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2023-08-04
«Biden incontrò i soci stranieri del figlio»
Joe Biden e il figlio Hunter (Getty Images)
Si rafforzano i sospetti di conflitto di interessi e traffico d’influenze sui Biden. Ieri, la commissione Sorveglianza della Camera dei rappresentanti ha pubblicato la trascrizione della testimonianza, rilasciata lunedì scorso a porte chiuse da Devon Archer: ex socio del figlio del presidente americano, Hunter, che sedette con lui nel board della controversa azienda ucraina Burisma.
Archer ha raccontato che l’allora vicepresidente Joe Biden prese parte ad almeno un paio di cene con alcuni dei soci in affari stranieri di Hunter Biden che avevano trasferito denaro alle società di quest’ultimo. Alla domanda su chi avesse partecipato a queste cene, Archer ha risposto: «Kenes Rakishev, Karim Massimov, Yelena Baturina, forse Yury, Hunter Biden, Joe Biden, forse Eric Schwerin». Ricordiamo che, secondo un report investigativo dei senatori repubblicani, la Baturina - moglie miliardaria dell’ex sindaco di Mosca Yury Luzhkov - diede a una società di Hunter 3,5 milioni di dollari nel 2014: quella stessa Baturina che stranamente non è stata inserita nella lista delle sanzioni americane contro gli oligarchi russi. Soldi a una società di Hunter (circa 142.000 dollari) sarebbero arrivati anche da Kenes Rakishev: magnate kazako che, secondo la testata Le Media, sarebbe risultato molto vicino al leader ceceno Ramzan Kadyrov.
Non solo. Archer ha anche confermato che Joe Biden parlò una ventina di volte in vivavoce con alcuni dei soci del figlio: una circostanza finalizzata, secondo la testimonianza, ad aumentare l’influenza di Hunter attraverso il «brand» del potente genitore. «Penso che, alla fine, parte di ciò che è stato trasmesso sia il brand. Voglio dire, è come qualsiasi cosa, sai, se sei il figlio di Jamie Dimon o qualsiasi amministratore delegato. Sai, penso che questo sia ciò di cui stiamo parlando, è che c’era il marchio che veniva trasmesso», ha detto Archer, il quale ha anche rivelato che, nel 2013, Joe Biden «prese un caffè» a Pechino con Jonathan Li: l’amministratore delegato di Bhr Partners, fondo d’investimento cinese co-fondato dallo stesso Li insieme ad Hunter e Archer.
Lo stesso Archer ha anche confermato gli opachi intrecci tra i Biden e Burisma, raccontando che i vertici della società chiesero l’aiuto di Hunter per contrastare le «pressioni» del governo ucraino.
In particolare, i vertici confidavano in un aiuto da Washington. «Beh, voglio dire, era un lobbista ed un esperto e ovviamente portava, sai, un nome molto potente. Quindi penso che fosse questo quello che stavano chiedendo», ha specificato Archer in riferimento alle richieste di aiuto inoltrate da Burisma ad Hunter. L’ex socio ha anche affermato che le alte sfere dell’azienda ucraina vollero il figlio di Biden nel proprio board «perché le persone sarebbero state intimidite nel dar loro fastidio». Insomma, par di capire che, avendo nel board il figlio dell’allora vicepresidente degli Usa, Burisma puntasse a non avere grane dal procuratore generale ucraino, Viktor Shokin: procuratore che fu licenziato nel marzo 2016, appena pochi mesi dopo che Joe Biden aveva esercitato pressioni sull’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. D’altronde, Archer ha detto che, proprio grazie all’appoggio dei Biden, Burisma «riuscì a sopravvivere così a lungo». Ricordiamo che nel settembre 2019 l’attuale presidente americano aveva esplicitamente dichiarato di non aver mai parlato col figlio dei suoi affari all’estero. La testimonianza di Archer sembra tuttavia smentirlo. I dem si aggrappano al fatto che, secondo Archer, Biden - nei suoi contatti con i soci del figlio - avrebbe parlato del tempo e di cose di poco conto. Va però sottolineato che l’obiettivo di Hunter era quello di aumentare la propria influenza con i suoi interlocutori: ragion per cui a lui bastava che il potente padre comparisse dal vivo o in vivavoce in quei meeting indipendentemente dai contenuti delle conversazioni. C’è semmai da chiedersi se l’attuale presidente non capisse una dinamica tanto ovvia. Possibile che Biden si facesse strumentalizzare passivamente dal figlio?
È probabile che la testimonianza di Archer possa essere usata nel momento in cui i deputati repubblicani decidessero di avviare un’indagine per impeachment contro l’attuale inquilino della Casa Bianca: si tratterebbe, in caso, del primo step verso un eventuale processo di messa in stato d’accusa. Un’ipotesi, questa, che recentemente è stata ventilata dallo stesso Speaker della Camera, Kevin McCarthy. D’altronde è lecito farsi una domanda. È normale che un vicepresidente americano in carica incontri o parli al telefono con i controversi soci d’affari esteri del figlio? Vi immaginate che cosa sarebbe accaduto se, anziché Hunter, questa storia avesse riguardato Ivanka Trump?
Trump braccato dalla giustizia: rischia fino a 561 anni di carcere
Prosegue lo scontro giudiziario tra Donald Trump e il Dipartimento di Giustizia. Ieri, quando La Verità era già andata in stampa, l’ex presidente si è presentato in tribunale a Washington in riferimento alla nuova incriminazione, presentata martedì dal procuratore speciale, Jack Smith. Probabilmente il team legale di Trump chiederà che la sede del processo venga spostata altrove (come per esempio in West Virginia). Washington Dc è un feudo elettorale storicamente democratico, dove alle ultime elezioni Joe Biden ha preso il 92% dei voti. L’ex presidente teme quindi di dover affrontare una giuria politicamente prevenuta nei suoi confronti.
Nel frattempo, un numero crescente di elettori repubblicani ritiene che la vittoria dello stesso Biden nel 2020 sia stata illegittima: secondo la Cnn, a pensarla così oggi è il 69% dei votanti del Gop (un incremento di sei punti rispetto all’inizio dell’anno). È anche in tal senso che Trump continua a cavalcare la tesi della persecuzione giudiziaria. «Non è colpa mia se il mio avversario politico nel Partito democratico, il corrotto Joe Biden, ha detto al suo procuratore generale di accusare il principale candidato repubblicano ed ex presidente degli Usa, io, con tutti i crimini possibili così da costringerlo a spendere tutti i soldi per la difesa», ha tuonato Trump, riferendosi al fatto che Smith è stato nominato dal procuratore generale Merrick Garland, a sua volta nominato da Biden. L’ex presidente si trova in una situazione singolare. Da una parte, sale nei sondaggi e ha raccolto significativi finanziamenti elettorali. Dall’altra, parte consistente di tali finanziamenti sta andando via in spese legali.
Ricordiamo che finora Trump ha subito tre incriminazioni (una statale e due federali) per un totale di 78 capi d’imputazione: un numero assai probabilmente destinato ad aumentare a causa dell’imminente incriminazione da parte della Procura distrettuale di Fulton. Al momento in linea teorica l’ex presidente rischierebbe addirittura fino a un massimo complessivo di 561 anni di carcere. Si tratta di numeri impressionanti: basti pensare che, nel 1931, Al Capone fu incriminato con 23 capi d’imputazione e che, secondo il New York Times, rischiava un massimo di 17 anni di galera (fu alla fine riconosciuto colpevole di cinque accuse e condannato a undici anni).
Inoltre, delle varie incriminazioni subite da Trump, la più solida è la seconda: quella sui documenti classificati. In quel caso infatti il procuratore speciale Smith possiede un audio scottante che gli avvocati dell’ex presidente difficilmente riusciranno a smentire in sede processuale. Ben differente è invece la situazione per le altre due incriminazioni. Quella statale del procuratore distrettuale di Manhattan, il democratico Alvin Bragg, è la più traballante: sconta problemi di giurisdizione e un precedente del 2012 potrebbe addirittura favorire Trump. Problemi si riscontrano anche nella nuova incriminazione di Smith. Per come ha impostato l’impianto accusatorio, il procuratore speciale dovrà provare al di là di ogni ragionevole dubbio che Trump abbia mentito consapevolmente: il che non è esattamente facile da dimostrare. In secondo luogo, vari analisti legali sostengono che la linea del procuratore potrebbe infrangersi contro il Primo emendamento (che tutela la libertà di espressione).
Alla luce di tutto questo, è difficile non pensare che, alla base di almeno alcune di queste incriminazioni, ci siano anche delle motivazioni politiche. Non dimentichiamo che Bragg appartiene al Partito democratico e che il Dipartimento di Giustizia è stato accusato da due informatori dell’Agenzia delle entrate americana di aver interferito nell’indagine penale sui reati fiscali di Hunter Biden. Infine, ma non meno importante, un report del procuratore speciale John Durham ha messo in evidenza le storture commesse dall’Fbi contro Trump ai tempi del Russiagate. È per questa ragione che l’amministrazione Biden rischia seriamente un effetto boomerang. Se per l’ex presidente la strada è oggettivamente in salita, l’attuale inquilino della Casa Bianca non può infatti dormire sonni tranquilli. Al di là dei sondaggi non esattamente esaltanti per lui, Biden potrebbe presto ritrovarsi sotto impeachment da parte dei deputati repubblicani a causa dei sospetti di conflitto di interessi e di traffico d’influenza che aleggiano sul suo capo a causa del figlio.
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Pubblicate le testimonianze di Archer, ex sodale di Hunter: il presidente Usa, che nega implicazioni nei pasticci del rampollo, sarebbe stato usato per influenzarne i partner d’affari e avrebbe partecipato a varie cene con loro. Confermati gli intrecci con Kiev.Ieri Donald Trump alla sbarra per frode allo Stato. Ma la grana peggiore è per le carte segrete.Lo speciale contiene due articoli.Si rafforzano i sospetti di conflitto di interessi e traffico d’influenze sui Biden. Ieri, la commissione Sorveglianza della Camera dei rappresentanti ha pubblicato la trascrizione della testimonianza, rilasciata lunedì scorso a porte chiuse da Devon Archer: ex socio del figlio del presidente americano, Hunter, che sedette con lui nel board della controversa azienda ucraina Burisma. Archer ha raccontato che l’allora vicepresidente Joe Biden prese parte ad almeno un paio di cene con alcuni dei soci in affari stranieri di Hunter Biden che avevano trasferito denaro alle società di quest’ultimo. Alla domanda su chi avesse partecipato a queste cene, Archer ha risposto: «Kenes Rakishev, Karim Massimov, Yelena Baturina, forse Yury, Hunter Biden, Joe Biden, forse Eric Schwerin». Ricordiamo che, secondo un report investigativo dei senatori repubblicani, la Baturina - moglie miliardaria dell’ex sindaco di Mosca Yury Luzhkov - diede a una società di Hunter 3,5 milioni di dollari nel 2014: quella stessa Baturina che stranamente non è stata inserita nella lista delle sanzioni americane contro gli oligarchi russi. Soldi a una società di Hunter (circa 142.000 dollari) sarebbero arrivati anche da Kenes Rakishev: magnate kazako che, secondo la testata Le Media, sarebbe risultato molto vicino al leader ceceno Ramzan Kadyrov. Non solo. Archer ha anche confermato che Joe Biden parlò una ventina di volte in vivavoce con alcuni dei soci del figlio: una circostanza finalizzata, secondo la testimonianza, ad aumentare l’influenza di Hunter attraverso il «brand» del potente genitore. «Penso che, alla fine, parte di ciò che è stato trasmesso sia il brand. Voglio dire, è come qualsiasi cosa, sai, se sei il figlio di Jamie Dimon o qualsiasi amministratore delegato. Sai, penso che questo sia ciò di cui stiamo parlando, è che c’era il marchio che veniva trasmesso», ha detto Archer, il quale ha anche rivelato che, nel 2013, Joe Biden «prese un caffè» a Pechino con Jonathan Li: l’amministratore delegato di Bhr Partners, fondo d’investimento cinese co-fondato dallo stesso Li insieme ad Hunter e Archer. Lo stesso Archer ha anche confermato gli opachi intrecci tra i Biden e Burisma, raccontando che i vertici della società chiesero l’aiuto di Hunter per contrastare le «pressioni» del governo ucraino. In particolare, i vertici confidavano in un aiuto da Washington. «Beh, voglio dire, era un lobbista ed un esperto e ovviamente portava, sai, un nome molto potente. Quindi penso che fosse questo quello che stavano chiedendo», ha specificato Archer in riferimento alle richieste di aiuto inoltrate da Burisma ad Hunter. L’ex socio ha anche affermato che le alte sfere dell’azienda ucraina vollero il figlio di Biden nel proprio board «perché le persone sarebbero state intimidite nel dar loro fastidio». Insomma, par di capire che, avendo nel board il figlio dell’allora vicepresidente degli Usa, Burisma puntasse a non avere grane dal procuratore generale ucraino, Viktor Shokin: procuratore che fu licenziato nel marzo 2016, appena pochi mesi dopo che Joe Biden aveva esercitato pressioni sull’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. D’altronde, Archer ha detto che, proprio grazie all’appoggio dei Biden, Burisma «riuscì a sopravvivere così a lungo». Ricordiamo che nel settembre 2019 l’attuale presidente americano aveva esplicitamente dichiarato di non aver mai parlato col figlio dei suoi affari all’estero. La testimonianza di Archer sembra tuttavia smentirlo. I dem si aggrappano al fatto che, secondo Archer, Biden - nei suoi contatti con i soci del figlio - avrebbe parlato del tempo e di cose di poco conto. Va però sottolineato che l’obiettivo di Hunter era quello di aumentare la propria influenza con i suoi interlocutori: ragion per cui a lui bastava che il potente padre comparisse dal vivo o in vivavoce in quei meeting indipendentemente dai contenuti delle conversazioni. C’è semmai da chiedersi se l’attuale presidente non capisse una dinamica tanto ovvia. Possibile che Biden si facesse strumentalizzare passivamente dal figlio? È probabile che la testimonianza di Archer possa essere usata nel momento in cui i deputati repubblicani decidessero di avviare un’indagine per impeachment contro l’attuale inquilino della Casa Bianca: si tratterebbe, in caso, del primo step verso un eventuale processo di messa in stato d’accusa. Un’ipotesi, questa, che recentemente è stata ventilata dallo stesso Speaker della Camera, Kevin McCarthy. D’altronde è lecito farsi una domanda. È normale che un vicepresidente americano in carica incontri o parli al telefono con i controversi soci d’affari esteri del figlio? 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Washington Dc è un feudo elettorale storicamente democratico, dove alle ultime elezioni Joe Biden ha preso il 92% dei voti. L’ex presidente teme quindi di dover affrontare una giuria politicamente prevenuta nei suoi confronti. Nel frattempo, un numero crescente di elettori repubblicani ritiene che la vittoria dello stesso Biden nel 2020 sia stata illegittima: secondo la Cnn, a pensarla così oggi è il 69% dei votanti del Gop (un incremento di sei punti rispetto all’inizio dell’anno). È anche in tal senso che Trump continua a cavalcare la tesi della persecuzione giudiziaria. «Non è colpa mia se il mio avversario politico nel Partito democratico, il corrotto Joe Biden, ha detto al suo procuratore generale di accusare il principale candidato repubblicano ed ex presidente degli Usa, io, con tutti i crimini possibili così da costringerlo a spendere tutti i soldi per la difesa», ha tuonato Trump, riferendosi al fatto che Smith è stato nominato dal procuratore generale Merrick Garland, a sua volta nominato da Biden. L’ex presidente si trova in una situazione singolare. Da una parte, sale nei sondaggi e ha raccolto significativi finanziamenti elettorali. Dall’altra, parte consistente di tali finanziamenti sta andando via in spese legali. Ricordiamo che finora Trump ha subito tre incriminazioni (una statale e due federali) per un totale di 78 capi d’imputazione: un numero assai probabilmente destinato ad aumentare a causa dell’imminente incriminazione da parte della Procura distrettuale di Fulton. Al momento in linea teorica l’ex presidente rischierebbe addirittura fino a un massimo complessivo di 561 anni di carcere. Si tratta di numeri impressionanti: basti pensare che, nel 1931, Al Capone fu incriminato con 23 capi d’imputazione e che, secondo il New York Times, rischiava un massimo di 17 anni di galera (fu alla fine riconosciuto colpevole di cinque accuse e condannato a undici anni). Inoltre, delle varie incriminazioni subite da Trump, la più solida è la seconda: quella sui documenti classificati. In quel caso infatti il procuratore speciale Smith possiede un audio scottante che gli avvocati dell’ex presidente difficilmente riusciranno a smentire in sede processuale. Ben differente è invece la situazione per le altre due incriminazioni. Quella statale del procuratore distrettuale di Manhattan, il democratico Alvin Bragg, è la più traballante: sconta problemi di giurisdizione e un precedente del 2012 potrebbe addirittura favorire Trump. Problemi si riscontrano anche nella nuova incriminazione di Smith. Per come ha impostato l’impianto accusatorio, il procuratore speciale dovrà provare al di là di ogni ragionevole dubbio che Trump abbia mentito consapevolmente: il che non è esattamente facile da dimostrare. In secondo luogo, vari analisti legali sostengono che la linea del procuratore potrebbe infrangersi contro il Primo emendamento (che tutela la libertà di espressione). Alla luce di tutto questo, è difficile non pensare che, alla base di almeno alcune di queste incriminazioni, ci siano anche delle motivazioni politiche. Non dimentichiamo che Bragg appartiene al Partito democratico e che il Dipartimento di Giustizia è stato accusato da due informatori dell’Agenzia delle entrate americana di aver interferito nell’indagine penale sui reati fiscali di Hunter Biden. Infine, ma non meno importante, un report del procuratore speciale John Durham ha messo in evidenza le storture commesse dall’Fbi contro Trump ai tempi del Russiagate. È per questa ragione che l’amministrazione Biden rischia seriamente un effetto boomerang. Se per l’ex presidente la strada è oggettivamente in salita, l’attuale inquilino della Casa Bianca non può infatti dormire sonni tranquilli. Al di là dei sondaggi non esattamente esaltanti per lui, Biden potrebbe presto ritrovarsi sotto impeachment da parte dei deputati repubblicani a causa dei sospetti di conflitto di interessi e di traffico d’influenza che aleggiano sul suo capo a causa del figlio.
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 giugno 2026. Il nostro vicedirettore Giuliano Zulin fa il punto sulla situazione della Lega tra Luca Zaia, Roberto Vannacci e Matteo Salvini.