Il caos controlli spaventa le aziende
Dal 15 ottobre la produzione dei grandi gruppi potrà subire dei cali. Mentre le piccole imprese avranno problemi di organico. E per correre ai ripari i costi sono ingenti.

Succede quando le scelte politiche sono dettate dalla fretta, dalla superficialità, dall’ideologia e dalle pretese di ingegneria sociale: a quel punto, molto presto, è la realtà a incaricarsi di presentare un conto salatissimo.

Com’è noto, dal 15 ottobre prossimo, tutti i lavoratori, non solo quelli del settore pubblico ma pure quelli del privato, saranno obbligati a esibire il green pass. Ed è sempre opportuno ricordare che siamo l’unico Paese dell’Occidente avanzato a imporre questa condizione per poter lavorare. Nel pubblico, La Verità ha già più volte descritto le potenziali conseguenze. Interi reparti ospedalieri rischiano di rimanere sguarniti. Per non parlare del comparto sicurezza: a inizio settembre, risultava non vaccinato circa il 20% dei poliziotti, il 15% dei carabinieri, il 25% degli uomini dell’Esercito, il 20% degli uomini di Marina e Aeronautica, e, secondo dati di provenienza sindacale, addirittura un terzo degli agenti di polizia penitenziaria. Non è difficile comprendere le conseguenze drammatiche dell’imposizione generalizzata del pass: in mancanza di un tampone ogni 48 ore, gli organici risulterebbero penalizzati in modo devastante, con effetti che ciascuno può immaginare. Quanto al settore privato, anche in questo caso si rischia una situazione che può paralizzare (per ragioni diverse) sia le imprese grandi sia quelle più piccole. Per le aziende medio grandi, si pone un problema essenzialmente «quantitativo»: se i numeri dei non dotati di lasciapassare fossero ingenti, che si fa? Si bloccano le produzioni fino a fine anno? Si prende atto dell’impossibilità di operare di alcuni reparti?

Per le imprese più piccole (adottiamo ad esempio il parametro dei 15 dipendenti, e ragioniamo sulle aziende che hanno un numero di dipendenti inferiore), il problema è di tipo «qualitativo». Prendiamo un’azienda con otto o nove dipendenti, ognuno dei quali è cruciale, decisivo, oltre che portatore di una formazione (e di un’informazione) insostituibile rispetto ai meccanismi aziendali e produttivi. Che si fa nel caso in cui due o tre persone non risultino dotate di pass per le più diverse ragioni? L’imprenditore dovrebbe trovare dalla sera alla mattina un sostituto ugualmente formato, e per giunta disponibile a lavorare per soli due o tre mesi? E se nel frattempo, a sostituzione ipoteticamente avvenuta, il lavoratore sostituito cambia idea, si vaccina e si dota di carta verde, come si risolve la faccenda? Si finisce tutti davanti al giudice del lavoro, magari per molte decine di migliaia di casi in tutta Italia? È triste dirlo, ma siamo davanti a norme scritte da soggetti che non sanno come funzionano le imprese. O (peggio ancora) che scrivono i decreti sulla base di una mentalità paternalistica e punitiva, volta a pretendere di rieducare le persone, anziché a risolvere i problemi. Non a caso La Verità si è battuta per mesi per l’uso a tappeto dei tamponi salivari rapidi: per quella via tutto sarebbe stato sdrammatizzato, conciliando le esigenze della sicurezza con quelle della libertà. E invece il ministero della Salute ha pervicacemente detto no.

Certo, le responsabilità maggiori sono quelle della politica. Ma non piccole sono anche quelle delle parti sociali (imprese e sindacati), che ora raccolgono ciò che hanno seminato, trasformandosi in legionari del pass e quasi incitando il decisore politico a compiere la scelta più dura e più ideologica.

Risultato? A pagare il conto saranno i soliti noti: gli utenti dei servizi pubblici, le imprese private, e naturalmente tutti coloro che vedranno messa a rischio la propria sicurezza lavorativa.

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