La diagnosi dei due studiosi è che lo shock commerciale cinese è la causa principale del declino industriale tedesco, molto più dei costi energetici o della burocrazia. In realtà non è esattamente così, poiché la crisi tedesca inizia quando il mercato unico europeo viene stroncato dall’austerità imposta dall’euro e non è più in grado di assorbire il surplus tedesco. Le regole fiscali europee comprimono consumi e investimenti e la produzione industriale tedesca inizia a scendere nel 2017, quando la Cina non era così presente.
Comunque, è vero che ora la Cina sta dando il colpo di grazia a un’economia che non sa, non può o non vuole reagire, da cui la «compiacenza» del titolo dello studio.
Dal 2019 le esportazioni cinesi sono cresciute di oltre il 40%, mentre le importazioni cinesi di beni manufatti sono rimaste praticamente ferme. La Cina inonda i mercati mondiali e il surplus commerciale che ne risulta è arrivato a 1.200 miliardi di dollari nel 2025.
Le aziende tedesche vengono espulse dal mercato cinese e sempre più dal mercato europeo stesso, dove la Cina compete ormai negli stessi settori industriali in cui l’Europa era tradizionalmente forte, come quello automobilistico. Si prevedeva che la Cina avrebbe toccato 10 milioni di auto esportate all’anno entro il 2030, ma ha già raggiunto quella soglia nel quarto trimestre del 2025. Ha fabbriche capaci di produrre 55 milioni di veicoli all’anno, di cui almeno 25 milioni elettrici, in un mercato interno che ne assorbe circa la metà. Una frase lapidaria di Setser non lascia dubbi: «La Cina potrebbe già soddisfare tutta la domanda mondiale di auto elettriche».
Dalla metà del 2025 la Germania importa dalla Cina più beni capitali di quanti ne esporti, tra macchinari, robot industriali e attrezzature. Tre fattori sostengono questa dinamica, dice il rapporto. Il primo è la debolezza della domanda interna cinese, aggravata dalla crisi immobiliare del 2021-22 che ha tenuto alto il risparmio delle famiglie e bassa la spesa per consumi. Il secondo è la politica industriale statale, con sussidi alle imprese da tre a nove volte quelli disponibili nelle economie avanzate. Il terzo è il tasso di cambio, con una sottovalutazione dello yuan stimata tra il 16% e il 30%.
Il conflitto d’interessi tedesco è parte del problema. Le multinazionali tedesche hanno investito massicciamente in Cina e continuano a fare pressione perché Berlino (dunque l’Unione europea) non risponda con strumenti di difesa commerciale. Lo studio documenta il caso del sussidio tedesco da 3 miliardi di euro per veicoli elettrici, annunciato con una clausola di preferenza europea e poi presentato senza quella clausola, dopo le pressioni dei costruttori che producono in Cina per il mercato europeo.
La risposta europea fin qui è stata lenta e insufficiente, perché frenata proprio dalla Germania. I dazi sui veicoli elettrici cinesi si sono rivelati insufficienti, perché i costruttori cinesi hanno spostato le esportazioni verso gli ibridi, non coperti dai dazi, e in ogni caso, anche gravate di dazi, le auto cinesi restano più convenienti. Le vendite di auto cinesi in Europa sono cresciute del 26% nel 2025. Poi, c’è il solito trucco alla tedesca. A febbraio la Commissione europea ha accettato un impegno sul prezzo minimo da parte di Volkswagen (Anhui) per il modello Cupra Tavascan, prodotto in Cina e venduto in Europa sotto il marchio spagnolo Seat. L’accordo fa evitare i dazi, dunque una casa tedesca che produce in Cina, esporta in Europa sotto un marchio spagnolo e negozia con Bruxelles per aggirare i dazi che Berlino ha accettato obtorto collo.
Il Parlamento europeo ha approvato ieri misure di protezione siderurgica, tagliando del 47% le quote di importazione esenti da dazi e portando i dazi sulle eccedenze al 50%. Sempre ieri il Parlamento europeo ha approvato un aggiornamento delle norme sullo screening degli investimenti esteri in settori sensibili. Too little, too late, dicono gli americani.
A proposito di compiacenza, infatti, per la Germania è difficile accusare la Cina di fare ciò che essa ha fatto per decenni, cioè comprimere i consumi interni e campare sulla domanda estera. Ma qualcuno ora inizia a preoccuparsi degli squilibri, soprattutto dopo che Donald Trump lo scorso anno ha evidenziato il problema alla sua maniera, cioè colpendo il resto del mondo con i dazi. Per decenni si è fatto finta di nulla, mentre la Germania raggiungeva surplus commerciali stellari, e ora che è la Cina a fare la parte del leone si cerca disperatamente qualche soluzione.
La Francia ha messo gli squilibri commerciali globali in cima all’agenda del G7 di giugno a Évian e il rapporto degli esperti economici del G7, coordinato da Gita Gopinath ed Hélène Rey, definisce la situazione attuale eccessiva e persistente, chiedendo un aggiustamento macroeconomico coordinato tra Cina, Stati Uniti e Ue.