True
2023-02-09
Biden si rifugia in demagogia e bugie Intanto prepara la ricandidatura
Joe Biden (Ansa)
Ha promesso tanto. E, forse, ha rivendicato ancora di più. Fatto che sta, a ben vedere, l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden, sembra mostrare un presidente politicamente in affanno. Nel corso dell’intervento, sono emersi infatti tutti i principali problemi che affliggono l’attuale inquilino della Casa Bianca. A partire dalla sua difficoltà nel trovare numeri parlamentari solidi, essendo costantemente costretto a gestire l’ala più a sinistra del suo stesso partito. E qui sono nati i cortocircuiti.
Biden ha cominciato blandendo i repubblicani, auspicando collaborazione e unità. Parole bizzarre da uno che, fino a poco tempo fa, tacciava il Gop di estremismo. Ma tant’è: il presidente deve fare i conti con una Camera ormai a maggioranza repubblicana. Eppure, poco dopo la carota, Biden ha sfoderato improvvisamente il bastone, accusando l’elefantino di voler tagliare la previdenza sociale. Un attacco che ha innescato la dura reazione dei repubblicani, che hanno fischiato il presidente, gridandogli: «Bugiardo!». Insomma, prima le lusinghe e poi gli schiaffi. Una stramberia fondamentalmente dovuta al fatto che, pur avendo bisogno dei voti repubblicani, Biden sa che una collaborazione col «nemico» non gli verrebbe mai perdonata da una sinistra dem tutta dedita al fanatismo duro e puro. E infatti, proprio per accattivarsi tale frangia, il presidente se n’è uscito con una serie di proposte demagogiche: dalla minimum tax per i miliardari all’idea di quadruplicare la tassa sul riacquisto di azioni proprie, senza trascurare l’elogio del capitalismo «equo» e gli strali contro i «profitti record» di Big pharma (dimenticando forse che Pfizer, alle elezioni del 2020 e del 2022, ha dato la maggior parte dei propri finanziamenti al Partito democratico). Tutti specchietti per le allodole: se queste proposte non sono passate quando i dem avevano la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, figuriamoci ora che la Camera è in mano ai repubblicani!
Anche sui successi rivendicati ci sarebbe qualcosa da dire. Biden ha detto di aver creato ben 12 milioni di posti di lavoro. Peccato che sia stato smentito da Fox News la quale, citando il Bureau of Labor Statistics, ha riferito come si tratti in gran parte di posti di lavoro recuperati dopo la pandemia: in realtà, gli impieghi effettivamente creati da Biden sarebbero solo 2,7 milioni. Ma questo è nulla rispetto ai presunti successi rivendicati in politica estera. «Negli ultimi due anni le democrazie sono diventate più forti, non più deboli. Le autocrazie sono diventate più deboli, non più forti», ha dichiarato il presidente. Ebbene, le cose non stanno esattamente così. Da quando Biden è alla Casa Bianca, gli Usa hanno perso influenza su America Latina e Medio Oriente a vantaggio di Cina e Russia. Non solo. Biden ha rivendicato il sostegno all’Ucraina: uno dei pochi momenti in cui si sono registrati applausi bipartisan. Tuttavia ha omesso di dire che, cercando di ripristinare l’accordo sul nucleare con l’Iran, la sua amministrazione ha rafforzato il regime di Teheran, che - oltre a minacciare l’esistenza di Israele - sta fornendo oggi droni militari alla Russia contro Kiev. Biden ha inoltre omesso di ricordare che ha revocato le restrizioni a Cuba e allentato le sanzioni al Venezuela: due regimi non esattamente liberaldemocratici, che stanno spalleggiando Mosca contro l’Ucraina. A proposito: neanche una parola è stata spesa sul dossier afgano l’altro ieri.
Venendo poi alla Cina, l’unico passaggio apprezzabile del discorso è stato forse l’elogio del Chips Act: una legge bipartisan che prende effettivamente di petto la minaccia cinese nel settore dei semiconduttori. Per il resto, Biden si è tenuto piuttosto sul vago. Ha parlato di «concorrenza» con Pechino, auspicando di «modernizzare le [...] forze armate per salvaguardare la stabilità e scoraggiare l’aggressione». Il che in teoria sarebbe anche giusto, se non fosse che il presidente ha lasciato scorrazzare indisturbato per quattro giorni un pallone cinese nei cieli americani prima di procedere con l’abbattimento. Un’irresolutezza che ha messo a repentaglio la sicurezza nazionale e compromesso la deterrenza americana nei confronti di Pechino. E questo nonostante, nel discorso di martedì, Biden abbia detto di aver difeso la sovranità degli Usa in quell’occasione. In realtà non sembra proprio. La spiegazione che l’abbattimento sia stato effettuato così tardi per evitare la caduta dei rottami sul suolo statunitense fa infatti abbastanza acqua. Il punto è che, come su tanti altri dossier, anche sulla Cina l’amministrazione Biden è fondamentalmente spaccata al suo interno tra chi vuole severità e chi distensione (a partire da John Kerry).
Non è un mistero che il presidente abbia utilizzato questo discorso come trampolino per un’imminente ricandidatura («finiremo il lavoro», ha detto). Il punto è che la situazione per lui è tutt’altro che rosea. I sondaggi lo danno messo molto male, mentre i cortocircuiti emersi martedì sono evidenti. A peggiorare il quadro sta la totale assenza di trasparenza sia sulla questione del pallone sia sullo scandalo dei documenti classificati: scandalo che l’altro ieri non è stato minimamente menzionato. Il futuro per Biden, insomma, non sembra essere esattamente in discesa.
Le relazioni con Xi finite nel pallone
Non si placano le tensioni tra Stati Uniti e Cina. Ieri, Pechino ha reagito duramente al discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden. «Siamo contrari a definire le relazioni Cina-Usa interamente sulla base della concorrenza. Non è prassi di un Paese responsabile diffamare un Paese o limitare i legittimi diritti di sviluppo del Paese con la scusa della concorrenza, anche a costo di interrompere la catena industriale e di approvvigionamento globale», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. «Gli Stati Uniti devono vedere la Cina in una luce obiettiva e razionale, seguire una politica cinese positiva e pratica e lavorare con la Cina per riportare le relazioni Cina-Usa sul binario di uno sviluppo solido e costante», ha aggiunto.
Nel suo discorso, Biden aveva detto di aver «chiarito con il presidente Xi che cerchiamo competizione, non conflitto». «Non mi scuserò per il fatto che stiamo investendo per rendere forte l’America: investendo nell’innovazione americana, nelle industrie che definiranno il futuro e che il governo cinese intende dominare», aveva proseguito, per poi fare un rapido cenno alla crisi del pallone aerostatico. «Come abbiamo chiarito la scorsa settimana, se la Cina minaccia la nostra sovranità, agiremo per proteggere il nostro Paese. E lo abbiamo fatto», aveva affermato. Il presidente americano aveva anche sottolineato l’approvazione del Chips Act: legge bipartisan, volta a contrastare Pechino proprio sul delicatissimo fronte dei semiconduttori. Un fronte che, ricordiamolo, contribuisce ad incrementare la tensione su Taiwan.
Nel frattempo, il Pentagono ha reso noto che Pechino ha rifiutato di organizzare una telefonata tra il ministro della Difesa americano, Lloyd Austin, e l’omologo cinese, Wei Fenghe. «Sfortunatamente, la Repubblica popolare cinese ha rifiutato la nostra richiesta. Il nostro impegno per aprire linee di comunicazione continuerà», ha affermato il portavoce del Pentagono, Pat Ryder. La fibrillazione resta d’altronde alta proprio a causa della questione del pallone abbattuto sabato scorso: pallone, i cui rottami sono in fase di recupero da parte della Marina americana. Rottami che dovrebbero essere successivamente analizzati da funzionari di intelligence e agenti dell’Fbi.
Frattanto, proprio citando fonti dell’intelligence americana, il Washington Post ha riferito che il pallone cinese rientrerebbe all’interno di una più vasta operazione di spionaggio condotta dal Dragone. In particolare, sembra che questi oggetti volanti possano provenire da Hainan: un’isola della Cina meridionale che ospita una base militare navale. Al momento, Pechino continua a dire che il pallone avrebbe avuto delle finalità di ricerca scientifica e che sarebbe finito nei cieli statunitensi a causa del forte vento. Non solo: il governo cinese ha anche affermato che i resti dell’oggetto dovrebbero essergli riconsegnati. Una pretesa che sembra tuttavia essere stata respinta da Washington. Del resto, se la versione di Pechino rispondesse al vero, ci sarebbe da chiedersi per quale ragione le autorità cinesi abbiano reagito tanto aggressivamente all’abbattimento del pallone.
Infine, oltre alle questioni di spionaggio, sicurezza e commercio, Washington e Pechino si stanno dividendo anche su Damasco. Ieri, il ministero degli Esteri cinese ha infatti chiesto agli Usa di «revocare immediatamente le sanzioni unilaterali alla Siria, per aprire le porte agli aiuti umanitari alla Siria».
Continua a leggereRiduci
Il discorso sullo stato dell’Unione mostra un presidente Usa in difficoltà: prima blandisce i repubblicani e poi li attacca, promette riforme sociali che non realizzerà e rivendica posti di lavoro non creati da lui.La vicenda della presunta sonda spia cinese abbattuta dagli statunitensi agita i rapporti già tesi con Pechino. Che alza i toni: «Non è responsabile diffamarci».Lo speciale contiene due articoli.Ha promesso tanto. E, forse, ha rivendicato ancora di più. Fatto che sta, a ben vedere, l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden, sembra mostrare un presidente politicamente in affanno. Nel corso dell’intervento, sono emersi infatti tutti i principali problemi che affliggono l’attuale inquilino della Casa Bianca. A partire dalla sua difficoltà nel trovare numeri parlamentari solidi, essendo costantemente costretto a gestire l’ala più a sinistra del suo stesso partito. E qui sono nati i cortocircuiti. Biden ha cominciato blandendo i repubblicani, auspicando collaborazione e unità. Parole bizzarre da uno che, fino a poco tempo fa, tacciava il Gop di estremismo. Ma tant’è: il presidente deve fare i conti con una Camera ormai a maggioranza repubblicana. Eppure, poco dopo la carota, Biden ha sfoderato improvvisamente il bastone, accusando l’elefantino di voler tagliare la previdenza sociale. Un attacco che ha innescato la dura reazione dei repubblicani, che hanno fischiato il presidente, gridandogli: «Bugiardo!». Insomma, prima le lusinghe e poi gli schiaffi. Una stramberia fondamentalmente dovuta al fatto che, pur avendo bisogno dei voti repubblicani, Biden sa che una collaborazione col «nemico» non gli verrebbe mai perdonata da una sinistra dem tutta dedita al fanatismo duro e puro. E infatti, proprio per accattivarsi tale frangia, il presidente se n’è uscito con una serie di proposte demagogiche: dalla minimum tax per i miliardari all’idea di quadruplicare la tassa sul riacquisto di azioni proprie, senza trascurare l’elogio del capitalismo «equo» e gli strali contro i «profitti record» di Big pharma (dimenticando forse che Pfizer, alle elezioni del 2020 e del 2022, ha dato la maggior parte dei propri finanziamenti al Partito democratico). Tutti specchietti per le allodole: se queste proposte non sono passate quando i dem avevano la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, figuriamoci ora che la Camera è in mano ai repubblicani! Anche sui successi rivendicati ci sarebbe qualcosa da dire. Biden ha detto di aver creato ben 12 milioni di posti di lavoro. Peccato che sia stato smentito da Fox News la quale, citando il Bureau of Labor Statistics, ha riferito come si tratti in gran parte di posti di lavoro recuperati dopo la pandemia: in realtà, gli impieghi effettivamente creati da Biden sarebbero solo 2,7 milioni. Ma questo è nulla rispetto ai presunti successi rivendicati in politica estera. «Negli ultimi due anni le democrazie sono diventate più forti, non più deboli. Le autocrazie sono diventate più deboli, non più forti», ha dichiarato il presidente. Ebbene, le cose non stanno esattamente così. Da quando Biden è alla Casa Bianca, gli Usa hanno perso influenza su America Latina e Medio Oriente a vantaggio di Cina e Russia. Non solo. Biden ha rivendicato il sostegno all’Ucraina: uno dei pochi momenti in cui si sono registrati applausi bipartisan. Tuttavia ha omesso di dire che, cercando di ripristinare l’accordo sul nucleare con l’Iran, la sua amministrazione ha rafforzato il regime di Teheran, che - oltre a minacciare l’esistenza di Israele - sta fornendo oggi droni militari alla Russia contro Kiev. Biden ha inoltre omesso di ricordare che ha revocato le restrizioni a Cuba e allentato le sanzioni al Venezuela: due regimi non esattamente liberaldemocratici, che stanno spalleggiando Mosca contro l’Ucraina. A proposito: neanche una parola è stata spesa sul dossier afgano l’altro ieri. Venendo poi alla Cina, l’unico passaggio apprezzabile del discorso è stato forse l’elogio del Chips Act: una legge bipartisan che prende effettivamente di petto la minaccia cinese nel settore dei semiconduttori. Per il resto, Biden si è tenuto piuttosto sul vago. Ha parlato di «concorrenza» con Pechino, auspicando di «modernizzare le [...] forze armate per salvaguardare la stabilità e scoraggiare l’aggressione». Il che in teoria sarebbe anche giusto, se non fosse che il presidente ha lasciato scorrazzare indisturbato per quattro giorni un pallone cinese nei cieli americani prima di procedere con l’abbattimento. Un’irresolutezza che ha messo a repentaglio la sicurezza nazionale e compromesso la deterrenza americana nei confronti di Pechino. E questo nonostante, nel discorso di martedì, Biden abbia detto di aver difeso la sovranità degli Usa in quell’occasione. In realtà non sembra proprio. La spiegazione che l’abbattimento sia stato effettuato così tardi per evitare la caduta dei rottami sul suolo statunitense fa infatti abbastanza acqua. Il punto è che, come su tanti altri dossier, anche sulla Cina l’amministrazione Biden è fondamentalmente spaccata al suo interno tra chi vuole severità e chi distensione (a partire da John Kerry). Non è un mistero che il presidente abbia utilizzato questo discorso come trampolino per un’imminente ricandidatura («finiremo il lavoro», ha detto). Il punto è che la situazione per lui è tutt’altro che rosea. I sondaggi lo danno messo molto male, mentre i cortocircuiti emersi martedì sono evidenti. A peggiorare il quadro sta la totale assenza di trasparenza sia sulla questione del pallone sia sullo scandalo dei documenti classificati: scandalo che l’altro ieri non è stato minimamente menzionato. Il futuro per Biden, insomma, non sembra essere esattamente in discesa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-rifugia-demagogia-bugie-2659393398.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-relazioni-con-xi-finite-nel-pallone" data-post-id="2659393398" data-published-at="1675945350" data-use-pagination="False"> Le relazioni con Xi finite nel pallone Non si placano le tensioni tra Stati Uniti e Cina. Ieri, Pechino ha reagito duramente al discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden. «Siamo contrari a definire le relazioni Cina-Usa interamente sulla base della concorrenza. Non è prassi di un Paese responsabile diffamare un Paese o limitare i legittimi diritti di sviluppo del Paese con la scusa della concorrenza, anche a costo di interrompere la catena industriale e di approvvigionamento globale», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. «Gli Stati Uniti devono vedere la Cina in una luce obiettiva e razionale, seguire una politica cinese positiva e pratica e lavorare con la Cina per riportare le relazioni Cina-Usa sul binario di uno sviluppo solido e costante», ha aggiunto. Nel suo discorso, Biden aveva detto di aver «chiarito con il presidente Xi che cerchiamo competizione, non conflitto». «Non mi scuserò per il fatto che stiamo investendo per rendere forte l’America: investendo nell’innovazione americana, nelle industrie che definiranno il futuro e che il governo cinese intende dominare», aveva proseguito, per poi fare un rapido cenno alla crisi del pallone aerostatico. «Come abbiamo chiarito la scorsa settimana, se la Cina minaccia la nostra sovranità, agiremo per proteggere il nostro Paese. E lo abbiamo fatto», aveva affermato. Il presidente americano aveva anche sottolineato l’approvazione del Chips Act: legge bipartisan, volta a contrastare Pechino proprio sul delicatissimo fronte dei semiconduttori. Un fronte che, ricordiamolo, contribuisce ad incrementare la tensione su Taiwan. Nel frattempo, il Pentagono ha reso noto che Pechino ha rifiutato di organizzare una telefonata tra il ministro della Difesa americano, Lloyd Austin, e l’omologo cinese, Wei Fenghe. «Sfortunatamente, la Repubblica popolare cinese ha rifiutato la nostra richiesta. Il nostro impegno per aprire linee di comunicazione continuerà», ha affermato il portavoce del Pentagono, Pat Ryder. La fibrillazione resta d’altronde alta proprio a causa della questione del pallone abbattuto sabato scorso: pallone, i cui rottami sono in fase di recupero da parte della Marina americana. Rottami che dovrebbero essere successivamente analizzati da funzionari di intelligence e agenti dell’Fbi. Frattanto, proprio citando fonti dell’intelligence americana, il Washington Post ha riferito che il pallone cinese rientrerebbe all’interno di una più vasta operazione di spionaggio condotta dal Dragone. In particolare, sembra che questi oggetti volanti possano provenire da Hainan: un’isola della Cina meridionale che ospita una base militare navale. Al momento, Pechino continua a dire che il pallone avrebbe avuto delle finalità di ricerca scientifica e che sarebbe finito nei cieli statunitensi a causa del forte vento. Non solo: il governo cinese ha anche affermato che i resti dell’oggetto dovrebbero essergli riconsegnati. Una pretesa che sembra tuttavia essere stata respinta da Washington. Del resto, se la versione di Pechino rispondesse al vero, ci sarebbe da chiedersi per quale ragione le autorità cinesi abbiano reagito tanto aggressivamente all’abbattimento del pallone. Infine, oltre alle questioni di spionaggio, sicurezza e commercio, Washington e Pechino si stanno dividendo anche su Damasco. Ieri, il ministero degli Esteri cinese ha infatti chiesto agli Usa di «revocare immediatamente le sanzioni unilaterali alla Siria, per aprire le porte agli aiuti umanitari alla Siria».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
Continua a leggereRiduci
Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
Continua a leggereRiduci
Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
Continua a leggereRiduci