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2023-10-05
Strage bus, malore o manovra errata. Sigilli a guardrail e motore elettrico
(Ansa/Vigili del Fuoco)
A più di ventiquattrore di distanza dall’incidente di Mestre, con la morte di 21 persone che viaggiavano a bordo di un autobus elettrico, sul tavolo del procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, iniziano già a esserci alcuni punti fermi. Certo, l’inchiesta per omicidio stradale plurimo colposo è stata appena aperta (non ci sono ancora indagati), ma i rilievi della polizia giudiziaria possono già assicurare che «non ci sono stati segni di frenata», che «non c’è stato alcun contatto con altri mezzi» e che «l’autobus ha sbandato sulla destra, ha strisciato il guardrail per circa cinquanta metri prima di sfondarlo e cadere».
Del resto, il video che circola da ieri su internet indica in maniera abbastanza esaustiva la dinamica dell’incidente. È un filmato registrato dalla Smart control room che coordina i servizi di sicurezza del Comune lagunare e che è stato acquisito dalla Polizia locale. È su questi elementi che ha iniziato a prendere forma l’indagine della Procura veneziana che dovrà, soprattutto, stabilire come sia stato possibile che un pullman elettrico di 13 tonnellate abbia spezzato con così grande facilità una barriera di protezione, quasi come un coltello caldo in un panetto di burro.
Rispetto all’autista, Alberto Rizzotto, il quarantenne che ha perso la vita nell’incidente, dovranno essere ancora effettuati tutti gli accertamenti.
Le ipotesi restano sempre le stesse, al momento: la manovra azzardata o il malore. Ma tutto sarà più chiaro dopo che sarà effettuata l’autopsia. Di sicuro, secondo quanto riferisce il direttore della compagnia, Tiziano Idra, Rizzotto stava «guidando da tre ore e mezzo, peraltro non continuative» prima dell’incidente. «Non lavorava dal giorno prima», ha spiegato, «quindi aveva goduto abbondantemente delle ore di riposo previste. Non era certo stanco». A Massimo Fiorese, amministratore delegato della società La Linea, proprietaria di Martini bus di cui era dipendente l’autista, è toccato il riconoscimento della salma. Rizzotto, stando alle sue parole, aveva una vita tranquilla, viveva insieme ai genitori e veniva sottoposto regolarmente a visite mediche aziendali. «Era un autista esperto, era con noi da tanti anni, non ha mai dato problemi, era serio, appassionatissimo del suo lavoro», ha spiegato Fiorese. Aggiungendo, però, un dettaglio importante: «Quello è un guardrail vecchio, degli anni Cinquanta, forse è una concausa dell’incidente». «Guardando le immagini si nota quasi l’autobus fermo, poi l’attimo in cui precipita, fotogrammi che fanno ipotizzare che possa essersi trattato di un malore».
Non a caso ieri si è scoperto che il Comune di Venezia aveva avviato i lavori di rifacimento del cavalcavia da qualche settimana per un investimento di 6 milioni di euro. La struttura è ormai totalmente corrosa dalla ruggine e, secondo alcuni, mai ristrutturata dagli anni Settanta. Per di più, secondo l’associazione Asaps (il portale della sicurezza stradale), quel guardrail era troppo basso e inadeguato per contenere un veicolo del peso molto elevato, anche perché elettrico, dell’autobus precipitato. Un aspetto che ricorda l’incidente di Acqualonga in provincia di Avellino, avvenuto sull’autostrada A16 il 28 luglio 2013, quando un autobus da turismo cadde da un viadotto a causa di una rottura dei freni: morirono 40 persone. A settembre si è concluso il processo di appello. L’ex ad di Aspi Giovanni Castellucci è stato condannato a 6 anni di reclusione, insieme al dg dell’epoca, Riccardo Mollo, e ai dipendenti di Aspi Massimo Giulio Fornaci e Marco Perna.
Il tema della manutenzione dei guardrail è di stretta attualità nel settore dei trasporti, anche perché da tempo, in Europa e nel mondo, si sta lavorando per cambiare le vecchie strutture in acciaio con new jersey in calcestruzzo, di sicuro più capaci di contenere veicoli pesanti. Ora bisognerà capire se la Procura veneziana inserirà la manutenzione del cavalcavia come una delle concause dell’incidente. Non solo. Andrà anche spiegato il ruolo che hanno avuto le batterie al litio nell’incendio che si è sprigionato successivamente.
Non a caso, lo stesso procuratore ha sottolineato, che dovranno essere disposti gli accertamenti, oltre che sulla salma dell’autista, anche sulla batteria al litio e sulle scatole nere presenti sul mezzo elettrico. Stando alle prime testimonianze, il primo a dare i soccorsi sarebbe stato l’autista di un altro bus che era stato affiancato dall’autobus precipitato: sarebbe stato proprio lui a lanciare per primo l’estintore verso il veicolo in fiamme. Di sicuro è servito a poco. Come noto, una volta che le batterie di un mezzo di questo tipo sono in fiamme, è necessario un intervento qualificato dei vigili del fuoco, con schiuma o estintori speciali. Le celle agli ioni di litio non si spengono con la semplice acqua, anzi è vietato usarla per non peggiorare la situazione.
Il pullman è stato posto sotto sequestro e potrebbe volerci qualche giorno prima di poterlo esaminare, data appunto anche la complessità degli impianti elettrici andati in fumo.
Tra le vittime un neonato e una giovane sposina. Alcuni minori gravissimi
Fuori dall’ospedale di Mestre, ieri mattina, c’era un gran viavai di gente. La polizia, piazzata davanti l’entrata, non lasciava entrare nessuno. Nemmeno per andare in bagno. Fuori c’erano giornalisti, cameraman, vigilanti. Qui è stata allestita una stanza per i parenti delle vittime dell’incidente dell’autobus, che continuano a rivedere quel pullman che sfonda il parapetto e i guardrail, ormai vetusti e che «sembrano di cartapesta», per precipitare giù dal cavalcavia e schiantarsi al suolo. Del resto basta guardarli questi parapetti, così arrugginiti, così rancidi, così sbilenchi. A occhio, non riuscirebbero nemmeno a sorreggere una bici, figuriamoci un bus di 13 tonnellate. Il bilancio finale è di 21 morti.
L’aria, sulla zona della tragedia e attorno all’ospedale, è pesante. Fuori dalla stanza adibita per i parenti, le persone si sorreggono l’un l’altra. Controllano i documenti, parlano con gli psicologi. Fuori dall’obitorio è uno strazio continuo. Le vittime sono tutte giovani. Tra i morti c’è anche un neonato. C’erano due neo sposini in viaggio di nozze: lei è morta, si chiamava Antonela Perkovic, lui è rimasto ferito. Anche l’autista, veneto di Tezze, Alberto Rizzotto, è morto. Aveva 40 anni. Sul suo pullman erano tutti turisti stranieri e stavano tornando al camping Hu a Marghera, dopo una gita a Venezia.
Il prefetto di Venezia, Michele di Bari, ha comunicato ieri sera che sono state identificate tutte le vittime dell’incidente del bus. Sono nove ucraini, quattro rumeni, tre tedeschi, un italiano (l’autista), un croato, due portoghesi, un sudafricano. Sono stati identificati quasi tutti i feriti: cinque sono ucraini, un tedesco, un francese, un croato, due spagnoli e tre austriaci. Due devono essere ancora identificati. Tre sono minorenni, di cui una ucraina ricoverata a Padova e due tedeschi a Treviso. Qui hanno svuotato il pronto soccorso per far spazio alle vittime dell’autobus e, per la prima volta, si è attivato il protocollo del livello 3, il più alto, del Peimaf (il Piano emergenza interno massiccio afflusso feriti).
Una bambina gravemente ustionata è stata trasportata in elisoccorso a Padova. Versa, purtroppo, in condizioni disperate. Un dodicenne e una ragazza minorenne sono rimasti intrappolati tra i rottami del bus che, nella caduta, si è completamente capovolto, schiantandosi al suolo dopo un volo di quasi 15 metri.
Dieci sono in terapia intensiva. Gli adulti sono 12, i ragazzi sono tre. In totale sono cinque gli ospedali veneti che hanno aperto le porte ai feriti: Mirano (Venezia), Dolo (Venezia), Padova, Treviso e Mestre. In tutta questa orrenda tragedia un miracolo c’è: è il neonato che è sopravvissuto alla strage. È rimasto anche lui incastrato tra i rottami dell’autobus accartocciato ma si è salvato forse perché rannicchiato tra i corpi del padre e della madre che evidentemente, prima dello schianto, hanno tentato il tutto e per tutto per salvarlo. Una reazione istintiva in questo immenso miracolo della vita che fa i conti con la morte.
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La Procura di Venezia indaga per il reato di omicidio stradale plurimo: «Nessuna frenata o contatto con altri mezzi. Autopsia sull’autista determinante». Acquisita la scatola nera del pullman. I morti sono 21, i feriti 15.Un bebè si è salvato perché i genitori hanno fatto da scudo con il loro corpo. Passeggeri ricoverati in cinque ospedali.Lo speciale contiene due articoli.A più di ventiquattrore di distanza dall’incidente di Mestre, con la morte di 21 persone che viaggiavano a bordo di un autobus elettrico, sul tavolo del procuratore capo di Venezia, Bruno Cherchi, iniziano già a esserci alcuni punti fermi. Certo, l’inchiesta per omicidio stradale plurimo colposo è stata appena aperta (non ci sono ancora indagati), ma i rilievi della polizia giudiziaria possono già assicurare che «non ci sono stati segni di frenata», che «non c’è stato alcun contatto con altri mezzi» e che «l’autobus ha sbandato sulla destra, ha strisciato il guardrail per circa cinquanta metri prima di sfondarlo e cadere».Del resto, il video che circola da ieri su internet indica in maniera abbastanza esaustiva la dinamica dell’incidente. È un filmato registrato dalla Smart control room che coordina i servizi di sicurezza del Comune lagunare e che è stato acquisito dalla Polizia locale. È su questi elementi che ha iniziato a prendere forma l’indagine della Procura veneziana che dovrà, soprattutto, stabilire come sia stato possibile che un pullman elettrico di 13 tonnellate abbia spezzato con così grande facilità una barriera di protezione, quasi come un coltello caldo in un panetto di burro.Rispetto all’autista, Alberto Rizzotto, il quarantenne che ha perso la vita nell’incidente, dovranno essere ancora effettuati tutti gli accertamenti.Le ipotesi restano sempre le stesse, al momento: la manovra azzardata o il malore. Ma tutto sarà più chiaro dopo che sarà effettuata l’autopsia. Di sicuro, secondo quanto riferisce il direttore della compagnia, Tiziano Idra, Rizzotto stava «guidando da tre ore e mezzo, peraltro non continuative» prima dell’incidente. «Non lavorava dal giorno prima», ha spiegato, «quindi aveva goduto abbondantemente delle ore di riposo previste. Non era certo stanco». A Massimo Fiorese, amministratore delegato della società La Linea, proprietaria di Martini bus di cui era dipendente l’autista, è toccato il riconoscimento della salma. Rizzotto, stando alle sue parole, aveva una vita tranquilla, viveva insieme ai genitori e veniva sottoposto regolarmente a visite mediche aziendali. «Era un autista esperto, era con noi da tanti anni, non ha mai dato problemi, era serio, appassionatissimo del suo lavoro», ha spiegato Fiorese. Aggiungendo, però, un dettaglio importante: «Quello è un guardrail vecchio, degli anni Cinquanta, forse è una concausa dell’incidente». «Guardando le immagini si nota quasi l’autobus fermo, poi l’attimo in cui precipita, fotogrammi che fanno ipotizzare che possa essersi trattato di un malore».Non a caso ieri si è scoperto che il Comune di Venezia aveva avviato i lavori di rifacimento del cavalcavia da qualche settimana per un investimento di 6 milioni di euro. La struttura è ormai totalmente corrosa dalla ruggine e, secondo alcuni, mai ristrutturata dagli anni Settanta. Per di più, secondo l’associazione Asaps (il portale della sicurezza stradale), quel guardrail era troppo basso e inadeguato per contenere un veicolo del peso molto elevato, anche perché elettrico, dell’autobus precipitato. Un aspetto che ricorda l’incidente di Acqualonga in provincia di Avellino, avvenuto sull’autostrada A16 il 28 luglio 2013, quando un autobus da turismo cadde da un viadotto a causa di una rottura dei freni: morirono 40 persone. A settembre si è concluso il processo di appello. L’ex ad di Aspi Giovanni Castellucci è stato condannato a 6 anni di reclusione, insieme al dg dell’epoca, Riccardo Mollo, e ai dipendenti di Aspi Massimo Giulio Fornaci e Marco Perna.Il tema della manutenzione dei guardrail è di stretta attualità nel settore dei trasporti, anche perché da tempo, in Europa e nel mondo, si sta lavorando per cambiare le vecchie strutture in acciaio con new jersey in calcestruzzo, di sicuro più capaci di contenere veicoli pesanti. Ora bisognerà capire se la Procura veneziana inserirà la manutenzione del cavalcavia come una delle concause dell’incidente. Non solo. Andrà anche spiegato il ruolo che hanno avuto le batterie al litio nell’incendio che si è sprigionato successivamente.Non a caso, lo stesso procuratore ha sottolineato, che dovranno essere disposti gli accertamenti, oltre che sulla salma dell’autista, anche sulla batteria al litio e sulle scatole nere presenti sul mezzo elettrico. Stando alle prime testimonianze, il primo a dare i soccorsi sarebbe stato l’autista di un altro bus che era stato affiancato dall’autobus precipitato: sarebbe stato proprio lui a lanciare per primo l’estintore verso il veicolo in fiamme. Di sicuro è servito a poco. Come noto, una volta che le batterie di un mezzo di questo tipo sono in fiamme, è necessario un intervento qualificato dei vigili del fuoco, con schiuma o estintori speciali. Le celle agli ioni di litio non si spengono con la semplice acqua, anzi è vietato usarla per non peggiorare la situazione.Il pullman è stato posto sotto sequestro e potrebbe volerci qualche giorno prima di poterlo esaminare, data appunto anche la complessità degli impianti elettrici andati in fumo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bus-mestre-incidente-2665797727.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-le-vittime-un-neonato-e-una-giovane-sposina-alcuni-minori-gravissimi" data-post-id="2665797727" data-published-at="1696455529" data-use-pagination="False"> Tra le vittime un neonato e una giovane sposina. Alcuni minori gravissimi Fuori dall’ospedale di Mestre, ieri mattina, c’era un gran viavai di gente. La polizia, piazzata davanti l’entrata, non lasciava entrare nessuno. Nemmeno per andare in bagno. Fuori c’erano giornalisti, cameraman, vigilanti. Qui è stata allestita una stanza per i parenti delle vittime dell’incidente dell’autobus, che continuano a rivedere quel pullman che sfonda il parapetto e i guardrail, ormai vetusti e che «sembrano di cartapesta», per precipitare giù dal cavalcavia e schiantarsi al suolo. Del resto basta guardarli questi parapetti, così arrugginiti, così rancidi, così sbilenchi. A occhio, non riuscirebbero nemmeno a sorreggere una bici, figuriamoci un bus di 13 tonnellate. Il bilancio finale è di 21 morti. L’aria, sulla zona della tragedia e attorno all’ospedale, è pesante. Fuori dalla stanza adibita per i parenti, le persone si sorreggono l’un l’altra. Controllano i documenti, parlano con gli psicologi. Fuori dall’obitorio è uno strazio continuo. Le vittime sono tutte giovani. Tra i morti c’è anche un neonato. C’erano due neo sposini in viaggio di nozze: lei è morta, si chiamava Antonela Perkovic, lui è rimasto ferito. Anche l’autista, veneto di Tezze, Alberto Rizzotto, è morto. Aveva 40 anni. Sul suo pullman erano tutti turisti stranieri e stavano tornando al camping Hu a Marghera, dopo una gita a Venezia. Il prefetto di Venezia, Michele di Bari, ha comunicato ieri sera che sono state identificate tutte le vittime dell’incidente del bus. Sono nove ucraini, quattro rumeni, tre tedeschi, un italiano (l’autista), un croato, due portoghesi, un sudafricano. Sono stati identificati quasi tutti i feriti: cinque sono ucraini, un tedesco, un francese, un croato, due spagnoli e tre austriaci. Due devono essere ancora identificati. Tre sono minorenni, di cui una ucraina ricoverata a Padova e due tedeschi a Treviso. Qui hanno svuotato il pronto soccorso per far spazio alle vittime dell’autobus e, per la prima volta, si è attivato il protocollo del livello 3, il più alto, del Peimaf (il Piano emergenza interno massiccio afflusso feriti). Una bambina gravemente ustionata è stata trasportata in elisoccorso a Padova. Versa, purtroppo, in condizioni disperate. Un dodicenne e una ragazza minorenne sono rimasti intrappolati tra i rottami del bus che, nella caduta, si è completamente capovolto, schiantandosi al suolo dopo un volo di quasi 15 metri. Dieci sono in terapia intensiva. Gli adulti sono 12, i ragazzi sono tre. In totale sono cinque gli ospedali veneti che hanno aperto le porte ai feriti: Mirano (Venezia), Dolo (Venezia), Padova, Treviso e Mestre. In tutta questa orrenda tragedia un miracolo c’è: è il neonato che è sopravvissuto alla strage. È rimasto anche lui incastrato tra i rottami dell’autobus accartocciato ma si è salvato forse perché rannicchiato tra i corpi del padre e della madre che evidentemente, prima dello schianto, hanno tentato il tutto e per tutto per salvarlo. Una reazione istintiva in questo immenso miracolo della vita che fa i conti con la morte.
Ansa
I treni sono stati instradati da Napoli a Roma sulla vecchia linea Formia. Certamente, un po’ per il caldo afoso, un po’ per il disagio dei viaggiatori, legittimamente si sono accumulate proteste su proteste e, tra l’altro, non è la prima volta che succede. Poi si è scoperto che c’era stato un furto di cavi nei pressi di Tora e Piccirilli, in provincia di Caserta. Anche questo non è una novità, ma questa volta il fatto malavitoso è risultato talmente evidente che nessuno avrebbe ragionevolmente potuto addossare la colpa la ministro delle Infrastrutture. Avrebbe...
In realtà è scoppiata una polemica contro il ministro Salvini dove si sosteneva che non si occupa a sufficienza della rete ferroviaria e della sua manutenzione, perché pensa ad altro trascurando i compiti del suo ministero.
Il casino, alla fine, si è risolto ma ovviamente il caos di ieri mattina è seguito a quello di due giorni prima. Questo perché i treni, al contrario degli aerei, non volano, un po’ come gli asini, e infatti è un somaro chi non sa, prima di fare polemiche politiche, che la linea ferroviaria si ingorga con molta facilità, più del traffico aereo sopra le nubi, perché con un treno fermo i convogli dietro, almeno fino a oggi, non possono né valicare il treno davanti né mettere la freccia e sorpassarlo.
Qualcuno, probabilmente, non sa che si chiamano Frecciarossa non perché sono dotati di frecce per il sorpasso, ma perché vanno veloci come una freccia; evidentemente a qualcuno è sfuggita la metafora e, ricordandosi i film dei cowboy e degli indiani, ha pensato che nelle stazioni ci sia un enorme arco che lancia il Frecciarossa indipendentemente da quello che si trova davanti.
Che ci sia in Italia un problema legato al fatto dell’elettrificazione delle linee ferroviarie è innegabile. Così come è innegabile che, ormai, i Frecciarossa cominciano ad avere qualche anno di uso e richiedono una manutenzione che del resto viene assicurata dalle Ferrovie dello Stato e anche dalla Rfi, che è la società responsabile delle linee ferroviarie stesse. Onestamente il livello di manutenzione della nostra rete ferroviaria non è inferiore a quello di altri Paesi europei, tant’è vero che nelle classifiche europee sull’efficienza del sistema ferroviario non siamo assolutamente nelle ultime posizioni. Certamente si può fare meglio, e si deve fare meglio, ma questo vale in particolare per i treni dei pendolari dove la situazione, nonostante gli ultimi investimenti del governo, rimane critica per sovraffollamento, mancanza di riscaldamento e raffreddamento degli ambienti interni e accumulo di ritardi.
A questo, come se non bastasse (vedi il caso di due giorni fa) si aggiunge l’opera di criminali, in particolare dei ladri di rame che notoriamente è un materiale che sul mercato illegale porta molti soldi nelle tasche di quei delinquenti che lo gestiscono, o per mano dei soliti gruppi anarchici o anarco-insurrezionalisti che pensano di favorire le ragioni del popolo contro il capitalismo, come se sui treni viaggiassero solo persone con un patrimonio da varie centinaia di migliaia di euro in su.
Alla fine, è sempre la solita storia: in nome del popolo si fanno cose a causa delle quali chi ci rimette è il popolo stesso. Ma questo è un vecchio problema che non possiamo contrastare culturalmente ma solo con una efficace (e senza sconti) repressione di questi fenomeni criminali.
Naturalmente, l’opposizione fa il suo mestiere, però potrebbe farlo anche un po’ meglio, ad esempio indicando alcune soluzioni che, quando vengono proposte, o sono irrealizzabili per mancanza di possibilità di spesa pubblica, almeno nell’immediato, o sono improbabili, ma tant’è che alla fine la colpa è di Salvini. L’ho scritto sopra e lo scrivo di nuovo: tutto si può migliorare. Basterebbe però sapere che, ad esempio, la situazione in Francia e in Germania è peggiore della nostra, per cui in Francia sono stati cancellati fino a 71 treni a causa del caldo per la mancanza, all’interno dei treni stessi, di un sistema di aria condizionata.
Ci sono dei problemi, ma questo tipo di dibattito che avviene in sede politica dopo i disagi che accadono non aiuta a risolverli e neanche a complicarli. Non serve a nulla, è tempo perso e, certamente, alimenta il sentimento di distacco dalla politica che già troneggia abbondantemente nel nostro Paese.
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Matteo Renzi (Ansa)
Il convitato di pietra Matteo Renzi si è ben palesato. L’avvocato di Volturara Apula ha una sua furbizia: guarda i sondaggi, scopre che Roberto Vannacci sorpassa la Lega e lui, memore della stagione gialloverde, strizza l’occhio a chi non dovesse digerire il generale. Manda a dire a Elly Schlein che sulla leadership alternativa a Giorgia Meloni si vedrà. E forse si sente il Vannacci di sinistra e sull’originale sentenzia: «Se entra in maggioranza lo diluiscono». Pare Cavour quando gli dissero che i repubblicani avevano dei seggi: «Vengano in Parlamento, si metteranno la cravatta». È la parabola dei grillini e Conte spera che il generale scopra Giorgia Meloni sul fianco destro mentre lui cercherà di portarsi al centro del campo largo. Così fa sapere che gli piace il progetto del centrista assessore romano Alessandro Onorato, vuole dialogare con Pina Picierno, quanto a Matteo Renzi non lo nomina per antica ruggine, ma potrebbe digerirlo.
Conte vuole comunque dare le carte e approfitta del trabocco di bile che il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha avuto per non esser stato invitato da sora Costanza, e che ora intende farla pagare al Pd. Renzi loda il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Silvia Salis non è come le sue scarpe Manolo da 1.200 euro: è già passata di moda) ben sapendo che alla Schlein, flexitariana, il partito campano è indigesto come un panino con la porchetta. Renzi è volato da Barac Obama e pare di vederlo, rivolto a Elly Schlein (delle presidenziali obamiane fu galoppina), mentre fa «tié» col gesto dell’ombrello, ricordandole: «Senza di noi perdono le politiche e il Quirinale; sulla legge elettorale stiamo a vedere. È matematica: senza i rifornisti non hanno i numeri». Lo sa bene Paola De Micheli, Pd per ogni stagione e ora moderata, che ricorda alla segretaria: «Quella foto di voi quattro è un inizio, ma ora devi aprirti al centro: parla con Renzi. Bene guardare al nostro elettorato tradizionale, ma c’è anche un elettorato fluido da conquistare». L’aggettivo fluido non è usato per guardare ai referenti dell’onorevole Alessandro Zan che piacciono tanto anche alla segretaria. Stessa esortazione arriva da Lorenzo Guerini - cacicco doc - che raccomanda: «Costruire il campo largo vuol dire fare un cantiere che coinvolge il centro». E chi lo nega?, Risponde la «coppia di fatto» di Avs, i «Fratonelli», che però rivendicano di essere gli assi del poker della sora Costanza. Quanto a Elly Schlein, sostiene che «L’alleanza progressista è già più larga, questo però non significa che le principali forze di opposizione non facciano iniziative. Sono testardamente unitaria perché lo chiede la nostra gente e da settembre faremo il programma con tutta l’alleanza». Il che significa fare un’altra cena aperta oltreché a Renzi (sta sulla riva del fiume e ripete: «Alla fine ci ritroveremo per battere le destre»), anche col segretario dei socialisti Enzo Maraio e con il capo di più Europa Riccardo Magi, che magari, dato il cognome, si attovaglia per un consommé.
Se Achille Occhetto aveva inaugurato la gioiosa macchina da guerra pare che la Schlein pensi a un’alleanza à la carte. Ma, come lascia intendere il guru del Pd Goffredo Bettini, strenuo sostenitore del rendez vous con Conte, se l’accordo non è pentastellato si rischia che il menu sia la sconfitta.
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