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2023-08-04
«Biden incontrò i soci stranieri del figlio»
Joe Biden e il figlio Hunter (Getty Images)
Si rafforzano i sospetti di conflitto di interessi e traffico d’influenze sui Biden. Ieri, la commissione Sorveglianza della Camera dei rappresentanti ha pubblicato la trascrizione della testimonianza, rilasciata lunedì scorso a porte chiuse da Devon Archer: ex socio del figlio del presidente americano, Hunter, che sedette con lui nel board della controversa azienda ucraina Burisma.
Archer ha raccontato che l’allora vicepresidente Joe Biden prese parte ad almeno un paio di cene con alcuni dei soci in affari stranieri di Hunter Biden che avevano trasferito denaro alle società di quest’ultimo. Alla domanda su chi avesse partecipato a queste cene, Archer ha risposto: «Kenes Rakishev, Karim Massimov, Yelena Baturina, forse Yury, Hunter Biden, Joe Biden, forse Eric Schwerin». Ricordiamo che, secondo un report investigativo dei senatori repubblicani, la Baturina - moglie miliardaria dell’ex sindaco di Mosca Yury Luzhkov - diede a una società di Hunter 3,5 milioni di dollari nel 2014: quella stessa Baturina che stranamente non è stata inserita nella lista delle sanzioni americane contro gli oligarchi russi. Soldi a una società di Hunter (circa 142.000 dollari) sarebbero arrivati anche da Kenes Rakishev: magnate kazako che, secondo la testata Le Media, sarebbe risultato molto vicino al leader ceceno Ramzan Kadyrov.
Non solo. Archer ha anche confermato che Joe Biden parlò una ventina di volte in vivavoce con alcuni dei soci del figlio: una circostanza finalizzata, secondo la testimonianza, ad aumentare l’influenza di Hunter attraverso il «brand» del potente genitore. «Penso che, alla fine, parte di ciò che è stato trasmesso sia il brand. Voglio dire, è come qualsiasi cosa, sai, se sei il figlio di Jamie Dimon o qualsiasi amministratore delegato. Sai, penso che questo sia ciò di cui stiamo parlando, è che c’era il marchio che veniva trasmesso», ha detto Archer, il quale ha anche rivelato che, nel 2013, Joe Biden «prese un caffè» a Pechino con Jonathan Li: l’amministratore delegato di Bhr Partners, fondo d’investimento cinese co-fondato dallo stesso Li insieme ad Hunter e Archer.
Lo stesso Archer ha anche confermato gli opachi intrecci tra i Biden e Burisma, raccontando che i vertici della società chiesero l’aiuto di Hunter per contrastare le «pressioni» del governo ucraino.
In particolare, i vertici confidavano in un aiuto da Washington. «Beh, voglio dire, era un lobbista ed un esperto e ovviamente portava, sai, un nome molto potente. Quindi penso che fosse questo quello che stavano chiedendo», ha specificato Archer in riferimento alle richieste di aiuto inoltrate da Burisma ad Hunter. L’ex socio ha anche affermato che le alte sfere dell’azienda ucraina vollero il figlio di Biden nel proprio board «perché le persone sarebbero state intimidite nel dar loro fastidio». Insomma, par di capire che, avendo nel board il figlio dell’allora vicepresidente degli Usa, Burisma puntasse a non avere grane dal procuratore generale ucraino, Viktor Shokin: procuratore che fu licenziato nel marzo 2016, appena pochi mesi dopo che Joe Biden aveva esercitato pressioni sull’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. D’altronde, Archer ha detto che, proprio grazie all’appoggio dei Biden, Burisma «riuscì a sopravvivere così a lungo». Ricordiamo che nel settembre 2019 l’attuale presidente americano aveva esplicitamente dichiarato di non aver mai parlato col figlio dei suoi affari all’estero. La testimonianza di Archer sembra tuttavia smentirlo. I dem si aggrappano al fatto che, secondo Archer, Biden - nei suoi contatti con i soci del figlio - avrebbe parlato del tempo e di cose di poco conto. Va però sottolineato che l’obiettivo di Hunter era quello di aumentare la propria influenza con i suoi interlocutori: ragion per cui a lui bastava che il potente padre comparisse dal vivo o in vivavoce in quei meeting indipendentemente dai contenuti delle conversazioni. C’è semmai da chiedersi se l’attuale presidente non capisse una dinamica tanto ovvia. Possibile che Biden si facesse strumentalizzare passivamente dal figlio?
È probabile che la testimonianza di Archer possa essere usata nel momento in cui i deputati repubblicani decidessero di avviare un’indagine per impeachment contro l’attuale inquilino della Casa Bianca: si tratterebbe, in caso, del primo step verso un eventuale processo di messa in stato d’accusa. Un’ipotesi, questa, che recentemente è stata ventilata dallo stesso Speaker della Camera, Kevin McCarthy. D’altronde è lecito farsi una domanda. È normale che un vicepresidente americano in carica incontri o parli al telefono con i controversi soci d’affari esteri del figlio? Vi immaginate che cosa sarebbe accaduto se, anziché Hunter, questa storia avesse riguardato Ivanka Trump?
Trump braccato dalla giustizia: rischia fino a 561 anni di carcere
Prosegue lo scontro giudiziario tra Donald Trump e il Dipartimento di Giustizia. Ieri, quando La Verità era già andata in stampa, l’ex presidente si è presentato in tribunale a Washington in riferimento alla nuova incriminazione, presentata martedì dal procuratore speciale, Jack Smith. Probabilmente il team legale di Trump chiederà che la sede del processo venga spostata altrove (come per esempio in West Virginia). Washington Dc è un feudo elettorale storicamente democratico, dove alle ultime elezioni Joe Biden ha preso il 92% dei voti. L’ex presidente teme quindi di dover affrontare una giuria politicamente prevenuta nei suoi confronti.
Nel frattempo, un numero crescente di elettori repubblicani ritiene che la vittoria dello stesso Biden nel 2020 sia stata illegittima: secondo la Cnn, a pensarla così oggi è il 69% dei votanti del Gop (un incremento di sei punti rispetto all’inizio dell’anno). È anche in tal senso che Trump continua a cavalcare la tesi della persecuzione giudiziaria. «Non è colpa mia se il mio avversario politico nel Partito democratico, il corrotto Joe Biden, ha detto al suo procuratore generale di accusare il principale candidato repubblicano ed ex presidente degli Usa, io, con tutti i crimini possibili così da costringerlo a spendere tutti i soldi per la difesa», ha tuonato Trump, riferendosi al fatto che Smith è stato nominato dal procuratore generale Merrick Garland, a sua volta nominato da Biden. L’ex presidente si trova in una situazione singolare. Da una parte, sale nei sondaggi e ha raccolto significativi finanziamenti elettorali. Dall’altra, parte consistente di tali finanziamenti sta andando via in spese legali.
Ricordiamo che finora Trump ha subito tre incriminazioni (una statale e due federali) per un totale di 78 capi d’imputazione: un numero assai probabilmente destinato ad aumentare a causa dell’imminente incriminazione da parte della Procura distrettuale di Fulton. Al momento in linea teorica l’ex presidente rischierebbe addirittura fino a un massimo complessivo di 561 anni di carcere. Si tratta di numeri impressionanti: basti pensare che, nel 1931, Al Capone fu incriminato con 23 capi d’imputazione e che, secondo il New York Times, rischiava un massimo di 17 anni di galera (fu alla fine riconosciuto colpevole di cinque accuse e condannato a undici anni).
Inoltre, delle varie incriminazioni subite da Trump, la più solida è la seconda: quella sui documenti classificati. In quel caso infatti il procuratore speciale Smith possiede un audio scottante che gli avvocati dell’ex presidente difficilmente riusciranno a smentire in sede processuale. Ben differente è invece la situazione per le altre due incriminazioni. Quella statale del procuratore distrettuale di Manhattan, il democratico Alvin Bragg, è la più traballante: sconta problemi di giurisdizione e un precedente del 2012 potrebbe addirittura favorire Trump. Problemi si riscontrano anche nella nuova incriminazione di Smith. Per come ha impostato l’impianto accusatorio, il procuratore speciale dovrà provare al di là di ogni ragionevole dubbio che Trump abbia mentito consapevolmente: il che non è esattamente facile da dimostrare. In secondo luogo, vari analisti legali sostengono che la linea del procuratore potrebbe infrangersi contro il Primo emendamento (che tutela la libertà di espressione).
Alla luce di tutto questo, è difficile non pensare che, alla base di almeno alcune di queste incriminazioni, ci siano anche delle motivazioni politiche. Non dimentichiamo che Bragg appartiene al Partito democratico e che il Dipartimento di Giustizia è stato accusato da due informatori dell’Agenzia delle entrate americana di aver interferito nell’indagine penale sui reati fiscali di Hunter Biden. Infine, ma non meno importante, un report del procuratore speciale John Durham ha messo in evidenza le storture commesse dall’Fbi contro Trump ai tempi del Russiagate. È per questa ragione che l’amministrazione Biden rischia seriamente un effetto boomerang. Se per l’ex presidente la strada è oggettivamente in salita, l’attuale inquilino della Casa Bianca non può infatti dormire sonni tranquilli. Al di là dei sondaggi non esattamente esaltanti per lui, Biden potrebbe presto ritrovarsi sotto impeachment da parte dei deputati repubblicani a causa dei sospetti di conflitto di interessi e di traffico d’influenza che aleggiano sul suo capo a causa del figlio.
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Pubblicate le testimonianze di Archer, ex sodale di Hunter: il presidente Usa, che nega implicazioni nei pasticci del rampollo, sarebbe stato usato per influenzarne i partner d’affari e avrebbe partecipato a varie cene con loro. Confermati gli intrecci con Kiev.Ieri Donald Trump alla sbarra per frode allo Stato. Ma la grana peggiore è per le carte segrete.Lo speciale contiene due articoli.Si rafforzano i sospetti di conflitto di interessi e traffico d’influenze sui Biden. Ieri, la commissione Sorveglianza della Camera dei rappresentanti ha pubblicato la trascrizione della testimonianza, rilasciata lunedì scorso a porte chiuse da Devon Archer: ex socio del figlio del presidente americano, Hunter, che sedette con lui nel board della controversa azienda ucraina Burisma. Archer ha raccontato che l’allora vicepresidente Joe Biden prese parte ad almeno un paio di cene con alcuni dei soci in affari stranieri di Hunter Biden che avevano trasferito denaro alle società di quest’ultimo. Alla domanda su chi avesse partecipato a queste cene, Archer ha risposto: «Kenes Rakishev, Karim Massimov, Yelena Baturina, forse Yury, Hunter Biden, Joe Biden, forse Eric Schwerin». Ricordiamo che, secondo un report investigativo dei senatori repubblicani, la Baturina - moglie miliardaria dell’ex sindaco di Mosca Yury Luzhkov - diede a una società di Hunter 3,5 milioni di dollari nel 2014: quella stessa Baturina che stranamente non è stata inserita nella lista delle sanzioni americane contro gli oligarchi russi. Soldi a una società di Hunter (circa 142.000 dollari) sarebbero arrivati anche da Kenes Rakishev: magnate kazako che, secondo la testata Le Media, sarebbe risultato molto vicino al leader ceceno Ramzan Kadyrov. Non solo. Archer ha anche confermato che Joe Biden parlò una ventina di volte in vivavoce con alcuni dei soci del figlio: una circostanza finalizzata, secondo la testimonianza, ad aumentare l’influenza di Hunter attraverso il «brand» del potente genitore. «Penso che, alla fine, parte di ciò che è stato trasmesso sia il brand. Voglio dire, è come qualsiasi cosa, sai, se sei il figlio di Jamie Dimon o qualsiasi amministratore delegato. Sai, penso che questo sia ciò di cui stiamo parlando, è che c’era il marchio che veniva trasmesso», ha detto Archer, il quale ha anche rivelato che, nel 2013, Joe Biden «prese un caffè» a Pechino con Jonathan Li: l’amministratore delegato di Bhr Partners, fondo d’investimento cinese co-fondato dallo stesso Li insieme ad Hunter e Archer. Lo stesso Archer ha anche confermato gli opachi intrecci tra i Biden e Burisma, raccontando che i vertici della società chiesero l’aiuto di Hunter per contrastare le «pressioni» del governo ucraino. In particolare, i vertici confidavano in un aiuto da Washington. «Beh, voglio dire, era un lobbista ed un esperto e ovviamente portava, sai, un nome molto potente. Quindi penso che fosse questo quello che stavano chiedendo», ha specificato Archer in riferimento alle richieste di aiuto inoltrate da Burisma ad Hunter. L’ex socio ha anche affermato che le alte sfere dell’azienda ucraina vollero il figlio di Biden nel proprio board «perché le persone sarebbero state intimidite nel dar loro fastidio». Insomma, par di capire che, avendo nel board il figlio dell’allora vicepresidente degli Usa, Burisma puntasse a non avere grane dal procuratore generale ucraino, Viktor Shokin: procuratore che fu licenziato nel marzo 2016, appena pochi mesi dopo che Joe Biden aveva esercitato pressioni sull’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. D’altronde, Archer ha detto che, proprio grazie all’appoggio dei Biden, Burisma «riuscì a sopravvivere così a lungo». Ricordiamo che nel settembre 2019 l’attuale presidente americano aveva esplicitamente dichiarato di non aver mai parlato col figlio dei suoi affari all’estero. La testimonianza di Archer sembra tuttavia smentirlo. I dem si aggrappano al fatto che, secondo Archer, Biden - nei suoi contatti con i soci del figlio - avrebbe parlato del tempo e di cose di poco conto. Va però sottolineato che l’obiettivo di Hunter era quello di aumentare la propria influenza con i suoi interlocutori: ragion per cui a lui bastava che il potente padre comparisse dal vivo o in vivavoce in quei meeting indipendentemente dai contenuti delle conversazioni. C’è semmai da chiedersi se l’attuale presidente non capisse una dinamica tanto ovvia. Possibile che Biden si facesse strumentalizzare passivamente dal figlio? È probabile che la testimonianza di Archer possa essere usata nel momento in cui i deputati repubblicani decidessero di avviare un’indagine per impeachment contro l’attuale inquilino della Casa Bianca: si tratterebbe, in caso, del primo step verso un eventuale processo di messa in stato d’accusa. Un’ipotesi, questa, che recentemente è stata ventilata dallo stesso Speaker della Camera, Kevin McCarthy. D’altronde è lecito farsi una domanda. È normale che un vicepresidente americano in carica incontri o parli al telefono con i controversi soci d’affari esteri del figlio? 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Washington Dc è un feudo elettorale storicamente democratico, dove alle ultime elezioni Joe Biden ha preso il 92% dei voti. L’ex presidente teme quindi di dover affrontare una giuria politicamente prevenuta nei suoi confronti. Nel frattempo, un numero crescente di elettori repubblicani ritiene che la vittoria dello stesso Biden nel 2020 sia stata illegittima: secondo la Cnn, a pensarla così oggi è il 69% dei votanti del Gop (un incremento di sei punti rispetto all’inizio dell’anno). È anche in tal senso che Trump continua a cavalcare la tesi della persecuzione giudiziaria. «Non è colpa mia se il mio avversario politico nel Partito democratico, il corrotto Joe Biden, ha detto al suo procuratore generale di accusare il principale candidato repubblicano ed ex presidente degli Usa, io, con tutti i crimini possibili così da costringerlo a spendere tutti i soldi per la difesa», ha tuonato Trump, riferendosi al fatto che Smith è stato nominato dal procuratore generale Merrick Garland, a sua volta nominato da Biden. L’ex presidente si trova in una situazione singolare. Da una parte, sale nei sondaggi e ha raccolto significativi finanziamenti elettorali. Dall’altra, parte consistente di tali finanziamenti sta andando via in spese legali. Ricordiamo che finora Trump ha subito tre incriminazioni (una statale e due federali) per un totale di 78 capi d’imputazione: un numero assai probabilmente destinato ad aumentare a causa dell’imminente incriminazione da parte della Procura distrettuale di Fulton. Al momento in linea teorica l’ex presidente rischierebbe addirittura fino a un massimo complessivo di 561 anni di carcere. Si tratta di numeri impressionanti: basti pensare che, nel 1931, Al Capone fu incriminato con 23 capi d’imputazione e che, secondo il New York Times, rischiava un massimo di 17 anni di galera (fu alla fine riconosciuto colpevole di cinque accuse e condannato a undici anni). Inoltre, delle varie incriminazioni subite da Trump, la più solida è la seconda: quella sui documenti classificati. In quel caso infatti il procuratore speciale Smith possiede un audio scottante che gli avvocati dell’ex presidente difficilmente riusciranno a smentire in sede processuale. Ben differente è invece la situazione per le altre due incriminazioni. Quella statale del procuratore distrettuale di Manhattan, il democratico Alvin Bragg, è la più traballante: sconta problemi di giurisdizione e un precedente del 2012 potrebbe addirittura favorire Trump. Problemi si riscontrano anche nella nuova incriminazione di Smith. Per come ha impostato l’impianto accusatorio, il procuratore speciale dovrà provare al di là di ogni ragionevole dubbio che Trump abbia mentito consapevolmente: il che non è esattamente facile da dimostrare. In secondo luogo, vari analisti legali sostengono che la linea del procuratore potrebbe infrangersi contro il Primo emendamento (che tutela la libertà di espressione). Alla luce di tutto questo, è difficile non pensare che, alla base di almeno alcune di queste incriminazioni, ci siano anche delle motivazioni politiche. Non dimentichiamo che Bragg appartiene al Partito democratico e che il Dipartimento di Giustizia è stato accusato da due informatori dell’Agenzia delle entrate americana di aver interferito nell’indagine penale sui reati fiscali di Hunter Biden. Infine, ma non meno importante, un report del procuratore speciale John Durham ha messo in evidenza le storture commesse dall’Fbi contro Trump ai tempi del Russiagate. È per questa ragione che l’amministrazione Biden rischia seriamente un effetto boomerang. Se per l’ex presidente la strada è oggettivamente in salita, l’attuale inquilino della Casa Bianca non può infatti dormire sonni tranquilli. Al di là dei sondaggi non esattamente esaltanti per lui, Biden potrebbe presto ritrovarsi sotto impeachment da parte dei deputati repubblicani a causa dei sospetti di conflitto di interessi e di traffico d’influenza che aleggiano sul suo capo a causa del figlio.
Il generale lascia la Lega e Salvini lo attacca: è come Fini. Ma per Mario Adinolfi ha ragione Vannacci. Secondo Francesco Giubilei il generale sta sbagliando, Emanuele Pozzolo è entrato nella sua truppa. Voi che ne pensate?
Jeffrey Epstein. Nel riquadro, Joanna Rubinstein (Ansa)
Ieri a finire impallinata dopo la declassificazione dei documenti, stabilita a seguito dell’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act e resa possibile dal Dipartimento di Giustizia americano (DoJ), è stata la coppia presidenziale americana dei Clinton, da tempo molto chiacchierati per le loro relazioni con Jeffrey Epstein. L’ex presidente americano Bill Clinton e la moglie Hillary, ministro degli esteri Usa durante il primo mandato presidenziale di Barack Obama dal 2009 al 2013, si sono sempre rifiutati di testimoniare sui loro affari con il faccendiere. Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così avevano scritto in una lettera alla commissione di vigilanza presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dunque approvato una risoluzione per chiedere la loro incriminazione per oltraggio al Congresso, inviandola all’Aula per il voto finale che avrebbe dovuto aver luogo ieri. A fronte di quest’ultimatum, l’ex presidente e la ex first lady hanno dovuto accettare le condizioni imposte dal mandato: testimonianze pubbliche filmate, trascritte e senza limite di tempo. «Nessuno è al di sopra della legge», ha commentato Comer: la ex coppia presidenziale testimonierà il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Altra vittima illustre degli Epstein files è stata Joanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr). Rubinstein si è dimessa ieri dopo che, da una mail tra lei e Epstein, è emerso che la donna nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», aveva scritto Rubinstein a Epstein. Ironia della sorte, la donna che ha portato i suoi bambini nell’isola è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia. Era, insomma, una figura di spicco nella filantropia internazionale, insospettabile e moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete, rese pubbliche dalla implacabile giustizia americana. «Joanna ha scelto di lasciare il suo incarico dopo quanto apparso sui media nel fine settimana. L’organizzazione o il Consiglio di amministrazione non ne erano a conoscenza», ha dichiarato Daniel Axelsson, addetto stampa dell’Unhcr svedese.
Dicono tutti così: non ne sapevamo nulla. Eppure Rubinstein è andata in visita nell’isola degli orrori di Jeffrey Epstein nel 2012, tre anni dopo le accuse e l’incarcerazione del faccendiere per reati sessuali. Stesso discorso per Peter Mandelson: il Foreign Office l’altro ieri ha dichiarato che le mail hanno dimostrato una relazione «più ampia e profonda ai tempi della nomina» dell’ex ambasciatore inglese negli Stati Uniti, ma il premier laburista britannico Keir Starmer si è ampiamente speso per difenderlo, salvo poi sollecitare un’indagine penale a Scotland Yard, che ieri ha aperto un fascicolo per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche per i consigli di Mandelson a Epstein su come sabotare la supertassa sui bonus dei banchieri. Non solo: l’ex ambasciatore, dopo essersi ritirato dal partito Labour, ieri ha dovuto annunciare le sue dimissioni, con decorrenza da oggi, anche dalla Camera dei Lord, dove era entrato nel 2008 a seguito della nomina formale a life peer («pari a vita») della regina Elisabetta su raccomandazione dell’allora primo ministro Gordon Brown, laburista (ça va sans dire).
Altri italiani sono stati nominati dal finanziere nelle sue email. Uno è l’ex premier Mario Monti, indicato come «bureaucrat» in una mail inviata da Larry Summers, altra figura di spicco della sinistra americana ed ex segretario al tesoro Usa sotto Bill Clinton. «Monti depends on your purpose», scriveva Summers a Epstein.
C’è poi il capitolo Elkann. Epstein ricevette un invito a un evento a Londra organizzato da Edmondo di Robilant e Marco Voena per Lapo Elkann. «L’ho fotografato oggi», gli scrisse un mittente sconosciuto. «Digli che siamo amici», rispose il faccendiere. In un’altra email del 15 agosto 2010, Epstein scrive di aver parlato con il fratello John Elkann e Luca di Montezemolo e di avere ospite nel suo ranch Eduardo Teodorani, figlio della sorella di Gianni, Maria Sole Agnelli, recentemente scomparsa («Eduardo Teodorani and Annabel Nielson are here at ranch with me»). A proposito di John, un mittente coperto da segreto scrive a Epstein: «Marina ha sentito grandi cose su di lui da un amico. So che è fratello di Lapo. Cosa ne pensi?». «Great, great, great», risponde Epstein. «Penso che lui sia il nuovo obiettivo. Come facciamo a incontrarlo? Certo non attraverso Edu» (Teodorani?, ndr), replica il mittente.
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Fabrizio Corona (Ansa)
La decisione era nell’aria, ma da ieri mattina sono stati rimossi i profili social di Fabrizio Corona. In particolare, non è più visibile quello Instagram, dove si legge che la pagina è stata «rimossa». Pagina nella quale l’ex agente fotografico rilanciava i video pubblicati su un canale di YouTube del suo format on line Falsissimo con puntate, le ultime in particolare, contro Mediaset e Alfonso Signorini. Anche lunedì sera l’ex re dei paparazzi aveva pubblicato una puntata. Un portavoce di Meta, la società controllata da Mark Zuckerberg che gestisce i social Facebook e Instagram, ha commentato così la cancellazione dei profili di Corona: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli standard della community di Meta». Resiste, almeno per il momento, il canale YouTube da oltre un milione di iscritti, dal quale però sono stati rimossi numerosi contenuti, compreso il video pubblicato lunedì sera dopo che Corona ha nuovamente rimandato sul suo canale la puntata in cui attaccava conduttori di trasmissioni Mediaset e la famiglia Berlusconi.
Cancellati anche quasi tutti i contenuti dell’account su TikTok. Anche se manca la conferma ufficiale, a pesare sulla decisione potrebbe essere stata un’azione dell’ufficio legale di Mediaset, come raramente accade, i colossi del Web ad agire in via preventiva contro il format Falsissimo.
Una serie di diffide aveva contestato infatti una lunga serie di violazioni da parte dell’ex agente fotografico, sia per quanto riguarda il copyright che per contenuti diffamatori e messaggi di odio. Mentre la Procura di Milano ha aperto nei giorni scorsi un’inchiesta per concorso in diffamazione con Corona e ricettazione di immagini e chat trasmesse a carico di manager di Google.
Secondo Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, «la rimozione dei profili di Corona è una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratico. La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte». A sollevare dubbi sulla decisione dei colossi del Web è stato anche il Codacons, che in una nota ha sottolineato come la decisione «sembra dimostrare come le piattaforme che gestiscono i social network utilizzino due pesi e due misure per gestire presunte violazioni delle loro regole».
Va detto che la vicenda che ha portato alla diffida da parte di Mediaset ha pochi precedenti, se non addirittura nessuno, perfino nella turbolenta carriera di Corona. Dopo lo stop da parte dei giudici alla pubblicazione dei contenuti relativi alla vita privata del conduttore Mediaset Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi aveva reagito imbastendo una puntata di Falsissimo durante la quale aveva accusato Gerry Scotti di aver avuto rapporti intimi con tutte le «Letterine» ai tempi di Passaparola. «Per essere lì», aveva accusato Corona, «dovevano tutte andare a letto con lui. Tutte». Parole pesantissime, che indirettamente chiamano in causa anche la compagna di Piersilvio Berlusconi, Silvia Toffanin, che aveva esordito in tv proprio in quella trasmissione. E soprattutto, a differenza di quelle (che rimangono comunque tutte da dimostrare) contro Signorini, che si basavano sul racconto e sulle chat mostrate da un ex concorrente del Grande Fratello Vip, le accuse contro Scotti non erano supportate da nessuna testimonianza. Ma avevano comunque fatto velocemente il giro del Web, costringendo il conduttore a replicare: «Le presunte rivelazioni che riguardano un periodo di 25 anni fa della mia vita professionale sono semplicemente false. Sono amareggiato non solo per me, nessuno ha pensato alle ragazze. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora e come nel futuro. Non è giusto marchiare la loro esperienza professionale con il termine “Letterina”, come fosse uno stigma. Non se lo meritano. Oggi hanno le loro professioni, le loro famiglie, figli magari adolescenti che devono sentire falsità imbarazzanti. Senza rispetto, senza un minimo di sensibilità». Ma soprattutto, molte delle ragazze che avevano partecipato alla trasmissione, si sono schierate a difesa del conduttore. E una in particolare, Ludmilla Radchenko, ha pubblicato sui social alcuni messaggi che avrebbe scambiato in chat con Corona che non sembrano lasciare molti dubbi sulle modalità con cui l’ex fotografo avrebbe tentato di puntellare il caso dopo essersi esposto pubblicamente. «Quando rientri? Ti volevo parlare di una cosa», le avrebbe chiesto Corona. Immediata la risposta della Radchenko: «Molto brutto che hai tirato in mezzo anche me sapendo che sono sempre stata “pulita”». «Non ti ho tirato in mezzo, solo Ilary e Silvia (verosimilmente Ilary Blasi e Silvia Toffanin, ndr). Ci sentiamo domani?», avrebbe quindi chiesto Corona. A quel punto, l’ex letterina è apparsa ancora più chiara: «Io sono stata la letterina, punto. Quindi il mio nome è in mezzo. E sai benissimo la gente come rende le notizie, tutte in un secchio».
Uno scenario che rende facile intuire perché i colossi del Web hanno deciso di tutelarsi, lasciando per la prima volta Corona solo contro tutti.
La Procura di Parigi convoca Musk
Gli uffici francesi della X di Elon Musk sono stati perquisiti dall’unità anticrimine informatico della Procura di Parigi e dell’Europol. L’indagine è quella avviata già nel gennaio di un anno fa sui contenuti consigliati dall’algoritmo della piattaforma di social media del miliardario sudafricano, prima che includesse il discusso chatbot basato sull’intelligenza artificiale, Grok, assistente Ia su X. «Lo svolgimento di questa indagine rientra, in questa fase, in un approccio costruttivo, con l’obiettivo ultimo di garantire il rispetto da parte di X delle leggi francesi», ha affermato la Procura in una nota. I reati ipotizzati sono la complicità nel possesso o nella distribuzione organizzata di immagini di bambini di natura pornografica, la violazione dei diritti all’immagine delle persone con deepfake a sfondo sessuale e l’estrazione fraudolenta di dati da parte di un gruppo organizzato. Musk e l’ex ad del social, Linda Yaccarino, sono stati convocati dai pm per audizioni libere il prossimo 20 aprile. X non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma nel luglio 2025 aveva descritto l’ampliamento dell’indagine come «motivato politicamente» e aveva negato «categoricamente» le accuse di aver manipolato il suo algoritmo. Aggiungeva che «X rimane all’oscuro delle accuse specifiche mosse alla piattaforma.
Un mese fa, dopo pressioni internazionali, X ha implementato quelle che ha definito «misure tecnologiche» per impedire che lo strumento di intelligenza artificiale venisse utilizzato per manipolare foto di persone reali e ha limitato la creazione e la modifica delle immagini ai soli abbonati paganti. Musk ha annunciato che gli utenti che utilizzano Grok per generare contenuti illegali «subiranno le stesse conseguenze» di coloro che caricano materiale illegale.
Nel frattempo, l’Information commissioner’s office (Ofcom) del Regno Unito, l’ente che promuove la riservatezza dei dati per gli individui, ha affermato che sta continuando a indagare sulla piattaforma X e sulla sua società affiliata xAI. Si muove in collaborazione con l’Autorità di regolamentazione e di concorrenza per le industrie delle comunicazioni del Regno Unito, che sta raccogliendo prove per verificare se Grok venga utilizzato per creare immagini sessualizzate. Ofcom ha avviato a gennaio un’indagine su X, ma non ha ancora affrontato il problema xAI, perché l’Online safety act (che ha l’obiettivo di proteggere i bambini e gli adulti da contenuti online dannosi e illegali) non si applica ancora a tutti i chatbot Ia.
Sia X, sia xAI fanno già parte della stessa azienda, controllata da Musk. Il gruppo è destinato a entrare a far parte della società missilistica SpaceX, in base a un accordo annunciato lunedì e dal valore di 1.250 miliardi di dollari. Musk afferma che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sul pianeta Terra e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio ricorrendo all’energia solare, evitando così i gravi problemi ambientali che oggi si profilano con l’elaborazione dei dati.
Tornando all’indagine, non è la prima volta che la giustizia francese indaga sui proprietari di piattaforme social ritenendoli responsabili dei contenuti diffusi. Pavel Durov, il fondatore di Telegram di origine russa con cittadinanza francese e degli Emirati Arabi Uniti, venne arrestato nell’agosto del 2024 con l’accusa di non contrastare la criminalità, compresi i contenuti pedopornografici. Durov ha sempre negato qualsiasi illecito. Ieri su X ha postato: «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che offrono alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok...). Non fraintendete: questo non è un Paese libero».
E c’è chi subito ne ha approfittato per infierire. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha lanciato martedì un pacchetto di misure in cinque punti volto «a contrastare gli abusi delle grandi piattaforme digitali». Intervenendo al Summit mondiale dei governi di Dubai, ha affermato: «Il mio governo collaborerà con la Procura della Repubblica per indagare e perseguire i crimini commessi da Grok, TikTok e Instagram».
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