiani non arriveranno cibi creati in laboratorio.» Il che significa ingaggiare una dura battaglia a Bruxelles. Il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans ha spinto moltissimo perché Olanda e Danimarca dessero il là a due start up che - con enormi bioreattori che inquinano quanto una città di 100.000 abitanti - producono carne e latte sintetici. Il primo a metterci i soldi è stato Jitse Groen, il fondatore di Just Eat che sta finanziando Mosa Meat. Le start up sulla carne sintetica sono passate da 600 milioni di dollari investiti nel 2018 a 4,5 miliardi di dollari dello scorso anno e si prevede che entro il 2035 il 22% delle proteine arriverà dai laboratori per un fatturato stimato vicino ai 300 miliardi di dollari. Sono stati messi in campo 25 miliardi in comunicazione per dare buona stampa ai cibi Frankenstein.
Peraltro Wolfgang Gelbmann, il direttore scientifico dell’Efsa - l’Ente europeo che vigila sulla salubrità dei cibi, con sede a Parma dove si fa il Parmigiano Reggiano dalla vacche e il prosciutto dai suini - prevede che entro tre anni arriveranno sulle nostre tavole. Per questo Francesco Lollobrigida col governo tutto sta alzando un argine scientifico, uno politico e uno economico. Il ministro ha ribadito: «Va affermata la sovranità alimentare che si raggiunge impiantando risorse su settori strategici della nostra nazione, si deve ragionare con i produttori. A loro va dato sostegno e la possibilità di lavorare con dignità con rispetto dei diritti e di un’economia agricola sostenibile della quale l’Italia è un esempio». Così in finanziaria ci sono risorse per l’agricoltura, per la ricerca, ma anche un fono da 500 milioni per sostenere i più deboli e far acquistare beni primari, magari prodotti dalle filiere nazionali. Questo è stato il tema del Forum Coldiretti che in avvio con il presidente Ettore Prandini e il segretario generale Vincenzo Gesmundo ha presentato la mozione contro il cibo in provetta che in una settimana è stata firmata da oltre 200.000 italiani, tra questi anche il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
A causa di inflazione e caro bollette il 52% degli italiani ha tagliato in quantità o, purtroppo, in qualità la spesa per il cibo. Come ha spiegato il direttore generale del Censis, Massimiliano Valeri, la percentuale sale oltre il 60 nelle fasce di popolazione a basso reddito. Il 37% ha dovuto risparmiare sulla qualità (il 46% nel caso dei bassi redditi, solo il 22% per quelli alti). C’è anche la classifica dei tagli: il 44% ha rinunciato all’alcol (e dunque anche a vino e birra) e ai dolci, il 38,7% ha detto addio ai salumi, il 38 al pesce, il 37 alla carne. Anche gli alimenti per bambini sono in contrazione del 31%. Si «salvano» solo i cardini della dieta mediterranea: la frutta è esclusa dal 16%, la verdura dal 12% e la pasta dall’11%.
Ma nessuno è disposto a sostituire questi alimenti con i cibi Frankenstein. Perciò Ettore Prandini ha rilanciato con forza la centralità agricola e ha sostenuto la necessita di sviluppare filiere corte per dare il giusto guadagno a chi coltiva e il giuso prezzo a chi consuma.
«Tuteliamo gli allevatori dai lupi». L’Europarlamento apre alla caccia
Le predazioni dei lupi sulla fauna selvatica, ma anche sugli animali domestici, stanno impattando in maniera drammatica sugli allevamenti di montagna. Un problema serio che sta danneggiando non solo l’economia, ma anche la conservazione della biodiversità e del territorio. È per questo motivo che Pietro Fiocchi, eurodeputato del gruppo Fdi-Ecr, insieme all’alpinista, nonché ex europarlamentare dei Verdi, Reinhold Messner, e ad altri colleghi dei gruppi Ppe, Id e S&D, ha presentato una proposta di risoluzione in Parlamento europeo per chiedere a Ursula von der Leyen e ai commissari di Ambiente e Agricoltura il declassamento del lupo da specie «rigorosamente protetta» a specie «semplicemente protetta». Un modo per sollecitare una congrua soluzione a un problema che non può più essere ignorato.
«Abbiamo presentato una risoluzione per chiedere all’Europa gli strumenti necessari per gestire questo problema, perché le predazioni in Italia sono aumentate e stanno coinvolgendo anche i cani domestici, oltre che le mucche, le capre e gli asini» spiega Fiocchi. Risoluzione che ha avuto esito positivo con due emendamenti su tre accolti, e che al termine di una discussione «tosta», come l’ha definita lo stesso Fiocchi, ha avuto 306 voti favorevoli, mentre 225 sono stati i contrari e 25 gli astenuti. Tra i punti centrali di questa risoluzione c’è sicuramente la richiesta di declassamento del lupo da specie altamente protetta a semplicemente protetta, in relazione al fatto che ormai i numeri in Europa pongono il lupo nella condizione non più ad alto rischio estinzione, ma di minor rischio o addirittura di non preoccupazione. «Non si parla di eradicazione, ma di gestione, che è una cosa diversa» - sottolinea l’eurodeputato di Fdi-Ecr - «Il governo italiano, ma anche quello sloveno, finlandese, svedese, lettone, ungherese e romeno, sono d’accordo sull’impostazione secondo cui va bene la coabitazione, ma con gli strumenti per gestirla, perché ormai il danno economico alle comunità rurali e montane è troppo alto. Tanti piccoli allevatori delle valli alpine stanno scomparendo». Gli eurodeputati della plenaria di Strasburgo, inoltre, hanno chiesto alla Commissione «di prendere in considerazione la modifica delle linee guida per gli aiuti di Stato in agricoltura» affinché si faciliti «il risarcimento dei danni causati agli allevatori dai grandi predatori».
La palla ora passa alla convenzione di Berna che dal 1979 protegge le specie migratorie in via di estinzione e che si riunirà proprio a Strasburgo la settimana prossima. «Dobbiamo stare alla finestra e vedere cosa succede. Se la richiesta venisse accettata il passaggio successivo sarebbe il recepimento da parte della direttiva habitat europea. La gestione del problema dei lupi verrebbe affidata all’assessore regionale all’agricoltura, alla caccia e alla pesca, dando molti più strumenti alle regioni stesse, mentre adesso c’è un processo burocratico molto più complesso che deve partire da Roma e passare da Bruxelles», chiude Fiocchi, soddisfatto per questo primo obiettivo raggiunto nella tutela degli allevatori contro le predazioni dei lupi.
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Il ministro Francesco Lollobrigida annuncia che il Consiglio per la ricerca in agricoltura valuterà scientificamente il profilo di rischio per l’uomo degli alimenti «Frankestein». Schiaffo all’Ue che, già in Belgio e Olanda, spinge a suon di sussidi l’introduzione del filetto in provetta.Caccia: proposta al Parlamento Ue la risoluzione dell’italiano Pietro Fiocchi per considerare il lupo una specie «semplicemente protetta» e non «fortemente».Lo speciale contiene due articoli.Se gli italiani sono costretti a tirare la cinghia anche a tavola di certo non saranno indotti mangiare la carne costruita in provetta. Il ministro dell’agricoltura e per la sovranità alimentare Francesco Lollobrigida (FdI) al ventesimo forum dell’agricoltura Coldiretti-Ambrosetti dove è stata presentata una dettagliatissima ricerca sugli italiani e il cibo condotta dal Censis ha detto chiaramente: la bistecca Frankenstein che tanto piace a Bill Gates e alla sua amica Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea tra i primi sponsor politici degli alimenti finti, non passerà. Ha scandito Lollobrigida: «Il cda del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) ha già approvato una delibera che investe sulla ricerca per capire quali sarebbero gli effetti dei prodotti realizzati in laboratorio che tengano conto sì di quello che dicono gli studi scientifici statunitensi, ma anche per verificare se questi prodotti, come dice qualcuno, non fanno male oppure danneggiano i nostri concittadini dal punto di vista della salute». È uno scontro diretto sia con gli americani che vogliono vendere al mondo le finte bistecche, sia con la Commissione europea che le incentiva anche con finanziamenti diretti convinta che le stalle siano nemiche dell’ambiente (lo prova il programma Farm to Fork) sia con l’Efsa, l’ente di controllo europeo sul cibi, che sembra propenso a dire sì al filetto in provetta. «Penso», ha aggiunto il ministro, «che sia un passo in avanti e deciso in contrasto con chi, su parole d’ordine ideologiche, pensa di raccontare quello che ha sentito dire, magari indotto da grandi organi di stampa pagati da multinazionali che sul cibo vogliono fare affari a danno dell’economia reale». Appena una settimana fa, quando la Food and drug administration americana ha dato il via libera al pollo sintetico, Lollobrigida aveva confermato: «Garantisco che finché saremo al governo sulle tavole degli italiani non arriveranno cibi creati in laboratorio.» Il che significa ingaggiare una dura battaglia a Bruxelles. Il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans ha spinto moltissimo perché Olanda e Danimarca dessero il là a due start up che - con enormi bioreattori che inquinano quanto una città di 100.000 abitanti - producono carne e latte sintetici. Il primo a metterci i soldi è stato Jitse Groen, il fondatore di Just Eat che sta finanziando Mosa Meat. Le start up sulla carne sintetica sono passate da 600 milioni di dollari investiti nel 2018 a 4,5 miliardi di dollari dello scorso anno e si prevede che entro il 2035 il 22% delle proteine arriverà dai laboratori per un fatturato stimato vicino ai 300 miliardi di dollari. Sono stati messi in campo 25 miliardi in comunicazione per dare buona stampa ai cibi Frankenstein. Peraltro Wolfgang Gelbmann, il direttore scientifico dell’Efsa - l’Ente europeo che vigila sulla salubrità dei cibi, con sede a Parma dove si fa il Parmigiano Reggiano dalla vacche e il prosciutto dai suini - prevede che entro tre anni arriveranno sulle nostre tavole. Per questo Francesco Lollobrigida col governo tutto sta alzando un argine scientifico, uno politico e uno economico. Il ministro ha ribadito: «Va affermata la sovranità alimentare che si raggiunge impiantando risorse su settori strategici della nostra nazione, si deve ragionare con i produttori. A loro va dato sostegno e la possibilità di lavorare con dignità con rispetto dei diritti e di un’economia agricola sostenibile della quale l’Italia è un esempio». Così in finanziaria ci sono risorse per l’agricoltura, per la ricerca, ma anche un fono da 500 milioni per sostenere i più deboli e far acquistare beni primari, magari prodotti dalle filiere nazionali. Questo è stato il tema del Forum Coldiretti che in avvio con il presidente Ettore Prandini e il segretario generale Vincenzo Gesmundo ha presentato la mozione contro il cibo in provetta che in una settimana è stata firmata da oltre 200.000 italiani, tra questi anche il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. A causa di inflazione e caro bollette il 52% degli italiani ha tagliato in quantità o, purtroppo, in qualità la spesa per il cibo. Come ha spiegato il direttore generale del Censis, Massimiliano Valeri, la percentuale sale oltre il 60 nelle fasce di popolazione a basso reddito. Il 37% ha dovuto risparmiare sulla qualità (il 46% nel caso dei bassi redditi, solo il 22% per quelli alti). C’è anche la classifica dei tagli: il 44% ha rinunciato all’alcol (e dunque anche a vino e birra) e ai dolci, il 38,7% ha detto addio ai salumi, il 38 al pesce, il 37 alla carne. Anche gli alimenti per bambini sono in contrazione del 31%. Si «salvano» solo i cardini della dieta mediterranea: la frutta è esclusa dal 16%, la verdura dal 12% e la pasta dall’11%. Ma nessuno è disposto a sostituire questi alimenti con i cibi Frankenstein. 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È per questo motivo che Pietro Fiocchi, eurodeputato del gruppo Fdi-Ecr, insieme all’alpinista, nonché ex europarlamentare dei Verdi, Reinhold Messner, e ad altri colleghi dei gruppi Ppe, Id e S&D, ha presentato una proposta di risoluzione in Parlamento europeo per chiedere a Ursula von der Leyen e ai commissari di Ambiente e Agricoltura il declassamento del lupo da specie «rigorosamente protetta» a specie «semplicemente protetta». Un modo per sollecitare una congrua soluzione a un problema che non può più essere ignorato. «Abbiamo presentato una risoluzione per chiedere all’Europa gli strumenti necessari per gestire questo problema, perché le predazioni in Italia sono aumentate e stanno coinvolgendo anche i cani domestici, oltre che le mucche, le capre e gli asini» spiega Fiocchi. Risoluzione che ha avuto esito positivo con due emendamenti su tre accolti, e che al termine di una discussione «tosta», come l’ha definita lo stesso Fiocchi, ha avuto 306 voti favorevoli, mentre 225 sono stati i contrari e 25 gli astenuti. Tra i punti centrali di questa risoluzione c’è sicuramente la richiesta di declassamento del lupo da specie altamente protetta a semplicemente protetta, in relazione al fatto che ormai i numeri in Europa pongono il lupo nella condizione non più ad alto rischio estinzione, ma di minor rischio o addirittura di non preoccupazione. «Non si parla di eradicazione, ma di gestione, che è una cosa diversa» - sottolinea l’eurodeputato di Fdi-Ecr - «Il governo italiano, ma anche quello sloveno, finlandese, svedese, lettone, ungherese e romeno, sono d’accordo sull’impostazione secondo cui va bene la coabitazione, ma con gli strumenti per gestirla, perché ormai il danno economico alle comunità rurali e montane è troppo alto. Tanti piccoli allevatori delle valli alpine stanno scomparendo». Gli eurodeputati della plenaria di Strasburgo, inoltre, hanno chiesto alla Commissione «di prendere in considerazione la modifica delle linee guida per gli aiuti di Stato in agricoltura» affinché si faciliti «il risarcimento dei danni causati agli allevatori dai grandi predatori». La palla ora passa alla convenzione di Berna che dal 1979 protegge le specie migratorie in via di estinzione e che si riunirà proprio a Strasburgo la settimana prossima. «Dobbiamo stare alla finestra e vedere cosa succede. Se la richiesta venisse accettata il passaggio successivo sarebbe il recepimento da parte della direttiva habitat europea. La gestione del problema dei lupi verrebbe affidata all’assessore regionale all’agricoltura, alla caccia e alla pesca, dando molti più strumenti alle regioni stesse, mentre adesso c’è un processo burocratico molto più complesso che deve partire da Roma e passare da Bruxelles», chiude Fiocchi, soddisfatto per questo primo obiettivo raggiunto nella tutela degli allevatori contro le predazioni dei lupi.
La sede dell'Onu a New York (IStock)
Come spiega Brandi, infatti, «l’Italia ha vergognosamente votato sì alla proposta del Belgio di non intervenire, quindi de facto per boicottare e affossare, su un’altra proposta, quella degli Usa, dal titolo «Protezione di donne e ragazze attraverso una terminologia appropriata» che non chiedeva nulla di nuovo né di assurdo, ma anzi di ovvio, ovvero che la parola «genere» venisse interpretata nel senso scientifico, naturale e biologico del termine e nel senso che fu concordato a Pechino nel 1995, quando 189 Paesi, tra cui la stessa Italia, la sottoscrissero». Inoltre, il voto di ieri sullo Status delle Donne (CSW70) viene considerato un «tradimento» politico da parte di una maggioranza conservatrice che in campagna elettorale aveva parlato e promesso di difendere altri valori.
La decisione passata ieri nel Palazzo di vetro di New York ha fatto seguito al primo voto dello scorso 9 marzo quando l’Italia si è uniformata all’approvazione del documento finale che parla di aborto come «diritto», di donne trans equiparate alle vere donne e di finanziamenti a lobby Lgbt e transfemministe. Come sottolinea con rammarico Brandi, il documento che orienta le politiche di genere a livello globale per i prossimi anni, «per la prima volta nella storia, non per consenso unanime, ma con un voto». E già nella petizione online Pro Vita spiegava i tre punti principali di quel documento.
Il primo è l’espressione «salute sessuale e diritti riproduttivi», il linguaggio che l’Onu usa sistematicamente per introdurre l’aborto come diritto universale senza mai scrivere la parola «aborto». Senza riserve.
Nel secondo punto la parola «genere» compare decine di volte senza una definizione biologica vincolante. «Una porta lasciata aperta deliberatamente alle interpretazioni fluide», sottolinea la onlus. Infine, nel terzo punto si parla di soldi: finanziamenti pubblici garantiti, stabili e pluriennali alle organizzazioni femministe. Non come scelta degli Stati, ma come obbligo.
Inoltre, ricorda Brandi, da decenni impegnato nella difesa della vita, gli Stati Uniti avevano provato a correggere il testo con otto emendamenti, tra cui uno che chiedeva di definire «genere» come distinzione biologica tra uomini e donne. A mettersi di traverso l’Olanda che, a nome di tutta l’Unione europea, ha risposto chiedendo di bocciarli tutti in blocco. E così gli emendamenti sono stati respinti. Peraltro, prima dell’avvio della discussione, Pro Vita aveva chiesto al titolare della Farnesina di rendere nota la posizione italiana alla CSW70, anche con un camion vela davanti al ministero degli Esteri e appunto con la petizione pubblica senza però mai ricevere risposta da Tajani.
«L’Italia ha votato sì. In silenzio. Senza che il governo spiegasse nulla. E quel voto conferma che è in atto un tradimento da parte del governo, sulla scena internazionale, a discapito degli italiani, che nel 2022 hanno votato una maggioranza conservatrice, che si è sempre detta pronta a difendere la famiglia, la vita e la donna, ma che invece non ha avuto questo coraggio all’Onu», incalza il presidente Brandi. Pro Vita in sostanza non chiedeva all’Italia di votare contro l’Unione europea né di stravolgere anni di politica estera ma proponeva al nostro Paese «di tornare a Pechino 1995 e cioè a un documento che l’Italia ha già firmato, che nessuno ha mai formalmente modificato e che stabilisce in modo inequivocabile che “genere” significa uomini e donne e non fluidità».
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La politica italiana perde uno dei grandi protagonisti degli ultimi decenni: Umberto Bossi è morto ieri a Varese. Fondatore nel 1984 della Lega Lombarda, con l’approdo tre anni dopo al Senato della Repubblica divenne per tutti il «Senatùr».
(Ansa)
Nelle critiche di Movimento 5 stelle e Pd, titolari per decreto del messaggio ai «gggiovani», si legge un’invidia stizzita per essere stati sorpassati in tromba dal premier; un’oretta di intervista nel «Pulp Podcast» di Fedez è considerata più urticante di un intervento di Ignazio La Russa sul 25 aprile. La sinistra ribolle, le girano i Melonez. E tutto questo ha un significato: il presidente del Consiglio ha fatto centro.
Era stata invitata come Elly Schlein e Giuseppe Conte per parlare di Iran e di referendum: ha risposto sì, mentre loro hanno risposto no o non hanno neppure degnato di una risposta la richiesta via mail. Con un salto di qualità organizzativo: sono stati Fedez e Mr. Marra (lo youtuber Davide Marra) a entrare a palazzo Chigi, dove è stato allestito lo studio con fondale damascato color viola a supporto dell’insegna fluo del video podcast. Un dettaglio non da poco che contribuisce alla legittimazione del più informale e moderno metodo di divulgazione (anche) politica: quello senza l’intermediazione dei giornalisti.
Per la sinistra è un formidabile schiaffo culturale, una retrocessione ai segnali di fumo mentre la comunicazione per chi ha meno di 40 anni ormai passa dai canali crossmediali. Oggi quotidiani, televisioni, comizi e pure propaganda social devono fare i conti con il mondo dei podcast e dei canali alternativi alla narrazione mainstream. Oggi quella che Hegel definì «la preghiera mattutina dell’uomo moderno» parlando dei giornali, è tutt’al più una smorfia, perché i cittadini si informano, verificano, approfondiscono facendo lo slalom fra i media tradizionali dopo la Waterloo della pandemia e la guerra in Ucraina rappresentata da immagini tratte dai videogiochi.
Meloni in podcast è un cambio di paradigma, qualcosa di mai visto in Italia semplicemente perché abbiamo dormito per un decennio. Nel 2016 Barack Obama si fece intervistare non dal New York Times ma da Buzzfeed, inaugurando la strada del futuro, percorsa anche da Joe Biden e da Donald Trump, che ha collezionato milioni di ascoltatori privilegiando come interlocutore il podcaster Joe Rogan mentre Kamala Harris occupava i teatri. Negli Stati Uniti i podcast politici di Tucker Carlson e Ben Shapiro su YouTube e Spotify hanno più abbonati di quelli delle grandi testate.
L’idea del salto di qualità meloniano è stata del coordinatore web e social media di palazzo Chigi, Tommaso Longobardi, che sottolinea: «Tutto questo con buona pace di chi pensa che informazione e dibattito debbano restare nelle mani di pochi, confinati sempre negli stessi luoghi, per preservare un’esclusiva che il tempo ha già superato». Non banale il commento di Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, nell’osservare stile vecchio e nuovo: «Sono due panorami e paesaggi mediatici completamente differenti. Non solo per i numeri ma anche dal punto di vista sociale, culturale e politico. Meloni ha fatto una mossa intelligente».
Il fonte del No ha perso un’occasione, l’opposizione si è fatta trovare addormentata, prigioniera degli slogan che piacciono alle redazioni. E la diffusione dell’intervista della premier, la sua parcellizzazioni in reel, la deflagrazione in mille rivoli su tutte le piattaforme social sta ottenendo un riscontro notevole. Meloni ha raggiunto un pubblico nuovo, moderno, estraneo al linguaggio tradizionale. Ieri il dato delle visualizzazioni su YouTube (mentre andavamo in stampa) aveva superato quota 700.000. La sua mossa del cavallo crea immediatamente un problema nuovo: l’anacronismo della par condicio nel mondo multimediale. Fu inventata da Oscar Luigi Scalfaro nel 1994 per imbavagliare Mediaset nell’era berlusconiana, diventò legge nel 2000. Ora è un calesse con le ruote quadrate che, come ha sottolineato ieri Maurizio Belpietro, necessita di pensionamento per evidenti limiti di età.
Meloni che spiega la separazione delle carriere («Quanti sono i casi in cui il giudice accoglie proposta pm? Per l’arresto 95%, per le intercettazioni 99%. O abbiamo pm infallibili oppure il giudice è condizionato»); Meloni che ribadisce un’ovvietà dimenticata («Non si va a votare su di me ma per migliorare la giustizia in Italia»); Meloni che sconfessa la ridicola deriva illiberale («In Europa 21 nazioni su 27 hanno la separazione delle carriere. Per una vita mi hanno detto che devo essere europeista e quando lo sono gridano alla deriva illiberale») fa un’operazione di verità che va oltre il pregiudizio.
In «Pulp Podcast» la premier demolisce anche le superficiali frottole di Alessandro Barbero: «Se io provassi a fare una legge come la descrive lui il presidente della Repubblica non me la controfirmerebbe. Queste tesi surreali sono una mancanza di rispetto nei confronti di Sergio Mattarella che questa riforma ha controfirmato». Tutto ciò mentre alcuni iscritti all’albo dei giornalisti bivaccano su Facebook da giorni e fanno propaganda per il No allo scopo di salvaguardare il loro rapporto privilegiato (e subalterno) con la casta dei pm. Hanno la tessera ma sono meno credibili di Fedez.
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Le mosse del presidente americano paiono confuse e stanno indisponendo anche il mondo Maga. Chi gestisce davvero il conflitto è Netanyahu, e Trump insegue