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2024-11-19
In arrivo una piena di euroburocrazia green
Si sta per abbattere sulle imprese italiane l’ennesimo mostro burocratico concepito da Bruxelles. Si tratta della rendicontazione societarie di sostenibilità, che circa 4.000 grandi imprese italiane (insieme con altre 36.000 nella Ue) dovranno redigere per l’anno 2025, facendo riferimento ai recenti standard di rendicontazione uniformi a livello europeo.
In questi giorni l’agitazione è grande perché i vertici aziendali stanno maturando piena consapevolezza dello tsunami di burocrazia in arrivo, dei conseguenti costi e dell’impatto sull’organizzazione aziendale. Infatti, fino alla pubblicazione del decreto legislativo 125 del 6 settembre scorso, il bubbone era ancora sottotraccia, riservato agli addetti ai lavori, pronti a cogliere al volo una lucrosa opportunità di consulenza. Ora invece bisogna passare alla fase esecutiva e approntare un adeguato sistema di rilevazione, attivo già a gennaio, per consentire di redigere il rendiconto dell’anno e gli amministratori delegati si sono visti sottoporre piani di azione costosi e da realizzare in tutta fretta in poche settimane. Obiettivo impossibile da conseguire per cui il rinvio al 2026 appare doveroso.
E non si tratta più di qualche informazione raccolta qua e là negli anni passati in forma volontaria per raccontare quanto la propria azienda fosse attenta all’ambiente, ai lavoratori e al buon governo societario. Ora abbiamo 12 principi di rendicontazione che in modo granulare richiedono informazioni e dati rispetto ai cambiamenti climatici, all’inquinamento, alle risorse idriche e marine, all’uso delle risorse e all’economia circolare, alla biodiversità e ecosistemi, alla forza lavoro, alle comunità interessate, ai consumatori finali, e alla condotta delle imprese. Perfino Assonime, in una recente circolare, ha parlato di «complessità e di difficoltà operative importanti che rappresentano una difficile sfida per tutte le imprese». Per non parlare della necessità di estendere l’indagine alla catena di fornitura a monte e a valle.
Il tutto da fornire sia a livello individuale che di gruppo, all’interno della relazione sulla gestione che è parte dell’informativa del bilancio economico-patrimoniale-finanziario normalmente pubblicato dalle società di capitali e attestato da un apposito revisore della sostenibilità. Con riferimento a quelle questioni di sostenibilità, serve, ad esempio, produrre piani per conseguire la neutralità climatica dell’impresa entro il 2050, obiettivi quantitativi di riduzione delle emissioni di gas serra almeno per il 2030 e il 2050, identificare le strategie aziendali e il ruolo degli amministratori, predisporre un sistema di indicatori, eccetera… Ma nel decreto delegato catapultato da Bruxelles per recepire la direttiva che è all’origine della vicenda, non manca il passaggio tragicomico della necessità di descrivere e attuare «le procedure di dovuta diligenza», che in italiano non significa nulla ma è purtroppo solo la maccheronica traduzione (avranno usato Google translator?) dell’inglese «due diligence». In italiano avrebbero dovuto scrivere «processo organizzato di raccolta e di analisi di informazioni dettagliate di varia natura» (Treccani). Uno strafalcione madornale che potrebbe invalidare la stessa norma.
Ai tempi impossibili da rispettare, si aggiunge proprio l’illogicità di questo report che perciò va contestato in radice. Infatti le imprese italiane (soprattutto le grandi) sono, fino a prova contraria accertata in giudizio, «sostenibili» senza necessità di alcun rendiconto. In quanto, su tutte le questioni Esg, sono già da tempo soggette a una pletora di leggi, il cui mancato rispetto determina spessa una sanzione penale. Ad esempio, rispettano i limiti di legge per l’inquinamento, risparmiano energia e riciclano, rispettano il diritto del lavoro, adottano regole di governo aziendale per impedire corruzione e frodi. Ma non lo fanno perché qualcuno richiede patenti di sostenibilità, peraltro difficilmente misurabili, ma perché lo impone la necessaria economicità della gestione.
Per tale essenziale motivo, il rendiconto costituisce soltanto un aggravio di costi e burocrazia e un’intromissione nelle scelte aziendali e nella libertà d’impresa, i cui limiti e modalità di esercizio (di cui all’articolo 41 della Costituzione) sono già presenti nelle leggi oggi vigenti.
C’è da dubitare che tali informazioni servano ai consumatori o agli investitori. Questi ultimi - come negli Usa hanno detto forte e chiaro a Larry Fink di Blackrock - sono interessati al profitto, ovviamente conseguito in modo lecito, il resto non interessa.
Sono le banche che stanno spingendo su questo tema, e lo fanno perché sono sotto pressione da parte della Bce. Che, a sua volta, si è intestata la missione di braccio armato del Green deal della Commissione uscente di Ursula von der Leyen. Una incredibile esondazione dal ruolo di gestore della politica monetaria. Il presidente Christine Lagarde pretende che le banche indirizzino il loro credito alle imprese discriminando in relazione alla sostenibilità, ancor più e prima dei criteri economico-finanziari. Le banche però finora hanno trovato solo inerzia o rifiuti da parte delle imprese e sono sotto la pesante pressione regolamentare dell’Eurotower. Negli Usa, lo stesso perverso andazzo è stato subito corretto dal presidente della Fed Jerome Powell con un discorso a Stanford nell’aprile scorso, quando ha spazzato via tutto con il memorabile «non siamo, né cerchiamo di essere, policymaker sul clima».
Oltreoceano il vento è già cambiato, mentre qui respiriamo ancora i tossici sottoprodotti del Green deal, seguendo i quali fare impresa è ormai diventata un’Impresa.
Alle aziende i cavilli pubblici costano già 80 miliardi di euro all’anno
Un’altra mazzata sta per arrivare sulla testa degli imprenditori italiani con l’entrata in vigore del decreto legislativo 125/2024 che obbliga le aziende a inserire nei loro bilanci anche gli obiettivi di sostenibilità raggiunti. Di certo, un bel regalo alle società di consulenza che devono approvarne i bilanci aziendali e una bella gatta da pelare per gli imprenditori che vedranno salire ancora i costi legati alla burocrazia.
Su quanto l’aumento della burocrazia possa pesare sulle tasche degli imprenditori non ci sono dati certi, quello che è chiaro, però, è che si tratti di un altro ostacolo nella già difficile corsa che i datori di lavoro italiani devono affrontare ogni anno.
A testimoniare le difficoltà di una burocrazia italiana lenta e costosa ci pensa uno studio della Cgia di Mestre il cui centro studi è guidato da Paolo Zabeo. Come spiega l’associazione, «la cattiva abitudine della nostra Pubblica amministrazione di richiedere, in particolare alle imprese, dati e documenti che le amministrazioni già possiedono è diventata una prassi consolidata».
Questi disservizi, purtroppo, hanno una ricaduta economica spaventosamente elevata. «Elaborando alcuni dati pubblicati dall’Ocse, per le nostre Pmi il costo annuo ascrivibile all’espletamento delle procedure amministrative è di 80 miliardi di euro. Praticamente una tassa nascosta da far tremare i polsi. La complessità nell’adempiere alle procedure imposte dalla nostra Pa è un problema che in Italia è sentito da ben 73 imprenditori su 100», spiega l’indagine. Tra i 20 Paesi dell’area dell’euro solo in Slovacchia (78), in Grecia (80) e in Francia (84) la percentuale degli intervistati che ha denunciato questo problema è superiore al tasso riferito al nostro Paese. La media dell’Eurozona è pari a 57.
Qualsiasi osservatore farebbe fatica a immaginare che in un Paese la Pubblica amministrazione possa rappresentare un ostacolo, anziché un elemento di sostegno e di crescita economica. Ma in Italia, purtroppo, le cose stanno diversamente. Si pensi che, in virtù del Regional competitiveness index, con riferimento al sub indice relativo al contesto internazionale, tra tutte le realtà italiane, la prima, la Provincia autonoma di Trento, si posiziona al 158° posto, su 234 territori Ue monitorati in questa indagine.
D’altronde, secondo uno studio dell’Ocse, l’inefficienza della nostra Pubblica amministrazione ha delle ricadute negative sul livello di produttività delle imprese private. In buona sostanza, dai calcoli dell’Organizzazione ottenuti attraverso l’incrocio della banca dati Orbis del Bureau van Dijk e dei dati di Open civitas, emerge che la produttività media del lavoro delle imprese è più elevata nelle zone dove l’amministrazione pubblica è più efficiente (sempre il Nord Italia). Diversamente, dove la giustizia funziona peggio, la Sanità è malconcia e le infrastrutture sono insufficienti (prevalentemente al Sud), anche le imprese private di quelperdono competitività.
L’Institutional quality index è un indice che misura la qualità delle istituzioni pubbliche presenti in tutte le realtà territoriali italiane concepito nel 2014 dall’Università degli studi di Napoli Federico II. Questo misuratore assume un valore che va da 0 a 1. La realtà territoriale più virtuosa d’Italia è Trento, con indice Iqi 2019 pari a 1; rispetto a dieci anni prima la Provincia trentina ha recuperato due posizioni a livello nazionale. Seguono al secondo posto Trieste e al terzo Treviso. Appena fuori dal podio troviamo Gorizia, Firenze, Venezia, Pordenone, Mantova, Vicenza e Parma. In coda, infine, notiamo Catania, Trapani, Caltanissetta, Crotone e Vibo Valentia che, purtroppo, occupa l’ultima posizione. Saranno proprio le imprese del Mezzogiorno a soffrire maggiormente se i costi per redigere il bilancio saranno ancora più salati.
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A partire dal prossimo gennaio, la normativa Esg impone alle grandi società e a tutte le quotate assieme al bilancio di redarre il rendiconto di sostenibilità: aumenteranno spese e adempimenti inutili. Assonime: «Complessità e difficoltà operative importanti».Uno studio della Cgia di Mestre mostra i danni provocati dall’inefficienza della Pa.Lo speciale contiene due articoli.Si sta per abbattere sulle imprese italiane l’ennesimo mostro burocratico concepito da Bruxelles. Si tratta della rendicontazione societarie di sostenibilità, che circa 4.000 grandi imprese italiane (insieme con altre 36.000 nella Ue) dovranno redigere per l’anno 2025, facendo riferimento ai recenti standard di rendicontazione uniformi a livello europeo.In questi giorni l’agitazione è grande perché i vertici aziendali stanno maturando piena consapevolezza dello tsunami di burocrazia in arrivo, dei conseguenti costi e dell’impatto sull’organizzazione aziendale. Infatti, fino alla pubblicazione del decreto legislativo 125 del 6 settembre scorso, il bubbone era ancora sottotraccia, riservato agli addetti ai lavori, pronti a cogliere al volo una lucrosa opportunità di consulenza. Ora invece bisogna passare alla fase esecutiva e approntare un adeguato sistema di rilevazione, attivo già a gennaio, per consentire di redigere il rendiconto dell’anno e gli amministratori delegati si sono visti sottoporre piani di azione costosi e da realizzare in tutta fretta in poche settimane. Obiettivo impossibile da conseguire per cui il rinvio al 2026 appare doveroso.E non si tratta più di qualche informazione raccolta qua e là negli anni passati in forma volontaria per raccontare quanto la propria azienda fosse attenta all’ambiente, ai lavoratori e al buon governo societario. Ora abbiamo 12 principi di rendicontazione che in modo granulare richiedono informazioni e dati rispetto ai cambiamenti climatici, all’inquinamento, alle risorse idriche e marine, all’uso delle risorse e all’economia circolare, alla biodiversità e ecosistemi, alla forza lavoro, alle comunità interessate, ai consumatori finali, e alla condotta delle imprese. Perfino Assonime, in una recente circolare, ha parlato di «complessità e di difficoltà operative importanti che rappresentano una difficile sfida per tutte le imprese». Per non parlare della necessità di estendere l’indagine alla catena di fornitura a monte e a valle.Il tutto da fornire sia a livello individuale che di gruppo, all’interno della relazione sulla gestione che è parte dell’informativa del bilancio economico-patrimoniale-finanziario normalmente pubblicato dalle società di capitali e attestato da un apposito revisore della sostenibilità. Con riferimento a quelle questioni di sostenibilità, serve, ad esempio, produrre piani per conseguire la neutralità climatica dell’impresa entro il 2050, obiettivi quantitativi di riduzione delle emissioni di gas serra almeno per il 2030 e il 2050, identificare le strategie aziendali e il ruolo degli amministratori, predisporre un sistema di indicatori, eccetera… Ma nel decreto delegato catapultato da Bruxelles per recepire la direttiva che è all’origine della vicenda, non manca il passaggio tragicomico della necessità di descrivere e attuare «le procedure di dovuta diligenza», che in italiano non significa nulla ma è purtroppo solo la maccheronica traduzione (avranno usato Google translator?) dell’inglese «due diligence». In italiano avrebbero dovuto scrivere «processo organizzato di raccolta e di analisi di informazioni dettagliate di varia natura» (Treccani). Uno strafalcione madornale che potrebbe invalidare la stessa norma.Ai tempi impossibili da rispettare, si aggiunge proprio l’illogicità di questo report che perciò va contestato in radice. Infatti le imprese italiane (soprattutto le grandi) sono, fino a prova contraria accertata in giudizio, «sostenibili» senza necessità di alcun rendiconto. In quanto, su tutte le questioni Esg, sono già da tempo soggette a una pletora di leggi, il cui mancato rispetto determina spessa una sanzione penale. Ad esempio, rispettano i limiti di legge per l’inquinamento, risparmiano energia e riciclano, rispettano il diritto del lavoro, adottano regole di governo aziendale per impedire corruzione e frodi. Ma non lo fanno perché qualcuno richiede patenti di sostenibilità, peraltro difficilmente misurabili, ma perché lo impone la necessaria economicità della gestione.Per tale essenziale motivo, il rendiconto costituisce soltanto un aggravio di costi e burocrazia e un’intromissione nelle scelte aziendali e nella libertà d’impresa, i cui limiti e modalità di esercizio (di cui all’articolo 41 della Costituzione) sono già presenti nelle leggi oggi vigenti.C’è da dubitare che tali informazioni servano ai consumatori o agli investitori. Questi ultimi - come negli Usa hanno detto forte e chiaro a Larry Fink di Blackrock - sono interessati al profitto, ovviamente conseguito in modo lecito, il resto non interessa.Sono le banche che stanno spingendo su questo tema, e lo fanno perché sono sotto pressione da parte della Bce. Che, a sua volta, si è intestata la missione di braccio armato del Green deal della Commissione uscente di Ursula von der Leyen. Una incredibile esondazione dal ruolo di gestore della politica monetaria. Il presidente Christine Lagarde pretende che le banche indirizzino il loro credito alle imprese discriminando in relazione alla sostenibilità, ancor più e prima dei criteri economico-finanziari. Le banche però finora hanno trovato solo inerzia o rifiuti da parte delle imprese e sono sotto la pesante pressione regolamentare dell’Eurotower. Negli Usa, lo stesso perverso andazzo è stato subito corretto dal presidente della Fed Jerome Powell con un discorso a Stanford nell’aprile scorso, quando ha spazzato via tutto con il memorabile «non siamo, né cerchiamo di essere, policymaker sul clima».Oltreoceano il vento è già cambiato, mentre qui respiriamo ancora i tossici sottoprodotti del Green deal, seguendo i quali fare impresa è ormai diventata un’Impresa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/burocrazia-green-europa-2669941736.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alle-aziende-i-cavilli-pubblici-costano-gia-80-miliardi-di-euro-allanno" data-post-id="2669941736" data-published-at="1732016159" data-use-pagination="False"> Alle aziende i cavilli pubblici costano già 80 miliardi di euro all’anno Un’altra mazzata sta per arrivare sulla testa degli imprenditori italiani con l’entrata in vigore del decreto legislativo 125/2024 che obbliga le aziende a inserire nei loro bilanci anche gli obiettivi di sostenibilità raggiunti. Di certo, un bel regalo alle società di consulenza che devono approvarne i bilanci aziendali e una bella gatta da pelare per gli imprenditori che vedranno salire ancora i costi legati alla burocrazia. Su quanto l’aumento della burocrazia possa pesare sulle tasche degli imprenditori non ci sono dati certi, quello che è chiaro, però, è che si tratti di un altro ostacolo nella già difficile corsa che i datori di lavoro italiani devono affrontare ogni anno. A testimoniare le difficoltà di una burocrazia italiana lenta e costosa ci pensa uno studio della Cgia di Mestre il cui centro studi è guidato da Paolo Zabeo. Come spiega l’associazione, «la cattiva abitudine della nostra Pubblica amministrazione di richiedere, in particolare alle imprese, dati e documenti che le amministrazioni già possiedono è diventata una prassi consolidata». Questi disservizi, purtroppo, hanno una ricaduta economica spaventosamente elevata. «Elaborando alcuni dati pubblicati dall’Ocse, per le nostre Pmi il costo annuo ascrivibile all’espletamento delle procedure amministrative è di 80 miliardi di euro. Praticamente una tassa nascosta da far tremare i polsi. La complessità nell’adempiere alle procedure imposte dalla nostra Pa è un problema che in Italia è sentito da ben 73 imprenditori su 100», spiega l’indagine. Tra i 20 Paesi dell’area dell’euro solo in Slovacchia (78), in Grecia (80) e in Francia (84) la percentuale degli intervistati che ha denunciato questo problema è superiore al tasso riferito al nostro Paese. La media dell’Eurozona è pari a 57. Qualsiasi osservatore farebbe fatica a immaginare che in un Paese la Pubblica amministrazione possa rappresentare un ostacolo, anziché un elemento di sostegno e di crescita economica. Ma in Italia, purtroppo, le cose stanno diversamente. Si pensi che, in virtù del Regional competitiveness index, con riferimento al sub indice relativo al contesto internazionale, tra tutte le realtà italiane, la prima, la Provincia autonoma di Trento, si posiziona al 158° posto, su 234 territori Ue monitorati in questa indagine. D’altronde, secondo uno studio dell’Ocse, l’inefficienza della nostra Pubblica amministrazione ha delle ricadute negative sul livello di produttività delle imprese private. In buona sostanza, dai calcoli dell’Organizzazione ottenuti attraverso l’incrocio della banca dati Orbis del Bureau van Dijk e dei dati di Open civitas, emerge che la produttività media del lavoro delle imprese è più elevata nelle zone dove l’amministrazione pubblica è più efficiente (sempre il Nord Italia). Diversamente, dove la giustizia funziona peggio, la Sanità è malconcia e le infrastrutture sono insufficienti (prevalentemente al Sud), anche le imprese private di quelperdono competitività. L’Institutional quality index è un indice che misura la qualità delle istituzioni pubbliche presenti in tutte le realtà territoriali italiane concepito nel 2014 dall’Università degli studi di Napoli Federico II. Questo misuratore assume un valore che va da 0 a 1. La realtà territoriale più virtuosa d’Italia è Trento, con indice Iqi 2019 pari a 1; rispetto a dieci anni prima la Provincia trentina ha recuperato due posizioni a livello nazionale. Seguono al secondo posto Trieste e al terzo Treviso. Appena fuori dal podio troviamo Gorizia, Firenze, Venezia, Pordenone, Mantova, Vicenza e Parma. In coda, infine, notiamo Catania, Trapani, Caltanissetta, Crotone e Vibo Valentia che, purtroppo, occupa l’ultima posizione. Saranno proprio le imprese del Mezzogiorno a soffrire maggiormente se i costi per redigere il bilancio saranno ancora più salati.
Milena Gabanelli (Ansa)
Non solo, nel sottotitolo ecco la fosca previsione: «Con il decreto Caivano saranno multati i genitori, ma si taglia sulla prevenzione». Ma è davvero così? Non è compito dei giornali difendere i governi, anche perché la realtà di solito si difende benissimo da sola, ma l’esplosione della violenza giovanile è un problema talmente grave da meritare più riflessioni e meno slogan.
Cominciamo dai numeri. In base ai dati del ministero della Giustizia, i minori indagati in carico ai servizi sociali erano 20.963 nel 2019 e sono diventati 23.862 alla fine del 2025, con un aumento del 13,8%. Il governo guidato da Giorgia Meloni è in carica da settembre 2022 e in questi tre anni la crescita è stata del 9,3%. Sicuramente sulla dinamica del dato degli indagati incide anche il decreto Caivano, convertito in legge alla fine del 2023, che ha inasprito le pene e ha reso possibile l’arresto dei minori anche per lo spaccio di lieve entità, il furto aggravato e la resistenza alle forze dell’ordine. A parte l’uso discutibile di queste statistiche, comprese quelle sugli arresti preventivi, va detto che se con lo stesso metro si misurassero le politiche di contrasto ai femminicidi si sarebbe costretti ad affermare che le nuove leggi più severe non funzionano, o che l’aumento degli assassinii è colpa della Meloni e di Carlo Nordio. Sono due evidenti bestialità.
Resta aperta l’indagine sulle cause dell’aumento della violenza giovanile. E qui, a patto di sganciarlo dall’uso politico o dalla continua manipolazione dei codici, il dibattito è ovviamente benvenuto e importante. Scrive il giornale diretto da Luciano Fontana che «dopo il Covid il fenomeno è esploso e ha cambiato pelle». Una notazione interessante, ma purtroppo gli autori dell’articolo, Milena Gabanelli e Andrea Priante, non la sviluppano in alcun modo. Forse il motivo è questo, ed è un motivo che i lettori della Verità conosco bene: fin dai tempi del primo lockdown, che colpì sia i lavoratori cinquantenni sia bambini e ragazzi in età scolare, pediatri e psicologi avvertirono che si rischiava un aumento dell’aggressività dei minori. Il fenomeno fu rilevato in tempi abbastanza brevi in famiglia, a danno dei genitori, e poi si vide a scuola quando riaprirono le classi. Nulla di più facile da capire. Se prendi un ragazzino e lo rinchiudi in casa, levandogli la possibilità di socializzare e di fare sport, prima o poi esplode e te la fa pagare. Insomma, se per decreto prendi un dodicenne e lo fai vivere recluso, quando tutto intorno era chiaro che il Covid stava mietendo vittime tra persone già malate o anziane, poi non c’è da stupirsi se rischi di avere una generazione mezzo bruciata. Non per colpa sua, ovviamente. Ma certo, riflessioni del genere su giornali che hanno avallato persino il Green pass non sono ancora possibili.
Se poi si passa ai modi per contrastare questo picco di violenza, il Corriere incolpa il governo attuale (tra il 2019 e il 2022 c’erano Conte e Draghi e i bambini erano tutti buoni) e attacca sul fronte dei fondi disponibili per la prevenzione. A un certo punto scrive che «sui Comuni, sempre a corto di risorse, sono stati scaricati i 17.500 minori stranieri non accompagnati che rappresentano la vera grande emergenza perché sono i più esposti al reclutamento da parte della criminalità». Un passaggio notevole, almeno per gli standard buonisti della narrazione democratica ed inclusiva dominante, perché riconosce l’esistenza di minori stranieri che delinquono, un fenomeno che questo giornale segnala da anni in perfetta solitudine, beccandosi anche surreali accuse di razzismo. E accorgersi oggi dei ragazzi stranieri «reclutati» dalla criminalità è fuori tempo massimo, se si pensa che a settembre 2022, quando la Verità osò scrivere di «migranti scaricati» da un porto all’altro, fu accusata di parlarne come pacchi postali. Ma a ben vedere, se si guardano le cronache quasi quotidiane dei minori migranti arrestati, si nota che ci sono molte violenze sessuali. Non è chiaro se anche gli stupri possano essere organizzati dalla criminalità nostrana, ma certo che anche parlare di una vaga, fantomatica e onnipotente «criminalità» che recluta i minori aiuta a non fare i conti con la realtà dell’immigrazione clandestina.
Il Corriere, sistemato il governo, si dedica poi alla consueta predica da barbagianni sull’uso dei telefoni cellulari e sulla violenza dei contenuti online, come se non fossero il terminale ultimo di un disastro educativo e di una disumanizzazione della società. I cellulari sono un mezzo, non un fine e neppure un inizio. Sarebbe molto più interessante ragionare su quali siano gli spazi a disposizione di questi ragazzi per sfogare e gestire la violenza. Ovviamente non è il caso di rimpiangere l’epoca in cui i giovani si prendevano a sprangate per motivi politici o calcistici, ma forse una riflessione su come evitate che tanti minorenni si sentano compressi sarebbe utile. Anche perché se la si lascia allo Stato, la risposta non può che essere in gran parte repressiva. Per il Corriere, «la repressione non serve se non è accompagnata da interventi di politiche sociali, con il diretto coinvolgimento della famiglia e soprattutto, della scuola». In quel soprattutto c’è una buona dose dei motivi per cui siamo conciati così male: il disprezzo della famiglia. E poi, finalino da incorniciare: «A oggi, nel programma scolastico, l’educazione alle relazioni e affettività non è ancora materia obbligatoria». La non violenza ce la insegnerà lo Stato, che come scriveva Max Weber ne ha il monopolio legalizzato.
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Nel riquadro Anna Maria Cisint (Imagoeconomica)
Da anni, Anna Maria Cisint (Lega) segue il fenomeno dell’islamizzazione. Prima da sindaco di Monfalcone e, oggi, da eurodeputata.
Siamo già sottomessi?
«L’Italia deve essere in grado di reagire ora, prima che sia troppo tardi. E io lo so, lo so meglio di altri: l’ho visto e l’ho vissuto sulla mia pelle a Monfalcone già dieci anni fa. Ho ascoltato le voci spezzate di ragazze poco più che bambine, che mi hanno raccontato la gabbia in cui vivevano prima di trovare la forza di denunciare e fuggire da quello che è, a tutti gli effetti, un sistema ideologico di controllo della comunità, nel quale la religione diventa lo strumento di gestione del potere e del terrore su una comunità interamente sottomessa a ciò che impone il sedicente imam all’interno di moschee, per lo più abusive. Sono loro a insegnare ai bambini che è giusto sposarsi con una bambina e alcuni lo dicono anche perché così l’uomo può provare più piacere. Una vera e propria operazione di indottrinamento tramite il lavaggio del cervello».
Cosa intendete fare per fermare l’islamizzazione del Paese?
«Serve un’azione forte. Ed è esattamente ciò che vogliamo fare con l’introduzione di un nuovo impianto normativo. L’obiettivo principale è il raggiungimento dell’intesa prevista dalla Costituzione. Ma per l’inerzia degli islamici tale traguardo è ancora lontano. Per questo è necessario promulgare una legge: regole chiare, che definiscano il perimetro di legalità dell’esercizio del culto islamico in Italia. Sei dentro? Bene. Altrimenti non possiamo concederti nulla, neppure mezzo metro. Intendiamo istituire un registro dei predicatori e dei ministri di culto, vincolandone l’iscrizione alla sottoscrizione di una nuova “Carta dei valori degli enti religiosi”. Una carta che impone precise responsabilità e obblighi sia ai predicatori sia ai referenti delle associazioni islamiche: dal rispetto del nostro ordinamento giuridico, alla tutela della dignità della persona e della donna».
Cosa prevede la proposta di legge a cui state lavorando? Ci può anticipare alcuni punti?
«Vogliamo introdurre requisiti stringenti, come la conoscenza della lingua, la residenza in Italia e l’assenza di condanne penali. A ciò si affiancherà un sistema di monitoraggio costante, anche successivi all’iscrizione. Le sanzioni severe: espulsioni velocizzate, reclusione per chi predica violenza o contenuti contrari all’ordinamento, revoca definitiva dell’iscrizione al registro e quindi l’impossibilità di poter predicare in Italia e sanzioni alle associazioni islamiche che consentano attività di culto a predicatori non iscritti all’albo».
Tra i vari problemi ci sono anche i finanziamenti, poco limpidi, che le moschee ricevono dall’estero…
«Ce lo ha insegnato l’inchiesta sul cosiddetto “pizzo islamico” a Monfalcone, con soldi estorti ai lavoratori bengalesi per essere destinati alle moschee; il report dell’intelligence francese, che accende un faro sui finanziamenti provenienti da organizzazioni, fondazioni e Paesi vicini alla Fratellanza musulmana; e l’inchiesta su Hannoun e sui fondi sporchi utilizzati per finanziare Hamas. Tutto questo ci impone di pretendere trasparenza e tracciabilità nei bilanci di tutte le associazioni islamiche. Nella nostra proposta introduciamo, infatti, l’obbligo di pubblicazione dei bilanci e il blocco dei finanziamenti dall’estero, salvo esplicita autorizzazione. Non possiamo permettere che realtà come l’Ucoii, braccio operativo della Fratellanza musulmana in Italia, non pubblichi i propri bilanci dal 2020 e, nel frattempo, faccia da tramite per il finanziamento di decine di moschee nel nostro Paese per milioni di euro».
L’immigrazione islamica si può fermare? Se sì come?
«Si può fermare e si deve fermare è una questione di sopravvivenza per il nostro Paese e di difesa dei nostri valori e della nostra identità, di un’incompatibilità profonda con un sistema - quello islamico - che punta a espandersi anche attraverso l’arma degli ingressi, sia regolari che irregolari».
È soddisfatta delle misure che sono state messe in atto?
«Su questo il nostro Governo si sta muovendo bene: gli sbarchi sono diminuiti e poi in Europa abbiamo ottenuto l’accordo per schierare uomini e mezzi di Frontex in Bosnia, così da frenare la Rotta balcanica e una nuova lista dei Paesi sicuri dove poter rimpatriare i clandestini; con Molteni abbiamo introdotto nel prossimo decreto sicurezza una stretta importantissima sui ricongiungimenti familiari, che ridurrà ulteriormente gli ingressi; e serve poi introdurre il test osseo per accertare la reale età dei presunti stranieri non accompagnati e rimandare a casa chi truffa lo Stato e commette reati. È inoltre positiva la proposta di un nuovo permesso di soggiorno a punti lanciata da Salvini. Ma se in Italia esiste un problema di islamizzazione, dobbiamo bloccare anche l’arrivo di manodopera a basso costo di fede islamica. Basta bengalesi e pakistani, sì a chi ha radici comuni alle nostre come i popoli latini».
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Ansa
Commenti di questo genere ne abbiamo letti parecchi nelle ultime settimane, tipo quelli di Ilaria Salis secondo cui «negli Usa la caccia agli immigrati diventa rastrellamento di massa». Queste frasi sono indicative di una strategia nota ma sempre subdolamente efficace che consiste appunto nel sovrapporre ciò che avviene all’estero a quanto accade in Italia. A furia di osservare le immagini degli uomini dell’Ice che battono le città americane in cerca di clandestini, a furia di vedere sparatorie e uccisioni e a furia di sentire le grida di dolore della nostra sinistra, il grande pubblico potrebbe cominciare a pensare che sia davvero in corso chissà quale tentativo di pulizia etnica. E, soprattutto, che ci riguardi. Dunque è bene ribadirlo ed essere molto chiari: ciò che avviene negli Usa è lontano anni luce dalla nostra situazione. Quanto sta accadendo a Minneapolis e altrove ha davvero pochissimi punti di contatto con quanto si verifica da noi. Se proprio vogliamo trovare un punto in comune dobbiamo guardare alla truffa del Minnesota, cioè al mucchio di soldi spesi dai contribuenti americani per sostenere accoglienza e integrazione della comunità somala che in realtà venivano sperperati o usati per finanziare servizi inesistenti. Ecco, questo ricorda in parte quanto fatto in Italia da coop disoneste e amministratori furbetti. Per il resto, qui ci si muove su altre coordinate. Per prima cosa, a differenza degli Usa, l’Italia non è una nazione costruita sull’immigrazione di massa. Non ha ridotto gli africani in schiavitù per coltivare i campi né ha applicato nel passato un modello multiculturale basato sulla creazione di ghetti. Ha una omogeneità culturale e una tradizione differente e paradossalmente risente di più degli ingressi massivi di stranieri. Qui non esistono forze come l’Ice e di sicuro nessuno pensa di inviare la polizia o i carabinieri casa per casa a prelevare i clandestini e i loro figli. Anzi, abbiamo difficoltà a espellere persino i criminali abituali e i soggetti più pericolosi. I metodi delle nostre forze dell’ordine sono - per fortuna - radicalmente diversi, meno esaltati e giustamente più rispettosi. Prima di aprire il fuoco su un uomo indifeso o di sparare dentro una macchina con una donna alla guida ci pensano due volte. Anzi, a dirla tutta qui non appena un agente o un carabiniere apre il fuoco passa enormi guai. Lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio il caso di Emanuele Marroccella, che ha sparato per salvare un collega e ha preso una condanna a tre anni con l’infamante aggiunta di un cospicuo risarcimento da corrispondere ai familiari del migrante irregolare e violento che ha involontariamente ucciso. Lo conferma l’ultimo caso avvenuto proprio ieri a Milano. Durante un controllo antidroga a San Donato Milanese un nordafricano - con precedenti manco a dirlo - pare che abbia estratto una pistola a salve. Un poliziotto presente sul posto ha sparato e lo ha ucciso. Subito vengono aperte indagini sull’accaduto, ma è già chiaro a tutti che i colpi vengono esplosi solo per estrema difesa, e anche così chi preme il grilletto sa che non avrà vita facile. Ed è proprio questo il nocciolo della questione. Non ci piacciono gli Stati di polizia, né i giustizieri invasati che se ne vanno in giro ad ammazzare la gente, anche se si tratta di manifestanti ideologizzati e talvolta minacciosi. Non ci piacciono i bambini trascinati via a forza o altre brutalità di questo tipo. In Italia, in Europa, grazie al cielo non ci si comporta così: abbiamo un rispetto diverso, una cultura diversa. E questa diversità ci terremmo a mantenerla. Ecco perché è necessario, dalle nostre parti, cambiare registro. Non per fare come l’Ice, ma per porre rimedio a violenze e soprusi che sono quotidiani, per permettere a tutti coloro che vivono onestamente di operare liberi e sicuri. Chi suggerisce che una stretta sull’immigrazione in Italia ci precipiterebbe nella brutalità dell’Ice compie un errore gravissimo: servono regole più severe, più espulsioni e più rimpatri proprio per evitare che, un domani non troppo lontano, il clima si esasperi del tutto. A quel punto potremmo trovarci di fronte a qualcosa di perfino peggiore delle retate trumpiane.
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