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2019-01-01
Bolsonaro e Trump si scambiano carezze commerciali in chiave anti Cina
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Ansa
Esattamente come Donald Trump, anche Bolsonaro – nel corso della campagna elettorale – ha più volte criticato duramente le pratiche commerciali messe in atto da Pechino. E – sempre come l'attuale inquilino della Casa Bianca – ha assicurato di voler prendere provvedimenti contro la Repubblica Popolare. «La Cina non vuole comprare in Brasile, vuole comprarsi il Brasile», ha non a caso tuonato più di una volta. Nella fattispecie, il neo presidente ha sovente accusato il Dragone di volersi appropriare delle industrie strategiche brasiliane, accrescendo così indebitamente la propria influenza economica e politica nel Paese. In questo senso, è chiaro che l'idea di Pompeo sarebbe quella di puntare su questi tratti comuni, per cercare di legare a doppio filo Bolsonaro all'amministrazione Trump, nella sua crociata commerciale contro la Repubblica Popolare.
Sul fronte statunitense, questa linea ha del resto un senso ben preciso. Come è noto, l'attuale inquilino della Casa Bianca ha una base elettorale – la classe operaia impoverita della Rust Belt – che da anni vede Pechino come il proverbiale fumo negli occhi. Ed è soprattutto per dare una risposta concreta a questa quota elettorale che Trump ha avviato, dal luglio scorso, una escalation commerciale contro la Repubblica Popolare, alternando l'imposizione di dazi a periodi di relativa distensione.
Più difficile è invece capire dove voglia effettivamente arrivare Bolsonaro. La Cina rappresenta infatti il primo partner commerciale del Brasile, ricevendo circa il 21,8% delle sue esportazioni (per un giro d'affari complessivo di 47,5 miliardi di dollari), mentre gli Stati Uniti si collocano al secondo posto con il 12,4%. Inoltre, non bisogna trascurare che la Cina sia al tredicesimo posto tra gli investitori stranieri sovrani in Brasile e che risulti particolarmente attiva nel settore infrastrutturale, in quello minerario e in quello energetico (soprattutto per quanto concerne gas, petrolio ed elettricità): si pensi che, dal 2003 a oggi, Pechino ha investito in Brasile circa 124 miliardi di dollari. Senza infine dimenticare che uno scontro con la Cina potrebbe avere ripercussioni negative sull'agricoltura brasiliana: in particolare, sull'export della soia (cresciuto del 22% negli ultimi dodici mesi).
In questo senso, avviare una guerra commerciale con il Dragone potrebbe rivelarsi controproducente per Brasilia che rischierebbe grosso, soprattutto a causa del suo gigantesco deficit. Se dunque Bolsonaro decidesse di mantenere la linea dura anti-cinese, è possibile che la sua idea sia quella di sostituire nel medio termine Pechino con Washington. Una strategia non certo facile da attuare.
Da una parte, è evidente che Trump non potrebbe che apprezzare una sponda in Sud America per perseguire la sua politica commerciale anti-cinese. E, d'altronde, che la Casa Bianca nutra un certo interesse per il neo presidente brasiliano è testimoniato anche dal fatto che, lo scorso novembre, il National security advisor, John Bolton, ha avuto un incontro con lo stesso Bolsonaro: un incontro che ha messo al centro proprio tematiche di natura commerciale e che Bolton ha non a caso definito "molto produttivo". Senza poi trascurare che, attraverso il nuovo presidente brasiliano, Trump potrebbe cercare di avviare una nuova politica in America Latina: un'area che, almeno fino ad oggi, non è mai stata tra le priorità dell'amministrazione statunitense, se non per aspetti polemici e negativi (a partire dall'immigrazione clandestina proveniente da Messico e Honduras).
Dall'altra parte, è tuttavia altrettanto evidente che un significativo incremento dei rapporti economici tra Brasilia e Washington è molto difficile da realizzare: non dimentichiamo infatti che, dopo le ultime elezioni di metà mandato, il Congresso statunitense si è ritrovato spaccato in due, con la Camera dei Rappresentanti controllata dal Partito democratico. Quel Partito democratico che non ha mai mostrato di apprezzare troppo Bolsonaro e che, proprio per questo, bloccherebbe probabilmente ogni iniziativa parlamentare volta a incrementare le relazioni economiche con il Brasile.
Il nuovo presidente si trova quindi costretto a percorrere una via stretta. Ma forse neanche del tutto impraticabile. Nonostante le difficoltà, dispone infatti di qualche carta da giocare. Come ha ravvisato recentemente Reuters, la Cina non può infatti al momento permettersi di restare coinvolta in un'altra guerra commerciale costosa come quella che sta portando avanti con Washington. Un elemento che potrebbe aiutare Bolsonaro ad assumere un atteggiamento pragmaticamente ambivalente, oscillando tra Pechino e la Casa Bianca. Del resto, è evidente che la Repubblica Popolare non sia intenzionata ad uno scontro diretto. Preoccupati dalla retorica della campagna elettorale, lo scorso settembre alcuni diplomatici cinesi hanno incontrato il consigliere economico del neo presidente, Paulo Guedes, per cercare di migliorare i rapporti.
Insomma, sia la Cina che gli Stati Uniti guardano con estremo interesse al Brasile. Bolsonaro sarà abbastanza abile per approfittarne?
Multiutility e niobio sono gli asset su cui ilDragone ha messo gli occhi
GiphyNel corso della campagna elettorale, Jair Bolsonaro ha ripetutamente accusato la Cina di mettere indebitamente le mani sulle aziende strategiche brasiliane. Tra le società nel mirino, compare la China Molybdenum, che nel 2016 ha acquistato una miniera di niobio da 1,7 miliardi di dollari. Il niobio è un metallo usato come additivo per rendere l'acciaio più forte e leggero. In particolare, è utilizzato nella realizzazione di auto, edifici, motori a reazione. Il Brasile controlla circa l'85% delle sue riserve a livello mondiale e Bolsonaro vuole evitare un'espansione della Repubblica Popolare in questo settore. Ma non è tutto: il neo presidente sembra deciso a bloccare la privatizzazione di alcuni asset di utilità nazionale della Eletrobras (la principale società elettrica brasiliana) proprio per paura che la Cina possa aggiudicarsi la gara. In tutto questo, nei mesi scorsi, Bolsonaro ha rinsaldato i propri legami politici con Taiwan: una mossa che molti osservatori hanno interpretato come uno sgarbo diplomatico a Pechino e che ha suscitato le dure reazioni della stessa ambasciata cinese in Brasile.
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Prove di intesa tra Stati Uniti e Brasile. Il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, è pronto ad approfittare del suo imminente viaggio in America Latina per cercare di avviare un'alleanza commerciale con il nuovo presidente brasiliano che si insedierà formalmente il primo gennaio. Un'alleanza commerciale che mirerebbe soprattutto ad arginare la crescente influenza cinese nella regione. Tra le società nel mirino, compare la China Molybdenum, che nel 2016 ha acquistato una miniera di niobio da 1,7 miliardi di dollari.Lo speciale contiene due articoli Esattamente come Donald Trump, anche Bolsonaro – nel corso della campagna elettorale – ha più volte criticato duramente le pratiche commerciali messe in atto da Pechino. E – sempre come l'attuale inquilino della Casa Bianca – ha assicurato di voler prendere provvedimenti contro la Repubblica Popolare. «La Cina non vuole comprare in Brasile, vuole comprarsi il Brasile», ha non a caso tuonato più di una volta. Nella fattispecie, il neo presidente ha sovente accusato il Dragone di volersi appropriare delle industrie strategiche brasiliane, accrescendo così indebitamente la propria influenza economica e politica nel Paese. In questo senso, è chiaro che l'idea di Pompeo sarebbe quella di puntare su questi tratti comuni, per cercare di legare a doppio filo Bolsonaro all'amministrazione Trump, nella sua crociata commerciale contro la Repubblica Popolare. Sul fronte statunitense, questa linea ha del resto un senso ben preciso. Come è noto, l'attuale inquilino della Casa Bianca ha una base elettorale – la classe operaia impoverita della Rust Belt – che da anni vede Pechino come il proverbiale fumo negli occhi. Ed è soprattutto per dare una risposta concreta a questa quota elettorale che Trump ha avviato, dal luglio scorso, una escalation commerciale contro la Repubblica Popolare, alternando l'imposizione di dazi a periodi di relativa distensione. Più difficile è invece capire dove voglia effettivamente arrivare Bolsonaro. La Cina rappresenta infatti il primo partner commerciale del Brasile, ricevendo circa il 21,8% delle sue esportazioni (per un giro d'affari complessivo di 47,5 miliardi di dollari), mentre gli Stati Uniti si collocano al secondo posto con il 12,4%. Inoltre, non bisogna trascurare che la Cina sia al tredicesimo posto tra gli investitori stranieri sovrani in Brasile e che risulti particolarmente attiva nel settore infrastrutturale, in quello minerario e in quello energetico (soprattutto per quanto concerne gas, petrolio ed elettricità): si pensi che, dal 2003 a oggi, Pechino ha investito in Brasile circa 124 miliardi di dollari. Senza infine dimenticare che uno scontro con la Cina potrebbe avere ripercussioni negative sull'agricoltura brasiliana: in particolare, sull'export della soia (cresciuto del 22% negli ultimi dodici mesi). In questo senso, avviare una guerra commerciale con il Dragone potrebbe rivelarsi controproducente per Brasilia che rischierebbe grosso, soprattutto a causa del suo gigantesco deficit. Se dunque Bolsonaro decidesse di mantenere la linea dura anti-cinese, è possibile che la sua idea sia quella di sostituire nel medio termine Pechino con Washington. Una strategia non certo facile da attuare. Da una parte, è evidente che Trump non potrebbe che apprezzare una sponda in Sud America per perseguire la sua politica commerciale anti-cinese. E, d'altronde, che la Casa Bianca nutra un certo interesse per il neo presidente brasiliano è testimoniato anche dal fatto che, lo scorso novembre, il National security advisor, John Bolton, ha avuto un incontro con lo stesso Bolsonaro: un incontro che ha messo al centro proprio tematiche di natura commerciale e che Bolton ha non a caso definito "molto produttivo". Senza poi trascurare che, attraverso il nuovo presidente brasiliano, Trump potrebbe cercare di avviare una nuova politica in America Latina: un'area che, almeno fino ad oggi, non è mai stata tra le priorità dell'amministrazione statunitense, se non per aspetti polemici e negativi (a partire dall'immigrazione clandestina proveniente da Messico e Honduras). Dall'altra parte, è tuttavia altrettanto evidente che un significativo incremento dei rapporti economici tra Brasilia e Washington è molto difficile da realizzare: non dimentichiamo infatti che, dopo le ultime elezioni di metà mandato, il Congresso statunitense si è ritrovato spaccato in due, con la Camera dei Rappresentanti controllata dal Partito democratico. Quel Partito democratico che non ha mai mostrato di apprezzare troppo Bolsonaro e che, proprio per questo, bloccherebbe probabilmente ogni iniziativa parlamentare volta a incrementare le relazioni economiche con il Brasile. Il nuovo presidente si trova quindi costretto a percorrere una via stretta. Ma forse neanche del tutto impraticabile. Nonostante le difficoltà, dispone infatti di qualche carta da giocare. Come ha ravvisato recentemente Reuters, la Cina non può infatti al momento permettersi di restare coinvolta in un'altra guerra commerciale costosa come quella che sta portando avanti con Washington. Un elemento che potrebbe aiutare Bolsonaro ad assumere un atteggiamento pragmaticamente ambivalente, oscillando tra Pechino e la Casa Bianca. Del resto, è evidente che la Repubblica Popolare non sia intenzionata ad uno scontro diretto. Preoccupati dalla retorica della campagna elettorale, lo scorso settembre alcuni diplomatici cinesi hanno incontrato il consigliere economico del neo presidente, Paulo Guedes, per cercare di migliorare i rapporti. Insomma, sia la Cina che gli Stati Uniti guardano con estremo interesse al Brasile. 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In particolare, è utilizzato nella realizzazione di auto, edifici, motori a reazione. Il Brasile controlla circa l'85% delle sue riserve a livello mondiale e Bolsonaro vuole evitare un'espansione della Repubblica Popolare in questo settore. Ma non è tutto: il neo presidente sembra deciso a bloccare la privatizzazione di alcuni asset di utilità nazionale della Eletrobras (la principale società elettrica brasiliana) proprio per paura che la Cina possa aggiudicarsi la gara. In tutto questo, nei mesi scorsi, Bolsonaro ha rinsaldato i propri legami politici con Taiwan: una mossa che molti osservatori hanno interpretato come uno sgarbo diplomatico a Pechino e che ha suscitato le dure reazioni della stessa ambasciata cinese in Brasile.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».