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2023-08-04
«Biden incontrò i soci stranieri del figlio»
Joe Biden e il figlio Hunter (Getty Images)
Si rafforzano i sospetti di conflitto di interessi e traffico d’influenze sui Biden. Ieri, la commissione Sorveglianza della Camera dei rappresentanti ha pubblicato la trascrizione della testimonianza, rilasciata lunedì scorso a porte chiuse da Devon Archer: ex socio del figlio del presidente americano, Hunter, che sedette con lui nel board della controversa azienda ucraina Burisma.
Archer ha raccontato che l’allora vicepresidente Joe Biden prese parte ad almeno un paio di cene con alcuni dei soci in affari stranieri di Hunter Biden che avevano trasferito denaro alle società di quest’ultimo. Alla domanda su chi avesse partecipato a queste cene, Archer ha risposto: «Kenes Rakishev, Karim Massimov, Yelena Baturina, forse Yury, Hunter Biden, Joe Biden, forse Eric Schwerin». Ricordiamo che, secondo un report investigativo dei senatori repubblicani, la Baturina - moglie miliardaria dell’ex sindaco di Mosca Yury Luzhkov - diede a una società di Hunter 3,5 milioni di dollari nel 2014: quella stessa Baturina che stranamente non è stata inserita nella lista delle sanzioni americane contro gli oligarchi russi. Soldi a una società di Hunter (circa 142.000 dollari) sarebbero arrivati anche da Kenes Rakishev: magnate kazako che, secondo la testata Le Media, sarebbe risultato molto vicino al leader ceceno Ramzan Kadyrov.
Non solo. Archer ha anche confermato che Joe Biden parlò una ventina di volte in vivavoce con alcuni dei soci del figlio: una circostanza finalizzata, secondo la testimonianza, ad aumentare l’influenza di Hunter attraverso il «brand» del potente genitore. «Penso che, alla fine, parte di ciò che è stato trasmesso sia il brand. Voglio dire, è come qualsiasi cosa, sai, se sei il figlio di Jamie Dimon o qualsiasi amministratore delegato. Sai, penso che questo sia ciò di cui stiamo parlando, è che c’era il marchio che veniva trasmesso», ha detto Archer, il quale ha anche rivelato che, nel 2013, Joe Biden «prese un caffè» a Pechino con Jonathan Li: l’amministratore delegato di Bhr Partners, fondo d’investimento cinese co-fondato dallo stesso Li insieme ad Hunter e Archer.
Lo stesso Archer ha anche confermato gli opachi intrecci tra i Biden e Burisma, raccontando che i vertici della società chiesero l’aiuto di Hunter per contrastare le «pressioni» del governo ucraino.
In particolare, i vertici confidavano in un aiuto da Washington. «Beh, voglio dire, era un lobbista ed un esperto e ovviamente portava, sai, un nome molto potente. Quindi penso che fosse questo quello che stavano chiedendo», ha specificato Archer in riferimento alle richieste di aiuto inoltrate da Burisma ad Hunter. L’ex socio ha anche affermato che le alte sfere dell’azienda ucraina vollero il figlio di Biden nel proprio board «perché le persone sarebbero state intimidite nel dar loro fastidio». Insomma, par di capire che, avendo nel board il figlio dell’allora vicepresidente degli Usa, Burisma puntasse a non avere grane dal procuratore generale ucraino, Viktor Shokin: procuratore che fu licenziato nel marzo 2016, appena pochi mesi dopo che Joe Biden aveva esercitato pressioni sull’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. D’altronde, Archer ha detto che, proprio grazie all’appoggio dei Biden, Burisma «riuscì a sopravvivere così a lungo». Ricordiamo che nel settembre 2019 l’attuale presidente americano aveva esplicitamente dichiarato di non aver mai parlato col figlio dei suoi affari all’estero. La testimonianza di Archer sembra tuttavia smentirlo. I dem si aggrappano al fatto che, secondo Archer, Biden - nei suoi contatti con i soci del figlio - avrebbe parlato del tempo e di cose di poco conto. Va però sottolineato che l’obiettivo di Hunter era quello di aumentare la propria influenza con i suoi interlocutori: ragion per cui a lui bastava che il potente padre comparisse dal vivo o in vivavoce in quei meeting indipendentemente dai contenuti delle conversazioni. C’è semmai da chiedersi se l’attuale presidente non capisse una dinamica tanto ovvia. Possibile che Biden si facesse strumentalizzare passivamente dal figlio?
È probabile che la testimonianza di Archer possa essere usata nel momento in cui i deputati repubblicani decidessero di avviare un’indagine per impeachment contro l’attuale inquilino della Casa Bianca: si tratterebbe, in caso, del primo step verso un eventuale processo di messa in stato d’accusa. Un’ipotesi, questa, che recentemente è stata ventilata dallo stesso Speaker della Camera, Kevin McCarthy. D’altronde è lecito farsi una domanda. È normale che un vicepresidente americano in carica incontri o parli al telefono con i controversi soci d’affari esteri del figlio? Vi immaginate che cosa sarebbe accaduto se, anziché Hunter, questa storia avesse riguardato Ivanka Trump?
Trump braccato dalla giustizia: rischia fino a 561 anni di carcere
Prosegue lo scontro giudiziario tra Donald Trump e il Dipartimento di Giustizia. Ieri, quando La Verità era già andata in stampa, l’ex presidente si è presentato in tribunale a Washington in riferimento alla nuova incriminazione, presentata martedì dal procuratore speciale, Jack Smith. Probabilmente il team legale di Trump chiederà che la sede del processo venga spostata altrove (come per esempio in West Virginia). Washington Dc è un feudo elettorale storicamente democratico, dove alle ultime elezioni Joe Biden ha preso il 92% dei voti. L’ex presidente teme quindi di dover affrontare una giuria politicamente prevenuta nei suoi confronti.
Nel frattempo, un numero crescente di elettori repubblicani ritiene che la vittoria dello stesso Biden nel 2020 sia stata illegittima: secondo la Cnn, a pensarla così oggi è il 69% dei votanti del Gop (un incremento di sei punti rispetto all’inizio dell’anno). È anche in tal senso che Trump continua a cavalcare la tesi della persecuzione giudiziaria. «Non è colpa mia se il mio avversario politico nel Partito democratico, il corrotto Joe Biden, ha detto al suo procuratore generale di accusare il principale candidato repubblicano ed ex presidente degli Usa, io, con tutti i crimini possibili così da costringerlo a spendere tutti i soldi per la difesa», ha tuonato Trump, riferendosi al fatto che Smith è stato nominato dal procuratore generale Merrick Garland, a sua volta nominato da Biden. L’ex presidente si trova in una situazione singolare. Da una parte, sale nei sondaggi e ha raccolto significativi finanziamenti elettorali. Dall’altra, parte consistente di tali finanziamenti sta andando via in spese legali.
Ricordiamo che finora Trump ha subito tre incriminazioni (una statale e due federali) per un totale di 78 capi d’imputazione: un numero assai probabilmente destinato ad aumentare a causa dell’imminente incriminazione da parte della Procura distrettuale di Fulton. Al momento in linea teorica l’ex presidente rischierebbe addirittura fino a un massimo complessivo di 561 anni di carcere. Si tratta di numeri impressionanti: basti pensare che, nel 1931, Al Capone fu incriminato con 23 capi d’imputazione e che, secondo il New York Times, rischiava un massimo di 17 anni di galera (fu alla fine riconosciuto colpevole di cinque accuse e condannato a undici anni).
Inoltre, delle varie incriminazioni subite da Trump, la più solida è la seconda: quella sui documenti classificati. In quel caso infatti il procuratore speciale Smith possiede un audio scottante che gli avvocati dell’ex presidente difficilmente riusciranno a smentire in sede processuale. Ben differente è invece la situazione per le altre due incriminazioni. Quella statale del procuratore distrettuale di Manhattan, il democratico Alvin Bragg, è la più traballante: sconta problemi di giurisdizione e un precedente del 2012 potrebbe addirittura favorire Trump. Problemi si riscontrano anche nella nuova incriminazione di Smith. Per come ha impostato l’impianto accusatorio, il procuratore speciale dovrà provare al di là di ogni ragionevole dubbio che Trump abbia mentito consapevolmente: il che non è esattamente facile da dimostrare. In secondo luogo, vari analisti legali sostengono che la linea del procuratore potrebbe infrangersi contro il Primo emendamento (che tutela la libertà di espressione).
Alla luce di tutto questo, è difficile non pensare che, alla base di almeno alcune di queste incriminazioni, ci siano anche delle motivazioni politiche. Non dimentichiamo che Bragg appartiene al Partito democratico e che il Dipartimento di Giustizia è stato accusato da due informatori dell’Agenzia delle entrate americana di aver interferito nell’indagine penale sui reati fiscali di Hunter Biden. Infine, ma non meno importante, un report del procuratore speciale John Durham ha messo in evidenza le storture commesse dall’Fbi contro Trump ai tempi del Russiagate. È per questa ragione che l’amministrazione Biden rischia seriamente un effetto boomerang. Se per l’ex presidente la strada è oggettivamente in salita, l’attuale inquilino della Casa Bianca non può infatti dormire sonni tranquilli. Al di là dei sondaggi non esattamente esaltanti per lui, Biden potrebbe presto ritrovarsi sotto impeachment da parte dei deputati repubblicani a causa dei sospetti di conflitto di interessi e di traffico d’influenza che aleggiano sul suo capo a causa del figlio.
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Pubblicate le testimonianze di Archer, ex sodale di Hunter: il presidente Usa, che nega implicazioni nei pasticci del rampollo, sarebbe stato usato per influenzarne i partner d’affari e avrebbe partecipato a varie cene con loro. Confermati gli intrecci con Kiev.Ieri Donald Trump alla sbarra per frode allo Stato. Ma la grana peggiore è per le carte segrete.Lo speciale contiene due articoli.Si rafforzano i sospetti di conflitto di interessi e traffico d’influenze sui Biden. Ieri, la commissione Sorveglianza della Camera dei rappresentanti ha pubblicato la trascrizione della testimonianza, rilasciata lunedì scorso a porte chiuse da Devon Archer: ex socio del figlio del presidente americano, Hunter, che sedette con lui nel board della controversa azienda ucraina Burisma. Archer ha raccontato che l’allora vicepresidente Joe Biden prese parte ad almeno un paio di cene con alcuni dei soci in affari stranieri di Hunter Biden che avevano trasferito denaro alle società di quest’ultimo. Alla domanda su chi avesse partecipato a queste cene, Archer ha risposto: «Kenes Rakishev, Karim Massimov, Yelena Baturina, forse Yury, Hunter Biden, Joe Biden, forse Eric Schwerin». Ricordiamo che, secondo un report investigativo dei senatori repubblicani, la Baturina - moglie miliardaria dell’ex sindaco di Mosca Yury Luzhkov - diede a una società di Hunter 3,5 milioni di dollari nel 2014: quella stessa Baturina che stranamente non è stata inserita nella lista delle sanzioni americane contro gli oligarchi russi. Soldi a una società di Hunter (circa 142.000 dollari) sarebbero arrivati anche da Kenes Rakishev: magnate kazako che, secondo la testata Le Media, sarebbe risultato molto vicino al leader ceceno Ramzan Kadyrov. Non solo. Archer ha anche confermato che Joe Biden parlò una ventina di volte in vivavoce con alcuni dei soci del figlio: una circostanza finalizzata, secondo la testimonianza, ad aumentare l’influenza di Hunter attraverso il «brand» del potente genitore. «Penso che, alla fine, parte di ciò che è stato trasmesso sia il brand. Voglio dire, è come qualsiasi cosa, sai, se sei il figlio di Jamie Dimon o qualsiasi amministratore delegato. Sai, penso che questo sia ciò di cui stiamo parlando, è che c’era il marchio che veniva trasmesso», ha detto Archer, il quale ha anche rivelato che, nel 2013, Joe Biden «prese un caffè» a Pechino con Jonathan Li: l’amministratore delegato di Bhr Partners, fondo d’investimento cinese co-fondato dallo stesso Li insieme ad Hunter e Archer. Lo stesso Archer ha anche confermato gli opachi intrecci tra i Biden e Burisma, raccontando che i vertici della società chiesero l’aiuto di Hunter per contrastare le «pressioni» del governo ucraino. In particolare, i vertici confidavano in un aiuto da Washington. «Beh, voglio dire, era un lobbista ed un esperto e ovviamente portava, sai, un nome molto potente. Quindi penso che fosse questo quello che stavano chiedendo», ha specificato Archer in riferimento alle richieste di aiuto inoltrate da Burisma ad Hunter. L’ex socio ha anche affermato che le alte sfere dell’azienda ucraina vollero il figlio di Biden nel proprio board «perché le persone sarebbero state intimidite nel dar loro fastidio». Insomma, par di capire che, avendo nel board il figlio dell’allora vicepresidente degli Usa, Burisma puntasse a non avere grane dal procuratore generale ucraino, Viktor Shokin: procuratore che fu licenziato nel marzo 2016, appena pochi mesi dopo che Joe Biden aveva esercitato pressioni sull’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. D’altronde, Archer ha detto che, proprio grazie all’appoggio dei Biden, Burisma «riuscì a sopravvivere così a lungo». Ricordiamo che nel settembre 2019 l’attuale presidente americano aveva esplicitamente dichiarato di non aver mai parlato col figlio dei suoi affari all’estero. La testimonianza di Archer sembra tuttavia smentirlo. I dem si aggrappano al fatto che, secondo Archer, Biden - nei suoi contatti con i soci del figlio - avrebbe parlato del tempo e di cose di poco conto. Va però sottolineato che l’obiettivo di Hunter era quello di aumentare la propria influenza con i suoi interlocutori: ragion per cui a lui bastava che il potente padre comparisse dal vivo o in vivavoce in quei meeting indipendentemente dai contenuti delle conversazioni. C’è semmai da chiedersi se l’attuale presidente non capisse una dinamica tanto ovvia. Possibile che Biden si facesse strumentalizzare passivamente dal figlio? È probabile che la testimonianza di Archer possa essere usata nel momento in cui i deputati repubblicani decidessero di avviare un’indagine per impeachment contro l’attuale inquilino della Casa Bianca: si tratterebbe, in caso, del primo step verso un eventuale processo di messa in stato d’accusa. Un’ipotesi, questa, che recentemente è stata ventilata dallo stesso Speaker della Camera, Kevin McCarthy. D’altronde è lecito farsi una domanda. È normale che un vicepresidente americano in carica incontri o parli al telefono con i controversi soci d’affari esteri del figlio? Vi immaginate che cosa sarebbe accaduto se, anziché Hunter, questa storia avesse riguardato Ivanka Trump?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-ucraina-inchiesta-2662729750.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="trump-braccato-dalla-giustizia-rischia-fino-a-561-anni-di-carcere" data-post-id="2662729750" data-published-at="1691125048" data-use-pagination="False"> Trump braccato dalla giustizia: rischia fino a 561 anni di carcere Prosegue lo scontro giudiziario tra Donald Trump e il Dipartimento di Giustizia. Ieri, quando La Verità era già andata in stampa, l’ex presidente si è presentato in tribunale a Washington in riferimento alla nuova incriminazione, presentata martedì dal procuratore speciale, Jack Smith. Probabilmente il team legale di Trump chiederà che la sede del processo venga spostata altrove (come per esempio in West Virginia). Washington Dc è un feudo elettorale storicamente democratico, dove alle ultime elezioni Joe Biden ha preso il 92% dei voti. L’ex presidente teme quindi di dover affrontare una giuria politicamente prevenuta nei suoi confronti. Nel frattempo, un numero crescente di elettori repubblicani ritiene che la vittoria dello stesso Biden nel 2020 sia stata illegittima: secondo la Cnn, a pensarla così oggi è il 69% dei votanti del Gop (un incremento di sei punti rispetto all’inizio dell’anno). È anche in tal senso che Trump continua a cavalcare la tesi della persecuzione giudiziaria. «Non è colpa mia se il mio avversario politico nel Partito democratico, il corrotto Joe Biden, ha detto al suo procuratore generale di accusare il principale candidato repubblicano ed ex presidente degli Usa, io, con tutti i crimini possibili così da costringerlo a spendere tutti i soldi per la difesa», ha tuonato Trump, riferendosi al fatto che Smith è stato nominato dal procuratore generale Merrick Garland, a sua volta nominato da Biden. L’ex presidente si trova in una situazione singolare. Da una parte, sale nei sondaggi e ha raccolto significativi finanziamenti elettorali. Dall’altra, parte consistente di tali finanziamenti sta andando via in spese legali. Ricordiamo che finora Trump ha subito tre incriminazioni (una statale e due federali) per un totale di 78 capi d’imputazione: un numero assai probabilmente destinato ad aumentare a causa dell’imminente incriminazione da parte della Procura distrettuale di Fulton. Al momento in linea teorica l’ex presidente rischierebbe addirittura fino a un massimo complessivo di 561 anni di carcere. Si tratta di numeri impressionanti: basti pensare che, nel 1931, Al Capone fu incriminato con 23 capi d’imputazione e che, secondo il New York Times, rischiava un massimo di 17 anni di galera (fu alla fine riconosciuto colpevole di cinque accuse e condannato a undici anni). Inoltre, delle varie incriminazioni subite da Trump, la più solida è la seconda: quella sui documenti classificati. In quel caso infatti il procuratore speciale Smith possiede un audio scottante che gli avvocati dell’ex presidente difficilmente riusciranno a smentire in sede processuale. Ben differente è invece la situazione per le altre due incriminazioni. Quella statale del procuratore distrettuale di Manhattan, il democratico Alvin Bragg, è la più traballante: sconta problemi di giurisdizione e un precedente del 2012 potrebbe addirittura favorire Trump. Problemi si riscontrano anche nella nuova incriminazione di Smith. Per come ha impostato l’impianto accusatorio, il procuratore speciale dovrà provare al di là di ogni ragionevole dubbio che Trump abbia mentito consapevolmente: il che non è esattamente facile da dimostrare. In secondo luogo, vari analisti legali sostengono che la linea del procuratore potrebbe infrangersi contro il Primo emendamento (che tutela la libertà di espressione). Alla luce di tutto questo, è difficile non pensare che, alla base di almeno alcune di queste incriminazioni, ci siano anche delle motivazioni politiche. Non dimentichiamo che Bragg appartiene al Partito democratico e che il Dipartimento di Giustizia è stato accusato da due informatori dell’Agenzia delle entrate americana di aver interferito nell’indagine penale sui reati fiscali di Hunter Biden. Infine, ma non meno importante, un report del procuratore speciale John Durham ha messo in evidenza le storture commesse dall’Fbi contro Trump ai tempi del Russiagate. È per questa ragione che l’amministrazione Biden rischia seriamente un effetto boomerang. Se per l’ex presidente la strada è oggettivamente in salita, l’attuale inquilino della Casa Bianca non può infatti dormire sonni tranquilli. Al di là dei sondaggi non esattamente esaltanti per lui, Biden potrebbe presto ritrovarsi sotto impeachment da parte dei deputati repubblicani a causa dei sospetti di conflitto di interessi e di traffico d’influenza che aleggiano sul suo capo a causa del figlio.
Un braccio di mare lungo 50 chilometri e largo massimo 26, da cui transita quasi il 12% del commercio mondiale marittimo di petrolio. È un passaggio che, sulla direttrice che porta al canale di Suez e quindi al Mediterraneo, insiste sul Mar Rosso già presidiato dalle navi Usa e dalla missione europea Aspides. Le quali si sono rivelate insufficienti a neutralizzare le doti offensive del nemico: tra il 2024 e il 2025, gli Huthi hanno affondato quattro imbarcazioni; intanto, la coalizione occidentale ha speso oltre un miliardo di dollari in testate antimissile e antiaeree. Il giudizio di Reuters, che ne ha scritto pochi giorni fa, è stato definitivo: si parla di proteggere Hormuz, ma il «tentativo simile» nel Mar Rosso «alla fine è fallito».
La nuova escalation del conflitto in Medio Oriente ci espone, in quanto italiani ed europei, anche sul piano militare. Inutile nascondersi: quando l’Ue e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno risposto all’appello di Donald Trump per il Golfo proponendo di rafforzare Aspides, lo hanno fatto anche per trarsi d’impaccio dalla polveriera di Hormuz. Ma ora la stessa tensione potrebbe riproporsi a Bab el-Mandeb. E noi ci siamo dentro fino al collo.
«Gli Huthi non hanno la capacità per bloccare lo Stretto come hanno fatto gli iraniani», spiega alla Verità il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani. Tuttavia, segnala il generale Marco Bartolini, «un’operazione che si svolge in mare chiuso, lungo costa, dove ci si trova costantemente sotto tiro, presenta difficoltà molto maggiori rispetto a una in mare aperto». I ribelli hanno a disposizione sciami di droni e missili da crociera in abbondanza. La nostra incognita riguarda proprio gli approvvigionamenti. Per rispondere agli attacchi dovremmo utilizzare, continua Gaiani, «cannoni con munizionamento antidrone e missili da difesa aerea». Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, sottolinea che, contro i velivoli senza pilota, abbiamo già usato, «con grande soddisfazione, il cannone da 76 millimetri, reso ancor più efficace dal munizionamento guidato. Tant’è che Leonardo ne ha prodotto anche una versione terrestre», oltre a quella per le navi. Tuttavia, avverte Gaiani, «noi abbiamo un problema di quantità. Già l’anno scorso, gli americani hanno provato a colpire depositi e infrastrutture degli Huthi, a differenza degli europei, che si limitavano ad abbattere le minacce sul mare. Ma persino gli statunitensi hanno finito i missili antiaerei sulle navi e, nonostante i raid, non hanno distrutto i depositi sotterranei degli Huthi. Per riuscire nell’intento, bisognerebbe avere molte navi, con molti missili e con molti proiettili; cosa che nessuno, oggi, ha».
Prima che si aprissero le ostilità con Teheran, gli Usa erano riusciti a raggiungere un accordo con i ribelli: voi non provate a colpire i natanti, noi smettiamo di colpire voi. Il punto è che, alla luce delle permanenti insidie, alle quali le compagnie assicurative hanno peraltro risposto prontamente, sospendendo in vari casi le polizze, molti mercantili hanno già smesso di avventurarsi nel Mar Rosso, preferendo circumnavigare l’Africa. Aggirare il pericolo, però, comporta un aggravio di costi indipendente dall’effettivo blocco manu militari di Bab el-Mandem. La minaccia di chiudere lo Stretto è essa stessa la chiusura dello Stretto.
Il nostro Paese, protagonista di alcuni interventi a protezione delle imbarcazioni civili, ha contribuito ad Aspides con i pezzi d’élite della Marina, tra cui i cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio e Andrea Doria e le fregate Virginio Fasan e Federico Martinengo. Roma svolge un ruolo da protagonista: la guida della missione, il 2 luglio 2025, era stata trasferita dal contrammiraglio greco Michail Pantouvakis al contrammiraglio italiano Andrea Quondamatteo; il comando tattico, invece, è in capo a un gruppo composto da otto Paesi membri e, lo scorso 14 marzo, a bordo della frega italiana Luigi Rizzo, che fungerà da quartier generale, è stato affidato al contrammiraglio friulano Milos Argenton. Il 23 febbraio, cinque giorni prima che Trump iniziasse a bersagliare l’Iran, l’Ue aveva prorogato Aspides fino al 28 febbraio 2027, stanziando altri 15 milioni. Poi, è arrivata la promessa di potenziarla con più navi e migliori capacità d’intercettazione dei vettori nemici. Sarebbe più difficile adattarne il mandato giuridico: Bruxelles si vanta di aver varato un’operazione puramente difensiva, che in quanto tale, però, non può rendere gli Huthi inoffensivi. Adesso, oltre ad aver subìto una guerra che non voleva, l’Europa potrebbe essere anche costretta a combatterla.
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Ilaria Salis con Angelo Bonelli (Ansa)
I fatti, per chi ha ancora la pazienza di frequentarli, dicono questo: le forze dell’ordine si presentano all’alba per un controllo preventivo, atto dovuto dopo una segnalazione internazionale. La polizia tedesca aveva emanato qualche settimana fa un alert nei confronti della Salis - il motivo non è noto - che è scattato in automatico nel momento in cui la signora ha presentato i documenti nell’albergo romano in cui ha soggiornato per partecipare alla manifestazione «No Kings» indetta dalle sinistre contro le guerre. In base ai trattati internazionali, l’Italia non poteva che aderire alla richiesta, insomma routine amministrativa, roba che capita a chiunque abbia un curriculum giudiziario «movimentato» all’estero. Ma per la Salis no. Per lei è «Stato di polizia», è il «regime della Meloni» che le bussa alla porta per intimidirla. Insomma, la solita cagnara.
Siamo alle solite: la sinistra ha bisogno di martiri come l’ossigeno e, se non ci sono, se li inventa. Non le è bastato farsi eleggere per sfuggire alle carceri ungheresi - operazione simpatia riuscita grazie alla complicità di chi scambia l’antifascismo militante con il diritto a spaccare teste -, ora pretende anche un’immunità speciale: quella dal buon senso. Secondo la narrazione di Avs, un’europarlamentare dovrebbe essere intoccabile, una sorta di divinità laica sopra ogni controllo, specialmente se quel controllo ricorda al mondo che il suo passato non è esattamente quello di una damigella di San Vincenzo.
La verità è che la Salis soffre di una forma acuta di narcisismo politico che, per altro, ha trasformato una banale richiesta di documenti in una «perquisizione» mai avvenuta (gli agenti sono rimasti sulla porta della camera). Ogni divisa è un nemico, ogni regola è un sopruso, ogni procedura è un attentato alla democrazia. Grida al regime mentre siede comodamente su uno scranno pagato dai contribuenti europei, gli stessi a cui chiede di ignorare le accuse pendenti a Budapest.
La questura ha chiarito subito: «atto dovuto». Ma per la «maestrina» e per i suoi sponsor, la chiarezza è un optional fastidioso. Meglio urlare alla dittatura, meglio alimentare il fuoco di una piazza che non aspetta altro che un pretesto per incendiare il clima. Cara Salis, rassegnati: farsi controllare i documenti non è una persecuzione politica, è la legge. Quella cosa che per voi vale solo quando colpisce gli avversari, ma che diventa «fascismo» quando osa bussare alla vostra porta.
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