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2018-03-21
«Grazie a difesa e farmaceutica resteremo amici e partner fidati anche dopo la Brexit»
Jill Morris, ambasciatore britannico a RomaLaPresse
Da quasi vent'anni al Foreign office britannico, Jill Morris è dal luglio 2016 ambasciatore di Sua Maestà in Italia. Ambasciatore, non ambasciatrice, e ci tiene a sottolinearlo. Nata a Chester, città fondata dai romani nel I secolo d.C., oggi vive a Roma, a Villa Wolkonsky, la residenza ufficiale immersa nel verde sulla collina dell'Esquilino.
Ambasciatore Morris, alla fine la Brexit si farà?
«I britannici si sono espressi democraticamente per l'uscita e il governo è determinato a rispettare la loro volontà».
Sui media si legge spesso di secondo referendum. Sarebbe un nuovo elemento di incertezza. Si sente di escluderlo?
«Assolutamente sì».
Si legge anche, partendo dalla questione irlandese, di Regno meno Unito...
«Tra i cinque test che l'accordo con l'Ue dovrà superare c'è l'indissolubilità del Regno. Il premier Theresa May pochi giorni fa ha sottolineato che l'unità del Regno Unito dovrà uscirne non solo garantita, ma rafforzata».
Ma che cosa vuole il Regno Unito dalla Brexit?
«Il governo vuole raggiungere un accordo ambizioso con l'Ue, in grado di realizzare una partnership speciale e profonda, a partire dalla più stretta collaborazione in materia di sicurezza e difesa fino alle relazioni economiche e commerciali. Per questo non pensiamo ad alcun modello già esistente, in quanto unica e speciale è la relazione che continuerà a legare il Regno Unito all'Ue».
Sembra che l'Unione europea voglia punirvi, però.
«Riconosciamo l'impatto anche emotivo della nostra decisione. E capiamo che molti abbiano temuto effetti emulativi, rischio sventato dalle urne in diversi Paesi. Il Regno Unito vuole un'uscita ordinata e coordinata con i partner: è per noi fondamentale il successo dell'Ue, che rimarrà il nostro primo partner economico, al quale ci uniscono numerose altre sfide che ci uniscono».
L'impressione è che i negoziati siano particolarmente complessi. C'è il rischio di un «no deal»?
«Il mancato accordo è una possibilità, che ritengo remota anche alla luce dell'accordo di lunedì sulla transizione. Il traguardo sui diritti dei cittadini raggiunto a dicembre e l'interesse per un buon accordo che protegga gli interessi economici e di sicurezza su entrambe le sponde della Manica sono elementi rassicuranti».
Come si concilia la Brexit, cioè un'uscita, con la volontà di rafforzare le relazioni con i Paesi partner, tra cui l'Italia?
«Uscire dall'Ue non equivale a chiuderci in noi stessi. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese votato all'apertura, al commercio, alla collaborazione internazionale. L'Italia è un nostro partner storico, con cui abbiamo relazioni speciali, dagli investimenti alla cultura, dalla ricerca alla difesa. È una storia che risale a tempi antichi e che continuerà anche quando il Regno Unito sarà fuori dall'Ue. La forza della nostra relazione bilaterale si sviluppa tra l'altro anche in altri consessi multilaterali diversi da quello europeo. Parlo di G7, G20, Nato e Nazioni Unite».
L'Europa sarà ancora la casa del Regno Unito, quindi?
«L'Europa è la nostra casa, dove viaggiamo, studiamo, in molti casi lavoriamo e viviamo. È rappresentata dai valori fondanti delle nostre società e della nostra cultura, fin dai tempi del Rinascimento. L'amore per arte, scienza, democrazia, l'apertura dei mercati e la sete di progresso e conoscenza risalgono a ben prima che il progetto dell'Ue fosse anche solo concepito. La scelta di Firenze per lo storico discorso di Theresa May lo scorso settembre era chiaramente un riferimento a questo».
La minaccia russa conferma la necessità di un rapporto stretto?
«Le sfide che abbiamo di fronte, e la minaccia russa è tra queste, ci impongono di continuare a collaborare con tutti i nostri partner. Siamo estremamente grati agli Stati Uniti, all'Ue e a tutti gli amici europei per la solidarietà manifestata in seguito ai gravissimi fatti di Salisbury. Si è trattato di un'azione che non ha precedenti in alcun Paese Nato sin dalla sua costituzione nel 1949. Non parliamo di un regolamento di conti tra spie, ma di un attacco dello Stato russo al Regno Unito attraverso l'uso indiscriminato di un'arma chimica illegale».
Organizzate spesso roadshow nel Regno Unito per gli imprenditori italiani. Quali settori sono i più interessati?
«L'Italia è tra i primi investitori europei nel Regno Unito. Tra i principali settori interessati dalle aziende italiane figurano quello dell'energia, con particolare riferimento alle rinnovabili, la difesa, l'ingegneria di precisione, riferita soprattutto all'industria automobilistica e aerospaziale, e le industrie creative. Altri settori tipicamente forti per il made in Italy nel Regno Unito sono moda, design, banche e servizi finanziari, ingegneria meccanica e farmaceutico».
Il premier May non ha escluso che il Regno Unito possa rimanere in alcune agenzie europee. Pensiamo a difesa e medicina. Sono settori di collaborazione e scambi tra i nostri due Paesi?
«Assolutamente sì. Entrambi sono settori cruciali per quanto riguarda, rispettivamente, la nostra collaborazione in materia di politiche di sicurezza e difesa, e di ricerca e innovazione per quanto riguarda il settore farmaceutico. Inoltre, il settore della difesa rappresenta, dopo quello dell'energia, il secondo mercato in cui è più significativa la presenza italiana oltremanica. Questo soprattutto grazie agli investimenti di Leonardo, che conta nel Regno Unito su una forza lavoro di circa 7.000 addetti in sei diversi stabilimenti. In questo senso, gli elicotteri, i sistemi militari di difesa, la
data and information protection e i sistemi aerospaziali rappresentano il fiore all'occhiello della produzione di Leonardo nel Regno Unito. Il settore farmaceutico è invece ai primissimi posti per quanto riguarda gli scambi commerciali tra Italia e Regno Unito. Gli ultimi dati a disposizione per il 2017 situano lo scambio di medicinali e preparati farmaceutici in entrambe le direzioni al secondo posto assoluto, dietro solo a quello di autoveicoli. Il valore complessivo degli scambi nel settore farmaceutico ammonta infatti a oltre 2,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi derivanti dall'export italiano verso il Regno Unito e oltre 1,1 miliardi dal Regno Unito all'Italia».
La Brexit è appesa alla frontiera irlandese
Siamo arrivati praticamente al giro di boa dei negoziati sulla Brexit. Era il 29 marzo dello scorso anno quando il premier britannico, Theresa May, consegnava all'Unione europea la lettera con cui notificava al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, l'attivazione da parte del suo Paese dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona. Quello che regola l'addio di uno Stato membro dalla compagnia di Bruxelles. Il comma terzo di quell'accordo che ha riformato e mandato in pensione la Comunità europea detta i tempi delle trattative. Due anni, o meno di un voto unanime degli Stati membri rimanenti per estendere il periodo. Ma c'è un altro modo di prolungare questa fase: un periodo di transizione, o di «implementazione» per usare una terminologia cara a Theresa May. Ed è proprio su questo che Londra e Bruxelles stanno discutendo da mesi ormai e su cui si attende una decisione definitiva da parte dei 27 Stati membri riuniti nel Consiglio europeo convocato per domani e venerdì.
La data della Brexit è fissata dunque al 29 marzo 2019, a rigor di trattati. Ma non c'è ancora molta chiarezza né da parte britannica né da parte europea sul post Brexit. Come e da chi verranno regolamentati gli scambi commerciali tra le due sponde della Manica dopo l'uscita del Regno Unito dall'Ue? La mancanza di risposte a questo interrogativo ha convinto le imprese britanniche a far pressioni sul governo conservatore affinché negoziasse un periodo di transizione per permettere al business, ma anche ai cittadini, un passaggio più morbido da un regime all'altro. I due capi negoziatori, Michel Barnier per l'Ue e il ministro David Davis per il Regno Unito, lunedì hanno raggiunto un'intesa su questo periodo. Lo status quo (ossia la permanenza del Regno Unito nell'unione doganale e nel mercato europeo, anche a costo di accettare l'immigrazione) dovrebbe finire il 31 dicembre 2021: 20 mesi in più, ma poi sarà Brexit per davvero. Durante il periodo di transizione però il Regno Unito potrà stringere accordi con Paesi terzi ma questi trattati entreranno in vigore soltanto una volta perfezionata la Brexit.
Davis è volato a Bruxelles a pochi giorni dal Consiglio europeo di fine settimana, durante il quale i 27 Stati rimanenti saranno chiamati anche a scrivere le loro linee guida sulla fase successiva dei negoziati, ossia quella delle future relazioni commerciali con il Regno Unito. È la cosiddetta fase due dei negoziati, che verrà affrontata anche durante la transizione. La prima si è conclusa a dicembre ma ha lasciato dietro di sé una questione ancora aperta che gli analisti di Bloomberg descrivono come «la più spinosa»: quella irlandese. Infatti, se Regno Unito e Unione europea su diritti dei cittadini europei e assegno «di divorzio» hanno raggiunto un'intesa, il Consiglio europeo di inizio dicembre ha rinviato alla fase due, quella attuale, la risoluzione del tema sui confini nell'isola irlandese, l'unica frontiera fisica tra Ue e Regno Unito. Con la Brexit, si creerebbe tra l'Irlanda del Nord - Paese del Regno Unito - e la Repubblica un confine, più o meno impermeabile dipenderà dai negoziati. Ma gli accordi di pace nell'Ulster - firmati nel 1998 dopo decenni di violenze tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani - prevedono l'assenza di un confine tra i due Paesi. Il governo di Londra ha già ribadito più volte la sua netta opposizione a due regimi differenti - uno, per l'Irlanda, senza barriere, l'altro, per il resto dell'Ue, con controlli alle frontiere - per tutelare l'unità e la sovranità nazionale. Tuttavia, il Regno Unito è co-garante degli accordi di pace, che permettono ogni giorno a 30.000 transfrontalieri di attraversare per motivi di lavoro il confine tra le due Irlande e alle piccole imprese locali di avere un accesso al mercato britannico.
Serve «creatività», ha detto il premier May riferendosi ai futuri rapporti tra Regno Unito e Unione europea e rifiutando ogni modello preesistente (rifiutati quindi sia il canadese che il norvegese, di cui molto si era parlato a inizio trattative). Tuttavia, da Londra non è ancora arrivata una concreta proposta alternativa. Né sulla questione irlandese nè tantomeno sui futuri rapporto commerciali. Da una parte c'è il Regno Unito, che vuole difendere la sua decisione democratica per riprendere il controllo di frontiere e sovranità ma al tempo stesso fare valere e proteggere il suo export verso il continente basato per lo più sui servizi finanziari. Dall'altra c'è l'Unione europea che sembra voler punire il primo Paese a uscire dal suo giro. Ma, come ha detto lo scorso giugno il commissario Ue al bilancio, Günther Oettinger con la Brexit serviranno tagli al bilancio comunitario. Verranno a mancare risorse, infatti, visto che Londra è contributore netto: «Il gap nelle finanze Ue che nasce dall'uscita del Regno Unito e dai bisogni finanziari delle nuove priorità deve essere chiaramente riconosciuto».
Ma finché Berlino e Parigi, fiancheggiate da Dublino, non riconosceranno il ruolo del Regno Unito come partner dell'Unione europea anche con la Brexit, i rapporti commerciali futuri tra le due sponde della Manica rimarranno un'incognita. Germania e Francia puntano infatti a far pesare gli stop britannici sulla questione britannica per rallentare i negoziati. Obiettivo: convincere Londra a lasciare le sue porte aperte. Ma su questo il Regno Unito non sembra disposto a cedere, visti anche i recenti dati sull'immigrazione che hanno visto a settembre 2017 - secondo aggiornamento dopo il referendum del 23 giugno 2016 - scendere per la prima volta sotto quota 100.00 gli ingressi dai Paesi Ue (con l'Est europeo in testa).
Gabriele Carrer
Se l’Ue non scende a patti ci rimettono anche gli italiani

Theresa May, primo ministro britannico
[LaPresse]
Da quando il referendum ha sancito il divorzio del Regno Unito dall'Unione europea il numero degli europei che hanno chiesto di ottenere la cittadinanza britannica è cresciuto in modo esponenziale. Lo hanno fatto italiani (2.338 nel 2017 contro 797 del 2016), polacchi e tedeschi, spaventati dalle conseguenze dell'allontanamento. I numeri sono aumentati ma restano minoritari, se si considera quanti sono gli europei che vivono oltremanica. Gli italiani registrati dall'Ufficio nazionale di statistica ammontano a 220.000. Sono impegnati in diversi settori, dalla finanza all'università, dall'arte alla consulenza legale, fino ai tantissimi giovani che lavorano in bar e ristoranti, mentre migliorano il loro inglese. Per ciascuno di loro l'uscita dall'Ue rappresenta un rebus, che si porta dietro tante preoccupazioni. Chi ha una posizione precaria, magari nella ristorazione, teme di non poter rimanere una volta che l'uscita sarà ufficiale; chi invece è impiegato a livello manageriale si chiede se il mercato subirà dei contraccolpi. Definire con certezza quali saranno le conseguenze pratiche di questo divorzio è ancora difficile, perché i negoziati sono ancora in corso e l'Ue a tradizione franco-tedesca non sembra voler fare sconti a Londra. La linea dura della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron rischia però di ripercuotersi anche sui cittadini europei che vivono oltremanica.
«Il primo impatto riguarderà il costo dei prodotti che arrivano dai Paesi europei e dall'Italia in particolare. In fondo, un po' si è già fatto sentire», spiega Giovanni Sanfelice di Monteforte, presidente del Business club Italia, che riunisce professionisti e imprenditori e fa da ponte tra i due Paesi. Adesso le prelibatezze di casa nostra sono certo più care che in patria, ma risultano abbastanza accessibili: questa situazione però potrebbe non confermarsi se verranno imposti dazi doganali dopo l'uscita dal Regno Unito dal mercato unico. «I primi a risentirne potrebbero essere i ristoranti italiani», insiste, «visto che avranno un aumento di costi per le materie prime e affitti e altre spese rimarranno ingenti come prima». In generale, le prime paure si concentrano sul rincaro di importazioni ed esportazioni, con conseguenze pratiche anche per la dispensa degli italiani trapiantati oltremanica, costretti a rinunciare a materie prime che li fanno sentire a casa.
Interrogativi anche sui giovani che vogliono andare a studiare nel Regno Unito. Al momento gli europei pagano le stesse tasse universitarie dei britannici, quindi in media 9.000 sterline l'anno per 3 anni, mentre chi arriva da più lontano deve corrispondere cifre decisamente superiori. Una volta stabilita la separazione, però, non è sicuro cosa accadrà per gli allievi. Nelle ultime comunicazioni il governo guidato da Theresa May ha confermato che verranno mantenuti questi privilegi almeno fino al 2021, ma da allora in poi non si è ancora definito un progetto. Peraltro, non è nemmeno chiaro se gli studenti europei potranno accedere a prestiti e borse di studio come gli inglesi, secondo il modello attuale, oppure verranno esclusi da queste forme di sostegno. «Anche a livello di docenti ci saranno delle conseguenze», evidenzia Eleanor Spaventa, docente di economia alla scuola di legge dell'Università di Durham. «Ora i professori europei sono tanti, ma se entrare nel Paese diventerà più complicato si rivolgeranno altrove. L'università, poi, subirà dei contraccolpi in termini di finanziamento, dal momento che i fondi di ricerca europei, che sono sempre stati ingenti, non saranno più a disposizione». «In questo senso anche il settore dei musei potrebbe avere dei problemi», incalza Giovanni Sanfelice di Monteforte. Molte istituzioni culturali, come per esempio il British museum, hanno promosso esibizioni di prestigio grazie a fondi europei e quando verranno a mancare non sarà semplice trovare fonti alternative».
A livello di sviluppo industriale, invece, le preoccupazioni riguardano tre diversi aspetti. Da un lato le startup, cioè le società agli esordi che spesso scelgono Londra come trampolino di lancio per la sua vivacità economica e culturale e anche per il suo ruolo di crocevia internazionale. «Al momento non ci sono costi e tasse particolarmente elevate, quindi conviene farlo, ma qualora questa situazione cambiasse, per via dei nuovi accordi economici, è probabile che diventi più semplice scegliere altre destinazioni, ad esempio l'Irlanda, per tentare la fortuna», evidenzia la professoressa Spaventa. A di là delle tasse, ci sono timori relativi all'eventuale cambiamento delle regole di accounting, alla necessità di creare nuove forme di supervisione e controllo e alla difficoltà di spostare la forza lavoro, all'interno di un Paese che ha chiuso i suoi confini e dovrà definire trattati diversi da quelli in vigore nel resto d'Europa». Secondo lei, qualora vengano adottati nuovi regolamenti a livello fiscale, assicurativo e finanziario, anche le grandi aziende dovranno organizzarsi sostenendo costi pesanti e questo aumenterà la tentazione di spostarsi altrove. Un altro aspetto critico riguarda la forza lavoro. «Ora spostarsi è semplice per gli europei, ma se verranno introdotti visti, tetti nelle quote degli stranieri, la regola della chiamata ufficiale da parte di un datore di lavoro, la situazione cambierà», sottolinea. «I giovani sceglieranno altre destinazioni e il Regno Unito si troverà a corto di forza lavoro, dai camerieri fino ai tecnici di laboratorio». Inoltre per riorganizzarsi servirà tempo e banche e aziende non possono perderne troppo, se vogliono restare competitive.
Anche il mercato dell'arte osserva con preoccupazione questa fase di trasformazione. «Da 250 anni Londra è il centro del commercio d'arte mondiale, quindi si è abituati a ragionare su una scala internazionale», conclude Carlo Milano, titolare della Callisto fine arts, nel cuore di Londra. «Esiste un tessuto di restauratori, trasportatori, mercanti che sarebbe difficile da ricreare altrove. Certo, però, l'imposizione di nuove regole allarma. Adesso uno può comperare un quadro in Francia e venderlo in Italia attraverso una società inglese senza difficoltà, ma poi cosa accadrà? Se verranno imposti limiti di movimento, dazi e rallentamenti, molti potrebbero pensare di mantenere la sede legale qui e stoccare in un altro paese europeo le opere, in modo da non avere difficoltà e aumenti di costi per trasporto e assicurazioni».
Caterina Belloni
La minaccia di Putin fa riscoprire l'unità all'Occidente
Molti giornali, britannici ma anche europei in generale, hanno rispolverato il discorso alla nazione che la regina Elisabetta II ha pronto in caso di Terza guerra mondiale. Fu preparato nel 1983 e da allora non ha subito alcuna variazione. Si era in piena Guerra fredda, il Muro di Berlino era ancora lì a dividere le due Germanie. Erano gli anni in cui iniziava il disgelo verso l'Urss di Michail Gorbačëv voluto dal presidente statunitense Ronald Reagan.
L'occasione per tornare a parlare, a distanza di 25 anni, di quel documento reale è stata fornita dalle ultime tensioni tra Russia e Regno Unito, con quest'ultimo che ha ricevuto il sostegno da tutti i leader occidentali – tranne che dal governo italiano ancora guidato per gli ultimi affari correnti da Paolo Gentiloni. Tutto nasce dall'avvelenamento di Serghei Skripal, ex spia sovietica passa al soldo del Regno Unito negli anni in cui a guidare l'intelligence russa era Vladimir Putin, e della figlia a Salisbury, una cittadina nel Sud dell'Inghilterra. Nel 2006, nel caso della morte per polonio di Aleksandr Litvinenko, ex colonnello dell'Fsb, Londra ebbe qualche dubbio, sostenendo, come ha concluso un'inchiesta pubblica britannica, che c'era «probabilmente» lo zampino di Putin. Ora, invece, davanti al Novichok, la sostanza tossica di fabbricazione sovietica usata per il tentato omicidio di Skripal, Londra non ha avuto dubbi e ha puntato il dito contro Mosca. Via 23 diplomatici russi dal suolo britannici e giro di vite sugli interessi di cittadini e società russi nel Regno Unito. Il Cremlino ha risposto: altrettanti diplomatici britannici cacciati dalla Russia.
Le tensioni erano già emerse nei mesi scorsi, dopo che l'aeronautica di Sua Maestà aveva intercettato prima caccia russi, poi navi militari di Mosca in spazi aerei e marittimi britannici. Alla sfida, il Cremlino ha risposto accusando il governo di Theresa May di considerare la crisi diplomatica come una piccola battaglia per guadagnare consensi nel Paese ma anche per far passare in secondo piano le difficoltà sulla Brexit. A chi accusava Londra di avventatezza nell'indicare Mosca come mente e braccia dell'avvelenamento a Salisbury sostenendo che sarebbe stato un atto folle per Putin a pochi giorni dalle elezioni ha risposto lo stesso Cremlino. «Dobbiamo ringraziare il Regno Unito», ha commentato Andrej Kondrashov, portavoce della campagna elettorale di Putin, «perché ancora una volta non ha capito la mentalità della Russia: ogni volta che ci accusano di qualcosa in modo infondato, il popolo russo si unisce al centro della forza e il centro della forza oggi è senz'altro Putin».
Ma non serve molto a calmare i venti di una nuova Guerra fredda. Basta guardare lo scenario globale attuale e notare come la Russia non abbia più quella forza economica, militare e ideologica che collocavano l'Unione sovietica come unico rivale dell'Occidente. Se proprio si vuole trovare un Paese rivale e all'altezza di Stati Uniti ed Europa si deve guardare al Dragone cinese. Proprio per queste ragioni, la crisi diplomatica seguita all'avvelenamento di Skripal potrebbe aiutare il Regno Unito nei negoziati per la Brexit, facendo capire a chi preferirebbe punire il primo Paese a lasciare l'Ue, in particolare Germania e Francia, che, come ripete il governo di Londra, l'addio è all'Ue ma non l'Europa. Né tantomeno all'Occidente. E il fatto che sicurezza e cooperazione internazionale siano tra i punti d'incontro mai discussi e dati sempre per certi durante le trattative tra le due sponde della Manica non fa che spianare ancor di più la strada verso un Regno Unito libero dai vincoli di Bruxelles ma al fianco dell'Europa e, ancora una volta, degli Stati Uniti a difesa dei valori democratici e liberali dell'Occidente.
Gabriele Carrer
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A un anno dell'avvio, i negoziati per l'addio del Regno Unito dall'Unione europea sembra appesi a un'unica questione: quella irlandese. Ma se Berlino e Parigi continuano con la linea dura, a rimetterci potrebbero essere anche i nostri connazionali oltremanica. Intervista esclusiva con l'ambasciatore britannico a Roma, che rassicura: «Usciamo dall'Ue, non dall'Europa. Il rapporto tra i nostri Paesi è più forte delle tensioni con Bruxelles La sicurezza unisce: lo dimostrano gli investimenti di Leonardo». Lo speciale contiene quattro articoli. Jill Morris, ambasciatore britannico a RomaLaPresse Da quasi vent'anni al Foreign office britannico, Jill Morris è dal luglio 2016 ambasciatore di Sua Maestà in Italia. Ambasciatore, non ambasciatrice, e ci tiene a sottolinearlo. Nata a Chester, città fondata dai romani nel I secolo d.C., oggi vive a Roma, a Villa Wolkonsky, la residenza ufficiale immersa nel verde sulla collina dell'Esquilino. Ambasciatore Morris, alla fine la Brexit si farà? «I britannici si sono espressi democraticamente per l'uscita e il governo è determinato a rispettare la loro volontà». Sui media si legge spesso di secondo referendum. Sarebbe un nuovo elemento di incertezza. Si sente di escluderlo? «Assolutamente sì». Si legge anche, partendo dalla questione irlandese, di Regno meno Unito... «Tra i cinque test che l'accordo con l'Ue dovrà superare c'è l'indissolubilità del Regno. Il premier Theresa May pochi giorni fa ha sottolineato che l'unità del Regno Unito dovrà uscirne non solo garantita, ma rafforzata». Ma che cosa vuole il Regno Unito dalla Brexit? «Il governo vuole raggiungere un accordo ambizioso con l'Ue, in grado di realizzare una partnership speciale e profonda, a partire dalla più stretta collaborazione in materia di sicurezza e difesa fino alle relazioni economiche e commerciali. Per questo non pensiamo ad alcun modello già esistente, in quanto unica e speciale è la relazione che continuerà a legare il Regno Unito all'Ue». Sembra che l'Unione europea voglia punirvi, però. «Riconosciamo l'impatto anche emotivo della nostra decisione. E capiamo che molti abbiano temuto effetti emulativi, rischio sventato dalle urne in diversi Paesi. Il Regno Unito vuole un'uscita ordinata e coordinata con i partner: è per noi fondamentale il successo dell'Ue, che rimarrà il nostro primo partner economico, al quale ci uniscono numerose altre sfide che ci uniscono». L'impressione è che i negoziati siano particolarmente complessi. C'è il rischio di un «no deal»? «Il mancato accordo è una possibilità, che ritengo remota anche alla luce dell'accordo di lunedì sulla transizione. Il traguardo sui diritti dei cittadini raggiunto a dicembre e l'interesse per un buon accordo che protegga gli interessi economici e di sicurezza su entrambe le sponde della Manica sono elementi rassicuranti». Come si concilia la Brexit, cioè un'uscita, con la volontà di rafforzare le relazioni con i Paesi partner, tra cui l'Italia? «Uscire dall'Ue non equivale a chiuderci in noi stessi. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese votato all'apertura, al commercio, alla collaborazione internazionale. L'Italia è un nostro partner storico, con cui abbiamo relazioni speciali, dagli investimenti alla cultura, dalla ricerca alla difesa. È una storia che risale a tempi antichi e che continuerà anche quando il Regno Unito sarà fuori dall'Ue. La forza della nostra relazione bilaterale si sviluppa tra l'altro anche in altri consessi multilaterali diversi da quello europeo. Parlo di G7, G20, Nato e Nazioni Unite». L'Europa sarà ancora la casa del Regno Unito, quindi? «L'Europa è la nostra casa, dove viaggiamo, studiamo, in molti casi lavoriamo e viviamo. È rappresentata dai valori fondanti delle nostre società e della nostra cultura, fin dai tempi del Rinascimento. L'amore per arte, scienza, democrazia, l'apertura dei mercati e la sete di progresso e conoscenza risalgono a ben prima che il progetto dell'Ue fosse anche solo concepito. La scelta di Firenze per lo storico discorso di Theresa May lo scorso settembre era chiaramente un riferimento a questo». La minaccia russa conferma la necessità di un rapporto stretto? «Le sfide che abbiamo di fronte, e la minaccia russa è tra queste, ci impongono di continuare a collaborare con tutti i nostri partner. Siamo estremamente grati agli Stati Uniti, all'Ue e a tutti gli amici europei per la solidarietà manifestata in seguito ai gravissimi fatti di Salisbury. Si è trattato di un'azione che non ha precedenti in alcun Paese Nato sin dalla sua costituzione nel 1949. Non parliamo di un regolamento di conti tra spie, ma di un attacco dello Stato russo al Regno Unito attraverso l'uso indiscriminato di un'arma chimica illegale». Organizzate spesso roadshow nel Regno Unito per gli imprenditori italiani. Quali settori sono i più interessati? «L'Italia è tra i primi investitori europei nel Regno Unito. Tra i principali settori interessati dalle aziende italiane figurano quello dell'energia, con particolare riferimento alle rinnovabili, la difesa, l'ingegneria di precisione, riferita soprattutto all'industria automobilistica e aerospaziale, e le industrie creative. Altri settori tipicamente forti per il made in Italy nel Regno Unito sono moda, design, banche e servizi finanziari, ingegneria meccanica e farmaceutico». Il premier May non ha escluso che il Regno Unito possa rimanere in alcune agenzie europee. Pensiamo a difesa e medicina. Sono settori di collaborazione e scambi tra i nostri due Paesi? «Assolutamente sì. Entrambi sono settori cruciali per quanto riguarda, rispettivamente, la nostra collaborazione in materia di politiche di sicurezza e difesa, e di ricerca e innovazione per quanto riguarda il settore farmaceutico. Inoltre, il settore della difesa rappresenta, dopo quello dell'energia, il secondo mercato in cui è più significativa la presenza italiana oltremanica. Questo soprattutto grazie agli investimenti di Leonardo, che conta nel Regno Unito su una forza lavoro di circa 7.000 addetti in sei diversi stabilimenti. In questo senso, gli elicotteri, i sistemi militari di difesa, la data and information protection e i sistemi aerospaziali rappresentano il fiore all'occhiello della produzione di Leonardo nel Regno Unito. Il settore farmaceutico è invece ai primissimi posti per quanto riguarda gli scambi commerciali tra Italia e Regno Unito. Gli ultimi dati a disposizione per il 2017 situano lo scambio di medicinali e preparati farmaceutici in entrambe le direzioni al secondo posto assoluto, dietro solo a quello di autoveicoli. Il valore complessivo degli scambi nel settore farmaceutico ammonta infatti a oltre 2,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi derivanti dall'export italiano verso il Regno Unito e oltre 1,1 miliardi dal Regno Unito all'Italia». !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-brexit-e-appesa-alla-frontiera-irlandese" data-post-id="2550465013" data-published-at="1767894505" data-use-pagination="False"> La Brexit è appesa alla frontiera irlandese Siamo arrivati praticamente al giro di boa dei negoziati sulla Brexit. 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Ma non c'è ancora molta chiarezza né da parte britannica né da parte europea sul post Brexit. Come e da chi verranno regolamentati gli scambi commerciali tra le due sponde della Manica dopo l'uscita del Regno Unito dall'Ue? La mancanza di risposte a questo interrogativo ha convinto le imprese britanniche a far pressioni sul governo conservatore affinché negoziasse un periodo di transizione per permettere al business, ma anche ai cittadini, un passaggio più morbido da un regime all'altro. I due capi negoziatori, Michel Barnier per l'Ue e il ministro David Davis per il Regno Unito, lunedì hanno raggiunto un'intesa su questo periodo. Lo status quo (ossia la permanenza del Regno Unito nell'unione doganale e nel mercato europeo, anche a costo di accettare l'immigrazione) dovrebbe finire il 31 dicembre 2021: 20 mesi in più, ma poi sarà Brexit per davvero. Durante il periodo di transizione però il Regno Unito potrà stringere accordi con Paesi terzi ma questi trattati entreranno in vigore soltanto una volta perfezionata la Brexit.Davis è volato a Bruxelles a pochi giorni dal Consiglio europeo di fine settimana, durante il quale i 27 Stati rimanenti saranno chiamati anche a scrivere le loro linee guida sulla fase successiva dei negoziati, ossia quella delle future relazioni commerciali con il Regno Unito. È la cosiddetta fase due dei negoziati, che verrà affrontata anche durante la transizione. La prima si è conclusa a dicembre ma ha lasciato dietro di sé una questione ancora aperta che gli analisti di Bloomberg descrivono come «la più spinosa»: quella irlandese. Infatti, se Regno Unito e Unione europea su diritti dei cittadini europei e assegno «di divorzio» hanno raggiunto un'intesa, il Consiglio europeo di inizio dicembre ha rinviato alla fase due, quella attuale, la risoluzione del tema sui confini nell'isola irlandese, l'unica frontiera fisica tra Ue e Regno Unito. Con la Brexit, si creerebbe tra l'Irlanda del Nord - Paese del Regno Unito - e la Repubblica un confine, più o meno impermeabile dipenderà dai negoziati. Ma gli accordi di pace nell'Ulster - firmati nel 1998 dopo decenni di violenze tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani - prevedono l'assenza di un confine tra i due Paesi. Il governo di Londra ha già ribadito più volte la sua netta opposizione a due regimi differenti - uno, per l'Irlanda, senza barriere, l'altro, per il resto dell'Ue, con controlli alle frontiere - per tutelare l'unità e la sovranità nazionale. Tuttavia, il Regno Unito è co-garante degli accordi di pace, che permettono ogni giorno a 30.000 transfrontalieri di attraversare per motivi di lavoro il confine tra le due Irlande e alle piccole imprese locali di avere un accesso al mercato britannico.Serve «creatività», ha detto il premier May riferendosi ai futuri rapporti tra Regno Unito e Unione europea e rifiutando ogni modello preesistente (rifiutati quindi sia il canadese che il norvegese, di cui molto si era parlato a inizio trattative). Tuttavia, da Londra non è ancora arrivata una concreta proposta alternativa. Né sulla questione irlandese nè tantomeno sui futuri rapporto commerciali. Da una parte c'è il Regno Unito, che vuole difendere la sua decisione democratica per riprendere il controllo di frontiere e sovranità ma al tempo stesso fare valere e proteggere il suo export verso il continente basato per lo più sui servizi finanziari. Dall'altra c'è l'Unione europea che sembra voler punire il primo Paese a uscire dal suo giro. Ma, come ha detto lo scorso giugno il commissario Ue al bilancio, Günther Oettinger con la Brexit serviranno tagli al bilancio comunitario. Verranno a mancare risorse, infatti, visto che Londra è contributore netto: «Il gap nelle finanze Ue che nasce dall'uscita del Regno Unito e dai bisogni finanziari delle nuove priorità deve essere chiaramente riconosciuto».Ma finché Berlino e Parigi, fiancheggiate da Dublino, non riconosceranno il ruolo del Regno Unito come partner dell'Unione europea anche con la Brexit, i rapporti commerciali futuri tra le due sponde della Manica rimarranno un'incognita. Germania e Francia puntano infatti a far pesare gli stop britannici sulla questione britannica per rallentare i negoziati. Obiettivo: convincere Londra a lasciare le sue porte aperte. Ma su questo il Regno Unito non sembra disposto a cedere, visti anche i recenti dati sull'immigrazione che hanno visto a settembre 2017 - secondo aggiornamento dopo il referendum del 23 giugno 2016 - scendere per la prima volta sotto quota 100.00 gli ingressi dai Paesi Ue (con l'Est europeo in testa). Gabriele Carrer <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="se-lue-non-scende-a-patti-ci-rimettono-anche-gli-italiani" data-post-id="2550465013" data-published-at="1767894505" data-use-pagination="False"> Se l’Ue non scende a patti ci rimettono anche gli italiani Theresa May, primo ministro britannico [LaPresse] Da quando il referendum ha sancito il divorzio del Regno Unito dall'Unione europea il numero degli europei che hanno chiesto di ottenere la cittadinanza britannica è cresciuto in modo esponenziale. Lo hanno fatto italiani (2.338 nel 2017 contro 797 del 2016), polacchi e tedeschi, spaventati dalle conseguenze dell'allontanamento. I numeri sono aumentati ma restano minoritari, se si considera quanti sono gli europei che vivono oltremanica. Gli italiani registrati dall'Ufficio nazionale di statistica ammontano a 220.000. Sono impegnati in diversi settori, dalla finanza all'università, dall'arte alla consulenza legale, fino ai tantissimi giovani che lavorano in bar e ristoranti, mentre migliorano il loro inglese. Per ciascuno di loro l'uscita dall'Ue rappresenta un rebus, che si porta dietro tante preoccupazioni. Chi ha una posizione precaria, magari nella ristorazione, teme di non poter rimanere una volta che l'uscita sarà ufficiale; chi invece è impiegato a livello manageriale si chiede se il mercato subirà dei contraccolpi. Definire con certezza quali saranno le conseguenze pratiche di questo divorzio è ancora difficile, perché i negoziati sono ancora in corso e l'Ue a tradizione franco-tedesca non sembra voler fare sconti a Londra. La linea dura della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron rischia però di ripercuotersi anche sui cittadini europei che vivono oltremanica. «Il primo impatto riguarderà il costo dei prodotti che arrivano dai Paesi europei e dall'Italia in particolare. In fondo, un po' si è già fatto sentire», spiega Giovanni Sanfelice di Monteforte, presidente del Business club Italia, che riunisce professionisti e imprenditori e fa da ponte tra i due Paesi. Adesso le prelibatezze di casa nostra sono certo più care che in patria, ma risultano abbastanza accessibili: questa situazione però potrebbe non confermarsi se verranno imposti dazi doganali dopo l'uscita dal Regno Unito dal mercato unico. «I primi a risentirne potrebbero essere i ristoranti italiani», insiste, «visto che avranno un aumento di costi per le materie prime e affitti e altre spese rimarranno ingenti come prima». In generale, le prime paure si concentrano sul rincaro di importazioni ed esportazioni, con conseguenze pratiche anche per la dispensa degli italiani trapiantati oltremanica, costretti a rinunciare a materie prime che li fanno sentire a casa. Interrogativi anche sui giovani che vogliono andare a studiare nel Regno Unito. Al momento gli europei pagano le stesse tasse universitarie dei britannici, quindi in media 9.000 sterline l'anno per 3 anni, mentre chi arriva da più lontano deve corrispondere cifre decisamente superiori. Una volta stabilita la separazione, però, non è sicuro cosa accadrà per gli allievi. Nelle ultime comunicazioni il governo guidato da Theresa May ha confermato che verranno mantenuti questi privilegi almeno fino al 2021, ma da allora in poi non si è ancora definito un progetto. Peraltro, non è nemmeno chiaro se gli studenti europei potranno accedere a prestiti e borse di studio come gli inglesi, secondo il modello attuale, oppure verranno esclusi da queste forme di sostegno. «Anche a livello di docenti ci saranno delle conseguenze», evidenzia Eleanor Spaventa, docente di economia alla scuola di legge dell'Università di Durham. «Ora i professori europei sono tanti, ma se entrare nel Paese diventerà più complicato si rivolgeranno altrove. L'università, poi, subirà dei contraccolpi in termini di finanziamento, dal momento che i fondi di ricerca europei, che sono sempre stati ingenti, non saranno più a disposizione». «In questo senso anche il settore dei musei potrebbe avere dei problemi», incalza Giovanni Sanfelice di Monteforte. Molte istituzioni culturali, come per esempio il British museum, hanno promosso esibizioni di prestigio grazie a fondi europei e quando verranno a mancare non sarà semplice trovare fonti alternative». A livello di sviluppo industriale, invece, le preoccupazioni riguardano tre diversi aspetti. Da un lato le startup, cioè le società agli esordi che spesso scelgono Londra come trampolino di lancio per la sua vivacità economica e culturale e anche per il suo ruolo di crocevia internazionale. «Al momento non ci sono costi e tasse particolarmente elevate, quindi conviene farlo, ma qualora questa situazione cambiasse, per via dei nuovi accordi economici, è probabile che diventi più semplice scegliere altre destinazioni, ad esempio l'Irlanda, per tentare la fortuna», evidenzia la professoressa Spaventa. A di là delle tasse, ci sono timori relativi all'eventuale cambiamento delle regole di accounting, alla necessità di creare nuove forme di supervisione e controllo e alla difficoltà di spostare la forza lavoro, all'interno di un Paese che ha chiuso i suoi confini e dovrà definire trattati diversi da quelli in vigore nel resto d'Europa». Secondo lei, qualora vengano adottati nuovi regolamenti a livello fiscale, assicurativo e finanziario, anche le grandi aziende dovranno organizzarsi sostenendo costi pesanti e questo aumenterà la tentazione di spostarsi altrove. Un altro aspetto critico riguarda la forza lavoro. «Ora spostarsi è semplice per gli europei, ma se verranno introdotti visti, tetti nelle quote degli stranieri, la regola della chiamata ufficiale da parte di un datore di lavoro, la situazione cambierà», sottolinea. «I giovani sceglieranno altre destinazioni e il Regno Unito si troverà a corto di forza lavoro, dai camerieri fino ai tecnici di laboratorio». Inoltre per riorganizzarsi servirà tempo e banche e aziende non possono perderne troppo, se vogliono restare competitive. Anche il mercato dell'arte osserva con preoccupazione questa fase di trasformazione. «Da 250 anni Londra è il centro del commercio d'arte mondiale, quindi si è abituati a ragionare su una scala internazionale», conclude Carlo Milano, titolare della Callisto fine arts, nel cuore di Londra. «Esiste un tessuto di restauratori, trasportatori, mercanti che sarebbe difficile da ricreare altrove. Certo, però, l'imposizione di nuove regole allarma. Adesso uno può comperare un quadro in Francia e venderlo in Italia attraverso una società inglese senza difficoltà, ma poi cosa accadrà? Se verranno imposti limiti di movimento, dazi e rallentamenti, molti potrebbero pensare di mantenere la sede legale qui e stoccare in un altro paese europeo le opere, in modo da non avere difficoltà e aumenti di costi per trasporto e assicurazioni». Caterina Belloni <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-minaccia-di-putin-fa-riscoprire-l-unita-all-occidente" data-post-id="2550465013" data-published-at="1767894505" data-use-pagination="False"> La minaccia di Putin fa riscoprire l'unità all'Occidente Molti giornali, britannici ma anche europei in generale, hanno rispolverato il discorso alla nazione che la regina Elisabetta II ha pronto in caso di Terza guerra mondiale. Fu preparato nel 1983 e da allora non ha subito alcuna variazione. Si era in piena Guerra fredda, il Muro di Berlino era ancora lì a dividere le due Germanie. Erano gli anni in cui iniziava il disgelo verso l'Urss di Michail Gorbačëv voluto dal presidente statunitense Ronald Reagan.L'occasione per tornare a parlare, a distanza di 25 anni, di quel documento reale è stata fornita dalle ultime tensioni tra Russia e Regno Unito, con quest'ultimo che ha ricevuto il sostegno da tutti i leader occidentali – tranne che dal governo italiano ancora guidato per gli ultimi affari correnti da Paolo Gentiloni. Tutto nasce dall'avvelenamento di Serghei Skripal, ex spia sovietica passa al soldo del Regno Unito negli anni in cui a guidare l'intelligence russa era Vladimir Putin, e della figlia a Salisbury, una cittadina nel Sud dell'Inghilterra. Nel 2006, nel caso della morte per polonio di Aleksandr Litvinenko, ex colonnello dell'Fsb, Londra ebbe qualche dubbio, sostenendo, come ha concluso un'inchiesta pubblica britannica, che c'era «probabilmente» lo zampino di Putin. Ora, invece, davanti al Novichok, la sostanza tossica di fabbricazione sovietica usata per il tentato omicidio di Skripal, Londra non ha avuto dubbi e ha puntato il dito contro Mosca. Via 23 diplomatici russi dal suolo britannici e giro di vite sugli interessi di cittadini e società russi nel Regno Unito. Il Cremlino ha risposto: altrettanti diplomatici britannici cacciati dalla Russia.Le tensioni erano già emerse nei mesi scorsi, dopo che l'aeronautica di Sua Maestà aveva intercettato prima caccia russi, poi navi militari di Mosca in spazi aerei e marittimi britannici. Alla sfida, il Cremlino ha risposto accusando il governo di Theresa May di considerare la crisi diplomatica come una piccola battaglia per guadagnare consensi nel Paese ma anche per far passare in secondo piano le difficoltà sulla Brexit. A chi accusava Londra di avventatezza nell'indicare Mosca come mente e braccia dell'avvelenamento a Salisbury sostenendo che sarebbe stato un atto folle per Putin a pochi giorni dalle elezioni ha risposto lo stesso Cremlino. «Dobbiamo ringraziare il Regno Unito», ha commentato Andrej Kondrashov, portavoce della campagna elettorale di Putin, «perché ancora una volta non ha capito la mentalità della Russia: ogni volta che ci accusano di qualcosa in modo infondato, il popolo russo si unisce al centro della forza e il centro della forza oggi è senz'altro Putin».Ma non serve molto a calmare i venti di una nuova Guerra fredda. Basta guardare lo scenario globale attuale e notare come la Russia non abbia più quella forza economica, militare e ideologica che collocavano l'Unione sovietica come unico rivale dell'Occidente. Se proprio si vuole trovare un Paese rivale e all'altezza di Stati Uniti ed Europa si deve guardare al Dragone cinese. Proprio per queste ragioni, la crisi diplomatica seguita all'avvelenamento di Skripal potrebbe aiutare il Regno Unito nei negoziati per la Brexit, facendo capire a chi preferirebbe punire il primo Paese a lasciare l'Ue, in particolare Germania e Francia, che, come ripete il governo di Londra, l'addio è all'Ue ma non l'Europa. Né tantomeno all'Occidente. E il fatto che sicurezza e cooperazione internazionale siano tra i punti d'incontro mai discussi e dati sempre per certi durante le trattative tra le due sponde della Manica non fa che spianare ancor di più la strada verso un Regno Unito libero dai vincoli di Bruxelles ma al fianco dell'Europa e, ancora una volta, degli Stati Uniti a difesa dei valori democratici e liberali dell'Occidente. Gabriele Carrer
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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