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2023-10-05
Strage bus, malore o manovra errata. Sigilli a guardrail e motore elettrico
(Ansa/Vigili del Fuoco)
A più di ventiquattrore di distanza dall’incidente di Mestre, con la morte di 21 persone che viaggiavano a bordo di un autobus elettrico, sul tavolo del procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, iniziano già a esserci alcuni punti fermi. Certo, l’inchiesta per omicidio stradale plurimo colposo è stata appena aperta (non ci sono ancora indagati), ma i rilievi della polizia giudiziaria possono già assicurare che «non ci sono stati segni di frenata», che «non c’è stato alcun contatto con altri mezzi» e che «l’autobus ha sbandato sulla destra, ha strisciato il guardrail per circa cinquanta metri prima di sfondarlo e cadere».
Del resto, il video che circola da ieri su internet indica in maniera abbastanza esaustiva la dinamica dell’incidente. È un filmato registrato dalla Smart control room che coordina i servizi di sicurezza del Comune lagunare e che è stato acquisito dalla Polizia locale. È su questi elementi che ha iniziato a prendere forma l’indagine della Procura veneziana che dovrà, soprattutto, stabilire come sia stato possibile che un pullman elettrico di 13 tonnellate abbia spezzato con così grande facilità una barriera di protezione, quasi come un coltello caldo in un panetto di burro.
Rispetto all’autista, Alberto Rizzotto, il quarantenne che ha perso la vita nell’incidente, dovranno essere ancora effettuati tutti gli accertamenti.
Le ipotesi restano sempre le stesse, al momento: la manovra azzardata o il malore. Ma tutto sarà più chiaro dopo che sarà effettuata l’autopsia. Di sicuro, secondo quanto riferisce il direttore della compagnia, Tiziano Idra, Rizzotto stava «guidando da tre ore e mezzo, peraltro non continuative» prima dell’incidente. «Non lavorava dal giorno prima», ha spiegato, «quindi aveva goduto abbondantemente delle ore di riposo previste. Non era certo stanco». A Massimo Fiorese, amministratore delegato della società La Linea, proprietaria di Martini bus di cui era dipendente l’autista, è toccato il riconoscimento della salma. Rizzotto, stando alle sue parole, aveva una vita tranquilla, viveva insieme ai genitori e veniva sottoposto regolarmente a visite mediche aziendali. «Era un autista esperto, era con noi da tanti anni, non ha mai dato problemi, era serio, appassionatissimo del suo lavoro», ha spiegato Fiorese. Aggiungendo, però, un dettaglio importante: «Quello è un guardrail vecchio, degli anni Cinquanta, forse è una concausa dell’incidente». «Guardando le immagini si nota quasi l’autobus fermo, poi l’attimo in cui precipita, fotogrammi che fanno ipotizzare che possa essersi trattato di un malore».
Non a caso ieri si è scoperto che il Comune di Venezia aveva avviato i lavori di rifacimento del cavalcavia da qualche settimana per un investimento di 6 milioni di euro. La struttura è ormai totalmente corrosa dalla ruggine e, secondo alcuni, mai ristrutturata dagli anni Settanta. Per di più, secondo l’associazione Asaps (il portale della sicurezza stradale), quel guardrail era troppo basso e inadeguato per contenere un veicolo del peso molto elevato, anche perché elettrico, dell’autobus precipitato. Un aspetto che ricorda l’incidente di Acqualonga in provincia di Avellino, avvenuto sull’autostrada A16 il 28 luglio 2013, quando un autobus da turismo cadde da un viadotto a causa di una rottura dei freni: morirono 40 persone. A settembre si è concluso il processo di appello. L’ex ad di Aspi Giovanni Castellucci è stato condannato a 6 anni di reclusione, insieme al dg dell’epoca, Riccardo Mollo, e ai dipendenti di Aspi Massimo Giulio Fornaci e Marco Perna.
Il tema della manutenzione dei guardrail è di stretta attualità nel settore dei trasporti, anche perché da tempo, in Europa e nel mondo, si sta lavorando per cambiare le vecchie strutture in acciaio con new jersey in calcestruzzo, di sicuro più capaci di contenere veicoli pesanti. Ora bisognerà capire se la Procura veneziana inserirà la manutenzione del cavalcavia come una delle concause dell’incidente. Non solo. Andrà anche spiegato il ruolo che hanno avuto le batterie al litio nell’incendio che si è sprigionato successivamente.
Non a caso, lo stesso procuratore ha sottolineato, che dovranno essere disposti gli accertamenti, oltre che sulla salma dell’autista, anche sulla batteria al litio e sulle scatole nere presenti sul mezzo elettrico. Stando alle prime testimonianze, il primo a dare i soccorsi sarebbe stato l’autista di un altro bus che era stato affiancato dall’autobus precipitato: sarebbe stato proprio lui a lanciare per primo l’estintore verso il veicolo in fiamme. Di sicuro è servito a poco. Come noto, una volta che le batterie di un mezzo di questo tipo sono in fiamme, è necessario un intervento qualificato dei vigili del fuoco, con schiuma o estintori speciali. Le celle agli ioni di litio non si spengono con la semplice acqua, anzi è vietato usarla per non peggiorare la situazione.
Il pullman è stato posto sotto sequestro e potrebbe volerci qualche giorno prima di poterlo esaminare, data appunto anche la complessità degli impianti elettrici andati in fumo.
Tra le vittime un neonato e una giovane sposina. Alcuni minori gravissimi
Fuori dall’ospedale di Mestre, ieri mattina, c’era un gran viavai di gente. La polizia, piazzata davanti l’entrata, non lasciava entrare nessuno. Nemmeno per andare in bagno. Fuori c’erano giornalisti, cameraman, vigilanti. Qui è stata allestita una stanza per i parenti delle vittime dell’incidente dell’autobus, che continuano a rivedere quel pullman che sfonda il parapetto e i guardrail, ormai vetusti e che «sembrano di cartapesta», per precipitare giù dal cavalcavia e schiantarsi al suolo. Del resto basta guardarli questi parapetti, così arrugginiti, così rancidi, così sbilenchi. A occhio, non riuscirebbero nemmeno a sorreggere una bici, figuriamoci un bus di 13 tonnellate. Il bilancio finale è di 21 morti.
L’aria, sulla zona della tragedia e attorno all’ospedale, è pesante. Fuori dalla stanza adibita per i parenti, le persone si sorreggono l’un l’altra. Controllano i documenti, parlano con gli psicologi. Fuori dall’obitorio è uno strazio continuo. Le vittime sono tutte giovani. Tra i morti c’è anche un neonato. C’erano due neo sposini in viaggio di nozze: lei è morta, si chiamava Antonela Perkovic, lui è rimasto ferito. Anche l’autista, veneto di Tezze, Alberto Rizzotto, è morto. Aveva 40 anni. Sul suo pullman erano tutti turisti stranieri e stavano tornando al camping Hu a Marghera, dopo una gita a Venezia.
Il prefetto di Venezia, Michele di Bari, ha comunicato ieri sera che sono state identificate tutte le vittime dell’incidente del bus. Sono nove ucraini, quattro rumeni, tre tedeschi, un italiano (l’autista), un croato, due portoghesi, un sudafricano. Sono stati identificati quasi tutti i feriti: cinque sono ucraini, un tedesco, un francese, un croato, due spagnoli e tre austriaci. Due devono essere ancora identificati. Tre sono minorenni, di cui una ucraina ricoverata a Padova e due tedeschi a Treviso. Qui hanno svuotato il pronto soccorso per far spazio alle vittime dell’autobus e, per la prima volta, si è attivato il protocollo del livello 3, il più alto, del Peimaf (il Piano emergenza interno massiccio afflusso feriti).
Una bambina gravemente ustionata è stata trasportata in elisoccorso a Padova. Versa, purtroppo, in condizioni disperate. Un dodicenne e una ragazza minorenne sono rimasti intrappolati tra i rottami del bus che, nella caduta, si è completamente capovolto, schiantandosi al suolo dopo un volo di quasi 15 metri.
Dieci sono in terapia intensiva. Gli adulti sono 12, i ragazzi sono tre. In totale sono cinque gli ospedali veneti che hanno aperto le porte ai feriti: Mirano (Venezia), Dolo (Venezia), Padova, Treviso e Mestre. In tutta questa orrenda tragedia un miracolo c’è: è il neonato che è sopravvissuto alla strage. È rimasto anche lui incastrato tra i rottami dell’autobus accartocciato ma si è salvato forse perché rannicchiato tra i corpi del padre e della madre che evidentemente, prima dello schianto, hanno tentato il tutto e per tutto per salvarlo. Una reazione istintiva in questo immenso miracolo della vita che fa i conti con la morte.
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La Procura di Venezia indaga per il reato di omicidio stradale plurimo: «Nessuna frenata o contatto con altri mezzi. Autopsia sull’autista determinante». Acquisita la scatola nera del pullman. I morti sono 21, i feriti 15.Un bebè si è salvato perché i genitori hanno fatto da scudo con il loro corpo. Passeggeri ricoverati in cinque ospedali.Lo speciale contiene due articoli.A più di ventiquattrore di distanza dall’incidente di Mestre, con la morte di 21 persone che viaggiavano a bordo di un autobus elettrico, sul tavolo del procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, iniziano già a esserci alcuni punti fermi. Certo, l’inchiesta per omicidio stradale plurimo colposo è stata appena aperta (non ci sono ancora indagati), ma i rilievi della polizia giudiziaria possono già assicurare che «non ci sono stati segni di frenata», che «non c’è stato alcun contatto con altri mezzi» e che «l’autobus ha sbandato sulla destra, ha strisciato il guardrail per circa cinquanta metri prima di sfondarlo e cadere».Del resto, il video che circola da ieri su internet indica in maniera abbastanza esaustiva la dinamica dell’incidente. È un filmato registrato dalla Smart control room che coordina i servizi di sicurezza del Comune lagunare e che è stato acquisito dalla Polizia locale. È su questi elementi che ha iniziato a prendere forma l’indagine della Procura veneziana che dovrà, soprattutto, stabilire come sia stato possibile che un pullman elettrico di 13 tonnellate abbia spezzato con così grande facilità una barriera di protezione, quasi come un coltello caldo in un panetto di burro.Rispetto all’autista, Alberto Rizzotto, il quarantenne che ha perso la vita nell’incidente, dovranno essere ancora effettuati tutti gli accertamenti.Le ipotesi restano sempre le stesse, al momento: la manovra azzardata o il malore. Ma tutto sarà più chiaro dopo che sarà effettuata l’autopsia. Di sicuro, secondo quanto riferisce il direttore della compagnia, Tiziano Idra, Rizzotto stava «guidando da tre ore e mezzo, peraltro non continuative» prima dell’incidente. «Non lavorava dal giorno prima», ha spiegato, «quindi aveva goduto abbondantemente delle ore di riposo previste. Non era certo stanco». A Massimo Fiorese, amministratore delegato della società La Linea, proprietaria di Martini bus di cui era dipendente l’autista, è toccato il riconoscimento della salma. Rizzotto, stando alle sue parole, aveva una vita tranquilla, viveva insieme ai genitori e veniva sottoposto regolarmente a visite mediche aziendali. «Era un autista esperto, era con noi da tanti anni, non ha mai dato problemi, era serio, appassionatissimo del suo lavoro», ha spiegato Fiorese. Aggiungendo, però, un dettaglio importante: «Quello è un guardrail vecchio, degli anni Cinquanta, forse è una concausa dell’incidente». «Guardando le immagini si nota quasi l’autobus fermo, poi l’attimo in cui precipita, fotogrammi che fanno ipotizzare che possa essersi trattato di un malore».Non a caso ieri si è scoperto che il Comune di Venezia aveva avviato i lavori di rifacimento del cavalcavia da qualche settimana per un investimento di 6 milioni di euro. La struttura è ormai totalmente corrosa dalla ruggine e, secondo alcuni, mai ristrutturata dagli anni Settanta. Per di più, secondo l’associazione Asaps (il portale della sicurezza stradale), quel guardrail era troppo basso e inadeguato per contenere un veicolo del peso molto elevato, anche perché elettrico, dell’autobus precipitato. Un aspetto che ricorda l’incidente di Acqualonga in provincia di Avellino, avvenuto sull’autostrada A16 il 28 luglio 2013, quando un autobus da turismo cadde da un viadotto a causa di una rottura dei freni: morirono 40 persone. A settembre si è concluso il processo di appello. L’ex ad di Aspi Giovanni Castellucci è stato condannato a 6 anni di reclusione, insieme al dg dell’epoca, Riccardo Mollo, e ai dipendenti di Aspi Massimo Giulio Fornaci e Marco Perna.Il tema della manutenzione dei guardrail è di stretta attualità nel settore dei trasporti, anche perché da tempo, in Europa e nel mondo, si sta lavorando per cambiare le vecchie strutture in acciaio con new jersey in calcestruzzo, di sicuro più capaci di contenere veicoli pesanti. Ora bisognerà capire se la Procura veneziana inserirà la manutenzione del cavalcavia come una delle concause dell’incidente. Non solo. Andrà anche spiegato il ruolo che hanno avuto le batterie al litio nell’incendio che si è sprigionato successivamente.Non a caso, lo stesso procuratore ha sottolineato, che dovranno essere disposti gli accertamenti, oltre che sulla salma dell’autista, anche sulla batteria al litio e sulle scatole nere presenti sul mezzo elettrico. Stando alle prime testimonianze, il primo a dare i soccorsi sarebbe stato l’autista di un altro bus che era stato affiancato dall’autobus precipitato: sarebbe stato proprio lui a lanciare per primo l’estintore verso il veicolo in fiamme. Di sicuro è servito a poco. Come noto, una volta che le batterie di un mezzo di questo tipo sono in fiamme, è necessario un intervento qualificato dei vigili del fuoco, con schiuma o estintori speciali. Le celle agli ioni di litio non si spengono con la semplice acqua, anzi è vietato usarla per non peggiorare la situazione.Il pullman è stato posto sotto sequestro e potrebbe volerci qualche giorno prima di poterlo esaminare, data appunto anche la complessità degli impianti elettrici andati in fumo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bus-mestre-incidente-2665797727.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-le-vittime-un-neonato-e-una-giovane-sposina-alcuni-minori-gravissimi" data-post-id="2665797727" data-published-at="1696455529" data-use-pagination="False"> Tra le vittime un neonato e una giovane sposina. Alcuni minori gravissimi Fuori dall’ospedale di Mestre, ieri mattina, c’era un gran viavai di gente. La polizia, piazzata davanti l’entrata, non lasciava entrare nessuno. Nemmeno per andare in bagno. Fuori c’erano giornalisti, cameraman, vigilanti. Qui è stata allestita una stanza per i parenti delle vittime dell’incidente dell’autobus, che continuano a rivedere quel pullman che sfonda il parapetto e i guardrail, ormai vetusti e che «sembrano di cartapesta», per precipitare giù dal cavalcavia e schiantarsi al suolo. Del resto basta guardarli questi parapetti, così arrugginiti, così rancidi, così sbilenchi. A occhio, non riuscirebbero nemmeno a sorreggere una bici, figuriamoci un bus di 13 tonnellate. Il bilancio finale è di 21 morti. L’aria, sulla zona della tragedia e attorno all’ospedale, è pesante. Fuori dalla stanza adibita per i parenti, le persone si sorreggono l’un l’altra. Controllano i documenti, parlano con gli psicologi. Fuori dall’obitorio è uno strazio continuo. Le vittime sono tutte giovani. Tra i morti c’è anche un neonato. C’erano due neo sposini in viaggio di nozze: lei è morta, si chiamava Antonela Perkovic, lui è rimasto ferito. Anche l’autista, veneto di Tezze, Alberto Rizzotto, è morto. Aveva 40 anni. Sul suo pullman erano tutti turisti stranieri e stavano tornando al camping Hu a Marghera, dopo una gita a Venezia. Il prefetto di Venezia, Michele di Bari, ha comunicato ieri sera che sono state identificate tutte le vittime dell’incidente del bus. Sono nove ucraini, quattro rumeni, tre tedeschi, un italiano (l’autista), un croato, due portoghesi, un sudafricano. Sono stati identificati quasi tutti i feriti: cinque sono ucraini, un tedesco, un francese, un croato, due spagnoli e tre austriaci. Due devono essere ancora identificati. Tre sono minorenni, di cui una ucraina ricoverata a Padova e due tedeschi a Treviso. Qui hanno svuotato il pronto soccorso per far spazio alle vittime dell’autobus e, per la prima volta, si è attivato il protocollo del livello 3, il più alto, del Peimaf (il Piano emergenza interno massiccio afflusso feriti). Una bambina gravemente ustionata è stata trasportata in elisoccorso a Padova. Versa, purtroppo, in condizioni disperate. Un dodicenne e una ragazza minorenne sono rimasti intrappolati tra i rottami del bus che, nella caduta, si è completamente capovolto, schiantandosi al suolo dopo un volo di quasi 15 metri. Dieci sono in terapia intensiva. Gli adulti sono 12, i ragazzi sono tre. In totale sono cinque gli ospedali veneti che hanno aperto le porte ai feriti: Mirano (Venezia), Dolo (Venezia), Padova, Treviso e Mestre. In tutta questa orrenda tragedia un miracolo c’è: è il neonato che è sopravvissuto alla strage. È rimasto anche lui incastrato tra i rottami dell’autobus accartocciato ma si è salvato forse perché rannicchiato tra i corpi del padre e della madre che evidentemente, prima dello schianto, hanno tentato il tutto e per tutto per salvarlo. Una reazione istintiva in questo immenso miracolo della vita che fa i conti con la morte.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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