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2026-02-10
Bimbi con crisi di panico notturne, mamma Trevallion non può consolarli
Ansa
E per quale ragione continuano a stare lì? Semplice: perché l’assistente sociale che li segue e i responsabili della struttura continuano a dimostrare una incredibile rigidità, insistono a puntare il dito contro la madre Catherine, sostenendo che sia poco collaborativa, anzi ostile. Nella relazione depositata dall’assistente sociale Veruska D’Angelo si legge che la madre manda messaggi «ambivalenti», insomma per l’ennesima volta si ribadisce che il ruolo della donna sarebbe in qualche modo ostativo al corretto sviluppo dei bambini.
«La relazione che i servizi hanno consegnato in realtà certifica il loro fallimento», dice alla Verità Tonino Cantelmi, il super esperto contattato dalla famiglia. «Di chi è la responsabilità di un fallimento relazionale, di una incapacità empatica di costruire una relazione con l’intera famiglia, se non dei professionisti che dovrebbero fare questo? È incredibile come in questa relazione venga sottovalutato il dolore di una madre che è stata privata di figli di 6 e 8 anni, il dolore dei figli stessi, evidente a tutti, ma invisibile per gli operatori e per il servizio sociale. Viene usato un linguaggio professionale pieno di giudizi e di pregiudizi, giudicante, privo di ogni riflessione autocritica sui propri fallimenti. Inoltre», continua Cantelmi, «persiste una sorta di ostinazione, non si è fatto tesoro del fallimento relazionale che ha preceduto il prelievo. Su questa fase sarà necessario aprire un vero dibattito e una riflessione profonda: sono stati commessi errori gravissimi, soprattutto una sostanziale incapacità di mediazione e di presa in carico dell’intera famiglia. Nell’ultima relazione non si è fatto tesoro degli errori commessi e sembra persistere una sorta di ostinazione in un percorso inutilmente doloroso. Ciò che dovrebbe fare oggi il servizio sociale e ogni persona che si occupa di questo caso, sarebbe prendere in carico l’intera famiglia e lavorare per la riunificazione della stessa. Non prendere coscienza di questo e non farlo ora configura profili di responsabilità importantissimi, di cui in futuro bisognerà tener conto».
A quanto pare, però, i servizi sociali e il personale della struttura protetta in cui si trovano i bambini e la madre non hanno intenzione di cambiare atteggiamento. Così almeno scrivono nelle relazioni depositate negli ultimi giorni. «Le relazioni sono due, ma sono pressoché sovrapponibili nel contenuto», dice Danila Solinas, avvocato della famiglia. «Una è appunto quella dell’assistente sociale. L’altra è quella che viene dalla direzione della struttura, nella persona della direttrice. Per quanto riguarda l’assistente sociale D’Angelo, la nostra posizione è assolutamente ferma, tant’è che abbiamo fatto per conto dei genitori un esposto in cui se ne chiedeva la revoca, proprio perché deduciamo una serie di violazioni di principi e del codice deontologico di riferimento».
Secondo l’avvocato, per ciò che riguarda l’assistente sociale emerge una «esasperazione dei rapporti, ed emerge come il ruolo di mediazione, di ponte fra le istituzioni e i genitori sia totalmente venuto a mancare. Non c’è alcun rapporto di terzietà, non c’è alcuna imparzialità: la relazione dell’assistente sociale risulta infarcita e impregnata di valutazioni che contrastano con i dati fattuali».
I dati di fatto sono esattamente quelli che sfuggono nel racconto che da mesi prosegue sui media, nutrendosi delle numerose indiscrezioni che sono state fatte circolare anche sul versante istituzionale. In tutta la narrazione fatta fin qui, ad esempio, manca un tassello fondamentale, ovvero: come stanno realmente i bambini? Quali sarebbero le riottosità della madre? Secondo l’avvocato Solinas, i bambini non stanno per niente bene. Gran parte della tensione nascerebbe da quel che accade la sera, quando i bambini devono andare a letto.
«Il problema è che i bambini vorrebbero dormire con la madre», dice l’avvocato. «In particolare uno dei bambini si sveglia con crisi di panico, con pianti e urla. E si pretende che la madre assista a tutto questo senza poter scendere al piano di sotto o senza poter far salire i figli al piano di sopra, perché questa è la regola. E allora io mi chiedo: ma davvero la regola può prevalere sulla sofferenza, prevalere sul buon senso? Per altro - è ultile rimarcarlo - in una situazione in cui non ci sono episodi di maltrattamenti, di abusi, di pericolo, di pregiudizio per la vita dei minori. Qui abbiamo a solo due genitori a cui si contesta una modalità di vita e non certo l’affidabilità o l’adeguatezza. E allora io mi chiedo», conclude l’avvocato, «è lecito imputare alla madre un irrigidimento oppure questa rigidità va imputata a chi in questo momento dovrebbe fungere da ponte?».
La risposta, alla luce dei fatti, è quasi scontata. La posizione degli assistenti sociali e di coloro che stanno seguendo i piccoli Trevallion rimane granitica, nonostante le opinioni dei neuropsichiatri, del garante dell’infanzia e di numerosi esperti che hanno preso la parola sul caso. Il problema, in fondo, è tutto lì: qualcuno si è impuntato, e con la scusa di fare il «migliore interesse» dei bambini continua a danneggiarli.
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Gli avvocati della famiglia nel bosco denunciano: ormai le assistenti sociali si sono irrigidite e violano i loro stessi codici deontologici. Ignorate le perizie dei neuropsichiatri che chiedono di restituire i piccoli.Alla fine di gennaio, i neuropsichiatri della Asl di Vasto hanno certificato che per i tre bambini della famiglia del bosco sarebbe «indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine nella situazione affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari, al fine di estinguere i comportamenti di disagio evidenziati dai bambini, nell’ottica di una necessaria condivisione con la famiglia degli obiettivi didattici, di adattamento alla collettività tra pari e di scelte per il benessere dei minori». Semplificando, significa che i piccoli dovrebbero essere ricongiunti alla famiglia onde poter ritrovare serenità. Eppure sono ancora separati dal padre e di fatto anche dalla madre. Continuano a rimanere nella casa protetta di Vasto, dove vivono - così dicono la zia e la nonna che sono riuscite ad andare a trovarli - una situazione di tensione e angoscia.E per quale ragione continuano a stare lì? Semplice: perché l’assistente sociale che li segue e i responsabili della struttura continuano a dimostrare una incredibile rigidità, insistono a puntare il dito contro la madre Catherine, sostenendo che sia poco collaborativa, anzi ostile. Nella relazione depositata dall’assistente sociale Veruska D’Angelo si legge che la madre manda messaggi «ambivalenti», insomma per l’ennesima volta si ribadisce che il ruolo della donna sarebbe in qualche modo ostativo al corretto sviluppo dei bambini. «La relazione che i servizi hanno consegnato in realtà certifica il loro fallimento», dice alla Verità Tonino Cantelmi, il super esperto contattato dalla famiglia. «Di chi è la responsabilità di un fallimento relazionale, di una incapacità empatica di costruire una relazione con l’intera famiglia, se non dei professionisti che dovrebbero fare questo? È incredibile come in questa relazione venga sottovalutato il dolore di una madre che è stata privata di figli di 6 e 8 anni, il dolore dei figli stessi, evidente a tutti, ma invisibile per gli operatori e per il servizio sociale. Viene usato un linguaggio professionale pieno di giudizi e di pregiudizi, giudicante, privo di ogni riflessione autocritica sui propri fallimenti. Inoltre», continua Cantelmi, «persiste una sorta di ostinazione, non si è fatto tesoro del fallimento relazionale che ha preceduto il prelievo. Su questa fase sarà necessario aprire un vero dibattito e una riflessione profonda: sono stati commessi errori gravissimi, soprattutto una sostanziale incapacità di mediazione e di presa in carico dell’intera famiglia. Nell’ultima relazione non si è fatto tesoro degli errori commessi e sembra persistere una sorta di ostinazione in un percorso inutilmente doloroso. Ciò che dovrebbe fare oggi il servizio sociale e ogni persona che si occupa di questo caso, sarebbe prendere in carico l’intera famiglia e lavorare per la riunificazione della stessa. Non prendere coscienza di questo e non farlo ora configura profili di responsabilità importantissimi, di cui in futuro bisognerà tener conto». A quanto pare, però, i servizi sociali e il personale della struttura protetta in cui si trovano i bambini e la madre non hanno intenzione di cambiare atteggiamento. Così almeno scrivono nelle relazioni depositate negli ultimi giorni. «Le relazioni sono due, ma sono pressoché sovrapponibili nel contenuto», dice Danila Solinas, avvocato della famiglia. «Una è appunto quella dell’assistente sociale. L’altra è quella che viene dalla direzione della struttura, nella persona della direttrice. Per quanto riguarda l’assistente sociale D’Angelo, la nostra posizione è assolutamente ferma, tant’è che abbiamo fatto per conto dei genitori un esposto in cui se ne chiedeva la revoca, proprio perché deduciamo una serie di violazioni di principi e del codice deontologico di riferimento».Secondo l’avvocato, per ciò che riguarda l’assistente sociale emerge una «esasperazione dei rapporti, ed emerge come il ruolo di mediazione, di ponte fra le istituzioni e i genitori sia totalmente venuto a mancare. Non c’è alcun rapporto di terzietà, non c’è alcuna imparzialità: la relazione dell’assistente sociale risulta infarcita e impregnata di valutazioni che contrastano con i dati fattuali». I dati di fatto sono esattamente quelli che sfuggono nel racconto che da mesi prosegue sui media, nutrendosi delle numerose indiscrezioni che sono state fatte circolare anche sul versante istituzionale. In tutta la narrazione fatta fin qui, ad esempio, manca un tassello fondamentale, ovvero: come stanno realmente i bambini? Quali sarebbero le riottosità della madre? Secondo l’avvocato Solinas, i bambini non stanno per niente bene. Gran parte della tensione nascerebbe da quel che accade la sera, quando i bambini devono andare a letto. «Il problema è che i bambini vorrebbero dormire con la madre», dice l’avvocato. «In particolare uno dei bambini si sveglia con crisi di panico, con pianti e urla. E si pretende che la madre assista a tutto questo senza poter scendere al piano di sotto o senza poter far salire i figli al piano di sopra, perché questa è la regola. E allora io mi chiedo: ma davvero la regola può prevalere sulla sofferenza, prevalere sul buon senso? Per altro - è ultile rimarcarlo - in una situazione in cui non ci sono episodi di maltrattamenti, di abusi, di pericolo, di pregiudizio per la vita dei minori. Qui abbiamo a solo due genitori a cui si contesta una modalità di vita e non certo l’affidabilità o l’adeguatezza. E allora io mi chiedo», conclude l’avvocato, «è lecito imputare alla madre un irrigidimento oppure questa rigidità va imputata a chi in questo momento dovrebbe fungere da ponte?». La risposta, alla luce dei fatti, è quasi scontata. La posizione degli assistenti sociali e di coloro che stanno seguendo i piccoli Trevallion rimane granitica, nonostante le opinioni dei neuropsichiatri, del garante dell’infanzia e di numerosi esperti che hanno preso la parola sul caso. Il problema, in fondo, è tutto lì: qualcuno si è impuntato, e con la scusa di fare il «migliore interesse» dei bambini continua a danneggiarli.
Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi (Ansa)
«Nei gruppi di antagonisti ci sono veri e propri “esperti del disordine” che si macchiano di violenze gravissime da decenni. Sono sempre in cerca di nuovi pretesti per mobilitarsi: Tav, Tap, Medio Oriente, alternanza scuola lavoro, il Ponte, l’Expo, l’ambiente e adesso perfino le Olimpiadi invernali. Ora si mobiliteranno anche per il pacchetto sicurezza? Io credo che, se non avessimo varato le norme, questi soggetti sarebbero comunque all’opera. Basta leggere i loro comunicati per capire le loro intenzioni deliranti».
Per Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia «hanno ragione quelli di Askatasuna quando dicono che il loro non è un edificio, ma è una proposta, un’attitudine e un atteggiamento. In effetti, è la proposta di praticare il metodo della violenza mettendo a ferro e fuoco le città. È un metodo, quello della prevaricazione, dell’intolleranza, dello stalinismo. È un’attitudine, quella di avere atteggiamenti contrari ai principi fondamentali della legge. Pertanto, Askatasuna non è un edificio e forse non è neanche soltanto una proposta, un metodo, un’attitudine. È semplicemente una tragedia che si è abbattuta sul nostro Paese, che ha prodotto centinaia e centinaia di poliziotti, carabinieri e esponenti della guardia di finanza, feriti in questi anni. Non bisogna soltanto togliergli la sede, bisogna anche infliggergli le giuste condanne che la magistratura ha sin qui esitato a definire nella proporzione adeguata». Insomma il 28 marzo sarà il banco di prova per capire se queste nuove norme potranno realmente limitare i danni e le violenze di queste guerriglie urbane.
Rispetto alla misura del fermo preventivo, si contesta che per gli arrestati di Torino non si poteva applicare perché i violenti risultavano tutti incensurati. Piantedosi però ha chiarito che non si valuteranno solo i precedenti ma anche tutte quelle azioni che possano portare a pensare la predisposizione allo scontro: «Si valuteranno anche altri comportamenti univoci ed eloquenti, ad esempio proprio quelli di essersi predisposti agli scontri, rilevabile da oggetti trovati addosso». Altri strumenti da valutare potrebbero essere le conversazioni delle chat oppure il monitoraggio dei social.
Per quanto riguarda l’organico delle forze dell’ordine, anche quello è destinato a crescere. Negli ultimi 3 anni sono stati assunti 40.000 tra uomini e donne in uniforme, nell’ultimo anno 3.500 unità e a giugno ci sarà un’altra tornata. Sino al 2027 avremo altre 30.000 unità: «Dobbiamo coprire il turn over che abbiamo trovato dei pensionamenti, ma soprattutto adeguare le forze di polizia anche alle strumentazioni: dai guanti anti-taglio che non c’erano ai mezzi per bloccare dei cortei violenti come quelli che abbiamo visto», ha spiegato il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro, aggiungendo: «Abbiamo dovuto rafforzare i presidi nelle grandi stazioni e nei pronto soccorso. Vediamo quello che avviene nelle tante piazze italiane. Quello che chiede il cittadino è sicurezza che purtroppo si avverte spesso essere traballante. Ma parliamo anche di nuovi pericoli, di forme eversive. Ciò che è avvenuto ad Askatasuna è una forma eversiva. Noi siamo il Paese che ha concesso in Europa più libere manifestazioni».
Sul decreto, Ferro spiega che queste nuove misure rispondono a nuove urgenze come «il fermo preventivo di 12 ore in occasioni di manifestazioni dove le forze di polizia hanno elementi per essere preoccupate».
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