2022-05-17
Buoni pasto. «Grano a chi vigila sulla grana!» L'ultima guerra dei dirigenti di Bankitalia

I dirigenti di Bankitalia chiedono buoni pasto spendibili anche all'estero
La lettera è arrivata nelle mani del presidente del Cida (il sindacato dei dirigenti della Banca d'Italia) Edoardo Schwarzenberg, nella prima settimana di maggio. A firmarla per delega del direttore generale è stato Luigi Managò, caposervizio logistica della banca centrale italiana.
Ed è venuto il segnale atteso: l'istituto guidato da Ignazio Visco si farà in quattro per venire incontro al dramma che stavano vivendo i dirigenti Bankitalia: da tempo stavano lavorando da remoto, magari cogliendo l'occasione per farlo dalla seconda casa al mare o in montagna. Ma lì non sempre erano utilizzabili i buoni pasto contrattualmente dovuti perché spendibili solo nella Regione di residenza.
I dirigenti avevano esigenze anche più larghe, visto che nella lettera inviata ai vertici dal presidente del Cida il 22 febbraio scorso si premetteva che «l’accordo sul lavoro ibrido prevede la corresponsione del buono pasto per ciascuno dei giorni nei quali la prestazione lavorativa è resa da remoto, modalità questa che- come noto- non prescrive che il dipendente operi da un luogo specifico, potendo addirittura lavorare dall'estero».
Come non averci pensato prima che uno di questo top manager di Bankitalia magari la casa al mare ce l'aveva a Saint-Tropez e quella in montagna a Sankt Moritz, e in nessuno dei due casi avrebbero mai accettato i buoni pasto forniti attraverso un regolare appalto della Consip?
Sono problemi, e bisogna applicarsi senza dubbio per arrivare a una soluzione: mica si può fare mancare il grano così all'improvviso a chi deve vigilare sulla grana di tutti gli italiani. Non c'è proprio riconoscenza. Però i dirigenti della banca hanno teso una mano comprendendo le difficoltà in questo momento di reperire buoni pasto internazionalmente validi. Pace per Saint-Tropez, ma almeno si capisca l'incoerenza del fatto «che i buoni pasto in erogazione siano ancora limitati nell'utilizzo alla regione (o all'area territoriale) nella quale il dipendente è incardinato, dovendosi invece necessariamente prevedere la possibilità di utilizzo in tutto il territorio nazionale».
Vogliamo farli usare anche nella masseria in Puglia, nelle vicinanze della villetta sul Monte Argentario o a Cortina indipendentemente dalla stagione? I collaboratori di Visco hanno preso un po’ di tempo per rispondere e altro ce ne vorrà per esaudire in pratica, ma alla fine i benedetti buoni pasto spendibili nella casa vacanze arriveranno, sia pure cercando di fare il meno danno possibile alle casse di Bankitalia: «È stata condotta una analisi delle criticità segnalate», scrive infatti Managò, aggiungendo che «gli esiti di tale analisi sono in corso di approfondimento con le strutture interessate, anche per valutare i conseguenti aggravi operativi connessi con l'adozione di nuove modalità di distribuzione dei buoni».
Dietro questa corrispondenza, che mai potreste rintracciare nel settore privato dove i dirigenti si vergognerebbero pure di chiedere i buoni pasto alla loro azienda, c’è in realtà un braccio di ferro che dura ormai da due anni fra i vertici della banca centrale e quasi tutti i sindacati dei dipendenti. Perché questi ultimi dopo avere storto il naso sullo smart working (e ottenuto primi in Italia un bonus da 100 euro per quel motivo), se ne sono poi innamorati e ogni volta insorgono quando la banca chiede il rientro in presenza. In teoria dal primo aprile scorso avrebbero dovuto tutti rientrare in sede, abbandonando quelle “sedute ergonomiche” che avevano ottenuto per stare a casa dalla banca e che ancora si lamentava non fossero arrivate a tutti.
Ma alla fine la banca ha ceduto alle richieste sindacali immaginando un piano di smart working al di là delle emergenze con presenza in ufficio ridotta. È stato ribattezzato «lavoro ibrido» in un accordo sindacale del dicembre scorso e prevede che solo una piccola percentuale lavori in presenza che per tutti gli altri sarà alternata a un «lavoro da remoto diffuso e ampio». C’è però una condizione posta sia pure in via sperimentale dai vertici Bankitalia: chi lavora in presenza ha diritto al suo ufficio in genere singolo, con la sua scrivania, la sua cassettiera, il suo piccolo armadio dove conservare i documenti oltre a tutte le attrezzature informatiche previste.
Chi invece lavorerà essenzialmente a casa dovrà di volta in volta per il rientro in ufficio prenotare la sua postazione lavoro. Niente scrivania personale, niente armadietto, niente cassettiera. Però ambienti avveniristici (ci sono anche alcuni disegni in bozzetto con poltroncine per una chiacchiera protette da un cactus fonoassorbente, tavoli dove lavorare con il proprio pc e consumare anche un pasto veloce) per rendere piacevole quel tuffo in ufficio, prenotando di volta in volta postazioni di tutto attrezzate meno di una cosa: il personal computer.
Quello, assegnato a ogni dipendente, dovrebbe essere utilizzato sia a casa che in ufficio con il piccolo disagio di doverselo portare nel tragitto magari a spalle in uno zainetto. Cosa che è diventata un dramma. Per capirlo basta citare passaggi dei comunicati sindacali piovuti sull'argomento. Eccone uno del Sibc che profetizza per questo viaggio con pc casa-ufficio addirittura l'aggravio di «sedute fisioterapiche» per i poveri dipendenti chiedendo un intervento dei medici competenti della Banca di Italia: «A parte i profili di sicurezza connessi con il trasporto pubblico, infatti qualcuno ha mai effettuato una analisi sugli effetti a medio e lungo termine del trasporto di un computer di quasi due chili per magari due ore al giorno?
Se sì, ci piacerebbe poterne leggere i contenuti. Se no, come viene giustificata questa dimenticanza?». La Uil Bankitalia ammette che «il pc non pesa come lo zaino del soldato», ma aggiunge: «Ricordiamo però che non è del tutto peregrina l'ipotesi di essere rapinati o derubati durante i tragitti casa-lavoro-casa, con un aumento esponenziale del rischio al moltiplicarsi dei viaggi...».
Drammoni, quelli del buono-pasto-vacanza del pc che pesa sulle spalle di 6.629 dipendenti - di cui 3.532 in area manageriale e alte professionalità - in cerca di autore e di funzione, viste che le più importanti sono state perdute negli anni e trasferite alla Bce. Ma non sembra essere questa la loro preoccupazione.
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Leone XIV ha affermato di considerarla una cosa «non molto cristiana». In realtà non si tratta di deportazione, ma di uno strumento legale che serve a rimpatriare i criminali stranieri. Non mancano moniti al centrodestra sul caso Vannacci: «Escluderlo significa perdere le elezioni». E ricorda che «la sinistra al governo fa paura con patrimoniali mascherate e transizione energetica selvaggia. Se vincessero loro, il nome forte per il ministero dell’Economia è l’ex capo del Fisco Ruffini, un esattore pronto a mettere le mani in tasca agli italiani, sulla scia dei prelievi forzosi del passato».
Ansa
Le motivazioni della tenue condanna di un bengalese a Brescia: la gravidanza della piccola prova il rapporto, non la coercizione.
Aveva messo incinta una bimba di dieci anni, ospite come lui del centro d’accoglienza di San Colombano di Collio, in provincia di Brescia, e, per questo, era stato arrestato.
Ora, però, per il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Brescia, Valeria Rey, la gravidanza è prova del rapporto sessuale, ma non della coercizione.
Né fisica, né psicologica. Elementi che la toga ha ritenuto sufficienti per condannare (con rito abbreviato, procedura che dà diritto allo sconto di un terzo della pena) il ventinovenne del Bangladesh imputato a 5 anni per il reato di atti sessuali con minorenni, ma non quanto servirebbe per far schizzare la pena verso quelle previste per la violenza sessuale. E, quindi, ha riqualificato il reato rispetto all’originaria contestazione presentata dalla Procura (che aveva chiesto una condanna a 6 anni e 8 mesi).
I fatti risalgono al 2024 e l’inchiesta fu avviata alla scoperta della gravidanza. La madre della piccola si è anche costituita parte civile. Il difensore dell’imputato, l’avvocato Davide Scaroni, nel corso dell’ultima udienza aveva fatto verbalizzare che l’imputato aveva anche cercato di risarcire la vittima «privandosi di tutto ciò che aveva». I passaggi tecnici la difesa li ha messi in campo tutti: la confessione, prima ancora che le indagini scientifiche certificassero la presenza del Dna dello straniero, il pentimento con dichiarazione in udienza, il risarcimento della parte offesa e la richiesta del rito abbreviato. Nelle pagine della sentenza, il gup ha analizzato i racconti della vittima, di sua madre, della loro compagna di stanza, della titolare del centro realizzato nell’albergo «Il cacciatore» e anche dell’imputato.
La bambina, ritenuta in grado di testimoniare, disse di essere stata presa con la forza, costretta a subire la violenza e minacciata di morte nel caso avesse rivelato gli abusi. Parlò di due episodi e li collocò in due stanze diverse del centro. L’imputato, invece, si è detto convinto che la bambina fosse più grande della sua età e che con lei la relazione sarebbe stata sincera e ricambiata, tanto da ipotizzare un futuro matrimonio al quale la madre non si sarebbe opposta. Un passaggio che la toga deve aver preso per buono, visto che ha motivato con queste parole: «L’ordinamento italiano appronta una tutela assoluta alla sfera sessuale dei minori infraquattordicenni, indipendentemente dall’eventuale adesione che la persona offesa abbia dato al rapporto. L’esistenza del consenso rappresenta il “discrimen” tra la violenza e la fattispecie degli atti sessuali con minorenne. La soluzione non può essere rimessa semplicisticamente alla valorizzazione dell’età della persona offesa, perché per espressa scelta del legislatore anche i minori di anni dieci possono manifestare un valido consenso agli atti sessuali».
L’analisi del telefono cellulare dell’imputato non avrebbe fornito elementi utili a confermare la violenza sessuale. E non è bastato uno dei passaggi della testimonianza della mamma della piccola, secondo cui ci sarebbero state delle prove sullo smartphone della bimba che, però, non è stato possibile analizzare in quanto riportato nel Paese d’origine della famiglia prima che arrivasse nelle mani degli inquirenti. Alcune contraddizioni riscontrate dal giudice nelle versioni fornite dalla vittima e da sua madre, poi, devono aver definitivamente indicato la strada giuridica del cambio d’imputazione: «La madre della parte offesa», argomenta la Rey, «era favorevole al matrimonio, pur ignorando e disapprovando che i due avessero rapporti (in ospedale è poi stato praticato alla bimba un aborto terapeutico, ndr)». Mentre gli elementi «di carattere obiettivo» raccolti, secondo il giudice, «non consentono di riscontrare le dichiarazioni rese dalla persona offesa sullo specifico tema dell’uso di violenza al fine di consumare il rapporto sessuale».
Me è in un passaggio preciso che la toga bresciana mostra di aver accolto almeno in parte l’impianto difensivo. Quando avevano lasciato l’Africa, scrive il giudice, «la precoce sessualizzazione dei minori non era un evento anomalo, ma largamente diffuso. Ciò rende la versione dell’imputato non inverosimile, ma non esente da responsabilità penale». Nella nazione d’origine, poi, «i matrimoni con minorenni non sono affatto una rarità e solo nel luglio 2024 sono stati vietati con l’emanazione di un atto che li proibisce». Ed ecco il ragionamento tecnico messo nero su bianco dal giudice: «Si stima equa l’applicazione di una pena base di anni 9 di reclusione», per «la particolare gravità del fatto», desumibile «dall’età della persona offesa e dall’esito della condotta, culminata in una gravidanza, con evidenti e profonde conseguenze sul piano psicologico».
La pena base è stata quindi ridotta a 6 anni per le attenuanti generiche e aumentata «per la continuazione» a 7 anni e 6 mesi di reclusione». Un incremento che, osserva il giudice, «riflette la gravità della condotta». Infine ha applicato la riduzione prevista per il rito abbreviato. Risultato: 5 anni di reclusione. Il giudice, quindi, pur ritenendo particolarmente grave il fatto (richiamando l’età della persona offesa e una condotta culminata in una gravidanza), esclude che vi siano elementi sufficienti a colmare il divario probatorio necessario per sostenere l’accusa di violenza sessuale. La nuova qualificazione giuridica, però, non deve aver convinto la Procura, che avrebbe già valutato di impugnare la sentenza.
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Nel riquadro in basso a sinistra, Preston Davey, Jamie Varley, il fidanzato John McGowan e la madre di Preston, Sarah (Getty Images)
Un insegnante è stato condannato all’ergastolo perché, con il suo compagno, ha abusato di un piccolo di 13 mesi, morto durante l’ennesima aggressione sessuale. Secondo la nonna, i servizi sociali non hanno mosso un dito per non essere tacciati di omofobia.
Morto a 13 mesi dopo essere stato sottoposto, negli ultimi 120 giorni, ad abusi fisici, sessuali ed emotivi. Mancano aggettivi umani per definire l’orrore riservato al piccolo Preston Davey, ucciso nel luglio del 2023 da Jamie Varley, un insegnante di 37 anni, condannato ieri all’ergastolo dopo un processo durato otto settimane.
Varley e il suo compagno, John McGowan-Fazakerley, responsabile vendite di 32 anni, sono la coppia gay di Blackpool, nella contea inglese del Lancashire, che avevano adottato il piccino. Un provvedimento d’urgenza, emesso dal Consiglio comunale di Oldham, l’aveva tolto a cinque giorni dalla nascita alla sua mamma Sarah, che scontava una pena detentiva per aver torturato e ucciso a 14 anni una pensionata, e affidato a una famiglia. In seguito, il Comune aveva accolto la richiesta di adozione presentata dalla coppia omosessuale che viveva a Blackpool, città dove per anni andavano in vacanza i borghesi inglesi e che adesso registra il più alto numero di decessi per suicidio, alcolismo e tossicodipendenza.
Genitori che si rivelano orchi delle peggiori fiabe. L’autopsia ha evidenziato più di 40 lesioni nel corpo del piccolo, tra cui 30 lividi visibili e gravi lesioni interne alla gola e all’ano. Non è facile raccontare certi fatti di cronaca, soprattutto se tra le ipotesi dell’indifferenza mostrata da ospedali e assistenti sociali per i segni visibili delle sofferenze subite dal piccolo, più volte controllato, c’era la paura di essere accusati di pregiudizi nei confronti di persone omosessuali.
Il sospetto atroce l’ha formulato la nonna del bimbo, Debbie Davey: «I servizi sociali potrebbero aver esitato ad agire quando hanno visto Preston perché avrebbero potuto essere accusati di omofobia», ha detto la signora. Di fatto, il Comune di Oldham non ha licenziato né sospeso alcun assistente sociale che si era occupato del bambino.
Anche il compagno di Varley, John McGowan-Fazakerley, complice della morte di Preston, è stato condannato a 25 anni. Nessuno dei due imputati ha mostrato alcuna emozione al momento della lettura delle sentenze. Dopo che il bimbo iniziò a vivere a casa della coppia gay, fu ricoverato in ospedale tre volte: per un’emorragia nasale e una crisi epilettica, per un’eruzione cutanea e dei lividi, per una frattura al gomito sinistro. Sul suo corpicino vennero riscontrati numerosi traumi di piccole dimensioni, non accidentali e accusava insufficienza respiratoria.
Quando Varley lo trasportò d’urgenza all’ospedale Blackpool Victoria per l’ultima volta, raccontò di aver lasciato il bambino nella vasca da bagno per due o tre minuti e di averlo trovato, al suo ritorno, completamente immerso nell’acqua. Invece era asciutto, non c’era alcuna prova che avesse ingerito acqua. I medici non riuscirono a rianimarlo. Novanta minuti prima di portarlo al Pronto soccorso, tra un utilizzo di Snapchat (applicazione di messaggistica istantanea e social media) e il controllo delle email, l’uomo aveva registrato un video del bambino in condizioni critiche, che respirava a fatica e faceva «respiri agonici». L’autopsia ha escluso l’annegamento come causa di morte, rivelando le atrocità subite dal quel piccino. Un giurato non aveva retto alla visione delle prove e il processo era stato interrotto, riprendendo con un’altra giuria. Nel pronunciare la sentenza, il giudice Mark Turner ha affermato che Preston aveva subito «abusi e negligenze incessanti» prima di essere ucciso da Varley durante un’aggressione sessuale.
Si è rivolto all’uomo definendolo «assassino» e gli ha ricordato che «l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale è una sentenza di ultima istanza, da ricorrere solo nei casi di estrema gravità. Questo è un caso di estrema gravità. Dovrai rimanere in prigione per il resto della tua vita. Non potrai mai beneficiare della libertà condizionale». In attesa di finire all’Inferno, aggiungiamo noi, dove i gironi non bastano mai. Dopo la sentenza, il detective che ha condotto le indagini, l’ispettore capo Andy Fallows della polizia del Lancashire, ha dichiarato: «Fatico a immaginare l’orrore che Preston ha dovuto sopportare nella sua breve vita. McGowan-Fazakerley non ha fatto nulla per aiutare il bambino e, anzi, ha commesso a sua volta una violenza sessuale nei suoi confronti».
La mamma, Sarah Davey, oggi quarantaduenne, seduta tra il pubblico durante l’udienza finale, ha affermato che l’accompagnerà per sempre «l’inimmaginabile dolore di chiedersi» che cosa abbia passato suo figlio negli ultimi mesi di vita. Preston aveva «il sorriso più bello, uno di quelli che potevano illuminare qualsiasi stanza», ha detto. Gary Nolan, il padre biologico del bambino, si dichiara distrutto dal dolore: «Era il figlio che non ho mai conosciuto e non conoscerò mai».
Il ministro britannico per l’Infanzia, la famiglia e il benessere, Josh MacAlister, ha annunciato di aver inviato esperti indipendenti a Oldham, presso l’ospedale e l’agenzia di adozione per far luce su un caso «davvero sconvolgente, la gente lo guarderà e si sentirà male».
Il popolo inglese sarà sconvolto anche per la notizia che i giudici dell’immigrazione hanno concesso a un condannato per abusi sessuali su minori il diritto di entrare nel Regno Unito, in quanto impedirgli l’ingresso avrebbe violato i suoi diritti umani. Il pedofilo giamaicano Oniel Spence, 43 anni, incarcerato negli Stati Uniti per un reato sessuale contro una ragazza di 15 anni compiuto nel 2008, vuole raggiungere moglie e figlia, cittadini britannici, e la sua richiesta era stata bloccata dall’allora ministro dell’Interno, Yvette Cooper. L’uomo ha fatto ricorso e il giudice dell’immigrazione Jonathan Greer gli ha dato ragione. L’attuale ministro, Shabana Mahmood, ha presentato un ulteriore ricorso, ma per l’atteggiamento mostrato dai giudici dell’Appello, che hanno ordinato che il caso venga riesaminato dal tribunale di primo grado, Spence potrebbe ancora vincere la causa.
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