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2024-09-12
Il centrodestra invia il sindaco di Genova a rompere l’assedio del campo largo
Marco Bucci, sindaco di Genova, in corsa per le elezioni regionali della Liguria (Ansa)
A meno di 50 giorni dalle elezioni, Giorgia Meloni rompe gli indugi del centrodestra e porta a casa la candidatura dell’indipendente Marco Bucci alla Regione Liguria. Il sindaco di Genova, che in estate aveva rifiutato per motivi di salute, questa volta accetta e si troverà davanti l’ex ministro Andrea Orlando, appoggiato da un campo largo ancora molto da disegnare. Visto il carattere dei due contendenti, è probabile che sarà una delle campagne elettorali più compassate e corrette di sempre. Non un male, per una regione scossa dall’inchiesta per tangenti sul «sistema Porto» che ha travolto, tra mille polemiche, Giovanni Toti e la sua giunta.
Non è un mistero che lo stesso Toti, che si è fatto tre mesi di arresti domiciliari e si proclama vittima di giustizia politica, avrebbe voluto una persona di fiducia al proprio posto. Il nome era quello di un’altra giornalista Mediaset, Ilaria Cavo, che con l’ex governatore è stata assessore e poi è volata a Montecitorio. La Lega invece era pronta a candidare il viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, che con la giustizia di cui si lamenta Toti ha già chiuso i conti vittoriosamente anche in Cassazione (era accusato per la «rimborsopoli» ligure) e non era sembrato entusiasta di tornare a Genova. Alla fine è intervenuta la Meloni personalmente. Martedì ha telefonato a Bucci e lo ha convinto ad accettare. E ieri ecco la nota congiunta di Lega, Fdi, Forza Italia e Noi Moderati, con la benedizione ufficiale al sindaco da parte di Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Ovviamente il nome di Bucci era stato testato in sondaggi riservati e pare fosse l’unico sicuro di battere Orlando, ma nel comunicato dei leader di centrodestra si parte da un importante riconoscimento dell’opera del due volte sindaco, il primo di centrodestra a Genova dal secondo dopoguerra a oggi.
Salvini, su X, ha osservato che «Bucci è una persona competente e un grande sindaco che, grazie al modello Genova, ha saputo far rinascere la sua città dopo il crollo del ponte Morandi e dal 28 ottobre sarà un grande governatore a servizio della Liguria. Forza Marco, andiamo a vincere!». Anche Rixi non si è fatto pregare: «Bucci ha saputo affrontare situazioni complesse come la ricostruzione del ponte Morandi, la gestione della pandemia sanitaria, il rilancio economico e infrastrutturale della città». Il sindaco ha anche un incarico delicatissimo perché è commissario straordinario per la costruzione della diga foranea di Genova, opera da 1,3 miliardi la cui realizzazione è stata affidata a una cordata guidata da Webuild.
Nel pomeriggio, Bucci ha spiegato perché all’inizio dell’estate aveva rifiutato l’offerta: non voleva mancare all’impegno preso con i cittadini genovesi fino al 2027 e temeva per le proprie condizioni di salute (ha dovuto affrontare un tumore alla pelle). Ma ora ha deciso di accettare e di provare a far vincere «una Liguria forte, innovativa e sostenibile, dove il fare prevale sul “no”». Quanto ai problemi di salute, ha spiegato che continuerà «a lavorare come sempre, seguendo le prescrizioni che mi verranno date dai bravi medici e dal personale sanitario, in cui confido al 100%».
Bucci non lascerà il posto di sindaco di qui alle elezioni regionali, anche perché si vota già il 27-28 ottobre, ma questo ha scatenato subito la prima polemica da parte di un Pd nervoso, che certo sperava di evitare il confronto con un personaggio capace di intercettare consensi in modo trasversale. Il segretario genovese, Simone D’Angelo, sostiene che «le mancate dimissioni sono un atto non rispettoso verso i cittadini», che poi dovranno votare poco dopo per il Comune come «facilmente pronosticabile». Immediata la replica divertita di Bucci: «Mi hanno riferito che D’Angelo ha detto che andremo a votare a breve per il Consiglio comunale. Se andremo a votare a breve per il Comune vuol dire che vinco io. Se il Pd dice che io vinco, io sono strafelice». Se dall’altra parte la scelta è già caduta su Orlando, con il sostegno del M5s, va detto che l’unico partito in bilico sembra la mini-formazione di Matteo Renzi, che è in giunta con Bucci ma aveva detto di voler appoggiare l’ex ministro della Giustizia. L’ex premier, in serata, ha detto che «è stato un buon sindaco», ma che non lo sosterrà, per «aderire all’appello di Elly Schlein». Un tocco surreale alla giornata arriva poi da Luigi Marattin, il super renziano che ha appena mollato Renzi, il quale ha tenuto a far sapere di aver sempre stimato molto Bucci, «amministratore capace e non ideologico».
E per completare il quadro, ecco il primo «sondaggio» elaborato dall’intelligenza artificiale. Lo ha diffuso Luca Sabatini, sociologo che insegna all’università di Genova, e che ha creato un modello denominato «Paint» per le regionali, capace di mettere insieme dati presi dai media e mischiarli con umori e prese di posizione che emergono dai social. Il modello, messo in funzione appena Bucci ha accettato la candidatura, ha dato un primo responso: il sindaco avrebbe il 49% e Orlando il 47,5%. Resta da vedere se i vetusti divieti della legge sulla par condicio colpiranno anche l’Ia.
Forza Italia non cade nella trappola. No allo ius scholae dell’opposizione
Dopo le aperture di Forza Italia sullo ius scholae durante il dibattito agostano, soltanto le opposizioni potevano pensare di fare il colpaccio e spaccare la maggioranza. E invece ieri la Camera ha respinto tutti gli emendamenti delle sinistre al ddl Sicurezza per la modifica della legge di cittadinanza, con l’introduzione nell’ordinamento dello ius scholae. La maggioranza ha votato (a scrutinio palese, dopo il no alla richiesta delle opposizioni di voto segreto) in modo compatto: 169 i no, 126 i sì e 3 gli astenuti. Di fatto è passata la linea che già aveva anticipato il presidente dei senatori azzurri, Maurizio Gasparri, e cioè che Fi non si sarebbe prestata alle strumentalizzazioni della sinistra e che sul tema ci sarebbe stato il confronto con gli alleati. «Forza Italia condividerà con il centrodestra le proposte sullo ius scholae, senza abboccare all’emendamento o alla provocazione di gruppi diversi e della sinistra. Fi vuole un percorso di studi, 10 anni di scuola e la verifica sulla conoscenza della lingua e dei principi fondamentali del nostro diritto». Paolo Emilio Russo, ha ricordato che gli azzurri sono al lavoro su una proposta di legge in materia: «Si tratta di un tema che merita più attenzione di un emendamento infilato all’ultimo un provvedimento che parla di sicurezza. È un tema di democrazia e diritti, non certo di sicurezza nazionale». Il senatore e viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito: «Fi non rinuncia alle proprie sensibilità, in linea con gli insegnamenti di Silvio Berlusconi, ma nessuno pensi a spaccature: nella nostra coalizione ciascuno può ben dire la sua, poi, sempre, troviamo la quadra. I nostri avversari stiano tranquilli: se c’è una cosa certa è che non metteremo mai il governo in difficoltà».
Subito dopo il voto, Avs ha scatenato una bagarre, alzando cartelli con le scritte «Fratelli e sorelle d’Italia» con le immagini di atleti italiani di origine straniera e bimbi figli di migranti, mentre Riccardo Magi, di +Europa, che ripropone il referendum sulla cittadinanza, ha definito «la campagna balneare del vicepresidente del Consiglio Tajani un grande bluff».
Grande delusione di Azione che, tentando un colpo di mano, aveva presentato un emendamento simile a quello di Fi. «Forza Italia non può far finta di essere nei giorni pari un partito liberale e nei giorni dispari la ruota di scorta di Meloni, perché è una presa in giro degli elettori. Votare contro la sua stessa proposta è una follia», ha detto Carlo Calenda. «Alla prova dei fatti il partito di Tajani si è ritirato in buon ordine sotto gli ordini di Meloni e Salvini e ha votato contro gli emendamenti che avrebbero introdotto questo strumento di civiltà», ha dichiarato il deputato m5s Alfonso Colucci.
Al termine della Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, il senatore pd Francesco Boccia ha rivelato: «Abbiamo scoperto degli emendamenti di Ignazio la Russa sullo ius scholae che gli erano stati bocciati da Fi in passato. Li recupereremo perché potrebbero essere una traccia di lavoro, visto che nella maggioranza riescono a litigare su tutto». Intanto Alessio D’Amato, responsabile Welfare della segreteria nazionale di Azione e Consigliere regionale del Lazio, ha annunciato che presenterà una mozione «per impegnare la Regione Lazio a intervenire fin da subito nella Conferenza delle Regioni, sollecitando governo e Parlamento sulla materia. Allo stesso tempo, ci faremo portatori negli enti locali di analoghe mozioni e ordini del giorno». Con lo stesso obiettivo i gruppi del Pd e di «Veneto che vogliamo» hanno depositato due risoluzioni al Consiglio regionale del Veneto, anche perché il governatore Luca Zaia ha inviato una lettera agli studenti con la quale sottolinea «il valore dell’inclusività e della solidarietà, spronando i giovani a prestare attenzione e aiuto ai ragazzi “che vengono da fuori”, stranieri».
Ieri, Fi ha anche ritirato l’emendamento Russo-Patriarca-Dalla Chiesa, che puntava a ripristinare l’obbligo di differimento della pena per le detenute con figli fino a un anno. Le speranze di aprire di aprire una frattura a destra sembrano essersi definitivamente infrante.
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Sinistra nervosa per la sfida Andrea Orlando-Marco Bucci. L’intelligenza artificiale già lo premia. Matteo Renzi: «Bravo, ma non lo sosterrò».I forzisti sullo ius scholae: «Presenteremo una nostra proposta». Ma il Pd ci riprova già in Veneto.Lo speciale contiene due articoliA meno di 50 giorni dalle elezioni, Giorgia Meloni rompe gli indugi del centrodestra e porta a casa la candidatura dell’indipendente Marco Bucci alla Regione Liguria. Il sindaco di Genova, che in estate aveva rifiutato per motivi di salute, questa volta accetta e si troverà davanti l’ex ministro Andrea Orlando, appoggiato da un campo largo ancora molto da disegnare. Visto il carattere dei due contendenti, è probabile che sarà una delle campagne elettorali più compassate e corrette di sempre. Non un male, per una regione scossa dall’inchiesta per tangenti sul «sistema Porto» che ha travolto, tra mille polemiche, Giovanni Toti e la sua giunta. Non è un mistero che lo stesso Toti, che si è fatto tre mesi di arresti domiciliari e si proclama vittima di giustizia politica, avrebbe voluto una persona di fiducia al proprio posto. Il nome era quello di un’altra giornalista Mediaset, Ilaria Cavo, che con l’ex governatore è stata assessore e poi è volata a Montecitorio. La Lega invece era pronta a candidare il viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, che con la giustizia di cui si lamenta Toti ha già chiuso i conti vittoriosamente anche in Cassazione (era accusato per la «rimborsopoli» ligure) e non era sembrato entusiasta di tornare a Genova. Alla fine è intervenuta la Meloni personalmente. Martedì ha telefonato a Bucci e lo ha convinto ad accettare. E ieri ecco la nota congiunta di Lega, Fdi, Forza Italia e Noi Moderati, con la benedizione ufficiale al sindaco da parte di Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Ovviamente il nome di Bucci era stato testato in sondaggi riservati e pare fosse l’unico sicuro di battere Orlando, ma nel comunicato dei leader di centrodestra si parte da un importante riconoscimento dell’opera del due volte sindaco, il primo di centrodestra a Genova dal secondo dopoguerra a oggi. Salvini, su X, ha osservato che «Bucci è una persona competente e un grande sindaco che, grazie al modello Genova, ha saputo far rinascere la sua città dopo il crollo del ponte Morandi e dal 28 ottobre sarà un grande governatore a servizio della Liguria. Forza Marco, andiamo a vincere!». Anche Rixi non si è fatto pregare: «Bucci ha saputo affrontare situazioni complesse come la ricostruzione del ponte Morandi, la gestione della pandemia sanitaria, il rilancio economico e infrastrutturale della città». Il sindaco ha anche un incarico delicatissimo perché è commissario straordinario per la costruzione della diga foranea di Genova, opera da 1,3 miliardi la cui realizzazione è stata affidata a una cordata guidata da Webuild. Nel pomeriggio, Bucci ha spiegato perché all’inizio dell’estate aveva rifiutato l’offerta: non voleva mancare all’impegno preso con i cittadini genovesi fino al 2027 e temeva per le proprie condizioni di salute (ha dovuto affrontare un tumore alla pelle). Ma ora ha deciso di accettare e di provare a far vincere «una Liguria forte, innovativa e sostenibile, dove il fare prevale sul “no”». Quanto ai problemi di salute, ha spiegato che continuerà «a lavorare come sempre, seguendo le prescrizioni che mi verranno date dai bravi medici e dal personale sanitario, in cui confido al 100%». Bucci non lascerà il posto di sindaco di qui alle elezioni regionali, anche perché si vota già il 27-28 ottobre, ma questo ha scatenato subito la prima polemica da parte di un Pd nervoso, che certo sperava di evitare il confronto con un personaggio capace di intercettare consensi in modo trasversale. Il segretario genovese, Simone D’Angelo, sostiene che «le mancate dimissioni sono un atto non rispettoso verso i cittadini», che poi dovranno votare poco dopo per il Comune come «facilmente pronosticabile». Immediata la replica divertita di Bucci: «Mi hanno riferito che D’Angelo ha detto che andremo a votare a breve per il Consiglio comunale. Se andremo a votare a breve per il Comune vuol dire che vinco io. Se il Pd dice che io vinco, io sono strafelice». Se dall’altra parte la scelta è già caduta su Orlando, con il sostegno del M5s, va detto che l’unico partito in bilico sembra la mini-formazione di Matteo Renzi, che è in giunta con Bucci ma aveva detto di voler appoggiare l’ex ministro della Giustizia. L’ex premier, in serata, ha detto che «è stato un buon sindaco», ma che non lo sosterrà, per «aderire all’appello di Elly Schlein». Un tocco surreale alla giornata arriva poi da Luigi Marattin, il super renziano che ha appena mollato Renzi, il quale ha tenuto a far sapere di aver sempre stimato molto Bucci, «amministratore capace e non ideologico».E per completare il quadro, ecco il primo «sondaggio» elaborato dall’intelligenza artificiale. Lo ha diffuso Luca Sabatini, sociologo che insegna all’università di Genova, e che ha creato un modello denominato «Paint» per le regionali, capace di mettere insieme dati presi dai media e mischiarli con umori e prese di posizione che emergono dai social. Il modello, messo in funzione appena Bucci ha accettato la candidatura, ha dato un primo responso: il sindaco avrebbe il 49% e Orlando il 47,5%. Resta da vedere se i vetusti divieti della legge sulla par condicio colpiranno anche l’Ia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bucci-sindaco-genova-elezioni-liguria-2669172630.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="forza-italia-non-cade-nella-trappola-no-allo-ius-scholae-dellopposizione" data-post-id="2669172630" data-published-at="1726133453" data-use-pagination="False"> Forza Italia non cade nella trappola. No allo ius scholae dell’opposizione Dopo le aperture di Forza Italia sullo ius scholae durante il dibattito agostano, soltanto le opposizioni potevano pensare di fare il colpaccio e spaccare la maggioranza. E invece ieri la Camera ha respinto tutti gli emendamenti delle sinistre al ddl Sicurezza per la modifica della legge di cittadinanza, con l’introduzione nell’ordinamento dello ius scholae. La maggioranza ha votato (a scrutinio palese, dopo il no alla richiesta delle opposizioni di voto segreto) in modo compatto: 169 i no, 126 i sì e 3 gli astenuti. Di fatto è passata la linea che già aveva anticipato il presidente dei senatori azzurri, Maurizio Gasparri, e cioè che Fi non si sarebbe prestata alle strumentalizzazioni della sinistra e che sul tema ci sarebbe stato il confronto con gli alleati. «Forza Italia condividerà con il centrodestra le proposte sullo ius scholae, senza abboccare all’emendamento o alla provocazione di gruppi diversi e della sinistra. Fi vuole un percorso di studi, 10 anni di scuola e la verifica sulla conoscenza della lingua e dei principi fondamentali del nostro diritto». Paolo Emilio Russo, ha ricordato che gli azzurri sono al lavoro su una proposta di legge in materia: «Si tratta di un tema che merita più attenzione di un emendamento infilato all’ultimo un provvedimento che parla di sicurezza. È un tema di democrazia e diritti, non certo di sicurezza nazionale». Il senatore e viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito: «Fi non rinuncia alle proprie sensibilità, in linea con gli insegnamenti di Silvio Berlusconi, ma nessuno pensi a spaccature: nella nostra coalizione ciascuno può ben dire la sua, poi, sempre, troviamo la quadra. I nostri avversari stiano tranquilli: se c’è una cosa certa è che non metteremo mai il governo in difficoltà». Subito dopo il voto, Avs ha scatenato una bagarre, alzando cartelli con le scritte «Fratelli e sorelle d’Italia» con le immagini di atleti italiani di origine straniera e bimbi figli di migranti, mentre Riccardo Magi, di +Europa, che ripropone il referendum sulla cittadinanza, ha definito «la campagna balneare del vicepresidente del Consiglio Tajani un grande bluff». Grande delusione di Azione che, tentando un colpo di mano, aveva presentato un emendamento simile a quello di Fi. «Forza Italia non può far finta di essere nei giorni pari un partito liberale e nei giorni dispari la ruota di scorta di Meloni, perché è una presa in giro degli elettori. Votare contro la sua stessa proposta è una follia», ha detto Carlo Calenda. «Alla prova dei fatti il partito di Tajani si è ritirato in buon ordine sotto gli ordini di Meloni e Salvini e ha votato contro gli emendamenti che avrebbero introdotto questo strumento di civiltà», ha dichiarato il deputato m5s Alfonso Colucci. Al termine della Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, il senatore pd Francesco Boccia ha rivelato: «Abbiamo scoperto degli emendamenti di Ignazio la Russa sullo ius scholae che gli erano stati bocciati da Fi in passato. Li recupereremo perché potrebbero essere una traccia di lavoro, visto che nella maggioranza riescono a litigare su tutto». Intanto Alessio D’Amato, responsabile Welfare della segreteria nazionale di Azione e Consigliere regionale del Lazio, ha annunciato che presenterà una mozione «per impegnare la Regione Lazio a intervenire fin da subito nella Conferenza delle Regioni, sollecitando governo e Parlamento sulla materia. Allo stesso tempo, ci faremo portatori negli enti locali di analoghe mozioni e ordini del giorno». Con lo stesso obiettivo i gruppi del Pd e di «Veneto che vogliamo» hanno depositato due risoluzioni al Consiglio regionale del Veneto, anche perché il governatore Luca Zaia ha inviato una lettera agli studenti con la quale sottolinea «il valore dell’inclusività e della solidarietà, spronando i giovani a prestare attenzione e aiuto ai ragazzi “che vengono da fuori”, stranieri». Ieri, Fi ha anche ritirato l’emendamento Russo-Patriarca-Dalla Chiesa, che puntava a ripristinare l’obbligo di differimento della pena per le detenute con figli fino a un anno. Le speranze di aprire di aprire una frattura a destra sembrano essersi definitivamente infrante.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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