Buoni pasto. «Grano a chi vigila sulla grana!» L'ultima guerra dei dirigenti di Bankitalia

I dirigenti di Bankitalia chiedono buoni pasto spendibili anche all'estero
La lettera è arrivata nelle mani del presidente del Cida (il sindacato dei dirigenti della Banca d'Italia) Edoardo Schwarzenberg, nella prima settimana di maggio. A firmarla per delega del direttore generale è stato Luigi Managò, caposervizio logistica della banca centrale italiana.
Ed è venuto il segnale atteso: l'istituto guidato da Ignazio Visco si farà in quattro per venire incontro al dramma che stavano vivendo i dirigenti Bankitalia: da tempo stavano lavorando da remoto, magari cogliendo l'occasione per farlo dalla seconda casa al mare o in montagna. Ma lì non sempre erano utilizzabili i buoni pasto contrattualmente dovuti perché spendibili solo nella Regione di residenza.
I dirigenti avevano esigenze anche più larghe, visto che nella lettera inviata ai vertici dal presidente del Cida il 22 febbraio scorso si premetteva che «l’accordo sul lavoro ibrido prevede la corresponsione del buono pasto per ciascuno dei giorni nei quali la prestazione lavorativa è resa da remoto, modalità questa che- come noto- non prescrive che il dipendente operi da un luogo specifico, potendo addirittura lavorare dall'estero».
Come non averci pensato prima che uno di questo top manager di Bankitalia magari la casa al mare ce l'aveva a Saint-Tropez e quella in montagna a Sankt Moritz, e in nessuno dei due casi avrebbero mai accettato i buoni pasto forniti attraverso un regolare appalto della Consip?
Sono problemi, e bisogna applicarsi senza dubbio per arrivare a una soluzione: mica si può fare mancare il grano così all'improvviso a chi deve vigilare sulla grana di tutti gli italiani. Non c'è proprio riconoscenza. Però i dirigenti della banca hanno teso una mano comprendendo le difficoltà in questo momento di reperire buoni pasto internazionalmente validi. Pace per Saint-Tropez, ma almeno si capisca l'incoerenza del fatto «che i buoni pasto in erogazione siano ancora limitati nell'utilizzo alla regione (o all'area territoriale) nella quale il dipendente è incardinato, dovendosi invece necessariamente prevedere la possibilità di utilizzo in tutto il territorio nazionale».
Vogliamo farli usare anche nella masseria in Puglia, nelle vicinanze della villetta sul Monte Argentario o a Cortina indipendentemente dalla stagione? I collaboratori di Visco hanno preso un po’ di tempo per rispondere e altro ce ne vorrà per esaudire in pratica, ma alla fine i benedetti buoni pasto spendibili nella casa vacanze arriveranno, sia pure cercando di fare il meno danno possibile alle casse di Bankitalia: «È stata condotta una analisi delle criticità segnalate», scrive infatti Managò, aggiungendo che «gli esiti di tale analisi sono in corso di approfondimento con le strutture interessate, anche per valutare i conseguenti aggravi operativi connessi con l'adozione di nuove modalità di distribuzione dei buoni».
Dietro questa corrispondenza, che mai potreste rintracciare nel settore privato dove i dirigenti si vergognerebbero pure di chiedere i buoni pasto alla loro azienda, c’è in realtà un braccio di ferro che dura ormai da due anni fra i vertici della banca centrale e quasi tutti i sindacati dei dipendenti. Perché questi ultimi dopo avere storto il naso sullo smart working (e ottenuto primi in Italia un bonus da 100 euro per quel motivo), se ne sono poi innamorati e ogni volta insorgono quando la banca chiede il rientro in presenza. In teoria dal primo aprile scorso avrebbero dovuto tutti rientrare in sede, abbandonando quelle “sedute ergonomiche” che avevano ottenuto per stare a casa dalla banca e che ancora si lamentava non fossero arrivate a tutti.
Ma alla fine la banca ha ceduto alle richieste sindacali immaginando un piano di smart working al di là delle emergenze con presenza in ufficio ridotta. È stato ribattezzato «lavoro ibrido» in un accordo sindacale del dicembre scorso e prevede che solo una piccola percentuale lavori in presenza che per tutti gli altri sarà alternata a un «lavoro da remoto diffuso e ampio». C’è però una condizione posta sia pure in via sperimentale dai vertici Bankitalia: chi lavora in presenza ha diritto al suo ufficio in genere singolo, con la sua scrivania, la sua cassettiera, il suo piccolo armadio dove conservare i documenti oltre a tutte le attrezzature informatiche previste.
Chi invece lavorerà essenzialmente a casa dovrà di volta in volta per il rientro in ufficio prenotare la sua postazione lavoro. Niente scrivania personale, niente armadietto, niente cassettiera. Però ambienti avveniristici (ci sono anche alcuni disegni in bozzetto con poltroncine per una chiacchiera protette da un cactus fonoassorbente, tavoli dove lavorare con il proprio pc e consumare anche un pasto veloce) per rendere piacevole quel tuffo in ufficio, prenotando di volta in volta postazioni di tutto attrezzate meno di una cosa: il personal computer.
Quello, assegnato a ogni dipendente, dovrebbe essere utilizzato sia a casa che in ufficio con il piccolo disagio di doverselo portare nel tragitto magari a spalle in uno zainetto. Cosa che è diventata un dramma. Per capirlo basta citare passaggi dei comunicati sindacali piovuti sull'argomento. Eccone uno del Sibc che profetizza per questo viaggio con pc casa-ufficio addirittura l'aggravio di «sedute fisioterapiche» per i poveri dipendenti chiedendo un intervento dei medici competenti della Banca di Italia: «A parte i profili di sicurezza connessi con il trasporto pubblico, infatti qualcuno ha mai effettuato una analisi sugli effetti a medio e lungo termine del trasporto di un computer di quasi due chili per magari due ore al giorno?
Se sì, ci piacerebbe poterne leggere i contenuti. Se no, come viene giustificata questa dimenticanza?». La Uil Bankitalia ammette che «il pc non pesa come lo zaino del soldato», ma aggiunge: «Ricordiamo però che non è del tutto peregrina l'ipotesi di essere rapinati o derubati durante i tragitti casa-lavoro-casa, con un aumento esponenziale del rischio al moltiplicarsi dei viaggi...».
Drammoni, quelli del buono-pasto-vacanza del pc che pesa sulle spalle di 6.629 dipendenti - di cui 3.532 in area manageriale e alte professionalità - in cerca di autore e di funzione, viste che le più importanti sono state perdute negli anni e trasferite alla Bce. Ma non sembra essere questa la loro preoccupazione.
Quando Giorgia Meloni ha accolto il premier indiano con un «Welcome to Rome, my friend», accompagnandolo anche in una visita notturna al Colosseo, molti hanno letto la scena come una fotografia di cordialità personale. È anche questo, naturalmente. Ma ridurre la visita di Modi a una questione di chimica tra leader, selfie e diplomazia social significa non vedere il punto essenziale.
Dietro l’immagine c’è una scelta politica. Roma e Nuova Delhi stanno provando a costruire una relazione che tiene insieme industria, difesa, energia, porti, migrazione qualificata, tecnologie critiche e sicurezza marittima. Adnkronos ha colto bene il senso della giornata, presentandola non come un semplice bilaterale, ma come un appuntamento che «va ben oltre il protocollo diplomatico».
La dichiarazione congiunta firmata il 20 maggio parla chiaro. Italia e India hanno elevato il rapporto a Special Strategic Partnership, prevedendo incontri annuali tra i leader, un meccanismo guidato dai ministri degli Esteri per seguire il Piano d’Azione Strategico 2025-2029, e l’obiettivo di portare il commercio bilaterale a 20 miliardi di euro entro il 2029. Per l’Italia, questo passaggio arriva in un momento decisivo. L’Europa è stretta fra la guerra a Est, l’instabilità in Medio Oriente, la competizione con la Cina, il rapporto sempre meno scontato con Washington e la necessità di difendere le proprie catene industriali. In questo contesto, l’India non è più un mercato lontano, interessante ma periferico. È una potenza demografica, tecnologica, militare e marittima che si muove con crescente autonomia. È anche uno dei pochi Paesi capaci di parlare con l’Occidente, con il Golfo, con il Sud globale e con una parte del mondo che l’Europa spesso non riesce più a interpretare.
Il cuore della visita è l’Indo-Mediterraneo. Non come formula accademica, ma come geografia reale. L’Oceano Indiano, il Golfo, il Mar Rosso, Suez, il Mediterraneo e l’Europa sono ormai parte di un unico sistema di sicurezza e commercio. Se una crisi blocca Hormuz, se il Mar Rosso diventa impraticabile, se le rotte energetiche vengono minacciate, il problema non è asiatico o mediorientale. È italiano. Colpisce i porti, le industrie, i prezzi dell’energia, le esportazioni e la sicurezza nazionale.
Per questo l’IMEC, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, è molto più di un progetto infrastrutturale. È la risposta politica alla frammentazione delle rotte globali. Roma e Nuova Delhi hanno ribadito l’impegno a cooperare sul corridoio e hanno incoraggiato un primo incontro ministeriale IMEC capace di compiere passi concreti già nel 2026. Reuters aveva anticipato che l’IMEC sarebbe stato uno dei punti centrali del vertice, insieme al commercio, agli accordi industriali e alla sicurezza nell’Indo-Pacifico. Qui l’Italia può giocare una partita vera. Non da spettatrice europea, ma da potenza mediterranea. Il Piano Mattei, se vuole essere qualcosa di più di una formula politica, ha bisogno di agganciarsi a una rete più ampia. India, Golfo, Africa orientale, Nord Africa e Mediterraneo sono il quadrante naturale nel quale Roma può trasformare la propria posizione geografica in leva strategica. Per farlo, però, serve pensare da Paese industriale, non da amministratore di emergenze.
La difesa è il secondo pilastro. La dichiarazione congiunta parla di una Defence Industrial Roadmap, con cooperazione tecnologica, co-produzione e co-sviluppo in settori come elicotteri, piattaforme navali, armamenti marini e guerra elettronica. È un punto di enorme importanza per l’Italia. Leonardo, Fincantieri e l’intero ecosistema della difesa italiana hanno davanti un’opportunità che non riguarda solo la vendita di sistemi, ma l’inserimento in una catena industriale con una delle maggiori potenze militari del XXI secolo. Non è un dettaglio che i due Paesi abbiano anche deciso di lanciare un Dialogo sulla sicurezza marittima. L’Italia è una nazione di mare che troppo spesso finge di essere solo una penisola amministrativa. L’India è una potenza dell’Oceano Indiano che guarda a Malacca, al Golfo, all’Africa orientale e al Mediterraneo come parti di una stessa competizione. Le due visioni possono incontrarsi perché entrambe partono da una realtà semplice. Chi controlla o protegge le rotte controlla una parte decisiva della sovranità economica.C’è poi il capitolo sicurezza. Modi e Meloni hanno condannato terrorismo ed estremismo violento, compreso il terrorismo transfrontaliero, e hanno richiamato l’attacco di Pahalgam dell’aprile 2025. Hanno anche accolto il lavoro della task force permanente contro il finanziamento del terrorismo e l’intesa tra Guardia di Finanza e Directorate of Enforcement indiana. È un segnale politico non banale. L’Italia, che conosce il rapporto fra criminalità organizzata, flussi finanziari opachi e vulnerabilità sociali, ha interesse a rafforzare una cooperazione di intelligence economica con l’India. Anche la migrazione, tema spesso trattato in Italia solo in chiave emergenziale, entra in una cornice più seria. La dichiarazione parla di mobilità per studenti, ricercatori e lavoratori qualificati, in particolare nei settori STEM, e di una specifica dichiarazione d’intenti per facilitare l’arrivo di infermieri indiani in Italia. Allo stesso tempo, i due governi discutono di contrasto alla migrazione irregolare, allo sfruttamento del lavoro e alla tratta. Questa è la strada giusta. Non retorica buonista, non chiusura cieca, ma migrazione legale, selettiva, qualificata e controllata.
La visita di Modi arriva dopo un tour che ha incluso Emirati Arabi Uniti, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia. Non è una sequenza casuale. È la mappa di un’India che cerca tecnologia, energia, investimenti, sicurezza marittima e accesso ai mercati europei. Roma, se saprà leggere il momento, può diventare uno degli snodi europei di questa strategia. Se non lo farà, altri Paesi lo faranno al posto nostro.
La forza politica di Meloni, in questa partita, sta nell’avere compreso che l’interesse nazionale italiano non si difende solo a Bruxelles o a Washington. Si difende anche costruendo rapporti solidi con potenze che non chiedono all’Italia di rinunciare alla propria identità, ma di giocare con più ambizione. L’India di Modi è una di queste.
Il Colosseo, dunque, non è stato solo uno sfondo suggestivo. È stato il simbolo di due civiltà antiche che provano a parlarsi nel linguaggio duro del presente. Rotte, industria, energia, difesa, tecnologia, migrazione qualificata. Questa è la grammatica del nuovo rapporto Italia-India.
Il punto ora è capire se l’Italia saprà trasformare la visita in politica industriale, oppure se la lascerà evaporare nella solita liturgia delle foto ufficiali. Per una volta, Roma ha davanti una strada che non guarda solo al passato imperiale delle sue pietre, ma alla geografia concreta del potere futuro. E quella strada, oggi, passa da Nuova Delhi.
Sono questi i principali pilastri del piano industriale strategico quinquennale svelato ieri, durante l’Investor day, dal ceo di Stellantis, Antonio Filosa, ad Auburn Hills. Il piano al 2030 si poggia su investimenti pari a 60 miliardi di euro, 24 dei quali saranno dedicati a piattaforme, motori e tecnologie globali. La novità più significativa è il lancio, previsto per il 2027, di Stla One, un’architettura globale modulare progettata per riunire cinque diverse piattaforme «scalabili». In termini di prodotto, il gruppo prevede di lanciare 60 nuovi modelli entro la fine del decennio e di aggiornarne altri 50. Di questi nuovi modelli, 29 saranno completamente elettrici, 15 saranno dotati di tecnologie ibride plug-in o ibride a autonomia estesa e 39 includeranno motori a combustione o sistemi mild hybrid. Con questa strategia, Stellantis punta ad accorciare i cicli di sviluppo e ad avvicinarsi ai ritmi produttivi dei costruttori cinesi, in grado di immettere sul mercato nuovi modelli in meno di 24 mesi.
Ci sarà una vera e propria riorganizzazione dei marchi (numerosi) che sono nella pancia di Stellantis. E questo, come ha spiegato Filosa, per «evitare doppioni e massimizzare i rendimenti di ognuno». I marchi considerati «globali», e quindi sui quali il gruppo vuole puntare, sono quattro: Jeep, Ram, Peugeot e Fiat (che marchierà la 7 posti Grizzly e la Quattrolino, versione a quattro posti della Topolino). «Questi marchi, con una presenza multiregionale, sono la punta di diamante delle nostre iniziative globali di prodotto», ha dichiarato Filosa. A questi sarà destinato il 70% degli investimenti totali. Chrysler, Dodge, Citroën, Opel e Alfa Romeo, invece, sono stati considerati marchi «regionali»: sfrutteranno, cioè, le piattaforme globali esistenti, adattandole alle esigenze specifiche dei loro clienti per rafforzare il posizionamento e la differenziazione sul mercato. La gestione di Ds e Lancia, presenti maggiormente in Francia e Italia, sarà affidata rispettivamente a Citroën e Fiat e saranno sviluppati come marchi specializzati all’interno del gruppo. Capitolo a parte per Maserati: la gamma sarà ampliata con due nuovi modelli, del segmento «E», che arriveranno nei prossimi anni. Sarà un brand sempre più del lusso ma, per avere maggiori dettagli, si dovrà aspettare dicembre, quando ci sarà un focus di Stellantis dedicato esclusivamente al marchio del Tridente.
Da una parte, investe. Ma dall’altra, Stellantis taglia. E non poco. Il gruppo punta a ridurre il potenziale volume di produzione in Europa di 800.000 unità, passando dai 4,65 milioni di veicoli previsti per il 2025 a 3,85 milioni nel 2030 ma «con l’obiettivo di preservare i livelli occupazionali nel settore manifatturiero». La riorganizzazione che sarà attuata nei numerosi stabilimenti sparsi nel Vecchio continente è già chiara a Poissy, in Francia, dove terminerà la produzione di vetture e la fabbrica sarà convertita in un centro specializzato nella produzione di componenti e nello smantellamento di veicoli. Sugli impianti di Madrid e Saragozza in Spagna o di Rennes, sempre in Francia, si «giocherà» con le partnership annunciate per non perdere occupazione. In altre regioni, come negli Stati Uniti, il piano prevede che l’aumento della produzione consentirà di raggiungere l’80% di utilizzo della capacità industriale entro il 2030. Nel frattempo, in Medio Oriente e in Africa, la strategia mira a rafforzare la localizzazione della produzione, con l’obiettivo di raggiungere il pieno utilizzo della capacità produttiva entro lo stesso arco temporale.
Capitolo partnership: saranno rafforzate quelle con Leapmotor (di cui Stellantis detiene il 51%) per la distribuzione globale e la produzione in Spagna, la joint venture con Dongfeng per il mercato cinese ed europeo (produzione di modelli Jeep e Peugeot in Cina), e si stanno per concretizzare delle sinergie con Tata-Jaguar-Land Rover negli Stati Uniti. In Nord America, l’azienda punta ad aumentare il fatturato del 25% mentre nell’area dell’Europa allargata, il gruppo prevede una crescita del fatturato del 15%.
In tutto questo, nel nuovo piano industriale l’Italia si vede poco. Buone notizie arrivano per la fabbrica di Pomigliano d’Arco, dove è stato inoltre ribadito quanto annunciato, vale a dire la produzione di una nuova E-car che sarà in vendita a meno di 15.000 euro, in aggiunta alla Pandina. Melfi con la nuova C-Suv Alfa Romeo e l’impianto di Atessa, con il lancio produttivo della nuova generazione di Ducato, non dovrebbero avere problemi. Per Cassino (che chiuderà per ferie dal 3 al 16 agosto: lo stop interesserà per la prima volta anche i reparti Presse e Plastiche che, in genere, non erano interessati dal fermo della produzione), Termoli e Mirafiori c’è apprensione.
Dio non è morto nel Vicino e Medio Oriente, non è morto in Israele, dove l’elemento religioso (l’ebraismo) si sta confondendo sempre di più con lo Stato di Israele, con la sovrapposizione ormai implicita di antisemitismo e antisionismo, arrecando di conseguenza danni enormi al dialogo anche con la Chiesa cattolica. Dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas, le relazioni fra la Santa Sede e Israele e fra le gerarchie romane e gli esponenti religiosi ebrei si sono fatte complicate, segnando un ritorno indietro di decenni nel superamento dei vecchi e gravi screzi e stereotipi. E Dio è più vivo che mai nelle periferie della fede care a Papa Francesco, dall’Africa all’Asia, dove i numeri raccontano di una crescita del cattolicesimo come mai s’era vista prima d’ora.
Non è morto in Iran, teocrazia sciita più politicamente rilevante della regione, benché ammaccata dai danni subiti dalla propria diramazione libanese, con la decapitazione dei vertici di Hezbollah, e da quella siriana. Prevedere cosa accadrà in futuro, azzardare tendenze e realizzare proiezioni, è questione delicata e complessa. Bisogna tener conto dei fenomeni migratori e, soprattutto, dei trend demografici. Tutti i maggiori centri di studio concordano sulla crescita significativa dell’islam, del resto già evidente nelle nostre città piccole o grandi. Il Pew Research Center, autorità massima in materia, osserva che la religione islamica crescerà a un tasso maggiore rispetto a tutte le altre e ciò è dovuto ai tassi di natalità assai più elevati in Medio Oriente, Asia meridionale e Africa. Entrando nel dettaglio, si prospetta che la popolazione musulmana passerà dal 24,9 per cento del 2010 al 29,7 per cento del 2050.
Più complicato il discorso relativo al cristianesimo, la cui crescita rallenta in Europa e America settentrionale, ma aumenta - e non di poco - in alcune parti dell’Asia e soprattutto in Africa. Dato tale quadro, si prevede che se nel 2010 i cristiani nel mondo erano il 31,2 per cento della popolazione, saranno il 31,4 nel 2050. Una prova di «resistenza», insomma, dovuta essenzialmente alla crescita africana. Un discorso a parte lo merita l’induismo, che cresce, sì, ma è anche circoscritto geograficamente al subcontinente indiano. Stando agli attuali trend demografici, dovrebbe passare dal 15 per cento del 2010 al 15,2 del 2050, rimanendo stabile. Un processo simile vale per il buddismo, che però dovrebbe far registrare una contrazione, dal 6,9 al 6,2 per cento. Stabile l’ebraismo, condizione dovuta principalmente ai trend demografici in Israele.
I numeri spesso dicono poco se decontestualizzati o analizzati in modo freddo. A volte, però, danno luogo a paradossi che inducono ad ampliare lo spettro con cui si guardano i fenomeni. Nonostante la nostra prospettiva occidentale sia portata a vedere pressoché ovunque i segni della secolarizzazione e di un sempre maggiore disinteresse nei confronti del fenomeno religioso, stando alle statistiche e alle relative proiezioni si scopre che la percentuale di quanti si dichiarano atei o agnostici è destinata a diminuire, passando dal 16 per cento del 2010 al 13 per cento del 2050. E questo perché, nel le aree da noi più lontane - quelle con tassi di natalità più alti -, cresce il numero di chi è per così dire affiliato a una religione. Rodney Stark ha scritto fino all’ultimo che mai il mondo è stato più religioso di com’è ora, smentendo i luoghi comuni su un Medioevo fatto di chiese stracolme di credenti e di orante devozione popolare. Non era così: Stark prese le misure della superficie calpestabile delle chiese medievali - almeno, delle grandi cattedrali - e dimostrò che i numeri a lungo diffusi erano calcolati all’eccesso.
Mai come in quest’epoca, la fede segna il dibattito pubblico e la religiosità aumenta in territori dove fino a un secolo fa la presenza cristiana era rappresentata solo da qualche sparuta missione. Il filosofo e sociologo Hans Joas osservava in La fede come opzione. Possibilità di futuro per il cristianesimo che «in un’ottica globale non c’è perciò alcun motivo per guardare con scetticismo alle possibilità di sopravvivenza del cristianesimo. La situazione sembra essere piuttosto la seguente: quella che stiamo vivendo oggi è una delle fasi più intense di diffusione del cristianesimo che si siano mai registra te nella storia. Questi sviluppi avranno molteplici conseguenze per i cristiani in Europa. Probabilmente, per quel che riguarda la Chiesa cattolica, siamo alla vigilia di uno spostamento fondamentale delle forze».
Lo storico Philip Jenkins, già un ventennio fa, avvertiva di stare in guardia dalle prefiche e dai canti mesti che profetizzavano la fine del senso religioso. Nel suo La terza Chiesa, notava infatti che la Chiesa non solo non è numericamente in crisi, ma può contare su una diffusione a ritmo sostenuto nel cosiddetto «Sud del pianeta». Un fenomeno - osservava già allora - «di cui gli occidentali non sembrano sufficientemente consapevo li». Individuava, lo studioso, un progressivo sposta mento del baricentro del cristianesimo verso l’Africa, l’Asia e l’America latina. Verso, insomma, quelle peri ferie care alla predicazione di Papa Francesco. Un Sud cristiano che agli albori del millennio appariva assai più conservatore e «tradizionalista» rispetto al Nord, «dalle forti inclinazioni mistiche e dal rigido puritane simo sessuale».
La lettura di Jenkins si è dimostrata parzialmente corretta: se è vero infatti che il grande «serbatoio» di fede cristiana è situato a Sud, è altrettanto vero che l’inclinazione fortemente conservatrice è individuabile in Africa, ma non di certo in America latina, dove le tendenze - per quanto riguarda il cattolicesimo - sono più legate a forme di teologia popolare che non di rado si richiamano alla teologia della liberazione, a volte mischiandosi con essa e rendendo non facilmente intellegibile il sentiero che si presenta da vanti allo studioso. In ogni caso, pur individuando il trasferimento del cuore cristiano a sud dell’equatore, Jenkins da sempre rifiuta l’assunto di un’Europa senza fede: «Al di là della partecipazione al culto, l’Europa odierna presenta una fedeltà religiosa difficile da comprendere se si pensa che la fede cristiana sia completamente morta» diceva in un’intervista ad Avvenire nel 2008. Senza dubbio, però, tutti concordano che è l’Africa il bacino che vedrà crescere esponenzialmente il numero dei cristiani: sempre secondo il Pew Research Center, la popolazione cristiana nel l’Africa subsahariana è destinata a raddoppiare en tro il 2050, arrivando a toccare la soglia del miliardo e cento milioni di persone. Fra vent’anni, insomma, il 40 per cento dei cristiani di tutto il mondo potrebbe trovarsi nel continente africano. E non si tratta di un’adesione formale o «culturale», come va di moda in Occidente: no, in Africa il 75 per cento dei fedeli ritiene la propria appartenenza religiosa importante, quasi decisiva per la propria esistenza.
[…] Non è un caso che Benedetto XVI, durante il suo viaggio in Africa del 2009, avesse sì lodato quelle terre, definite «un immenso polmone spirituale per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza», ma al contempo avesse aggiunto che «anche questo polmone può ammalarsi» di due «pericolose patologie che oggi lo stanno intaccando: il materialismo pratico, combinato con il pensiero relativista e nichilista». Analisi condivisa da uno degli esponenti di punta del cattolicesimo africano, il cardinale guineano Robert Sarah, che osservava come «i problemi della Chiesa africana vengono proprio dal suo essere giovane».
[…] L’Africa, così snobbata per secoli e buona parte del Novecento, assumerà sempre più importanza nei prossimi decenni non solo perché rappresenterà il cuore di un nuovo e dinamico cattolicesimo, ma anche per ché è lì che si avvertiranno le conseguenze dell’incontro-scontro fra cristianesimo e islam. Appena al di sotto del Sahara s’avverte da tempo la crisi: secondo l’organizzazione umanitaria Open Doors, dei 4.998 cristiani uccisi in odio alla fede nel 2024 in tutto il mondo, 4.606 risiedevano in questa regione. Cristiani presi di mira intenzionalmente, segnalava il rapporto, da elementi riconducibili alla galassia islamista radicale e ai regimi autocratici. Almeno 16,2 milioni di cristiani, dal 2022 al 2024, sono stati costretti ad abbandonare le proprie terre e le proprie case perché minacciati.












