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2023-10-05
Strage bus, malore o manovra errata. Sigilli a guardrail e motore elettrico
(Ansa/Vigili del Fuoco)
A più di ventiquattrore di distanza dall’incidente di Mestre, con la morte di 21 persone che viaggiavano a bordo di un autobus elettrico, sul tavolo del procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, iniziano già a esserci alcuni punti fermi. Certo, l’inchiesta per omicidio stradale plurimo colposo è stata appena aperta (non ci sono ancora indagati), ma i rilievi della polizia giudiziaria possono già assicurare che «non ci sono stati segni di frenata», che «non c’è stato alcun contatto con altri mezzi» e che «l’autobus ha sbandato sulla destra, ha strisciato il guardrail per circa cinquanta metri prima di sfondarlo e cadere».
Del resto, il video che circola da ieri su internet indica in maniera abbastanza esaustiva la dinamica dell’incidente. È un filmato registrato dalla Smart control room che coordina i servizi di sicurezza del Comune lagunare e che è stato acquisito dalla Polizia locale. È su questi elementi che ha iniziato a prendere forma l’indagine della Procura veneziana che dovrà, soprattutto, stabilire come sia stato possibile che un pullman elettrico di 13 tonnellate abbia spezzato con così grande facilità una barriera di protezione, quasi come un coltello caldo in un panetto di burro.
Rispetto all’autista, Alberto Rizzotto, il quarantenne che ha perso la vita nell’incidente, dovranno essere ancora effettuati tutti gli accertamenti.
Le ipotesi restano sempre le stesse, al momento: la manovra azzardata o il malore. Ma tutto sarà più chiaro dopo che sarà effettuata l’autopsia. Di sicuro, secondo quanto riferisce il direttore della compagnia, Tiziano Idra, Rizzotto stava «guidando da tre ore e mezzo, peraltro non continuative» prima dell’incidente. «Non lavorava dal giorno prima», ha spiegato, «quindi aveva goduto abbondantemente delle ore di riposo previste. Non era certo stanco». A Massimo Fiorese, amministratore delegato della società La Linea, proprietaria di Martini bus di cui era dipendente l’autista, è toccato il riconoscimento della salma. Rizzotto, stando alle sue parole, aveva una vita tranquilla, viveva insieme ai genitori e veniva sottoposto regolarmente a visite mediche aziendali. «Era un autista esperto, era con noi da tanti anni, non ha mai dato problemi, era serio, appassionatissimo del suo lavoro», ha spiegato Fiorese. Aggiungendo, però, un dettaglio importante: «Quello è un guardrail vecchio, degli anni Cinquanta, forse è una concausa dell’incidente». «Guardando le immagini si nota quasi l’autobus fermo, poi l’attimo in cui precipita, fotogrammi che fanno ipotizzare che possa essersi trattato di un malore».
Non a caso ieri si è scoperto che il Comune di Venezia aveva avviato i lavori di rifacimento del cavalcavia da qualche settimana per un investimento di 6 milioni di euro. La struttura è ormai totalmente corrosa dalla ruggine e, secondo alcuni, mai ristrutturata dagli anni Settanta. Per di più, secondo l’associazione Asaps (il portale della sicurezza stradale), quel guardrail era troppo basso e inadeguato per contenere un veicolo del peso molto elevato, anche perché elettrico, dell’autobus precipitato. Un aspetto che ricorda l’incidente di Acqualonga in provincia di Avellino, avvenuto sull’autostrada A16 il 28 luglio 2013, quando un autobus da turismo cadde da un viadotto a causa di una rottura dei freni: morirono 40 persone. A settembre si è concluso il processo di appello. L’ex ad di Aspi Giovanni Castellucci è stato condannato a 6 anni di reclusione, insieme al dg dell’epoca, Riccardo Mollo, e ai dipendenti di Aspi Massimo Giulio Fornaci e Marco Perna.
Il tema della manutenzione dei guardrail è di stretta attualità nel settore dei trasporti, anche perché da tempo, in Europa e nel mondo, si sta lavorando per cambiare le vecchie strutture in acciaio con new jersey in calcestruzzo, di sicuro più capaci di contenere veicoli pesanti. Ora bisognerà capire se la Procura veneziana inserirà la manutenzione del cavalcavia come una delle concause dell’incidente. Non solo. Andrà anche spiegato il ruolo che hanno avuto le batterie al litio nell’incendio che si è sprigionato successivamente.
Non a caso, lo stesso procuratore ha sottolineato, che dovranno essere disposti gli accertamenti, oltre che sulla salma dell’autista, anche sulla batteria al litio e sulle scatole nere presenti sul mezzo elettrico. Stando alle prime testimonianze, il primo a dare i soccorsi sarebbe stato l’autista di un altro bus che era stato affiancato dall’autobus precipitato: sarebbe stato proprio lui a lanciare per primo l’estintore verso il veicolo in fiamme. Di sicuro è servito a poco. Come noto, una volta che le batterie di un mezzo di questo tipo sono in fiamme, è necessario un intervento qualificato dei vigili del fuoco, con schiuma o estintori speciali. Le celle agli ioni di litio non si spengono con la semplice acqua, anzi è vietato usarla per non peggiorare la situazione.
Il pullman è stato posto sotto sequestro e potrebbe volerci qualche giorno prima di poterlo esaminare, data appunto anche la complessità degli impianti elettrici andati in fumo.
Tra le vittime un neonato e una giovane sposina. Alcuni minori gravissimi
Fuori dall’ospedale di Mestre, ieri mattina, c’era un gran viavai di gente. La polizia, piazzata davanti l’entrata, non lasciava entrare nessuno. Nemmeno per andare in bagno. Fuori c’erano giornalisti, cameraman, vigilanti. Qui è stata allestita una stanza per i parenti delle vittime dell’incidente dell’autobus, che continuano a rivedere quel pullman che sfonda il parapetto e i guardrail, ormai vetusti e che «sembrano di cartapesta», per precipitare giù dal cavalcavia e schiantarsi al suolo. Del resto basta guardarli questi parapetti, così arrugginiti, così rancidi, così sbilenchi. A occhio, non riuscirebbero nemmeno a sorreggere una bici, figuriamoci un bus di 13 tonnellate. Il bilancio finale è di 21 morti.
L’aria, sulla zona della tragedia e attorno all’ospedale, è pesante. Fuori dalla stanza adibita per i parenti, le persone si sorreggono l’un l’altra. Controllano i documenti, parlano con gli psicologi. Fuori dall’obitorio è uno strazio continuo. Le vittime sono tutte giovani. Tra i morti c’è anche un neonato. C’erano due neo sposini in viaggio di nozze: lei è morta, si chiamava Antonela Perkovic, lui è rimasto ferito. Anche l’autista, veneto di Tezze, Alberto Rizzotto, è morto. Aveva 40 anni. Sul suo pullman erano tutti turisti stranieri e stavano tornando al camping Hu a Marghera, dopo una gita a Venezia.
Il prefetto di Venezia, Michele di Bari, ha comunicato ieri sera che sono state identificate tutte le vittime dell’incidente del bus. Sono nove ucraini, quattro rumeni, tre tedeschi, un italiano (l’autista), un croato, due portoghesi, un sudafricano. Sono stati identificati quasi tutti i feriti: cinque sono ucraini, un tedesco, un francese, un croato, due spagnoli e tre austriaci. Due devono essere ancora identificati. Tre sono minorenni, di cui una ucraina ricoverata a Padova e due tedeschi a Treviso. Qui hanno svuotato il pronto soccorso per far spazio alle vittime dell’autobus e, per la prima volta, si è attivato il protocollo del livello 3, il più alto, del Peimaf (il Piano emergenza interno massiccio afflusso feriti).
Una bambina gravemente ustionata è stata trasportata in elisoccorso a Padova. Versa, purtroppo, in condizioni disperate. Un dodicenne e una ragazza minorenne sono rimasti intrappolati tra i rottami del bus che, nella caduta, si è completamente capovolto, schiantandosi al suolo dopo un volo di quasi 15 metri.
Dieci sono in terapia intensiva. Gli adulti sono 12, i ragazzi sono tre. In totale sono cinque gli ospedali veneti che hanno aperto le porte ai feriti: Mirano (Venezia), Dolo (Venezia), Padova, Treviso e Mestre. In tutta questa orrenda tragedia un miracolo c’è: è il neonato che è sopravvissuto alla strage. È rimasto anche lui incastrato tra i rottami dell’autobus accartocciato ma si è salvato forse perché rannicchiato tra i corpi del padre e della madre che evidentemente, prima dello schianto, hanno tentato il tutto e per tutto per salvarlo. Una reazione istintiva in questo immenso miracolo della vita che fa i conti con la morte.
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La Procura di Venezia indaga per il reato di omicidio stradale plurimo: «Nessuna frenata o contatto con altri mezzi. Autopsia sull’autista determinante». Acquisita la scatola nera del pullman. I morti sono 21, i feriti 15.Un bebè si è salvato perché i genitori hanno fatto da scudo con il loro corpo. Passeggeri ricoverati in cinque ospedali.Lo speciale contiene due articoli.A più di ventiquattrore di distanza dall’incidente di Mestre, con la morte di 21 persone che viaggiavano a bordo di un autobus elettrico, sul tavolo del procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, iniziano già a esserci alcuni punti fermi. Certo, l’inchiesta per omicidio stradale plurimo colposo è stata appena aperta (non ci sono ancora indagati), ma i rilievi della polizia giudiziaria possono già assicurare che «non ci sono stati segni di frenata», che «non c’è stato alcun contatto con altri mezzi» e che «l’autobus ha sbandato sulla destra, ha strisciato il guardrail per circa cinquanta metri prima di sfondarlo e cadere».Del resto, il video che circola da ieri su internet indica in maniera abbastanza esaustiva la dinamica dell’incidente. È un filmato registrato dalla Smart control room che coordina i servizi di sicurezza del Comune lagunare e che è stato acquisito dalla Polizia locale. È su questi elementi che ha iniziato a prendere forma l’indagine della Procura veneziana che dovrà, soprattutto, stabilire come sia stato possibile che un pullman elettrico di 13 tonnellate abbia spezzato con così grande facilità una barriera di protezione, quasi come un coltello caldo in un panetto di burro.Rispetto all’autista, Alberto Rizzotto, il quarantenne che ha perso la vita nell’incidente, dovranno essere ancora effettuati tutti gli accertamenti.Le ipotesi restano sempre le stesse, al momento: la manovra azzardata o il malore. Ma tutto sarà più chiaro dopo che sarà effettuata l’autopsia. Di sicuro, secondo quanto riferisce il direttore della compagnia, Tiziano Idra, Rizzotto stava «guidando da tre ore e mezzo, peraltro non continuative» prima dell’incidente. «Non lavorava dal giorno prima», ha spiegato, «quindi aveva goduto abbondantemente delle ore di riposo previste. Non era certo stanco». A Massimo Fiorese, amministratore delegato della società La Linea, proprietaria di Martini bus di cui era dipendente l’autista, è toccato il riconoscimento della salma. Rizzotto, stando alle sue parole, aveva una vita tranquilla, viveva insieme ai genitori e veniva sottoposto regolarmente a visite mediche aziendali. «Era un autista esperto, era con noi da tanti anni, non ha mai dato problemi, era serio, appassionatissimo del suo lavoro», ha spiegato Fiorese. Aggiungendo, però, un dettaglio importante: «Quello è un guardrail vecchio, degli anni Cinquanta, forse è una concausa dell’incidente». «Guardando le immagini si nota quasi l’autobus fermo, poi l’attimo in cui precipita, fotogrammi che fanno ipotizzare che possa essersi trattato di un malore».Non a caso ieri si è scoperto che il Comune di Venezia aveva avviato i lavori di rifacimento del cavalcavia da qualche settimana per un investimento di 6 milioni di euro. La struttura è ormai totalmente corrosa dalla ruggine e, secondo alcuni, mai ristrutturata dagli anni Settanta. Per di più, secondo l’associazione Asaps (il portale della sicurezza stradale), quel guardrail era troppo basso e inadeguato per contenere un veicolo del peso molto elevato, anche perché elettrico, dell’autobus precipitato. Un aspetto che ricorda l’incidente di Acqualonga in provincia di Avellino, avvenuto sull’autostrada A16 il 28 luglio 2013, quando un autobus da turismo cadde da un viadotto a causa di una rottura dei freni: morirono 40 persone. A settembre si è concluso il processo di appello. L’ex ad di Aspi Giovanni Castellucci è stato condannato a 6 anni di reclusione, insieme al dg dell’epoca, Riccardo Mollo, e ai dipendenti di Aspi Massimo Giulio Fornaci e Marco Perna.Il tema della manutenzione dei guardrail è di stretta attualità nel settore dei trasporti, anche perché da tempo, in Europa e nel mondo, si sta lavorando per cambiare le vecchie strutture in acciaio con new jersey in calcestruzzo, di sicuro più capaci di contenere veicoli pesanti. Ora bisognerà capire se la Procura veneziana inserirà la manutenzione del cavalcavia come una delle concause dell’incidente. Non solo. Andrà anche spiegato il ruolo che hanno avuto le batterie al litio nell’incendio che si è sprigionato successivamente.Non a caso, lo stesso procuratore ha sottolineato, che dovranno essere disposti gli accertamenti, oltre che sulla salma dell’autista, anche sulla batteria al litio e sulle scatole nere presenti sul mezzo elettrico. Stando alle prime testimonianze, il primo a dare i soccorsi sarebbe stato l’autista di un altro bus che era stato affiancato dall’autobus precipitato: sarebbe stato proprio lui a lanciare per primo l’estintore verso il veicolo in fiamme. Di sicuro è servito a poco. Come noto, una volta che le batterie di un mezzo di questo tipo sono in fiamme, è necessario un intervento qualificato dei vigili del fuoco, con schiuma o estintori speciali. Le celle agli ioni di litio non si spengono con la semplice acqua, anzi è vietato usarla per non peggiorare la situazione.Il pullman è stato posto sotto sequestro e potrebbe volerci qualche giorno prima di poterlo esaminare, data appunto anche la complessità degli impianti elettrici andati in fumo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bus-mestre-incidente-2665797727.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-le-vittime-un-neonato-e-una-giovane-sposina-alcuni-minori-gravissimi" data-post-id="2665797727" data-published-at="1696455529" data-use-pagination="False"> Tra le vittime un neonato e una giovane sposina. Alcuni minori gravissimi Fuori dall’ospedale di Mestre, ieri mattina, c’era un gran viavai di gente. La polizia, piazzata davanti l’entrata, non lasciava entrare nessuno. Nemmeno per andare in bagno. Fuori c’erano giornalisti, cameraman, vigilanti. Qui è stata allestita una stanza per i parenti delle vittime dell’incidente dell’autobus, che continuano a rivedere quel pullman che sfonda il parapetto e i guardrail, ormai vetusti e che «sembrano di cartapesta», per precipitare giù dal cavalcavia e schiantarsi al suolo. Del resto basta guardarli questi parapetti, così arrugginiti, così rancidi, così sbilenchi. A occhio, non riuscirebbero nemmeno a sorreggere una bici, figuriamoci un bus di 13 tonnellate. Il bilancio finale è di 21 morti. L’aria, sulla zona della tragedia e attorno all’ospedale, è pesante. Fuori dalla stanza adibita per i parenti, le persone si sorreggono l’un l’altra. Controllano i documenti, parlano con gli psicologi. Fuori dall’obitorio è uno strazio continuo. Le vittime sono tutte giovani. Tra i morti c’è anche un neonato. C’erano due neo sposini in viaggio di nozze: lei è morta, si chiamava Antonela Perkovic, lui è rimasto ferito. Anche l’autista, veneto di Tezze, Alberto Rizzotto, è morto. Aveva 40 anni. Sul suo pullman erano tutti turisti stranieri e stavano tornando al camping Hu a Marghera, dopo una gita a Venezia. Il prefetto di Venezia, Michele di Bari, ha comunicato ieri sera che sono state identificate tutte le vittime dell’incidente del bus. Sono nove ucraini, quattro rumeni, tre tedeschi, un italiano (l’autista), un croato, due portoghesi, un sudafricano. Sono stati identificati quasi tutti i feriti: cinque sono ucraini, un tedesco, un francese, un croato, due spagnoli e tre austriaci. Due devono essere ancora identificati. Tre sono minorenni, di cui una ucraina ricoverata a Padova e due tedeschi a Treviso. Qui hanno svuotato il pronto soccorso per far spazio alle vittime dell’autobus e, per la prima volta, si è attivato il protocollo del livello 3, il più alto, del Peimaf (il Piano emergenza interno massiccio afflusso feriti). Una bambina gravemente ustionata è stata trasportata in elisoccorso a Padova. Versa, purtroppo, in condizioni disperate. Un dodicenne e una ragazza minorenne sono rimasti intrappolati tra i rottami del bus che, nella caduta, si è completamente capovolto, schiantandosi al suolo dopo un volo di quasi 15 metri. Dieci sono in terapia intensiva. Gli adulti sono 12, i ragazzi sono tre. In totale sono cinque gli ospedali veneti che hanno aperto le porte ai feriti: Mirano (Venezia), Dolo (Venezia), Padova, Treviso e Mestre. In tutta questa orrenda tragedia un miracolo c’è: è il neonato che è sopravvissuto alla strage. È rimasto anche lui incastrato tra i rottami dell’autobus accartocciato ma si è salvato forse perché rannicchiato tra i corpi del padre e della madre che evidentemente, prima dello schianto, hanno tentato il tutto e per tutto per salvarlo. Una reazione istintiva in questo immenso miracolo della vita che fa i conti con la morte.
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.