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2020-03-22
Campania e Piemonte chiedono aiuto. La linea del fronte si sta allargando
Alberto Cirio (Ansa)
L'allarme del Piemonte. La crisi della Campania. L'emergenza dell'Emilia Romagna. La paura della Puglia. Da Nord a Sud, il coronavirus attacca su più fronti. Un esercito invisibile e temibile che, dopo aver quasi espugnato la Lombardia, ora punta a dilagare nel resto del Paese. Come ha prontamente intuito il governatore del Piemonte, Alberto Cirio: «Le nostre proiezioni ci dicono che in meno di tre giorni i casi di contagio raddoppieranno, avvicinandosi al livello di saturazione della rete di terapia intensiva regionale», ha scritto in una lettera al premier Giuseppe Conte. «Abbiamo incrementato di oltre il 65% i posti di terapia intensiva, insieme al Veneto siamo tra le Regioni che hanno fatto in questo senso lo sforzo più grande. Ma non basta». Più che preoccupato pure il locale Ordine dei medici. «Siamo allo stremo. Iniziano a scarseggiare i posti letto in rianimazione e nei reparti: alcuni colleghi sono disperati», si legge nella lettera indirizzata al governo dall'ente piemontese. «Il personale sanitario è sprovvisto degli adeguati dispositivi di protezione e cura i pazienti a rischio della propria salute. Mancano ventilatori, caschi Cpap, farmaci. Non abbiamo medici a sufficienza, sia per l'esplosione dei casi ricoverati sia per la quarantena di molti di noi, che si sono infettati lavorando». Nella regione si contano 238 vittime e 301 postazioni di terapia intensiva occupate, soprattutto a Torino dove, nel frattempo, è arrivato l'Esercito per aumentare il livello dei controlli in strada. Situazione critica anche in Emilia Romagna. Il governatore Stefano Bonaccini ha disposto la chiusura domenicale dei supermercati fino al 3 aprile. Resteranno aperte solo farmacie e parafarmacie. Mancano i medici, poi. E per questo, la Regione ha aperto un bando straordinario per il reclutamento di camici bianchi. Qualche speranza dovrebbe arrivare dall'apertura dell'ospedale da campo a Piacenza, che prevede 40 posti letto, che ha visto la luce grazie all'attivismo del prefetto Maurizio Falco e alla generosità di un gruppo di imprenditori locali. Allarme rosso in Campania. Il governatore Vincenzo De Luca sta lottando contro il tempo e la statistica: «La previsione che fanno i tecnici è questa: entro il 29 marzo saremo a 1.500 contagi, entro inizio aprile avremo 3.000 persone positive e 140 persone in condizione da richiedere ricovero in terapia intensiva», ha dichiarato in una diretta Facebook. «Ho rivolto un invito al governo affinché vengano assunte misure drastiche per evitare o controllare l'arrivo di cittadini da regioni e Paesi in cui il contagio è già elevato», ha continuato. «Tali flussi renderebbero davvero ingovernabile la situazione». Nel capoluogo e nelle altre province cresce il numero dei contagiati. A Napoli ci sono 119 ricoverati al Cotugno, e il limite di capienza è vicino. Il Loreto Mare, nuovo Covid-centre, ha già esaurito tutti i posti a disposizione per la terapia intensiva. Nel Casertano i positivi sono 103 e continuano a crescere. Nel Salernitano è arrivato l'Esercito a presidiare i varchi di ingresso dei cinque Comuni della zona rossa: Atena Lucana, Caggiano, Polla e Sala Consilina.
Per monitorare i movimenti degli abitanti, a Bari, Trani e Barletta si sono levati invece in volo i droni. Nel capoluogo pugliese il sindaco ha interdetto l'uso delle panchine e l'ingresso nei parchi dopo l'allarme lanciato dal governatore Michele Emiliano, che aveva denunciato l'irresponsabilità di migliaia di pendolari che erano tornati a casa. Situazione che, però, secondo il professor Pierluigi Lopalco, epidemiologo dell'Università di Pisa e capo della task force scientifica della Regione per l'emergenza coronavirus, sarebbe meno preoccupante del previsto. «Abbiamo avuto qualche segnale, ad esempio qualche studente rientrato in Puglia dal Nord Italia che ha contagiato i propri genitori, però non è una bomba», ha spiegato il cattedratico. «Da un punto di vista sanitario preoccupa di più la situazione negli ospedali che il rientro di 23.000 persone». Droni anti-camminate anche in Toscana (Piombino) che fa i conti con 2.000 contagiati e 72 decessi. Sono lontani i tempi dell'ironia del governatore Enrico Rossi. La Cna di Massa Carrara ha chiesto una chiusura di 15 giorni per cantieri edili, imprese del marmo e di tutti i settori non necessari, per arginare la diffusione del morbo cinese. «La nostra provincia, per numeri di contagi, sta raggiungendo il livello di zona rossa, ed in questa allarmante situazione siamo ancora a disquisire su chi può o meno fare la passeggiata, sul metro di distanza da mantenere, su come compilare un'autorizzazione per aver il privilegio di circolare, quando il vero problema è la reale e fattiva tutela della salute delle persone. Dobbiamo fermarci tutti», ha ribadito con forza il presidente dell'associazione, Paolo Bedini. Di fermarsi non hanno invece proprio intenzione i siciliani che, malgrado le restrizioni dell'ordinanza del governo, continuano ad affollare le città dell'isola. Ancora ieri, nel capoluogo, c'erano ciclisti, cani al guinzaglio, venditori ambulanti e semplici passanti. Comprese molte mamme che spingevano felici, complice il bel tempo, i passeggini. Anche di loro dovranno occuparsi i cinquanta militari sbarcati sull'isola per un ulteriore giro di vite.
Una valvola «sdoppia» i respiratori
Ci sono volute una notte di studio e 72 ore per realizzare e testare il sistema per rendere un ventilatore in grado di sostenere contemporaneamente il respiro di due pazienti con Covid-19, invece che uno. Tutto è partito da una situazione di emergenza. «L'altra sera», racconta Marco Ranieri, direttore della anestesiologia e terapia intensiva del policlinico Sant'Orsola di Bologna, «un mio collega di Milano, Antonio Pesetti, direttore dell'anestesia e rianimazione del Policlinico lombardo, mi ha chiamato perché si era creata una situazione per cui due malati non avevano il ventilatore». L'anestesista in servizio stava ventilando i due pazienti a mano con il pallone di Ambu, «un dispositivo manuale usato in caso di emergenza», ricorda il professore di Bologna. Da trent'anni i due anestesisti collaborano su importanti ricerche sull'insufficienza respiratoria acuta. «Ci siamo messi subito a lavoro», dice Ranieri. Per tutta la notte, i due professori hanno passato al setaccio la letteratura scientifica sull'argomento e chiesto pareri ad altri colleghi di varie parti del mondo. La soluzione è arrivata all'alba, ma serviva qualcuno per realizzare il prototipo. È bastata una telefonata a un'azienda, la Intersurgical, del distretto medicale d'eccellenza di Mirandola (Bologna). Senza nemmeno un disegno, dopo 48 ore il prototipo è stato messo a punto e spedito al Sant'Orsola dove è stato testato con successo su un simulatore polmonare. Nel tempo record di 72 ore, il circuito che permette a un ventilatore polmonare di assistere nello stesso tempo due pazienti anziché uno soltanto, è quindi pronto per essere prodotto e inviato nelle terapie intensive degli ospedali ormai allo stremo. «L'azienda potrebbe produrre circa 5.000 dispositivi, raddoppiando così i posti letto delle terapie intensive italiane», osserva l'anestesista. «È una notizia che ci riempie di orgoglio», ha dichiarato Sergio Venturi, commissario per l'emergenza coronavirus della Regione Emilia Romagna su Facebook. «Nei prossimi giorni saremo in grado di ordinare quelli necessari e naturalmente il primo ordine arriverà a Parma e a Piacenza, i due territori della regione dove abbiamo più difficoltà per il proliferare del virus». Sicuramente il sistema sarà una boccata d'ossigeno anche per gli ospedali lombardi di Bergamo e Brescia, particolarmente colpiti dall'epidemia. Il principale trattamento della polmonite dei pazienti con Covid-19 è infatti il supporto meccanico della respirazione nelle terapie intensive e subintensive. Non gioisce però per il nuovo dispositivo e spera di non doverlo mai utilizzare su un paziente proprio il professor Ranieri, che sta collaborando con l'azienda che produce i ventilatori per la Protezione civile, alla realizzazione di un protocollo per l'impiego in scenari di guerra, come quella già in corso con il coronavirus. «Anche se il circuito aumenta la capacità di assistenza», osserva l'anestesista, «è anche vero che si riduce la qualità». Se si dovrà utilizzare quel circuito in un paziente, «vorrà dire che siamo disperati. Che il sistema è arrivato a un pelo dal collasso», continua il medico. Essere «costretti a pensare a una cosa di questo genere», incalza il professore, «vuol dire che siamo vicini al limite di saturazione della nostra capacità di assistenza». Oggi si riesce a rispondere a tutte le esigenze con grande fatica e con grande stress. «Se la gente non capisce che deve stare in casa per fermare la diffusione dell'epidemia», conclude, «noi non saremo in grado di assisterla».
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Alberto Cirio scrive a Palazzo Chigi: «La Regione è vicina al limite». Vincenzo De Luca avverte i campani: «A breve avremo 3.000 casi, non uscite più». In Puglia sorvegliano le strade con i droni, in Toscana i positivi sono oltre 2.000.Realizzata in Emilia nel giro di 72 ore una valvola che «sdoppia» i respiratori, presto pronti 5.000 pezzi: consente di attaccare due pazienti alla stessa macchina. I medici: «Se la usiamo, è perché siamo alla frutta».Lo speciale contiene due articoli. L'allarme del Piemonte. La crisi della Campania. L'emergenza dell'Emilia Romagna. La paura della Puglia. Da Nord a Sud, il coronavirus attacca su più fronti. Un esercito invisibile e temibile che, dopo aver quasi espugnato la Lombardia, ora punta a dilagare nel resto del Paese. Come ha prontamente intuito il governatore del Piemonte, Alberto Cirio: «Le nostre proiezioni ci dicono che in meno di tre giorni i casi di contagio raddoppieranno, avvicinandosi al livello di saturazione della rete di terapia intensiva regionale», ha scritto in una lettera al premier Giuseppe Conte. «Abbiamo incrementato di oltre il 65% i posti di terapia intensiva, insieme al Veneto siamo tra le Regioni che hanno fatto in questo senso lo sforzo più grande. Ma non basta». Più che preoccupato pure il locale Ordine dei medici. «Siamo allo stremo. Iniziano a scarseggiare i posti letto in rianimazione e nei reparti: alcuni colleghi sono disperati», si legge nella lettera indirizzata al governo dall'ente piemontese. «Il personale sanitario è sprovvisto degli adeguati dispositivi di protezione e cura i pazienti a rischio della propria salute. Mancano ventilatori, caschi Cpap, farmaci. Non abbiamo medici a sufficienza, sia per l'esplosione dei casi ricoverati sia per la quarantena di molti di noi, che si sono infettati lavorando». Nella regione si contano 238 vittime e 301 postazioni di terapia intensiva occupate, soprattutto a Torino dove, nel frattempo, è arrivato l'Esercito per aumentare il livello dei controlli in strada. Situazione critica anche in Emilia Romagna. Il governatore Stefano Bonaccini ha disposto la chiusura domenicale dei supermercati fino al 3 aprile. Resteranno aperte solo farmacie e parafarmacie. Mancano i medici, poi. E per questo, la Regione ha aperto un bando straordinario per il reclutamento di camici bianchi. Qualche speranza dovrebbe arrivare dall'apertura dell'ospedale da campo a Piacenza, che prevede 40 posti letto, che ha visto la luce grazie all'attivismo del prefetto Maurizio Falco e alla generosità di un gruppo di imprenditori locali. Allarme rosso in Campania. Il governatore Vincenzo De Luca sta lottando contro il tempo e la statistica: «La previsione che fanno i tecnici è questa: entro il 29 marzo saremo a 1.500 contagi, entro inizio aprile avremo 3.000 persone positive e 140 persone in condizione da richiedere ricovero in terapia intensiva», ha dichiarato in una diretta Facebook. «Ho rivolto un invito al governo affinché vengano assunte misure drastiche per evitare o controllare l'arrivo di cittadini da regioni e Paesi in cui il contagio è già elevato», ha continuato. «Tali flussi renderebbero davvero ingovernabile la situazione». Nel capoluogo e nelle altre province cresce il numero dei contagiati. A Napoli ci sono 119 ricoverati al Cotugno, e il limite di capienza è vicino. Il Loreto Mare, nuovo Covid-centre, ha già esaurito tutti i posti a disposizione per la terapia intensiva. Nel Casertano i positivi sono 103 e continuano a crescere. Nel Salernitano è arrivato l'Esercito a presidiare i varchi di ingresso dei cinque Comuni della zona rossa: Atena Lucana, Caggiano, Polla e Sala Consilina.Per monitorare i movimenti degli abitanti, a Bari, Trani e Barletta si sono levati invece in volo i droni. Nel capoluogo pugliese il sindaco ha interdetto l'uso delle panchine e l'ingresso nei parchi dopo l'allarme lanciato dal governatore Michele Emiliano, che aveva denunciato l'irresponsabilità di migliaia di pendolari che erano tornati a casa. Situazione che, però, secondo il professor Pierluigi Lopalco, epidemiologo dell'Università di Pisa e capo della task force scientifica della Regione per l'emergenza coronavirus, sarebbe meno preoccupante del previsto. «Abbiamo avuto qualche segnale, ad esempio qualche studente rientrato in Puglia dal Nord Italia che ha contagiato i propri genitori, però non è una bomba», ha spiegato il cattedratico. «Da un punto di vista sanitario preoccupa di più la situazione negli ospedali che il rientro di 23.000 persone». Droni anti-camminate anche in Toscana (Piombino) che fa i conti con 2.000 contagiati e 72 decessi. Sono lontani i tempi dell'ironia del governatore Enrico Rossi. La Cna di Massa Carrara ha chiesto una chiusura di 15 giorni per cantieri edili, imprese del marmo e di tutti i settori non necessari, per arginare la diffusione del morbo cinese. «La nostra provincia, per numeri di contagi, sta raggiungendo il livello di zona rossa, ed in questa allarmante situazione siamo ancora a disquisire su chi può o meno fare la passeggiata, sul metro di distanza da mantenere, su come compilare un'autorizzazione per aver il privilegio di circolare, quando il vero problema è la reale e fattiva tutela della salute delle persone. Dobbiamo fermarci tutti», ha ribadito con forza il presidente dell'associazione, Paolo Bedini. Di fermarsi non hanno invece proprio intenzione i siciliani che, malgrado le restrizioni dell'ordinanza del governo, continuano ad affollare le città dell'isola. Ancora ieri, nel capoluogo, c'erano ciclisti, cani al guinzaglio, venditori ambulanti e semplici passanti. Comprese molte mamme che spingevano felici, complice il bel tempo, i passeggini. Anche di loro dovranno occuparsi i cinquanta militari sbarcati sull'isola per un ulteriore giro di vite.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/campania-e-piemonte-chiedono-aiuto-la-linea-del-fronte-si-sta-allargando-2645560909.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="una-valvola-sdoppia-i-respiratori" data-post-id="2645560909" data-published-at="1781717346" data-use-pagination="False"> Una valvola «sdoppia» i respiratori Ci sono volute una notte di studio e 72 ore per realizzare e testare il sistema per rendere un ventilatore in grado di sostenere contemporaneamente il respiro di due pazienti con Covid-19, invece che uno. Tutto è partito da una situazione di emergenza. «L'altra sera», racconta Marco Ranieri, direttore della anestesiologia e terapia intensiva del policlinico Sant'Orsola di Bologna, «un mio collega di Milano, Antonio Pesetti, direttore dell'anestesia e rianimazione del Policlinico lombardo, mi ha chiamato perché si era creata una situazione per cui due malati non avevano il ventilatore». L'anestesista in servizio stava ventilando i due pazienti a mano con il pallone di Ambu, «un dispositivo manuale usato in caso di emergenza», ricorda il professore di Bologna. Da trent'anni i due anestesisti collaborano su importanti ricerche sull'insufficienza respiratoria acuta. «Ci siamo messi subito a lavoro», dice Ranieri. Per tutta la notte, i due professori hanno passato al setaccio la letteratura scientifica sull'argomento e chiesto pareri ad altri colleghi di varie parti del mondo. La soluzione è arrivata all'alba, ma serviva qualcuno per realizzare il prototipo. È bastata una telefonata a un'azienda, la Intersurgical, del distretto medicale d'eccellenza di Mirandola (Bologna). Senza nemmeno un disegno, dopo 48 ore il prototipo è stato messo a punto e spedito al Sant'Orsola dove è stato testato con successo su un simulatore polmonare. Nel tempo record di 72 ore, il circuito che permette a un ventilatore polmonare di assistere nello stesso tempo due pazienti anziché uno soltanto, è quindi pronto per essere prodotto e inviato nelle terapie intensive degli ospedali ormai allo stremo. «L'azienda potrebbe produrre circa 5.000 dispositivi, raddoppiando così i posti letto delle terapie intensive italiane», osserva l'anestesista. «È una notizia che ci riempie di orgoglio», ha dichiarato Sergio Venturi, commissario per l'emergenza coronavirus della Regione Emilia Romagna su Facebook. «Nei prossimi giorni saremo in grado di ordinare quelli necessari e naturalmente il primo ordine arriverà a Parma e a Piacenza, i due territori della regione dove abbiamo più difficoltà per il proliferare del virus». Sicuramente il sistema sarà una boccata d'ossigeno anche per gli ospedali lombardi di Bergamo e Brescia, particolarmente colpiti dall'epidemia. Il principale trattamento della polmonite dei pazienti con Covid-19 è infatti il supporto meccanico della respirazione nelle terapie intensive e subintensive. Non gioisce però per il nuovo dispositivo e spera di non doverlo mai utilizzare su un paziente proprio il professor Ranieri, che sta collaborando con l'azienda che produce i ventilatori per la Protezione civile, alla realizzazione di un protocollo per l'impiego in scenari di guerra, come quella già in corso con il coronavirus. «Anche se il circuito aumenta la capacità di assistenza», osserva l'anestesista, «è anche vero che si riduce la qualità». Se si dovrà utilizzare quel circuito in un paziente, «vorrà dire che siamo disperati. Che il sistema è arrivato a un pelo dal collasso», continua il medico. Essere «costretti a pensare a una cosa di questo genere», incalza il professore, «vuol dire che siamo vicini al limite di saturazione della nostra capacità di assistenza». Oggi si riesce a rispondere a tutte le esigenze con grande fatica e con grande stress. «Se la gente non capisce che deve stare in casa per fermare la diffusione dell'epidemia», conclude, «noi non saremo in grado di assisterla».
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.
Accordo Usa-Iran, petrolio in calo, Fed più silenziosa, deepfake elettorali, caso Platner, Newsom sotto indagine e nuovi dubbi democratici su gas e petrolio.
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L'indice misura la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso una scala che va da 0 a 100. Più alto è il punteggio, maggiore è la trasparenza percepita delle istituzioni pubbliche. Più basso è il valore, maggiore è invece la convinzione che il sistema politico e amministrativo sia permeabile a favoritismi, clientelismo e abuso di potere.
In cima alla classifica si confermano i soliti noti. La Danimarca occupa il primo posto seguita da Finlandia, Singapore, Nuova Zelanda e Norvegia. Non si tratta di una coincidenza. Questi Paesi condividono alcune caratteristiche fondamentali: amministrazioni pubbliche efficienti, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sistemi giudiziari indipendenti e una cultura politica che premia la trasparenza. In altre parole, sono Stati in cui il rispetto delle regole non dipende soltanto dalla presenza di leggi severe, ma da una consolidata cultura civica. All'estremo opposto della graduatoria troviamo invece Sudan del Sud, Somalia, Venezuela, Siria e Yemen. In questi casi la corruzione si intreccia con guerre civili, crisi economiche, fragilità istituzionale e spesso con la sopravvivenza stessa dello Stato. Quando le istituzioni si indeboliscono o collassano, la corruzione smette di essere una deviazione e diventa una componente strutturale del sistema.
Tuttavia, il dato più interessante del rapporto non riguarda i Paesi che occupano le prime o le ultime posizioni della classifica. La vera notizia è il progressivo deterioramento registrato in molte democrazie avanzate. Negli ultimi dieci anni il numero di Paesi che ottengono punteggi superiori a 80 punti è diminuito sensibilmente. Un segnale che, secondo Transparency International, riflette un indebolimento della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di controllo del potere. La percezione della corruzione non coincide necessariamente con la presenza di reati accertati. Rappresenta piuttosto il modo in cui cittadini, investitori e osservatori internazionali valutano il funzionamento delle istituzioni. È proprio questo elemento a rendere il dato particolarmente significativo. Quando cresce la convinzione che il potere sia influenzato da interessi privati, lobby o gruppi economici, diminuisce la fiducia nel sistema democratico.
Gli Stati Uniti rappresentano uno degli esempi più emblematici di questa tendenza. Pur rimanendo una delle principali democrazie del mondo, Washington ha registrato negli ultimi anni un progressivo peggioramento della propria posizione nell'indice. Secondo Transparency International, tra i fattori che alimentano questa percezione vi sono il crescente peso dei gruppi di pressione economica nel processo decisionale e la polarizzazione politica che caratterizza il dibattito pubblico americano. Anche l'Europa occidentale, che continua a essere la regione più virtuosa del pianeta, mostra segnali di affaticamento. Diversi Paesi hanno perso posizioni rispetto al passato e gli esperti evidenziano come il contrasto alla corruzione stia procedendo con minore efficacia rispetto agli anni precedenti. La crescente sfiducia verso le élite politiche, l'espansione delle campagne di disinformazione e la crisi di rappresentanza che attraversa molte democrazie contribuiscono a creare un clima favorevole alla percezione di una minore trasparenza. In questo contesto l'Italia continua a occupare una posizione intermedia. Il nostro Paese ha compiuto progressi rispetto al passato grazie a una serie di riforme normative e all'introduzione di strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Tuttavia resta distante dai livelli raggiunti dai Paesi nordici e continua a scontare problemi strutturali legati alla lentezza burocratica, alla complessità amministrativa e a una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
La Svizzera, al contrario, continua a collocarsi tra i Paesi più virtuosi del mondo. La stabilità delle sue istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione e la forte cultura della responsabilità individuale rappresentano elementi che contribuiscono a mantenere elevati standard di trasparenza. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'impatto economico della corruzione. Secondo numerosi studi internazionali, la presenza di fenomeni corruttivi scoraggia gli investimenti esteri, aumenta i costi delle opere pubbliche e riduce la competitività delle imprese. Quando gli appalti non vengono assegnati sulla base del merito ma delle relazioni personali o politiche, il risultato è una minore efficienza della spesa pubblica e una riduzione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le conseguenze sono visibili nelle infrastrutture incompiute, nei ritardi amministrativi e nella perdita di fiducia verso lo Stato.
La corruzione produce inoltre effetti diretti sul tessuto sociale. Dove i cittadini percepiscono che le regole non sono uguali per tutti cresce il senso di ingiustizia e diminuisce la partecipazione alla vita pubblica. Non è un caso che molti dei Paesi che registrano i peggiori risultati nell'indice siano caratterizzati anche da bassi livelli di fiducia nelle istituzioni e da una forte instabilità politica. Per questo motivo la lotta alla corruzione non rappresenta soltanto una questione giudiziaria o amministrativa, ma costituisce una sfida cruciale per la tenuta delle democrazie moderne e per la crescita economica delle nazioni. Il rapporto di Visual Capitalist offre dunque una lezione importante. La corruzione non è una questione che riguarda esclusivamente il livello di ricchezza di una nazione. Esistono Paesi ricchi che peggiorano e Paesi meno sviluppati che riescono a migliorare. La differenza la fanno la qualità delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la capacità di garantire controlli efficaci sull'esercizio del potere. Quando questi pilastri si indeboliscono, anche le democrazie più solide possono perdere terreno. Ed è proprio questo il messaggio più significativo che emerge dalla classifica: nessun Paese può considerarsi immune dalla corruzione e la trasparenza non è una conquista definitiva, ma un obiettivo che deve essere difeso ogni giorno e bisogna volerlo con forza.
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