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2018-03-21
«Grazie a difesa e farmaceutica resteremo amici e partner fidati anche dopo la Brexit»
Jill Morris, ambasciatore britannico a RomaLaPresse
Da quasi vent'anni al Foreign office britannico, Jill Morris è dal luglio 2016 ambasciatore di Sua Maestà in Italia. Ambasciatore, non ambasciatrice, e ci tiene a sottolinearlo. Nata a Chester, città fondata dai romani nel I secolo d.C., oggi vive a Roma, a Villa Wolkonsky, la residenza ufficiale immersa nel verde sulla collina dell'Esquilino.
Ambasciatore Morris, alla fine la Brexit si farà?
«I britannici si sono espressi democraticamente per l'uscita e il governo è determinato a rispettare la loro volontà».
Sui media si legge spesso di secondo referendum. Sarebbe un nuovo elemento di incertezza. Si sente di escluderlo?
«Assolutamente sì».
Si legge anche, partendo dalla questione irlandese, di Regno meno Unito...
«Tra i cinque test che l'accordo con l'Ue dovrà superare c'è l'indissolubilità del Regno. Il premier Theresa May pochi giorni fa ha sottolineato che l'unità del Regno Unito dovrà uscirne non solo garantita, ma rafforzata».
Ma che cosa vuole il Regno Unito dalla Brexit?
«Il governo vuole raggiungere un accordo ambizioso con l'Ue, in grado di realizzare una partnership speciale e profonda, a partire dalla più stretta collaborazione in materia di sicurezza e difesa fino alle relazioni economiche e commerciali. Per questo non pensiamo ad alcun modello già esistente, in quanto unica e speciale è la relazione che continuerà a legare il Regno Unito all'Ue».
Sembra che l'Unione europea voglia punirvi, però.
«Riconosciamo l'impatto anche emotivo della nostra decisione. E capiamo che molti abbiano temuto effetti emulativi, rischio sventato dalle urne in diversi Paesi. Il Regno Unito vuole un'uscita ordinata e coordinata con i partner: è per noi fondamentale il successo dell'Ue, che rimarrà il nostro primo partner economico, al quale ci uniscono numerose altre sfide che ci uniscono».
L'impressione è che i negoziati siano particolarmente complessi. C'è il rischio di un «no deal»?
«Il mancato accordo è una possibilità, che ritengo remota anche alla luce dell'accordo di lunedì sulla transizione. Il traguardo sui diritti dei cittadini raggiunto a dicembre e l'interesse per un buon accordo che protegga gli interessi economici e di sicurezza su entrambe le sponde della Manica sono elementi rassicuranti».
Come si concilia la Brexit, cioè un'uscita, con la volontà di rafforzare le relazioni con i Paesi partner, tra cui l'Italia?
«Uscire dall'Ue non equivale a chiuderci in noi stessi. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese votato all'apertura, al commercio, alla collaborazione internazionale. L'Italia è un nostro partner storico, con cui abbiamo relazioni speciali, dagli investimenti alla cultura, dalla ricerca alla difesa. È una storia che risale a tempi antichi e che continuerà anche quando il Regno Unito sarà fuori dall'Ue. La forza della nostra relazione bilaterale si sviluppa tra l'altro anche in altri consessi multilaterali diversi da quello europeo. Parlo di G7, G20, Nato e Nazioni Unite».
L'Europa sarà ancora la casa del Regno Unito, quindi?
«L'Europa è la nostra casa, dove viaggiamo, studiamo, in molti casi lavoriamo e viviamo. È rappresentata dai valori fondanti delle nostre società e della nostra cultura, fin dai tempi del Rinascimento. L'amore per arte, scienza, democrazia, l'apertura dei mercati e la sete di progresso e conoscenza risalgono a ben prima che il progetto dell'Ue fosse anche solo concepito. La scelta di Firenze per lo storico discorso di Theresa May lo scorso settembre era chiaramente un riferimento a questo».
La minaccia russa conferma la necessità di un rapporto stretto?
«Le sfide che abbiamo di fronte, e la minaccia russa è tra queste, ci impongono di continuare a collaborare con tutti i nostri partner. Siamo estremamente grati agli Stati Uniti, all'Ue e a tutti gli amici europei per la solidarietà manifestata in seguito ai gravissimi fatti di Salisbury. Si è trattato di un'azione che non ha precedenti in alcun Paese Nato sin dalla sua costituzione nel 1949. Non parliamo di un regolamento di conti tra spie, ma di un attacco dello Stato russo al Regno Unito attraverso l'uso indiscriminato di un'arma chimica illegale».
Organizzate spesso roadshow nel Regno Unito per gli imprenditori italiani. Quali settori sono i più interessati?
«L'Italia è tra i primi investitori europei nel Regno Unito. Tra i principali settori interessati dalle aziende italiane figurano quello dell'energia, con particolare riferimento alle rinnovabili, la difesa, l'ingegneria di precisione, riferita soprattutto all'industria automobilistica e aerospaziale, e le industrie creative. Altri settori tipicamente forti per il made in Italy nel Regno Unito sono moda, design, banche e servizi finanziari, ingegneria meccanica e farmaceutico».
Il premier May non ha escluso che il Regno Unito possa rimanere in alcune agenzie europee. Pensiamo a difesa e medicina. Sono settori di collaborazione e scambi tra i nostri due Paesi?
«Assolutamente sì. Entrambi sono settori cruciali per quanto riguarda, rispettivamente, la nostra collaborazione in materia di politiche di sicurezza e difesa, e di ricerca e innovazione per quanto riguarda il settore farmaceutico. Inoltre, il settore della difesa rappresenta, dopo quello dell'energia, il secondo mercato in cui è più significativa la presenza italiana oltremanica. Questo soprattutto grazie agli investimenti di Leonardo, che conta nel Regno Unito su una forza lavoro di circa 7.000 addetti in sei diversi stabilimenti. In questo senso, gli elicotteri, i sistemi militari di difesa, la
data and information protection e i sistemi aerospaziali rappresentano il fiore all'occhiello della produzione di Leonardo nel Regno Unito. Il settore farmaceutico è invece ai primissimi posti per quanto riguarda gli scambi commerciali tra Italia e Regno Unito. Gli ultimi dati a disposizione per il 2017 situano lo scambio di medicinali e preparati farmaceutici in entrambe le direzioni al secondo posto assoluto, dietro solo a quello di autoveicoli. Il valore complessivo degli scambi nel settore farmaceutico ammonta infatti a oltre 2,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi derivanti dall'export italiano verso il Regno Unito e oltre 1,1 miliardi dal Regno Unito all'Italia».
La Brexit è appesa alla frontiera irlandese
Siamo arrivati praticamente al giro di boa dei negoziati sulla Brexit. Era il 29 marzo dello scorso anno quando il premier britannico, Theresa May, consegnava all'Unione europea la lettera con cui notificava al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, l'attivazione da parte del suo Paese dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona. Quello che regola l'addio di uno Stato membro dalla compagnia di Bruxelles. Il comma terzo di quell'accordo che ha riformato e mandato in pensione la Comunità europea detta i tempi delle trattative. Due anni, o meno di un voto unanime degli Stati membri rimanenti per estendere il periodo. Ma c'è un altro modo di prolungare questa fase: un periodo di transizione, o di «implementazione» per usare una terminologia cara a Theresa May. Ed è proprio su questo che Londra e Bruxelles stanno discutendo da mesi ormai e su cui si attende una decisione definitiva da parte dei 27 Stati membri riuniti nel Consiglio europeo convocato per domani e venerdì.
La data della Brexit è fissata dunque al 29 marzo 2019, a rigor di trattati. Ma non c'è ancora molta chiarezza né da parte britannica né da parte europea sul post Brexit. Come e da chi verranno regolamentati gli scambi commerciali tra le due sponde della Manica dopo l'uscita del Regno Unito dall'Ue? La mancanza di risposte a questo interrogativo ha convinto le imprese britanniche a far pressioni sul governo conservatore affinché negoziasse un periodo di transizione per permettere al business, ma anche ai cittadini, un passaggio più morbido da un regime all'altro. I due capi negoziatori, Michel Barnier per l'Ue e il ministro David Davis per il Regno Unito, lunedì hanno raggiunto un'intesa su questo periodo. Lo status quo (ossia la permanenza del Regno Unito nell'unione doganale e nel mercato europeo, anche a costo di accettare l'immigrazione) dovrebbe finire il 31 dicembre 2021: 20 mesi in più, ma poi sarà Brexit per davvero. Durante il periodo di transizione però il Regno Unito potrà stringere accordi con Paesi terzi ma questi trattati entreranno in vigore soltanto una volta perfezionata la Brexit.
Davis è volato a Bruxelles a pochi giorni dal Consiglio europeo di fine settimana, durante il quale i 27 Stati rimanenti saranno chiamati anche a scrivere le loro linee guida sulla fase successiva dei negoziati, ossia quella delle future relazioni commerciali con il Regno Unito. È la cosiddetta fase due dei negoziati, che verrà affrontata anche durante la transizione. La prima si è conclusa a dicembre ma ha lasciato dietro di sé una questione ancora aperta che gli analisti di Bloomberg descrivono come «la più spinosa»: quella irlandese. Infatti, se Regno Unito e Unione europea su diritti dei cittadini europei e assegno «di divorzio» hanno raggiunto un'intesa, il Consiglio europeo di inizio dicembre ha rinviato alla fase due, quella attuale, la risoluzione del tema sui confini nell'isola irlandese, l'unica frontiera fisica tra Ue e Regno Unito. Con la Brexit, si creerebbe tra l'Irlanda del Nord - Paese del Regno Unito - e la Repubblica un confine, più o meno impermeabile dipenderà dai negoziati. Ma gli accordi di pace nell'Ulster - firmati nel 1998 dopo decenni di violenze tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani - prevedono l'assenza di un confine tra i due Paesi. Il governo di Londra ha già ribadito più volte la sua netta opposizione a due regimi differenti - uno, per l'Irlanda, senza barriere, l'altro, per il resto dell'Ue, con controlli alle frontiere - per tutelare l'unità e la sovranità nazionale. Tuttavia, il Regno Unito è co-garante degli accordi di pace, che permettono ogni giorno a 30.000 transfrontalieri di attraversare per motivi di lavoro il confine tra le due Irlande e alle piccole imprese locali di avere un accesso al mercato britannico.
Serve «creatività», ha detto il premier May riferendosi ai futuri rapporti tra Regno Unito e Unione europea e rifiutando ogni modello preesistente (rifiutati quindi sia il canadese che il norvegese, di cui molto si era parlato a inizio trattative). Tuttavia, da Londra non è ancora arrivata una concreta proposta alternativa. Né sulla questione irlandese nè tantomeno sui futuri rapporto commerciali. Da una parte c'è il Regno Unito, che vuole difendere la sua decisione democratica per riprendere il controllo di frontiere e sovranità ma al tempo stesso fare valere e proteggere il suo export verso il continente basato per lo più sui servizi finanziari. Dall'altra c'è l'Unione europea che sembra voler punire il primo Paese a uscire dal suo giro. Ma, come ha detto lo scorso giugno il commissario Ue al bilancio, Günther Oettinger con la Brexit serviranno tagli al bilancio comunitario. Verranno a mancare risorse, infatti, visto che Londra è contributore netto: «Il gap nelle finanze Ue che nasce dall'uscita del Regno Unito e dai bisogni finanziari delle nuove priorità deve essere chiaramente riconosciuto».
Ma finché Berlino e Parigi, fiancheggiate da Dublino, non riconosceranno il ruolo del Regno Unito come partner dell'Unione europea anche con la Brexit, i rapporti commerciali futuri tra le due sponde della Manica rimarranno un'incognita. Germania e Francia puntano infatti a far pesare gli stop britannici sulla questione britannica per rallentare i negoziati. Obiettivo: convincere Londra a lasciare le sue porte aperte. Ma su questo il Regno Unito non sembra disposto a cedere, visti anche i recenti dati sull'immigrazione che hanno visto a settembre 2017 - secondo aggiornamento dopo il referendum del 23 giugno 2016 - scendere per la prima volta sotto quota 100.00 gli ingressi dai Paesi Ue (con l'Est europeo in testa).
Gabriele Carrer
Se l’Ue non scende a patti ci rimettono anche gli italiani

Theresa May, primo ministro britannico
[LaPresse]
Da quando il referendum ha sancito il divorzio del Regno Unito dall'Unione europea il numero degli europei che hanno chiesto di ottenere la cittadinanza britannica è cresciuto in modo esponenziale. Lo hanno fatto italiani (2.338 nel 2017 contro 797 del 2016), polacchi e tedeschi, spaventati dalle conseguenze dell'allontanamento. I numeri sono aumentati ma restano minoritari, se si considera quanti sono gli europei che vivono oltremanica. Gli italiani registrati dall'Ufficio nazionale di statistica ammontano a 220.000. Sono impegnati in diversi settori, dalla finanza all'università, dall'arte alla consulenza legale, fino ai tantissimi giovani che lavorano in bar e ristoranti, mentre migliorano il loro inglese. Per ciascuno di loro l'uscita dall'Ue rappresenta un rebus, che si porta dietro tante preoccupazioni. Chi ha una posizione precaria, magari nella ristorazione, teme di non poter rimanere una volta che l'uscita sarà ufficiale; chi invece è impiegato a livello manageriale si chiede se il mercato subirà dei contraccolpi. Definire con certezza quali saranno le conseguenze pratiche di questo divorzio è ancora difficile, perché i negoziati sono ancora in corso e l'Ue a tradizione franco-tedesca non sembra voler fare sconti a Londra. La linea dura della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron rischia però di ripercuotersi anche sui cittadini europei che vivono oltremanica.
«Il primo impatto riguarderà il costo dei prodotti che arrivano dai Paesi europei e dall'Italia in particolare. In fondo, un po' si è già fatto sentire», spiega Giovanni Sanfelice di Monteforte, presidente del Business club Italia, che riunisce professionisti e imprenditori e fa da ponte tra i due Paesi. Adesso le prelibatezze di casa nostra sono certo più care che in patria, ma risultano abbastanza accessibili: questa situazione però potrebbe non confermarsi se verranno imposti dazi doganali dopo l'uscita dal Regno Unito dal mercato unico. «I primi a risentirne potrebbero essere i ristoranti italiani», insiste, «visto che avranno un aumento di costi per le materie prime e affitti e altre spese rimarranno ingenti come prima». In generale, le prime paure si concentrano sul rincaro di importazioni ed esportazioni, con conseguenze pratiche anche per la dispensa degli italiani trapiantati oltremanica, costretti a rinunciare a materie prime che li fanno sentire a casa.
Interrogativi anche sui giovani che vogliono andare a studiare nel Regno Unito. Al momento gli europei pagano le stesse tasse universitarie dei britannici, quindi in media 9.000 sterline l'anno per 3 anni, mentre chi arriva da più lontano deve corrispondere cifre decisamente superiori. Una volta stabilita la separazione, però, non è sicuro cosa accadrà per gli allievi. Nelle ultime comunicazioni il governo guidato da Theresa May ha confermato che verranno mantenuti questi privilegi almeno fino al 2021, ma da allora in poi non si è ancora definito un progetto. Peraltro, non è nemmeno chiaro se gli studenti europei potranno accedere a prestiti e borse di studio come gli inglesi, secondo il modello attuale, oppure verranno esclusi da queste forme di sostegno. «Anche a livello di docenti ci saranno delle conseguenze», evidenzia Eleanor Spaventa, docente di economia alla scuola di legge dell'Università di Durham. «Ora i professori europei sono tanti, ma se entrare nel Paese diventerà più complicato si rivolgeranno altrove. L'università, poi, subirà dei contraccolpi in termini di finanziamento, dal momento che i fondi di ricerca europei, che sono sempre stati ingenti, non saranno più a disposizione». «In questo senso anche il settore dei musei potrebbe avere dei problemi», incalza Giovanni Sanfelice di Monteforte. Molte istituzioni culturali, come per esempio il British museum, hanno promosso esibizioni di prestigio grazie a fondi europei e quando verranno a mancare non sarà semplice trovare fonti alternative».
A livello di sviluppo industriale, invece, le preoccupazioni riguardano tre diversi aspetti. Da un lato le startup, cioè le società agli esordi che spesso scelgono Londra come trampolino di lancio per la sua vivacità economica e culturale e anche per il suo ruolo di crocevia internazionale. «Al momento non ci sono costi e tasse particolarmente elevate, quindi conviene farlo, ma qualora questa situazione cambiasse, per via dei nuovi accordi economici, è probabile che diventi più semplice scegliere altre destinazioni, ad esempio l'Irlanda, per tentare la fortuna», evidenzia la professoressa Spaventa. A di là delle tasse, ci sono timori relativi all'eventuale cambiamento delle regole di accounting, alla necessità di creare nuove forme di supervisione e controllo e alla difficoltà di spostare la forza lavoro, all'interno di un Paese che ha chiuso i suoi confini e dovrà definire trattati diversi da quelli in vigore nel resto d'Europa». Secondo lei, qualora vengano adottati nuovi regolamenti a livello fiscale, assicurativo e finanziario, anche le grandi aziende dovranno organizzarsi sostenendo costi pesanti e questo aumenterà la tentazione di spostarsi altrove. Un altro aspetto critico riguarda la forza lavoro. «Ora spostarsi è semplice per gli europei, ma se verranno introdotti visti, tetti nelle quote degli stranieri, la regola della chiamata ufficiale da parte di un datore di lavoro, la situazione cambierà», sottolinea. «I giovani sceglieranno altre destinazioni e il Regno Unito si troverà a corto di forza lavoro, dai camerieri fino ai tecnici di laboratorio». Inoltre per riorganizzarsi servirà tempo e banche e aziende non possono perderne troppo, se vogliono restare competitive.
Anche il mercato dell'arte osserva con preoccupazione questa fase di trasformazione. «Da 250 anni Londra è il centro del commercio d'arte mondiale, quindi si è abituati a ragionare su una scala internazionale», conclude Carlo Milano, titolare della Callisto fine arts, nel cuore di Londra. «Esiste un tessuto di restauratori, trasportatori, mercanti che sarebbe difficile da ricreare altrove. Certo, però, l'imposizione di nuove regole allarma. Adesso uno può comperare un quadro in Francia e venderlo in Italia attraverso una società inglese senza difficoltà, ma poi cosa accadrà? Se verranno imposti limiti di movimento, dazi e rallentamenti, molti potrebbero pensare di mantenere la sede legale qui e stoccare in un altro paese europeo le opere, in modo da non avere difficoltà e aumenti di costi per trasporto e assicurazioni».
Caterina Belloni
La minaccia di Putin fa riscoprire l'unità all'Occidente
Molti giornali, britannici ma anche europei in generale, hanno rispolverato il discorso alla nazione che la regina Elisabetta II ha pronto in caso di Terza guerra mondiale. Fu preparato nel 1983 e da allora non ha subito alcuna variazione. Si era in piena Guerra fredda, il Muro di Berlino era ancora lì a dividere le due Germanie. Erano gli anni in cui iniziava il disgelo verso l'Urss di Michail Gorbačëv voluto dal presidente statunitense Ronald Reagan.
L'occasione per tornare a parlare, a distanza di 25 anni, di quel documento reale è stata fornita dalle ultime tensioni tra Russia e Regno Unito, con quest'ultimo che ha ricevuto il sostegno da tutti i leader occidentali – tranne che dal governo italiano ancora guidato per gli ultimi affari correnti da Paolo Gentiloni. Tutto nasce dall'avvelenamento di Serghei Skripal, ex spia sovietica passa al soldo del Regno Unito negli anni in cui a guidare l'intelligence russa era Vladimir Putin, e della figlia a Salisbury, una cittadina nel Sud dell'Inghilterra. Nel 2006, nel caso della morte per polonio di Aleksandr Litvinenko, ex colonnello dell'Fsb, Londra ebbe qualche dubbio, sostenendo, come ha concluso un'inchiesta pubblica britannica, che c'era «probabilmente» lo zampino di Putin. Ora, invece, davanti al Novichok, la sostanza tossica di fabbricazione sovietica usata per il tentato omicidio di Skripal, Londra non ha avuto dubbi e ha puntato il dito contro Mosca. Via 23 diplomatici russi dal suolo britannici e giro di vite sugli interessi di cittadini e società russi nel Regno Unito. Il Cremlino ha risposto: altrettanti diplomatici britannici cacciati dalla Russia.
Le tensioni erano già emerse nei mesi scorsi, dopo che l'aeronautica di Sua Maestà aveva intercettato prima caccia russi, poi navi militari di Mosca in spazi aerei e marittimi britannici. Alla sfida, il Cremlino ha risposto accusando il governo di Theresa May di considerare la crisi diplomatica come una piccola battaglia per guadagnare consensi nel Paese ma anche per far passare in secondo piano le difficoltà sulla Brexit. A chi accusava Londra di avventatezza nell'indicare Mosca come mente e braccia dell'avvelenamento a Salisbury sostenendo che sarebbe stato un atto folle per Putin a pochi giorni dalle elezioni ha risposto lo stesso Cremlino. «Dobbiamo ringraziare il Regno Unito», ha commentato Andrej Kondrashov, portavoce della campagna elettorale di Putin, «perché ancora una volta non ha capito la mentalità della Russia: ogni volta che ci accusano di qualcosa in modo infondato, il popolo russo si unisce al centro della forza e il centro della forza oggi è senz'altro Putin».
Ma non serve molto a calmare i venti di una nuova Guerra fredda. Basta guardare lo scenario globale attuale e notare come la Russia non abbia più quella forza economica, militare e ideologica che collocavano l'Unione sovietica come unico rivale dell'Occidente. Se proprio si vuole trovare un Paese rivale e all'altezza di Stati Uniti ed Europa si deve guardare al Dragone cinese. Proprio per queste ragioni, la crisi diplomatica seguita all'avvelenamento di Skripal potrebbe aiutare il Regno Unito nei negoziati per la Brexit, facendo capire a chi preferirebbe punire il primo Paese a lasciare l'Ue, in particolare Germania e Francia, che, come ripete il governo di Londra, l'addio è all'Ue ma non l'Europa. Né tantomeno all'Occidente. E il fatto che sicurezza e cooperazione internazionale siano tra i punti d'incontro mai discussi e dati sempre per certi durante le trattative tra le due sponde della Manica non fa che spianare ancor di più la strada verso un Regno Unito libero dai vincoli di Bruxelles ma al fianco dell'Europa e, ancora una volta, degli Stati Uniti a difesa dei valori democratici e liberali dell'Occidente.
Gabriele Carrer
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A un anno dell'avvio, i negoziati per l'addio del Regno Unito dall'Unione europea sembra appesi a un'unica questione: quella irlandese. Ma se Berlino e Parigi continuano con la linea dura, a rimetterci potrebbero essere anche i nostri connazionali oltremanica. Intervista esclusiva con l'ambasciatore britannico a Roma, che rassicura: «Usciamo dall'Ue, non dall'Europa. Il rapporto tra i nostri Paesi è più forte delle tensioni con Bruxelles La sicurezza unisce: lo dimostrano gli investimenti di Leonardo». Lo speciale contiene quattro articoli. Jill Morris, ambasciatore britannico a RomaLaPresse Da quasi vent'anni al Foreign office britannico, Jill Morris è dal luglio 2016 ambasciatore di Sua Maestà in Italia. Ambasciatore, non ambasciatrice, e ci tiene a sottolinearlo. Nata a Chester, città fondata dai romani nel I secolo d.C., oggi vive a Roma, a Villa Wolkonsky, la residenza ufficiale immersa nel verde sulla collina dell'Esquilino. Ambasciatore Morris, alla fine la Brexit si farà? «I britannici si sono espressi democraticamente per l'uscita e il governo è determinato a rispettare la loro volontà». Sui media si legge spesso di secondo referendum. Sarebbe un nuovo elemento di incertezza. Si sente di escluderlo? «Assolutamente sì». Si legge anche, partendo dalla questione irlandese, di Regno meno Unito... «Tra i cinque test che l'accordo con l'Ue dovrà superare c'è l'indissolubilità del Regno. Il premier Theresa May pochi giorni fa ha sottolineato che l'unità del Regno Unito dovrà uscirne non solo garantita, ma rafforzata». Ma che cosa vuole il Regno Unito dalla Brexit? «Il governo vuole raggiungere un accordo ambizioso con l'Ue, in grado di realizzare una partnership speciale e profonda, a partire dalla più stretta collaborazione in materia di sicurezza e difesa fino alle relazioni economiche e commerciali. Per questo non pensiamo ad alcun modello già esistente, in quanto unica e speciale è la relazione che continuerà a legare il Regno Unito all'Ue». Sembra che l'Unione europea voglia punirvi, però. «Riconosciamo l'impatto anche emotivo della nostra decisione. E capiamo che molti abbiano temuto effetti emulativi, rischio sventato dalle urne in diversi Paesi. Il Regno Unito vuole un'uscita ordinata e coordinata con i partner: è per noi fondamentale il successo dell'Ue, che rimarrà il nostro primo partner economico, al quale ci uniscono numerose altre sfide che ci uniscono». L'impressione è che i negoziati siano particolarmente complessi. C'è il rischio di un «no deal»? «Il mancato accordo è una possibilità, che ritengo remota anche alla luce dell'accordo di lunedì sulla transizione. Il traguardo sui diritti dei cittadini raggiunto a dicembre e l'interesse per un buon accordo che protegga gli interessi economici e di sicurezza su entrambe le sponde della Manica sono elementi rassicuranti». Come si concilia la Brexit, cioè un'uscita, con la volontà di rafforzare le relazioni con i Paesi partner, tra cui l'Italia? «Uscire dall'Ue non equivale a chiuderci in noi stessi. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese votato all'apertura, al commercio, alla collaborazione internazionale. L'Italia è un nostro partner storico, con cui abbiamo relazioni speciali, dagli investimenti alla cultura, dalla ricerca alla difesa. È una storia che risale a tempi antichi e che continuerà anche quando il Regno Unito sarà fuori dall'Ue. La forza della nostra relazione bilaterale si sviluppa tra l'altro anche in altri consessi multilaterali diversi da quello europeo. Parlo di G7, G20, Nato e Nazioni Unite». L'Europa sarà ancora la casa del Regno Unito, quindi? «L'Europa è la nostra casa, dove viaggiamo, studiamo, in molti casi lavoriamo e viviamo. È rappresentata dai valori fondanti delle nostre società e della nostra cultura, fin dai tempi del Rinascimento. L'amore per arte, scienza, democrazia, l'apertura dei mercati e la sete di progresso e conoscenza risalgono a ben prima che il progetto dell'Ue fosse anche solo concepito. La scelta di Firenze per lo storico discorso di Theresa May lo scorso settembre era chiaramente un riferimento a questo». La minaccia russa conferma la necessità di un rapporto stretto? «Le sfide che abbiamo di fronte, e la minaccia russa è tra queste, ci impongono di continuare a collaborare con tutti i nostri partner. Siamo estremamente grati agli Stati Uniti, all'Ue e a tutti gli amici europei per la solidarietà manifestata in seguito ai gravissimi fatti di Salisbury. Si è trattato di un'azione che non ha precedenti in alcun Paese Nato sin dalla sua costituzione nel 1949. Non parliamo di un regolamento di conti tra spie, ma di un attacco dello Stato russo al Regno Unito attraverso l'uso indiscriminato di un'arma chimica illegale». Organizzate spesso roadshow nel Regno Unito per gli imprenditori italiani. Quali settori sono i più interessati? «L'Italia è tra i primi investitori europei nel Regno Unito. Tra i principali settori interessati dalle aziende italiane figurano quello dell'energia, con particolare riferimento alle rinnovabili, la difesa, l'ingegneria di precisione, riferita soprattutto all'industria automobilistica e aerospaziale, e le industrie creative. Altri settori tipicamente forti per il made in Italy nel Regno Unito sono moda, design, banche e servizi finanziari, ingegneria meccanica e farmaceutico». Il premier May non ha escluso che il Regno Unito possa rimanere in alcune agenzie europee. Pensiamo a difesa e medicina. Sono settori di collaborazione e scambi tra i nostri due Paesi? «Assolutamente sì. Entrambi sono settori cruciali per quanto riguarda, rispettivamente, la nostra collaborazione in materia di politiche di sicurezza e difesa, e di ricerca e innovazione per quanto riguarda il settore farmaceutico. Inoltre, il settore della difesa rappresenta, dopo quello dell'energia, il secondo mercato in cui è più significativa la presenza italiana oltremanica. Questo soprattutto grazie agli investimenti di Leonardo, che conta nel Regno Unito su una forza lavoro di circa 7.000 addetti in sei diversi stabilimenti. In questo senso, gli elicotteri, i sistemi militari di difesa, la data and information protection e i sistemi aerospaziali rappresentano il fiore all'occhiello della produzione di Leonardo nel Regno Unito. Il settore farmaceutico è invece ai primissimi posti per quanto riguarda gli scambi commerciali tra Italia e Regno Unito. Gli ultimi dati a disposizione per il 2017 situano lo scambio di medicinali e preparati farmaceutici in entrambe le direzioni al secondo posto assoluto, dietro solo a quello di autoveicoli. Il valore complessivo degli scambi nel settore farmaceutico ammonta infatti a oltre 2,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi derivanti dall'export italiano verso il Regno Unito e oltre 1,1 miliardi dal Regno Unito all'Italia». !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-brexit-e-appesa-alla-frontiera-irlandese" data-post-id="2550465013" data-published-at="1779512771" data-use-pagination="False"> La Brexit è appesa alla frontiera irlandese Siamo arrivati praticamente al giro di boa dei negoziati sulla Brexit. 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Ma non c'è ancora molta chiarezza né da parte britannica né da parte europea sul post Brexit. Come e da chi verranno regolamentati gli scambi commerciali tra le due sponde della Manica dopo l'uscita del Regno Unito dall'Ue? La mancanza di risposte a questo interrogativo ha convinto le imprese britanniche a far pressioni sul governo conservatore affinché negoziasse un periodo di transizione per permettere al business, ma anche ai cittadini, un passaggio più morbido da un regime all'altro. I due capi negoziatori, Michel Barnier per l'Ue e il ministro David Davis per il Regno Unito, lunedì hanno raggiunto un'intesa su questo periodo. Lo status quo (ossia la permanenza del Regno Unito nell'unione doganale e nel mercato europeo, anche a costo di accettare l'immigrazione) dovrebbe finire il 31 dicembre 2021: 20 mesi in più, ma poi sarà Brexit per davvero. Durante il periodo di transizione però il Regno Unito potrà stringere accordi con Paesi terzi ma questi trattati entreranno in vigore soltanto una volta perfezionata la Brexit.Davis è volato a Bruxelles a pochi giorni dal Consiglio europeo di fine settimana, durante il quale i 27 Stati rimanenti saranno chiamati anche a scrivere le loro linee guida sulla fase successiva dei negoziati, ossia quella delle future relazioni commerciali con il Regno Unito. È la cosiddetta fase due dei negoziati, che verrà affrontata anche durante la transizione. La prima si è conclusa a dicembre ma ha lasciato dietro di sé una questione ancora aperta che gli analisti di Bloomberg descrivono come «la più spinosa»: quella irlandese. Infatti, se Regno Unito e Unione europea su diritti dei cittadini europei e assegno «di divorzio» hanno raggiunto un'intesa, il Consiglio europeo di inizio dicembre ha rinviato alla fase due, quella attuale, la risoluzione del tema sui confini nell'isola irlandese, l'unica frontiera fisica tra Ue e Regno Unito. Con la Brexit, si creerebbe tra l'Irlanda del Nord - Paese del Regno Unito - e la Repubblica un confine, più o meno impermeabile dipenderà dai negoziati. Ma gli accordi di pace nell'Ulster - firmati nel 1998 dopo decenni di violenze tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani - prevedono l'assenza di un confine tra i due Paesi. Il governo di Londra ha già ribadito più volte la sua netta opposizione a due regimi differenti - uno, per l'Irlanda, senza barriere, l'altro, per il resto dell'Ue, con controlli alle frontiere - per tutelare l'unità e la sovranità nazionale. Tuttavia, il Regno Unito è co-garante degli accordi di pace, che permettono ogni giorno a 30.000 transfrontalieri di attraversare per motivi di lavoro il confine tra le due Irlande e alle piccole imprese locali di avere un accesso al mercato britannico.Serve «creatività», ha detto il premier May riferendosi ai futuri rapporti tra Regno Unito e Unione europea e rifiutando ogni modello preesistente (rifiutati quindi sia il canadese che il norvegese, di cui molto si era parlato a inizio trattative). Tuttavia, da Londra non è ancora arrivata una concreta proposta alternativa. Né sulla questione irlandese nè tantomeno sui futuri rapporto commerciali. Da una parte c'è il Regno Unito, che vuole difendere la sua decisione democratica per riprendere il controllo di frontiere e sovranità ma al tempo stesso fare valere e proteggere il suo export verso il continente basato per lo più sui servizi finanziari. Dall'altra c'è l'Unione europea che sembra voler punire il primo Paese a uscire dal suo giro. Ma, come ha detto lo scorso giugno il commissario Ue al bilancio, Günther Oettinger con la Brexit serviranno tagli al bilancio comunitario. Verranno a mancare risorse, infatti, visto che Londra è contributore netto: «Il gap nelle finanze Ue che nasce dall'uscita del Regno Unito e dai bisogni finanziari delle nuove priorità deve essere chiaramente riconosciuto».Ma finché Berlino e Parigi, fiancheggiate da Dublino, non riconosceranno il ruolo del Regno Unito come partner dell'Unione europea anche con la Brexit, i rapporti commerciali futuri tra le due sponde della Manica rimarranno un'incognita. Germania e Francia puntano infatti a far pesare gli stop britannici sulla questione britannica per rallentare i negoziati. Obiettivo: convincere Londra a lasciare le sue porte aperte. Ma su questo il Regno Unito non sembra disposto a cedere, visti anche i recenti dati sull'immigrazione che hanno visto a settembre 2017 - secondo aggiornamento dopo il referendum del 23 giugno 2016 - scendere per la prima volta sotto quota 100.00 gli ingressi dai Paesi Ue (con l'Est europeo in testa). Gabriele Carrer <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="se-lue-non-scende-a-patti-ci-rimettono-anche-gli-italiani" data-post-id="2550465013" data-published-at="1779512771" data-use-pagination="False"> Se l’Ue non scende a patti ci rimettono anche gli italiani Theresa May, primo ministro britannico [LaPresse] Da quando il referendum ha sancito il divorzio del Regno Unito dall'Unione europea il numero degli europei che hanno chiesto di ottenere la cittadinanza britannica è cresciuto in modo esponenziale. Lo hanno fatto italiani (2.338 nel 2017 contro 797 del 2016), polacchi e tedeschi, spaventati dalle conseguenze dell'allontanamento. I numeri sono aumentati ma restano minoritari, se si considera quanti sono gli europei che vivono oltremanica. Gli italiani registrati dall'Ufficio nazionale di statistica ammontano a 220.000. Sono impegnati in diversi settori, dalla finanza all'università, dall'arte alla consulenza legale, fino ai tantissimi giovani che lavorano in bar e ristoranti, mentre migliorano il loro inglese. Per ciascuno di loro l'uscita dall'Ue rappresenta un rebus, che si porta dietro tante preoccupazioni. Chi ha una posizione precaria, magari nella ristorazione, teme di non poter rimanere una volta che l'uscita sarà ufficiale; chi invece è impiegato a livello manageriale si chiede se il mercato subirà dei contraccolpi. Definire con certezza quali saranno le conseguenze pratiche di questo divorzio è ancora difficile, perché i negoziati sono ancora in corso e l'Ue a tradizione franco-tedesca non sembra voler fare sconti a Londra. La linea dura della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron rischia però di ripercuotersi anche sui cittadini europei che vivono oltremanica. «Il primo impatto riguarderà il costo dei prodotti che arrivano dai Paesi europei e dall'Italia in particolare. In fondo, un po' si è già fatto sentire», spiega Giovanni Sanfelice di Monteforte, presidente del Business club Italia, che riunisce professionisti e imprenditori e fa da ponte tra i due Paesi. Adesso le prelibatezze di casa nostra sono certo più care che in patria, ma risultano abbastanza accessibili: questa situazione però potrebbe non confermarsi se verranno imposti dazi doganali dopo l'uscita dal Regno Unito dal mercato unico. «I primi a risentirne potrebbero essere i ristoranti italiani», insiste, «visto che avranno un aumento di costi per le materie prime e affitti e altre spese rimarranno ingenti come prima». In generale, le prime paure si concentrano sul rincaro di importazioni ed esportazioni, con conseguenze pratiche anche per la dispensa degli italiani trapiantati oltremanica, costretti a rinunciare a materie prime che li fanno sentire a casa. Interrogativi anche sui giovani che vogliono andare a studiare nel Regno Unito. Al momento gli europei pagano le stesse tasse universitarie dei britannici, quindi in media 9.000 sterline l'anno per 3 anni, mentre chi arriva da più lontano deve corrispondere cifre decisamente superiori. Una volta stabilita la separazione, però, non è sicuro cosa accadrà per gli allievi. Nelle ultime comunicazioni il governo guidato da Theresa May ha confermato che verranno mantenuti questi privilegi almeno fino al 2021, ma da allora in poi non si è ancora definito un progetto. Peraltro, non è nemmeno chiaro se gli studenti europei potranno accedere a prestiti e borse di studio come gli inglesi, secondo il modello attuale, oppure verranno esclusi da queste forme di sostegno. «Anche a livello di docenti ci saranno delle conseguenze», evidenzia Eleanor Spaventa, docente di economia alla scuola di legge dell'Università di Durham. «Ora i professori europei sono tanti, ma se entrare nel Paese diventerà più complicato si rivolgeranno altrove. L'università, poi, subirà dei contraccolpi in termini di finanziamento, dal momento che i fondi di ricerca europei, che sono sempre stati ingenti, non saranno più a disposizione». «In questo senso anche il settore dei musei potrebbe avere dei problemi», incalza Giovanni Sanfelice di Monteforte. Molte istituzioni culturali, come per esempio il British museum, hanno promosso esibizioni di prestigio grazie a fondi europei e quando verranno a mancare non sarà semplice trovare fonti alternative». A livello di sviluppo industriale, invece, le preoccupazioni riguardano tre diversi aspetti. Da un lato le startup, cioè le società agli esordi che spesso scelgono Londra come trampolino di lancio per la sua vivacità economica e culturale e anche per il suo ruolo di crocevia internazionale. «Al momento non ci sono costi e tasse particolarmente elevate, quindi conviene farlo, ma qualora questa situazione cambiasse, per via dei nuovi accordi economici, è probabile che diventi più semplice scegliere altre destinazioni, ad esempio l'Irlanda, per tentare la fortuna», evidenzia la professoressa Spaventa. A di là delle tasse, ci sono timori relativi all'eventuale cambiamento delle regole di accounting, alla necessità di creare nuove forme di supervisione e controllo e alla difficoltà di spostare la forza lavoro, all'interno di un Paese che ha chiuso i suoi confini e dovrà definire trattati diversi da quelli in vigore nel resto d'Europa». Secondo lei, qualora vengano adottati nuovi regolamenti a livello fiscale, assicurativo e finanziario, anche le grandi aziende dovranno organizzarsi sostenendo costi pesanti e questo aumenterà la tentazione di spostarsi altrove. Un altro aspetto critico riguarda la forza lavoro. «Ora spostarsi è semplice per gli europei, ma se verranno introdotti visti, tetti nelle quote degli stranieri, la regola della chiamata ufficiale da parte di un datore di lavoro, la situazione cambierà», sottolinea. «I giovani sceglieranno altre destinazioni e il Regno Unito si troverà a corto di forza lavoro, dai camerieri fino ai tecnici di laboratorio». Inoltre per riorganizzarsi servirà tempo e banche e aziende non possono perderne troppo, se vogliono restare competitive. Anche il mercato dell'arte osserva con preoccupazione questa fase di trasformazione. «Da 250 anni Londra è il centro del commercio d'arte mondiale, quindi si è abituati a ragionare su una scala internazionale», conclude Carlo Milano, titolare della Callisto fine arts, nel cuore di Londra. «Esiste un tessuto di restauratori, trasportatori, mercanti che sarebbe difficile da ricreare altrove. Certo, però, l'imposizione di nuove regole allarma. Adesso uno può comperare un quadro in Francia e venderlo in Italia attraverso una società inglese senza difficoltà, ma poi cosa accadrà? Se verranno imposti limiti di movimento, dazi e rallentamenti, molti potrebbero pensare di mantenere la sede legale qui e stoccare in un altro paese europeo le opere, in modo da non avere difficoltà e aumenti di costi per trasporto e assicurazioni». Caterina Belloni <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-minaccia-di-putin-fa-riscoprire-l-unita-all-occidente" data-post-id="2550465013" data-published-at="1779512771" data-use-pagination="False"> La minaccia di Putin fa riscoprire l'unità all'Occidente Molti giornali, britannici ma anche europei in generale, hanno rispolverato il discorso alla nazione che la regina Elisabetta II ha pronto in caso di Terza guerra mondiale. Fu preparato nel 1983 e da allora non ha subito alcuna variazione. Si era in piena Guerra fredda, il Muro di Berlino era ancora lì a dividere le due Germanie. Erano gli anni in cui iniziava il disgelo verso l'Urss di Michail Gorbačëv voluto dal presidente statunitense Ronald Reagan.L'occasione per tornare a parlare, a distanza di 25 anni, di quel documento reale è stata fornita dalle ultime tensioni tra Russia e Regno Unito, con quest'ultimo che ha ricevuto il sostegno da tutti i leader occidentali – tranne che dal governo italiano ancora guidato per gli ultimi affari correnti da Paolo Gentiloni. Tutto nasce dall'avvelenamento di Serghei Skripal, ex spia sovietica passa al soldo del Regno Unito negli anni in cui a guidare l'intelligence russa era Vladimir Putin, e della figlia a Salisbury, una cittadina nel Sud dell'Inghilterra. Nel 2006, nel caso della morte per polonio di Aleksandr Litvinenko, ex colonnello dell'Fsb, Londra ebbe qualche dubbio, sostenendo, come ha concluso un'inchiesta pubblica britannica, che c'era «probabilmente» lo zampino di Putin. Ora, invece, davanti al Novichok, la sostanza tossica di fabbricazione sovietica usata per il tentato omicidio di Skripal, Londra non ha avuto dubbi e ha puntato il dito contro Mosca. Via 23 diplomatici russi dal suolo britannici e giro di vite sugli interessi di cittadini e società russi nel Regno Unito. Il Cremlino ha risposto: altrettanti diplomatici britannici cacciati dalla Russia.Le tensioni erano già emerse nei mesi scorsi, dopo che l'aeronautica di Sua Maestà aveva intercettato prima caccia russi, poi navi militari di Mosca in spazi aerei e marittimi britannici. Alla sfida, il Cremlino ha risposto accusando il governo di Theresa May di considerare la crisi diplomatica come una piccola battaglia per guadagnare consensi nel Paese ma anche per far passare in secondo piano le difficoltà sulla Brexit. A chi accusava Londra di avventatezza nell'indicare Mosca come mente e braccia dell'avvelenamento a Salisbury sostenendo che sarebbe stato un atto folle per Putin a pochi giorni dalle elezioni ha risposto lo stesso Cremlino. «Dobbiamo ringraziare il Regno Unito», ha commentato Andrej Kondrashov, portavoce della campagna elettorale di Putin, «perché ancora una volta non ha capito la mentalità della Russia: ogni volta che ci accusano di qualcosa in modo infondato, il popolo russo si unisce al centro della forza e il centro della forza oggi è senz'altro Putin».Ma non serve molto a calmare i venti di una nuova Guerra fredda. Basta guardare lo scenario globale attuale e notare come la Russia non abbia più quella forza economica, militare e ideologica che collocavano l'Unione sovietica come unico rivale dell'Occidente. Se proprio si vuole trovare un Paese rivale e all'altezza di Stati Uniti ed Europa si deve guardare al Dragone cinese. Proprio per queste ragioni, la crisi diplomatica seguita all'avvelenamento di Skripal potrebbe aiutare il Regno Unito nei negoziati per la Brexit, facendo capire a chi preferirebbe punire il primo Paese a lasciare l'Ue, in particolare Germania e Francia, che, come ripete il governo di Londra, l'addio è all'Ue ma non l'Europa. Né tantomeno all'Occidente. E il fatto che sicurezza e cooperazione internazionale siano tra i punti d'incontro mai discussi e dati sempre per certi durante le trattative tra le due sponde della Manica non fa che spianare ancor di più la strada verso un Regno Unito libero dai vincoli di Bruxelles ma al fianco dell'Europa e, ancora una volta, degli Stati Uniti a difesa dei valori democratici e liberali dell'Occidente. Gabriele Carrer
L'auto di Salim El Koudry poco dopo l'attacco di Modena. Nel riquadro, Claudio Bertolotti (Ansa)
Claudio Bertolotti è stato capo sezione contro intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan e oggi dirige l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (React), che ha da poco diffuso un nuovo report sul radicalismo. Un’analisi molto dettagliata che deve fare riflettere, anche sul caso di Salim El Koudry, l’attentatore di Modena il cui atto feroce e violento troppo velocemente è stato ridotto a manifestazione di disagio psichico.
Bertolotti, quali sono i nuovi profili degli attentatori? Nel vostro report voi parlate soprattutto di guerra cognitiva, di una «combinazione di fragilità personale, marginalità sociali, traumi individuali e collettivi». Persone marginalizzate e con fragilità psichiche sono tra i nuovi bersagli della propaganda del terrorismo?
«Ammesso che sia effettivamente la propaganda a scatenare questo impeto o a stimolare la violenza associata al terrorismo. Mi spiego meglio. Non che non lo sia, è che spesso si utilizza troppo grossolanamente il termine propaganda, che è una macro-categoria all’interno della quale si inseriscono ben altre sottocategorie molto strutturate: la disinformazione, la misinformazione, la malinformazione, il discorso d’odio. Ognuna di queste categorie si rivolge allo stesso pubblico, ma con effetti diversi. In alcuni casi sono addirittura gli Stati a utilizzarle, in altri casi sono organizzazioni non statali come le organizzazioni criminali o i gruppi terroristici. Lo Stato islamico in particolare, anche se non è l’unico, attraverso la sua comunicazione strategica definisce quelli che sono gli obiettivi massimali. Cioè combattere, imporre la propria visione del mondo attraverso lo strumento del jihad, che di per sé sarebbe lo sforzo, è la testimonianza della propria fede, è il voler difendere la propria fede e la propria religione e viene usato per legittimare gli atti violenti. La comunicazione strategica dello Stato islamico dice di fare determinate cose: colpire il nemico, l’infedele, a partire dai musulmani non allineati, poi gli ebrei, poi i cristiani e l’Occidente in generale. E dice anche tecnicamente come farlo, spiega perché e come».
Lo abbiamo raccontato già una decina di anni fa, quando Al-Adnani, principale propagandista dello Stato islamico, sosteneva che si dovessero colpire gli infedeli con ogni mezzo: pietre, bastoni, auto, coltelli...
«Esatto, era il lontano 2015-2016 quando Al-Adnani fece questo bel discorso che di fatto stravolse completamente quella che era la natura dello Stato islamico, cioè anticipò la distruzione, la disintegrazione dello Stato islamico, sostanzialmente confermando quello che poi sarebbe venuto, cioè l’abbandono della territorialità e l’espansione sul piano ideologico, fideistico attraverso lo strumento del franchise. Gruppi già esistenti che attraverso l’atto del Bayat, la sottomissione al Califfo, accettano di portare avanti il progetto di massima dello Stato islamico, che è quello di riportare l’islam nelle terre che islamiche sono storicamente state».
E veniamo allora al caso di Modena. Date le premesse che lei ha fatto, è possibile che i messaggi di cui sopra vengano intercettati da qualcuno che ha fragilità psichica e magari motivi di risentimento individuali così da produrre poi degli attacchi? Oliver Roy diceva: «Non è la radicalizzazione dell’islamismo ma l’islamizzazione del radicalismo».
«È esattamente quello che sta avvenendo. Ormai da dieci anni a questa parte abbiamo una fotografia molto dettagliata del terrorismo, almeno in Europa. Come osservatorio React ogni anno pubblichiamo un rapporto che va, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, a descriverne l’evoluzione. La maggior parte degli attentatori e dei terroristi che hanno colpito in Europa non sono mai stati parte di un’organizzazione o di una rete strutturata, ma sono attori singoli che rispondono a un appello estremamente generico e seguendo direttive tecniche che poi effettivamente mettono in pratica durante i loro attacchi. Sono cose estremamente semplici, in genere l’utilizzo dell’automobile come ariete, quello che è avvenuto a Modena. O l’utilizzo delle armi bianche, di armi improvvisate che vengono comprate in offerta nei peggiori supermercati delle periferie urbane e che vengono utilizzate per portare a compimento l’atto. Terzo elemento, anche in questo caso confermato nel caso di Modena, la disponibilità o addirittura la consapevolezza di morire al termine dell’attacco, al fine di ottenere il titolo di soldato del Califfato, quindi mujahideen, il combattente del jihad».
Su Salim El Koudry: vedremo che cosa diranno le indagini. Più in generale: per avere un terrorista potrebbe non esserci bisogno di un contatto diretto con una organizzazione, con una sorta di «formatore» o reclutatore.
«È assolutamente così. Circa il 60% dei terroristi arrestati in Europa - poco prima di compiere un attentato terroristico o dopo averlo compiuto - è stato riconosciuto che avessero in qualche modo problemi di natura mentale, o psicologici o psichiatrici, che sono due cose diverse ma che comunque rientrano nella macrocategoria dei problemi mentali. E questo è un dato accertato. Non dobbiamo incappare nell’errore di valutare questi soggetti come non terroristi perché hanno problemi mentali: è l’esatto contrario, proprio perché hanno problemi mentali è più facile per loro incappare nella rete del terrorismo, cioè trovare nel terrorismo, nel jihadismo un punto di riferimento e una giustificazione allo sfogo di una rabbia o di un’insoddisfazione repressa o di un malessere di tipo psicologico o psichiatrico. È la nuova normalità questa, non è l’eccezione».
Però, nel caso di Modena, uno si chiede: come mai Daesh o altri non rivendicano l’attacco?
«Abbiamo la risposta se guardiamo allo storico europeo per arrivare al caso di Modena. Lo Stato islamico rivendica solo ed esclusivamente quando l’attentato è di successo e provoca morti tra le vittime, non soltanto feriti. Modena ha provocato feriti gravi, una signora amputata gravemente, uno choc molto forte, un impatto mediatico molto forte, ma non morti. In ogni caso è tanto per l’Italia. È il primo attacco dei 12 che sono stati registrati negli ultimi dieci anni ad aver avuto successo».
Ma non abbastanza per lo Stato islamico.
«No, perché non ha provocato morti, che è il vero obiettivo. Ha provocato terrore. Poi non c’è un video registrato da parte del soggetto in cui ammette, dichiara e rivendica l’attentato e la sua subordinazione allo Stato islamico attraverso l’atto del Bayat. Due elementi che fanno sì che questo attentato non rientri tra quelli che possono essere rivendicati dallo Stato islamico. Non è escluso però che lo Stato islamico, magari nel prossimo numero della sua pubblicazione periodica, parli di un atto che ha colpito i cristiani, pur senza attribuirsi una responsabilità. Potrebbe cioè dire che è un atto buono, che è bene che ciò sia avvenuto, senza mettere il timbro su quell’evento. Questo non lo possiamo escludere, è avvenuto in altri casi in cui lo Stato islamico non si è assunto la paternità di un attacco ma ha riportato la notizia».
Esiste un problema, mi pare di capire, di fragilità e di disagio di cui si approfittano a vari livelli varie organizzazioni anche di segno opposto. Però ci sono fasce di popolazione che possono destare preoccupazione, tra cui quella degli adolescenti arrabbiati o problematici.
«Sì, è vero. Però anche qui i dati ci dicono altro. Se è vero che gli adolescenti sono quelli più facili da includere in una narrazione, i numeri ci dicono che gli attentati terroristici vengono compiuti da giovani adulti, dai 25 ai 30 anni, addirittura anche qualche anno in più: la mediana è sui 27-28 anni, è relativamente alta. Quindi parliamo di soggetti insoddisfatti di una vita adulta, non di insoddisfazione e delusione di adolescenti che non riescono a trovare una propria identità all’interno della società in cui si ritrovano. Parliamo di giovani adulti che, superata la fase adolescenziale, non riescono a uscire dalla delusione».
Il fenomeno tuttavia è numericamente limitato.
«Per fortuna è numericamente limitato, e questo non ci consente di fare una statistica con dati disaggregati in modo tale da riuscire a tirare fuori una fotografia estremamente dettagliata. Però sono numeri non marginali. Parliamo di una quindicina di attacchi terroristici l’anno, a fronte di un numero quasi dieci volte superiore di soggetti che vengono arrestati o comunque indagati per fenomeni di radicalizzazione o di vicinanza al terrorismo jihadista, e qui in effetti i giovani sono quelli predominanti».
In conclusione, secondo lei sul caso di Modena ci sarebbe da indagare con un po’ più di attenzione, senza liquidare tutto velocemente come caso di malattia mentale.
«Questo è il classico esempio di terrorista europeo, di chi compie un atto terroristico in Europa, con la differenza che non ha fatto una rivendicazione, cioè un atto di sottomissione allo Stato Islamico, punto. Ma tutto il resto è coerente con il profilo dei suoi omologhi europei. Ci sono soggetti che si radicalizzano anche molto velocemente, ma più della metà di questi hanno un pregresso in case di cura per problemi psicologici, Tso, trattamenti per problemi di natura psichiatrica... Non è da sottovalutare questo aspetto, anzi va evidenziato. Per due legislature, la diciassettesima e la diciottesima, avevamo pronto un pacchetto, una legge approvata in maniera trasversale da tutte le commissioni, votata favorevolmente alla Camera, che una volta arrivata al Senato non è mai stata votata. Fu Piero Grasso a non calendarizzare l’approvazione di questa legge sulla prevenzione della radicalizzazione. Attraverso il supporto dei servizi sociali, della scuola, degli organi di prossimità si pensava di operare per rilevare gli indizi di radicalizzazione precoce. Ma era una legge che qualcuno a sinistra non gradiva».
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Soccorsi a Modena dopo l'attacco di Salim El Koudri il 16 maggio (Ansa)
Il dispositivo con cui il giudice per le indagini preliminari ha convalidato l’arresto di Salim El Koudri già fa piazza pulita delle tesi consolatorie dell’opposizione. Infatti, pur escludendo l’aggravante del terrorismo (in attesa che siano decrittati i profili social del giovane marocchino), nega che l’uomo si sia lanciato contro la folla mentre era incapace di intendere e di volere. Nonostante in passato sia stato seguito dal centro di igiene mentale, l’aspirante impiegato con laurea in economia sapeva che cosa stava facendo, altrimenti non avrebbe scelto per il suo atto una delle vie più frequentate della città, non avrebbe premuto sull’acceleratore appena raggiunta l’area pedonale e neppure si sarebbe portato dietro un coltellaccio per colpire chi avesse tentato di fermarlo.
Tuttavia, se qualcuno nutrisse ancora dubbi sulla natura dell’attentato, basta leggere l’intervista che il nostro Francesco Borgonovo ha fatto a Claudio Bertolotti. Già capo della sezione contro intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan, Bertolotti dirige l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (React). In pratica, è un’autorità in materia di fondamentalismo e attentati e conosce molto bene sia le modalità degli aspiranti kamikaze, sia i meccanismi di quanti vorrebbero portare il jihad a casa nostra. Uno degli aspetti più interessanti del colloquio con l’ex capo della sicurezza in Afghanistan riguarda i profili di quanti compiono una strage. Non si tratta sempre di fanatici, indottrinati da anni di propaganda e preparati in campi di addestramento. Spesso a scatenare la pulsione violenta è la combinazione di fragilità personale e di marginalità sociale, accompagnate da traumi individuali o collettivi.
Come avrete già capito, Salim El Koudri risponde perfettamente all’identikit tracciato da Bertolotti. Perché, pur non risultando un «combattente» dello Stato islamico, l’autore della strage di Modena unisce fragilità psichica (che non vuol dire essere incapace di intendere e di volere) a motivi di risentimento individuali. Quindi, si esclude l’idea che per essere definiti terroristi si debba far parte di una struttura militarizzata e rispondere a un’organizzazione che propaganda attentati. Paradossalmente, non serve neppure un reclutatore che attiri il soggetto nella sua rete e lo spinga a colpire. Spiega Bertolotti che il 60 per cento dei terroristi arrestati in Europa prima di compiere una strage, o anche dopo averla compiuta, manifesta problemi di natura mentale o psicologici o psichiatrici. «Non dobbiamo incorrere nell’errore di non considerarli terroristi perché hanno disturbi: è l’esatto contrario. Proprio perché hanno problemi è più facile per loro essere preda della fascinazione di una strage come modo per sfogare la rabbia e un’insoddisfazione repressa».
Del resto, nel caso di Salim El Koudri, non soltanto si riscontrano il disagio psichico e pure il risentimento per non aver trovato un lavoro e non avere né relazioni sociali né fidanzata, ma anche le modalità di esecuzione dell’attentato. L’uso dell’auto come mezzo per provocare morte e terrore, la messa in calcolo di una possibile morte. Dice Bertolotti: la disponibilità o addirittura la consapevolezza di morire al termine dell’attacco fa pensare che El Koudri puntasse a ottenere il titolo di soldato del Califfato, quindi di diventare con il proprio gesto un combattente del jihad.
Insomma, con buona pace dei compagni, il giovane marocchino non è una vittima del clima d’odio e della mancanza di servizi sociali, è un terrorista.
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Il dormitorio colpito dai droni ucraini (Mchs Russia)
L’edificio completamente distrutto dai droni ucraini è un dormitorio dell’istituto professionale a Starobilsk, nella regione di Luhansk occupata dalla Russia. Putin ha svelato che «ci sono state tre ondate. Sedici droni nello stesso luogo». Nel momento dell’attacco, in piena notte, all’interno del dormitorio stavano dormendo 86 giovani, tra i 14 e i 18 anni. A condividere l’ultimo aggiornamento sul bilancio delle vittime e dei feriti è stato lo stesso Putin: ha riferito che il numero dei morti è salito a sei, mentre i feriti sono 39 e i dispersi 15.
Lo zar ha definito il raid come «un attentato terroristico». Ha voluto precisare che «non ci sono installazioni a scopo militare, strutture dei servizi speciali o servizi ad essi correlati vicino al dormitorio». Il presidente russo ha poi lanciato un appello ai militari ucraini: «Non eseguite gli ordini criminali della giunta illegittima e corrotta». Il ministero degli Esteri russo, in una nota, ha tirato in ballo anche l’Alleanza atlantica, sostenendo che «questi attacchi, condotti con armi a lungo raggio fornite al regime di Kiev dai Paesi della Nato, vengono effettuati con l’assistenza tecnica di specialisti stranieri provenienti da noti Stati dell’Alleanza».
Che la rappresaglia fosse l’opzione principale sul tavolo russo era già emerso dalle parole del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ancor prima dell’annuncio di Putin. Peskov ha infatti dichiarato che il raid ucraino è «un crimine mostruoso del regime di Kiev» che «deve essere punito». Mosca ha anche richiesto una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Non stupisce che per la Russia l’attacco al dormitorio allontani dall’orizzonte le trattative per porre fine alla guerra. La posizione è evidente dalle dichiarazioni rilasciate dal ministero degli Esteri russo: «Commettendo atrocità contro i bambini a Starobilsk, il regime di Kiev e i suoi mandanti si assumono la piena responsabilità dell’escalation delle ostilità e del sabotaggio degli sforzi politici e diplomatici volti a risolvere il conflitto». Di parere opposto è Zelensky: è certo che i raid, incluso quello di ieri contro una raffineria russa, costringano Mosca «verso la diplomazia». Ha quindi annunciato di stare «aspettando una risposta dalla parte americana su possibili formati e un calendario di riunioni». Però il segretario di Stato americano Marco Rubio, pur confermando che gli Stati Uniti sono disposti a svolgere il ruolo di mediatore, ha già messo in chiaro che non parteciperanno a colloqui «infiniti» senza esiti concreti.
Quanto ai misteriosi candidati in lizza per diventare inviati europei nei negoziati, il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha affermato che «ci sono alcuni nomi. Certamente non si tratta di Schroder». Il ministro ha comunque puntualizzato che la nomina di un negoziatore europeo «non è un’alternativa al percorso guidato dagli Stati Uniti, bensì un elemento complementare».
A essere all’ordine del giorno è anche la questione dell’adesione dell’Ucraina all’Ue. Sybiha ha inevitabilmente mostrato entusiasmo: «Io ci credo» all’apertura dei cluster negoziali a giugno. Intervenendo in merito, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha confermato che l’Italia è «favorevole alla piena adesione dell’Ucraina» all’Ue ma «servono i tempi e bisogna rispettare determinate regole».
Oltre all’integrazione europea, c’è chi ieri si è spinto oltre. In occasione della riunione dei ministri degli Esteri della Nato in Svezia, il capo della diplomazia finlandese, Elina Valtonen, ha auspicato che «nel prossimo futuro l’Ucraina diventi membro della Nato». Ed è in occasione di questo incontro che il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, ha annunciato la presenza di Zelensky al vertice Nato ad Ankara a luglio. Centrale è stato anche il tema della spesa per la Difesa. Berlino ha dichiarato che nel 2026 vi destinerà il 4% del Pil. Tajani ha sottolineato: «Siamo pronti a spendere di più. Vogliamo raggiungere il 5 per cento del Pil».
Non sono poi mancati i botta e risposta tra Rutte e Mosca. Il primo ha dichiarato che non sarebbe «contento» se fosse «Putin», visto che «le cose non stanno andando nella giusta direzione per lui». Dall’altra parte, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha accusato la Nato di volersi espandere a Est.
Di certo Rutte ha apprezzato la decisione di Washington di inviare altri 5.000 soldati americani in Polonia. A preoccupare la Casa Bianca sono le tensioni tra i Paesi Baltici e la Russia, dopo che quest’ultima li ha accusati di collaborare con Kiev negli attacchi con droni. «Comprendiamo che questi Paesi si sentano minacciati da tutto ciò. Siamo preoccupati, perché non vogliamo che porti a un conflitto più ampio che possa davvero sfociare in qualcosa di molto peggiore» ha rivelato Rubio. E ha aggiunto che gli Stati Uniti stanno monitorando «attentamente» la situazione. Il dipartimento di Stato americano, nel frattempo, ha dato anche il via libera per vendere a Kiev le attrezzature per il sistema missilistico Hawk, con un costo stimato di 108 milioni di dollari.
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Capaci, 23 maggio 1992 (Ansa)
In occasione di questo 34° anniversario della strage di Capaci, la Polizia di Stato di Palermo sarà impegnata oggi in una serie di iniziative commemorative dedicate al ricordo delle vittime di quell’indimenticabile pomeriggio siciliano.
Le commemorazioni avranno inizio con la deposizione di una corona d’alloro presso la Stele di Capaci, il monumento ai caduti sull’autostrada A29, e poi, nella storica sede del Reparto Scorte, all’interno della caserma Pietro Lungaro, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, con il capo della Polizia, Vittorio Pisani, alla presenza delle Autorità civili, militari e religiose deporranno una corona d’alloro in corrispondenza della lapide dedicata alle vittime della strage mafiosa. Nel corso della cerimonia si procederà allo svelamento del quadro contenente il brevetto del ministro dell’Interno relativo al conferimento, da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, della Medaglia d’oro al Merito civile alle donne e agli uomini della Polizia di Stato impegnati nei servizi di scorta e tutela «che mediante l’adempimento quotidiano e silenzioso del loro compito, hanno assicurato e garantiscono la tutela delle persone esposte a pericolo, anche a sacrificio della propria incolumità. Il loro esempio di abnegazione testimonia l’alto valore del servizio reso per la sicurezza dello Stato, meritando la riconoscenza della nazione». L’onorificenza è stata consegnata lo scorso 10 aprile in Piazza del Popolo a Roma, nell’ambito delle celebrazioni per il 174° anniversario della fondazione della Polizia. Sempre in caserma ci sarà la proiezione del docufilm I ragazzi delle scorte, con una puntata dedicata alla storia dell’agente scelto Rocco Dicillio. La docuserie, coprodotta dal Viminale e dal ministero per lo Sport e i Giovani, tramite la Struttura di missione per gli anniversari di interesse nazionale, in collaborazione con 42° Parallelo, torna con due nuovi episodi sui ragazzi che persero la vita con i giudici Falcone e Borsellino: Rocco e Giuseppe, ragazzi d’altri tempi e Agostino, mio padre riportano al centro le loro storie umane, i legami familiari, la memoria di chi è rimasto e il peso che quelle stragi continuano ad avere nel presente perché quegli «eroi» erano e sono, prima di tutto, figli, compagni, padri e amici. Ma anche un modo di sottolineare la professionalità, la competenza oltre che la abnegazione degli uomini delle scorte della Polizia, reparto istituito come struttura organica e stabile in risposta diretta alla stagione del terrorismo e della criminalità organizzata. Le celebrazioni odierne si concluderanno con una messa in suffragio delle vittime nella chiesa di San Domenico dopo che alle 17.58, ora in cui avvenne la strage di Capaci, ci sarà un minuto di raccoglimento e l’esecuzione del Silenzio di ordinanza, contemporaneamente presso l’Ufficio scorte, la Stele di Capaci e l’Albero Falcone.
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