Buttati 5 milioni per far bocciare il divorzio Venezia-Mestre ai veneti
Per la quinta volta il primo dicembre verrà chiesto ai cittadini se le due città si devono separare. Peccato che la risposta è sempre stata no. E l’affluenza continua a calare dal 1979. Luigi Brugnaro invita all’astensione.

Domanda: giusto che i cittadini possano esprimersi? Giusto e democratico, anche se negli ultimi tempi le urne non sono tanto di moda. Ci sono però casi in cui anche uno strumento diretto come il voto suscita qualche perplessità: stiamo parlando del referendum consultivo che si terrà domenica primo dicembre per decidere sulla separazione tra Venezia e Mestre. Si chiede agli elettori se vogliono o meno mantenere un unico Comune tra città d’acqua e terraferma.

Nota storica: l’unione tra Venezia e Mestre risale al 1926, durante il fascismo. Fin qui tutto bene, ma c’è un però: sullo stesso quesito si sono già tenuti quattro referendum e ha sempre prevalso il No (al divorzio). Un poker di risultati che non lascia dubbi sulle preferenze dei veneziani. Ci domandiamo quindi: è il caso di perseverare con un quinto plebiscito sul divorzio lagunare? Anche perché ha un costo per la Regione che viene spalmato su tutti i 4.905.472 abitanti del Veneto. In altre parole pagano non soltanto i veneziani ma anche veronesi, vicentini, padovani, bellunesi e rodigini ai quali della separazione nulla importa.

Passiamo ai conti: per organizzare i cinque referendum, dal 1979 a oggi, sono stati spesi 4.981.728,13 euro che fanno circa 1 euro a testa per ogni residente in Veneto. Queste le cifre esatte stanziate e suddivise per singola consultazione: nel 1979 s’impegnano 500.000.000 lire (258.228,50 euro), nel 1989 si sale a 2.450.000.000 lire (1.265.319,40 euro), nel 1994 la cifra tonda è di lire 3.000.000.000 (1.549.370,70 euro), nel 2003 si passa con la nuova valuta europea a 1.207.309,53 euro e per il referendum del prossimo primo dicembre il Comune ha speso 701.500 euro, che gli verranno poi rimborsati dalla Regione.

Si potrebbe obiettare che la democrazia ha un costo che bisogna sostenere. Vero anche questo, però non siamo al primo né al secondo, ma alla quinta tornata di consultazioni sulla divisione di Mestre e Venezia. Quante volte bisogna interrogare i veneziani su come la pensano in proposito? Il dubbio è legittimo, dal momento che gli esiti delle passate votazioni danno indicazioni inequivocabili. Il 17 giugno del 1979, quando era sindaco il socialista Mario Rigo, andò ai seggi il 79,54% degli aventi diritto e stravinse il No: 72,39% contro il 27,61% di Sì. Il 30 aprile 1989, primo cittadino Antonio Casellati, sostenuto da una maggioranza Pci-Psi-Pri-Verdi, i votanti calano al 74,14% ma i seggi premiano ancora il No: 57,8% contro il 44,43% di favorevoli alla scissione della città d’acqua da quella di terra. Il 6 febbraio 1994, con il Comune sotto la guida di Massimo Cacciari, l’affluenza scende ancora al 67.93% e di nuovo si impone il No con il 55,57% a fronte del 44,43% del Sì. Infine il 16 novembre 2003 si svolge la quarta consultazione, quando è sindaco Paolo Costa, già ministro nel primo governo Prodi: non si raggiunge il quorum perché partecipa solo il 39,30% degli aventi diritto. Comunque, per la cronaca, a primeggiare sono ancora i No con il 65,63% che schiacciano il 34,37% di preferenze andate ai Sì.

Tirando le somme: per quattro volte hanno vinto i contrari alla scissione, mentre per quanto riguarda l’affluenza l’interesse dei veneziani è andato progressivamente scemando fino all’ultimo referendum del 2003 che non ha superato il numero legale per validarlo. Quindi il dubbio è sempre lo stesso: serve riproporre una domanda che da quarant’anni riceve sempre la medesima risposta? No, secondo il sindaco, Luigi Brugnaro, che, dopo aver invitato i suoi cittadini all’astensione, si è chiuso nel silenzio elettorale sull’argomento per consentire un libero confronto sulle conseguenze che ne deriverebbero. A suo giudizio drammatiche se prevalesse la tesi separatista, perché innanzitutto l’unione fa la forza e poi perché si tratta di «una decisione romana che tenta di indebolire la città, secondo il principio del divide et impera». Non è però della stessa opinione il Consiglio di Stato, che ha dichiarato legittimo il referendum: negandolo, infatti, si avrebbe una discriminazione dei cittadini interessati, che verrebbero privati del diritto costituzionale di esprimersi sul cambiamento dei loro assetti comunali. Tutto giuridicamente corretto, ma per quante volte dovranno continuare a esprimersi?

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