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2024-09-12
Il centrodestra invia il sindaco di Genova a rompere l’assedio del campo largo
Marco Bucci, sindaco di Genova, in corsa per le elezioni regionali della Liguria (Ansa)
A meno di 50 giorni dalle elezioni, Giorgia Meloni rompe gli indugi del centrodestra e porta a casa la candidatura dell’indipendente Marco Bucci alla Regione Liguria. Il sindaco di Genova, che in estate aveva rifiutato per motivi di salute, questa volta accetta e si troverà davanti l’ex ministro Andrea Orlando, appoggiato da un campo largo ancora molto da disegnare. Visto il carattere dei due contendenti, è probabile che sarà una delle campagne elettorali più compassate e corrette di sempre. Non un male, per una regione scossa dall’inchiesta per tangenti sul «sistema Porto» che ha travolto, tra mille polemiche, Giovanni Toti e la sua giunta.
Non è un mistero che lo stesso Toti, che si è fatto tre mesi di arresti domiciliari e si proclama vittima di giustizia politica, avrebbe voluto una persona di fiducia al proprio posto. Il nome era quello di un’altra giornalista Mediaset, Ilaria Cavo, che con l’ex governatore è stata assessore e poi è volata a Montecitorio. La Lega invece era pronta a candidare il viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, che con la giustizia di cui si lamenta Toti ha già chiuso i conti vittoriosamente anche in Cassazione (era accusato per la «rimborsopoli» ligure) e non era sembrato entusiasta di tornare a Genova. Alla fine è intervenuta la Meloni personalmente. Martedì ha telefonato a Bucci e lo ha convinto ad accettare. E ieri ecco la nota congiunta di Lega, Fdi, Forza Italia e Noi Moderati, con la benedizione ufficiale al sindaco da parte di Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Ovviamente il nome di Bucci era stato testato in sondaggi riservati e pare fosse l’unico sicuro di battere Orlando, ma nel comunicato dei leader di centrodestra si parte da un importante riconoscimento dell’opera del due volte sindaco, il primo di centrodestra a Genova dal secondo dopoguerra a oggi.
Salvini, su X, ha osservato che «Bucci è una persona competente e un grande sindaco che, grazie al modello Genova, ha saputo far rinascere la sua città dopo il crollo del ponte Morandi e dal 28 ottobre sarà un grande governatore a servizio della Liguria. Forza Marco, andiamo a vincere!». Anche Rixi non si è fatto pregare: «Bucci ha saputo affrontare situazioni complesse come la ricostruzione del ponte Morandi, la gestione della pandemia sanitaria, il rilancio economico e infrastrutturale della città». Il sindaco ha anche un incarico delicatissimo perché è commissario straordinario per la costruzione della diga foranea di Genova, opera da 1,3 miliardi la cui realizzazione è stata affidata a una cordata guidata da Webuild.
Nel pomeriggio, Bucci ha spiegato perché all’inizio dell’estate aveva rifiutato l’offerta: non voleva mancare all’impegno preso con i cittadini genovesi fino al 2027 e temeva per le proprie condizioni di salute (ha dovuto affrontare un tumore alla pelle). Ma ora ha deciso di accettare e di provare a far vincere «una Liguria forte, innovativa e sostenibile, dove il fare prevale sul “no”». Quanto ai problemi di salute, ha spiegato che continuerà «a lavorare come sempre, seguendo le prescrizioni che mi verranno date dai bravi medici e dal personale sanitario, in cui confido al 100%».
Bucci non lascerà il posto di sindaco di qui alle elezioni regionali, anche perché si vota già il 27-28 ottobre, ma questo ha scatenato subito la prima polemica da parte di un Pd nervoso, che certo sperava di evitare il confronto con un personaggio capace di intercettare consensi in modo trasversale. Il segretario genovese, Simone D’Angelo, sostiene che «le mancate dimissioni sono un atto non rispettoso verso i cittadini», che poi dovranno votare poco dopo per il Comune come «facilmente pronosticabile». Immediata la replica divertita di Bucci: «Mi hanno riferito che D’Angelo ha detto che andremo a votare a breve per il Consiglio comunale. Se andremo a votare a breve per il Comune vuol dire che vinco io. Se il Pd dice che io vinco, io sono strafelice». Se dall’altra parte la scelta è già caduta su Orlando, con il sostegno del M5s, va detto che l’unico partito in bilico sembra la mini-formazione di Matteo Renzi, che è in giunta con Bucci ma aveva detto di voler appoggiare l’ex ministro della Giustizia. L’ex premier, in serata, ha detto che «è stato un buon sindaco», ma che non lo sosterrà, per «aderire all’appello di Elly Schlein». Un tocco surreale alla giornata arriva poi da Luigi Marattin, il super renziano che ha appena mollato Renzi, il quale ha tenuto a far sapere di aver sempre stimato molto Bucci, «amministratore capace e non ideologico».
E per completare il quadro, ecco il primo «sondaggio» elaborato dall’intelligenza artificiale. Lo ha diffuso Luca Sabatini, sociologo che insegna all’università di Genova, e che ha creato un modello denominato «Paint» per le regionali, capace di mettere insieme dati presi dai media e mischiarli con umori e prese di posizione che emergono dai social. Il modello, messo in funzione appena Bucci ha accettato la candidatura, ha dato un primo responso: il sindaco avrebbe il 49% e Orlando il 47,5%. Resta da vedere se i vetusti divieti della legge sulla par condicio colpiranno anche l’Ia.
Forza Italia non cade nella trappola. No allo ius scholae dell’opposizione
Dopo le aperture di Forza Italia sullo ius scholae durante il dibattito agostano, soltanto le opposizioni potevano pensare di fare il colpaccio e spaccare la maggioranza. E invece ieri la Camera ha respinto tutti gli emendamenti delle sinistre al ddl Sicurezza per la modifica della legge di cittadinanza, con l’introduzione nell’ordinamento dello ius scholae. La maggioranza ha votato (a scrutinio palese, dopo il no alla richiesta delle opposizioni di voto segreto) in modo compatto: 169 i no, 126 i sì e 3 gli astenuti. Di fatto è passata la linea che già aveva anticipato il presidente dei senatori azzurri, Maurizio Gasparri, e cioè che Fi non si sarebbe prestata alle strumentalizzazioni della sinistra e che sul tema ci sarebbe stato il confronto con gli alleati. «Forza Italia condividerà con il centrodestra le proposte sullo ius scholae, senza abboccare all’emendamento o alla provocazione di gruppi diversi e della sinistra. Fi vuole un percorso di studi, 10 anni di scuola e la verifica sulla conoscenza della lingua e dei principi fondamentali del nostro diritto». Paolo Emilio Russo, ha ricordato che gli azzurri sono al lavoro su una proposta di legge in materia: «Si tratta di un tema che merita più attenzione di un emendamento infilato all’ultimo un provvedimento che parla di sicurezza. È un tema di democrazia e diritti, non certo di sicurezza nazionale». Il senatore e viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito: «Fi non rinuncia alle proprie sensibilità, in linea con gli insegnamenti di Silvio Berlusconi, ma nessuno pensi a spaccature: nella nostra coalizione ciascuno può ben dire la sua, poi, sempre, troviamo la quadra. I nostri avversari stiano tranquilli: se c’è una cosa certa è che non metteremo mai il governo in difficoltà».
Subito dopo il voto, Avs ha scatenato una bagarre, alzando cartelli con le scritte «Fratelli e sorelle d’Italia» con le immagini di atleti italiani di origine straniera e bimbi figli di migranti, mentre Riccardo Magi, di +Europa, che ripropone il referendum sulla cittadinanza, ha definito «la campagna balneare del vicepresidente del Consiglio Tajani un grande bluff».
Grande delusione di Azione che, tentando un colpo di mano, aveva presentato un emendamento simile a quello di Fi. «Forza Italia non può far finta di essere nei giorni pari un partito liberale e nei giorni dispari la ruota di scorta di Meloni, perché è una presa in giro degli elettori. Votare contro la sua stessa proposta è una follia», ha detto Carlo Calenda. «Alla prova dei fatti il partito di Tajani si è ritirato in buon ordine sotto gli ordini di Meloni e Salvini e ha votato contro gli emendamenti che avrebbero introdotto questo strumento di civiltà», ha dichiarato il deputato m5s Alfonso Colucci.
Al termine della Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, il senatore pd Francesco Boccia ha rivelato: «Abbiamo scoperto degli emendamenti di Ignazio la Russa sullo ius scholae che gli erano stati bocciati da Fi in passato. Li recupereremo perché potrebbero essere una traccia di lavoro, visto che nella maggioranza riescono a litigare su tutto». Intanto Alessio D’Amato, responsabile Welfare della segreteria nazionale di Azione e Consigliere regionale del Lazio, ha annunciato che presenterà una mozione «per impegnare la Regione Lazio a intervenire fin da subito nella Conferenza delle Regioni, sollecitando governo e Parlamento sulla materia. Allo stesso tempo, ci faremo portatori negli enti locali di analoghe mozioni e ordini del giorno». Con lo stesso obiettivo i gruppi del Pd e di «Veneto che vogliamo» hanno depositato due risoluzioni al Consiglio regionale del Veneto, anche perché il governatore Luca Zaia ha inviato una lettera agli studenti con la quale sottolinea «il valore dell’inclusività e della solidarietà, spronando i giovani a prestare attenzione e aiuto ai ragazzi “che vengono da fuori”, stranieri».
Ieri, Fi ha anche ritirato l’emendamento Russo-Patriarca-Dalla Chiesa, che puntava a ripristinare l’obbligo di differimento della pena per le detenute con figli fino a un anno. Le speranze di aprire di aprire una frattura a destra sembrano essersi definitivamente infrante.
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Sinistra nervosa per la sfida Andrea Orlando-Marco Bucci. L’intelligenza artificiale già lo premia. Matteo Renzi: «Bravo, ma non lo sosterrò».I forzisti sullo ius scholae: «Presenteremo una nostra proposta». Ma il Pd ci riprova già in Veneto.Lo speciale contiene due articoliA meno di 50 giorni dalle elezioni, Giorgia Meloni rompe gli indugi del centrodestra e porta a casa la candidatura dell’indipendente Marco Bucci alla Regione Liguria. Il sindaco di Genova, che in estate aveva rifiutato per motivi di salute, questa volta accetta e si troverà davanti l’ex ministro Andrea Orlando, appoggiato da un campo largo ancora molto da disegnare. Visto il carattere dei due contendenti, è probabile che sarà una delle campagne elettorali più compassate e corrette di sempre. Non un male, per una regione scossa dall’inchiesta per tangenti sul «sistema Porto» che ha travolto, tra mille polemiche, Giovanni Toti e la sua giunta. Non è un mistero che lo stesso Toti, che si è fatto tre mesi di arresti domiciliari e si proclama vittima di giustizia politica, avrebbe voluto una persona di fiducia al proprio posto. Il nome era quello di un’altra giornalista Mediaset, Ilaria Cavo, che con l’ex governatore è stata assessore e poi è volata a Montecitorio. La Lega invece era pronta a candidare il viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, che con la giustizia di cui si lamenta Toti ha già chiuso i conti vittoriosamente anche in Cassazione (era accusato per la «rimborsopoli» ligure) e non era sembrato entusiasta di tornare a Genova. Alla fine è intervenuta la Meloni personalmente. Martedì ha telefonato a Bucci e lo ha convinto ad accettare. E ieri ecco la nota congiunta di Lega, Fdi, Forza Italia e Noi Moderati, con la benedizione ufficiale al sindaco da parte di Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Ovviamente il nome di Bucci era stato testato in sondaggi riservati e pare fosse l’unico sicuro di battere Orlando, ma nel comunicato dei leader di centrodestra si parte da un importante riconoscimento dell’opera del due volte sindaco, il primo di centrodestra a Genova dal secondo dopoguerra a oggi. Salvini, su X, ha osservato che «Bucci è una persona competente e un grande sindaco che, grazie al modello Genova, ha saputo far rinascere la sua città dopo il crollo del ponte Morandi e dal 28 ottobre sarà un grande governatore a servizio della Liguria. Forza Marco, andiamo a vincere!». Anche Rixi non si è fatto pregare: «Bucci ha saputo affrontare situazioni complesse come la ricostruzione del ponte Morandi, la gestione della pandemia sanitaria, il rilancio economico e infrastrutturale della città». Il sindaco ha anche un incarico delicatissimo perché è commissario straordinario per la costruzione della diga foranea di Genova, opera da 1,3 miliardi la cui realizzazione è stata affidata a una cordata guidata da Webuild. Nel pomeriggio, Bucci ha spiegato perché all’inizio dell’estate aveva rifiutato l’offerta: non voleva mancare all’impegno preso con i cittadini genovesi fino al 2027 e temeva per le proprie condizioni di salute (ha dovuto affrontare un tumore alla pelle). Ma ora ha deciso di accettare e di provare a far vincere «una Liguria forte, innovativa e sostenibile, dove il fare prevale sul “no”». Quanto ai problemi di salute, ha spiegato che continuerà «a lavorare come sempre, seguendo le prescrizioni che mi verranno date dai bravi medici e dal personale sanitario, in cui confido al 100%». Bucci non lascerà il posto di sindaco di qui alle elezioni regionali, anche perché si vota già il 27-28 ottobre, ma questo ha scatenato subito la prima polemica da parte di un Pd nervoso, che certo sperava di evitare il confronto con un personaggio capace di intercettare consensi in modo trasversale. Il segretario genovese, Simone D’Angelo, sostiene che «le mancate dimissioni sono un atto non rispettoso verso i cittadini», che poi dovranno votare poco dopo per il Comune come «facilmente pronosticabile». Immediata la replica divertita di Bucci: «Mi hanno riferito che D’Angelo ha detto che andremo a votare a breve per il Consiglio comunale. Se andremo a votare a breve per il Comune vuol dire che vinco io. Se il Pd dice che io vinco, io sono strafelice». Se dall’altra parte la scelta è già caduta su Orlando, con il sostegno del M5s, va detto che l’unico partito in bilico sembra la mini-formazione di Matteo Renzi, che è in giunta con Bucci ma aveva detto di voler appoggiare l’ex ministro della Giustizia. L’ex premier, in serata, ha detto che «è stato un buon sindaco», ma che non lo sosterrà, per «aderire all’appello di Elly Schlein». Un tocco surreale alla giornata arriva poi da Luigi Marattin, il super renziano che ha appena mollato Renzi, il quale ha tenuto a far sapere di aver sempre stimato molto Bucci, «amministratore capace e non ideologico».E per completare il quadro, ecco il primo «sondaggio» elaborato dall’intelligenza artificiale. Lo ha diffuso Luca Sabatini, sociologo che insegna all’università di Genova, e che ha creato un modello denominato «Paint» per le regionali, capace di mettere insieme dati presi dai media e mischiarli con umori e prese di posizione che emergono dai social. Il modello, messo in funzione appena Bucci ha accettato la candidatura, ha dato un primo responso: il sindaco avrebbe il 49% e Orlando il 47,5%. Resta da vedere se i vetusti divieti della legge sulla par condicio colpiranno anche l’Ia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bucci-sindaco-genova-elezioni-liguria-2669172630.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="forza-italia-non-cade-nella-trappola-no-allo-ius-scholae-dellopposizione" data-post-id="2669172630" data-published-at="1726133453" data-use-pagination="False"> Forza Italia non cade nella trappola. No allo ius scholae dell’opposizione Dopo le aperture di Forza Italia sullo ius scholae durante il dibattito agostano, soltanto le opposizioni potevano pensare di fare il colpaccio e spaccare la maggioranza. E invece ieri la Camera ha respinto tutti gli emendamenti delle sinistre al ddl Sicurezza per la modifica della legge di cittadinanza, con l’introduzione nell’ordinamento dello ius scholae. La maggioranza ha votato (a scrutinio palese, dopo il no alla richiesta delle opposizioni di voto segreto) in modo compatto: 169 i no, 126 i sì e 3 gli astenuti. Di fatto è passata la linea che già aveva anticipato il presidente dei senatori azzurri, Maurizio Gasparri, e cioè che Fi non si sarebbe prestata alle strumentalizzazioni della sinistra e che sul tema ci sarebbe stato il confronto con gli alleati. «Forza Italia condividerà con il centrodestra le proposte sullo ius scholae, senza abboccare all’emendamento o alla provocazione di gruppi diversi e della sinistra. Fi vuole un percorso di studi, 10 anni di scuola e la verifica sulla conoscenza della lingua e dei principi fondamentali del nostro diritto». Paolo Emilio Russo, ha ricordato che gli azzurri sono al lavoro su una proposta di legge in materia: «Si tratta di un tema che merita più attenzione di un emendamento infilato all’ultimo un provvedimento che parla di sicurezza. È un tema di democrazia e diritti, non certo di sicurezza nazionale». Il senatore e viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito: «Fi non rinuncia alle proprie sensibilità, in linea con gli insegnamenti di Silvio Berlusconi, ma nessuno pensi a spaccature: nella nostra coalizione ciascuno può ben dire la sua, poi, sempre, troviamo la quadra. I nostri avversari stiano tranquilli: se c’è una cosa certa è che non metteremo mai il governo in difficoltà». Subito dopo il voto, Avs ha scatenato una bagarre, alzando cartelli con le scritte «Fratelli e sorelle d’Italia» con le immagini di atleti italiani di origine straniera e bimbi figli di migranti, mentre Riccardo Magi, di +Europa, che ripropone il referendum sulla cittadinanza, ha definito «la campagna balneare del vicepresidente del Consiglio Tajani un grande bluff». Grande delusione di Azione che, tentando un colpo di mano, aveva presentato un emendamento simile a quello di Fi. «Forza Italia non può far finta di essere nei giorni pari un partito liberale e nei giorni dispari la ruota di scorta di Meloni, perché è una presa in giro degli elettori. Votare contro la sua stessa proposta è una follia», ha detto Carlo Calenda. «Alla prova dei fatti il partito di Tajani si è ritirato in buon ordine sotto gli ordini di Meloni e Salvini e ha votato contro gli emendamenti che avrebbero introdotto questo strumento di civiltà», ha dichiarato il deputato m5s Alfonso Colucci. Al termine della Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, il senatore pd Francesco Boccia ha rivelato: «Abbiamo scoperto degli emendamenti di Ignazio la Russa sullo ius scholae che gli erano stati bocciati da Fi in passato. Li recupereremo perché potrebbero essere una traccia di lavoro, visto che nella maggioranza riescono a litigare su tutto». Intanto Alessio D’Amato, responsabile Welfare della segreteria nazionale di Azione e Consigliere regionale del Lazio, ha annunciato che presenterà una mozione «per impegnare la Regione Lazio a intervenire fin da subito nella Conferenza delle Regioni, sollecitando governo e Parlamento sulla materia. Allo stesso tempo, ci faremo portatori negli enti locali di analoghe mozioni e ordini del giorno». Con lo stesso obiettivo i gruppi del Pd e di «Veneto che vogliamo» hanno depositato due risoluzioni al Consiglio regionale del Veneto, anche perché il governatore Luca Zaia ha inviato una lettera agli studenti con la quale sottolinea «il valore dell’inclusività e della solidarietà, spronando i giovani a prestare attenzione e aiuto ai ragazzi “che vengono da fuori”, stranieri». Ieri, Fi ha anche ritirato l’emendamento Russo-Patriarca-Dalla Chiesa, che puntava a ripristinare l’obbligo di differimento della pena per le detenute con figli fino a un anno. Le speranze di aprire di aprire una frattura a destra sembrano essersi definitivamente infrante.
La nave mercantile battente bandiera indiana Jag Vasant, che trasporta gas di petrolio liquefatto, attraverso lo Stretto di Hormuz, arriva al porto di Mumbai (Ansa)
La chiusura dello Stretto di Hormuz non è solo una crisi energetica. È una prova di verità. E, come spesso accade nelle crisi, smaschera illusioni che in tempi normali restano nascoste.
Da quando è iniziata la guerra con l’Iran, i numeri parlano chiaro. Il gas europeo è aumentato fino all’85 per cento, il petrolio di oltre il 50 per cento. In Italia, dove il gas determina il prezzo dell’elettricità, le bollette hanno iniziato a salire quasi automaticamente. Il carburante ha superato i 2,3 euro al litro in autostrada. Il governo è dovuto intervenire con un taglio di 25 centesimi per contenere il diesel sotto i 1,90 euro.
Questa non è una sorpresa. È la conseguenza logica di un sistema costruito per funzionare in condizioni ideali, ma incapace di reggere uno shock geopolitico.
La situazione si è aggravata ulteriormente quando il Qatar, pilastro delle forniture di GNL europee, ha dichiarato force majeure dopo i danni subiti dalle sue infrastrutture. Secondo Reuters, il 17 per cento della capacità di esportazione di GNL è stato colpito. Per l’Italia significa perdere, almeno in parte, un flusso che copre quasi il 10 per cento del fabbisogno nazionale.
È in questo contesto che Giorgia Meloni è volata d’urgenza in Algeria. Un viaggio che ha il sapore della necessità più che della strategia. L’Algeria oggi copre circa il 30 per cento del gas italiano. Ma il punto non è dove si va a cercare il gas. Il punto è perché bisogna correrci all’ultimo minuto.
Qui emerge la differenza con l’India.
New Delhi non è meno esposta. Il 40 per cento del suo petrolio passa da Hormuz e il Qatar rappresenta oltre il 40 per cento delle sue importazioni di GNL. Eppure, i prezzi interni non sono esplosi. Reuters ha riportato che i prezzi alla pompa sono rimasti sostanzialmente stabili anche con il petrolio sopra i 100 dollari al barile.
Non perché il problema non esista. Ma perché lo Stato ha deciso di assorbirlo.
L’India controlla i prezzi, diversifica le forniture, utilizza leve fiscali e mantiene un mix energetico che include ancora una quota rilevante di produzione domestica. Ha già ridotto le forniture industriali di gas per proteggere i consumatori e ha attivato misure d’emergenza per garantire il GPL a oltre 300 milioni di famiglie.
Non è un sistema perfetto. Ma è un sistema che regge.
L’Europa, invece, fa l’opposto. Espone famiglie e imprese alla volatilità dei mercati globali e interviene dopo, con misure tampone. Bruxelles propone tagli temporanei alle tasse sull’energia, aiuti di Stato e qualche aggiustamento tecnico. Ursula von der Leyen ha parlato di maggiore flessibilità e di un fondo da 30 miliardi legato all’ETS.
Sono cerotti su una frattura.
Il problema è strutturale. Il prezzo dell’elettricità continua a essere legato al gas. Quando il gas sale, tutto sale. Un sistema efficiente in tempi normali diventa una macchina di trasmissione della crisi quando il contesto cambia.
Ed è qui che il nodo politico diventa inevitabile.
Meloni lo ha detto chiaramente. Le politiche verdi europee, così come sono state concepite, rischiano la “desertificazione industriale”. Non è una posizione isolata. Insieme ad altri leader europei, ha chiesto una revisione del sistema ETS, un’estensione delle quote gratuite oltre il 2034 e una transizione più graduale.
Non si tratta di negare la transizione energetica. Si tratta di riconoscere che una transizione che rende l’Europa più fragile nei momenti di crisi non è sostenibile, né economicamente né politicamente.
Nel frattempo, l’India si muove. Sta cercando nuove forniture di GNL fuori dal Medio Oriente. Ha aperto canali con nuovi partner, inclusa l’Argentina, che ha firmato accordi preliminari per esportazioni fino a 10 milioni di tonnellate annue. Non è ancora una realtà operativa, ma è una direzione strategica chiara.
Diversificare. Intervenire. Proteggere.
L’Europa, invece, resta intrappolata tra obiettivi climatici rigidi, mercati liberalizzati e divisioni interne. Il risultato è un sistema che funziona finché tutto va bene e cede quando serve davvero.
La crisi di Hormuz non è solo una crisi energetica. È una crisi di modello.
Da una parte c’è chi considera l’energia una questione di sicurezza nazionale. Dall’altra c’è chi la tratta come un esercizio regolatorio.
Il prezzo di questa differenza oggi si paga alla pompa, in bolletta e, soprattutto, nella competitività dell’intero sistema economico europeo.
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