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2018-03-21
«Grazie a difesa e farmaceutica resteremo amici e partner fidati anche dopo la Brexit»
Jill Morris, ambasciatore britannico a RomaLaPresse
Da quasi vent'anni al Foreign office britannico, Jill Morris è dal luglio 2016 ambasciatore di Sua Maestà in Italia. Ambasciatore, non ambasciatrice, e ci tiene a sottolinearlo. Nata a Chester, città fondata dai romani nel I secolo d.C., oggi vive a Roma, a Villa Wolkonsky, la residenza ufficiale immersa nel verde sulla collina dell'Esquilino.
Ambasciatore Morris, alla fine la Brexit si farà?
«I britannici si sono espressi democraticamente per l'uscita e il governo è determinato a rispettare la loro volontà».
Sui media si legge spesso di secondo referendum. Sarebbe un nuovo elemento di incertezza. Si sente di escluderlo?
«Assolutamente sì».
Si legge anche, partendo dalla questione irlandese, di Regno meno Unito...
«Tra i cinque test che l'accordo con l'Ue dovrà superare c'è l'indissolubilità del Regno. Il premier Theresa May pochi giorni fa ha sottolineato che l'unità del Regno Unito dovrà uscirne non solo garantita, ma rafforzata».
Ma che cosa vuole il Regno Unito dalla Brexit?
«Il governo vuole raggiungere un accordo ambizioso con l'Ue, in grado di realizzare una partnership speciale e profonda, a partire dalla più stretta collaborazione in materia di sicurezza e difesa fino alle relazioni economiche e commerciali. Per questo non pensiamo ad alcun modello già esistente, in quanto unica e speciale è la relazione che continuerà a legare il Regno Unito all'Ue».
Sembra che l'Unione europea voglia punirvi, però.
«Riconosciamo l'impatto anche emotivo della nostra decisione. E capiamo che molti abbiano temuto effetti emulativi, rischio sventato dalle urne in diversi Paesi. Il Regno Unito vuole un'uscita ordinata e coordinata con i partner: è per noi fondamentale il successo dell'Ue, che rimarrà il nostro primo partner economico, al quale ci uniscono numerose altre sfide che ci uniscono».
L'impressione è che i negoziati siano particolarmente complessi. C'è il rischio di un «no deal»?
«Il mancato accordo è una possibilità, che ritengo remota anche alla luce dell'accordo di lunedì sulla transizione. Il traguardo sui diritti dei cittadini raggiunto a dicembre e l'interesse per un buon accordo che protegga gli interessi economici e di sicurezza su entrambe le sponde della Manica sono elementi rassicuranti».
Come si concilia la Brexit, cioè un'uscita, con la volontà di rafforzare le relazioni con i Paesi partner, tra cui l'Italia?
«Uscire dall'Ue non equivale a chiuderci in noi stessi. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese votato all'apertura, al commercio, alla collaborazione internazionale. L'Italia è un nostro partner storico, con cui abbiamo relazioni speciali, dagli investimenti alla cultura, dalla ricerca alla difesa. È una storia che risale a tempi antichi e che continuerà anche quando il Regno Unito sarà fuori dall'Ue. La forza della nostra relazione bilaterale si sviluppa tra l'altro anche in altri consessi multilaterali diversi da quello europeo. Parlo di G7, G20, Nato e Nazioni Unite».
L'Europa sarà ancora la casa del Regno Unito, quindi?
«L'Europa è la nostra casa, dove viaggiamo, studiamo, in molti casi lavoriamo e viviamo. È rappresentata dai valori fondanti delle nostre società e della nostra cultura, fin dai tempi del Rinascimento. L'amore per arte, scienza, democrazia, l'apertura dei mercati e la sete di progresso e conoscenza risalgono a ben prima che il progetto dell'Ue fosse anche solo concepito. La scelta di Firenze per lo storico discorso di Theresa May lo scorso settembre era chiaramente un riferimento a questo».
La minaccia russa conferma la necessità di un rapporto stretto?
«Le sfide che abbiamo di fronte, e la minaccia russa è tra queste, ci impongono di continuare a collaborare con tutti i nostri partner. Siamo estremamente grati agli Stati Uniti, all'Ue e a tutti gli amici europei per la solidarietà manifestata in seguito ai gravissimi fatti di Salisbury. Si è trattato di un'azione che non ha precedenti in alcun Paese Nato sin dalla sua costituzione nel 1949. Non parliamo di un regolamento di conti tra spie, ma di un attacco dello Stato russo al Regno Unito attraverso l'uso indiscriminato di un'arma chimica illegale».
Organizzate spesso roadshow nel Regno Unito per gli imprenditori italiani. Quali settori sono i più interessati?
«L'Italia è tra i primi investitori europei nel Regno Unito. Tra i principali settori interessati dalle aziende italiane figurano quello dell'energia, con particolare riferimento alle rinnovabili, la difesa, l'ingegneria di precisione, riferita soprattutto all'industria automobilistica e aerospaziale, e le industrie creative. Altri settori tipicamente forti per il made in Italy nel Regno Unito sono moda, design, banche e servizi finanziari, ingegneria meccanica e farmaceutico».
Il premier May non ha escluso che il Regno Unito possa rimanere in alcune agenzie europee. Pensiamo a difesa e medicina. Sono settori di collaborazione e scambi tra i nostri due Paesi?
«Assolutamente sì. Entrambi sono settori cruciali per quanto riguarda, rispettivamente, la nostra collaborazione in materia di politiche di sicurezza e difesa, e di ricerca e innovazione per quanto riguarda il settore farmaceutico. Inoltre, il settore della difesa rappresenta, dopo quello dell'energia, il secondo mercato in cui è più significativa la presenza italiana oltremanica. Questo soprattutto grazie agli investimenti di Leonardo, che conta nel Regno Unito su una forza lavoro di circa 7.000 addetti in sei diversi stabilimenti. In questo senso, gli elicotteri, i sistemi militari di difesa, la
data and information protection e i sistemi aerospaziali rappresentano il fiore all'occhiello della produzione di Leonardo nel Regno Unito. Il settore farmaceutico è invece ai primissimi posti per quanto riguarda gli scambi commerciali tra Italia e Regno Unito. Gli ultimi dati a disposizione per il 2017 situano lo scambio di medicinali e preparati farmaceutici in entrambe le direzioni al secondo posto assoluto, dietro solo a quello di autoveicoli. Il valore complessivo degli scambi nel settore farmaceutico ammonta infatti a oltre 2,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi derivanti dall'export italiano verso il Regno Unito e oltre 1,1 miliardi dal Regno Unito all'Italia».
La Brexit è appesa alla frontiera irlandese
Siamo arrivati praticamente al giro di boa dei negoziati sulla Brexit. Era il 29 marzo dello scorso anno quando il premier britannico, Theresa May, consegnava all'Unione europea la lettera con cui notificava al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, l'attivazione da parte del suo Paese dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona. Quello che regola l'addio di uno Stato membro dalla compagnia di Bruxelles. Il comma terzo di quell'accordo che ha riformato e mandato in pensione la Comunità europea detta i tempi delle trattative. Due anni, o meno di un voto unanime degli Stati membri rimanenti per estendere il periodo. Ma c'è un altro modo di prolungare questa fase: un periodo di transizione, o di «implementazione» per usare una terminologia cara a Theresa May. Ed è proprio su questo che Londra e Bruxelles stanno discutendo da mesi ormai e su cui si attende una decisione definitiva da parte dei 27 Stati membri riuniti nel Consiglio europeo convocato per domani e venerdì.
La data della Brexit è fissata dunque al 29 marzo 2019, a rigor di trattati. Ma non c'è ancora molta chiarezza né da parte britannica né da parte europea sul post Brexit. Come e da chi verranno regolamentati gli scambi commerciali tra le due sponde della Manica dopo l'uscita del Regno Unito dall'Ue? La mancanza di risposte a questo interrogativo ha convinto le imprese britanniche a far pressioni sul governo conservatore affinché negoziasse un periodo di transizione per permettere al business, ma anche ai cittadini, un passaggio più morbido da un regime all'altro. I due capi negoziatori, Michel Barnier per l'Ue e il ministro David Davis per il Regno Unito, lunedì hanno raggiunto un'intesa su questo periodo. Lo status quo (ossia la permanenza del Regno Unito nell'unione doganale e nel mercato europeo, anche a costo di accettare l'immigrazione) dovrebbe finire il 31 dicembre 2021: 20 mesi in più, ma poi sarà Brexit per davvero. Durante il periodo di transizione però il Regno Unito potrà stringere accordi con Paesi terzi ma questi trattati entreranno in vigore soltanto una volta perfezionata la Brexit.
Davis è volato a Bruxelles a pochi giorni dal Consiglio europeo di fine settimana, durante il quale i 27 Stati rimanenti saranno chiamati anche a scrivere le loro linee guida sulla fase successiva dei negoziati, ossia quella delle future relazioni commerciali con il Regno Unito. È la cosiddetta fase due dei negoziati, che verrà affrontata anche durante la transizione. La prima si è conclusa a dicembre ma ha lasciato dietro di sé una questione ancora aperta che gli analisti di Bloomberg descrivono come «la più spinosa»: quella irlandese. Infatti, se Regno Unito e Unione europea su diritti dei cittadini europei e assegno «di divorzio» hanno raggiunto un'intesa, il Consiglio europeo di inizio dicembre ha rinviato alla fase due, quella attuale, la risoluzione del tema sui confini nell'isola irlandese, l'unica frontiera fisica tra Ue e Regno Unito. Con la Brexit, si creerebbe tra l'Irlanda del Nord - Paese del Regno Unito - e la Repubblica un confine, più o meno impermeabile dipenderà dai negoziati. Ma gli accordi di pace nell'Ulster - firmati nel 1998 dopo decenni di violenze tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani - prevedono l'assenza di un confine tra i due Paesi. Il governo di Londra ha già ribadito più volte la sua netta opposizione a due regimi differenti - uno, per l'Irlanda, senza barriere, l'altro, per il resto dell'Ue, con controlli alle frontiere - per tutelare l'unità e la sovranità nazionale. Tuttavia, il Regno Unito è co-garante degli accordi di pace, che permettono ogni giorno a 30.000 transfrontalieri di attraversare per motivi di lavoro il confine tra le due Irlande e alle piccole imprese locali di avere un accesso al mercato britannico.
Serve «creatività», ha detto il premier May riferendosi ai futuri rapporti tra Regno Unito e Unione europea e rifiutando ogni modello preesistente (rifiutati quindi sia il canadese che il norvegese, di cui molto si era parlato a inizio trattative). Tuttavia, da Londra non è ancora arrivata una concreta proposta alternativa. Né sulla questione irlandese nè tantomeno sui futuri rapporto commerciali. Da una parte c'è il Regno Unito, che vuole difendere la sua decisione democratica per riprendere il controllo di frontiere e sovranità ma al tempo stesso fare valere e proteggere il suo export verso il continente basato per lo più sui servizi finanziari. Dall'altra c'è l'Unione europea che sembra voler punire il primo Paese a uscire dal suo giro. Ma, come ha detto lo scorso giugno il commissario Ue al bilancio, Günther Oettinger con la Brexit serviranno tagli al bilancio comunitario. Verranno a mancare risorse, infatti, visto che Londra è contributore netto: «Il gap nelle finanze Ue che nasce dall'uscita del Regno Unito e dai bisogni finanziari delle nuove priorità deve essere chiaramente riconosciuto».
Ma finché Berlino e Parigi, fiancheggiate da Dublino, non riconosceranno il ruolo del Regno Unito come partner dell'Unione europea anche con la Brexit, i rapporti commerciali futuri tra le due sponde della Manica rimarranno un'incognita. Germania e Francia puntano infatti a far pesare gli stop britannici sulla questione britannica per rallentare i negoziati. Obiettivo: convincere Londra a lasciare le sue porte aperte. Ma su questo il Regno Unito non sembra disposto a cedere, visti anche i recenti dati sull'immigrazione che hanno visto a settembre 2017 - secondo aggiornamento dopo il referendum del 23 giugno 2016 - scendere per la prima volta sotto quota 100.00 gli ingressi dai Paesi Ue (con l'Est europeo in testa).
Gabriele Carrer
Se l’Ue non scende a patti ci rimettono anche gli italiani

Theresa May, primo ministro britannico
[LaPresse]
Da quando il referendum ha sancito il divorzio del Regno Unito dall'Unione europea il numero degli europei che hanno chiesto di ottenere la cittadinanza britannica è cresciuto in modo esponenziale. Lo hanno fatto italiani (2.338 nel 2017 contro 797 del 2016), polacchi e tedeschi, spaventati dalle conseguenze dell'allontanamento. I numeri sono aumentati ma restano minoritari, se si considera quanti sono gli europei che vivono oltremanica. Gli italiani registrati dall'Ufficio nazionale di statistica ammontano a 220.000. Sono impegnati in diversi settori, dalla finanza all'università, dall'arte alla consulenza legale, fino ai tantissimi giovani che lavorano in bar e ristoranti, mentre migliorano il loro inglese. Per ciascuno di loro l'uscita dall'Ue rappresenta un rebus, che si porta dietro tante preoccupazioni. Chi ha una posizione precaria, magari nella ristorazione, teme di non poter rimanere una volta che l'uscita sarà ufficiale; chi invece è impiegato a livello manageriale si chiede se il mercato subirà dei contraccolpi. Definire con certezza quali saranno le conseguenze pratiche di questo divorzio è ancora difficile, perché i negoziati sono ancora in corso e l'Ue a tradizione franco-tedesca non sembra voler fare sconti a Londra. La linea dura della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron rischia però di ripercuotersi anche sui cittadini europei che vivono oltremanica.
«Il primo impatto riguarderà il costo dei prodotti che arrivano dai Paesi europei e dall'Italia in particolare. In fondo, un po' si è già fatto sentire», spiega Giovanni Sanfelice di Monteforte, presidente del Business club Italia, che riunisce professionisti e imprenditori e fa da ponte tra i due Paesi. Adesso le prelibatezze di casa nostra sono certo più care che in patria, ma risultano abbastanza accessibili: questa situazione però potrebbe non confermarsi se verranno imposti dazi doganali dopo l'uscita dal Regno Unito dal mercato unico. «I primi a risentirne potrebbero essere i ristoranti italiani», insiste, «visto che avranno un aumento di costi per le materie prime e affitti e altre spese rimarranno ingenti come prima». In generale, le prime paure si concentrano sul rincaro di importazioni ed esportazioni, con conseguenze pratiche anche per la dispensa degli italiani trapiantati oltremanica, costretti a rinunciare a materie prime che li fanno sentire a casa.
Interrogativi anche sui giovani che vogliono andare a studiare nel Regno Unito. Al momento gli europei pagano le stesse tasse universitarie dei britannici, quindi in media 9.000 sterline l'anno per 3 anni, mentre chi arriva da più lontano deve corrispondere cifre decisamente superiori. Una volta stabilita la separazione, però, non è sicuro cosa accadrà per gli allievi. Nelle ultime comunicazioni il governo guidato da Theresa May ha confermato che verranno mantenuti questi privilegi almeno fino al 2021, ma da allora in poi non si è ancora definito un progetto. Peraltro, non è nemmeno chiaro se gli studenti europei potranno accedere a prestiti e borse di studio come gli inglesi, secondo il modello attuale, oppure verranno esclusi da queste forme di sostegno. «Anche a livello di docenti ci saranno delle conseguenze», evidenzia Eleanor Spaventa, docente di economia alla scuola di legge dell'Università di Durham. «Ora i professori europei sono tanti, ma se entrare nel Paese diventerà più complicato si rivolgeranno altrove. L'università, poi, subirà dei contraccolpi in termini di finanziamento, dal momento che i fondi di ricerca europei, che sono sempre stati ingenti, non saranno più a disposizione». «In questo senso anche il settore dei musei potrebbe avere dei problemi», incalza Giovanni Sanfelice di Monteforte. Molte istituzioni culturali, come per esempio il British museum, hanno promosso esibizioni di prestigio grazie a fondi europei e quando verranno a mancare non sarà semplice trovare fonti alternative».
A livello di sviluppo industriale, invece, le preoccupazioni riguardano tre diversi aspetti. Da un lato le startup, cioè le società agli esordi che spesso scelgono Londra come trampolino di lancio per la sua vivacità economica e culturale e anche per il suo ruolo di crocevia internazionale. «Al momento non ci sono costi e tasse particolarmente elevate, quindi conviene farlo, ma qualora questa situazione cambiasse, per via dei nuovi accordi economici, è probabile che diventi più semplice scegliere altre destinazioni, ad esempio l'Irlanda, per tentare la fortuna», evidenzia la professoressa Spaventa. A di là delle tasse, ci sono timori relativi all'eventuale cambiamento delle regole di accounting, alla necessità di creare nuove forme di supervisione e controllo e alla difficoltà di spostare la forza lavoro, all'interno di un Paese che ha chiuso i suoi confini e dovrà definire trattati diversi da quelli in vigore nel resto d'Europa». Secondo lei, qualora vengano adottati nuovi regolamenti a livello fiscale, assicurativo e finanziario, anche le grandi aziende dovranno organizzarsi sostenendo costi pesanti e questo aumenterà la tentazione di spostarsi altrove. Un altro aspetto critico riguarda la forza lavoro. «Ora spostarsi è semplice per gli europei, ma se verranno introdotti visti, tetti nelle quote degli stranieri, la regola della chiamata ufficiale da parte di un datore di lavoro, la situazione cambierà», sottolinea. «I giovani sceglieranno altre destinazioni e il Regno Unito si troverà a corto di forza lavoro, dai camerieri fino ai tecnici di laboratorio». Inoltre per riorganizzarsi servirà tempo e banche e aziende non possono perderne troppo, se vogliono restare competitive.
Anche il mercato dell'arte osserva con preoccupazione questa fase di trasformazione. «Da 250 anni Londra è il centro del commercio d'arte mondiale, quindi si è abituati a ragionare su una scala internazionale», conclude Carlo Milano, titolare della Callisto fine arts, nel cuore di Londra. «Esiste un tessuto di restauratori, trasportatori, mercanti che sarebbe difficile da ricreare altrove. Certo, però, l'imposizione di nuove regole allarma. Adesso uno può comperare un quadro in Francia e venderlo in Italia attraverso una società inglese senza difficoltà, ma poi cosa accadrà? Se verranno imposti limiti di movimento, dazi e rallentamenti, molti potrebbero pensare di mantenere la sede legale qui e stoccare in un altro paese europeo le opere, in modo da non avere difficoltà e aumenti di costi per trasporto e assicurazioni».
Caterina Belloni
La minaccia di Putin fa riscoprire l'unità all'Occidente
Molti giornali, britannici ma anche europei in generale, hanno rispolverato il discorso alla nazione che la regina Elisabetta II ha pronto in caso di Terza guerra mondiale. Fu preparato nel 1983 e da allora non ha subito alcuna variazione. Si era in piena Guerra fredda, il Muro di Berlino era ancora lì a dividere le due Germanie. Erano gli anni in cui iniziava il disgelo verso l'Urss di Michail Gorbačëv voluto dal presidente statunitense Ronald Reagan.
L'occasione per tornare a parlare, a distanza di 25 anni, di quel documento reale è stata fornita dalle ultime tensioni tra Russia e Regno Unito, con quest'ultimo che ha ricevuto il sostegno da tutti i leader occidentali – tranne che dal governo italiano ancora guidato per gli ultimi affari correnti da Paolo Gentiloni. Tutto nasce dall'avvelenamento di Serghei Skripal, ex spia sovietica passa al soldo del Regno Unito negli anni in cui a guidare l'intelligence russa era Vladimir Putin, e della figlia a Salisbury, una cittadina nel Sud dell'Inghilterra. Nel 2006, nel caso della morte per polonio di Aleksandr Litvinenko, ex colonnello dell'Fsb, Londra ebbe qualche dubbio, sostenendo, come ha concluso un'inchiesta pubblica britannica, che c'era «probabilmente» lo zampino di Putin. Ora, invece, davanti al Novichok, la sostanza tossica di fabbricazione sovietica usata per il tentato omicidio di Skripal, Londra non ha avuto dubbi e ha puntato il dito contro Mosca. Via 23 diplomatici russi dal suolo britannici e giro di vite sugli interessi di cittadini e società russi nel Regno Unito. Il Cremlino ha risposto: altrettanti diplomatici britannici cacciati dalla Russia.
Le tensioni erano già emerse nei mesi scorsi, dopo che l'aeronautica di Sua Maestà aveva intercettato prima caccia russi, poi navi militari di Mosca in spazi aerei e marittimi britannici. Alla sfida, il Cremlino ha risposto accusando il governo di Theresa May di considerare la crisi diplomatica come una piccola battaglia per guadagnare consensi nel Paese ma anche per far passare in secondo piano le difficoltà sulla Brexit. A chi accusava Londra di avventatezza nell'indicare Mosca come mente e braccia dell'avvelenamento a Salisbury sostenendo che sarebbe stato un atto folle per Putin a pochi giorni dalle elezioni ha risposto lo stesso Cremlino. «Dobbiamo ringraziare il Regno Unito», ha commentato Andrej Kondrashov, portavoce della campagna elettorale di Putin, «perché ancora una volta non ha capito la mentalità della Russia: ogni volta che ci accusano di qualcosa in modo infondato, il popolo russo si unisce al centro della forza e il centro della forza oggi è senz'altro Putin».
Ma non serve molto a calmare i venti di una nuova Guerra fredda. Basta guardare lo scenario globale attuale e notare come la Russia non abbia più quella forza economica, militare e ideologica che collocavano l'Unione sovietica come unico rivale dell'Occidente. Se proprio si vuole trovare un Paese rivale e all'altezza di Stati Uniti ed Europa si deve guardare al Dragone cinese. Proprio per queste ragioni, la crisi diplomatica seguita all'avvelenamento di Skripal potrebbe aiutare il Regno Unito nei negoziati per la Brexit, facendo capire a chi preferirebbe punire il primo Paese a lasciare l'Ue, in particolare Germania e Francia, che, come ripete il governo di Londra, l'addio è all'Ue ma non l'Europa. Né tantomeno all'Occidente. E il fatto che sicurezza e cooperazione internazionale siano tra i punti d'incontro mai discussi e dati sempre per certi durante le trattative tra le due sponde della Manica non fa che spianare ancor di più la strada verso un Regno Unito libero dai vincoli di Bruxelles ma al fianco dell'Europa e, ancora una volta, degli Stati Uniti a difesa dei valori democratici e liberali dell'Occidente.
Gabriele Carrer
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A un anno dell'avvio, i negoziati per l'addio del Regno Unito dall'Unione europea sembra appesi a un'unica questione: quella irlandese. Ma se Berlino e Parigi continuano con la linea dura, a rimetterci potrebbero essere anche i nostri connazionali oltremanica. Intervista esclusiva con l'ambasciatore britannico a Roma, che rassicura: «Usciamo dall'Ue, non dall'Europa. Il rapporto tra i nostri Paesi è più forte delle tensioni con Bruxelles La sicurezza unisce: lo dimostrano gli investimenti di Leonardo». Lo speciale contiene quattro articoli. Jill Morris, ambasciatore britannico a RomaLaPresse Da quasi vent'anni al Foreign office britannico, Jill Morris è dal luglio 2016 ambasciatore di Sua Maestà in Italia. Ambasciatore, non ambasciatrice, e ci tiene a sottolinearlo. Nata a Chester, città fondata dai romani nel I secolo d.C., oggi vive a Roma, a Villa Wolkonsky, la residenza ufficiale immersa nel verde sulla collina dell'Esquilino. Ambasciatore Morris, alla fine la Brexit si farà? «I britannici si sono espressi democraticamente per l'uscita e il governo è determinato a rispettare la loro volontà». Sui media si legge spesso di secondo referendum. Sarebbe un nuovo elemento di incertezza. Si sente di escluderlo? «Assolutamente sì». Si legge anche, partendo dalla questione irlandese, di Regno meno Unito... «Tra i cinque test che l'accordo con l'Ue dovrà superare c'è l'indissolubilità del Regno. Il premier Theresa May pochi giorni fa ha sottolineato che l'unità del Regno Unito dovrà uscirne non solo garantita, ma rafforzata». Ma che cosa vuole il Regno Unito dalla Brexit? «Il governo vuole raggiungere un accordo ambizioso con l'Ue, in grado di realizzare una partnership speciale e profonda, a partire dalla più stretta collaborazione in materia di sicurezza e difesa fino alle relazioni economiche e commerciali. Per questo non pensiamo ad alcun modello già esistente, in quanto unica e speciale è la relazione che continuerà a legare il Regno Unito all'Ue». Sembra che l'Unione europea voglia punirvi, però. «Riconosciamo l'impatto anche emotivo della nostra decisione. E capiamo che molti abbiano temuto effetti emulativi, rischio sventato dalle urne in diversi Paesi. Il Regno Unito vuole un'uscita ordinata e coordinata con i partner: è per noi fondamentale il successo dell'Ue, che rimarrà il nostro primo partner economico, al quale ci uniscono numerose altre sfide che ci uniscono». L'impressione è che i negoziati siano particolarmente complessi. C'è il rischio di un «no deal»? «Il mancato accordo è una possibilità, che ritengo remota anche alla luce dell'accordo di lunedì sulla transizione. Il traguardo sui diritti dei cittadini raggiunto a dicembre e l'interesse per un buon accordo che protegga gli interessi economici e di sicurezza su entrambe le sponde della Manica sono elementi rassicuranti». Come si concilia la Brexit, cioè un'uscita, con la volontà di rafforzare le relazioni con i Paesi partner, tra cui l'Italia? «Uscire dall'Ue non equivale a chiuderci in noi stessi. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese votato all'apertura, al commercio, alla collaborazione internazionale. L'Italia è un nostro partner storico, con cui abbiamo relazioni speciali, dagli investimenti alla cultura, dalla ricerca alla difesa. È una storia che risale a tempi antichi e che continuerà anche quando il Regno Unito sarà fuori dall'Ue. La forza della nostra relazione bilaterale si sviluppa tra l'altro anche in altri consessi multilaterali diversi da quello europeo. Parlo di G7, G20, Nato e Nazioni Unite». L'Europa sarà ancora la casa del Regno Unito, quindi? «L'Europa è la nostra casa, dove viaggiamo, studiamo, in molti casi lavoriamo e viviamo. È rappresentata dai valori fondanti delle nostre società e della nostra cultura, fin dai tempi del Rinascimento. L'amore per arte, scienza, democrazia, l'apertura dei mercati e la sete di progresso e conoscenza risalgono a ben prima che il progetto dell'Ue fosse anche solo concepito. La scelta di Firenze per lo storico discorso di Theresa May lo scorso settembre era chiaramente un riferimento a questo». La minaccia russa conferma la necessità di un rapporto stretto? «Le sfide che abbiamo di fronte, e la minaccia russa è tra queste, ci impongono di continuare a collaborare con tutti i nostri partner. Siamo estremamente grati agli Stati Uniti, all'Ue e a tutti gli amici europei per la solidarietà manifestata in seguito ai gravissimi fatti di Salisbury. Si è trattato di un'azione che non ha precedenti in alcun Paese Nato sin dalla sua costituzione nel 1949. Non parliamo di un regolamento di conti tra spie, ma di un attacco dello Stato russo al Regno Unito attraverso l'uso indiscriminato di un'arma chimica illegale». Organizzate spesso roadshow nel Regno Unito per gli imprenditori italiani. Quali settori sono i più interessati? «L'Italia è tra i primi investitori europei nel Regno Unito. Tra i principali settori interessati dalle aziende italiane figurano quello dell'energia, con particolare riferimento alle rinnovabili, la difesa, l'ingegneria di precisione, riferita soprattutto all'industria automobilistica e aerospaziale, e le industrie creative. Altri settori tipicamente forti per il made in Italy nel Regno Unito sono moda, design, banche e servizi finanziari, ingegneria meccanica e farmaceutico». Il premier May non ha escluso che il Regno Unito possa rimanere in alcune agenzie europee. Pensiamo a difesa e medicina. Sono settori di collaborazione e scambi tra i nostri due Paesi? «Assolutamente sì. Entrambi sono settori cruciali per quanto riguarda, rispettivamente, la nostra collaborazione in materia di politiche di sicurezza e difesa, e di ricerca e innovazione per quanto riguarda il settore farmaceutico. Inoltre, il settore della difesa rappresenta, dopo quello dell'energia, il secondo mercato in cui è più significativa la presenza italiana oltremanica. Questo soprattutto grazie agli investimenti di Leonardo, che conta nel Regno Unito su una forza lavoro di circa 7.000 addetti in sei diversi stabilimenti. In questo senso, gli elicotteri, i sistemi militari di difesa, la data and information protection e i sistemi aerospaziali rappresentano il fiore all'occhiello della produzione di Leonardo nel Regno Unito. Il settore farmaceutico è invece ai primissimi posti per quanto riguarda gli scambi commerciali tra Italia e Regno Unito. Gli ultimi dati a disposizione per il 2017 situano lo scambio di medicinali e preparati farmaceutici in entrambe le direzioni al secondo posto assoluto, dietro solo a quello di autoveicoli. Il valore complessivo degli scambi nel settore farmaceutico ammonta infatti a oltre 2,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi derivanti dall'export italiano verso il Regno Unito e oltre 1,1 miliardi dal Regno Unito all'Italia». !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-brexit-e-appesa-alla-frontiera-irlandese" data-post-id="2550465013" data-published-at="1774994905" data-use-pagination="False"> La Brexit è appesa alla frontiera irlandese Siamo arrivati praticamente al giro di boa dei negoziati sulla Brexit. 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Ma non c'è ancora molta chiarezza né da parte britannica né da parte europea sul post Brexit. Come e da chi verranno regolamentati gli scambi commerciali tra le due sponde della Manica dopo l'uscita del Regno Unito dall'Ue? La mancanza di risposte a questo interrogativo ha convinto le imprese britanniche a far pressioni sul governo conservatore affinché negoziasse un periodo di transizione per permettere al business, ma anche ai cittadini, un passaggio più morbido da un regime all'altro. I due capi negoziatori, Michel Barnier per l'Ue e il ministro David Davis per il Regno Unito, lunedì hanno raggiunto un'intesa su questo periodo. Lo status quo (ossia la permanenza del Regno Unito nell'unione doganale e nel mercato europeo, anche a costo di accettare l'immigrazione) dovrebbe finire il 31 dicembre 2021: 20 mesi in più, ma poi sarà Brexit per davvero. Durante il periodo di transizione però il Regno Unito potrà stringere accordi con Paesi terzi ma questi trattati entreranno in vigore soltanto una volta perfezionata la Brexit.Davis è volato a Bruxelles a pochi giorni dal Consiglio europeo di fine settimana, durante il quale i 27 Stati rimanenti saranno chiamati anche a scrivere le loro linee guida sulla fase successiva dei negoziati, ossia quella delle future relazioni commerciali con il Regno Unito. È la cosiddetta fase due dei negoziati, che verrà affrontata anche durante la transizione. La prima si è conclusa a dicembre ma ha lasciato dietro di sé una questione ancora aperta che gli analisti di Bloomberg descrivono come «la più spinosa»: quella irlandese. Infatti, se Regno Unito e Unione europea su diritti dei cittadini europei e assegno «di divorzio» hanno raggiunto un'intesa, il Consiglio europeo di inizio dicembre ha rinviato alla fase due, quella attuale, la risoluzione del tema sui confini nell'isola irlandese, l'unica frontiera fisica tra Ue e Regno Unito. Con la Brexit, si creerebbe tra l'Irlanda del Nord - Paese del Regno Unito - e la Repubblica un confine, più o meno impermeabile dipenderà dai negoziati. Ma gli accordi di pace nell'Ulster - firmati nel 1998 dopo decenni di violenze tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani - prevedono l'assenza di un confine tra i due Paesi. Il governo di Londra ha già ribadito più volte la sua netta opposizione a due regimi differenti - uno, per l'Irlanda, senza barriere, l'altro, per il resto dell'Ue, con controlli alle frontiere - per tutelare l'unità e la sovranità nazionale. Tuttavia, il Regno Unito è co-garante degli accordi di pace, che permettono ogni giorno a 30.000 transfrontalieri di attraversare per motivi di lavoro il confine tra le due Irlande e alle piccole imprese locali di avere un accesso al mercato britannico.Serve «creatività», ha detto il premier May riferendosi ai futuri rapporti tra Regno Unito e Unione europea e rifiutando ogni modello preesistente (rifiutati quindi sia il canadese che il norvegese, di cui molto si era parlato a inizio trattative). Tuttavia, da Londra non è ancora arrivata una concreta proposta alternativa. Né sulla questione irlandese nè tantomeno sui futuri rapporto commerciali. Da una parte c'è il Regno Unito, che vuole difendere la sua decisione democratica per riprendere il controllo di frontiere e sovranità ma al tempo stesso fare valere e proteggere il suo export verso il continente basato per lo più sui servizi finanziari. Dall'altra c'è l'Unione europea che sembra voler punire il primo Paese a uscire dal suo giro. Ma, come ha detto lo scorso giugno il commissario Ue al bilancio, Günther Oettinger con la Brexit serviranno tagli al bilancio comunitario. Verranno a mancare risorse, infatti, visto che Londra è contributore netto: «Il gap nelle finanze Ue che nasce dall'uscita del Regno Unito e dai bisogni finanziari delle nuove priorità deve essere chiaramente riconosciuto».Ma finché Berlino e Parigi, fiancheggiate da Dublino, non riconosceranno il ruolo del Regno Unito come partner dell'Unione europea anche con la Brexit, i rapporti commerciali futuri tra le due sponde della Manica rimarranno un'incognita. Germania e Francia puntano infatti a far pesare gli stop britannici sulla questione britannica per rallentare i negoziati. Obiettivo: convincere Londra a lasciare le sue porte aperte. Ma su questo il Regno Unito non sembra disposto a cedere, visti anche i recenti dati sull'immigrazione che hanno visto a settembre 2017 - secondo aggiornamento dopo il referendum del 23 giugno 2016 - scendere per la prima volta sotto quota 100.00 gli ingressi dai Paesi Ue (con l'Est europeo in testa). Gabriele Carrer <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="se-lue-non-scende-a-patti-ci-rimettono-anche-gli-italiani" data-post-id="2550465013" data-published-at="1774994905" data-use-pagination="False"> Se l’Ue non scende a patti ci rimettono anche gli italiani Theresa May, primo ministro britannico [LaPresse] Da quando il referendum ha sancito il divorzio del Regno Unito dall'Unione europea il numero degli europei che hanno chiesto di ottenere la cittadinanza britannica è cresciuto in modo esponenziale. Lo hanno fatto italiani (2.338 nel 2017 contro 797 del 2016), polacchi e tedeschi, spaventati dalle conseguenze dell'allontanamento. I numeri sono aumentati ma restano minoritari, se si considera quanti sono gli europei che vivono oltremanica. Gli italiani registrati dall'Ufficio nazionale di statistica ammontano a 220.000. Sono impegnati in diversi settori, dalla finanza all'università, dall'arte alla consulenza legale, fino ai tantissimi giovani che lavorano in bar e ristoranti, mentre migliorano il loro inglese. Per ciascuno di loro l'uscita dall'Ue rappresenta un rebus, che si porta dietro tante preoccupazioni. Chi ha una posizione precaria, magari nella ristorazione, teme di non poter rimanere una volta che l'uscita sarà ufficiale; chi invece è impiegato a livello manageriale si chiede se il mercato subirà dei contraccolpi. Definire con certezza quali saranno le conseguenze pratiche di questo divorzio è ancora difficile, perché i negoziati sono ancora in corso e l'Ue a tradizione franco-tedesca non sembra voler fare sconti a Londra. La linea dura della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron rischia però di ripercuotersi anche sui cittadini europei che vivono oltremanica. «Il primo impatto riguarderà il costo dei prodotti che arrivano dai Paesi europei e dall'Italia in particolare. In fondo, un po' si è già fatto sentire», spiega Giovanni Sanfelice di Monteforte, presidente del Business club Italia, che riunisce professionisti e imprenditori e fa da ponte tra i due Paesi. Adesso le prelibatezze di casa nostra sono certo più care che in patria, ma risultano abbastanza accessibili: questa situazione però potrebbe non confermarsi se verranno imposti dazi doganali dopo l'uscita dal Regno Unito dal mercato unico. «I primi a risentirne potrebbero essere i ristoranti italiani», insiste, «visto che avranno un aumento di costi per le materie prime e affitti e altre spese rimarranno ingenti come prima». In generale, le prime paure si concentrano sul rincaro di importazioni ed esportazioni, con conseguenze pratiche anche per la dispensa degli italiani trapiantati oltremanica, costretti a rinunciare a materie prime che li fanno sentire a casa. Interrogativi anche sui giovani che vogliono andare a studiare nel Regno Unito. Al momento gli europei pagano le stesse tasse universitarie dei britannici, quindi in media 9.000 sterline l'anno per 3 anni, mentre chi arriva da più lontano deve corrispondere cifre decisamente superiori. Una volta stabilita la separazione, però, non è sicuro cosa accadrà per gli allievi. Nelle ultime comunicazioni il governo guidato da Theresa May ha confermato che verranno mantenuti questi privilegi almeno fino al 2021, ma da allora in poi non si è ancora definito un progetto. Peraltro, non è nemmeno chiaro se gli studenti europei potranno accedere a prestiti e borse di studio come gli inglesi, secondo il modello attuale, oppure verranno esclusi da queste forme di sostegno. «Anche a livello di docenti ci saranno delle conseguenze», evidenzia Eleanor Spaventa, docente di economia alla scuola di legge dell'Università di Durham. «Ora i professori europei sono tanti, ma se entrare nel Paese diventerà più complicato si rivolgeranno altrove. L'università, poi, subirà dei contraccolpi in termini di finanziamento, dal momento che i fondi di ricerca europei, che sono sempre stati ingenti, non saranno più a disposizione». «In questo senso anche il settore dei musei potrebbe avere dei problemi», incalza Giovanni Sanfelice di Monteforte. Molte istituzioni culturali, come per esempio il British museum, hanno promosso esibizioni di prestigio grazie a fondi europei e quando verranno a mancare non sarà semplice trovare fonti alternative». A livello di sviluppo industriale, invece, le preoccupazioni riguardano tre diversi aspetti. Da un lato le startup, cioè le società agli esordi che spesso scelgono Londra come trampolino di lancio per la sua vivacità economica e culturale e anche per il suo ruolo di crocevia internazionale. «Al momento non ci sono costi e tasse particolarmente elevate, quindi conviene farlo, ma qualora questa situazione cambiasse, per via dei nuovi accordi economici, è probabile che diventi più semplice scegliere altre destinazioni, ad esempio l'Irlanda, per tentare la fortuna», evidenzia la professoressa Spaventa. A di là delle tasse, ci sono timori relativi all'eventuale cambiamento delle regole di accounting, alla necessità di creare nuove forme di supervisione e controllo e alla difficoltà di spostare la forza lavoro, all'interno di un Paese che ha chiuso i suoi confini e dovrà definire trattati diversi da quelli in vigore nel resto d'Europa». Secondo lei, qualora vengano adottati nuovi regolamenti a livello fiscale, assicurativo e finanziario, anche le grandi aziende dovranno organizzarsi sostenendo costi pesanti e questo aumenterà la tentazione di spostarsi altrove. Un altro aspetto critico riguarda la forza lavoro. «Ora spostarsi è semplice per gli europei, ma se verranno introdotti visti, tetti nelle quote degli stranieri, la regola della chiamata ufficiale da parte di un datore di lavoro, la situazione cambierà», sottolinea. «I giovani sceglieranno altre destinazioni e il Regno Unito si troverà a corto di forza lavoro, dai camerieri fino ai tecnici di laboratorio». Inoltre per riorganizzarsi servirà tempo e banche e aziende non possono perderne troppo, se vogliono restare competitive. Anche il mercato dell'arte osserva con preoccupazione questa fase di trasformazione. «Da 250 anni Londra è il centro del commercio d'arte mondiale, quindi si è abituati a ragionare su una scala internazionale», conclude Carlo Milano, titolare della Callisto fine arts, nel cuore di Londra. «Esiste un tessuto di restauratori, trasportatori, mercanti che sarebbe difficile da ricreare altrove. Certo, però, l'imposizione di nuove regole allarma. Adesso uno può comperare un quadro in Francia e venderlo in Italia attraverso una società inglese senza difficoltà, ma poi cosa accadrà? Se verranno imposti limiti di movimento, dazi e rallentamenti, molti potrebbero pensare di mantenere la sede legale qui e stoccare in un altro paese europeo le opere, in modo da non avere difficoltà e aumenti di costi per trasporto e assicurazioni». Caterina Belloni <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-minaccia-di-putin-fa-riscoprire-l-unita-all-occidente" data-post-id="2550465013" data-published-at="1774994905" data-use-pagination="False"> La minaccia di Putin fa riscoprire l'unità all'Occidente Molti giornali, britannici ma anche europei in generale, hanno rispolverato il discorso alla nazione che la regina Elisabetta II ha pronto in caso di Terza guerra mondiale. Fu preparato nel 1983 e da allora non ha subito alcuna variazione. Si era in piena Guerra fredda, il Muro di Berlino era ancora lì a dividere le due Germanie. Erano gli anni in cui iniziava il disgelo verso l'Urss di Michail Gorbačëv voluto dal presidente statunitense Ronald Reagan.L'occasione per tornare a parlare, a distanza di 25 anni, di quel documento reale è stata fornita dalle ultime tensioni tra Russia e Regno Unito, con quest'ultimo che ha ricevuto il sostegno da tutti i leader occidentali – tranne che dal governo italiano ancora guidato per gli ultimi affari correnti da Paolo Gentiloni. Tutto nasce dall'avvelenamento di Serghei Skripal, ex spia sovietica passa al soldo del Regno Unito negli anni in cui a guidare l'intelligence russa era Vladimir Putin, e della figlia a Salisbury, una cittadina nel Sud dell'Inghilterra. Nel 2006, nel caso della morte per polonio di Aleksandr Litvinenko, ex colonnello dell'Fsb, Londra ebbe qualche dubbio, sostenendo, come ha concluso un'inchiesta pubblica britannica, che c'era «probabilmente» lo zampino di Putin. Ora, invece, davanti al Novichok, la sostanza tossica di fabbricazione sovietica usata per il tentato omicidio di Skripal, Londra non ha avuto dubbi e ha puntato il dito contro Mosca. Via 23 diplomatici russi dal suolo britannici e giro di vite sugli interessi di cittadini e società russi nel Regno Unito. Il Cremlino ha risposto: altrettanti diplomatici britannici cacciati dalla Russia.Le tensioni erano già emerse nei mesi scorsi, dopo che l'aeronautica di Sua Maestà aveva intercettato prima caccia russi, poi navi militari di Mosca in spazi aerei e marittimi britannici. Alla sfida, il Cremlino ha risposto accusando il governo di Theresa May di considerare la crisi diplomatica come una piccola battaglia per guadagnare consensi nel Paese ma anche per far passare in secondo piano le difficoltà sulla Brexit. A chi accusava Londra di avventatezza nell'indicare Mosca come mente e braccia dell'avvelenamento a Salisbury sostenendo che sarebbe stato un atto folle per Putin a pochi giorni dalle elezioni ha risposto lo stesso Cremlino. «Dobbiamo ringraziare il Regno Unito», ha commentato Andrej Kondrashov, portavoce della campagna elettorale di Putin, «perché ancora una volta non ha capito la mentalità della Russia: ogni volta che ci accusano di qualcosa in modo infondato, il popolo russo si unisce al centro della forza e il centro della forza oggi è senz'altro Putin».Ma non serve molto a calmare i venti di una nuova Guerra fredda. Basta guardare lo scenario globale attuale e notare come la Russia non abbia più quella forza economica, militare e ideologica che collocavano l'Unione sovietica come unico rivale dell'Occidente. Se proprio si vuole trovare un Paese rivale e all'altezza di Stati Uniti ed Europa si deve guardare al Dragone cinese. Proprio per queste ragioni, la crisi diplomatica seguita all'avvelenamento di Skripal potrebbe aiutare il Regno Unito nei negoziati per la Brexit, facendo capire a chi preferirebbe punire il primo Paese a lasciare l'Ue, in particolare Germania e Francia, che, come ripete il governo di Londra, l'addio è all'Ue ma non l'Europa. Né tantomeno all'Occidente. E il fatto che sicurezza e cooperazione internazionale siano tra i punti d'incontro mai discussi e dati sempre per certi durante le trattative tra le due sponde della Manica non fa che spianare ancor di più la strada verso un Regno Unito libero dai vincoli di Bruxelles ma al fianco dell'Europa e, ancora una volta, degli Stati Uniti a difesa dei valori democratici e liberali dell'Occidente. Gabriele Carrer
Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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Getty Images
Ma in tempi di prezzi del petrolio impazziti, di inflazione in rampa di lancio e bollette pronte a riprendere la corsa, la preoccupazione prevale sulla speranza per il futuro che per forze di cose dovrà basarsi sulle nuove tecnologie.
Al di là dell’aspetto comunicativo resta il dato di fatto: con l’accordo che ha coinvolto direttamente Mimit e Invitalia (lo Stato ci mette 1,3 miliardi) l’Italia fa un passo in avanti fondamentale nella corsa all’Ia e ai nuovi software che rappresentano il campo di battaglia della nuova competizione industriale. Sanità, automotive, telecomunicazioni, data center dipendono dai semiconduttori e nel maxi impianto piemontese si lavorerà alla trasformazione del wafer grezzo (il disco di silicio) in un chip funzionante attraverso le varie fasi: dai test fino ad arrivare ai processo finali di packaging e back end.
Non è un mistero che l’Europa sia partita nettissimo in ritardo rispetto al resto del mondo e che per recuperare terreno abbia bisogno di investimenti ambiziosi. Oggi i numeri dicono che il Vecchio Continente è completamente dipendente dalla produzione si semiconduttori asiatici e la sfida (ai limiti dell’impossibile) e passare dal 10 al 20% della fabbricazione di chip mondiali entro il 2030.
Ecco perché Novara può diventare centrale.
Il lavoro sul packaging (una sorta di rivestimento per il disco di silicio) rappresenta un unicum e una volta che il sito piemontese sarà andato a regime (la data per l’inizio della produzione è il 2028) potrebbe contribuire in modo decisivo ad affrancare Roma, Parigi e Berlino dalla loro «sottomissione».
E visto che parliamo di know how, viene difficile non evidenziare il ruolo di Silicon Box. Prima che finanziario, determinante per le conoscenza tecnologiche avanzate. La startup di Singapore, nata nel 2021, è un unicum nel suo genere perché riunisce le storie e le esperienze parallele di tre tra i massimi esperti mondiali in materia di semiconduttori: Byung Joon Han, Sehat Sutardja e Weili Dai. Il focus è quello sui chiplet - piccoli chip modulari che vengono combinati per creare processori più potenti ed efficienti con una funzione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’high-performance computing. Tre anni fa Silicon Box ha inaugurato a Singapore uno stabilimento avanzato da 2 miliardi di dollari: una struttura di 73.000 metri tra le più avanzate al mondo. E pochi mesi dopo si è immediatamente messo a raccogliere altri capitali da investire.
Circa un paio di miliardi sono andati verso l’Italia che ha avuto il grande merito di crederci sempre. Anche perché in diversi momenti l’affare (che era stato annunciato ufficialmente nel giugno del 2024) sembrava sul punto di saltare.
Ora, per il ministro Urso e il governo, è il momento di raccogliere i frutti di un’operazione che restituisce centralità al Paese e rafforza il suo ruolo strategico per l’Europa.
Parliamo di 1.600 posti di lavoro diretti (tra ingegneri, tecnici specializzati e operatori di linee di produzione avanzate) e di altre centinaia di posizioni legati all’indotto: dai fornitori fino alla logistica. Con previsioni che arrivano a stimare la nascita complessiva di circa 3.000 nuovi impieghi.
Non solo. Perché la Commissione Europea ha riconosciuto al progetto lo status di “Open EU Foundry”. Che vuol dire avere una posizione privilegiata nell’ambito del piano per rafforzare la produzione di semiconduttori in Europa (l’European Chips Act). Che si sostanzia in procedure amministrative accelerate, accesso prioritario alle infrastrutture di ricerca finanziate dall’Ue e più visibilità e sostegno strategico da parte di Bruxelles.
Insomma, la strada si è messa in discesa. E il governo, che nel 2024 è arrivato ad attrarre circa 35 miliardi di investimenti esteri greenfield (impianti costruiti ex novo) ed è balzato di tre posizioni nel Fdi Confidence Index, il principale indicatore internazionale sulle operazioni transfrontaliere (dall’undicesimo all’ottavo posto), non vuol perdere l’abbrivio. A breve sono infatti attesi nuovi importanti accordi di sviluppo sulla microelettronica.
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