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2024-09-12
Il centrodestra invia il sindaco di Genova a rompere l’assedio del campo largo
Marco Bucci, sindaco di Genova, in corsa per le elezioni regionali della Liguria (Ansa)
A meno di 50 giorni dalle elezioni, Giorgia Meloni rompe gli indugi del centrodestra e porta a casa la candidatura dell’indipendente Marco Bucci alla Regione Liguria. Il sindaco di Genova, che in estate aveva rifiutato per motivi di salute, questa volta accetta e si troverà davanti l’ex ministro Andrea Orlando, appoggiato da un campo largo ancora molto da disegnare. Visto il carattere dei due contendenti, è probabile che sarà una delle campagne elettorali più compassate e corrette di sempre. Non un male, per una regione scossa dall’inchiesta per tangenti sul «sistema Porto» che ha travolto, tra mille polemiche, Giovanni Toti e la sua giunta.
Non è un mistero che lo stesso Toti, che si è fatto tre mesi di arresti domiciliari e si proclama vittima di giustizia politica, avrebbe voluto una persona di fiducia al proprio posto. Il nome era quello di un’altra giornalista Mediaset, Ilaria Cavo, che con l’ex governatore è stata assessore e poi è volata a Montecitorio. La Lega invece era pronta a candidare il viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, che con la giustizia di cui si lamenta Toti ha già chiuso i conti vittoriosamente anche in Cassazione (era accusato per la «rimborsopoli» ligure) e non era sembrato entusiasta di tornare a Genova. Alla fine è intervenuta la Meloni personalmente. Martedì ha telefonato a Bucci e lo ha convinto ad accettare. E ieri ecco la nota congiunta di Lega, Fdi, Forza Italia e Noi Moderati, con la benedizione ufficiale al sindaco da parte di Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Ovviamente il nome di Bucci era stato testato in sondaggi riservati e pare fosse l’unico sicuro di battere Orlando, ma nel comunicato dei leader di centrodestra si parte da un importante riconoscimento dell’opera del due volte sindaco, il primo di centrodestra a Genova dal secondo dopoguerra a oggi.
Salvini, su X, ha osservato che «Bucci è una persona competente e un grande sindaco che, grazie al modello Genova, ha saputo far rinascere la sua città dopo il crollo del ponte Morandi e dal 28 ottobre sarà un grande governatore a servizio della Liguria. Forza Marco, andiamo a vincere!». Anche Rixi non si è fatto pregare: «Bucci ha saputo affrontare situazioni complesse come la ricostruzione del ponte Morandi, la gestione della pandemia sanitaria, il rilancio economico e infrastrutturale della città». Il sindaco ha anche un incarico delicatissimo perché è commissario straordinario per la costruzione della diga foranea di Genova, opera da 1,3 miliardi la cui realizzazione è stata affidata a una cordata guidata da Webuild.
Nel pomeriggio, Bucci ha spiegato perché all’inizio dell’estate aveva rifiutato l’offerta: non voleva mancare all’impegno preso con i cittadini genovesi fino al 2027 e temeva per le proprie condizioni di salute (ha dovuto affrontare un tumore alla pelle). Ma ora ha deciso di accettare e di provare a far vincere «una Liguria forte, innovativa e sostenibile, dove il fare prevale sul “no”». Quanto ai problemi di salute, ha spiegato che continuerà «a lavorare come sempre, seguendo le prescrizioni che mi verranno date dai bravi medici e dal personale sanitario, in cui confido al 100%».
Bucci non lascerà il posto di sindaco di qui alle elezioni regionali, anche perché si vota già il 27-28 ottobre, ma questo ha scatenato subito la prima polemica da parte di un Pd nervoso, che certo sperava di evitare il confronto con un personaggio capace di intercettare consensi in modo trasversale. Il segretario genovese, Simone D’Angelo, sostiene che «le mancate dimissioni sono un atto non rispettoso verso i cittadini», che poi dovranno votare poco dopo per il Comune come «facilmente pronosticabile». Immediata la replica divertita di Bucci: «Mi hanno riferito che D’Angelo ha detto che andremo a votare a breve per il Consiglio comunale. Se andremo a votare a breve per il Comune vuol dire che vinco io. Se il Pd dice che io vinco, io sono strafelice». Se dall’altra parte la scelta è già caduta su Orlando, con il sostegno del M5s, va detto che l’unico partito in bilico sembra la mini-formazione di Matteo Renzi, che è in giunta con Bucci ma aveva detto di voler appoggiare l’ex ministro della Giustizia. L’ex premier, in serata, ha detto che «è stato un buon sindaco», ma che non lo sosterrà, per «aderire all’appello di Elly Schlein». Un tocco surreale alla giornata arriva poi da Luigi Marattin, il super renziano che ha appena mollato Renzi, il quale ha tenuto a far sapere di aver sempre stimato molto Bucci, «amministratore capace e non ideologico».
E per completare il quadro, ecco il primo «sondaggio» elaborato dall’intelligenza artificiale. Lo ha diffuso Luca Sabatini, sociologo che insegna all’università di Genova, e che ha creato un modello denominato «Paint» per le regionali, capace di mettere insieme dati presi dai media e mischiarli con umori e prese di posizione che emergono dai social. Il modello, messo in funzione appena Bucci ha accettato la candidatura, ha dato un primo responso: il sindaco avrebbe il 49% e Orlando il 47,5%. Resta da vedere se i vetusti divieti della legge sulla par condicio colpiranno anche l’Ia.
Forza Italia non cade nella trappola. No allo ius scholae dell’opposizione
Dopo le aperture di Forza Italia sullo ius scholae durante il dibattito agostano, soltanto le opposizioni potevano pensare di fare il colpaccio e spaccare la maggioranza. E invece ieri la Camera ha respinto tutti gli emendamenti delle sinistre al ddl Sicurezza per la modifica della legge di cittadinanza, con l’introduzione nell’ordinamento dello ius scholae. La maggioranza ha votato (a scrutinio palese, dopo il no alla richiesta delle opposizioni di voto segreto) in modo compatto: 169 i no, 126 i sì e 3 gli astenuti. Di fatto è passata la linea che già aveva anticipato il presidente dei senatori azzurri, Maurizio Gasparri, e cioè che Fi non si sarebbe prestata alle strumentalizzazioni della sinistra e che sul tema ci sarebbe stato il confronto con gli alleati. «Forza Italia condividerà con il centrodestra le proposte sullo ius scholae, senza abboccare all’emendamento o alla provocazione di gruppi diversi e della sinistra. Fi vuole un percorso di studi, 10 anni di scuola e la verifica sulla conoscenza della lingua e dei principi fondamentali del nostro diritto». Paolo Emilio Russo, ha ricordato che gli azzurri sono al lavoro su una proposta di legge in materia: «Si tratta di un tema che merita più attenzione di un emendamento infilato all’ultimo un provvedimento che parla di sicurezza. È un tema di democrazia e diritti, non certo di sicurezza nazionale». Il senatore e viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito: «Fi non rinuncia alle proprie sensibilità, in linea con gli insegnamenti di Silvio Berlusconi, ma nessuno pensi a spaccature: nella nostra coalizione ciascuno può ben dire la sua, poi, sempre, troviamo la quadra. I nostri avversari stiano tranquilli: se c’è una cosa certa è che non metteremo mai il governo in difficoltà».
Subito dopo il voto, Avs ha scatenato una bagarre, alzando cartelli con le scritte «Fratelli e sorelle d’Italia» con le immagini di atleti italiani di origine straniera e bimbi figli di migranti, mentre Riccardo Magi, di +Europa, che ripropone il referendum sulla cittadinanza, ha definito «la campagna balneare del vicepresidente del Consiglio Tajani un grande bluff».
Grande delusione di Azione che, tentando un colpo di mano, aveva presentato un emendamento simile a quello di Fi. «Forza Italia non può far finta di essere nei giorni pari un partito liberale e nei giorni dispari la ruota di scorta di Meloni, perché è una presa in giro degli elettori. Votare contro la sua stessa proposta è una follia», ha detto Carlo Calenda. «Alla prova dei fatti il partito di Tajani si è ritirato in buon ordine sotto gli ordini di Meloni e Salvini e ha votato contro gli emendamenti che avrebbero introdotto questo strumento di civiltà», ha dichiarato il deputato m5s Alfonso Colucci.
Al termine della Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, il senatore pd Francesco Boccia ha rivelato: «Abbiamo scoperto degli emendamenti di Ignazio la Russa sullo ius scholae che gli erano stati bocciati da Fi in passato. Li recupereremo perché potrebbero essere una traccia di lavoro, visto che nella maggioranza riescono a litigare su tutto». Intanto Alessio D’Amato, responsabile Welfare della segreteria nazionale di Azione e Consigliere regionale del Lazio, ha annunciato che presenterà una mozione «per impegnare la Regione Lazio a intervenire fin da subito nella Conferenza delle Regioni, sollecitando governo e Parlamento sulla materia. Allo stesso tempo, ci faremo portatori negli enti locali di analoghe mozioni e ordini del giorno». Con lo stesso obiettivo i gruppi del Pd e di «Veneto che vogliamo» hanno depositato due risoluzioni al Consiglio regionale del Veneto, anche perché il governatore Luca Zaia ha inviato una lettera agli studenti con la quale sottolinea «il valore dell’inclusività e della solidarietà, spronando i giovani a prestare attenzione e aiuto ai ragazzi “che vengono da fuori”, stranieri».
Ieri, Fi ha anche ritirato l’emendamento Russo-Patriarca-Dalla Chiesa, che puntava a ripristinare l’obbligo di differimento della pena per le detenute con figli fino a un anno. Le speranze di aprire di aprire una frattura a destra sembrano essersi definitivamente infrante.
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Sinistra nervosa per la sfida Andrea Orlando-Marco Bucci. L’intelligenza artificiale già lo premia. Matteo Renzi: «Bravo, ma non lo sosterrò».I forzisti sullo ius scholae: «Presenteremo una nostra proposta». Ma il Pd ci riprova già in Veneto.Lo speciale contiene due articoliA meno di 50 giorni dalle elezioni, Giorgia Meloni rompe gli indugi del centrodestra e porta a casa la candidatura dell’indipendente Marco Bucci alla Regione Liguria. Il sindaco di Genova, che in estate aveva rifiutato per motivi di salute, questa volta accetta e si troverà davanti l’ex ministro Andrea Orlando, appoggiato da un campo largo ancora molto da disegnare. Visto il carattere dei due contendenti, è probabile che sarà una delle campagne elettorali più compassate e corrette di sempre. Non un male, per una regione scossa dall’inchiesta per tangenti sul «sistema Porto» che ha travolto, tra mille polemiche, Giovanni Toti e la sua giunta. Non è un mistero che lo stesso Toti, che si è fatto tre mesi di arresti domiciliari e si proclama vittima di giustizia politica, avrebbe voluto una persona di fiducia al proprio posto. Il nome era quello di un’altra giornalista Mediaset, Ilaria Cavo, che con l’ex governatore è stata assessore e poi è volata a Montecitorio. La Lega invece era pronta a candidare il viceministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi, che con la giustizia di cui si lamenta Toti ha già chiuso i conti vittoriosamente anche in Cassazione (era accusato per la «rimborsopoli» ligure) e non era sembrato entusiasta di tornare a Genova. Alla fine è intervenuta la Meloni personalmente. Martedì ha telefonato a Bucci e lo ha convinto ad accettare. E ieri ecco la nota congiunta di Lega, Fdi, Forza Italia e Noi Moderati, con la benedizione ufficiale al sindaco da parte di Meloni, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Ovviamente il nome di Bucci era stato testato in sondaggi riservati e pare fosse l’unico sicuro di battere Orlando, ma nel comunicato dei leader di centrodestra si parte da un importante riconoscimento dell’opera del due volte sindaco, il primo di centrodestra a Genova dal secondo dopoguerra a oggi. Salvini, su X, ha osservato che «Bucci è una persona competente e un grande sindaco che, grazie al modello Genova, ha saputo far rinascere la sua città dopo il crollo del ponte Morandi e dal 28 ottobre sarà un grande governatore a servizio della Liguria. Forza Marco, andiamo a vincere!». Anche Rixi non si è fatto pregare: «Bucci ha saputo affrontare situazioni complesse come la ricostruzione del ponte Morandi, la gestione della pandemia sanitaria, il rilancio economico e infrastrutturale della città». Il sindaco ha anche un incarico delicatissimo perché è commissario straordinario per la costruzione della diga foranea di Genova, opera da 1,3 miliardi la cui realizzazione è stata affidata a una cordata guidata da Webuild. Nel pomeriggio, Bucci ha spiegato perché all’inizio dell’estate aveva rifiutato l’offerta: non voleva mancare all’impegno preso con i cittadini genovesi fino al 2027 e temeva per le proprie condizioni di salute (ha dovuto affrontare un tumore alla pelle). Ma ora ha deciso di accettare e di provare a far vincere «una Liguria forte, innovativa e sostenibile, dove il fare prevale sul “no”». Quanto ai problemi di salute, ha spiegato che continuerà «a lavorare come sempre, seguendo le prescrizioni che mi verranno date dai bravi medici e dal personale sanitario, in cui confido al 100%». Bucci non lascerà il posto di sindaco di qui alle elezioni regionali, anche perché si vota già il 27-28 ottobre, ma questo ha scatenato subito la prima polemica da parte di un Pd nervoso, che certo sperava di evitare il confronto con un personaggio capace di intercettare consensi in modo trasversale. Il segretario genovese, Simone D’Angelo, sostiene che «le mancate dimissioni sono un atto non rispettoso verso i cittadini», che poi dovranno votare poco dopo per il Comune come «facilmente pronosticabile». Immediata la replica divertita di Bucci: «Mi hanno riferito che D’Angelo ha detto che andremo a votare a breve per il Consiglio comunale. Se andremo a votare a breve per il Comune vuol dire che vinco io. Se il Pd dice che io vinco, io sono strafelice». Se dall’altra parte la scelta è già caduta su Orlando, con il sostegno del M5s, va detto che l’unico partito in bilico sembra la mini-formazione di Matteo Renzi, che è in giunta con Bucci ma aveva detto di voler appoggiare l’ex ministro della Giustizia. L’ex premier, in serata, ha detto che «è stato un buon sindaco», ma che non lo sosterrà, per «aderire all’appello di Elly Schlein». Un tocco surreale alla giornata arriva poi da Luigi Marattin, il super renziano che ha appena mollato Renzi, il quale ha tenuto a far sapere di aver sempre stimato molto Bucci, «amministratore capace e non ideologico».E per completare il quadro, ecco il primo «sondaggio» elaborato dall’intelligenza artificiale. Lo ha diffuso Luca Sabatini, sociologo che insegna all’università di Genova, e che ha creato un modello denominato «Paint» per le regionali, capace di mettere insieme dati presi dai media e mischiarli con umori e prese di posizione che emergono dai social. Il modello, messo in funzione appena Bucci ha accettato la candidatura, ha dato un primo responso: il sindaco avrebbe il 49% e Orlando il 47,5%. Resta da vedere se i vetusti divieti della legge sulla par condicio colpiranno anche l’Ia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/bucci-sindaco-genova-elezioni-liguria-2669172630.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="forza-italia-non-cade-nella-trappola-no-allo-ius-scholae-dellopposizione" data-post-id="2669172630" data-published-at="1726133453" data-use-pagination="False"> Forza Italia non cade nella trappola. No allo ius scholae dell’opposizione Dopo le aperture di Forza Italia sullo ius scholae durante il dibattito agostano, soltanto le opposizioni potevano pensare di fare il colpaccio e spaccare la maggioranza. E invece ieri la Camera ha respinto tutti gli emendamenti delle sinistre al ddl Sicurezza per la modifica della legge di cittadinanza, con l’introduzione nell’ordinamento dello ius scholae. La maggioranza ha votato (a scrutinio palese, dopo il no alla richiesta delle opposizioni di voto segreto) in modo compatto: 169 i no, 126 i sì e 3 gli astenuti. Di fatto è passata la linea che già aveva anticipato il presidente dei senatori azzurri, Maurizio Gasparri, e cioè che Fi non si sarebbe prestata alle strumentalizzazioni della sinistra e che sul tema ci sarebbe stato il confronto con gli alleati. «Forza Italia condividerà con il centrodestra le proposte sullo ius scholae, senza abboccare all’emendamento o alla provocazione di gruppi diversi e della sinistra. Fi vuole un percorso di studi, 10 anni di scuola e la verifica sulla conoscenza della lingua e dei principi fondamentali del nostro diritto». Paolo Emilio Russo, ha ricordato che gli azzurri sono al lavoro su una proposta di legge in materia: «Si tratta di un tema che merita più attenzione di un emendamento infilato all’ultimo un provvedimento che parla di sicurezza. È un tema di democrazia e diritti, non certo di sicurezza nazionale». Il senatore e viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito: «Fi non rinuncia alle proprie sensibilità, in linea con gli insegnamenti di Silvio Berlusconi, ma nessuno pensi a spaccature: nella nostra coalizione ciascuno può ben dire la sua, poi, sempre, troviamo la quadra. I nostri avversari stiano tranquilli: se c’è una cosa certa è che non metteremo mai il governo in difficoltà». Subito dopo il voto, Avs ha scatenato una bagarre, alzando cartelli con le scritte «Fratelli e sorelle d’Italia» con le immagini di atleti italiani di origine straniera e bimbi figli di migranti, mentre Riccardo Magi, di +Europa, che ripropone il referendum sulla cittadinanza, ha definito «la campagna balneare del vicepresidente del Consiglio Tajani un grande bluff». Grande delusione di Azione che, tentando un colpo di mano, aveva presentato un emendamento simile a quello di Fi. «Forza Italia non può far finta di essere nei giorni pari un partito liberale e nei giorni dispari la ruota di scorta di Meloni, perché è una presa in giro degli elettori. Votare contro la sua stessa proposta è una follia», ha detto Carlo Calenda. «Alla prova dei fatti il partito di Tajani si è ritirato in buon ordine sotto gli ordini di Meloni e Salvini e ha votato contro gli emendamenti che avrebbero introdotto questo strumento di civiltà», ha dichiarato il deputato m5s Alfonso Colucci. Al termine della Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, il senatore pd Francesco Boccia ha rivelato: «Abbiamo scoperto degli emendamenti di Ignazio la Russa sullo ius scholae che gli erano stati bocciati da Fi in passato. Li recupereremo perché potrebbero essere una traccia di lavoro, visto che nella maggioranza riescono a litigare su tutto». Intanto Alessio D’Amato, responsabile Welfare della segreteria nazionale di Azione e Consigliere regionale del Lazio, ha annunciato che presenterà una mozione «per impegnare la Regione Lazio a intervenire fin da subito nella Conferenza delle Regioni, sollecitando governo e Parlamento sulla materia. Allo stesso tempo, ci faremo portatori negli enti locali di analoghe mozioni e ordini del giorno». Con lo stesso obiettivo i gruppi del Pd e di «Veneto che vogliamo» hanno depositato due risoluzioni al Consiglio regionale del Veneto, anche perché il governatore Luca Zaia ha inviato una lettera agli studenti con la quale sottolinea «il valore dell’inclusività e della solidarietà, spronando i giovani a prestare attenzione e aiuto ai ragazzi “che vengono da fuori”, stranieri». Ieri, Fi ha anche ritirato l’emendamento Russo-Patriarca-Dalla Chiesa, che puntava a ripristinare l’obbligo di differimento della pena per le detenute con figli fino a un anno. Le speranze di aprire di aprire una frattura a destra sembrano essersi definitivamente infrante.
Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
Il ministro del Lavoro Marina Calderone
Intervistata dal direttore Maurizio Belpietro, il ministro del Lavoro Marina Calderone ha fatto il punto su salari, formazione e occupazione sul palco de Il giorno della Verità.
Salari, formazione e occupazione. Questi i temi fondamentali toccati dal ministro del Lavoro Marina Calderone, intervistata dal direttore Maurizio Belpietro in occasione de Il giorno della Verità.
Belpietro menziona innanzitutto i dati estremamente positivi sulla disoccupazione al 5,1% (ai minimi dal 2004). Questi risultati, secondo Calderone, derivano da tutto un insieme di fattori che funzionano, ma soprattutto dalla fiducia che le imprese hanno riacquisito grazie alla stabilità del governo Meloni. «Questo fattore è davvero importante quando un imprenditore vuole costruire qualcosa». Inoltre, afferma il ministro con orgoglio «sono in crescita i contratti a tempo indeterminato. Non è vero, come dicono le opposizioni, che il lavoro è precario. Quest'ultimo rappresenta una percentuale normale, che deriva dai periodi dell'anno in cui le aziende hanno bisogno di una certa flessibilità».
I quattro anni di governo, dunque «sono stati anni di dati positivi, costruiti gradualmente, numero su numero. Il governo, ora, deve continuare a dare fiducia e stabilità, a costruire norme che irrobustiscano il lavoro e diano prospettive ai giovani. Le condizioni del nostro mercato del lavoro ci permettono di tenere cinque generazioni diverse a lavorare. Il problema, invece, è trovare lavoratori per le aziende che li richiedono. Ma non bisogna alimentare la competizione fra giovani e anziani. Occorre far entrare prima i giovani nel mondo del lavoro».
Sul fronte dell’occupazione giovanile, Calderone si ritiene soddisfatta del fatto che negli ultimi anni la percentuale dei giovani che non lavorano si sia ridotta sensibilmente, mentre è aumentata quella delle giovani donne che lavorano. Un altro elemento positivo è il cambiamento della mentalità delle famiglie italiane: un tempo si insegnava che bisognava privilegiare i licei, mentre l’istituto professionale era considerato di Serie C. Ora, al contrario, i dati dimostrano che chi fa studi professionali ha possibilità molto elevate di trovare lavoro. Bisogna dunque spiegare ai giovani queste opportunità, al fine di valorizzare talenti diversi».
Stimolata sul tema dell'impresa privata dal direttore Belpietro, il ministro spiega che «esiste un percorso di adattamento a crisi profonde come è stato il Covid. Era già successo nel 2008 e 2010, quando c’era stata la bolla economica e il mondo del lavoro si era fermato. Per farlo ripartire ci vogliono anni. A ogni modo, negli ultimi due anni, l'Italia, anche a livello di salari, è cresciuta molto più di altri Paesi europei».
L'ultimo tema affrontato è quello delIa denatalità e dell'intelligenza artificiale, che potrebbero mettere a rischio l'occupazione e l'Inps. Su questo tema, tuttavia, Calderone ha rassicurato, citando il Rapporto fine mandato consiglio vigilanza dell’Inps: «I conti sono in equilibrio, ma bisogna accompagnare la dinamica demografica che purtroppo non gioca a nostro favore. Bisogna far crescere i montanti contributivi, riducendo gli interventi a sostegno del reddito e trasformando le ore di cassa integrazione in ore di lavoro. Così facendo avremo la possibilità di sostenere il sistema delle pensioni».
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Al «Giorno della Verità» Andrea Giordano, Chief Infrastructure Officer di Aeroporti di Roma; Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth di A2A; e Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, direttore generale di Acea Acqua, si sono confrontati sul ruolo delle infrastrutture strategiche tra sicurezza energetica, sostenibilità e innovazione tecnologica. Al centro del dibattito aeroporti, reti energetiche, gestione dell’acqua e intelligenza artificiale.
Sicurezza energetica, infrastrutture strategiche e innovazione tecnologica sono stati i temi al centro del panel Le reti della sovranità – Infrastrutture, investimenti e sicurezza energetica nell’era delle crisi, moderato dalla giornalista Rai Manuela Moreno al «Giorno della Verità».
Andrea Giordano, Chief Infrastructure Officer di Aeroporti di Roma, ha illustrato il percorso di sostenibilità intrapreso dal gruppo, spiegando come la decarbonizzazione rappresenti non soltanto un obiettivo ambientale ma un approccio strutturale allo sviluppo delle infrastrutture aeroportuali.
Tra gli interventi già realizzati, Giordano ha ricordato l’installazione di oltre 55.000 pannelli fotovoltaici nell’area di Fiumicino, visibili anche durante le fasi di atterraggio. Un investimento che rientra nella strategia di riduzione delle emissioni e che viene sostenuto attraverso strumenti di finanza sostenibile.
Lo stesso manager ha poi affrontato il tema dello sviluppo dello scalo romano, evidenziando come il traffico dell’aeroporto cresca mediamente del 3% ogni anno. Secondo le previsioni di Aeroporti di Roma, dopo il 2040 Fiumicino potrebbe superare la soglia dei 100 milioni di passeggeri annui.
In questo quadro si inserisce il progetto di una nuova pista, che secondo Giordano potrebbe generare una ricaduta economica stimata in circa 18 miliardi di euro e migliaia di nuovi posti di lavoro. Una prospettiva che si lega anche alla crescente competizione con altri grandi hub internazionali del Mediterraneo e d’Europa, da Istanbul a Barcellona fino a Londra.
Sul fronte della sicurezza delle infrastrutture è intervenuto Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, direttore generale di Acea Acqua, che ha sottolineato come oggi la protezione delle reti non possa più essere considerata soltanto in termini fisici.
«La sicurezza ha ormai anche una dimensione digitale», ha spiegato, soffermandosi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella gestione delle infrastrutture idriche. Secondo Naranjo, le nuove tecnologie consentono di passare da un approccio reattivo a uno preventivo, grazie alla capacità di monitorare i sistemi, individuare anomalie e segnalare possibili criticità prima che si trasformino in guasti o interruzioni del servizio.
In collegamento video è intervenuto anche Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth di A2A, che ha affrontato il tema dell’autonomia energetica. Secondo Giussani, l’obiettivo deve essere quello di rendere il sistema energetico meno esposto a condizionamenti esterni e più resiliente rispetto alle crisi.
Per raggiungere questo risultato, ha osservato, occorre puntare sulle fonti rinnovabili, che oggi presentano costi inferiori rispetto a quelle fossili, ma che necessitano di infrastrutture e investimenti adeguati per garantire stabilità e continuità della produzione.
Dal confronto è emersa una visione comune: infrastrutture moderne, innovazione tecnologica e investimenti rappresentano elementi essenziali per rafforzare la competitività del Paese e affrontare le sfide energetiche e industriali dei prossimi anni.
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