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2023-07-10
I Brics valgono il 30% del Pil globale
Sbaglia chi pensa che il mondo si stia spaccando in due, Occidente da un lato e Brics (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) dall’altro. I cinque Paesi del «Sud del mondo», tre dei quali rientrano tra le prime dieci potenze economiche mondiali, guidano un gruppo destinato ad accogliere, a breve, molti altri Stati emergenti. Perseguono tuttavia strategie geopolitiche alternative alla logica conflittuale dei due blocchi - sulla base della quale l’America ha esteso la sua influenza in Occidente - pur rappresentando, di fatto, una sfida al dominio globale americano.
Quando nel 2001 si cominciò a parlare delle cinque maggiori economie emergenti, acronomizzandole in Bric (senza la S del Sudafrica, che si unì poco dopo), l’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill ne pronosticò una crescita che in effetti è andata oltre le migliori previsioni: se questi Paesi nel 2001 rappresentavano il 16% del Pil mondiale, da allora il loro peso è raddoppiato (31,5% nel 2023) e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) prevede che nel 2025 arrivi al 40% del Pil globale. Quanto all’andamento del potere d’acquisto, se nel 2001 quello dei Brics era al 18,8% e quello dei Paesi del G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti) al 42,8%, dieci anni dopo le distanze si sono accorciate; dopo il gran sorpasso del 2020, gli equilibri sono oggi capovolti: Brics 32%, G7 29,6%. Questa crescita costante nel 2009 ha portato culture e sistemi politico-economici profondamente differenti a riunirsi ufficialmente nel gruppo Brics. Da allora a oggi Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica hanno svolto un ruolo fondamentale come motori della crescita economica globale, che lo scoppio della guerra in Ucraina ha reso, per diverse ragioni, cruciale.
Innanzitutto, pur non essendo alleati strategici della Russia, nessuno di questi Stati ha voluto aderire alle sanzioni imposte dall’Occidente per indebolire Mosca. L’«operazione finanziaria speciale» di Ue e Usa, che ad aprile 2022 hanno congelato parte dei 643 miliardi di dollari russi custoditi nelle banche occidentali, doveva sorprendere la Russia e il rublo perché concepita sullo schema del dollaro come valuta di riferimento globale. I Brics hanno rovesciato le carte in tavola intensificando gli scambi commerciali con Mosca in valuta locale: la Cina ha cominciato ad acquistare carbone e petrolio russi pagandoli in yuan cinesi anziché in dollari, l’India ha pagato direttamente in rubli e da marzo 2023 perfino la Francia ha abbandonato il dollaro Usa per acquistare dalla Cina gas naturale liquido (gnl) pagandolo in yuan. La strada della dedollarizzazione - uno degli obiettivi che accomuna i Paesi Brics - sembra insomma segnata. Non va dimenticato il pronostico della prima direttrice generale aggiunta del Fmi, Gita Gopinath, che già ad aprile 2022 aveva avvisato: «Le sanzioni minacciano di indebolire il dominio del dollaro e possono tradursi in un sistema monetario internazionale più frammentato». Un anno dopo, alcuni media asiatici hanno reso noto che i Brics starebbero pianificando di introdurre una nuova valuta commerciale ancorata all’oro e avrebbero posto l’argomento all’ordine del giorno del prossimo meeting annuale previsto a Johannesburg, in Sudafrica, dal 22 al 24 agosto. Leslie Maasdorp, vicepresidente della New Development Bank - contraltare Brics del Fondo Monetario - ha smentito la notizia definendola «un’ambizione a medio-lungo termine», ma la rotta è segnata, e rappresenta la più temibile sfida dei Paesi del «Sud del mondo» al sistema di Bretton Woods, che ha garantito per decenni la centralità del dollaro. Se il progetto prendesse forma, gli Stati Uniti perderebbero del tutto la loro egemonia.
Le previsioni di Gopinath trovano conferma nel proseguimento degli scambi commerciali tra gli altri Paesi dei Brics e la Russia nonostante le sanzioni, che rende la guerra economica dichiarata da Usa ed Ue a Mosca un’arma spuntata: a un anno e mezzo dall’inizio delle ostilità e dall’attivazione del primo round di sanzioni (oggi siamo all’undicesimo), la Russia non ne è uscita con le ossa rotte. Anzi, in Germania alcuni analisti parlano di «rinascita economica» dell’orso russo, che in prospettiva potrebbe consolidarsi grazie al boom dell’economia di guerra, all’aumento dei salari reali e al calo dell’inflazione, risultati conseguiti grazie anche alla collaborazione dei Brics.
L’altra ragione che pone queste nazioni al centro dei colloqui diplomatici internazionali è il tentativo, finora vano, di coinvolgerle attivamente nel sostegno militare all’Ucraina: i Brics, che rappresentano 3,2 miliardi di cittadini (contro i 950 milioni dei Paesi Nato) non sostengono il conflitto ucraino. A cominciare dal presidente del Brasile, che a febbraio è andato in visita a Washington. Luiz Ignacio Lula da Silva ha trovato la quadra con Joe Biden praticamente su tutto, ad eccezione del dossier Ucraina: «Se inviassi armi, mi unirei alla guerra. Non voglio unirmi alla guerra, voglio la pace», ha detto Lula al presidente americano, confermando la neutralità di Brasilia. Secondo quanto riferito sul Paìs dallo storico Luuk van Middelaar, Lula si sarebbe anche lasciato sfuggire una dichiarazione informale, ma netta, contro la centralità del dollaro.
L’incontro del presidente indiano Narendra Modi con Joe Biden, che si è tenuto a fine giugno a Washington, ha avuto più o meno lo stesso esito: Biden ha cercato di dare nuovo impulso alla coalizione Quad, che comprende India, Giappone e Australia e ha come obiettivo l’accerchiamento geografico della Cina. Modi ha annunciato una serie di investimenti in tecnologia militare statunitense, che affrancherebbero Nuova Delhi dall’acquisto di quella russa. Ma anche l’India, nonostante le pressioni degli Stati Uniti, rimane al momento neutrale.
È tornata a mani vuote anche il ministro degli esteri tedesco Annalena Baerbock, che due settimane fa è andata in Sudafrica per tentare di convincere le autorità a sganciarsi dall’influenza russa e unirsi alle manovre in favore di Kiev. Baerbock si è fatta precedere da un suo articolo, pubblicato sul quotidiano sudafricano Sunday Times, incentrato sulla consueta retorica solidaristica dell’aggressore alle porte di casa: «Capisco che ci si possa domandare perché intervenire in un Paese distante 9.000 chilometri», ha scritto Baerbock, «ma incoraggio tutti a chiedersi: quale reazione mi aspetterei dalla comunità internazionale se questa guerra si svolgesse nel mio territorio?». Pretoria non si è intenerita e ha mantenuto la sua posizione, che va oltre la neutralità: deve infatti render conto dell’incidente del Lady R, il cargo russo che - secondo le accuse dell’ambasciatore statunitense in Sudafrica - sarebbe approdato alla base navale di Simon’s Town, vicina a Città del Capo, per caricare forniture militari. Le autorità sudafricane hanno smentito e tentano di smorzare i toni, ma Pretoria potrebbe perfino pensare di revocare la sua adesione alla Corte de L’Aia dopo il mandato di cattura internazionale contro Vladimir Putin per crimini contro l’umanità, che obbligherebbe le autorità sudafricane ad arrestarlo se si recasse al vertice Brics di fine agosto.
La manovra di accerchiamento dei Brics è andata male anche ad Emmanuel Macron. Il presidente francese, attraverso il ministro degli esteri Catherine Colonna, aveva fatto sapere che avrebbe partecipato «volentieri» al vertice di Johannesburg, ma la Russia ha posto il veto: «Onestamente non sappiamo come, in quale veste e con quale obiettivo il presidente Macron dovrebbe partecipare», ha dichiarato il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, mentre il vice-ministro degli esteri sovietico Sergey Ryabkov - sottolineando che i Paesi Brics rifiutano le sanzioni unilaterali inflitte a Mosca - ha definito la richiesta «del tutto inappropriata».
C’è un terzo elemento che pone i Brics al centro della tessitura diplomatica occidentale, ed è la mole di richieste di adesione pervenute, che ha subìto un’impennata da quando è scoppiato il conflitto ucraino: ai Paesi fondatori - che già da soli rappresentano circa il 26% dell’area geografica mondiale e il 40% della popolazione mondiale - sono giunte le richieste di adesione formale di Algeria, Arabia Saudita, Argentina, Bahrein, Bangladesh, Egitto, Emirati Arabi, Etiopia, Indonesia e Iran, mentre hanno manifestato interesse a entrare Afghanistan, Bielorussia, Kazakistan, Messico, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Senegal, Sudan, Siria, Thailandia, Turchia, Uruguay, Venezuela e Zimbabwe. Sia chiaro: non tutti entreranno necessariamente a far parte dei Brics, che restano un’entità troppo eterogenea per poter essere indicata come «alleanza». Ma è significativo che tra i Paesi formalmente applicanti figuri l’Arabia Saudita, che per decenni ha perseguito politiche di vicinanza con gli Usa, o lo stesso Egitto, Paese nell’orbita del Regno Unito. È indicativa anche la richiesta, non ancora accettata, della Turchia, nazione ponte tra Islam ed Europa, che vent’anni fa aveva tentato l’adesione all’Ue, respinta da diversi Stati membri tra cui la Francia: la miopia dei leader europei di allora ha spinto sempre di più Ankara tra le braccia dell’altra parte del mondo.
La partita di questi Paesi, insomma, è più che mai aperta, ma le logiche occidentali non riescono ad intercettarla: i Brics vogliono sfuggire allo schema della contrapposizione, non cercano la guerra ma la pace, che porta benessere nei loro territori; non cercano collocazione in uno schema unipolare ma hanno una visione multipolare, in cui le geometrie sono variabili, a seconda degli interessi. Ed è forse in questo senso che la loro strategia, di fatto, rappresenta una sfida al dominio globale americano. Negli ultimi venticinque anni gli Stati Uniti hanno coinvolto l’opinione pubblica occidentale in nome della logica dello «scontro delle civiltà» teorizzato da Samuel Huntington e Francis Fukuyama. Ma è dal collasso del sogno americano, precipitato nell’incubo della cultura woke, che questi Paesi trovano, oggi più che mai, la loro ragion d’essere.
«Non è un blocco politico-militare ma l’egemonia degli Usa è a rischio»

Lucio Caracciolo (Imagoeconomica)
«Non credo che esista alcun tipo di “blocco” o “alleanza” Brics», dice Lucio Caracciolo, giornalista e direttore della rivista di geopolitica Limes. «Prendiamo l’India e la Cina: è difficile immaginarli alleati. E anche la famosa “amicizia senza limiti” fra Russia e Cina si sta rivelando ogni giorno più limitata».
I Brics non rappresentano una sfida al dominio globale americano?
«Partendo dal presupposto che una contrapposizione tra Brics e Nato non ha alcun senso, questi Paesi entrando nel “club” possono trovare intese privilegiate».
Qual è il loro obiettivo?
«Avere una sorta di upgrading sulla scena mondiale, per accedere a un livello di relazioni con le grandi potenze. Questo vale soprattutto per chi non occupa il centro di quella scena, ad esempio Brasile, Sudafrica e direi anche l’India».
Tutto qui?
«Questi Paesi hanno motivo di non aderire a un’idea di dominio assoluto americano o occidentale, quindi sia per ragioni geopolitiche che per ragioni ideologiche si è creato questo “nucleo gassoso” che non vuole stare sotto l’orbita americana ma neanche cinese, anche se magari ha buone relazioni con Pechino».
Come definirebbe questa aggregazione?
«Non di tipo strategico né tantomeno militare, ma di tipo politico, diplomatico ed economico, dossier per dossier».
Che tipo di impatto hanno i Brics sul sistema internazionale?
«Costituiscono una complicazione, nel senso stretto del termine, perché aggiungono altre relazioni internazionali a un sistema che da almeno trent’anni ha perso la sua coerenza e vive una evidente crisi di egemonia americana. Ciò libera una quantità di energie che una volta erano compresse o comunque inscritte in un sistema guidato dall’America. Il caso dell’Arabia Saudita (che ha fatto richiesta di adesione ai Brics, ndr) è evidente».
Pur non essendo un’alleanza, questi sistemi potrebbero minacciare l’egemonia del dollaro?
«Questo è un discorso corretto in assoluto, nel senso che gli Stati Uniti non solo non possono, ma nemmeno vogliono più occuparsi del resto del mondo. Ciò condurrà inevitabilmente a una crisi del cosiddetto privilegio esorbitante del dollaro, paradossalmente accentuata dal sistema sanzionatorio Usa».
Nessuno dei Paesi Brics aderisce alle sanzioni.
«Ormai le sanzioni sono un colabrodo e neanche gli americani le rispettano».
In effetti le materie prime che alimentano le centrali nucleari Usa sono russe, così come i concimi che sostengono l’agricoltura statunitense. A cosa porterà tutto ciò?
«A una specie di maionese impazzita: pensiamo al famoso sequestro dei patrimoni russi, che viola il principio della proprietà privata. Le sanzioni a mio avviso sono state concepite più per simulare coesione che per colpire la Russia».
Macron ha chiesto di partecipare al vertice Brics previsto a fine agosto…
«È la conferma dello stato di confusione in cui versa la Francia. C’è talmente tanto caos che perfino alcuni Paesi Nato giocano su diversi tavoli».
L’Italia avrebbe dovuto avanzare la stessa richiesta?
«Credo che l'Italia negli ultimi anni abbia avuto una vocazione abbastanza marcata a non fare politica estera: ci limitiamo a guardare in quale direzione vanno gli Usa, cerchiamo di imitarli ma è complicato perché cambiano idea molto spesso. In Europa siamo riusciti a litigare contemporaneamente con i francesi e con i tedeschi, stiamo inseguendo gli ungheresi e polacchi, non è chiaro quale tipo di politica stiamo perseguendo».
I Brics rappresentano 3 miliardi di cittadini e hanno in comune economie in crescita.
«Sono organizzazioni un po’ casuali di Stati che una volta afferivano a sistemi con una chiara impostazione gerarchica, ma immaginare che ci siano tre miliardi di persone che si sono unite contro l’America, proprio no. Alcuni di loro possono mettersi d’accordo su questioni di tipo politico o perfino militare, ma sempre e soltanto su base ad hoc».
Noi occidentali le vediamo come autocrazie…
«Nelle accademie si cerca di distinguere tra interessi e valori, ma nella vita reale questa distinzione non esiste».
«Nel nuovo mondo l’Occidente sarà sempre più marginale»

Il professore di Relazioni Internazionali all’Università di Milano Alessandro Colombo (YouTube)
«Siamo alla fine di qualcosa di più importante dell’unipolarismo americano: siamo nella fase calante dell’era occidentale della storia del mondo». Alessandro Colombo, professore ordinario di Relazioni Internazionali all’Università di Milano e direttore del Transatlantic Relations Programme presso l’Ispi, traccia uno scenario definitivo sugli anni che stiamo vivendo e commenta l’ascesa dei Paesi del Sud globale.
Cosa rappresentano i Brics?
«Sono Paesi che cercano di trovare una posizione “altra” e di esprimere una visione dell’ordine internazionale diversa».
Possono considerarsi un’alleanza?
«No, non sono un’alleanza né un blocco e non lo diventeranno: ci sono differenze di prospettive, di interessi e di collocazione geopolitica tra loro. Ma credo che questi Paesi cerchino di sfuggire alla logica dei blocchi».
Negli ultimi mesi si è parlato di una sorta di «rinascita del movimento dei non allineati».
«Non è vero che i Brics sono un movimento di non allineati, ma definirli come “non allineati” credo che sia più vicino alla realtà che definirli come “blocco”».
Quale politica perseguono?
«Si sforzano di non essere intrappolati in una logica bipolare - come quella suggerita dalla contrapposizione tra democrazia e autocrazie - nella quale non si riconoscono e dalla quale ritengono di avere tutto da perdere».
Questo raggruppamento attira Paesi storicamente amici degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita.
«Sì, accade per via del processo di sgretolamento dell’ordine internazionale degli ultimi trent’anni: il caso dell’Arabia Saudita è molto significativo, ma molti altri Paesi vanno nella stessa direzione».
Quindi la loro adesione ai Brics non deve essere considerata come atto ostile nei confronti degli Stati Uniti?
«No, non si tratta di rompere l’alleanza o le relazioni con gli Stati Uniti ma di garantirsi maggiore flessibilità diplomatica e di collocarsi in una posizione tale da poter avere contemporaneamente rapporti con gli Usa, con la Russia e con la Cina senza essere costretti a scegliere. Questa è la posizione dei Brics ed è assolutamente comprensibile, sia dal punto di vista strategico sia, perché no, dal punto di vista storico».
Molti di loro, pur non sostenendo l’Ucraina, hanno provato a mediare per porre fine al conflitto. Eppure l’Occidente e l’Europa continuano a guardarli come autocrazie screditate.
«L’eventualità che l’Europa possa giudicare altri Paesi inadeguati sarà sempre meno rilevante sul terreno politico. L’Europa, ci piaccia o no, viene ormai considerata da tutti come un’entità che da centrale sta diventando sempre più marginale. La storia va in un’altra direzione».
Non è quello che affermano i dirigenti Ue.
«Magari la storia ci potrà smentire ma in questo momento tutto lascia pensare che quella dell’Europa sia una parabola discendente».
L’Ue in questo momento sta mostrando i muscoli all’opinione pubblica.
«All’opinione pubblica si può far credere tutto ciò che si vuole, il fatto è che gli altri non ci credono, i Paesi non-Ue vedono benissimo che le cose non stanno così. Il processo d’integrazione europea non è bastato a fermare il declino, con un’aggravante: rispetto agli anni Novanta l’Unione europea non è più coesa - come si è detto in occasione della guerra in Ucraina, anche un po’ pateticamente - ma sempre più divisa».
Viceversa, i Brics sono accomunati dal Pil in crescita e dall’intento comune di smarcarsi dall’egemonia del dollaro…
«Non tutti ce la faranno, ma tutti sono candidati alla crescita e hanno aspettative ottimistiche sul futuro».
Quali attese ci sono sul vertice dei Brics?
«È un vertice simbolico. Non ci dobbiamo aspettare decisioni significative, c’è però il dato politico rilevante che questi paesi, riunendosi, esprimono la volontà di non giocare al gioco degli altri».
L’impero americano è definitivamente tramontato?
«Noi stiamo vivendo da diversi anni il declino dell’ordine egemonico americano, ma sullo sfondo c’è un crepuscolo molto più importante, quello della centralità dell'Occidente nelle relazioni internazionali: sono queste le due grandi questioni che condizioneranno i prossimi anni».
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Con 3 miliardi di persone e il 30% del Pil globale, l’alleanza informale tra Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, che presto terranno il loro vertice annuale, sfida il dominio globale americano. E le domande per entrare nel «club» sono in crescita.L’esperto Lucio Caracciolo: «Arduo definire i cinesi alleati di New Delhi. E coi russi l’amicizia è limitata».Il docente Alessandro Colombo: «Questi Stati rifiutano la logica bipolare democrazie contro autocrazie».Lo speciale contiene tre articoli.Sbaglia chi pensa che il mondo si stia spaccando in due, Occidente da un lato e Brics (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) dall’altro. I cinque Paesi del «Sud del mondo», tre dei quali rientrano tra le prime dieci potenze economiche mondiali, guidano un gruppo destinato ad accogliere, a breve, molti altri Stati emergenti. Perseguono tuttavia strategie geopolitiche alternative alla logica conflittuale dei due blocchi - sulla base della quale l’America ha esteso la sua influenza in Occidente - pur rappresentando, di fatto, una sfida al dominio globale americano.Quando nel 2001 si cominciò a parlare delle cinque maggiori economie emergenti, acronomizzandole in Bric (senza la S del Sudafrica, che si unì poco dopo), l’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill ne pronosticò una crescita che in effetti è andata oltre le migliori previsioni: se questi Paesi nel 2001 rappresentavano il 16% del Pil mondiale, da allora il loro peso è raddoppiato (31,5% nel 2023) e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) prevede che nel 2025 arrivi al 40% del Pil globale. Quanto all’andamento del potere d’acquisto, se nel 2001 quello dei Brics era al 18,8% e quello dei Paesi del G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti) al 42,8%, dieci anni dopo le distanze si sono accorciate; dopo il gran sorpasso del 2020, gli equilibri sono oggi capovolti: Brics 32%, G7 29,6%. Questa crescita costante nel 2009 ha portato culture e sistemi politico-economici profondamente differenti a riunirsi ufficialmente nel gruppo Brics. Da allora a oggi Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica hanno svolto un ruolo fondamentale come motori della crescita economica globale, che lo scoppio della guerra in Ucraina ha reso, per diverse ragioni, cruciale. Innanzitutto, pur non essendo alleati strategici della Russia, nessuno di questi Stati ha voluto aderire alle sanzioni imposte dall’Occidente per indebolire Mosca. L’«operazione finanziaria speciale» di Ue e Usa, che ad aprile 2022 hanno congelato parte dei 643 miliardi di dollari russi custoditi nelle banche occidentali, doveva sorprendere la Russia e il rublo perché concepita sullo schema del dollaro come valuta di riferimento globale. I Brics hanno rovesciato le carte in tavola intensificando gli scambi commerciali con Mosca in valuta locale: la Cina ha cominciato ad acquistare carbone e petrolio russi pagandoli in yuan cinesi anziché in dollari, l’India ha pagato direttamente in rubli e da marzo 2023 perfino la Francia ha abbandonato il dollaro Usa per acquistare dalla Cina gas naturale liquido (gnl) pagandolo in yuan. La strada della dedollarizzazione - uno degli obiettivi che accomuna i Paesi Brics - sembra insomma segnata. Non va dimenticato il pronostico della prima direttrice generale aggiunta del Fmi, Gita Gopinath, che già ad aprile 2022 aveva avvisato: «Le sanzioni minacciano di indebolire il dominio del dollaro e possono tradursi in un sistema monetario internazionale più frammentato». Un anno dopo, alcuni media asiatici hanno reso noto che i Brics starebbero pianificando di introdurre una nuova valuta commerciale ancorata all’oro e avrebbero posto l’argomento all’ordine del giorno del prossimo meeting annuale previsto a Johannesburg, in Sudafrica, dal 22 al 24 agosto. Leslie Maasdorp, vicepresidente della New Development Bank - contraltare Brics del Fondo Monetario - ha smentito la notizia definendola «un’ambizione a medio-lungo termine», ma la rotta è segnata, e rappresenta la più temibile sfida dei Paesi del «Sud del mondo» al sistema di Bretton Woods, che ha garantito per decenni la centralità del dollaro. Se il progetto prendesse forma, gli Stati Uniti perderebbero del tutto la loro egemonia.Le previsioni di Gopinath trovano conferma nel proseguimento degli scambi commerciali tra gli altri Paesi dei Brics e la Russia nonostante le sanzioni, che rende la guerra economica dichiarata da Usa ed Ue a Mosca un’arma spuntata: a un anno e mezzo dall’inizio delle ostilità e dall’attivazione del primo round di sanzioni (oggi siamo all’undicesimo), la Russia non ne è uscita con le ossa rotte. Anzi, in Germania alcuni analisti parlano di «rinascita economica» dell’orso russo, che in prospettiva potrebbe consolidarsi grazie al boom dell’economia di guerra, all’aumento dei salari reali e al calo dell’inflazione, risultati conseguiti grazie anche alla collaborazione dei Brics.L’altra ragione che pone queste nazioni al centro dei colloqui diplomatici internazionali è il tentativo, finora vano, di coinvolgerle attivamente nel sostegno militare all’Ucraina: i Brics, che rappresentano 3,2 miliardi di cittadini (contro i 950 milioni dei Paesi Nato) non sostengono il conflitto ucraino. A cominciare dal presidente del Brasile, che a febbraio è andato in visita a Washington. Luiz Ignacio Lula da Silva ha trovato la quadra con Joe Biden praticamente su tutto, ad eccezione del dossier Ucraina: «Se inviassi armi, mi unirei alla guerra. Non voglio unirmi alla guerra, voglio la pace», ha detto Lula al presidente americano, confermando la neutralità di Brasilia. Secondo quanto riferito sul Paìs dallo storico Luuk van Middelaar, Lula si sarebbe anche lasciato sfuggire una dichiarazione informale, ma netta, contro la centralità del dollaro.L’incontro del presidente indiano Narendra Modi con Joe Biden, che si è tenuto a fine giugno a Washington, ha avuto più o meno lo stesso esito: Biden ha cercato di dare nuovo impulso alla coalizione Quad, che comprende India, Giappone e Australia e ha come obiettivo l’accerchiamento geografico della Cina. Modi ha annunciato una serie di investimenti in tecnologia militare statunitense, che affrancherebbero Nuova Delhi dall’acquisto di quella russa. Ma anche l’India, nonostante le pressioni degli Stati Uniti, rimane al momento neutrale. È tornata a mani vuote anche il ministro degli esteri tedesco Annalena Baerbock, che due settimane fa è andata in Sudafrica per tentare di convincere le autorità a sganciarsi dall’influenza russa e unirsi alle manovre in favore di Kiev. Baerbock si è fatta precedere da un suo articolo, pubblicato sul quotidiano sudafricano Sunday Times, incentrato sulla consueta retorica solidaristica dell’aggressore alle porte di casa: «Capisco che ci si possa domandare perché intervenire in un Paese distante 9.000 chilometri», ha scritto Baerbock, «ma incoraggio tutti a chiedersi: quale reazione mi aspetterei dalla comunità internazionale se questa guerra si svolgesse nel mio territorio?». Pretoria non si è intenerita e ha mantenuto la sua posizione, che va oltre la neutralità: deve infatti render conto dell’incidente del Lady R, il cargo russo che - secondo le accuse dell’ambasciatore statunitense in Sudafrica - sarebbe approdato alla base navale di Simon’s Town, vicina a Città del Capo, per caricare forniture militari. Le autorità sudafricane hanno smentito e tentano di smorzare i toni, ma Pretoria potrebbe perfino pensare di revocare la sua adesione alla Corte de L’Aia dopo il mandato di cattura internazionale contro Vladimir Putin per crimini contro l’umanità, che obbligherebbe le autorità sudafricane ad arrestarlo se si recasse al vertice Brics di fine agosto. La manovra di accerchiamento dei Brics è andata male anche ad Emmanuel Macron. Il presidente francese, attraverso il ministro degli esteri Catherine Colonna, aveva fatto sapere che avrebbe partecipato «volentieri» al vertice di Johannesburg, ma la Russia ha posto il veto: «Onestamente non sappiamo come, in quale veste e con quale obiettivo il presidente Macron dovrebbe partecipare», ha dichiarato il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, mentre il vice-ministro degli esteri sovietico Sergey Ryabkov - sottolineando che i Paesi Brics rifiutano le sanzioni unilaterali inflitte a Mosca - ha definito la richiesta «del tutto inappropriata».C’è un terzo elemento che pone i Brics al centro della tessitura diplomatica occidentale, ed è la mole di richieste di adesione pervenute, che ha subìto un’impennata da quando è scoppiato il conflitto ucraino: ai Paesi fondatori - che già da soli rappresentano circa il 26% dell’area geografica mondiale e il 40% della popolazione mondiale - sono giunte le richieste di adesione formale di Algeria, Arabia Saudita, Argentina, Bahrein, Bangladesh, Egitto, Emirati Arabi, Etiopia, Indonesia e Iran, mentre hanno manifestato interesse a entrare Afghanistan, Bielorussia, Kazakistan, Messico, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Senegal, Sudan, Siria, Thailandia, Turchia, Uruguay, Venezuela e Zimbabwe. Sia chiaro: non tutti entreranno necessariamente a far parte dei Brics, che restano un’entità troppo eterogenea per poter essere indicata come «alleanza». Ma è significativo che tra i Paesi formalmente applicanti figuri l’Arabia Saudita, che per decenni ha perseguito politiche di vicinanza con gli Usa, o lo stesso Egitto, Paese nell’orbita del Regno Unito. È indicativa anche la richiesta, non ancora accettata, della Turchia, nazione ponte tra Islam ed Europa, che vent’anni fa aveva tentato l’adesione all’Ue, respinta da diversi Stati membri tra cui la Francia: la miopia dei leader europei di allora ha spinto sempre di più Ankara tra le braccia dell’altra parte del mondo.La partita di questi Paesi, insomma, è più che mai aperta, ma le logiche occidentali non riescono ad intercettarla: i Brics vogliono sfuggire allo schema della contrapposizione, non cercano la guerra ma la pace, che porta benessere nei loro territori; non cercano collocazione in uno schema unipolare ma hanno una visione multipolare, in cui le geometrie sono variabili, a seconda degli interessi. Ed è forse in questo senso che la loro strategia, di fatto, rappresenta una sfida al dominio globale americano. Negli ultimi venticinque anni gli Stati Uniti hanno coinvolto l’opinione pubblica occidentale in nome della logica dello «scontro delle civiltà» teorizzato da Samuel Huntington e Francis Fukuyama. Ma è dal collasso del sogno americano, precipitato nell’incubo della cultura woke, che questi Paesi trovano, oggi più che mai, la loro ragion d’essere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/brics-valgono-30-pil-globale-2662252873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-e-un-blocco-politico-militare-ma-legemonia-degli-usa-e-a-rischio" data-post-id="2662252873" data-published-at="1688925075" data-use-pagination="False"> «Non è un blocco politico-militare ma l’egemonia degli Usa è a rischio» Lucio Caracciolo (Imagoeconomica) «Non credo che esista alcun tipo di “blocco” o “alleanza” Brics», dice Lucio Caracciolo, giornalista e direttore della rivista di geopolitica Limes. «Prendiamo l’India e la Cina: è difficile immaginarli alleati. E anche la famosa “amicizia senza limiti” fra Russia e Cina si sta rivelando ogni giorno più limitata». I Brics non rappresentano una sfida al dominio globale americano? «Partendo dal presupposto che una contrapposizione tra Brics e Nato non ha alcun senso, questi Paesi entrando nel “club” possono trovare intese privilegiate». Qual è il loro obiettivo? «Avere una sorta di upgrading sulla scena mondiale, per accedere a un livello di relazioni con le grandi potenze. Questo vale soprattutto per chi non occupa il centro di quella scena, ad esempio Brasile, Sudafrica e direi anche l’India». Tutto qui? «Questi Paesi hanno motivo di non aderire a un’idea di dominio assoluto americano o occidentale, quindi sia per ragioni geopolitiche che per ragioni ideologiche si è creato questo “nucleo gassoso” che non vuole stare sotto l’orbita americana ma neanche cinese, anche se magari ha buone relazioni con Pechino». Come definirebbe questa aggregazione? «Non di tipo strategico né tantomeno militare, ma di tipo politico, diplomatico ed economico, dossier per dossier». Che tipo di impatto hanno i Brics sul sistema internazionale? «Costituiscono una complicazione, nel senso stretto del termine, perché aggiungono altre relazioni internazionali a un sistema che da almeno trent’anni ha perso la sua coerenza e vive una evidente crisi di egemonia americana. Ciò libera una quantità di energie che una volta erano compresse o comunque inscritte in un sistema guidato dall’America. Il caso dell’Arabia Saudita (che ha fatto richiesta di adesione ai Brics, ndr) è evidente». Pur non essendo un’alleanza, questi sistemi potrebbero minacciare l’egemonia del dollaro? «Questo è un discorso corretto in assoluto, nel senso che gli Stati Uniti non solo non possono, ma nemmeno vogliono più occuparsi del resto del mondo. Ciò condurrà inevitabilmente a una crisi del cosiddetto privilegio esorbitante del dollaro, paradossalmente accentuata dal sistema sanzionatorio Usa». Nessuno dei Paesi Brics aderisce alle sanzioni. «Ormai le sanzioni sono un colabrodo e neanche gli americani le rispettano». In effetti le materie prime che alimentano le centrali nucleari Usa sono russe, così come i concimi che sostengono l’agricoltura statunitense. A cosa porterà tutto ciò? «A una specie di maionese impazzita: pensiamo al famoso sequestro dei patrimoni russi, che viola il principio della proprietà privata. Le sanzioni a mio avviso sono state concepite più per simulare coesione che per colpire la Russia». Macron ha chiesto di partecipare al vertice Brics previsto a fine agosto… «È la conferma dello stato di confusione in cui versa la Francia. C’è talmente tanto caos che perfino alcuni Paesi Nato giocano su diversi tavoli». L’Italia avrebbe dovuto avanzare la stessa richiesta? «Credo che l'Italia negli ultimi anni abbia avuto una vocazione abbastanza marcata a non fare politica estera: ci limitiamo a guardare in quale direzione vanno gli Usa, cerchiamo di imitarli ma è complicato perché cambiano idea molto spesso. In Europa siamo riusciti a litigare contemporaneamente con i francesi e con i tedeschi, stiamo inseguendo gli ungheresi e polacchi, non è chiaro quale tipo di politica stiamo perseguendo». I Brics rappresentano 3 miliardi di cittadini e hanno in comune economie in crescita. «Sono organizzazioni un po’ casuali di Stati che una volta afferivano a sistemi con una chiara impostazione gerarchica, ma immaginare che ci siano tre miliardi di persone che si sono unite contro l’America, proprio no. Alcuni di loro possono mettersi d’accordo su questioni di tipo politico o perfino militare, ma sempre e soltanto su base ad hoc». Noi occidentali le vediamo come autocrazie… «Nelle accademie si cerca di distinguere tra interessi e valori, ma nella vita reale questa distinzione non esiste». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/brics-valgono-30-pil-globale-2662252873.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nel-nuovo-mondo-loccidente-sara-sempre-piu-marginale" data-post-id="2662252873" data-published-at="1688925075" data-use-pagination="False"> «Nel nuovo mondo l’Occidente sarà sempre più marginale» Il professore di Relazioni Internazionali all’Università di Milano Alessandro Colombo (YouTube) «Siamo alla fine di qualcosa di più importante dell’unipolarismo americano: siamo nella fase calante dell’era occidentale della storia del mondo». Alessandro Colombo, professore ordinario di Relazioni Internazionali all’Università di Milano e direttore del Transatlantic Relations Programme presso l’Ispi, traccia uno scenario definitivo sugli anni che stiamo vivendo e commenta l’ascesa dei Paesi del Sud globale. Cosa rappresentano i Brics? «Sono Paesi che cercano di trovare una posizione “altra” e di esprimere una visione dell’ordine internazionale diversa». Possono considerarsi un’alleanza? «No, non sono un’alleanza né un blocco e non lo diventeranno: ci sono differenze di prospettive, di interessi e di collocazione geopolitica tra loro. Ma credo che questi Paesi cerchino di sfuggire alla logica dei blocchi». Negli ultimi mesi si è parlato di una sorta di «rinascita del movimento dei non allineati». «Non è vero che i Brics sono un movimento di non allineati, ma definirli come “non allineati” credo che sia più vicino alla realtà che definirli come “blocco”». Quale politica perseguono? «Si sforzano di non essere intrappolati in una logica bipolare - come quella suggerita dalla contrapposizione tra democrazia e autocrazie - nella quale non si riconoscono e dalla quale ritengono di avere tutto da perdere». Questo raggruppamento attira Paesi storicamente amici degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita. «Sì, accade per via del processo di sgretolamento dell’ordine internazionale degli ultimi trent’anni: il caso dell’Arabia Saudita è molto significativo, ma molti altri Paesi vanno nella stessa direzione». Quindi la loro adesione ai Brics non deve essere considerata come atto ostile nei confronti degli Stati Uniti? «No, non si tratta di rompere l’alleanza o le relazioni con gli Stati Uniti ma di garantirsi maggiore flessibilità diplomatica e di collocarsi in una posizione tale da poter avere contemporaneamente rapporti con gli Usa, con la Russia e con la Cina senza essere costretti a scegliere. Questa è la posizione dei Brics ed è assolutamente comprensibile, sia dal punto di vista strategico sia, perché no, dal punto di vista storico». Molti di loro, pur non sostenendo l’Ucraina, hanno provato a mediare per porre fine al conflitto. Eppure l’Occidente e l’Europa continuano a guardarli come autocrazie screditate. «L’eventualità che l’Europa possa giudicare altri Paesi inadeguati sarà sempre meno rilevante sul terreno politico. L’Europa, ci piaccia o no, viene ormai considerata da tutti come un’entità che da centrale sta diventando sempre più marginale. La storia va in un’altra direzione». Non è quello che affermano i dirigenti Ue. «Magari la storia ci potrà smentire ma in questo momento tutto lascia pensare che quella dell’Europa sia una parabola discendente». L’Ue in questo momento sta mostrando i muscoli all’opinione pubblica. «All’opinione pubblica si può far credere tutto ciò che si vuole, il fatto è che gli altri non ci credono, i Paesi non-Ue vedono benissimo che le cose non stanno così. Il processo d’integrazione europea non è bastato a fermare il declino, con un’aggravante: rispetto agli anni Novanta l’Unione europea non è più coesa - come si è detto in occasione della guerra in Ucraina, anche un po’ pateticamente - ma sempre più divisa». Viceversa, i Brics sono accomunati dal Pil in crescita e dall’intento comune di smarcarsi dall’egemonia del dollaro… «Non tutti ce la faranno, ma tutti sono candidati alla crescita e hanno aspettative ottimistiche sul futuro». Quali attese ci sono sul vertice dei Brics? «È un vertice simbolico. Non ci dobbiamo aspettare decisioni significative, c’è però il dato politico rilevante che questi paesi, riunendosi, esprimono la volontà di non giocare al gioco degli altri». L’impero americano è definitivamente tramontato? «Noi stiamo vivendo da diversi anni il declino dell’ordine egemonico americano, ma sullo sfondo c’è un crepuscolo molto più importante, quello della centralità dell'Occidente nelle relazioni internazionali: sono queste le due grandi questioni che condizioneranno i prossimi anni».
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Verdura antica e di poco costo («tre palanche al mazz»), il ramolaccio un tempo era assai più diffuso. Poi, come accade ai poveri in un Paese diventato ricco, il ramolaccio è finito ai margini della società orticola che mira più ai consumi nei supermercati che al bene prezioso della biodiversità.
Originario dell’Est dell’Europa, conosciuto già da Egizi, Greci e Romani che lo apprezzavano per le notevoli proprietà salutari, il ramolaccio invernale, Raphanus sativus, è un ravanello superdotato, di colore nero. Ci sono diverse varietà di Raphanus, differenti tra loro per forma, colore e sapore: piccole, grandi, giganti, allungate, tonde, a candela, rosse, gialle, nere. A noi, qui, interessa il niger, nero, bello grassoccio, rotondo come l’«O» di Giotto, ma con il codino. È molto bello da vedere. Anche se è un ortaggio piuttosto sconosciuto e poco coltivato, capita ancora di adocchiarlo sui banchi del mercato cittadino o in uno dei vari mercatini della terra o in un negozio di ortofrutta il cui proprietario sia particolarmente sensibile alla biodiversità. Quando, pulito dalla terra e ben lavato, si taglia a fette, il forte contrasto che oppone la scorza corvina dalla polpa candida è uno spettacolo. Notte e giorno. Neve e carbone. Corpo scuro, anima candida.
Il ramolaccio invernale è decisamente piccante e questo, presso il consumatore italiano, non depone purtroppo a suo favore. Ma è un ortaggio che fa un monte di bene e si presta a molti usi in cucina: tagliato a striscioline o a fettine sottili in carpaccio o abbinato ad altre verdure crude; cucinato come i crauti; adoperato come ingrediente per salse piccanti; conservato sotto aceto. È utilizzato anche per zuppe e pare impossibile come una radice così acre, così spicy, riesca a trasformarsi in deliziosa e morbida vellutata.
Nella civiltà contadina era famoso come rimedio naturale antitosse e antinfiammatorio per le vie respiratorie. Qualche nonna avanti con gli anni lo consiglia ancora. E non solo lei, come vedremo più sotto. Una ricetta popolare suggerisce di scavare la rapa, farcirla di zucchero o miele e lasciarla riposare per 24 ore: si ottiene così uno sciroppo naturale espettorante. Il ramolaccio invernale è noto anche per la sua capacità di drenare le tossine e stimolare la produzione di bile, migliorando la digestione dei grassi. Per questo la tradizione popolare consiglia di consumarlo dopo pasti abbondanti. Il consiglio vale anche per chi eccede con il vino. Il medico di Alessandro Magno, il pitagorico Androcide, ne consigliava l’uso al suo poco docile paziente, grande condottiero e grande bevitore, per evitare le conseguenze dannose dell’uso eccessivo del «sangue della terra». Pare che l’antico medico vissuto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, si basasse sull’osservazione che la vite si ritraeva o non fruttava bene se piantata accanto alle coltivazioni di rafani. È Plinio il Vecchio che ci racconta l’episodio. Il suggerimento di Androcide deve funzionare se dopo 2.000 e passa anni è arrivato fino alla soglia dei nostri giorni, fino all’altroieri. Nelle osterie dei nostri nonni era facile trovare una terrina di rapanelli sul bancone di mescita come rimedio popolare contro gli effetti dell’eccesso di vino. L’usanza si basava, appunto, sull’antica convinzione che i rapanelli, grazie alle loro proprietà rinfrescanti e depurative, potessero aiutare a mitigare i postumi di una sbornia o comunque favorire il benessere dopo aver tracannato parecchio.
Oltre alle proprietà medicinali, i Romani apprezzavano le qualità alimentari del ramolaccio invernale: lo dimostrano gli scritti di Columella e dello stesso Plinio, ma anche i moderni studi storici sulle risorse alimentari delle popolazioni vesuviane compiuti, tra gli altri, da Annamaria Ciarallo, compianta archeologa e botanica, autrice di numerosi libri sul «verde» pompeiano mediante la ricostruzione degli horti in base ai calchi delle radici.
Pare che i Romani facessero anche un terribile uso improprio - almeno quando Roma viveva tempi più casti e castigati moralmente - del ramolaccio. Una legge non scritta, ma crudelmente applicata, permetteva al marito tradito, in caso di flagrante adulterio, di sodomizzare con la radice piccante di un raphanus (la storia non ne specifica la varietà, ma sicuramente non era un rapanello) l’amante della moglie colto in fallo.
Durante il Medioevo il raphanus, probabilmente per la sua piccantezza, era considerato simbolo della lite. Aveva, quindi, valore negativo ma si poteva neutralizzarlo e consumare benissimo l’ortaggio purché, prima di mangiarlo, lo si benedicesse.
Come detto, il ramolaccio invernale ha stretti legami di parentela con il ravanello (Raphanus Sativus): appartengono entrambi alla famiglia delle Brassicaceae. Il niger rispetto al cuginetto rosso ha foglie e radici molto più grandi e resiste bene al freddo. L’apparato fogliare può raggiungere i 30 cm di altezza; la radice può arrivare anche al mezzo chilo. Ci sono diversi tipi di ramolaccio invernale nero: rotondi, conici e allungati a cilindro, di grosso o medio calibro.
Per la buona presenza di vitamine e la lunga conservabilità, veniva stivato in botti sulle navi per combattere lo scorbuto, terribile malattia che affliggeva i marinai causata dalla prolungata carenza di vitamina C. A confermare i rimedi della nonna a base di ramolaccio, ci sono le attestazioni degli studiosi moderni: il raphanus stimola l’appetito, la tonicità dell’apparato respiratorio e l’attivazione delle cellule epatiche; è diuretico, antiallergico. Il ravanello nero, in particolare, è utile nel curare bronchiti, tosse convulsa, reumatismi, malattie dell’apparato genito-urinario e coliche epatiche. A quanto pare fa bene anche ai giovani che patiscono la stanchezza. Mangiare ramolacci sotto esami o nei periodi di stress scolastico o di cambio di stagione, aiuta l’organismo a tener duro. A ulteriore conferma delle virtù salutari del ramolaccio nero c’è anche un modo di dire lituano che corrisponde al nostro «sano come un pesce». Nel Paese baltico, per descrivere lo stato di ottima salute di un individuo, dicono: «È sano come un ravanello nero».
Concludiamo suggerendo il più semplice dei modi di mangiare il Raphanus sativus niger: la sua preparazione al carpaccio. Per due persone basteranno due ramolacci invernali neri di media grossezza. Dopo averli lavati - se si vuole togliere un po’ di piccantezza basta lavarli ancora sotto acqua corrente - e sbucciati (volendo si può tenere anche la buccia nera, che fa un bell’effetto, ma in questo caso si deve strofinare ben bene il rafano per togliere tutta la terra), si affettano a rondelle sottili e si stendono su un piatto di portata. A questo punto si usa il sale q.b. sul carpaccio in modo che faccia perdere all’ortaggio acqua e piccantezza. Buttata l’acqua in eccesso e benedetto il ramolaccio con una emulsione di olio d’oliva extravergine buono (due terzi), aceto balsamico (un terzo), senape e un pizzichino di pepe, il carpaccio è pronto. È un buon abbinamento per i piatti di carne.
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Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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