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2024-09-12
Il centrodestra invia il sindaco di Genova a rompere l’assedio del campo largo
Marco Bucci, sindaco di Genova, in corsa per le elezioni regionali della Liguria (Ansa)
A meno di 50 giorni dalle elezioni, Giorgia Meloni rompe gli indugi del centrodestra e porta a casa la candidatura dell’indipendente Marco Bucci alla Regione Liguria. Il sindaco di Genova, che in estate aveva rifiutato per motivi di salute, questa volta accetta e si troverà davanti l’ex ministro Andrea Orlando, appoggiato da un campo largo ancora molto da disegnare. Visto il carattere dei due contendenti, è probabile che sarà una delle campagne elettorali più compassate e corrette di sempre. Non un male, per una regione scossa dall’inchiesta per tangenti sul «sistema Porto» che ha travolto, tra mille polemiche, Giovanni Toti e la sua giunta.
Non è un mistero che lo stesso Toti, che si è fatto tre mesi di arresti domiciliari e si proclama vittima di giustizia politica, avrebbe voluto una persona di fiducia al proprio posto. Il nome era quello di un’altra giornalista Mediaset, Ilaria Cavo, che con l’ex governatore è stata assessore e poi è volata a Montecitorio. La Lega invece era pronta a candidare il viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, che con la giustizia di cui si lamenta Toti ha già chiuso i conti vittoriosamente anche in Cassazione (era accusato per la «rimborsopoli» ligure) e non era sembrato entusiasta di tornare a Genova. Alla fine è intervenuta la Meloni personalmente. Martedì ha telefonato a Bucci e lo ha convinto ad accettare. E ieri ecco la nota congiunta di Lega, Fdi, Forza Italia e Noi Moderati, con la benedizione ufficiale al sindaco da parte di Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Ovviamente il nome di Bucci era stato testato in sondaggi riservati e pare fosse l’unico sicuro di battere Orlando, ma nel comunicato dei leader di centrodestra si parte da un importante riconoscimento dell’opera del due volte sindaco, il primo di centrodestra a Genova dal secondo dopoguerra a oggi.
Salvini, su X, ha osservato che «Bucci è una persona competente e un grande sindaco che, grazie al modello Genova, ha saputo far rinascere la sua città dopo il crollo del ponte Morandi e dal 28 ottobre sarà un grande governatore a servizio della Liguria. Forza Marco, andiamo a vincere!». Anche Rixi non si è fatto pregare: «Bucci ha saputo affrontare situazioni complesse come la ricostruzione del ponte Morandi, la gestione della pandemia sanitaria, il rilancio economico e infrastrutturale della città». Il sindaco ha anche un incarico delicatissimo perché è commissario straordinario per la costruzione della diga foranea di Genova, opera da 1,3 miliardi la cui realizzazione è stata affidata a una cordata guidata da Webuild.
Nel pomeriggio, Bucci ha spiegato perché all’inizio dell’estate aveva rifiutato l’offerta: non voleva mancare all’impegno preso con i cittadini genovesi fino al 2027 e temeva per le proprie condizioni di salute (ha dovuto affrontare un tumore alla pelle). Ma ora ha deciso di accettare e di provare a far vincere «una Liguria forte, innovativa e sostenibile, dove il fare prevale sul “no”». Quanto ai problemi di salute, ha spiegato che continuerà «a lavorare come sempre, seguendo le prescrizioni che mi verranno date dai bravi medici e dal personale sanitario, in cui confido al 100%».
Bucci non lascerà il posto di sindaco di qui alle elezioni regionali, anche perché si vota già il 27-28 ottobre, ma questo ha scatenato subito la prima polemica da parte di un Pd nervoso, che certo sperava di evitare il confronto con un personaggio capace di intercettare consensi in modo trasversale. Il segretario genovese, Simone D’Angelo, sostiene che «le mancate dimissioni sono un atto non rispettoso verso i cittadini», che poi dovranno votare poco dopo per il Comune come «facilmente pronosticabile». Immediata la replica divertita di Bucci: «Mi hanno riferito che D’Angelo ha detto che andremo a votare a breve per il Consiglio comunale. Se andremo a votare a breve per il Comune vuol dire che vinco io. Se il Pd dice che io vinco, io sono strafelice». Se dall’altra parte la scelta è già caduta su Orlando, con il sostegno del M5s, va detto che l’unico partito in bilico sembra la mini-formazione di Matteo Renzi, che è in giunta con Bucci ma aveva detto di voler appoggiare l’ex ministro della Giustizia. L’ex premier, in serata, ha detto che «è stato un buon sindaco», ma che non lo sosterrà, per «aderire all’appello di Elly Schlein». Un tocco surreale alla giornata arriva poi da Luigi Marattin, il super renziano che ha appena mollato Renzi, il quale ha tenuto a far sapere di aver sempre stimato molto Bucci, «amministratore capace e non ideologico».
E per completare il quadro, ecco il primo «sondaggio» elaborato dall’intelligenza artificiale. Lo ha diffuso Luca Sabatini, sociologo che insegna all’università di Genova, e che ha creato un modello denominato «Paint» per le regionali, capace di mettere insieme dati presi dai media e mischiarli con umori e prese di posizione che emergono dai social. Il modello, messo in funzione appena Bucci ha accettato la candidatura, ha dato un primo responso: il sindaco avrebbe il 49% e Orlando il 47,5%. Resta da vedere se i vetusti divieti della legge sulla par condicio colpiranno anche l’Ia.
Forza Italia non cade nella trappola. No allo ius scholae dell’opposizione
Dopo le aperture di Forza Italia sullo ius scholae durante il dibattito agostano, soltanto le opposizioni potevano pensare di fare il colpaccio e spaccare la maggioranza. E invece ieri la Camera ha respinto tutti gli emendamenti delle sinistre al ddl Sicurezza per la modifica della legge di cittadinanza, con l’introduzione nell’ordinamento dello ius scholae. La maggioranza ha votato (a scrutinio palese, dopo il no alla richiesta delle opposizioni di voto segreto) in modo compatto: 169 i no, 126 i sì e 3 gli astenuti. Di fatto è passata la linea che già aveva anticipato il presidente dei senatori azzurri, Maurizio Gasparri, e cioè che Fi non si sarebbe prestata alle strumentalizzazioni della sinistra e che sul tema ci sarebbe stato il confronto con gli alleati. «Forza Italia condividerà con il centrodestra le proposte sullo ius scholae, senza abboccare all’emendamento o alla provocazione di gruppi diversi e della sinistra. Fi vuole un percorso di studi, 10 anni di scuola e la verifica sulla conoscenza della lingua e dei principi fondamentali del nostro diritto». Paolo Emilio Russo, ha ricordato che gli azzurri sono al lavoro su una proposta di legge in materia: «Si tratta di un tema che merita più attenzione di un emendamento infilato all’ultimo un provvedimento che parla di sicurezza. È un tema di democrazia e diritti, non certo di sicurezza nazionale». Il senatore e viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito: «Fi non rinuncia alle proprie sensibilità, in linea con gli insegnamenti di Silvio Berlusconi, ma nessuno pensi a spaccature: nella nostra coalizione ciascuno può ben dire la sua, poi, sempre, troviamo la quadra. I nostri avversari stiano tranquilli: se c’è una cosa certa è che non metteremo mai il governo in difficoltà».
Subito dopo il voto, Avs ha scatenato una bagarre, alzando cartelli con le scritte «Fratelli e sorelle d’Italia» con le immagini di atleti italiani di origine straniera e bimbi figli di migranti, mentre Riccardo Magi, di +Europa, che ripropone il referendum sulla cittadinanza, ha definito «la campagna balneare del vicepresidente del Consiglio Tajani un grande bluff».
Grande delusione di Azione che, tentando un colpo di mano, aveva presentato un emendamento simile a quello di Fi. «Forza Italia non può far finta di essere nei giorni pari un partito liberale e nei giorni dispari la ruota di scorta di Meloni, perché è una presa in giro degli elettori. Votare contro la sua stessa proposta è una follia», ha detto Carlo Calenda. «Alla prova dei fatti il partito di Tajani si è ritirato in buon ordine sotto gli ordini di Meloni e Salvini e ha votato contro gli emendamenti che avrebbero introdotto questo strumento di civiltà», ha dichiarato il deputato m5s Alfonso Colucci.
Al termine della Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, il senatore pd Francesco Boccia ha rivelato: «Abbiamo scoperto degli emendamenti di Ignazio la Russa sullo ius scholae che gli erano stati bocciati da Fi in passato. Li recupereremo perché potrebbero essere una traccia di lavoro, visto che nella maggioranza riescono a litigare su tutto». Intanto Alessio D’Amato, responsabile Welfare della segreteria nazionale di Azione e Consigliere regionale del Lazio, ha annunciato che presenterà una mozione «per impegnare la Regione Lazio a intervenire fin da subito nella Conferenza delle Regioni, sollecitando governo e Parlamento sulla materia. Allo stesso tempo, ci faremo portatori negli enti locali di analoghe mozioni e ordini del giorno». Con lo stesso obiettivo i gruppi del Pd e di «Veneto che vogliamo» hanno depositato due risoluzioni al Consiglio regionale del Veneto, anche perché il governatore Luca Zaia ha inviato una lettera agli studenti con la quale sottolinea «il valore dell’inclusività e della solidarietà, spronando i giovani a prestare attenzione e aiuto ai ragazzi “che vengono da fuori”, stranieri».
Ieri, Fi ha anche ritirato l’emendamento Russo-Patriarca-Dalla Chiesa, che puntava a ripristinare l’obbligo di differimento della pena per le detenute con figli fino a un anno. Le speranze di aprire di aprire una frattura a destra sembrano essersi definitivamente infrante.
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Sinistra nervosa per la sfida Andrea Orlando-Marco Bucci. L’intelligenza artificiale già lo premia. Matteo Renzi: «Bravo, ma non lo sosterrò».I forzisti sullo ius scholae: «Presenteremo una nostra proposta». Ma il Pd ci riprova già in Veneto.Lo speciale contiene due articoliA meno di 50 giorni dalle elezioni, Giorgia Meloni rompe gli indugi del centrodestra e porta a casa la candidatura dell’indipendente Marco Bucci alla Regione Liguria. Il sindaco di Genova, che in estate aveva rifiutato per motivi di salute, questa volta accetta e si troverà davanti l’ex ministro Andrea Orlando, appoggiato da un campo largo ancora molto da disegnare. Visto il carattere dei due contendenti, è probabile che sarà una delle campagne elettorali più compassate e corrette di sempre. Non un male, per una regione scossa dall’inchiesta per tangenti sul «sistema Porto» che ha travolto, tra mille polemiche, Giovanni Toti e la sua giunta. Non è un mistero che lo stesso Toti, che si è fatto tre mesi di arresti domiciliari e si proclama vittima di giustizia politica, avrebbe voluto una persona di fiducia al proprio posto. Il nome era quello di un’altra giornalista Mediaset, Ilaria Cavo, che con l’ex governatore è stata assessore e poi è volata a Montecitorio. La Lega invece era pronta a candidare il viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, che con la giustizia di cui si lamenta Toti ha già chiuso i conti vittoriosamente anche in Cassazione (era accusato per la «rimborsopoli» ligure) e non era sembrato entusiasta di tornare a Genova. Alla fine è intervenuta la Meloni personalmente. Martedì ha telefonato a Bucci e lo ha convinto ad accettare. E ieri ecco la nota congiunta di Lega, Fdi, Forza Italia e Noi Moderati, con la benedizione ufficiale al sindaco da parte di Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Ovviamente il nome di Bucci era stato testato in sondaggi riservati e pare fosse l’unico sicuro di battere Orlando, ma nel comunicato dei leader di centrodestra si parte da un importante riconoscimento dell’opera del due volte sindaco, il primo di centrodestra a Genova dal secondo dopoguerra a oggi. Salvini, su X, ha osservato che «Bucci è una persona competente e un grande sindaco che, grazie al modello Genova, ha saputo far rinascere la sua città dopo il crollo del ponte Morandi e dal 28 ottobre sarà un grande governatore a servizio della Liguria. Forza Marco, andiamo a vincere!». Anche Rixi non si è fatto pregare: «Bucci ha saputo affrontare situazioni complesse come la ricostruzione del ponte Morandi, la gestione della pandemia sanitaria, il rilancio economico e infrastrutturale della città». Il sindaco ha anche un incarico delicatissimo perché è commissario straordinario per la costruzione della diga foranea di Genova, opera da 1,3 miliardi la cui realizzazione è stata affidata a una cordata guidata da Webuild. Nel pomeriggio, Bucci ha spiegato perché all’inizio dell’estate aveva rifiutato l’offerta: non voleva mancare all’impegno preso con i cittadini genovesi fino al 2027 e temeva per le proprie condizioni di salute (ha dovuto affrontare un tumore alla pelle). Ma ora ha deciso di accettare e di provare a far vincere «una Liguria forte, innovativa e sostenibile, dove il fare prevale sul “no”». Quanto ai problemi di salute, ha spiegato che continuerà «a lavorare come sempre, seguendo le prescrizioni che mi verranno date dai bravi medici e dal personale sanitario, in cui confido al 100%». Bucci non lascerà il posto di sindaco di qui alle elezioni regionali, anche perché si vota già il 27-28 ottobre, ma questo ha scatenato subito la prima polemica da parte di un Pd nervoso, che certo sperava di evitare il confronto con un personaggio capace di intercettare consensi in modo trasversale. Il segretario genovese, Simone D’Angelo, sostiene che «le mancate dimissioni sono un atto non rispettoso verso i cittadini», che poi dovranno votare poco dopo per il Comune come «facilmente pronosticabile». Immediata la replica divertita di Bucci: «Mi hanno riferito che D’Angelo ha detto che andremo a votare a breve per il Consiglio comunale. Se andremo a votare a breve per il Comune vuol dire che vinco io. Se il Pd dice che io vinco, io sono strafelice». Se dall’altra parte la scelta è già caduta su Orlando, con il sostegno del M5s, va detto che l’unico partito in bilico sembra la mini-formazione di Matteo Renzi, che è in giunta con Bucci ma aveva detto di voler appoggiare l’ex ministro della Giustizia. L’ex premier, in serata, ha detto che «è stato un buon sindaco», ma che non lo sosterrà, per «aderire all’appello di Elly Schlein». Un tocco surreale alla giornata arriva poi da Luigi Marattin, il super renziano che ha appena mollato Renzi, il quale ha tenuto a far sapere di aver sempre stimato molto Bucci, «amministratore capace e non ideologico».E per completare il quadro, ecco il primo «sondaggio» elaborato dall’intelligenza artificiale. Lo ha diffuso Luca Sabatini, sociologo che insegna all’università di Genova, e che ha creato un modello denominato «Paint» per le regionali, capace di mettere insieme dati presi dai media e mischiarli con umori e prese di posizione che emergono dai social. Il modello, messo in funzione appena Bucci ha accettato la candidatura, ha dato un primo responso: il sindaco avrebbe il 49% e Orlando il 47,5%. Resta da vedere se i vetusti divieti della legge sulla par condicio colpiranno anche l’Ia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bucci-sindaco-genova-elezioni-liguria-2669172630.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="forza-italia-non-cade-nella-trappola-no-allo-ius-scholae-dellopposizione" data-post-id="2669172630" data-published-at="1726133453" data-use-pagination="False"> Forza Italia non cade nella trappola. No allo ius scholae dell’opposizione Dopo le aperture di Forza Italia sullo ius scholae durante il dibattito agostano, soltanto le opposizioni potevano pensare di fare il colpaccio e spaccare la maggioranza. E invece ieri la Camera ha respinto tutti gli emendamenti delle sinistre al ddl Sicurezza per la modifica della legge di cittadinanza, con l’introduzione nell’ordinamento dello ius scholae. La maggioranza ha votato (a scrutinio palese, dopo il no alla richiesta delle opposizioni di voto segreto) in modo compatto: 169 i no, 126 i sì e 3 gli astenuti. Di fatto è passata la linea che già aveva anticipato il presidente dei senatori azzurri, Maurizio Gasparri, e cioè che Fi non si sarebbe prestata alle strumentalizzazioni della sinistra e che sul tema ci sarebbe stato il confronto con gli alleati. «Forza Italia condividerà con il centrodestra le proposte sullo ius scholae, senza abboccare all’emendamento o alla provocazione di gruppi diversi e della sinistra. Fi vuole un percorso di studi, 10 anni di scuola e la verifica sulla conoscenza della lingua e dei principi fondamentali del nostro diritto». Paolo Emilio Russo, ha ricordato che gli azzurri sono al lavoro su una proposta di legge in materia: «Si tratta di un tema che merita più attenzione di un emendamento infilato all’ultimo un provvedimento che parla di sicurezza. È un tema di democrazia e diritti, non certo di sicurezza nazionale». Il senatore e viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito: «Fi non rinuncia alle proprie sensibilità, in linea con gli insegnamenti di Silvio Berlusconi, ma nessuno pensi a spaccature: nella nostra coalizione ciascuno può ben dire la sua, poi, sempre, troviamo la quadra. I nostri avversari stiano tranquilli: se c’è una cosa certa è che non metteremo mai il governo in difficoltà». Subito dopo il voto, Avs ha scatenato una bagarre, alzando cartelli con le scritte «Fratelli e sorelle d’Italia» con le immagini di atleti italiani di origine straniera e bimbi figli di migranti, mentre Riccardo Magi, di +Europa, che ripropone il referendum sulla cittadinanza, ha definito «la campagna balneare del vicepresidente del Consiglio Tajani un grande bluff». Grande delusione di Azione che, tentando un colpo di mano, aveva presentato un emendamento simile a quello di Fi. «Forza Italia non può far finta di essere nei giorni pari un partito liberale e nei giorni dispari la ruota di scorta di Meloni, perché è una presa in giro degli elettori. Votare contro la sua stessa proposta è una follia», ha detto Carlo Calenda. «Alla prova dei fatti il partito di Tajani si è ritirato in buon ordine sotto gli ordini di Meloni e Salvini e ha votato contro gli emendamenti che avrebbero introdotto questo strumento di civiltà», ha dichiarato il deputato m5s Alfonso Colucci. Al termine della Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, il senatore pd Francesco Boccia ha rivelato: «Abbiamo scoperto degli emendamenti di Ignazio la Russa sullo ius scholae che gli erano stati bocciati da Fi in passato. Li recupereremo perché potrebbero essere una traccia di lavoro, visto che nella maggioranza riescono a litigare su tutto». Intanto Alessio D’Amato, responsabile Welfare della segreteria nazionale di Azione e Consigliere regionale del Lazio, ha annunciato che presenterà una mozione «per impegnare la Regione Lazio a intervenire fin da subito nella Conferenza delle Regioni, sollecitando governo e Parlamento sulla materia. Allo stesso tempo, ci faremo portatori negli enti locali di analoghe mozioni e ordini del giorno». Con lo stesso obiettivo i gruppi del Pd e di «Veneto che vogliamo» hanno depositato due risoluzioni al Consiglio regionale del Veneto, anche perché il governatore Luca Zaia ha inviato una lettera agli studenti con la quale sottolinea «il valore dell’inclusività e della solidarietà, spronando i giovani a prestare attenzione e aiuto ai ragazzi “che vengono da fuori”, stranieri». Ieri, Fi ha anche ritirato l’emendamento Russo-Patriarca-Dalla Chiesa, che puntava a ripristinare l’obbligo di differimento della pena per le detenute con figli fino a un anno. Le speranze di aprire di aprire una frattura a destra sembrano essersi definitivamente infrante.
Matteo Salvini con gli ospiti della manifestazione dei Patrioti di Milano (Ansa)
Tutti in piazza del Duomo (quasi piena) fra un gelato e un selfie, in una giornata rubata alla gita ai laghi, e già questo è un segno di appartenenza. Chi si attendeva una delegazione dell’Ice e gente travestita da Joseph Goebbels; chi prefigurava scenari da deportati con gli schiavettoni; chi per due settimane ha lanciato allarmi democratici sulla «remigrazione» galoppante, dev’essere rimasto parecchio deluso. La solita fake news a mezzo stampa ribadita anche in sede di commento; della serie «non facciamoci condizionare dalla realtà».
Matteo Salvini, che ha organizzato la giornata «Senza paura, padroni a casa nostra», è stato il primo a svestirla dei panni più estremi per puntare su temi drammatici e concreti come pace, lavoro, sicurezza, che sanno di sovranismo solo perché vorrebbero essere declinati in chiave italiana senza dover fare i conti con le trappole di Bruxelles. «Tutte le polemiche su Remigration summit, razzismo e islamofobia sono isterie della sinistra», ha sottolineato il segretario della Lega. E nel suo discorso sul palco milanese ha snocciolato priorità che non hanno niente a che vedere con la propaganda, ma impattano sulla vita dei cittadini.
«I nostri figli non hanno bisogno dell’esercito europeo, invocato da una persona abbastanza permalosa come Emmanuel Macron e dai suoi simili». «Contro la crisi energetica bisogna sospendere il patto di stabilità e permettere di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». «Gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano l’acquisto di petrolio russo, deve farlo anche l’Ue». Argomentazioni legittime in un Paese pluralista; si possono discutere, si possono contrastare, ma arrivare (come ha fatto la sinistra milanese in consiglio comunale) a chiedere il divieto di pronunciarle dovrebbe suscitare qualche dubbio sul Dna democratico del progressismo radical in salsa postmarxista.
Quanto ai rimpatri dei migranti clandestini che delinquono, è difficile sostenere che il concetto sia una bestemmia. Salvini propone «il permesso di soggiorno a punti, se fai errori torni a casa». A colpi di accoglienza diffusa Milano è al collasso e lo stesso sindaco Giuseppe Sala (non certo un fiancheggiatore dell’Ice) ha affermato: «La parola remigrazione non mi piace ma non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga». Sarebbe pure una misura tollerante perché delinquenti e stupratori condannati dovrebbero avere come destinazione naturale il carcere, non il semplice ritorno a casa da eroi indesiderati.
«Padroni a casa nostra». Quando lo gridava Umberto Bossi, era il tuono di un popolo vessato da burocrazia e tasse che annunciava il temporale. Oggi è quasi una supplica, la richiesta di poter continuare a vivere con la propria identità, le proprie speranze. E «senza paura». Temi concreti, punti esclamativi, il ritorno a quei «valori occidentali» richiamati dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, per il quale «il nostro non è aggressivo nazionalismo ma sano patriottismo». Applausi e tutti a casa, proprio mentre si snodavano per Milano altri due cortei, organizzati dalla sinistra con la gastrite permanente e il fegato ingrossato per contestare la manifestazione della Lega.
Il primo allestito da Avs e Anpi, con testimonial Ilaria Salis (senza martello) e con l’intenzione di fare la prova generale per il tradizionale 25 aprile divisivo e antagonista. Il secondo messo in piedi in tutta fretta dai centri sociali storicamente protetti e sostenuti da Pierfrancesco Majorino, che avendo come unica pulsione quella di menare le mani, hanno trovato il modo di sfondare il cordone delle forze dell’ordine, di cercare lo scontro e di strumentalizzarne l’ovvia reazione con gli idranti. Fra minacce ai poliziotti («celerini lapidati») e complimenti agli avversari politici («Salvini appeso»).
Uno scenario surreale. Mentre i presunti «cattivi» hanno portato all’attenzione di tutti argomenti di interesse comune, i «buoni» per decreto sono andati in piazza con due obiettivi: impedire agli altri di parlare (reazione da assemblea studentesca in un liceo occupato) e, per proprietà transitiva, esprimere consenso alle politiche economiche dell’Europa contestate in piazza del Duomo, ma anche dai loro leader Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il solito corto circuito a sinistra, dove abbondano gli strateghi e scarseggiano gli elettricisti.
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Elly Schlein a Barcellona con Pedro Sánchez (Ansa)
Mentre Giuseppe Conte, a ogni presentazione del suo libro, ripete come un disco rotto che vuole le primarie di coalizione per la scelta del candidato premier dei progressisti del campo largo, sicuro di avere già la vittoria in tasca, Schlein cerca l’abbraccio affettuoso dei leader progressisti appartenenti a una decina di Paesi: si parte dal premier spagnolo, Pedro Sánchez, organizzatore della «festa», per andare poi verso il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, la presidente messicana, Claudia Sheinbaum, il presidente della Colombia, Gustavo Petro, e poi Mohammed Chahim del partito laburista olandese e vicepresidente del gruppo dei Socialisti democratici al Parlamento europeo, la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue e braccio destro di Sánchez, Teresa Ribera. C’è pure Hillary Clinton.
Schlein non si presenta davanti a loro solo come semplice segretario del Pd italiano, ci va da candidata premier in pectore, come leader del più grande partito della famiglia socialista e democratica europea e, quindi, come la naturale anti Meloni. «Ho detto a tutti che ci candidiamo alla vittoria», convinta che questo sia il suo momentum per provare a tirare la volata. Conte, per esempio, non è stato invitato nonostante la sua scelta di campo «progressista». La Elly «testardamente unitaria» fa spazio a una Schlein più istituzionale. Cerca di darsi un tono, insomma.
Forte anche del fatto che, in tutta Europa, vale il principio che l’incarico a guidare un governo, in caso di vittoria, spetta al leader del partito che prende più voti. E non è un caso che la segretaria pd ignori il piagnisteo di Giuseppi, buttandosi sulle relazioni con i partner internazionali. Schlein sta lavorando su una nuova immagine: figuriamoci che si è fatta anche vedere per la prima volta alla Festa della polizia e poi al Vinitaly, eventi non proprio della sinistra barricadera.
È già convinta della sua candidatura a Palazzo Chigi, con o senza primarie. Tanto più che gli ultimi sondaggi la vedono, per la prima volta, in testa in una possibile competizione con Conte e con il sindaco di Genova, Silvia Salis.
Ma come al solito Schlein inciampa nelle sue contraddizioni. Grida a gran voce «siamo con Sánchez!» ci si fa fotografare insieme, sostenendo, però, nello stesso momento che «non ci sono le condizioni per riprendere le importazioni di gas dalla Russia, poiché in questo momento Vladimir Putin ne trarrebbe profitto per alimentare la sua criminale invasione dell’Ucraina».
Schlein ignora che il buon Pedro è uno dei maggiori finanziatori di Putin, in quanto il suo governo sta aumentando in modo significativo gli acquisti di gas russo. La leader dem attacca Meloni, colpevole di fare «la guerra alle rinnovabili» invece di seguire l’esempio della Spagna. «È bene che nel Pd qualcuno informi la segretaria che la Spagna è oggi il primo Paese d’Europa per importazioni di energia fossile dalla Russia, con un incremento del 124% rispetto al mese precedente», suggerisce l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini.
Elly si sbilancia anche nel commentare la disponibilità espressa venerdì da Meloni alla riunione dei volenterosi, a inviare navi italiane per aiutare lo sminamento dello Stretto di Hormuz e favorire così la ripresa delle forniture di gas e petrolio, «previo via libera del Parlamento». Al «summit rosso» di Barcellona, la segretaria pd arriva con un giorno di ritardo, ripetendo più o meno le stesse cose del premier. Schlein dice di non essere d’accordo sull’invio di militari, a meno che non ci sia «un accordo di pace e un chiaro mandato multilaterale». Senza spiegare quale.
Schlein ha avuto numerosi incontri bilaterali: con il presidente del Pse, Stefan Löfven, con la capogruppo di S&D all’Europarlamento, Iratxe García Pérez, con il leader dell’opposizione turca a Erdogan, con il capo dell’opposizione giapponese, con il segretario del partito rossoverde olandese e col l’ex primo ministro palestinese e la delegazione di Fatah. Ieri sera, cena di gala con Sánchez e Lula. C’è anche la cilena Isabel Allende che la prende a braccetto e le fa i complimenti. L’impressione è che venga apprezzata più fuori che in Italia.
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