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2023-07-10
I Brics valgono il 30% del Pil globale
Sbaglia chi pensa che il mondo si stia spaccando in due, Occidente da un lato e Brics (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) dall’altro. I cinque Paesi del «Sud del mondo», tre dei quali rientrano tra le prime dieci potenze economiche mondiali, guidano un gruppo destinato ad accogliere, a breve, molti altri Stati emergenti. Perseguono tuttavia strategie geopolitiche alternative alla logica conflittuale dei due blocchi - sulla base della quale l’America ha esteso la sua influenza in Occidente - pur rappresentando, di fatto, una sfida al dominio globale americano.
Quando nel 2001 si cominciò a parlare delle cinque maggiori economie emergenti, acronomizzandole in Bric (senza la S del Sudafrica, che si unì poco dopo), l’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill ne pronosticò una crescita che in effetti è andata oltre le migliori previsioni: se questi Paesi nel 2001 rappresentavano il 16% del Pil mondiale, da allora il loro peso è raddoppiato (31,5% nel 2023) e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) prevede che nel 2025 arrivi al 40% del Pil globale. Quanto all’andamento del potere d’acquisto, se nel 2001 quello dei Brics era al 18,8% e quello dei Paesi del G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti) al 42,8%, dieci anni dopo le distanze si sono accorciate; dopo il gran sorpasso del 2020, gli equilibri sono oggi capovolti: Brics 32%, G7 29,6%. Questa crescita costante nel 2009 ha portato culture e sistemi politico-economici profondamente differenti a riunirsi ufficialmente nel gruppo Brics. Da allora a oggi Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica hanno svolto un ruolo fondamentale come motori della crescita economica globale, che lo scoppio della guerra in Ucraina ha reso, per diverse ragioni, cruciale.
Innanzitutto, pur non essendo alleati strategici della Russia, nessuno di questi Stati ha voluto aderire alle sanzioni imposte dall’Occidente per indebolire Mosca. L’«operazione finanziaria speciale» di Ue e Usa, che ad aprile 2022 hanno congelato parte dei 643 miliardi di dollari russi custoditi nelle banche occidentali, doveva sorprendere la Russia e il rublo perché concepita sullo schema del dollaro come valuta di riferimento globale. I Brics hanno rovesciato le carte in tavola intensificando gli scambi commerciali con Mosca in valuta locale: la Cina ha cominciato ad acquistare carbone e petrolio russi pagandoli in yuan cinesi anziché in dollari, l’India ha pagato direttamente in rubli e da marzo 2023 perfino la Francia ha abbandonato il dollaro Usa per acquistare dalla Cina gas naturale liquido (gnl) pagandolo in yuan. La strada della dedollarizzazione - uno degli obiettivi che accomuna i Paesi Brics - sembra insomma segnata. Non va dimenticato il pronostico della prima direttrice generale aggiunta del Fmi, Gita Gopinath, che già ad aprile 2022 aveva avvisato: «Le sanzioni minacciano di indebolire il dominio del dollaro e possono tradursi in un sistema monetario internazionale più frammentato». Un anno dopo, alcuni media asiatici hanno reso noto che i Brics starebbero pianificando di introdurre una nuova valuta commerciale ancorata all’oro e avrebbero posto l’argomento all’ordine del giorno del prossimo meeting annuale previsto a Johannesburg, in Sudafrica, dal 22 al 24 agosto. Leslie Maasdorp, vicepresidente della New Development Bank - contraltare Brics del Fondo Monetario - ha smentito la notizia definendola «un’ambizione a medio-lungo termine», ma la rotta è segnata, e rappresenta la più temibile sfida dei Paesi del «Sud del mondo» al sistema di Bretton Woods, che ha garantito per decenni la centralità del dollaro. Se il progetto prendesse forma, gli Stati Uniti perderebbero del tutto la loro egemonia.
Le previsioni di Gopinath trovano conferma nel proseguimento degli scambi commerciali tra gli altri Paesi dei Brics e la Russia nonostante le sanzioni, che rende la guerra economica dichiarata da Usa ed Ue a Mosca un’arma spuntata: a un anno e mezzo dall’inizio delle ostilità e dall’attivazione del primo round di sanzioni (oggi siamo all’undicesimo), la Russia non ne è uscita con le ossa rotte. Anzi, in Germania alcuni analisti parlano di «rinascita economica» dell’orso russo, che in prospettiva potrebbe consolidarsi grazie al boom dell’economia di guerra, all’aumento dei salari reali e al calo dell’inflazione, risultati conseguiti grazie anche alla collaborazione dei Brics.
L’altra ragione che pone queste nazioni al centro dei colloqui diplomatici internazionali è il tentativo, finora vano, di coinvolgerle attivamente nel sostegno militare all’Ucraina: i Brics, che rappresentano 3,2 miliardi di cittadini (contro i 950 milioni dei Paesi Nato) non sostengono il conflitto ucraino. A cominciare dal presidente del Brasile, che a febbraio è andato in visita a Washington. Luiz Ignacio Lula da Silva ha trovato la quadra con Joe Biden praticamente su tutto, ad eccezione del dossier Ucraina: «Se inviassi armi, mi unirei alla guerra. Non voglio unirmi alla guerra, voglio la pace», ha detto Lula al presidente americano, confermando la neutralità di Brasilia. Secondo quanto riferito sul Paìs dallo storico Luuk van Middelaar, Lula si sarebbe anche lasciato sfuggire una dichiarazione informale, ma netta, contro la centralità del dollaro.
L’incontro del presidente indiano Narendra Modi con Joe Biden, che si è tenuto a fine giugno a Washington, ha avuto più o meno lo stesso esito: Biden ha cercato di dare nuovo impulso alla coalizione Quad, che comprende India, Giappone e Australia e ha come obiettivo l’accerchiamento geografico della Cina. Modi ha annunciato una serie di investimenti in tecnologia militare statunitense, che affrancherebbero Nuova Delhi dall’acquisto di quella russa. Ma anche l’India, nonostante le pressioni degli Stati Uniti, rimane al momento neutrale.
È tornata a mani vuote anche il ministro degli esteri tedesco Annalena Baerbock, che due settimane fa è andata in Sudafrica per tentare di convincere le autorità a sganciarsi dall’influenza russa e unirsi alle manovre in favore di Kiev. Baerbock si è fatta precedere da un suo articolo, pubblicato sul quotidiano sudafricano Sunday Times, incentrato sulla consueta retorica solidaristica dell’aggressore alle porte di casa: «Capisco che ci si possa domandare perché intervenire in un Paese distante 9.000 chilometri», ha scritto Baerbock, «ma incoraggio tutti a chiedersi: quale reazione mi aspetterei dalla comunità internazionale se questa guerra si svolgesse nel mio territorio?». Pretoria non si è intenerita e ha mantenuto la sua posizione, che va oltre la neutralità: deve infatti render conto dell’incidente del Lady R, il cargo russo che - secondo le accuse dell’ambasciatore statunitense in Sudafrica - sarebbe approdato alla base navale di Simon’s Town, vicina a Città del Capo, per caricare forniture militari. Le autorità sudafricane hanno smentito e tentano di smorzare i toni, ma Pretoria potrebbe perfino pensare di revocare la sua adesione alla Corte de L’Aia dopo il mandato di cattura internazionale contro Vladimir Putin per crimini contro l’umanità, che obbligherebbe le autorità sudafricane ad arrestarlo se si recasse al vertice Brics di fine agosto.
La manovra di accerchiamento dei Brics è andata male anche ad Emmanuel Macron. Il presidente francese, attraverso il ministro degli esteri Catherine Colonna, aveva fatto sapere che avrebbe partecipato «volentieri» al vertice di Johannesburg, ma la Russia ha posto il veto: «Onestamente non sappiamo come, in quale veste e con quale obiettivo il presidente Macron dovrebbe partecipare», ha dichiarato il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, mentre il vice-ministro degli esteri sovietico Sergey Ryabkov - sottolineando che i Paesi Brics rifiutano le sanzioni unilaterali inflitte a Mosca - ha definito la richiesta «del tutto inappropriata».
C’è un terzo elemento che pone i Brics al centro della tessitura diplomatica occidentale, ed è la mole di richieste di adesione pervenute, che ha subìto un’impennata da quando è scoppiato il conflitto ucraino: ai Paesi fondatori - che già da soli rappresentano circa il 26% dell’area geografica mondiale e il 40% della popolazione mondiale - sono giunte le richieste di adesione formale di Algeria, Arabia Saudita, Argentina, Bahrein, Bangladesh, Egitto, Emirati Arabi, Etiopia, Indonesia e Iran, mentre hanno manifestato interesse a entrare Afghanistan, Bielorussia, Kazakistan, Messico, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Senegal, Sudan, Siria, Thailandia, Turchia, Uruguay, Venezuela e Zimbabwe. Sia chiaro: non tutti entreranno necessariamente a far parte dei Brics, che restano un’entità troppo eterogenea per poter essere indicata come «alleanza». Ma è significativo che tra i Paesi formalmente applicanti figuri l’Arabia Saudita, che per decenni ha perseguito politiche di vicinanza con gli Usa, o lo stesso Egitto, Paese nell’orbita del Regno Unito. È indicativa anche la richiesta, non ancora accettata, della Turchia, nazione ponte tra Islam ed Europa, che vent’anni fa aveva tentato l’adesione all’Ue, respinta da diversi Stati membri tra cui la Francia: la miopia dei leader europei di allora ha spinto sempre di più Ankara tra le braccia dell’altra parte del mondo.
La partita di questi Paesi, insomma, è più che mai aperta, ma le logiche occidentali non riescono ad intercettarla: i Brics vogliono sfuggire allo schema della contrapposizione, non cercano la guerra ma la pace, che porta benessere nei loro territori; non cercano collocazione in uno schema unipolare ma hanno una visione multipolare, in cui le geometrie sono variabili, a seconda degli interessi. Ed è forse in questo senso che la loro strategia, di fatto, rappresenta una sfida al dominio globale americano. Negli ultimi venticinque anni gli Stati Uniti hanno coinvolto l’opinione pubblica occidentale in nome della logica dello «scontro delle civiltà» teorizzato da Samuel Huntington e Francis Fukuyama. Ma è dal collasso del sogno americano, precipitato nell’incubo della cultura woke, che questi Paesi trovano, oggi più che mai, la loro ragion d’essere.
«Non è un blocco politico-militare ma l’egemonia degli Usa è a rischio»

Lucio Caracciolo (Imagoeconomica)
«Non credo che esista alcun tipo di “blocco” o “alleanza” Brics», dice Lucio Caracciolo, giornalista e direttore della rivista di geopolitica Limes. «Prendiamo l’India e la Cina: è difficile immaginarli alleati. E anche la famosa “amicizia senza limiti” fra Russia e Cina si sta rivelando ogni giorno più limitata».
I Brics non rappresentano una sfida al dominio globale americano?
«Partendo dal presupposto che una contrapposizione tra Brics e Nato non ha alcun senso, questi Paesi entrando nel “club” possono trovare intese privilegiate».
Qual è il loro obiettivo?
«Avere una sorta di upgrading sulla scena mondiale, per accedere a un livello di relazioni con le grandi potenze. Questo vale soprattutto per chi non occupa il centro di quella scena, ad esempio Brasile, Sudafrica e direi anche l’India».
Tutto qui?
«Questi Paesi hanno motivo di non aderire a un’idea di dominio assoluto americano o occidentale, quindi sia per ragioni geopolitiche che per ragioni ideologiche si è creato questo “nucleo gassoso” che non vuole stare sotto l’orbita americana ma neanche cinese, anche se magari ha buone relazioni con Pechino».
Come definirebbe questa aggregazione?
«Non di tipo strategico né tantomeno militare, ma di tipo politico, diplomatico ed economico, dossier per dossier».
Che tipo di impatto hanno i Brics sul sistema internazionale?
«Costituiscono una complicazione, nel senso stretto del termine, perché aggiungono altre relazioni internazionali a un sistema che da almeno trent’anni ha perso la sua coerenza e vive una evidente crisi di egemonia americana. Ciò libera una quantità di energie che una volta erano compresse o comunque inscritte in un sistema guidato dall’America. Il caso dell’Arabia Saudita (che ha fatto richiesta di adesione ai Brics, ndr) è evidente».
Pur non essendo un’alleanza, questi sistemi potrebbero minacciare l’egemonia del dollaro?
«Questo è un discorso corretto in assoluto, nel senso che gli Stati Uniti non solo non possono, ma nemmeno vogliono più occuparsi del resto del mondo. Ciò condurrà inevitabilmente a una crisi del cosiddetto privilegio esorbitante del dollaro, paradossalmente accentuata dal sistema sanzionatorio Usa».
Nessuno dei Paesi Brics aderisce alle sanzioni.
«Ormai le sanzioni sono un colabrodo e neanche gli americani le rispettano».
In effetti le materie prime che alimentano le centrali nucleari Usa sono russe, così come i concimi che sostengono l’agricoltura statunitense. A cosa porterà tutto ciò?
«A una specie di maionese impazzita: pensiamo al famoso sequestro dei patrimoni russi, che viola il principio della proprietà privata. Le sanzioni a mio avviso sono state concepite più per simulare coesione che per colpire la Russia».
Macron ha chiesto di partecipare al vertice Brics previsto a fine agosto…
«È la conferma dello stato di confusione in cui versa la Francia. C’è talmente tanto caos che perfino alcuni Paesi Nato giocano su diversi tavoli».
L’Italia avrebbe dovuto avanzare la stessa richiesta?
«Credo che l'Italia negli ultimi anni abbia avuto una vocazione abbastanza marcata a non fare politica estera: ci limitiamo a guardare in quale direzione vanno gli Usa, cerchiamo di imitarli ma è complicato perché cambiano idea molto spesso. In Europa siamo riusciti a litigare contemporaneamente con i francesi e con i tedeschi, stiamo inseguendo gli ungheresi e polacchi, non è chiaro quale tipo di politica stiamo perseguendo».
I Brics rappresentano 3 miliardi di cittadini e hanno in comune economie in crescita.
«Sono organizzazioni un po’ casuali di Stati che una volta afferivano a sistemi con una chiara impostazione gerarchica, ma immaginare che ci siano tre miliardi di persone che si sono unite contro l’America, proprio no. Alcuni di loro possono mettersi d’accordo su questioni di tipo politico o perfino militare, ma sempre e soltanto su base ad hoc».
Noi occidentali le vediamo come autocrazie…
«Nelle accademie si cerca di distinguere tra interessi e valori, ma nella vita reale questa distinzione non esiste».
«Nel nuovo mondo l’Occidente sarà sempre più marginale»

Il professore di Relazioni Internazionali all’Università di Milano Alessandro Colombo (YouTube)
«Siamo alla fine di qualcosa di più importante dell’unipolarismo americano: siamo nella fase calante dell’era occidentale della storia del mondo». Alessandro Colombo, professore ordinario di Relazioni Internazionali all’Università di Milano e direttore del Transatlantic Relations Programme presso l’Ispi, traccia uno scenario definitivo sugli anni che stiamo vivendo e commenta l’ascesa dei Paesi del Sud globale.
Cosa rappresentano i Brics?
«Sono Paesi che cercano di trovare una posizione “altra” e di esprimere una visione dell’ordine internazionale diversa».
Possono considerarsi un’alleanza?
«No, non sono un’alleanza né un blocco e non lo diventeranno: ci sono differenze di prospettive, di interessi e di collocazione geopolitica tra loro. Ma credo che questi Paesi cerchino di sfuggire alla logica dei blocchi».
Negli ultimi mesi si è parlato di una sorta di «rinascita del movimento dei non allineati».
«Non è vero che i Brics sono un movimento di non allineati, ma definirli come “non allineati” credo che sia più vicino alla realtà che definirli come “blocco”».
Quale politica perseguono?
«Si sforzano di non essere intrappolati in una logica bipolare - come quella suggerita dalla contrapposizione tra democrazia e autocrazie - nella quale non si riconoscono e dalla quale ritengono di avere tutto da perdere».
Questo raggruppamento attira Paesi storicamente amici degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita.
«Sì, accade per via del processo di sgretolamento dell’ordine internazionale degli ultimi trent’anni: il caso dell’Arabia Saudita è molto significativo, ma molti altri Paesi vanno nella stessa direzione».
Quindi la loro adesione ai Brics non deve essere considerata come atto ostile nei confronti degli Stati Uniti?
«No, non si tratta di rompere l’alleanza o le relazioni con gli Stati Uniti ma di garantirsi maggiore flessibilità diplomatica e di collocarsi in una posizione tale da poter avere contemporaneamente rapporti con gli Usa, con la Russia e con la Cina senza essere costretti a scegliere. Questa è la posizione dei Brics ed è assolutamente comprensibile, sia dal punto di vista strategico sia, perché no, dal punto di vista storico».
Molti di loro, pur non sostenendo l’Ucraina, hanno provato a mediare per porre fine al conflitto. Eppure l’Occidente e l’Europa continuano a guardarli come autocrazie screditate.
«L’eventualità che l’Europa possa giudicare altri Paesi inadeguati sarà sempre meno rilevante sul terreno politico. L’Europa, ci piaccia o no, viene ormai considerata da tutti come un’entità che da centrale sta diventando sempre più marginale. La storia va in un’altra direzione».
Non è quello che affermano i dirigenti Ue.
«Magari la storia ci potrà smentire ma in questo momento tutto lascia pensare che quella dell’Europa sia una parabola discendente».
L’Ue in questo momento sta mostrando i muscoli all’opinione pubblica.
«All’opinione pubblica si può far credere tutto ciò che si vuole, il fatto è che gli altri non ci credono, i Paesi non-Ue vedono benissimo che le cose non stanno così. Il processo d’integrazione europea non è bastato a fermare il declino, con un’aggravante: rispetto agli anni Novanta l’Unione europea non è più coesa - come si è detto in occasione della guerra in Ucraina, anche un po’ pateticamente - ma sempre più divisa».
Viceversa, i Brics sono accomunati dal Pil in crescita e dall’intento comune di smarcarsi dall’egemonia del dollaro…
«Non tutti ce la faranno, ma tutti sono candidati alla crescita e hanno aspettative ottimistiche sul futuro».
Quali attese ci sono sul vertice dei Brics?
«È un vertice simbolico. Non ci dobbiamo aspettare decisioni significative, c’è però il dato politico rilevante che questi paesi, riunendosi, esprimono la volontà di non giocare al gioco degli altri».
L’impero americano è definitivamente tramontato?
«Noi stiamo vivendo da diversi anni il declino dell’ordine egemonico americano, ma sullo sfondo c’è un crepuscolo molto più importante, quello della centralità dell'Occidente nelle relazioni internazionali: sono queste le due grandi questioni che condizioneranno i prossimi anni».
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Con 3 miliardi di persone e il 30% del Pil globale, l’alleanza informale tra Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, che presto terranno il loro vertice annuale, sfida il dominio globale americano. E le domande per entrare nel «club» sono in crescita.L’esperto Lucio Caracciolo: «Arduo definire i cinesi alleati di New Delhi. E coi russi l’amicizia è limitata».Il docente Alessandro Colombo: «Questi Stati rifiutano la logica bipolare democrazie contro autocrazie».Lo speciale contiene tre articoli.Sbaglia chi pensa che il mondo si stia spaccando in due, Occidente da un lato e Brics (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) dall’altro. I cinque Paesi del «Sud del mondo», tre dei quali rientrano tra le prime dieci potenze economiche mondiali, guidano un gruppo destinato ad accogliere, a breve, molti altri Stati emergenti. Perseguono tuttavia strategie geopolitiche alternative alla logica conflittuale dei due blocchi - sulla base della quale l’America ha esteso la sua influenza in Occidente - pur rappresentando, di fatto, una sfida al dominio globale americano.Quando nel 2001 si cominciò a parlare delle cinque maggiori economie emergenti, acronomizzandole in Bric (senza la S del Sudafrica, che si unì poco dopo), l’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill ne pronosticò una crescita che in effetti è andata oltre le migliori previsioni: se questi Paesi nel 2001 rappresentavano il 16% del Pil mondiale, da allora il loro peso è raddoppiato (31,5% nel 2023) e il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) prevede che nel 2025 arrivi al 40% del Pil globale. Quanto all’andamento del potere d’acquisto, se nel 2001 quello dei Brics era al 18,8% e quello dei Paesi del G7 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Stati Uniti) al 42,8%, dieci anni dopo le distanze si sono accorciate; dopo il gran sorpasso del 2020, gli equilibri sono oggi capovolti: Brics 32%, G7 29,6%. Questa crescita costante nel 2009 ha portato culture e sistemi politico-economici profondamente differenti a riunirsi ufficialmente nel gruppo Brics. Da allora a oggi Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica hanno svolto un ruolo fondamentale come motori della crescita economica globale, che lo scoppio della guerra in Ucraina ha reso, per diverse ragioni, cruciale. Innanzitutto, pur non essendo alleati strategici della Russia, nessuno di questi Stati ha voluto aderire alle sanzioni imposte dall’Occidente per indebolire Mosca. L’«operazione finanziaria speciale» di Ue e Usa, che ad aprile 2022 hanno congelato parte dei 643 miliardi di dollari russi custoditi nelle banche occidentali, doveva sorprendere la Russia e il rublo perché concepita sullo schema del dollaro come valuta di riferimento globale. I Brics hanno rovesciato le carte in tavola intensificando gli scambi commerciali con Mosca in valuta locale: la Cina ha cominciato ad acquistare carbone e petrolio russi pagandoli in yuan cinesi anziché in dollari, l’India ha pagato direttamente in rubli e da marzo 2023 perfino la Francia ha abbandonato il dollaro Usa per acquistare dalla Cina gas naturale liquido (gnl) pagandolo in yuan. La strada della dedollarizzazione - uno degli obiettivi che accomuna i Paesi Brics - sembra insomma segnata. Non va dimenticato il pronostico della prima direttrice generale aggiunta del Fmi, Gita Gopinath, che già ad aprile 2022 aveva avvisato: «Le sanzioni minacciano di indebolire il dominio del dollaro e possono tradursi in un sistema monetario internazionale più frammentato». Un anno dopo, alcuni media asiatici hanno reso noto che i Brics starebbero pianificando di introdurre una nuova valuta commerciale ancorata all’oro e avrebbero posto l’argomento all’ordine del giorno del prossimo meeting annuale previsto a Johannesburg, in Sudafrica, dal 22 al 24 agosto. Leslie Maasdorp, vicepresidente della New Development Bank - contraltare Brics del Fondo Monetario - ha smentito la notizia definendola «un’ambizione a medio-lungo termine», ma la rotta è segnata, e rappresenta la più temibile sfida dei Paesi del «Sud del mondo» al sistema di Bretton Woods, che ha garantito per decenni la centralità del dollaro. Se il progetto prendesse forma, gli Stati Uniti perderebbero del tutto la loro egemonia.Le previsioni di Gopinath trovano conferma nel proseguimento degli scambi commerciali tra gli altri Paesi dei Brics e la Russia nonostante le sanzioni, che rende la guerra economica dichiarata da Usa ed Ue a Mosca un’arma spuntata: a un anno e mezzo dall’inizio delle ostilità e dall’attivazione del primo round di sanzioni (oggi siamo all’undicesimo), la Russia non ne è uscita con le ossa rotte. Anzi, in Germania alcuni analisti parlano di «rinascita economica» dell’orso russo, che in prospettiva potrebbe consolidarsi grazie al boom dell’economia di guerra, all’aumento dei salari reali e al calo dell’inflazione, risultati conseguiti grazie anche alla collaborazione dei Brics.L’altra ragione che pone queste nazioni al centro dei colloqui diplomatici internazionali è il tentativo, finora vano, di coinvolgerle attivamente nel sostegno militare all’Ucraina: i Brics, che rappresentano 3,2 miliardi di cittadini (contro i 950 milioni dei Paesi Nato) non sostengono il conflitto ucraino. A cominciare dal presidente del Brasile, che a febbraio è andato in visita a Washington. Luiz Ignacio Lula da Silva ha trovato la quadra con Joe Biden praticamente su tutto, ad eccezione del dossier Ucraina: «Se inviassi armi, mi unirei alla guerra. Non voglio unirmi alla guerra, voglio la pace», ha detto Lula al presidente americano, confermando la neutralità di Brasilia. Secondo quanto riferito sul Paìs dallo storico Luuk van Middelaar, Lula si sarebbe anche lasciato sfuggire una dichiarazione informale, ma netta, contro la centralità del dollaro.L’incontro del presidente indiano Narendra Modi con Joe Biden, che si è tenuto a fine giugno a Washington, ha avuto più o meno lo stesso esito: Biden ha cercato di dare nuovo impulso alla coalizione Quad, che comprende India, Giappone e Australia e ha come obiettivo l’accerchiamento geografico della Cina. Modi ha annunciato una serie di investimenti in tecnologia militare statunitense, che affrancherebbero Nuova Delhi dall’acquisto di quella russa. Ma anche l’India, nonostante le pressioni degli Stati Uniti, rimane al momento neutrale. È tornata a mani vuote anche il ministro degli esteri tedesco Annalena Baerbock, che due settimane fa è andata in Sudafrica per tentare di convincere le autorità a sganciarsi dall’influenza russa e unirsi alle manovre in favore di Kiev. Baerbock si è fatta precedere da un suo articolo, pubblicato sul quotidiano sudafricano Sunday Times, incentrato sulla consueta retorica solidaristica dell’aggressore alle porte di casa: «Capisco che ci si possa domandare perché intervenire in un Paese distante 9.000 chilometri», ha scritto Baerbock, «ma incoraggio tutti a chiedersi: quale reazione mi aspetterei dalla comunità internazionale se questa guerra si svolgesse nel mio territorio?». Pretoria non si è intenerita e ha mantenuto la sua posizione, che va oltre la neutralità: deve infatti render conto dell’incidente del Lady R, il cargo russo che - secondo le accuse dell’ambasciatore statunitense in Sudafrica - sarebbe approdato alla base navale di Simon’s Town, vicina a Città del Capo, per caricare forniture militari. Le autorità sudafricane hanno smentito e tentano di smorzare i toni, ma Pretoria potrebbe perfino pensare di revocare la sua adesione alla Corte de L’Aia dopo il mandato di cattura internazionale contro Vladimir Putin per crimini contro l’umanità, che obbligherebbe le autorità sudafricane ad arrestarlo se si recasse al vertice Brics di fine agosto. La manovra di accerchiamento dei Brics è andata male anche ad Emmanuel Macron. Il presidente francese, attraverso il ministro degli esteri Catherine Colonna, aveva fatto sapere che avrebbe partecipato «volentieri» al vertice di Johannesburg, ma la Russia ha posto il veto: «Onestamente non sappiamo come, in quale veste e con quale obiettivo il presidente Macron dovrebbe partecipare», ha dichiarato il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, mentre il vice-ministro degli esteri sovietico Sergey Ryabkov - sottolineando che i Paesi Brics rifiutano le sanzioni unilaterali inflitte a Mosca - ha definito la richiesta «del tutto inappropriata».C’è un terzo elemento che pone i Brics al centro della tessitura diplomatica occidentale, ed è la mole di richieste di adesione pervenute, che ha subìto un’impennata da quando è scoppiato il conflitto ucraino: ai Paesi fondatori - che già da soli rappresentano circa il 26% dell’area geografica mondiale e il 40% della popolazione mondiale - sono giunte le richieste di adesione formale di Algeria, Arabia Saudita, Argentina, Bahrein, Bangladesh, Egitto, Emirati Arabi, Etiopia, Indonesia e Iran, mentre hanno manifestato interesse a entrare Afghanistan, Bielorussia, Kazakistan, Messico, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Senegal, Sudan, Siria, Thailandia, Turchia, Uruguay, Venezuela e Zimbabwe. Sia chiaro: non tutti entreranno necessariamente a far parte dei Brics, che restano un’entità troppo eterogenea per poter essere indicata come «alleanza». Ma è significativo che tra i Paesi formalmente applicanti figuri l’Arabia Saudita, che per decenni ha perseguito politiche di vicinanza con gli Usa, o lo stesso Egitto, Paese nell’orbita del Regno Unito. È indicativa anche la richiesta, non ancora accettata, della Turchia, nazione ponte tra Islam ed Europa, che vent’anni fa aveva tentato l’adesione all’Ue, respinta da diversi Stati membri tra cui la Francia: la miopia dei leader europei di allora ha spinto sempre di più Ankara tra le braccia dell’altra parte del mondo.La partita di questi Paesi, insomma, è più che mai aperta, ma le logiche occidentali non riescono ad intercettarla: i Brics vogliono sfuggire allo schema della contrapposizione, non cercano la guerra ma la pace, che porta benessere nei loro territori; non cercano collocazione in uno schema unipolare ma hanno una visione multipolare, in cui le geometrie sono variabili, a seconda degli interessi. Ed è forse in questo senso che la loro strategia, di fatto, rappresenta una sfida al dominio globale americano. Negli ultimi venticinque anni gli Stati Uniti hanno coinvolto l’opinione pubblica occidentale in nome della logica dello «scontro delle civiltà» teorizzato da Samuel Huntington e Francis Fukuyama. Ma è dal collasso del sogno americano, precipitato nell’incubo della cultura woke, che questi Paesi trovano, oggi più che mai, la loro ragion d’essere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/brics-valgono-30-pil-globale-2662252873.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-e-un-blocco-politico-militare-ma-legemonia-degli-usa-e-a-rischio" data-post-id="2662252873" data-published-at="1688925075" data-use-pagination="False"> «Non è un blocco politico-militare ma l’egemonia degli Usa è a rischio» Lucio Caracciolo (Imagoeconomica) «Non credo che esista alcun tipo di “blocco” o “alleanza” Brics», dice Lucio Caracciolo, giornalista e direttore della rivista di geopolitica Limes. «Prendiamo l’India e la Cina: è difficile immaginarli alleati. E anche la famosa “amicizia senza limiti” fra Russia e Cina si sta rivelando ogni giorno più limitata». I Brics non rappresentano una sfida al dominio globale americano? «Partendo dal presupposto che una contrapposizione tra Brics e Nato non ha alcun senso, questi Paesi entrando nel “club” possono trovare intese privilegiate». Qual è il loro obiettivo? «Avere una sorta di upgrading sulla scena mondiale, per accedere a un livello di relazioni con le grandi potenze. Questo vale soprattutto per chi non occupa il centro di quella scena, ad esempio Brasile, Sudafrica e direi anche l’India». Tutto qui? «Questi Paesi hanno motivo di non aderire a un’idea di dominio assoluto americano o occidentale, quindi sia per ragioni geopolitiche che per ragioni ideologiche si è creato questo “nucleo gassoso” che non vuole stare sotto l’orbita americana ma neanche cinese, anche se magari ha buone relazioni con Pechino». Come definirebbe questa aggregazione? «Non di tipo strategico né tantomeno militare, ma di tipo politico, diplomatico ed economico, dossier per dossier». Che tipo di impatto hanno i Brics sul sistema internazionale? «Costituiscono una complicazione, nel senso stretto del termine, perché aggiungono altre relazioni internazionali a un sistema che da almeno trent’anni ha perso la sua coerenza e vive una evidente crisi di egemonia americana. Ciò libera una quantità di energie che una volta erano compresse o comunque inscritte in un sistema guidato dall’America. Il caso dell’Arabia Saudita (che ha fatto richiesta di adesione ai Brics, ndr) è evidente». Pur non essendo un’alleanza, questi sistemi potrebbero minacciare l’egemonia del dollaro? «Questo è un discorso corretto in assoluto, nel senso che gli Stati Uniti non solo non possono, ma nemmeno vogliono più occuparsi del resto del mondo. Ciò condurrà inevitabilmente a una crisi del cosiddetto privilegio esorbitante del dollaro, paradossalmente accentuata dal sistema sanzionatorio Usa». Nessuno dei Paesi Brics aderisce alle sanzioni. «Ormai le sanzioni sono un colabrodo e neanche gli americani le rispettano». In effetti le materie prime che alimentano le centrali nucleari Usa sono russe, così come i concimi che sostengono l’agricoltura statunitense. A cosa porterà tutto ciò? «A una specie di maionese impazzita: pensiamo al famoso sequestro dei patrimoni russi, che viola il principio della proprietà privata. Le sanzioni a mio avviso sono state concepite più per simulare coesione che per colpire la Russia». Macron ha chiesto di partecipare al vertice Brics previsto a fine agosto… «È la conferma dello stato di confusione in cui versa la Francia. C’è talmente tanto caos che perfino alcuni Paesi Nato giocano su diversi tavoli». L’Italia avrebbe dovuto avanzare la stessa richiesta? «Credo che l'Italia negli ultimi anni abbia avuto una vocazione abbastanza marcata a non fare politica estera: ci limitiamo a guardare in quale direzione vanno gli Usa, cerchiamo di imitarli ma è complicato perché cambiano idea molto spesso. In Europa siamo riusciti a litigare contemporaneamente con i francesi e con i tedeschi, stiamo inseguendo gli ungheresi e polacchi, non è chiaro quale tipo di politica stiamo perseguendo». I Brics rappresentano 3 miliardi di cittadini e hanno in comune economie in crescita. «Sono organizzazioni un po’ casuali di Stati che una volta afferivano a sistemi con una chiara impostazione gerarchica, ma immaginare che ci siano tre miliardi di persone che si sono unite contro l’America, proprio no. Alcuni di loro possono mettersi d’accordo su questioni di tipo politico o perfino militare, ma sempre e soltanto su base ad hoc». Noi occidentali le vediamo come autocrazie… «Nelle accademie si cerca di distinguere tra interessi e valori, ma nella vita reale questa distinzione non esiste». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/brics-valgono-30-pil-globale-2662252873.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="nel-nuovo-mondo-loccidente-sara-sempre-piu-marginale" data-post-id="2662252873" data-published-at="1688925075" data-use-pagination="False"> «Nel nuovo mondo l’Occidente sarà sempre più marginale» Il professore di Relazioni Internazionali all’Università di Milano Alessandro Colombo (YouTube) «Siamo alla fine di qualcosa di più importante dell’unipolarismo americano: siamo nella fase calante dell’era occidentale della storia del mondo». Alessandro Colombo, professore ordinario di Relazioni Internazionali all’Università di Milano e direttore del Transatlantic Relations Programme presso l’Ispi, traccia uno scenario definitivo sugli anni che stiamo vivendo e commenta l’ascesa dei Paesi del Sud globale. Cosa rappresentano i Brics? «Sono Paesi che cercano di trovare una posizione “altra” e di esprimere una visione dell’ordine internazionale diversa». Possono considerarsi un’alleanza? «No, non sono un’alleanza né un blocco e non lo diventeranno: ci sono differenze di prospettive, di interessi e di collocazione geopolitica tra loro. Ma credo che questi Paesi cerchino di sfuggire alla logica dei blocchi». Negli ultimi mesi si è parlato di una sorta di «rinascita del movimento dei non allineati». «Non è vero che i Brics sono un movimento di non allineati, ma definirli come “non allineati” credo che sia più vicino alla realtà che definirli come “blocco”». Quale politica perseguono? «Si sforzano di non essere intrappolati in una logica bipolare - come quella suggerita dalla contrapposizione tra democrazia e autocrazie - nella quale non si riconoscono e dalla quale ritengono di avere tutto da perdere». Questo raggruppamento attira Paesi storicamente amici degli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita. «Sì, accade per via del processo di sgretolamento dell’ordine internazionale degli ultimi trent’anni: il caso dell’Arabia Saudita è molto significativo, ma molti altri Paesi vanno nella stessa direzione». Quindi la loro adesione ai Brics non deve essere considerata come atto ostile nei confronti degli Stati Uniti? «No, non si tratta di rompere l’alleanza o le relazioni con gli Stati Uniti ma di garantirsi maggiore flessibilità diplomatica e di collocarsi in una posizione tale da poter avere contemporaneamente rapporti con gli Usa, con la Russia e con la Cina senza essere costretti a scegliere. Questa è la posizione dei Brics ed è assolutamente comprensibile, sia dal punto di vista strategico sia, perché no, dal punto di vista storico». Molti di loro, pur non sostenendo l’Ucraina, hanno provato a mediare per porre fine al conflitto. Eppure l’Occidente e l’Europa continuano a guardarli come autocrazie screditate. «L’eventualità che l’Europa possa giudicare altri Paesi inadeguati sarà sempre meno rilevante sul terreno politico. L’Europa, ci piaccia o no, viene ormai considerata da tutti come un’entità che da centrale sta diventando sempre più marginale. La storia va in un’altra direzione». Non è quello che affermano i dirigenti Ue. «Magari la storia ci potrà smentire ma in questo momento tutto lascia pensare che quella dell’Europa sia una parabola discendente». L’Ue in questo momento sta mostrando i muscoli all’opinione pubblica. «All’opinione pubblica si può far credere tutto ciò che si vuole, il fatto è che gli altri non ci credono, i Paesi non-Ue vedono benissimo che le cose non stanno così. Il processo d’integrazione europea non è bastato a fermare il declino, con un’aggravante: rispetto agli anni Novanta l’Unione europea non è più coesa - come si è detto in occasione della guerra in Ucraina, anche un po’ pateticamente - ma sempre più divisa». Viceversa, i Brics sono accomunati dal Pil in crescita e dall’intento comune di smarcarsi dall’egemonia del dollaro… «Non tutti ce la faranno, ma tutti sono candidati alla crescita e hanno aspettative ottimistiche sul futuro». Quali attese ci sono sul vertice dei Brics? «È un vertice simbolico. Non ci dobbiamo aspettare decisioni significative, c’è però il dato politico rilevante che questi paesi, riunendosi, esprimono la volontà di non giocare al gioco degli altri». L’impero americano è definitivamente tramontato? «Noi stiamo vivendo da diversi anni il declino dell’ordine egemonico americano, ma sullo sfondo c’è un crepuscolo molto più importante, quello della centralità dell'Occidente nelle relazioni internazionali: sono queste le due grandi questioni che condizioneranno i prossimi anni».
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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