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2018-03-21
«Grazie a difesa e farmaceutica resteremo amici e partner fidati anche dopo la Brexit»
Jill Morris, ambasciatore britannico a RomaLaPresse
Da quasi vent'anni al Foreign office britannico, Jill Morris è dal luglio 2016 ambasciatore di Sua Maestà in Italia. Ambasciatore, non ambasciatrice, e ci tiene a sottolinearlo. Nata a Chester, città fondata dai romani nel I secolo d.C., oggi vive a Roma, a Villa Wolkonsky, la residenza ufficiale immersa nel verde sulla collina dell'Esquilino.
Ambasciatore Morris, alla fine la Brexit si farà?
«I britannici si sono espressi democraticamente per l'uscita e il governo è determinato a rispettare la loro volontà».
Sui media si legge spesso di secondo referendum. Sarebbe un nuovo elemento di incertezza. Si sente di escluderlo?
«Assolutamente sì».
Si legge anche, partendo dalla questione irlandese, di Regno meno Unito...
«Tra i cinque test che l'accordo con l'Ue dovrà superare c'è l'indissolubilità del Regno. Il premier Theresa May pochi giorni fa ha sottolineato che l'unità del Regno Unito dovrà uscirne non solo garantita, ma rafforzata».
Ma che cosa vuole il Regno Unito dalla Brexit?
«Il governo vuole raggiungere un accordo ambizioso con l'Ue, in grado di realizzare una partnership speciale e profonda, a partire dalla più stretta collaborazione in materia di sicurezza e difesa fino alle relazioni economiche e commerciali. Per questo non pensiamo ad alcun modello già esistente, in quanto unica e speciale è la relazione che continuerà a legare il Regno Unito all'Ue».
Sembra che l'Unione europea voglia punirvi, però.
«Riconosciamo l'impatto anche emotivo della nostra decisione. E capiamo che molti abbiano temuto effetti emulativi, rischio sventato dalle urne in diversi Paesi. Il Regno Unito vuole un'uscita ordinata e coordinata con i partner: è per noi fondamentale il successo dell'Ue, che rimarrà il nostro primo partner economico, al quale ci uniscono numerose altre sfide che ci uniscono».
L'impressione è che i negoziati siano particolarmente complessi. C'è il rischio di un «no deal»?
«Il mancato accordo è una possibilità, che ritengo remota anche alla luce dell'accordo di lunedì sulla transizione. Il traguardo sui diritti dei cittadini raggiunto a dicembre e l'interesse per un buon accordo che protegga gli interessi economici e di sicurezza su entrambe le sponde della Manica sono elementi rassicuranti».
Come si concilia la Brexit, cioè un'uscita, con la volontà di rafforzare le relazioni con i Paesi partner, tra cui l'Italia?
«Uscire dall'Ue non equivale a chiuderci in noi stessi. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese votato all'apertura, al commercio, alla collaborazione internazionale. L'Italia è un nostro partner storico, con cui abbiamo relazioni speciali, dagli investimenti alla cultura, dalla ricerca alla difesa. È una storia che risale a tempi antichi e che continuerà anche quando il Regno Unito sarà fuori dall'Ue. La forza della nostra relazione bilaterale si sviluppa tra l'altro anche in altri consessi multilaterali diversi da quello europeo. Parlo di G7, G20, Nato e Nazioni Unite».
L'Europa sarà ancora la casa del Regno Unito, quindi?
«L'Europa è la nostra casa, dove viaggiamo, studiamo, in molti casi lavoriamo e viviamo. È rappresentata dai valori fondanti delle nostre società e della nostra cultura, fin dai tempi del Rinascimento. L'amore per arte, scienza, democrazia, l'apertura dei mercati e la sete di progresso e conoscenza risalgono a ben prima che il progetto dell'Ue fosse anche solo concepito. La scelta di Firenze per lo storico discorso di Theresa May lo scorso settembre era chiaramente un riferimento a questo».
La minaccia russa conferma la necessità di un rapporto stretto?
«Le sfide che abbiamo di fronte, e la minaccia russa è tra queste, ci impongono di continuare a collaborare con tutti i nostri partner. Siamo estremamente grati agli Stati Uniti, all'Ue e a tutti gli amici europei per la solidarietà manifestata in seguito ai gravissimi fatti di Salisbury. Si è trattato di un'azione che non ha precedenti in alcun Paese Nato sin dalla sua costituzione nel 1949. Non parliamo di un regolamento di conti tra spie, ma di un attacco dello Stato russo al Regno Unito attraverso l'uso indiscriminato di un'arma chimica illegale».
Organizzate spesso roadshow nel Regno Unito per gli imprenditori italiani. Quali settori sono i più interessati?
«L'Italia è tra i primi investitori europei nel Regno Unito. Tra i principali settori interessati dalle aziende italiane figurano quello dell'energia, con particolare riferimento alle rinnovabili, la difesa, l'ingegneria di precisione, riferita soprattutto all'industria automobilistica e aerospaziale, e le industrie creative. Altri settori tipicamente forti per il made in Italy nel Regno Unito sono moda, design, banche e servizi finanziari, ingegneria meccanica e farmaceutico».
Il premier May non ha escluso che il Regno Unito possa rimanere in alcune agenzie europee. Pensiamo a difesa e medicina. Sono settori di collaborazione e scambi tra i nostri due Paesi?
«Assolutamente sì. Entrambi sono settori cruciali per quanto riguarda, rispettivamente, la nostra collaborazione in materia di politiche di sicurezza e difesa, e di ricerca e innovazione per quanto riguarda il settore farmaceutico. Inoltre, il settore della difesa rappresenta, dopo quello dell'energia, il secondo mercato in cui è più significativa la presenza italiana oltremanica. Questo soprattutto grazie agli investimenti di Leonardo, che conta nel Regno Unito su una forza lavoro di circa 7.000 addetti in sei diversi stabilimenti. In questo senso, gli elicotteri, i sistemi militari di difesa, la
data and information protection e i sistemi aerospaziali rappresentano il fiore all'occhiello della produzione di Leonardo nel Regno Unito. Il settore farmaceutico è invece ai primissimi posti per quanto riguarda gli scambi commerciali tra Italia e Regno Unito. Gli ultimi dati a disposizione per il 2017 situano lo scambio di medicinali e preparati farmaceutici in entrambe le direzioni al secondo posto assoluto, dietro solo a quello di autoveicoli. Il valore complessivo degli scambi nel settore farmaceutico ammonta infatti a oltre 2,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi derivanti dall'export italiano verso il Regno Unito e oltre 1,1 miliardi dal Regno Unito all'Italia».
La Brexit è appesa alla frontiera irlandese
Siamo arrivati praticamente al giro di boa dei negoziati sulla Brexit. Era il 29 marzo dello scorso anno quando il premier britannico, Theresa May, consegnava all'Unione europea la lettera con cui notificava al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, l'attivazione da parte del suo Paese dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona. Quello che regola l'addio di uno Stato membro dalla compagnia di Bruxelles. Il comma terzo di quell'accordo che ha riformato e mandato in pensione la Comunità europea detta i tempi delle trattative. Due anni, o meno di un voto unanime degli Stati membri rimanenti per estendere il periodo. Ma c'è un altro modo di prolungare questa fase: un periodo di transizione, o di «implementazione» per usare una terminologia cara a Theresa May. Ed è proprio su questo che Londra e Bruxelles stanno discutendo da mesi ormai e su cui si attende una decisione definitiva da parte dei 27 Stati membri riuniti nel Consiglio europeo convocato per domani e venerdì.
La data della Brexit è fissata dunque al 29 marzo 2019, a rigor di trattati. Ma non c'è ancora molta chiarezza né da parte britannica né da parte europea sul post Brexit. Come e da chi verranno regolamentati gli scambi commerciali tra le due sponde della Manica dopo l'uscita del Regno Unito dall'Ue? La mancanza di risposte a questo interrogativo ha convinto le imprese britanniche a far pressioni sul governo conservatore affinché negoziasse un periodo di transizione per permettere al business, ma anche ai cittadini, un passaggio più morbido da un regime all'altro. I due capi negoziatori, Michel Barnier per l'Ue e il ministro David Davis per il Regno Unito, lunedì hanno raggiunto un'intesa su questo periodo. Lo status quo (ossia la permanenza del Regno Unito nell'unione doganale e nel mercato europeo, anche a costo di accettare l'immigrazione) dovrebbe finire il 31 dicembre 2021: 20 mesi in più, ma poi sarà Brexit per davvero. Durante il periodo di transizione però il Regno Unito potrà stringere accordi con Paesi terzi ma questi trattati entreranno in vigore soltanto una volta perfezionata la Brexit.
Davis è volato a Bruxelles a pochi giorni dal Consiglio europeo di fine settimana, durante il quale i 27 Stati rimanenti saranno chiamati anche a scrivere le loro linee guida sulla fase successiva dei negoziati, ossia quella delle future relazioni commerciali con il Regno Unito. È la cosiddetta fase due dei negoziati, che verrà affrontata anche durante la transizione. La prima si è conclusa a dicembre ma ha lasciato dietro di sé una questione ancora aperta che gli analisti di Bloomberg descrivono come «la più spinosa»: quella irlandese. Infatti, se Regno Unito e Unione europea su diritti dei cittadini europei e assegno «di divorzio» hanno raggiunto un'intesa, il Consiglio europeo di inizio dicembre ha rinviato alla fase due, quella attuale, la risoluzione del tema sui confini nell'isola irlandese, l'unica frontiera fisica tra Ue e Regno Unito. Con la Brexit, si creerebbe tra l'Irlanda del Nord - Paese del Regno Unito - e la Repubblica un confine, più o meno impermeabile dipenderà dai negoziati. Ma gli accordi di pace nell'Ulster - firmati nel 1998 dopo decenni di violenze tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani - prevedono l'assenza di un confine tra i due Paesi. Il governo di Londra ha già ribadito più volte la sua netta opposizione a due regimi differenti - uno, per l'Irlanda, senza barriere, l'altro, per il resto dell'Ue, con controlli alle frontiere - per tutelare l'unità e la sovranità nazionale. Tuttavia, il Regno Unito è co-garante degli accordi di pace, che permettono ogni giorno a 30.000 transfrontalieri di attraversare per motivi di lavoro il confine tra le due Irlande e alle piccole imprese locali di avere un accesso al mercato britannico.
Serve «creatività», ha detto il premier May riferendosi ai futuri rapporti tra Regno Unito e Unione europea e rifiutando ogni modello preesistente (rifiutati quindi sia il canadese che il norvegese, di cui molto si era parlato a inizio trattative). Tuttavia, da Londra non è ancora arrivata una concreta proposta alternativa. Né sulla questione irlandese nè tantomeno sui futuri rapporto commerciali. Da una parte c'è il Regno Unito, che vuole difendere la sua decisione democratica per riprendere il controllo di frontiere e sovranità ma al tempo stesso fare valere e proteggere il suo export verso il continente basato per lo più sui servizi finanziari. Dall'altra c'è l'Unione europea che sembra voler punire il primo Paese a uscire dal suo giro. Ma, come ha detto lo scorso giugno il commissario Ue al bilancio, Günther Oettinger con la Brexit serviranno tagli al bilancio comunitario. Verranno a mancare risorse, infatti, visto che Londra è contributore netto: «Il gap nelle finanze Ue che nasce dall'uscita del Regno Unito e dai bisogni finanziari delle nuove priorità deve essere chiaramente riconosciuto».
Ma finché Berlino e Parigi, fiancheggiate da Dublino, non riconosceranno il ruolo del Regno Unito come partner dell'Unione europea anche con la Brexit, i rapporti commerciali futuri tra le due sponde della Manica rimarranno un'incognita. Germania e Francia puntano infatti a far pesare gli stop britannici sulla questione britannica per rallentare i negoziati. Obiettivo: convincere Londra a lasciare le sue porte aperte. Ma su questo il Regno Unito non sembra disposto a cedere, visti anche i recenti dati sull'immigrazione che hanno visto a settembre 2017 - secondo aggiornamento dopo il referendum del 23 giugno 2016 - scendere per la prima volta sotto quota 100.00 gli ingressi dai Paesi Ue (con l'Est europeo in testa).
Gabriele Carrer
Se l’Ue non scende a patti ci rimettono anche gli italiani

Theresa May, primo ministro britannico
[LaPresse]
Da quando il referendum ha sancito il divorzio del Regno Unito dall'Unione europea il numero degli europei che hanno chiesto di ottenere la cittadinanza britannica è cresciuto in modo esponenziale. Lo hanno fatto italiani (2.338 nel 2017 contro 797 del 2016), polacchi e tedeschi, spaventati dalle conseguenze dell'allontanamento. I numeri sono aumentati ma restano minoritari, se si considera quanti sono gli europei che vivono oltremanica. Gli italiani registrati dall'Ufficio nazionale di statistica ammontano a 220.000. Sono impegnati in diversi settori, dalla finanza all'università, dall'arte alla consulenza legale, fino ai tantissimi giovani che lavorano in bar e ristoranti, mentre migliorano il loro inglese. Per ciascuno di loro l'uscita dall'Ue rappresenta un rebus, che si porta dietro tante preoccupazioni. Chi ha una posizione precaria, magari nella ristorazione, teme di non poter rimanere una volta che l'uscita sarà ufficiale; chi invece è impiegato a livello manageriale si chiede se il mercato subirà dei contraccolpi. Definire con certezza quali saranno le conseguenze pratiche di questo divorzio è ancora difficile, perché i negoziati sono ancora in corso e l'Ue a tradizione franco-tedesca non sembra voler fare sconti a Londra. La linea dura della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron rischia però di ripercuotersi anche sui cittadini europei che vivono oltremanica.
«Il primo impatto riguarderà il costo dei prodotti che arrivano dai Paesi europei e dall'Italia in particolare. In fondo, un po' si è già fatto sentire», spiega Giovanni Sanfelice di Monteforte, presidente del Business club Italia, che riunisce professionisti e imprenditori e fa da ponte tra i due Paesi. Adesso le prelibatezze di casa nostra sono certo più care che in patria, ma risultano abbastanza accessibili: questa situazione però potrebbe non confermarsi se verranno imposti dazi doganali dopo l'uscita dal Regno Unito dal mercato unico. «I primi a risentirne potrebbero essere i ristoranti italiani», insiste, «visto che avranno un aumento di costi per le materie prime e affitti e altre spese rimarranno ingenti come prima». In generale, le prime paure si concentrano sul rincaro di importazioni ed esportazioni, con conseguenze pratiche anche per la dispensa degli italiani trapiantati oltremanica, costretti a rinunciare a materie prime che li fanno sentire a casa.
Interrogativi anche sui giovani che vogliono andare a studiare nel Regno Unito. Al momento gli europei pagano le stesse tasse universitarie dei britannici, quindi in media 9.000 sterline l'anno per 3 anni, mentre chi arriva da più lontano deve corrispondere cifre decisamente superiori. Una volta stabilita la separazione, però, non è sicuro cosa accadrà per gli allievi. Nelle ultime comunicazioni il governo guidato da Theresa May ha confermato che verranno mantenuti questi privilegi almeno fino al 2021, ma da allora in poi non si è ancora definito un progetto. Peraltro, non è nemmeno chiaro se gli studenti europei potranno accedere a prestiti e borse di studio come gli inglesi, secondo il modello attuale, oppure verranno esclusi da queste forme di sostegno. «Anche a livello di docenti ci saranno delle conseguenze», evidenzia Eleanor Spaventa, docente di economia alla scuola di legge dell'Università di Durham. «Ora i professori europei sono tanti, ma se entrare nel Paese diventerà più complicato si rivolgeranno altrove. L'università, poi, subirà dei contraccolpi in termini di finanziamento, dal momento che i fondi di ricerca europei, che sono sempre stati ingenti, non saranno più a disposizione». «In questo senso anche il settore dei musei potrebbe avere dei problemi», incalza Giovanni Sanfelice di Monteforte. Molte istituzioni culturali, come per esempio il British museum, hanno promosso esibizioni di prestigio grazie a fondi europei e quando verranno a mancare non sarà semplice trovare fonti alternative».
A livello di sviluppo industriale, invece, le preoccupazioni riguardano tre diversi aspetti. Da un lato le startup, cioè le società agli esordi che spesso scelgono Londra come trampolino di lancio per la sua vivacità economica e culturale e anche per il suo ruolo di crocevia internazionale. «Al momento non ci sono costi e tasse particolarmente elevate, quindi conviene farlo, ma qualora questa situazione cambiasse, per via dei nuovi accordi economici, è probabile che diventi più semplice scegliere altre destinazioni, ad esempio l'Irlanda, per tentare la fortuna», evidenzia la professoressa Spaventa. A di là delle tasse, ci sono timori relativi all'eventuale cambiamento delle regole di accounting, alla necessità di creare nuove forme di supervisione e controllo e alla difficoltà di spostare la forza lavoro, all'interno di un Paese che ha chiuso i suoi confini e dovrà definire trattati diversi da quelli in vigore nel resto d'Europa». Secondo lei, qualora vengano adottati nuovi regolamenti a livello fiscale, assicurativo e finanziario, anche le grandi aziende dovranno organizzarsi sostenendo costi pesanti e questo aumenterà la tentazione di spostarsi altrove. Un altro aspetto critico riguarda la forza lavoro. «Ora spostarsi è semplice per gli europei, ma se verranno introdotti visti, tetti nelle quote degli stranieri, la regola della chiamata ufficiale da parte di un datore di lavoro, la situazione cambierà», sottolinea. «I giovani sceglieranno altre destinazioni e il Regno Unito si troverà a corto di forza lavoro, dai camerieri fino ai tecnici di laboratorio». Inoltre per riorganizzarsi servirà tempo e banche e aziende non possono perderne troppo, se vogliono restare competitive.
Anche il mercato dell'arte osserva con preoccupazione questa fase di trasformazione. «Da 250 anni Londra è il centro del commercio d'arte mondiale, quindi si è abituati a ragionare su una scala internazionale», conclude Carlo Milano, titolare della Callisto fine arts, nel cuore di Londra. «Esiste un tessuto di restauratori, trasportatori, mercanti che sarebbe difficile da ricreare altrove. Certo, però, l'imposizione di nuove regole allarma. Adesso uno può comperare un quadro in Francia e venderlo in Italia attraverso una società inglese senza difficoltà, ma poi cosa accadrà? Se verranno imposti limiti di movimento, dazi e rallentamenti, molti potrebbero pensare di mantenere la sede legale qui e stoccare in un altro paese europeo le opere, in modo da non avere difficoltà e aumenti di costi per trasporto e assicurazioni».
Caterina Belloni
La minaccia di Putin fa riscoprire l'unità all'Occidente
Molti giornali, britannici ma anche europei in generale, hanno rispolverato il discorso alla nazione che la regina Elisabetta II ha pronto in caso di Terza guerra mondiale. Fu preparato nel 1983 e da allora non ha subito alcuna variazione. Si era in piena Guerra fredda, il Muro di Berlino era ancora lì a dividere le due Germanie. Erano gli anni in cui iniziava il disgelo verso l'Urss di Michail Gorbačëv voluto dal presidente statunitense Ronald Reagan.
L'occasione per tornare a parlare, a distanza di 25 anni, di quel documento reale è stata fornita dalle ultime tensioni tra Russia e Regno Unito, con quest'ultimo che ha ricevuto il sostegno da tutti i leader occidentali – tranne che dal governo italiano ancora guidato per gli ultimi affari correnti da Paolo Gentiloni. Tutto nasce dall'avvelenamento di Serghei Skripal, ex spia sovietica passa al soldo del Regno Unito negli anni in cui a guidare l'intelligence russa era Vladimir Putin, e della figlia a Salisbury, una cittadina nel Sud dell'Inghilterra. Nel 2006, nel caso della morte per polonio di Aleksandr Litvinenko, ex colonnello dell'Fsb, Londra ebbe qualche dubbio, sostenendo, come ha concluso un'inchiesta pubblica britannica, che c'era «probabilmente» lo zampino di Putin. Ora, invece, davanti al Novichok, la sostanza tossica di fabbricazione sovietica usata per il tentato omicidio di Skripal, Londra non ha avuto dubbi e ha puntato il dito contro Mosca. Via 23 diplomatici russi dal suolo britannici e giro di vite sugli interessi di cittadini e società russi nel Regno Unito. Il Cremlino ha risposto: altrettanti diplomatici britannici cacciati dalla Russia.
Le tensioni erano già emerse nei mesi scorsi, dopo che l'aeronautica di Sua Maestà aveva intercettato prima caccia russi, poi navi militari di Mosca in spazi aerei e marittimi britannici. Alla sfida, il Cremlino ha risposto accusando il governo di Theresa May di considerare la crisi diplomatica come una piccola battaglia per guadagnare consensi nel Paese ma anche per far passare in secondo piano le difficoltà sulla Brexit. A chi accusava Londra di avventatezza nell'indicare Mosca come mente e braccia dell'avvelenamento a Salisbury sostenendo che sarebbe stato un atto folle per Putin a pochi giorni dalle elezioni ha risposto lo stesso Cremlino. «Dobbiamo ringraziare il Regno Unito», ha commentato Andrej Kondrashov, portavoce della campagna elettorale di Putin, «perché ancora una volta non ha capito la mentalità della Russia: ogni volta che ci accusano di qualcosa in modo infondato, il popolo russo si unisce al centro della forza e il centro della forza oggi è senz'altro Putin».
Ma non serve molto a calmare i venti di una nuova Guerra fredda. Basta guardare lo scenario globale attuale e notare come la Russia non abbia più quella forza economica, militare e ideologica che collocavano l'Unione sovietica come unico rivale dell'Occidente. Se proprio si vuole trovare un Paese rivale e all'altezza di Stati Uniti ed Europa si deve guardare al Dragone cinese. Proprio per queste ragioni, la crisi diplomatica seguita all'avvelenamento di Skripal potrebbe aiutare il Regno Unito nei negoziati per la Brexit, facendo capire a chi preferirebbe punire il primo Paese a lasciare l'Ue, in particolare Germania e Francia, che, come ripete il governo di Londra, l'addio è all'Ue ma non l'Europa. Né tantomeno all'Occidente. E il fatto che sicurezza e cooperazione internazionale siano tra i punti d'incontro mai discussi e dati sempre per certi durante le trattative tra le due sponde della Manica non fa che spianare ancor di più la strada verso un Regno Unito libero dai vincoli di Bruxelles ma al fianco dell'Europa e, ancora una volta, degli Stati Uniti a difesa dei valori democratici e liberali dell'Occidente.
Gabriele Carrer
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A un anno dell'avvio, i negoziati per l'addio del Regno Unito dall'Unione europea sembra appesi a un'unica questione: quella irlandese. Ma se Berlino e Parigi continuano con la linea dura, a rimetterci potrebbero essere anche i nostri connazionali oltremanica. Intervista esclusiva con l'ambasciatore britannico a Roma, che rassicura: «Usciamo dall'Ue, non dall'Europa. Il rapporto tra i nostri Paesi è più forte delle tensioni con Bruxelles La sicurezza unisce: lo dimostrano gli investimenti di Leonardo». Lo speciale contiene quattro articoli. Jill Morris, ambasciatore britannico a RomaLaPresse Da quasi vent'anni al Foreign office britannico, Jill Morris è dal luglio 2016 ambasciatore di Sua Maestà in Italia. Ambasciatore, non ambasciatrice, e ci tiene a sottolinearlo. Nata a Chester, città fondata dai romani nel I secolo d.C., oggi vive a Roma, a Villa Wolkonsky, la residenza ufficiale immersa nel verde sulla collina dell'Esquilino. Ambasciatore Morris, alla fine la Brexit si farà? «I britannici si sono espressi democraticamente per l'uscita e il governo è determinato a rispettare la loro volontà». Sui media si legge spesso di secondo referendum. Sarebbe un nuovo elemento di incertezza. Si sente di escluderlo? «Assolutamente sì». Si legge anche, partendo dalla questione irlandese, di Regno meno Unito... «Tra i cinque test che l'accordo con l'Ue dovrà superare c'è l'indissolubilità del Regno. Il premier Theresa May pochi giorni fa ha sottolineato che l'unità del Regno Unito dovrà uscirne non solo garantita, ma rafforzata». Ma che cosa vuole il Regno Unito dalla Brexit? «Il governo vuole raggiungere un accordo ambizioso con l'Ue, in grado di realizzare una partnership speciale e profonda, a partire dalla più stretta collaborazione in materia di sicurezza e difesa fino alle relazioni economiche e commerciali. Per questo non pensiamo ad alcun modello già esistente, in quanto unica e speciale è la relazione che continuerà a legare il Regno Unito all'Ue». Sembra che l'Unione europea voglia punirvi, però. «Riconosciamo l'impatto anche emotivo della nostra decisione. E capiamo che molti abbiano temuto effetti emulativi, rischio sventato dalle urne in diversi Paesi. Il Regno Unito vuole un'uscita ordinata e coordinata con i partner: è per noi fondamentale il successo dell'Ue, che rimarrà il nostro primo partner economico, al quale ci uniscono numerose altre sfide che ci uniscono». L'impressione è che i negoziati siano particolarmente complessi. C'è il rischio di un «no deal»? «Il mancato accordo è una possibilità, che ritengo remota anche alla luce dell'accordo di lunedì sulla transizione. Il traguardo sui diritti dei cittadini raggiunto a dicembre e l'interesse per un buon accordo che protegga gli interessi economici e di sicurezza su entrambe le sponde della Manica sono elementi rassicuranti». Come si concilia la Brexit, cioè un'uscita, con la volontà di rafforzare le relazioni con i Paesi partner, tra cui l'Italia? «Uscire dall'Ue non equivale a chiuderci in noi stessi. Il Regno Unito continuerà a essere un Paese votato all'apertura, al commercio, alla collaborazione internazionale. L'Italia è un nostro partner storico, con cui abbiamo relazioni speciali, dagli investimenti alla cultura, dalla ricerca alla difesa. È una storia che risale a tempi antichi e che continuerà anche quando il Regno Unito sarà fuori dall'Ue. La forza della nostra relazione bilaterale si sviluppa tra l'altro anche in altri consessi multilaterali diversi da quello europeo. Parlo di G7, G20, Nato e Nazioni Unite». L'Europa sarà ancora la casa del Regno Unito, quindi? «L'Europa è la nostra casa, dove viaggiamo, studiamo, in molti casi lavoriamo e viviamo. È rappresentata dai valori fondanti delle nostre società e della nostra cultura, fin dai tempi del Rinascimento. L'amore per arte, scienza, democrazia, l'apertura dei mercati e la sete di progresso e conoscenza risalgono a ben prima che il progetto dell'Ue fosse anche solo concepito. La scelta di Firenze per lo storico discorso di Theresa May lo scorso settembre era chiaramente un riferimento a questo». La minaccia russa conferma la necessità di un rapporto stretto? «Le sfide che abbiamo di fronte, e la minaccia russa è tra queste, ci impongono di continuare a collaborare con tutti i nostri partner. Siamo estremamente grati agli Stati Uniti, all'Ue e a tutti gli amici europei per la solidarietà manifestata in seguito ai gravissimi fatti di Salisbury. Si è trattato di un'azione che non ha precedenti in alcun Paese Nato sin dalla sua costituzione nel 1949. Non parliamo di un regolamento di conti tra spie, ma di un attacco dello Stato russo al Regno Unito attraverso l'uso indiscriminato di un'arma chimica illegale». Organizzate spesso roadshow nel Regno Unito per gli imprenditori italiani. Quali settori sono i più interessati? «L'Italia è tra i primi investitori europei nel Regno Unito. Tra i principali settori interessati dalle aziende italiane figurano quello dell'energia, con particolare riferimento alle rinnovabili, la difesa, l'ingegneria di precisione, riferita soprattutto all'industria automobilistica e aerospaziale, e le industrie creative. Altri settori tipicamente forti per il made in Italy nel Regno Unito sono moda, design, banche e servizi finanziari, ingegneria meccanica e farmaceutico». Il premier May non ha escluso che il Regno Unito possa rimanere in alcune agenzie europee. Pensiamo a difesa e medicina. Sono settori di collaborazione e scambi tra i nostri due Paesi? «Assolutamente sì. Entrambi sono settori cruciali per quanto riguarda, rispettivamente, la nostra collaborazione in materia di politiche di sicurezza e difesa, e di ricerca e innovazione per quanto riguarda il settore farmaceutico. Inoltre, il settore della difesa rappresenta, dopo quello dell'energia, il secondo mercato in cui è più significativa la presenza italiana oltremanica. Questo soprattutto grazie agli investimenti di Leonardo, che conta nel Regno Unito su una forza lavoro di circa 7.000 addetti in sei diversi stabilimenti. In questo senso, gli elicotteri, i sistemi militari di difesa, la data and information protection e i sistemi aerospaziali rappresentano il fiore all'occhiello della produzione di Leonardo nel Regno Unito. Il settore farmaceutico è invece ai primissimi posti per quanto riguarda gli scambi commerciali tra Italia e Regno Unito. Gli ultimi dati a disposizione per il 2017 situano lo scambio di medicinali e preparati farmaceutici in entrambe le direzioni al secondo posto assoluto, dietro solo a quello di autoveicoli. Il valore complessivo degli scambi nel settore farmaceutico ammonta infatti a oltre 2,3 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi derivanti dall'export italiano verso il Regno Unito e oltre 1,1 miliardi dal Regno Unito all'Italia». !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-brexit-e-appesa-alla-frontiera-irlandese" data-post-id="2550465013" data-published-at="1780563968" data-use-pagination="False"> La Brexit è appesa alla frontiera irlandese Siamo arrivati praticamente al giro di boa dei negoziati sulla Brexit. 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Ma non c'è ancora molta chiarezza né da parte britannica né da parte europea sul post Brexit. Come e da chi verranno regolamentati gli scambi commerciali tra le due sponde della Manica dopo l'uscita del Regno Unito dall'Ue? La mancanza di risposte a questo interrogativo ha convinto le imprese britanniche a far pressioni sul governo conservatore affinché negoziasse un periodo di transizione per permettere al business, ma anche ai cittadini, un passaggio più morbido da un regime all'altro. I due capi negoziatori, Michel Barnier per l'Ue e il ministro David Davis per il Regno Unito, lunedì hanno raggiunto un'intesa su questo periodo. Lo status quo (ossia la permanenza del Regno Unito nell'unione doganale e nel mercato europeo, anche a costo di accettare l'immigrazione) dovrebbe finire il 31 dicembre 2021: 20 mesi in più, ma poi sarà Brexit per davvero. Durante il periodo di transizione però il Regno Unito potrà stringere accordi con Paesi terzi ma questi trattati entreranno in vigore soltanto una volta perfezionata la Brexit.Davis è volato a Bruxelles a pochi giorni dal Consiglio europeo di fine settimana, durante il quale i 27 Stati rimanenti saranno chiamati anche a scrivere le loro linee guida sulla fase successiva dei negoziati, ossia quella delle future relazioni commerciali con il Regno Unito. È la cosiddetta fase due dei negoziati, che verrà affrontata anche durante la transizione. La prima si è conclusa a dicembre ma ha lasciato dietro di sé una questione ancora aperta che gli analisti di Bloomberg descrivono come «la più spinosa»: quella irlandese. Infatti, se Regno Unito e Unione europea su diritti dei cittadini europei e assegno «di divorzio» hanno raggiunto un'intesa, il Consiglio europeo di inizio dicembre ha rinviato alla fase due, quella attuale, la risoluzione del tema sui confini nell'isola irlandese, l'unica frontiera fisica tra Ue e Regno Unito. Con la Brexit, si creerebbe tra l'Irlanda del Nord - Paese del Regno Unito - e la Repubblica un confine, più o meno impermeabile dipenderà dai negoziati. Ma gli accordi di pace nell'Ulster - firmati nel 1998 dopo decenni di violenze tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani - prevedono l'assenza di un confine tra i due Paesi. Il governo di Londra ha già ribadito più volte la sua netta opposizione a due regimi differenti - uno, per l'Irlanda, senza barriere, l'altro, per il resto dell'Ue, con controlli alle frontiere - per tutelare l'unità e la sovranità nazionale. Tuttavia, il Regno Unito è co-garante degli accordi di pace, che permettono ogni giorno a 30.000 transfrontalieri di attraversare per motivi di lavoro il confine tra le due Irlande e alle piccole imprese locali di avere un accesso al mercato britannico.Serve «creatività», ha detto il premier May riferendosi ai futuri rapporti tra Regno Unito e Unione europea e rifiutando ogni modello preesistente (rifiutati quindi sia il canadese che il norvegese, di cui molto si era parlato a inizio trattative). Tuttavia, da Londra non è ancora arrivata una concreta proposta alternativa. Né sulla questione irlandese nè tantomeno sui futuri rapporto commerciali. Da una parte c'è il Regno Unito, che vuole difendere la sua decisione democratica per riprendere il controllo di frontiere e sovranità ma al tempo stesso fare valere e proteggere il suo export verso il continente basato per lo più sui servizi finanziari. Dall'altra c'è l'Unione europea che sembra voler punire il primo Paese a uscire dal suo giro. Ma, come ha detto lo scorso giugno il commissario Ue al bilancio, Günther Oettinger con la Brexit serviranno tagli al bilancio comunitario. Verranno a mancare risorse, infatti, visto che Londra è contributore netto: «Il gap nelle finanze Ue che nasce dall'uscita del Regno Unito e dai bisogni finanziari delle nuove priorità deve essere chiaramente riconosciuto».Ma finché Berlino e Parigi, fiancheggiate da Dublino, non riconosceranno il ruolo del Regno Unito come partner dell'Unione europea anche con la Brexit, i rapporti commerciali futuri tra le due sponde della Manica rimarranno un'incognita. Germania e Francia puntano infatti a far pesare gli stop britannici sulla questione britannica per rallentare i negoziati. Obiettivo: convincere Londra a lasciare le sue porte aperte. Ma su questo il Regno Unito non sembra disposto a cedere, visti anche i recenti dati sull'immigrazione che hanno visto a settembre 2017 - secondo aggiornamento dopo il referendum del 23 giugno 2016 - scendere per la prima volta sotto quota 100.00 gli ingressi dai Paesi Ue (con l'Est europeo in testa). Gabriele Carrer <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="se-lue-non-scende-a-patti-ci-rimettono-anche-gli-italiani" data-post-id="2550465013" data-published-at="1780563968" data-use-pagination="False"> Se l’Ue non scende a patti ci rimettono anche gli italiani Theresa May, primo ministro britannico [LaPresse] Da quando il referendum ha sancito il divorzio del Regno Unito dall'Unione europea il numero degli europei che hanno chiesto di ottenere la cittadinanza britannica è cresciuto in modo esponenziale. Lo hanno fatto italiani (2.338 nel 2017 contro 797 del 2016), polacchi e tedeschi, spaventati dalle conseguenze dell'allontanamento. I numeri sono aumentati ma restano minoritari, se si considera quanti sono gli europei che vivono oltremanica. Gli italiani registrati dall'Ufficio nazionale di statistica ammontano a 220.000. Sono impegnati in diversi settori, dalla finanza all'università, dall'arte alla consulenza legale, fino ai tantissimi giovani che lavorano in bar e ristoranti, mentre migliorano il loro inglese. Per ciascuno di loro l'uscita dall'Ue rappresenta un rebus, che si porta dietro tante preoccupazioni. Chi ha una posizione precaria, magari nella ristorazione, teme di non poter rimanere una volta che l'uscita sarà ufficiale; chi invece è impiegato a livello manageriale si chiede se il mercato subirà dei contraccolpi. Definire con certezza quali saranno le conseguenze pratiche di questo divorzio è ancora difficile, perché i negoziati sono ancora in corso e l'Ue a tradizione franco-tedesca non sembra voler fare sconti a Londra. La linea dura della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron rischia però di ripercuotersi anche sui cittadini europei che vivono oltremanica. «Il primo impatto riguarderà il costo dei prodotti che arrivano dai Paesi europei e dall'Italia in particolare. In fondo, un po' si è già fatto sentire», spiega Giovanni Sanfelice di Monteforte, presidente del Business club Italia, che riunisce professionisti e imprenditori e fa da ponte tra i due Paesi. Adesso le prelibatezze di casa nostra sono certo più care che in patria, ma risultano abbastanza accessibili: questa situazione però potrebbe non confermarsi se verranno imposti dazi doganali dopo l'uscita dal Regno Unito dal mercato unico. «I primi a risentirne potrebbero essere i ristoranti italiani», insiste, «visto che avranno un aumento di costi per le materie prime e affitti e altre spese rimarranno ingenti come prima». In generale, le prime paure si concentrano sul rincaro di importazioni ed esportazioni, con conseguenze pratiche anche per la dispensa degli italiani trapiantati oltremanica, costretti a rinunciare a materie prime che li fanno sentire a casa. Interrogativi anche sui giovani che vogliono andare a studiare nel Regno Unito. Al momento gli europei pagano le stesse tasse universitarie dei britannici, quindi in media 9.000 sterline l'anno per 3 anni, mentre chi arriva da più lontano deve corrispondere cifre decisamente superiori. Una volta stabilita la separazione, però, non è sicuro cosa accadrà per gli allievi. Nelle ultime comunicazioni il governo guidato da Theresa May ha confermato che verranno mantenuti questi privilegi almeno fino al 2021, ma da allora in poi non si è ancora definito un progetto. Peraltro, non è nemmeno chiaro se gli studenti europei potranno accedere a prestiti e borse di studio come gli inglesi, secondo il modello attuale, oppure verranno esclusi da queste forme di sostegno. «Anche a livello di docenti ci saranno delle conseguenze», evidenzia Eleanor Spaventa, docente di economia alla scuola di legge dell'Università di Durham. «Ora i professori europei sono tanti, ma se entrare nel Paese diventerà più complicato si rivolgeranno altrove. L'università, poi, subirà dei contraccolpi in termini di finanziamento, dal momento che i fondi di ricerca europei, che sono sempre stati ingenti, non saranno più a disposizione». «In questo senso anche il settore dei musei potrebbe avere dei problemi», incalza Giovanni Sanfelice di Monteforte. Molte istituzioni culturali, come per esempio il British museum, hanno promosso esibizioni di prestigio grazie a fondi europei e quando verranno a mancare non sarà semplice trovare fonti alternative». A livello di sviluppo industriale, invece, le preoccupazioni riguardano tre diversi aspetti. Da un lato le startup, cioè le società agli esordi che spesso scelgono Londra come trampolino di lancio per la sua vivacità economica e culturale e anche per il suo ruolo di crocevia internazionale. «Al momento non ci sono costi e tasse particolarmente elevate, quindi conviene farlo, ma qualora questa situazione cambiasse, per via dei nuovi accordi economici, è probabile che diventi più semplice scegliere altre destinazioni, ad esempio l'Irlanda, per tentare la fortuna», evidenzia la professoressa Spaventa. A di là delle tasse, ci sono timori relativi all'eventuale cambiamento delle regole di accounting, alla necessità di creare nuove forme di supervisione e controllo e alla difficoltà di spostare la forza lavoro, all'interno di un Paese che ha chiuso i suoi confini e dovrà definire trattati diversi da quelli in vigore nel resto d'Europa». Secondo lei, qualora vengano adottati nuovi regolamenti a livello fiscale, assicurativo e finanziario, anche le grandi aziende dovranno organizzarsi sostenendo costi pesanti e questo aumenterà la tentazione di spostarsi altrove. Un altro aspetto critico riguarda la forza lavoro. «Ora spostarsi è semplice per gli europei, ma se verranno introdotti visti, tetti nelle quote degli stranieri, la regola della chiamata ufficiale da parte di un datore di lavoro, la situazione cambierà», sottolinea. «I giovani sceglieranno altre destinazioni e il Regno Unito si troverà a corto di forza lavoro, dai camerieri fino ai tecnici di laboratorio». Inoltre per riorganizzarsi servirà tempo e banche e aziende non possono perderne troppo, se vogliono restare competitive. Anche il mercato dell'arte osserva con preoccupazione questa fase di trasformazione. «Da 250 anni Londra è il centro del commercio d'arte mondiale, quindi si è abituati a ragionare su una scala internazionale», conclude Carlo Milano, titolare della Callisto fine arts, nel cuore di Londra. «Esiste un tessuto di restauratori, trasportatori, mercanti che sarebbe difficile da ricreare altrove. Certo, però, l'imposizione di nuove regole allarma. Adesso uno può comperare un quadro in Francia e venderlo in Italia attraverso una società inglese senza difficoltà, ma poi cosa accadrà? Se verranno imposti limiti di movimento, dazi e rallentamenti, molti potrebbero pensare di mantenere la sede legale qui e stoccare in un altro paese europeo le opere, in modo da non avere difficoltà e aumenti di costi per trasporto e assicurazioni». Caterina Belloni <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/brexit-jill-morris-intervista-2550465013.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-minaccia-di-putin-fa-riscoprire-l-unita-all-occidente" data-post-id="2550465013" data-published-at="1780563968" data-use-pagination="False"> La minaccia di Putin fa riscoprire l'unità all'Occidente Molti giornali, britannici ma anche europei in generale, hanno rispolverato il discorso alla nazione che la regina Elisabetta II ha pronto in caso di Terza guerra mondiale. Fu preparato nel 1983 e da allora non ha subito alcuna variazione. Si era in piena Guerra fredda, il Muro di Berlino era ancora lì a dividere le due Germanie. Erano gli anni in cui iniziava il disgelo verso l'Urss di Michail Gorbačëv voluto dal presidente statunitense Ronald Reagan.L'occasione per tornare a parlare, a distanza di 25 anni, di quel documento reale è stata fornita dalle ultime tensioni tra Russia e Regno Unito, con quest'ultimo che ha ricevuto il sostegno da tutti i leader occidentali – tranne che dal governo italiano ancora guidato per gli ultimi affari correnti da Paolo Gentiloni. Tutto nasce dall'avvelenamento di Serghei Skripal, ex spia sovietica passa al soldo del Regno Unito negli anni in cui a guidare l'intelligence russa era Vladimir Putin, e della figlia a Salisbury, una cittadina nel Sud dell'Inghilterra. Nel 2006, nel caso della morte per polonio di Aleksandr Litvinenko, ex colonnello dell'Fsb, Londra ebbe qualche dubbio, sostenendo, come ha concluso un'inchiesta pubblica britannica, che c'era «probabilmente» lo zampino di Putin. Ora, invece, davanti al Novichok, la sostanza tossica di fabbricazione sovietica usata per il tentato omicidio di Skripal, Londra non ha avuto dubbi e ha puntato il dito contro Mosca. Via 23 diplomatici russi dal suolo britannici e giro di vite sugli interessi di cittadini e società russi nel Regno Unito. Il Cremlino ha risposto: altrettanti diplomatici britannici cacciati dalla Russia.Le tensioni erano già emerse nei mesi scorsi, dopo che l'aeronautica di Sua Maestà aveva intercettato prima caccia russi, poi navi militari di Mosca in spazi aerei e marittimi britannici. Alla sfida, il Cremlino ha risposto accusando il governo di Theresa May di considerare la crisi diplomatica come una piccola battaglia per guadagnare consensi nel Paese ma anche per far passare in secondo piano le difficoltà sulla Brexit. A chi accusava Londra di avventatezza nell'indicare Mosca come mente e braccia dell'avvelenamento a Salisbury sostenendo che sarebbe stato un atto folle per Putin a pochi giorni dalle elezioni ha risposto lo stesso Cremlino. «Dobbiamo ringraziare il Regno Unito», ha commentato Andrej Kondrashov, portavoce della campagna elettorale di Putin, «perché ancora una volta non ha capito la mentalità della Russia: ogni volta che ci accusano di qualcosa in modo infondato, il popolo russo si unisce al centro della forza e il centro della forza oggi è senz'altro Putin».Ma non serve molto a calmare i venti di una nuova Guerra fredda. Basta guardare lo scenario globale attuale e notare come la Russia non abbia più quella forza economica, militare e ideologica che collocavano l'Unione sovietica come unico rivale dell'Occidente. Se proprio si vuole trovare un Paese rivale e all'altezza di Stati Uniti ed Europa si deve guardare al Dragone cinese. Proprio per queste ragioni, la crisi diplomatica seguita all'avvelenamento di Skripal potrebbe aiutare il Regno Unito nei negoziati per la Brexit, facendo capire a chi preferirebbe punire il primo Paese a lasciare l'Ue, in particolare Germania e Francia, che, come ripete il governo di Londra, l'addio è all'Ue ma non l'Europa. Né tantomeno all'Occidente. E il fatto che sicurezza e cooperazione internazionale siano tra i punti d'incontro mai discussi e dati sempre per certi durante le trattative tra le due sponde della Manica non fa che spianare ancor di più la strada verso un Regno Unito libero dai vincoli di Bruxelles ma al fianco dell'Europa e, ancora una volta, degli Stati Uniti a difesa dei valori democratici e liberali dell'Occidente. Gabriele Carrer
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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