True
2023-10-05
Strage bus, malore o manovra errata. Sigilli a guardrail e motore elettrico
(Ansa/Vigili del Fuoco)
A più di ventiquattrore di distanza dall’incidente di Mestre, con la morte di 21 persone che viaggiavano a bordo di un autobus elettrico, sul tavolo del procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, iniziano già a esserci alcuni punti fermi. Certo, l’inchiesta per omicidio stradale plurimo colposo è stata appena aperta (non ci sono ancora indagati), ma i rilievi della polizia giudiziaria possono già assicurare che «non ci sono stati segni di frenata», che «non c’è stato alcun contatto con altri mezzi» e che «l’autobus ha sbandato sulla destra, ha strisciato il guardrail per circa cinquanta metri prima di sfondarlo e cadere».
Del resto, il video che circola da ieri su internet indica in maniera abbastanza esaustiva la dinamica dell’incidente. È un filmato registrato dalla Smart control room che coordina i servizi di sicurezza del Comune lagunare e che è stato acquisito dalla Polizia locale. È su questi elementi che ha iniziato a prendere forma l’indagine della Procura veneziana che dovrà, soprattutto, stabilire come sia stato possibile che un pullman elettrico di 13 tonnellate abbia spezzato con così grande facilità una barriera di protezione, quasi come un coltello caldo in un panetto di burro.
Rispetto all’autista, Alberto Rizzotto, il quarantenne che ha perso la vita nell’incidente, dovranno essere ancora effettuati tutti gli accertamenti.
Le ipotesi restano sempre le stesse, al momento: la manovra azzardata o il malore. Ma tutto sarà più chiaro dopo che sarà effettuata l’autopsia. Di sicuro, secondo quanto riferisce il direttore della compagnia, Tiziano Idra, Rizzotto stava «guidando da tre ore e mezzo, peraltro non continuative» prima dell’incidente. «Non lavorava dal giorno prima», ha spiegato, «quindi aveva goduto abbondantemente delle ore di riposo previste. Non era certo stanco». A Massimo Fiorese, amministratore delegato della società La Linea, proprietaria di Martini bus di cui era dipendente l’autista, è toccato il riconoscimento della salma. Rizzotto, stando alle sue parole, aveva una vita tranquilla, viveva insieme ai genitori e veniva sottoposto regolarmente a visite mediche aziendali. «Era un autista esperto, era con noi da tanti anni, non ha mai dato problemi, era serio, appassionatissimo del suo lavoro», ha spiegato Fiorese. Aggiungendo, però, un dettaglio importante: «Quello è un guardrail vecchio, degli anni Cinquanta, forse è una concausa dell’incidente». «Guardando le immagini si nota quasi l’autobus fermo, poi l’attimo in cui precipita, fotogrammi che fanno ipotizzare che possa essersi trattato di un malore».
Non a caso ieri si è scoperto che il Comune di Venezia aveva avviato i lavori di rifacimento del cavalcavia da qualche settimana per un investimento di 6 milioni di euro. La struttura è ormai totalmente corrosa dalla ruggine e, secondo alcuni, mai ristrutturata dagli anni Settanta. Per di più, secondo l’associazione Asaps (il portale della sicurezza stradale), quel guardrail era troppo basso e inadeguato per contenere un veicolo del peso molto elevato, anche perché elettrico, dell’autobus precipitato. Un aspetto che ricorda l’incidente di Acqualonga in provincia di Avellino, avvenuto sull’autostrada A16 il 28 luglio 2013, quando un autobus da turismo cadde da un viadotto a causa di una rottura dei freni: morirono 40 persone. A settembre si è concluso il processo di appello. L’ex ad di Aspi Giovanni Castellucci è stato condannato a 6 anni di reclusione, insieme al dg dell’epoca, Riccardo Mollo, e ai dipendenti di Aspi Massimo Giulio Fornaci e Marco Perna.
Il tema della manutenzione dei guardrail è di stretta attualità nel settore dei trasporti, anche perché da tempo, in Europa e nel mondo, si sta lavorando per cambiare le vecchie strutture in acciaio con new jersey in calcestruzzo, di sicuro più capaci di contenere veicoli pesanti. Ora bisognerà capire se la Procura veneziana inserirà la manutenzione del cavalcavia come una delle concause dell’incidente. Non solo. Andrà anche spiegato il ruolo che hanno avuto le batterie al litio nell’incendio che si è sprigionato successivamente.
Non a caso, lo stesso procuratore ha sottolineato, che dovranno essere disposti gli accertamenti, oltre che sulla salma dell’autista, anche sulla batteria al litio e sulle scatole nere presenti sul mezzo elettrico. Stando alle prime testimonianze, il primo a dare i soccorsi sarebbe stato l’autista di un altro bus che era stato affiancato dall’autobus precipitato: sarebbe stato proprio lui a lanciare per primo l’estintore verso il veicolo in fiamme. Di sicuro è servito a poco. Come noto, una volta che le batterie di un mezzo di questo tipo sono in fiamme, è necessario un intervento qualificato dei vigili del fuoco, con schiuma o estintori speciali. Le celle agli ioni di litio non si spengono con la semplice acqua, anzi è vietato usarla per non peggiorare la situazione.
Il pullman è stato posto sotto sequestro e potrebbe volerci qualche giorno prima di poterlo esaminare, data appunto anche la complessità degli impianti elettrici andati in fumo.
Tra le vittime un neonato e una giovane sposina. Alcuni minori gravissimi
Fuori dall’ospedale di Mestre, ieri mattina, c’era un gran viavai di gente. La polizia, piazzata davanti l’entrata, non lasciava entrare nessuno. Nemmeno per andare in bagno. Fuori c’erano giornalisti, cameraman, vigilanti. Qui è stata allestita una stanza per i parenti delle vittime dell’incidente dell’autobus, che continuano a rivedere quel pullman che sfonda il parapetto e i guardrail, ormai vetusti e che «sembrano di cartapesta», per precipitare giù dal cavalcavia e schiantarsi al suolo. Del resto basta guardarli questi parapetti, così arrugginiti, così rancidi, così sbilenchi. A occhio, non riuscirebbero nemmeno a sorreggere una bici, figuriamoci un bus di 13 tonnellate. Il bilancio finale è di 21 morti.
L’aria, sulla zona della tragedia e attorno all’ospedale, è pesante. Fuori dalla stanza adibita per i parenti, le persone si sorreggono l’un l’altra. Controllano i documenti, parlano con gli psicologi. Fuori dall’obitorio è uno strazio continuo. Le vittime sono tutte giovani. Tra i morti c’è anche un neonato. C’erano due neo sposini in viaggio di nozze: lei è morta, si chiamava Antonela Perkovic, lui è rimasto ferito. Anche l’autista, veneto di Tezze, Alberto Rizzotto, è morto. Aveva 40 anni. Sul suo pullman erano tutti turisti stranieri e stavano tornando al camping Hu a Marghera, dopo una gita a Venezia.
Il prefetto di Venezia, Michele di Bari, ha comunicato ieri sera che sono state identificate tutte le vittime dell’incidente del bus. Sono nove ucraini, quattro rumeni, tre tedeschi, un italiano (l’autista), un croato, due portoghesi, un sudafricano. Sono stati identificati quasi tutti i feriti: cinque sono ucraini, un tedesco, un francese, un croato, due spagnoli e tre austriaci. Due devono essere ancora identificati. Tre sono minorenni, di cui una ucraina ricoverata a Padova e due tedeschi a Treviso. Qui hanno svuotato il pronto soccorso per far spazio alle vittime dell’autobus e, per la prima volta, si è attivato il protocollo del livello 3, il più alto, del Peimaf (il Piano emergenza interno massiccio afflusso feriti).
Una bambina gravemente ustionata è stata trasportata in elisoccorso a Padova. Versa, purtroppo, in condizioni disperate. Un dodicenne e una ragazza minorenne sono rimasti intrappolati tra i rottami del bus che, nella caduta, si è completamente capovolto, schiantandosi al suolo dopo un volo di quasi 15 metri.
Dieci sono in terapia intensiva. Gli adulti sono 12, i ragazzi sono tre. In totale sono cinque gli ospedali veneti che hanno aperto le porte ai feriti: Mirano (Venezia), Dolo (Venezia), Padova, Treviso e Mestre. In tutta questa orrenda tragedia un miracolo c’è: è il neonato che è sopravvissuto alla strage. È rimasto anche lui incastrato tra i rottami dell’autobus accartocciato ma si è salvato forse perché rannicchiato tra i corpi del padre e della madre che evidentemente, prima dello schianto, hanno tentato il tutto e per tutto per salvarlo. Una reazione istintiva in questo immenso miracolo della vita che fa i conti con la morte.
Continua a leggereRiduci
La Procura di Venezia indaga per il reato di omicidio stradale plurimo: «Nessuna frenata o contatto con altri mezzi. Autopsia sull’autista determinante». Acquisita la scatola nera del pullman. I morti sono 21, i feriti 15.Un bebè si è salvato perché i genitori hanno fatto da scudo con il loro corpo. Passeggeri ricoverati in cinque ospedali.Lo speciale contiene due articoli.A più di ventiquattrore di distanza dall’incidente di Mestre, con la morte di 21 persone che viaggiavano a bordo di un autobus elettrico, sul tavolo del procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, iniziano già a esserci alcuni punti fermi. Certo, l’inchiesta per omicidio stradale plurimo colposo è stata appena aperta (non ci sono ancora indagati), ma i rilievi della polizia giudiziaria possono già assicurare che «non ci sono stati segni di frenata», che «non c’è stato alcun contatto con altri mezzi» e che «l’autobus ha sbandato sulla destra, ha strisciato il guardrail per circa cinquanta metri prima di sfondarlo e cadere».Del resto, il video che circola da ieri su internet indica in maniera abbastanza esaustiva la dinamica dell’incidente. È un filmato registrato dalla Smart control room che coordina i servizi di sicurezza del Comune lagunare e che è stato acquisito dalla Polizia locale. È su questi elementi che ha iniziato a prendere forma l’indagine della Procura veneziana che dovrà, soprattutto, stabilire come sia stato possibile che un pullman elettrico di 13 tonnellate abbia spezzato con così grande facilità una barriera di protezione, quasi come un coltello caldo in un panetto di burro.Rispetto all’autista, Alberto Rizzotto, il quarantenne che ha perso la vita nell’incidente, dovranno essere ancora effettuati tutti gli accertamenti.Le ipotesi restano sempre le stesse, al momento: la manovra azzardata o il malore. Ma tutto sarà più chiaro dopo che sarà effettuata l’autopsia. Di sicuro, secondo quanto riferisce il direttore della compagnia, Tiziano Idra, Rizzotto stava «guidando da tre ore e mezzo, peraltro non continuative» prima dell’incidente. «Non lavorava dal giorno prima», ha spiegato, «quindi aveva goduto abbondantemente delle ore di riposo previste. Non era certo stanco». A Massimo Fiorese, amministratore delegato della società La Linea, proprietaria di Martini bus di cui era dipendente l’autista, è toccato il riconoscimento della salma. Rizzotto, stando alle sue parole, aveva una vita tranquilla, viveva insieme ai genitori e veniva sottoposto regolarmente a visite mediche aziendali. «Era un autista esperto, era con noi da tanti anni, non ha mai dato problemi, era serio, appassionatissimo del suo lavoro», ha spiegato Fiorese. Aggiungendo, però, un dettaglio importante: «Quello è un guardrail vecchio, degli anni Cinquanta, forse è una concausa dell’incidente». «Guardando le immagini si nota quasi l’autobus fermo, poi l’attimo in cui precipita, fotogrammi che fanno ipotizzare che possa essersi trattato di un malore».Non a caso ieri si è scoperto che il Comune di Venezia aveva avviato i lavori di rifacimento del cavalcavia da qualche settimana per un investimento di 6 milioni di euro. La struttura è ormai totalmente corrosa dalla ruggine e, secondo alcuni, mai ristrutturata dagli anni Settanta. Per di più, secondo l’associazione Asaps (il portale della sicurezza stradale), quel guardrail era troppo basso e inadeguato per contenere un veicolo del peso molto elevato, anche perché elettrico, dell’autobus precipitato. Un aspetto che ricorda l’incidente di Acqualonga in provincia di Avellino, avvenuto sull’autostrada A16 il 28 luglio 2013, quando un autobus da turismo cadde da un viadotto a causa di una rottura dei freni: morirono 40 persone. A settembre si è concluso il processo di appello. L’ex ad di Aspi Giovanni Castellucci è stato condannato a 6 anni di reclusione, insieme al dg dell’epoca, Riccardo Mollo, e ai dipendenti di Aspi Massimo Giulio Fornaci e Marco Perna.Il tema della manutenzione dei guardrail è di stretta attualità nel settore dei trasporti, anche perché da tempo, in Europa e nel mondo, si sta lavorando per cambiare le vecchie strutture in acciaio con new jersey in calcestruzzo, di sicuro più capaci di contenere veicoli pesanti. Ora bisognerà capire se la Procura veneziana inserirà la manutenzione del cavalcavia come una delle concause dell’incidente. Non solo. Andrà anche spiegato il ruolo che hanno avuto le batterie al litio nell’incendio che si è sprigionato successivamente.Non a caso, lo stesso procuratore ha sottolineato, che dovranno essere disposti gli accertamenti, oltre che sulla salma dell’autista, anche sulla batteria al litio e sulle scatole nere presenti sul mezzo elettrico. Stando alle prime testimonianze, il primo a dare i soccorsi sarebbe stato l’autista di un altro bus che era stato affiancato dall’autobus precipitato: sarebbe stato proprio lui a lanciare per primo l’estintore verso il veicolo in fiamme. Di sicuro è servito a poco. Come noto, una volta che le batterie di un mezzo di questo tipo sono in fiamme, è necessario un intervento qualificato dei vigili del fuoco, con schiuma o estintori speciali. Le celle agli ioni di litio non si spengono con la semplice acqua, anzi è vietato usarla per non peggiorare la situazione.Il pullman è stato posto sotto sequestro e potrebbe volerci qualche giorno prima di poterlo esaminare, data appunto anche la complessità degli impianti elettrici andati in fumo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bus-mestre-incidente-2665797727.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-le-vittime-un-neonato-e-una-giovane-sposina-alcuni-minori-gravissimi" data-post-id="2665797727" data-published-at="1696455529" data-use-pagination="False"> Tra le vittime un neonato e una giovane sposina. Alcuni minori gravissimi Fuori dall’ospedale di Mestre, ieri mattina, c’era un gran viavai di gente. La polizia, piazzata davanti l’entrata, non lasciava entrare nessuno. Nemmeno per andare in bagno. Fuori c’erano giornalisti, cameraman, vigilanti. Qui è stata allestita una stanza per i parenti delle vittime dell’incidente dell’autobus, che continuano a rivedere quel pullman che sfonda il parapetto e i guardrail, ormai vetusti e che «sembrano di cartapesta», per precipitare giù dal cavalcavia e schiantarsi al suolo. Del resto basta guardarli questi parapetti, così arrugginiti, così rancidi, così sbilenchi. A occhio, non riuscirebbero nemmeno a sorreggere una bici, figuriamoci un bus di 13 tonnellate. Il bilancio finale è di 21 morti. L’aria, sulla zona della tragedia e attorno all’ospedale, è pesante. Fuori dalla stanza adibita per i parenti, le persone si sorreggono l’un l’altra. Controllano i documenti, parlano con gli psicologi. Fuori dall’obitorio è uno strazio continuo. Le vittime sono tutte giovani. Tra i morti c’è anche un neonato. C’erano due neo sposini in viaggio di nozze: lei è morta, si chiamava Antonela Perkovic, lui è rimasto ferito. Anche l’autista, veneto di Tezze, Alberto Rizzotto, è morto. Aveva 40 anni. Sul suo pullman erano tutti turisti stranieri e stavano tornando al camping Hu a Marghera, dopo una gita a Venezia. Il prefetto di Venezia, Michele di Bari, ha comunicato ieri sera che sono state identificate tutte le vittime dell’incidente del bus. Sono nove ucraini, quattro rumeni, tre tedeschi, un italiano (l’autista), un croato, due portoghesi, un sudafricano. Sono stati identificati quasi tutti i feriti: cinque sono ucraini, un tedesco, un francese, un croato, due spagnoli e tre austriaci. Due devono essere ancora identificati. Tre sono minorenni, di cui una ucraina ricoverata a Padova e due tedeschi a Treviso. Qui hanno svuotato il pronto soccorso per far spazio alle vittime dell’autobus e, per la prima volta, si è attivato il protocollo del livello 3, il più alto, del Peimaf (il Piano emergenza interno massiccio afflusso feriti). Una bambina gravemente ustionata è stata trasportata in elisoccorso a Padova. Versa, purtroppo, in condizioni disperate. Un dodicenne e una ragazza minorenne sono rimasti intrappolati tra i rottami del bus che, nella caduta, si è completamente capovolto, schiantandosi al suolo dopo un volo di quasi 15 metri. Dieci sono in terapia intensiva. Gli adulti sono 12, i ragazzi sono tre. In totale sono cinque gli ospedali veneti che hanno aperto le porte ai feriti: Mirano (Venezia), Dolo (Venezia), Padova, Treviso e Mestre. In tutta questa orrenda tragedia un miracolo c’è: è il neonato che è sopravvissuto alla strage. È rimasto anche lui incastrato tra i rottami dell’autobus accartocciato ma si è salvato forse perché rannicchiato tra i corpi del padre e della madre che evidentemente, prima dello schianto, hanno tentato il tutto e per tutto per salvarlo. Una reazione istintiva in questo immenso miracolo della vita che fa i conti con la morte.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
Continua a leggereRiduci
Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
Continua a leggereRiduci