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2018-03-21
«Grazie a difesa e farmaceutica resteremo amici e partner fidati anche dopo la Brexit»
Jill Morris, ambasciatore britannico a RomaLaPresse
Da quasi vent'anni al Foreign office britannico, Jill Morris è dal luglio 2016 ambasciatore di Sua Maestà in Italia. Ambasciatore, non ambasciatrice, e ci tiene a sottolinearlo. Nata a Chester, città fondata dai romani nel I secolo d.C., oggi vive a Roma, a Villa Wolkonsky, la residenza ufficiale immersa nel verde sulla collina dell'Esquilino.
Ambasciatore Morris, alla fine la Brexit si farà?
«I britannici si sono espressi democraticamente per l'uscita e il governo è determinato a rispettare la loro volontà».
Sui media si legge spesso di secondo referendum. Sarebbe un nuovo elemento di incertezza. Si sente di escluderlo?
«Assolutamente sì».
Si legge anche, partendo dalla questione irlandese, di Regno meno Unito...
«Tra i cinque test che l'accordo con l'Ue dovrà superare c'è l'indissolubilità del Regno. Il premier Theresa May pochi giorni fa ha sottolineato che l'unità del Regno Unito dovrà uscirne non solo garantita, ma rafforzata».
Ma che cosa vuole il Regno Unito dalla Brexit?
«Il governo vuole raggiungere un accordo ambizioso con l'Ue, in grado di realizzare una partnership speciale e profonda, a partire dalla più stretta collaborazione in materia di sicurezza e difesa fino alle relazioni economiche e commerciali. Per questo non pensiamo ad alcun modello già esistente, in quanto unica e speciale è la relazione che continuerà a legare il Regno Unito all'Ue».
Sembra che l'Unione europea voglia punirvi, però.
«Riconosciamo l'impatto anche emotivo della nostra decisione. E capiamo che molti abbiano temuto effetti emulativi, rischio sventato dalle urne in diversi Paesi. Il Regno Unito vuole un'uscita ordinata e coordinata con i partner: è per noi fondamentale il successo dell'Ue, che rimarrà il nostro primo partner economico, al quale ci uniscono numerose altre sfide che ci uniscono».
L'impressione è che i negoziati siano particolarmente complessi. C'è il rischio di un «no deal»?
«Il mancato accordo è una possibilità, che ritengo remota anche alla luce dell'accordo di lunedì sulla transizione. Il traguardo sui diritti dei cittadini raggiunto a dicembre e l'interesse per un buon accordo che protegga gli interessi economici e di sicurezza su entrambe le sponde della Manica sono elementi rassicuranti».
Come si concilia la Brexit, cioè un'uscita, con la volontà di rafforzare le relazioni con i Paesi partner, tra cui l'Italia?
«Uscire dall'Ue non equivale a chiuderci in noi stessi. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese votato all'apertura, al commercio, alla collaborazione internazionale. L'Italia è un nostro partner storico, con cui abbiamo relazioni speciali, dagli investimenti alla cultura, dalla ricerca alla difesa. È una storia che risale a tempi antichi e che continuerà anche quando il Regno Unito sarà fuori dall'Ue. La forza della nostra relazione bilaterale si sviluppa tra l'altro anche in altri consessi multilaterali diversi da quello europeo. Parlo di G7, G20, Nato e Nazioni Unite».
L'Europa sarà ancora la casa del Regno Unito, quindi?
«L'Europa è la nostra casa, dove viaggiamo, studiamo, in molti casi lavoriamo e viviamo. È rappresentata dai valori fondanti delle nostre società e della nostra cultura, fin dai tempi del Rinascimento. L'amore per arte, scienza, democrazia, l'apertura dei mercati e la sete di progresso e conoscenza risalgono a ben prima che il progetto dell'Ue fosse anche solo concepito. La scelta di Firenze per lo storico discorso di Theresa May lo scorso settembre era chiaramente un riferimento a questo».
La minaccia russa conferma la necessità di un rapporto stretto?
«Le sfide che abbiamo di fronte, e la minaccia russa è tra queste, ci impongono di continuare a collaborare con tutti i nostri partner. Siamo estremamente grati agli Stati Uniti, all'Ue e a tutti gli amici europei per la solidarietà manifestata in seguito ai gravissimi fatti di Salisbury. Si è trattato di un'azione che non ha precedenti in alcun Paese Nato sin dalla sua costituzione nel 1949. Non parliamo di un regolamento di conti tra spie, ma di un attacco dello Stato russo al Regno Unito attraverso l'uso indiscriminato di un'arma chimica illegale».
Organizzate spesso roadshow nel Regno Unito per gli imprenditori italiani. Quali settori sono i più interessati?
«L'Italia è tra i primi investitori europei nel Regno Unito. Tra i principali settori interessati dalle aziende italiane figurano quello dell'energia, con particolare riferimento alle rinnovabili, la difesa, l'ingegneria di precisione, riferita soprattutto all'industria automobilistica e aerospaziale, e le industrie creative. Altri settori tipicamente forti per il made in Italy nel Regno Unito sono moda, design, banche e servizi finanziari, ingegneria meccanica e farmaceutico».
Il premier May non ha escluso che il Regno Unito possa rimanere in alcune agenzie europee. Pensiamo a difesa e medicina. Sono settori di collaborazione e scambi tra i nostri due Paesi?
«Assolutamente sì. Entrambi sono settori cruciali per quanto riguarda, rispettivamente, la nostra collaborazione in materia di politiche di sicurezza e difesa, e di ricerca e innovazione per quanto riguarda il settore farmaceutico. Inoltre, il settore della difesa rappresenta, dopo quello dell'energia, il secondo mercato in cui è più significativa la presenza italiana oltremanica. Questo soprattutto grazie agli investimenti di Leonardo, che conta nel Regno Unito su una forza lavoro di circa 7.000 addetti in sei diversi stabilimenti. In questo senso, gli elicotteri, i sistemi militari di difesa, la
data and information protection e i sistemi aerospaziali rappresentano il fiore all'occhiello della produzione di Leonardo nel Regno Unito. Il settore farmaceutico è invece ai primissimi posti per quanto riguarda gli scambi commerciali tra Italia e Regno Unito. Gli ultimi dati a disposizione per il 2017 situano lo scambio di medicinali e preparati farmaceutici in entrambe le direzioni al secondo posto assoluto, dietro solo a quello di autoveicoli. Il valore complessivo degli scambi nel settore farmaceutico ammonta infatti a oltre 2,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi derivanti dall'export italiano verso il Regno Unito e oltre 1,1 miliardi dal Regno Unito all'Italia».
La Brexit è appesa alla frontiera irlandese
Siamo arrivati praticamente al giro di boa dei negoziati sulla Brexit. Era il 29 marzo dello scorso anno quando il premier britannico, Theresa May, consegnava all'Unione europea la lettera con cui notificava al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, l'attivazione da parte del suo Paese dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona. Quello che regola l'addio di uno Stato membro dalla compagnia di Bruxelles. Il comma terzo di quell'accordo che ha riformato e mandato in pensione la Comunità europea detta i tempi delle trattative. Due anni, o meno di un voto unanime degli Stati membri rimanenti per estendere il periodo. Ma c'è un altro modo di prolungare questa fase: un periodo di transizione, o di «implementazione» per usare una terminologia cara a Theresa May. Ed è proprio su questo che Londra e Bruxelles stanno discutendo da mesi ormai e su cui si attende una decisione definitiva da parte dei 27 Stati membri riuniti nel Consiglio europeo convocato per domani e venerdì.
La data della Brexit è fissata dunque al 29 marzo 2019, a rigor di trattati. Ma non c'è ancora molta chiarezza né da parte britannica né da parte europea sul post Brexit. Come e da chi verranno regolamentati gli scambi commerciali tra le due sponde della Manica dopo l'uscita del Regno Unito dall'Ue? La mancanza di risposte a questo interrogativo ha convinto le imprese britanniche a far pressioni sul governo conservatore affinché negoziasse un periodo di transizione per permettere al business, ma anche ai cittadini, un passaggio più morbido da un regime all'altro. I due capi negoziatori, Michel Barnier per l'Ue e il ministro David Davis per il Regno Unito, lunedì hanno raggiunto un'intesa su questo periodo. Lo status quo (ossia la permanenza del Regno Unito nell'unione doganale e nel mercato europeo, anche a costo di accettare l'immigrazione) dovrebbe finire il 31 dicembre 2021: 20 mesi in più, ma poi sarà Brexit per davvero. Durante il periodo di transizione però il Regno Unito potrà stringere accordi con Paesi terzi ma questi trattati entreranno in vigore soltanto una volta perfezionata la Brexit.
Davis è volato a Bruxelles a pochi giorni dal Consiglio europeo di fine settimana, durante il quale i 27 Stati rimanenti saranno chiamati anche a scrivere le loro linee guida sulla fase successiva dei negoziati, ossia quella delle future relazioni commerciali con il Regno Unito. È la cosiddetta fase due dei negoziati, che verrà affrontata anche durante la transizione. La prima si è conclusa a dicembre ma ha lasciato dietro di sé una questione ancora aperta che gli analisti di Bloomberg descrivono come «la più spinosa»: quella irlandese. Infatti, se Regno Unito e Unione europea su diritti dei cittadini europei e assegno «di divorzio» hanno raggiunto un'intesa, il Consiglio europeo di inizio dicembre ha rinviato alla fase due, quella attuale, la risoluzione del tema sui confini nell'isola irlandese, l'unica frontiera fisica tra Ue e Regno Unito. Con la Brexit, si creerebbe tra l'Irlanda del Nord - Paese del Regno Unito - e la Repubblica un confine, più o meno impermeabile dipenderà dai negoziati. Ma gli accordi di pace nell'Ulster - firmati nel 1998 dopo decenni di violenze tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani - prevedono l'assenza di un confine tra i due Paesi. Il governo di Londra ha già ribadito più volte la sua netta opposizione a due regimi differenti - uno, per l'Irlanda, senza barriere, l'altro, per il resto dell'Ue, con controlli alle frontiere - per tutelare l'unità e la sovranità nazionale. Tuttavia, il Regno Unito è co-garante degli accordi di pace, che permettono ogni giorno a 30.000 transfrontalieri di attraversare per motivi di lavoro il confine tra le due Irlande e alle piccole imprese locali di avere un accesso al mercato britannico.
Serve «creatività», ha detto il premier May riferendosi ai futuri rapporti tra Regno Unito e Unione europea e rifiutando ogni modello preesistente (rifiutati quindi sia il canadese che il norvegese, di cui molto si era parlato a inizio trattative). Tuttavia, da Londra non è ancora arrivata una concreta proposta alternativa. Né sulla questione irlandese nè tantomeno sui futuri rapporto commerciali. Da una parte c'è il Regno Unito, che vuole difendere la sua decisione democratica per riprendere il controllo di frontiere e sovranità ma al tempo stesso fare valere e proteggere il suo export verso il continente basato per lo più sui servizi finanziari. Dall'altra c'è l'Unione europea che sembra voler punire il primo Paese a uscire dal suo giro. Ma, come ha detto lo scorso giugno il commissario Ue al bilancio, Günther Oettinger con la Brexit serviranno tagli al bilancio comunitario. Verranno a mancare risorse, infatti, visto che Londra è contributore netto: «Il gap nelle finanze Ue che nasce dall'uscita del Regno Unito e dai bisogni finanziari delle nuove priorità deve essere chiaramente riconosciuto».
Ma finché Berlino e Parigi, fiancheggiate da Dublino, non riconosceranno il ruolo del Regno Unito come partner dell'Unione europea anche con la Brexit, i rapporti commerciali futuri tra le due sponde della Manica rimarranno un'incognita. Germania e Francia puntano infatti a far pesare gli stop britannici sulla questione britannica per rallentare i negoziati. Obiettivo: convincere Londra a lasciare le sue porte aperte. Ma su questo il Regno Unito non sembra disposto a cedere, visti anche i recenti dati sull'immigrazione che hanno visto a settembre 2017 - secondo aggiornamento dopo il referendum del 23 giugno 2016 - scendere per la prima volta sotto quota 100.00 gli ingressi dai Paesi Ue (con l'Est europeo in testa).
Gabriele Carrer
Se l’Ue non scende a patti ci rimettono anche gli italiani

Theresa May, primo ministro britannico
[LaPresse]
Da quando il referendum ha sancito il divorzio del Regno Unito dall'Unione europea il numero degli europei che hanno chiesto di ottenere la cittadinanza britannica è cresciuto in modo esponenziale. Lo hanno fatto italiani (2.338 nel 2017 contro 797 del 2016), polacchi e tedeschi, spaventati dalle conseguenze dell'allontanamento. I numeri sono aumentati ma restano minoritari, se si considera quanti sono gli europei che vivono oltremanica. Gli italiani registrati dall'Ufficio nazionale di statistica ammontano a 220.000. Sono impegnati in diversi settori, dalla finanza all'università, dall'arte alla consulenza legale, fino ai tantissimi giovani che lavorano in bar e ristoranti, mentre migliorano il loro inglese. Per ciascuno di loro l'uscita dall'Ue rappresenta un rebus, che si porta dietro tante preoccupazioni. Chi ha una posizione precaria, magari nella ristorazione, teme di non poter rimanere una volta che l'uscita sarà ufficiale; chi invece è impiegato a livello manageriale si chiede se il mercato subirà dei contraccolpi. Definire con certezza quali saranno le conseguenze pratiche di questo divorzio è ancora difficile, perché i negoziati sono ancora in corso e l'Ue a tradizione franco-tedesca non sembra voler fare sconti a Londra. La linea dura della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron rischia però di ripercuotersi anche sui cittadini europei che vivono oltremanica.
«Il primo impatto riguarderà il costo dei prodotti che arrivano dai Paesi europei e dall'Italia in particolare. In fondo, un po' si è già fatto sentire», spiega Giovanni Sanfelice di Monteforte, presidente del Business club Italia, che riunisce professionisti e imprenditori e fa da ponte tra i due Paesi. Adesso le prelibatezze di casa nostra sono certo più care che in patria, ma risultano abbastanza accessibili: questa situazione però potrebbe non confermarsi se verranno imposti dazi doganali dopo l'uscita dal Regno Unito dal mercato unico. «I primi a risentirne potrebbero essere i ristoranti italiani», insiste, «visto che avranno un aumento di costi per le materie prime e affitti e altre spese rimarranno ingenti come prima». In generale, le prime paure si concentrano sul rincaro di importazioni ed esportazioni, con conseguenze pratiche anche per la dispensa degli italiani trapiantati oltremanica, costretti a rinunciare a materie prime che li fanno sentire a casa.
Interrogativi anche sui giovani che vogliono andare a studiare nel Regno Unito. Al momento gli europei pagano le stesse tasse universitarie dei britannici, quindi in media 9.000 sterline l'anno per 3 anni, mentre chi arriva da più lontano deve corrispondere cifre decisamente superiori. Una volta stabilita la separazione, però, non è sicuro cosa accadrà per gli allievi. Nelle ultime comunicazioni il governo guidato da Theresa May ha confermato che verranno mantenuti questi privilegi almeno fino al 2021, ma da allora in poi non si è ancora definito un progetto. Peraltro, non è nemmeno chiaro se gli studenti europei potranno accedere a prestiti e borse di studio come gli inglesi, secondo il modello attuale, oppure verranno esclusi da queste forme di sostegno. «Anche a livello di docenti ci saranno delle conseguenze», evidenzia Eleanor Spaventa, docente di economia alla scuola di legge dell'Università di Durham. «Ora i professori europei sono tanti, ma se entrare nel Paese diventerà più complicato si rivolgeranno altrove. L'università, poi, subirà dei contraccolpi in termini di finanziamento, dal momento che i fondi di ricerca europei, che sono sempre stati ingenti, non saranno più a disposizione». «In questo senso anche il settore dei musei potrebbe avere dei problemi», incalza Giovanni Sanfelice di Monteforte. Molte istituzioni culturali, come per esempio il British museum, hanno promosso esibizioni di prestigio grazie a fondi europei e quando verranno a mancare non sarà semplice trovare fonti alternative».
A livello di sviluppo industriale, invece, le preoccupazioni riguardano tre diversi aspetti. Da un lato le startup, cioè le società agli esordi che spesso scelgono Londra come trampolino di lancio per la sua vivacità economica e culturale e anche per il suo ruolo di crocevia internazionale. «Al momento non ci sono costi e tasse particolarmente elevate, quindi conviene farlo, ma qualora questa situazione cambiasse, per via dei nuovi accordi economici, è probabile che diventi più semplice scegliere altre destinazioni, ad esempio l'Irlanda, per tentare la fortuna», evidenzia la professoressa Spaventa. A di là delle tasse, ci sono timori relativi all'eventuale cambiamento delle regole di accounting, alla necessità di creare nuove forme di supervisione e controllo e alla difficoltà di spostare la forza lavoro, all'interno di un Paese che ha chiuso i suoi confini e dovrà definire trattati diversi da quelli in vigore nel resto d'Europa». Secondo lei, qualora vengano adottati nuovi regolamenti a livello fiscale, assicurativo e finanziario, anche le grandi aziende dovranno organizzarsi sostenendo costi pesanti e questo aumenterà la tentazione di spostarsi altrove. Un altro aspetto critico riguarda la forza lavoro. «Ora spostarsi è semplice per gli europei, ma se verranno introdotti visti, tetti nelle quote degli stranieri, la regola della chiamata ufficiale da parte di un datore di lavoro, la situazione cambierà», sottolinea. «I giovani sceglieranno altre destinazioni e il Regno Unito si troverà a corto di forza lavoro, dai camerieri fino ai tecnici di laboratorio». Inoltre per riorganizzarsi servirà tempo e banche e aziende non possono perderne troppo, se vogliono restare competitive.
Anche il mercato dell'arte osserva con preoccupazione questa fase di trasformazione. «Da 250 anni Londra è il centro del commercio d'arte mondiale, quindi si è abituati a ragionare su una scala internazionale», conclude Carlo Milano, titolare della Callisto fine arts, nel cuore di Londra. «Esiste un tessuto di restauratori, trasportatori, mercanti che sarebbe difficile da ricreare altrove. Certo, però, l'imposizione di nuove regole allarma. Adesso uno può comperare un quadro in Francia e venderlo in Italia attraverso una società inglese senza difficoltà, ma poi cosa accadrà? Se verranno imposti limiti di movimento, dazi e rallentamenti, molti potrebbero pensare di mantenere la sede legale qui e stoccare in un altro paese europeo le opere, in modo da non avere difficoltà e aumenti di costi per trasporto e assicurazioni».
Caterina Belloni
La minaccia di Putin fa riscoprire l'unità all'Occidente
Molti giornali, britannici ma anche europei in generale, hanno rispolverato il discorso alla nazione che la regina Elisabetta II ha pronto in caso di Terza guerra mondiale. Fu preparato nel 1983 e da allora non ha subito alcuna variazione. Si era in piena Guerra fredda, il Muro di Berlino era ancora lì a dividere le due Germanie. Erano gli anni in cui iniziava il disgelo verso l'Urss di Michail Gorbačëv voluto dal presidente statunitense Ronald Reagan.
L'occasione per tornare a parlare, a distanza di 25 anni, di quel documento reale è stata fornita dalle ultime tensioni tra Russia e Regno Unito, con quest'ultimo che ha ricevuto il sostegno da tutti i leader occidentali – tranne che dal governo italiano ancora guidato per gli ultimi affari correnti da Paolo Gentiloni. Tutto nasce dall'avvelenamento di Serghei Skripal, ex spia sovietica passa al soldo del Regno Unito negli anni in cui a guidare l'intelligence russa era Vladimir Putin, e della figlia a Salisbury, una cittadina nel Sud dell'Inghilterra. Nel 2006, nel caso della morte per polonio di Aleksandr Litvinenko, ex colonnello dell'Fsb, Londra ebbe qualche dubbio, sostenendo, come ha concluso un'inchiesta pubblica britannica, che c'era «probabilmente» lo zampino di Putin. Ora, invece, davanti al Novichok, la sostanza tossica di fabbricazione sovietica usata per il tentato omicidio di Skripal, Londra non ha avuto dubbi e ha puntato il dito contro Mosca. Via 23 diplomatici russi dal suolo britannici e giro di vite sugli interessi di cittadini e società russi nel Regno Unito. Il Cremlino ha risposto: altrettanti diplomatici britannici cacciati dalla Russia.
Le tensioni erano già emerse nei mesi scorsi, dopo che l'aeronautica di Sua Maestà aveva intercettato prima caccia russi, poi navi militari di Mosca in spazi aerei e marittimi britannici. Alla sfida, il Cremlino ha risposto accusando il governo di Theresa May di considerare la crisi diplomatica come una piccola battaglia per guadagnare consensi nel Paese ma anche per far passare in secondo piano le difficoltà sulla Brexit. A chi accusava Londra di avventatezza nell'indicare Mosca come mente e braccia dell'avvelenamento a Salisbury sostenendo che sarebbe stato un atto folle per Putin a pochi giorni dalle elezioni ha risposto lo stesso Cremlino. «Dobbiamo ringraziare il Regno Unito», ha commentato Andrej Kondrashov, portavoce della campagna elettorale di Putin, «perché ancora una volta non ha capito la mentalità della Russia: ogni volta che ci accusano di qualcosa in modo infondato, il popolo russo si unisce al centro della forza e il centro della forza oggi è senz'altro Putin».
Ma non serve molto a calmare i venti di una nuova Guerra fredda. Basta guardare lo scenario globale attuale e notare come la Russia non abbia più quella forza economica, militare e ideologica che collocavano l'Unione sovietica come unico rivale dell'Occidente. Se proprio si vuole trovare un Paese rivale e all'altezza di Stati Uniti ed Europa si deve guardare al Dragone cinese. Proprio per queste ragioni, la crisi diplomatica seguita all'avvelenamento di Skripal potrebbe aiutare il Regno Unito nei negoziati per la Brexit, facendo capire a chi preferirebbe punire il primo Paese a lasciare l'Ue, in particolare Germania e Francia, che, come ripete il governo di Londra, l'addio è all'Ue ma non l'Europa. Né tantomeno all'Occidente. E il fatto che sicurezza e cooperazione internazionale siano tra i punti d'incontro mai discussi e dati sempre per certi durante le trattative tra le due sponde della Manica non fa che spianare ancor di più la strada verso un Regno Unito libero dai vincoli di Bruxelles ma al fianco dell'Europa e, ancora una volta, degli Stati Uniti a difesa dei valori democratici e liberali dell'Occidente.
Gabriele Carrer
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A un anno dell'avvio, i negoziati per l'addio del Regno Unito dall'Unione europea sembra appesi a un'unica questione: quella irlandese. Ma se Berlino e Parigi continuano con la linea dura, a rimetterci potrebbero essere anche i nostri connazionali oltremanica. Intervista esclusiva con l'ambasciatore britannico a Roma, che rassicura: «Usciamo dall'Ue, non dall'Europa. Il rapporto tra i nostri Paesi è più forte delle tensioni con Bruxelles La sicurezza unisce: lo dimostrano gli investimenti di Leonardo». Lo speciale contiene quattro articoli. Jill Morris, ambasciatore britannico a RomaLaPresse Da quasi vent'anni al Foreign office britannico, Jill Morris è dal luglio 2016 ambasciatore di Sua Maestà in Italia. Ambasciatore, non ambasciatrice, e ci tiene a sottolinearlo. Nata a Chester, città fondata dai romani nel I secolo d.C., oggi vive a Roma, a Villa Wolkonsky, la residenza ufficiale immersa nel verde sulla collina dell'Esquilino. Ambasciatore Morris, alla fine la Brexit si farà? «I britannici si sono espressi democraticamente per l'uscita e il governo è determinato a rispettare la loro volontà». Sui media si legge spesso di secondo referendum. Sarebbe un nuovo elemento di incertezza. Si sente di escluderlo? «Assolutamente sì». Si legge anche, partendo dalla questione irlandese, di Regno meno Unito... «Tra i cinque test che l'accordo con l'Ue dovrà superare c'è l'indissolubilità del Regno. Il premier Theresa May pochi giorni fa ha sottolineato che l'unità del Regno Unito dovrà uscirne non solo garantita, ma rafforzata». Ma che cosa vuole il Regno Unito dalla Brexit? «Il governo vuole raggiungere un accordo ambizioso con l'Ue, in grado di realizzare una partnership speciale e profonda, a partire dalla più stretta collaborazione in materia di sicurezza e difesa fino alle relazioni economiche e commerciali. Per questo non pensiamo ad alcun modello già esistente, in quanto unica e speciale è la relazione che continuerà a legare il Regno Unito all'Ue». Sembra che l'Unione europea voglia punirvi, però. «Riconosciamo l'impatto anche emotivo della nostra decisione. E capiamo che molti abbiano temuto effetti emulativi, rischio sventato dalle urne in diversi Paesi. Il Regno Unito vuole un'uscita ordinata e coordinata con i partner: è per noi fondamentale il successo dell'Ue, che rimarrà il nostro primo partner economico, al quale ci uniscono numerose altre sfide che ci uniscono». L'impressione è che i negoziati siano particolarmente complessi. C'è il rischio di un «no deal»? «Il mancato accordo è una possibilità, che ritengo remota anche alla luce dell'accordo di lunedì sulla transizione. Il traguardo sui diritti dei cittadini raggiunto a dicembre e l'interesse per un buon accordo che protegga gli interessi economici e di sicurezza su entrambe le sponde della Manica sono elementi rassicuranti». Come si concilia la Brexit, cioè un'uscita, con la volontà di rafforzare le relazioni con i Paesi partner, tra cui l'Italia? «Uscire dall'Ue non equivale a chiuderci in noi stessi. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese votato all'apertura, al commercio, alla collaborazione internazionale. L'Italia è un nostro partner storico, con cui abbiamo relazioni speciali, dagli investimenti alla cultura, dalla ricerca alla difesa. È una storia che risale a tempi antichi e che continuerà anche quando il Regno Unito sarà fuori dall'Ue. La forza della nostra relazione bilaterale si sviluppa tra l'altro anche in altri consessi multilaterali diversi da quello europeo. Parlo di G7, G20, Nato e Nazioni Unite». L'Europa sarà ancora la casa del Regno Unito, quindi? «L'Europa è la nostra casa, dove viaggiamo, studiamo, in molti casi lavoriamo e viviamo. È rappresentata dai valori fondanti delle nostre società e della nostra cultura, fin dai tempi del Rinascimento. L'amore per arte, scienza, democrazia, l'apertura dei mercati e la sete di progresso e conoscenza risalgono a ben prima che il progetto dell'Ue fosse anche solo concepito. La scelta di Firenze per lo storico discorso di Theresa May lo scorso settembre era chiaramente un riferimento a questo». La minaccia russa conferma la necessità di un rapporto stretto? «Le sfide che abbiamo di fronte, e la minaccia russa è tra queste, ci impongono di continuare a collaborare con tutti i nostri partner. Siamo estremamente grati agli Stati Uniti, all'Ue e a tutti gli amici europei per la solidarietà manifestata in seguito ai gravissimi fatti di Salisbury. Si è trattato di un'azione che non ha precedenti in alcun Paese Nato sin dalla sua costituzione nel 1949. Non parliamo di un regolamento di conti tra spie, ma di un attacco dello Stato russo al Regno Unito attraverso l'uso indiscriminato di un'arma chimica illegale». Organizzate spesso roadshow nel Regno Unito per gli imprenditori italiani. Quali settori sono i più interessati? «L'Italia è tra i primi investitori europei nel Regno Unito. Tra i principali settori interessati dalle aziende italiane figurano quello dell'energia, con particolare riferimento alle rinnovabili, la difesa, l'ingegneria di precisione, riferita soprattutto all'industria automobilistica e aerospaziale, e le industrie creative. Altri settori tipicamente forti per il made in Italy nel Regno Unito sono moda, design, banche e servizi finanziari, ingegneria meccanica e farmaceutico». Il premier May non ha escluso che il Regno Unito possa rimanere in alcune agenzie europee. Pensiamo a difesa e medicina. Sono settori di collaborazione e scambi tra i nostri due Paesi? «Assolutamente sì. Entrambi sono settori cruciali per quanto riguarda, rispettivamente, la nostra collaborazione in materia di politiche di sicurezza e difesa, e di ricerca e innovazione per quanto riguarda il settore farmaceutico. Inoltre, il settore della difesa rappresenta, dopo quello dell'energia, il secondo mercato in cui è più significativa la presenza italiana oltremanica. Questo soprattutto grazie agli investimenti di Leonardo, che conta nel Regno Unito su una forza lavoro di circa 7.000 addetti in sei diversi stabilimenti. In questo senso, gli elicotteri, i sistemi militari di difesa, la data and information protection e i sistemi aerospaziali rappresentano il fiore all'occhiello della produzione di Leonardo nel Regno Unito. Il settore farmaceutico è invece ai primissimi posti per quanto riguarda gli scambi commerciali tra Italia e Regno Unito. Gli ultimi dati a disposizione per il 2017 situano lo scambio di medicinali e preparati farmaceutici in entrambe le direzioni al secondo posto assoluto, dietro solo a quello di autoveicoli. Il valore complessivo degli scambi nel settore farmaceutico ammonta infatti a oltre 2,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi derivanti dall'export italiano verso il Regno Unito e oltre 1,1 miliardi dal Regno Unito all'Italia». !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-brexit-e-appesa-alla-frontiera-irlandese" data-post-id="2550465013" data-published-at="1780995568" data-use-pagination="False"> La Brexit è appesa alla frontiera irlandese Siamo arrivati praticamente al giro di boa dei negoziati sulla Brexit. 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Ma non c'è ancora molta chiarezza né da parte britannica né da parte europea sul post Brexit. Come e da chi verranno regolamentati gli scambi commerciali tra le due sponde della Manica dopo l'uscita del Regno Unito dall'Ue? La mancanza di risposte a questo interrogativo ha convinto le imprese britanniche a far pressioni sul governo conservatore affinché negoziasse un periodo di transizione per permettere al business, ma anche ai cittadini, un passaggio più morbido da un regime all'altro. I due capi negoziatori, Michel Barnier per l'Ue e il ministro David Davis per il Regno Unito, lunedì hanno raggiunto un'intesa su questo periodo. Lo status quo (ossia la permanenza del Regno Unito nell'unione doganale e nel mercato europeo, anche a costo di accettare l'immigrazione) dovrebbe finire il 31 dicembre 2021: 20 mesi in più, ma poi sarà Brexit per davvero. Durante il periodo di transizione però il Regno Unito potrà stringere accordi con Paesi terzi ma questi trattati entreranno in vigore soltanto una volta perfezionata la Brexit.Davis è volato a Bruxelles a pochi giorni dal Consiglio europeo di fine settimana, durante il quale i 27 Stati rimanenti saranno chiamati anche a scrivere le loro linee guida sulla fase successiva dei negoziati, ossia quella delle future relazioni commerciali con il Regno Unito. È la cosiddetta fase due dei negoziati, che verrà affrontata anche durante la transizione. La prima si è conclusa a dicembre ma ha lasciato dietro di sé una questione ancora aperta che gli analisti di Bloomberg descrivono come «la più spinosa»: quella irlandese. Infatti, se Regno Unito e Unione europea su diritti dei cittadini europei e assegno «di divorzio» hanno raggiunto un'intesa, il Consiglio europeo di inizio dicembre ha rinviato alla fase due, quella attuale, la risoluzione del tema sui confini nell'isola irlandese, l'unica frontiera fisica tra Ue e Regno Unito. Con la Brexit, si creerebbe tra l'Irlanda del Nord - Paese del Regno Unito - e la Repubblica un confine, più o meno impermeabile dipenderà dai negoziati. Ma gli accordi di pace nell'Ulster - firmati nel 1998 dopo decenni di violenze tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani - prevedono l'assenza di un confine tra i due Paesi. Il governo di Londra ha già ribadito più volte la sua netta opposizione a due regimi differenti - uno, per l'Irlanda, senza barriere, l'altro, per il resto dell'Ue, con controlli alle frontiere - per tutelare l'unità e la sovranità nazionale. Tuttavia, il Regno Unito è co-garante degli accordi di pace, che permettono ogni giorno a 30.000 transfrontalieri di attraversare per motivi di lavoro il confine tra le due Irlande e alle piccole imprese locali di avere un accesso al mercato britannico.Serve «creatività», ha detto il premier May riferendosi ai futuri rapporti tra Regno Unito e Unione europea e rifiutando ogni modello preesistente (rifiutati quindi sia il canadese che il norvegese, di cui molto si era parlato a inizio trattative). Tuttavia, da Londra non è ancora arrivata una concreta proposta alternativa. Né sulla questione irlandese nè tantomeno sui futuri rapporto commerciali. Da una parte c'è il Regno Unito, che vuole difendere la sua decisione democratica per riprendere il controllo di frontiere e sovranità ma al tempo stesso fare valere e proteggere il suo export verso il continente basato per lo più sui servizi finanziari. Dall'altra c'è l'Unione europea che sembra voler punire il primo Paese a uscire dal suo giro. Ma, come ha detto lo scorso giugno il commissario Ue al bilancio, Günther Oettinger con la Brexit serviranno tagli al bilancio comunitario. Verranno a mancare risorse, infatti, visto che Londra è contributore netto: «Il gap nelle finanze Ue che nasce dall'uscita del Regno Unito e dai bisogni finanziari delle nuove priorità deve essere chiaramente riconosciuto».Ma finché Berlino e Parigi, fiancheggiate da Dublino, non riconosceranno il ruolo del Regno Unito come partner dell'Unione europea anche con la Brexit, i rapporti commerciali futuri tra le due sponde della Manica rimarranno un'incognita. Germania e Francia puntano infatti a far pesare gli stop britannici sulla questione britannica per rallentare i negoziati. Obiettivo: convincere Londra a lasciare le sue porte aperte. Ma su questo il Regno Unito non sembra disposto a cedere, visti anche i recenti dati sull'immigrazione che hanno visto a settembre 2017 - secondo aggiornamento dopo il referendum del 23 giugno 2016 - scendere per la prima volta sotto quota 100.00 gli ingressi dai Paesi Ue (con l'Est europeo in testa). Gabriele Carrer <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="se-lue-non-scende-a-patti-ci-rimettono-anche-gli-italiani" data-post-id="2550465013" data-published-at="1780995568" data-use-pagination="False"> Se l’Ue non scende a patti ci rimettono anche gli italiani Theresa May, primo ministro britannico [LaPresse] Da quando il referendum ha sancito il divorzio del Regno Unito dall'Unione europea il numero degli europei che hanno chiesto di ottenere la cittadinanza britannica è cresciuto in modo esponenziale. Lo hanno fatto italiani (2.338 nel 2017 contro 797 del 2016), polacchi e tedeschi, spaventati dalle conseguenze dell'allontanamento. I numeri sono aumentati ma restano minoritari, se si considera quanti sono gli europei che vivono oltremanica. Gli italiani registrati dall'Ufficio nazionale di statistica ammontano a 220.000. Sono impegnati in diversi settori, dalla finanza all'università, dall'arte alla consulenza legale, fino ai tantissimi giovani che lavorano in bar e ristoranti, mentre migliorano il loro inglese. Per ciascuno di loro l'uscita dall'Ue rappresenta un rebus, che si porta dietro tante preoccupazioni. Chi ha una posizione precaria, magari nella ristorazione, teme di non poter rimanere una volta che l'uscita sarà ufficiale; chi invece è impiegato a livello manageriale si chiede se il mercato subirà dei contraccolpi. Definire con certezza quali saranno le conseguenze pratiche di questo divorzio è ancora difficile, perché i negoziati sono ancora in corso e l'Ue a tradizione franco-tedesca non sembra voler fare sconti a Londra. La linea dura della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron rischia però di ripercuotersi anche sui cittadini europei che vivono oltremanica. «Il primo impatto riguarderà il costo dei prodotti che arrivano dai Paesi europei e dall'Italia in particolare. In fondo, un po' si è già fatto sentire», spiega Giovanni Sanfelice di Monteforte, presidente del Business club Italia, che riunisce professionisti e imprenditori e fa da ponte tra i due Paesi. Adesso le prelibatezze di casa nostra sono certo più care che in patria, ma risultano abbastanza accessibili: questa situazione però potrebbe non confermarsi se verranno imposti dazi doganali dopo l'uscita dal Regno Unito dal mercato unico. «I primi a risentirne potrebbero essere i ristoranti italiani», insiste, «visto che avranno un aumento di costi per le materie prime e affitti e altre spese rimarranno ingenti come prima». In generale, le prime paure si concentrano sul rincaro di importazioni ed esportazioni, con conseguenze pratiche anche per la dispensa degli italiani trapiantati oltremanica, costretti a rinunciare a materie prime che li fanno sentire a casa. Interrogativi anche sui giovani che vogliono andare a studiare nel Regno Unito. Al momento gli europei pagano le stesse tasse universitarie dei britannici, quindi in media 9.000 sterline l'anno per 3 anni, mentre chi arriva da più lontano deve corrispondere cifre decisamente superiori. Una volta stabilita la separazione, però, non è sicuro cosa accadrà per gli allievi. Nelle ultime comunicazioni il governo guidato da Theresa May ha confermato che verranno mantenuti questi privilegi almeno fino al 2021, ma da allora in poi non si è ancora definito un progetto. Peraltro, non è nemmeno chiaro se gli studenti europei potranno accedere a prestiti e borse di studio come gli inglesi, secondo il modello attuale, oppure verranno esclusi da queste forme di sostegno. «Anche a livello di docenti ci saranno delle conseguenze», evidenzia Eleanor Spaventa, docente di economia alla scuola di legge dell'Università di Durham. «Ora i professori europei sono tanti, ma se entrare nel Paese diventerà più complicato si rivolgeranno altrove. L'università, poi, subirà dei contraccolpi in termini di finanziamento, dal momento che i fondi di ricerca europei, che sono sempre stati ingenti, non saranno più a disposizione». «In questo senso anche il settore dei musei potrebbe avere dei problemi», incalza Giovanni Sanfelice di Monteforte. Molte istituzioni culturali, come per esempio il British museum, hanno promosso esibizioni di prestigio grazie a fondi europei e quando verranno a mancare non sarà semplice trovare fonti alternative». A livello di sviluppo industriale, invece, le preoccupazioni riguardano tre diversi aspetti. Da un lato le startup, cioè le società agli esordi che spesso scelgono Londra come trampolino di lancio per la sua vivacità economica e culturale e anche per il suo ruolo di crocevia internazionale. «Al momento non ci sono costi e tasse particolarmente elevate, quindi conviene farlo, ma qualora questa situazione cambiasse, per via dei nuovi accordi economici, è probabile che diventi più semplice scegliere altre destinazioni, ad esempio l'Irlanda, per tentare la fortuna», evidenzia la professoressa Spaventa. A di là delle tasse, ci sono timori relativi all'eventuale cambiamento delle regole di accounting, alla necessità di creare nuove forme di supervisione e controllo e alla difficoltà di spostare la forza lavoro, all'interno di un Paese che ha chiuso i suoi confini e dovrà definire trattati diversi da quelli in vigore nel resto d'Europa». Secondo lei, qualora vengano adottati nuovi regolamenti a livello fiscale, assicurativo e finanziario, anche le grandi aziende dovranno organizzarsi sostenendo costi pesanti e questo aumenterà la tentazione di spostarsi altrove. Un altro aspetto critico riguarda la forza lavoro. «Ora spostarsi è semplice per gli europei, ma se verranno introdotti visti, tetti nelle quote degli stranieri, la regola della chiamata ufficiale da parte di un datore di lavoro, la situazione cambierà», sottolinea. «I giovani sceglieranno altre destinazioni e il Regno Unito si troverà a corto di forza lavoro, dai camerieri fino ai tecnici di laboratorio». Inoltre per riorganizzarsi servirà tempo e banche e aziende non possono perderne troppo, se vogliono restare competitive. Anche il mercato dell'arte osserva con preoccupazione questa fase di trasformazione. «Da 250 anni Londra è il centro del commercio d'arte mondiale, quindi si è abituati a ragionare su una scala internazionale», conclude Carlo Milano, titolare della Callisto fine arts, nel cuore di Londra. «Esiste un tessuto di restauratori, trasportatori, mercanti che sarebbe difficile da ricreare altrove. Certo, però, l'imposizione di nuove regole allarma. Adesso uno può comperare un quadro in Francia e venderlo in Italia attraverso una società inglese senza difficoltà, ma poi cosa accadrà? Se verranno imposti limiti di movimento, dazi e rallentamenti, molti potrebbero pensare di mantenere la sede legale qui e stoccare in un altro paese europeo le opere, in modo da non avere difficoltà e aumenti di costi per trasporto e assicurazioni». Caterina Belloni <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-minaccia-di-putin-fa-riscoprire-l-unita-all-occidente" data-post-id="2550465013" data-published-at="1780995568" data-use-pagination="False"> La minaccia di Putin fa riscoprire l'unità all'Occidente Molti giornali, britannici ma anche europei in generale, hanno rispolverato il discorso alla nazione che la regina Elisabetta II ha pronto in caso di Terza guerra mondiale. Fu preparato nel 1983 e da allora non ha subito alcuna variazione. Si era in piena Guerra fredda, il Muro di Berlino era ancora lì a dividere le due Germanie. Erano gli anni in cui iniziava il disgelo verso l'Urss di Michail Gorbačëv voluto dal presidente statunitense Ronald Reagan.L'occasione per tornare a parlare, a distanza di 25 anni, di quel documento reale è stata fornita dalle ultime tensioni tra Russia e Regno Unito, con quest'ultimo che ha ricevuto il sostegno da tutti i leader occidentali – tranne che dal governo italiano ancora guidato per gli ultimi affari correnti da Paolo Gentiloni. Tutto nasce dall'avvelenamento di Serghei Skripal, ex spia sovietica passa al soldo del Regno Unito negli anni in cui a guidare l'intelligence russa era Vladimir Putin, e della figlia a Salisbury, una cittadina nel Sud dell'Inghilterra. Nel 2006, nel caso della morte per polonio di Aleksandr Litvinenko, ex colonnello dell'Fsb, Londra ebbe qualche dubbio, sostenendo, come ha concluso un'inchiesta pubblica britannica, che c'era «probabilmente» lo zampino di Putin. Ora, invece, davanti al Novichok, la sostanza tossica di fabbricazione sovietica usata per il tentato omicidio di Skripal, Londra non ha avuto dubbi e ha puntato il dito contro Mosca. Via 23 diplomatici russi dal suolo britannici e giro di vite sugli interessi di cittadini e società russi nel Regno Unito. Il Cremlino ha risposto: altrettanti diplomatici britannici cacciati dalla Russia.Le tensioni erano già emerse nei mesi scorsi, dopo che l'aeronautica di Sua Maestà aveva intercettato prima caccia russi, poi navi militari di Mosca in spazi aerei e marittimi britannici. Alla sfida, il Cremlino ha risposto accusando il governo di Theresa May di considerare la crisi diplomatica come una piccola battaglia per guadagnare consensi nel Paese ma anche per far passare in secondo piano le difficoltà sulla Brexit. A chi accusava Londra di avventatezza nell'indicare Mosca come mente e braccia dell'avvelenamento a Salisbury sostenendo che sarebbe stato un atto folle per Putin a pochi giorni dalle elezioni ha risposto lo stesso Cremlino. «Dobbiamo ringraziare il Regno Unito», ha commentato Andrej Kondrashov, portavoce della campagna elettorale di Putin, «perché ancora una volta non ha capito la mentalità della Russia: ogni volta che ci accusano di qualcosa in modo infondato, il popolo russo si unisce al centro della forza e il centro della forza oggi è senz'altro Putin».Ma non serve molto a calmare i venti di una nuova Guerra fredda. Basta guardare lo scenario globale attuale e notare come la Russia non abbia più quella forza economica, militare e ideologica che collocavano l'Unione sovietica come unico rivale dell'Occidente. Se proprio si vuole trovare un Paese rivale e all'altezza di Stati Uniti ed Europa si deve guardare al Dragone cinese. Proprio per queste ragioni, la crisi diplomatica seguita all'avvelenamento di Skripal potrebbe aiutare il Regno Unito nei negoziati per la Brexit, facendo capire a chi preferirebbe punire il primo Paese a lasciare l'Ue, in particolare Germania e Francia, che, come ripete il governo di Londra, l'addio è all'Ue ma non l'Europa. Né tantomeno all'Occidente. E il fatto che sicurezza e cooperazione internazionale siano tra i punti d'incontro mai discussi e dati sempre per certi durante le trattative tra le due sponde della Manica non fa che spianare ancor di più la strada verso un Regno Unito libero dai vincoli di Bruxelles ma al fianco dell'Europa e, ancora una volta, degli Stati Uniti a difesa dei valori democratici e liberali dell'Occidente. Gabriele Carrer
Ansa
Il fragile cessate il fuoco che da due mesi tiene lontano il Medio Oriente da una guerra aperta tra Israele e Iran è tornato a scricchiolare dopo una nuova escalation che rischia potenzialmente di far precipitare ancora la regione nel conflitto. Domenica sera Teheran ha lanciato una raffica di missili contro il Nord di Israele, segnando la più grave violazione della tregua raggiunta dopo settimane di combattimenti. Secondo le autorità israeliane, circa dieci missili sono stati lanciati in rapida successione intorno alle 22. Le sirene d’allarme hanno risuonato in numerose località del Nord del Paese, ma non si registrano vittime né feriti. L’Iran ha rivendicato l’attacco sostenendo che si è trattato di una risposta al raid effettuato poche ore prima dall’aeronautica israeliana contro il quartiere di Dahiyeh, nella periferia meridionale di Beirut, considerato una delle principali roccaforti di Hezbollah, il movimento sciita libanese sostenuto da Teheran.
Nel tentativo di contenere la crisi è intervenuto il presidente americano Donald Trump, che subito dopo il lancio dei missili ha annunciato di voler chiedere al premier israeliano Benjamin Netanyahu di evitare una risposta immediata. Nonostante gli appelli alla prudenza provenienti da Washington, la reazione non si è fatta attendere. Le Forze di difesa israeliane hanno annunciato di aver colpito diversi obiettivi collegati al complesso petrolchimico di Mahshahr, nel Sud-Ovest dell’Iran. Successivamente l’Idf ha comunicato di aver effettuato ulteriori attacchi contro installazioni militari iraniane nelle regioni occidentali e centrali del Paese. Le autorità israeliane non hanno fornito dettagli sul numero delle vittime né sulla localizzazione esatta di tutti gli obiettivi colpiti.
Da Washington è arrivata la precisazione che le forze armate statunitensi non hanno partecipato alle operazioni. Poi, nel pomeriggio, le parti belligeranti hanno annunciato la fine delle operazioni. Da Teheran, però, sono arrivate parole che lasciano intendere come il confronto sia tutt’altro che concluso. In un messaggio alla nazione, il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami ha accusato Israele di continuare a violare gli accordi esistenti. «Il nemico ha dimostrato, ancora una volta, con le continue violazioni degli impegni, che non rispetta accordi o cessate il fuoco», ha dichiarato. Hatami ha assicurato che le forze armate iraniane sono pronte a combattere fino all’ultimo. «Siamo pienamente preparati fino all’ultima goccia di sangue a sacrificare le nostre vite per la dignità e l’indipendenza di un fiero Iran». Quindi l’avvertimento rivolto a Israele: «Se il nemico ripete i suoi atti di aggressione, la nostra risposta sarà molto più severa». Il generale ha inoltre attribuito agli Stati Uniti la responsabilità dell’«aggressione sionista».
Sul fronte opposto, Netanyahu ha ribadito che Israele continuerà a colpire Hezbollah. «I nostri eroici combattenti stanno distruggendo Hezbollah», ha dichiarato in una videodichiarazione, «continuiamo a distruggere tutte le loro infrastrutture terroristiche nella zona di sicurezza, comprese enormi strutture sotterranee». Secondo il premier, il gruppo sciita aveva pianificato un’invasione della Galilea e un massiccio attacco missilistico contro le città israeliane. «Per ora il fuoco è cessato, ma abbiamo pieno diritto all’autodifesa. L’Iran e Hezbollah sono più deboli che mai e la nostra battaglia con loro non è ancora finita», ha aggiunto Netanyahu. Il premier israeliano ha poi risposto indirettamente agli inviti alla moderazione provenienti dalla Casa Bianca. «Israele ha il pieno diritto all’autodifesa e lo eserciteremo ogni qualvolta sarà necessario. Ve lo dico con la stessa stima e rispetto che nutro per il mio amico, il presidente Trump», ha affermato, sottolineando che «il fronte con l’Iran è sotto controllo».
Sulla stessa linea si è espresso il ministro della Difesa Israel Katz. Commentando il cessate il fuoco, Katz ha chiarito che le operazioni contro Hezbollah (ieri 7 morti), proseguiranno e che Israele è pronto a colpire nuovamente Beirut in caso di ulteriori attacchi. «Il quartiere Dahiyeh di Beirut sarà trattato allo stesso modo delle comunità del Nord. Qualsiasi attacco contro le comunità del Nord porterà a un nostro attacco», ha concluso. In serata le Forze armate israeliane hanno diffuso un nuovo ordine di evacuazione nella zona di Tiro, nel Libano meridionale. La preoccupazione israeliana, però, è che il presidente Trump possa limitare le operazioni di Israele in Libano e che cerchi di ridurne la portata non solo a Dahiyeh, ma più in generale in tutto il territorio libanese.
Ad aumentare la pressione su Teheran è arrivata anche la decisione dell’Unione europea di inserire nelle proprie liste sanzionatorie Mohammad Akbarzadeh, vicecomandante per gli Affari politici della Marina dei pasdaran, e Hamid Hosseini, rappresentante dell’Unione degli esportatori iraniani di prodotti petroliferi, gas e petrolchimici. Bruxelles li accusa di sostenere attività che ostacolano la libertà di navigazione e il diritto di transito nello Stretto di Hormuz.
E ora il petrolio fa di nuovo paura. «Le riserve si stanno consumando»
Le quattro principali istituzioni economiche ed energetiche del pianeta (Agenzia internazionale dell’energia, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Organizzazione mondiale del commercio) hanno avvertito negli ultimi giorni che il cuscinetto delle riserve petrolifere si sta consumando a una velocità senza precedenti.
Qualora la crisi dello Stretto di Hormuz non rientrasse, dicono le organizzazioni sovranazionali, il mercato rischierebbe di scoprire troppo tardi quanto in alto possa arrivare il prezzo del barile. I nuovi scambi di missili tra Israele e Iran delle ultime ore sembravano allontanare le ipotesi di pace rapida nel centesimo giorno di guerra. Ma nel pomeriggio di ieri entrambe le parti hanno annunciato un cessate il fuoco provvisorio che ha calmato i prezzi, con il petrolio che dai massimi a 98 dollari al barile è tornato attorno a 94 dollari.
Malgrado tutto, dall’inizio della guerra in Iran i prezzi del greggio non sono saliti in modo drammatico e questo ai più appare sorprendente. Vi sono però due ragioni fondate, per questo. La prima è che la Cina ha tagliato in modo marcato le importazioni, riducendo il fabbisogno di greggio, mentre la seconda è che si sta attingendo in misura massiccia alle scorte accumulate negli anni passati. Si tratta di due ammortizzatori che nessun analista considera sostenibili a lungo. Se il prelievo proseguisse al ritmo attuale, il consueto aumento di domanda dell’estate rischierebbe di far decollare le quotazioni.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, le scorte globali osservate sono calate di circa 250 milioni di barili tra marzo e aprile, a un ritmo prossimo ai 4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4% della domanda mondiale, con un crollo particolarmente pesante delle scorte a terra dei paesi Ocse (circa 146 milioni di barili). I 32 membri dell’Agenzia hanno liberato 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, che però non hanno tenuto il passo del prelievo, mentre le perdite cumulate dei produttori del Golfo dall’inizio della guerra hanno superato il miliardo di barili (con oltre 14 milioni di barili al giorno di produzione ferma).
Il Fondo monetario internazionale ha stimato che le scorte globali commerciali e strategiche, superiori a 8 miliardi di barili prima del conflitto, possano scendere intorno ai 7,5 miliardi entro luglio, il minimo degli ultimi cinque anni. Negli Stati Uniti l’ultima rilevazione del Dipartimento dell’energia indica scorte totali di greggio comprensive di quelle strategiche pari a 790,8 milioni di barili, in calo di circa 16 milioni in sette giorni, cioè oltre 2 milioni di barili al giorno. Le scorte commerciali, al netto della riserva strategica, si fermano a 433,7 milioni di barili, circa il 3% sotto la media stagionale quinquennale, con la riserva strategica scesa a 357,1 milioni.
Lo schema che ne emerge spiega perché il greggio Brent Dated (cioè il greggio con consegna fisica a breve termine, riferimento per il Mare del Nord), dopo aver toccato i 144 dollari al barile, sia poi ridisceso sotto quota 100.
Il prelievo dalle scorte e il calo della domanda cinese hanno tenuto a freno le quotazioni e comprato tempo mentre lo stretto resta di fatto chiuso, ma tutte le analisi concordano nel ritenere che se Hormuz rimanesse sbarrato e le scorte commerciali continuassero a scendere al ritmo attuale, il Brent potrebbe spingersi verso i massimi storici nel corso dell’estate, con scenari che collocano il prezzo tra i 130 e i 140 dollari.
Il paradosso è che nel caso di una riapertura dello Stretto, una marea di petrolio si riverserebbe sui mercati. Circa 600 petroliere sono bloccate nel Golfo e poco meno di un miliardo di barili è congelato in mare o non prodotto, una massa che al primo via libera rientrerebbe sul mercato insieme alla maggiore produzione delle Americhe (oltre 600.000 barili al giorno in più dall’inizio dell’anno). Non sarebbe un flusso immediato, ma avrebbe un effetto depressivo sui prezzi, riportandoli in acque meno burrascose.
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Carlo Messina (Ansa)
Trenta virgola sei miliardi di euro. Intesa Sanpaolo, in tandem con Unipol, ha lanciato un’Opas su Monte dei Paschi guidato da Luigi Lovaglio, mettendo sul tavolo un’offerta che, già nella struttura, ha il sapore delle grandi manovre: 10,091 euro per azione, di cui un euro in contanti e 1,6 azioni Intesa per ogni titolo Mps. Carlo Messina, capo di Intesa, non ha usato giri di parole. L’obiettivo è ambizioso: «Nasce la seconda banca europea».
Una frase che non è solo uno slogan, ma la sintesi di un disegno industriale che va ben oltre Siena. Da Siena a Milano, passando per Trieste Perché il punto, nel grande gioco del capitalismo bancario italiano, è che Mps è soltanto il veicolo. Il vero bottino si distribuisce lungo una catena che porta dritta a Mediobanca e, soprattutto, alla sua partecipazione in Generali. Il meccanismo è elegante e insieme spietato nella sua logica: acquisendo il Monte, Intesa entra nel perimetro di Mediobanca, che custodisce una quota strategica del 13,3% nel Leone di Trieste. E lì si apre il vero capitolo della partita.
Non è solo una banca che compra un’altra banca. È un sistema di potere finanziario che si riorganizza attorno all’asse risparmio–assicurazioni–capitale.E infatti Messia, con il suo stile misurato, ha subito chiarito il perimetro politico dell’operazione: Generali non si tocca. Non si compra. Non si gestisce. Non si occupa.
Resta un investimento azionario. Punto. Una posizione che suona prudente, ma che in realtà è tutt’altro che marginale: significa presidiare uno dei gangli più delicati del risparmio italiano senza entrarne nella gestione quotidiana.
In filigrana, si disegna un sistema a due livelli: da una parte il gigante Intesa, dall’altra un polo alternativo sotto regia assicurativa. In mezzo, il resto del sistema bancario a cercare spazio. Nel frattempo, il mercato si è mosso in anticipo. Banco Bpm aveva provato a giocare d’anticipo con una proposta di fusione con Mps, una mossa che avrebbe potuto creare un polo da oltre 50 miliardi di capitalizzazione.
Messina ha liquidato l’iniziativa come una “lettera d’amore”, contrapponendola alla concretezza di un’offerta strutturata.
«Giuseppe Castagna è un caro amico», ha chiarito, «ma non condivido questo approccio».
Il linguaggio, in questo risiko bancario, si fa sempre più sentimentale. Ma i risultati restano aritmetici.
La Borsa, come spesso accade, ha detto la sua con la consueta brutalità: il titolo Mps ha chiuso a 10,10 euro, con un balzo del 12,96%, appena sopra il livello dell’offerta.
Un segnale chiaro: il mercato non solo ha recepito la portata dell’operazione, ma la sta già prezzando come credibile.
Intesa, dal canto suo, si muove con una convinzione che guarda lontano: 1.700 miliardi di attività finanziarie, oltre 27 milioni di clienti e 21.000 consulenti.
E soprattutto un obiettivo dichiarato: creare una banca del wealth management con circa 2.000 miliardi di masse amministrate.
Il piano industriale è altrettanto esplicito: 2,9 miliardi di sinergie e una capacità di distribuzione agli azionisti stimata in 61 miliardi entro il 2029.
Numeri che collocano l’operazione dentro una logica non difensiva, ma espansiva.
Non si tratta di consolidare il passato, ma di ridisegnare il futuro del sistema bancario italiano dentro la competizione europea.
Eppure, come sempre accade nelle grandi manovre del capitalismo italiano, il cuore del sistema non è dove sembra.
Non è Siena.
Non è Milano.
Non è nemmeno il perimetro delle fusioni bancarie.
È Trieste.
Generali resta il vero centro di gravità permanente del sistema finanziario nazionale: cassaforte del risparmio, grande investitore istituzionale e pilastro del debito pubblico italiano.
Messina lo sa e si muove con cautela quasi chirurgica. Non vuole interferire nella gestione, non vuole scalate, non vuole scontri diretti.
Ma intanto una quota strategica passa attraverso Mediobanca, e Mediobanca entra indirettamente nel perimetro della nuova architettura.
È la tipica ambiguità del capitalismo italiano: non si conquista il potere, lo si presidia.
Nel mezzo di questa grande trasformazione, arriva anche un messaggio diretto alla politica.
Quando si parla di tasse sugli extraprofitti, ha osservato Messina, «non si torni ogni anno su questo tema».
Un monito che va oltre la contingenza fiscale.
È un richiamo alla stabilità delle regole in un settore che, per definizione, vive di fiducia, orizzonti lunghi e capacità di programmare investimenti su scala pluriennale.
La traduzione è semplice: senza regole prevedibili, anche i colossi rallentan
Se l’operazione andrà in porto, il sistema bancario italiano non sarà più lo stesso.
Intesa consoliderà il suo ruolo di campione nazionale ed europeo.
Giorgetti lapidario: «Chi paga di più...» E in Borsa è boom dei titoli del risiko
Articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto. «Chi paga di più...», commenta Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia a Repubblica. Pochissime parole, con sottinteso finale, che nel gergo dell’ex sindaco di Cazzago Brabbia valgono come una lectio magistralis di due ore alla Bocconi. Intesa e Unipol sono scese in campo nella sfida per prendersi Mps e la preziosa quota di controllo di Generali tirando fuori più euro di Banco Bpm. L’operazione vale poco più di 30 miliardi. La banca di Carlo Messina ha previsto uno scambio di azioni, carta su carta, con gli azionisti del Monte. E un premio di un euro. Una sorta di maxi dividendo straordinario, cash. Contanti che il mercato non aveva trovato nella proposta di nozze lanciata domenica all’ora di pranzo dall’istituto di Giuseppe Castagna per provare a dar vita a una fusione, anche in questo caso carta contro carta, tra la vecchia popolare di Milano già ammogliata con la fu PopVerona e Montepaschi. Il primo verdetto su chi potrebbe essere il vincitore del Palio di Siena è arrivato ieri proprio dalla Borsa.
A Piazza Affari il titolo Mps ha chiuso in rialzo di quasi il 13% a 10,1 euro. Seconda miglior performance per Mediobanca (24,21 euro dopo un rally intorno al 12%), controllata all’86% dal Monte e custode del 13,2% del Leone di Trieste. Terzo gradino del podio per Bper: +5,18% a 12,27 euro. Bper che, nel piano orchestrato da Messina e Carlo Cimbri, patron di Unipol, dovrebbe diventare la seconda banca italiana inglobando le 635 filiali che - in caso di successo dell’Opas - Intesa cederà alla compagnia assicurativa bolognese, primissima azionista della Popolare dell’Emilia-Romagna, diventata grande dopo le nozze con PopSondrio.
Anche la stessa Unipol è salita del 4,55% a Piazza Affari arrivando a 21,92 euro, nonostante dovrà fare un aumento di capitale da 2,5 miliardi. Persino Intesa, che apparentemente doveva perdere forte essendo quella che apre il portafogli, ha lasciato sul terreno appena l’1,37% a 5,6 euro, dopo una partenza a meno 4%.
Il mercato ha votato dunque. E incredibilmente la geografia finanziaria italica è cambiata nel giro di un fine settimana. Fino a sabato, dopo l’exploit nell’assemblea di Siena che rielesse ad aprile Luigi Lovaglio come amministratore delegato, chiunque era convinto che il nuovo protagonista del sistema fosse Delfin, la holding degli eredi Del Vecchio che ha il 17,5% di Mps (e quindi controlla Mediobanca), il 10% di Generali e quasi il 3% di Unicredit. Se andasse in porto l’operazione dei due Carlo, Messina e Cimbri, Delfin avrebbe sempre il 10% del Leone di Trieste, ma il suo peso scenderebbe a meno del 4% nella nuova super Intesa. La quale Intesa, per stare tranquilla, ha preso un 3% di Generali in modo da poter gestire indirettamente (attraverso la filiera Mps-Mediobanca) e direttamente il 16,3% della compagnia più potente d’Italia.
Un cambio di potere, nel caso l’Opas andasse a buon fine, di cui il ministero dell’Economia era stato informato. «Chiaro che, senza parlare in modo specifico, interlocuzioni su queste tematiche ci sono state con diversi parti istituzionali. Non con il presidente del Consiglio», ha precisato in conferenza stampa l’ad di Intesa Sanpaolo, il quale ha poi commentato: «Il Mef ha preso atto? Mi fa piacere».
E a Siena? Hanno avuto piacere? Il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi «ha preso atto della comunicazione ricevuta da Banco Bpm e della Comunicazione diffusa da Intesa Sanpaolo», si legge in un comunicato. L’istituto senese «procederà, nel rispetto delle leggi e dei regolamenti, alla valutazione della proposta, non sollecitata, di potenziale operazione di aggregazione tra la Banca e Banco Bpm e dell’Offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria promossa da Intesa Sanpaolo, non concordata», prosegue la nota nella quale si legge che Lovaglio sarà assistito dagli advisor finanziari «Ubs Europe e BofA Securities e da BonelliErede e White & Case in qualità di advisor legali».
Al di là di chi vincerà si sta concretizzando sempre di più la profezia risalente a un decennio fa - citata spesso da Ennio Doris - di Francisco Gonzalez Rodriguez, allora presidente del Banco Bilbao Vizcaya, secondo cui tra 20 anni delle 20.000 banche analogiche ne sopravviveranno solo alcune dozzine digitali. Magari non saranno tutte digitali, chissà, di sicuro in Italia dal 2000 siamo passati da centinaia di istituti a poche decine di banche. Ed Mps è un’accelerazione della tendenza in atto, che prima o poi arriverà in Europa (vedi Unicredi-Commerz).
Mister Unipol prenderà 635 filiali e creerà con Bper Monte Paschi senza Siena
Carlo Cimbri ha deciso di uscire allo scoperto e di portare Unipol al centro del risiko. Il gruppo assicurativo scenderà a fianco di Intesa Sanpaolo nell’operazione. Mps Sul tavolo ci sono 635 filiali, circa due milioni di clienti, quasi 460 milioni di utile netto annuo. Dietro l’operazione c’è un progetto che Cimbri rivendica come coerente con un percorso costruito negli anni. Il gruppo assicurativo vuole rafforzare la propria presenza bancaria per aumentare la capacità distributiva e rendere ancora più efficace la macchina commerciale. Un approccio molto tradizionale. Lo stesso che utilizza per vendere le polizze attraverso gli agenti e vendita agli sportelli. La rivoluzione digitale non è ancora un’opportunità. Il disegno è ambizioso. Se tutti i tasselli andranno al loro posto, Bper l’anno prossimo integrerà il ramo costituito da 635 sportelli Mps e nascerà un soggetto destinato a diventare il secondo gruppo bancario italiano sul mercato domestico. «Se arriveremo a completare il disegno» ha spiegato «sarà un gruppo che crescerà di una cinquantina di miliardi di raccolta, e un utile che salirà a due miliardi. Il dividendo salirà da 800 a 930 miliardi». Non è soltanto una questione di numeri. È una questione di massa critica, di presenza territoriale, di capacità di servire famiglie e imprese. E anche di orgoglio nazionale. Perché Cimbri ha tenuto a sottolineare un aspetto: «L’operazione è fatta da soggetti italiani, su una banca italiana e per consolidare il sistema bancario italiano». Qui entra in scena anche Banco Bpm. La banca guidata da Giuseppe Castagna aveva avanzato la propria proposta su Mps. Una mossa che Cimbri ha liquidato con una delle sue battute più efficaci. «Gli amori si costruiscono, non si improvvisano», ha osservato. Per poi aggiungere che le possibilità di successo di chi tenta di conquistare l’amata con una semplice letterina all’ultimo momento assomigliano ai tentativi «di un innamorato disperato», con poche probabilità di successo. Un’immagine che vale più di molte analisi finanziarie. Perché racconta bene la convinzione di Cimbri: le grandi operazioni industriali non nascono da un colpo di fulmine ma da relazioni costruite nel tempo, da interessi convergenti e da una strategia condivisa.
Nel progetto, peraltro, non scompare nemmeno il nome Monte dei Paschi. Anzi. «La banca si chiamerà Banca Monte dei Paschi», ha assicurato Cimbri, riconoscendo il valore commerciale di un marchio che attraversa secoli di storia finanziaria italiana. Quanto ai futuri assetti manageriali, il presidente di Unipol mantiene prudenza. Ha escluso l’ipotesi di vedere l’ex amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, alla guida del nuovo gruppo, mentre ha espresso apprezzamento per l’attuale amministratore delegato di Bper, Gianni Franco Papa, al quale ha riconosciuto di stare svolgendo «un ottimo lavoro». Parole di stima sono arrivate anche per Luigi Lovaglio, il manager che negli anni più difficili ha guidato il rilancio di Mps. «È una persona che stimo», ha detto Cimbri, rinviando però a una fase successiva ogni valutazione. Un riconoscimento non banale, rivolto a chi ha preso una banca che molti consideravano irrecuperabile e l’ha riportata al centro della scena finanziaria italiana.
I tempi dell’operazione non saranno brevi. Serviranno passaggi societari, autorizzazioni e un aumento di capitale. Ma la direzione di marcia è stata indicata con chiarezza.
Del resto, chi conosce la storia di Carlo Cimbri sa che la pazienza strategica è una delle sue qualità principali. Quando prese in mano Unipol, il gruppo era considerato da molti un conglomerato malandato. Negli anni lo ha trasformato nella terza compagnia assicurativa italiana, costruendo valore, consolidando il business e allargando progressivamente il perimetro d’azione.
Ora il salto successivo passa dalle banche. E se il progetto andrà in porto, attraverso l’integrazione tra Bper e una parte significativa di Monte dei Paschi nascerà il secondo polo bancario italiano sul mercato domestico.
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Nei sei capoluoghi di provincia andati alle urne per rinnovare i sindaci (gli elettori chiamati al voto erano circa un milione, l’affluenza è stata del 52%, in calo di oltre 8 punti, e si è votato anche in Sardegna per il primo turno) la spallata immaginata da Schlein-Conte non c’è stata. Il centrodestra si è tenuto Arezzo, dove il Pd aveva schierato un pezzo da novanta come Vincenzo Ceccarelli, asfaltato al secondo turno da Marcello Comanducci (il candidato di Fdi, Lega e Forza Italia conferma il Comune al centrodestra con il 55,75% dei voti contro il 44,25 del campo largissimo) e Macerata, dove viene confermato Sandro Parcaroli, sostenuto da Matteo Salvini, con un ampio margine sullo sfidante proposto dal Pd e appoggiato da tutto il campo largo. Parcaroli ha raccolto il 54,30% dei consensi contro il 45,70% di Giancarlo Tittarelli. Queste due città erano la linea Maginot del centrodestra e hanno ampiamente resistito. Il che fa dire a Giorgia Meloni sui social: «I risultati confermano ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori; avanti così, con serietà e concretezza». Il presidente del Consiglio aggiunge: «Complimenti e auguri di buon lavoro a tutti i sindaci eletti nei ballottaggi, di ogni schieramento». Auguri dunque anche a Giovanni Legnini, uno dei cacicchi del Pd (è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Enrico Letta, deputato e senatore prima del Pci e poi del Pd, vicepresidente del Csm ai tempi di Luca Palamara) che, con il 52,27%, ha mantenuto al centrosinistra il Comune di Chieti, battendo Cristiano Sicari (47,73%) del centrodestra, che però è arrivato a questa consultazione diviso e non ha approfittato del fatto che il Comune della città abruzzese, amministrato dal Pd, è in dissesto finanziario.
Tutto come previsto anche a Trani, che resta al centrosinistra - non al campo largo perché qui i pentastellati avevano fatto da soli al primo turno e non hanno dato indicazioni di voto al ballottaggio - con Marco Galliano che vince, per dirla con gergo calcistico, di corto muso con il 51,14% contro il candidato del centrodestra Angelo Guarriello che si è fermato al 48,86%.
C’è stato invece un cambio della guardia tanto ad Agrigento quanto a Lecco. La città dei templi era governata dal centrodestra, con Franco Micciché, che però, in rottura prolungata con i partiti, non si è ripresentato. La spaccatura non ha certo giovato, perché Gerlando Alonge non ha ricevuto dagli altri di centrodestra nessun appoggio e nonostante avesse chiuso il primo turno in testa tra i candidati di destra col 34,79% dei voti, al ballottaggio è naufragato. Ha raccolto appena il 27,7% delle preferenze, sonoramente battuto da Michele Sodano, che diventa sindaco col 72,3% dei voti e il sostegno di un campo largissimo. Peraltro Sodano aveva sfiorato l’elezione al primo turno - in Sicilia basta il 40% più un voto per evitare il ballottaggio - perché si era fermato al 39,13%. Ribaltone invece a Lecco e dunque gol del pareggio del centrodestra, con Filippo Boscagli che era in testa anche nel primo turno e ha sonoramente sconfitto il sindaco uscente del Pd, Mauro Gattinoni. Il candidato dem ha raccolto al ballottaggio il 47,96% delle preferenze, ma Boscagli ora indossa la fascia tricolore con il 52,04% delle preferenze. Assai consolatoria per il centrodestra è la vittoria anche a Vigevano, dove ha debuttato la lista di Roberto Vannacci. Diventa sindaco Paolo Previde Massara, candidato targato Forza Italia. Ed è un motivo di soddisfazione in più per il vicepremier Antonio Tajani, che commentando sui social nota: «Da Lecco ad Arezzo, da Macerata a Pompei, da Viareggio a San Giovanni Rotondo, da Vignola a Cava de’ Tirreni, da Comacchio a Sorrento, da Vigevano a Genzano: i dati confermano quelli del primo turno. Il centrodestra vince moltissimi ballottaggi e si conferma la coalizione protagonista. Buon lavoro a tutti i sindaci eletti. Ora tutti al lavoro per aumentare consenso dove non abbiamo ancora raggiunto l’obiettivo, per vincere le elezioni politiche e impedire che la sinistra metta le mani nelle tasche degli italiani: né patrimoniale, né tassa di successione». In effettic facendo i conti come li ha fatti Youtrend, questo turno amministrativo finisce in pareggio: su 18 capoluoghi il Centrosinistra passa da 8 a 10 eletti e il Centrodestra da 5 a 6 e l’area dei sindaci senza partito si riduce da 5 a 2.
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