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2023-02-09
Biden si rifugia in demagogia e bugie Intanto prepara la ricandidatura
Joe Biden (Ansa)
Ha promesso tanto. E, forse, ha rivendicato ancora di più. Fatto che sta, a ben vedere, l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden, sembra mostrare un presidente politicamente in affanno. Nel corso dell’intervento, sono emersi infatti tutti i principali problemi che affliggono l’attuale inquilino della Casa Bianca. A partire dalla sua difficoltà nel trovare numeri parlamentari solidi, essendo costantemente costretto a gestire l’ala più a sinistra del suo stesso partito. E qui sono nati i cortocircuiti.
Biden ha cominciato blandendo i repubblicani, auspicando collaborazione e unità. Parole bizzarre da uno che, fino a poco tempo fa, tacciava il Gop di estremismo. Ma tant’è: il presidente deve fare i conti con una Camera ormai a maggioranza repubblicana. Eppure, poco dopo la carota, Biden ha sfoderato improvvisamente il bastone, accusando l’elefantino di voler tagliare la previdenza sociale. Un attacco che ha innescato la dura reazione dei repubblicani, che hanno fischiato il presidente, gridandogli: «Bugiardo!». Insomma, prima le lusinghe e poi gli schiaffi. Una stramberia fondamentalmente dovuta al fatto che, pur avendo bisogno dei voti repubblicani, Biden sa che una collaborazione col «nemico» non gli verrebbe mai perdonata da una sinistra dem tutta dedita al fanatismo duro e puro. E infatti, proprio per accattivarsi tale frangia, il presidente se n’è uscito con una serie di proposte demagogiche: dalla minimum tax per i miliardari all’idea di quadruplicare la tassa sul riacquisto di azioni proprie, senza trascurare l’elogio del capitalismo «equo» e gli strali contro i «profitti record» di Big pharma (dimenticando forse che Pfizer, alle elezioni del 2020 e del 2022, ha dato la maggior parte dei propri finanziamenti al Partito democratico). Tutti specchietti per le allodole: se queste proposte non sono passate quando i dem avevano la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, figuriamoci ora che la Camera è in mano ai repubblicani!
Anche sui successi rivendicati ci sarebbe qualcosa da dire. Biden ha detto di aver creato ben 12 milioni di posti di lavoro. Peccato che sia stato smentito da Fox News la quale, citando il Bureau of Labor Statistics, ha riferito come si tratti in gran parte di posti di lavoro recuperati dopo la pandemia: in realtà, gli impieghi effettivamente creati da Biden sarebbero solo 2,7 milioni. Ma questo è nulla rispetto ai presunti successi rivendicati in politica estera. «Negli ultimi due anni le democrazie sono diventate più forti, non più deboli. Le autocrazie sono diventate più deboli, non più forti», ha dichiarato il presidente. Ebbene, le cose non stanno esattamente così. Da quando Biden è alla Casa Bianca, gli Usa hanno perso influenza su America Latina e Medio Oriente a vantaggio di Cina e Russia. Non solo. Biden ha rivendicato il sostegno all’Ucraina: uno dei pochi momenti in cui si sono registrati applausi bipartisan. Tuttavia ha omesso di dire che, cercando di ripristinare l’accordo sul nucleare con l’Iran, la sua amministrazione ha rafforzato il regime di Teheran, che - oltre a minacciare l’esistenza di Israele - sta fornendo oggi droni militari alla Russia contro Kiev. Biden ha inoltre omesso di ricordare che ha revocato le restrizioni a Cuba e allentato le sanzioni al Venezuela: due regimi non esattamente liberaldemocratici, che stanno spalleggiando Mosca contro l’Ucraina. A proposito: neanche una parola è stata spesa sul dossier afgano l’altro ieri.
Venendo poi alla Cina, l’unico passaggio apprezzabile del discorso è stato forse l’elogio del Chips Act: una legge bipartisan che prende effettivamente di petto la minaccia cinese nel settore dei semiconduttori. Per il resto, Biden si è tenuto piuttosto sul vago. Ha parlato di «concorrenza» con Pechino, auspicando di «modernizzare le [...] forze armate per salvaguardare la stabilità e scoraggiare l’aggressione». Il che in teoria sarebbe anche giusto, se non fosse che il presidente ha lasciato scorrazzare indisturbato per quattro giorni un pallone cinese nei cieli americani prima di procedere con l’abbattimento. Un’irresolutezza che ha messo a repentaglio la sicurezza nazionale e compromesso la deterrenza americana nei confronti di Pechino. E questo nonostante, nel discorso di martedì, Biden abbia detto di aver difeso la sovranità degli Usa in quell’occasione. In realtà non sembra proprio. La spiegazione che l’abbattimento sia stato effettuato così tardi per evitare la caduta dei rottami sul suolo statunitense fa infatti abbastanza acqua. Il punto è che, come su tanti altri dossier, anche sulla Cina l’amministrazione Biden è fondamentalmente spaccata al suo interno tra chi vuole severità e chi distensione (a partire da John Kerry).
Non è un mistero che il presidente abbia utilizzato questo discorso come trampolino per un’imminente ricandidatura («finiremo il lavoro», ha detto). Il punto è che la situazione per lui è tutt’altro che rosea. I sondaggi lo danno messo molto male, mentre i cortocircuiti emersi martedì sono evidenti. A peggiorare il quadro sta la totale assenza di trasparenza sia sulla questione del pallone sia sullo scandalo dei documenti classificati: scandalo che l’altro ieri non è stato minimamente menzionato. Il futuro per Biden, insomma, non sembra essere esattamente in discesa.
Le relazioni con Xi finite nel pallone
Non si placano le tensioni tra Stati Uniti e Cina. Ieri, Pechino ha reagito duramente al discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden. «Siamo contrari a definire le relazioni Cina-Usa interamente sulla base della concorrenza. Non è prassi di un Paese responsabile diffamare un Paese o limitare i legittimi diritti di sviluppo del Paese con la scusa della concorrenza, anche a costo di interrompere la catena industriale e di approvvigionamento globale», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. «Gli Stati Uniti devono vedere la Cina in una luce obiettiva e razionale, seguire una politica cinese positiva e pratica e lavorare con la Cina per riportare le relazioni Cina-Usa sul binario di uno sviluppo solido e costante», ha aggiunto.
Nel suo discorso, Biden aveva detto di aver «chiarito con il presidente Xi che cerchiamo competizione, non conflitto». «Non mi scuserò per il fatto che stiamo investendo per rendere forte l’America: investendo nell’innovazione americana, nelle industrie che definiranno il futuro e che il governo cinese intende dominare», aveva proseguito, per poi fare un rapido cenno alla crisi del pallone aerostatico. «Come abbiamo chiarito la scorsa settimana, se la Cina minaccia la nostra sovranità, agiremo per proteggere il nostro Paese. E lo abbiamo fatto», aveva affermato. Il presidente americano aveva anche sottolineato l’approvazione del Chips Act: legge bipartisan, volta a contrastare Pechino proprio sul delicatissimo fronte dei semiconduttori. Un fronte che, ricordiamolo, contribuisce ad incrementare la tensione su Taiwan.
Nel frattempo, il Pentagono ha reso noto che Pechino ha rifiutato di organizzare una telefonata tra il ministro della Difesa americano, Lloyd Austin, e l’omologo cinese, Wei Fenghe. «Sfortunatamente, la Repubblica popolare cinese ha rifiutato la nostra richiesta. Il nostro impegno per aprire linee di comunicazione continuerà», ha affermato il portavoce del Pentagono, Pat Ryder. La fibrillazione resta d’altronde alta proprio a causa della questione del pallone abbattuto sabato scorso: pallone, i cui rottami sono in fase di recupero da parte della Marina americana. Rottami che dovrebbero essere successivamente analizzati da funzionari di intelligence e agenti dell’Fbi.
Frattanto, proprio citando fonti dell’intelligence americana, il Washington Post ha riferito che il pallone cinese rientrerebbe all’interno di una più vasta operazione di spionaggio condotta dal Dragone. In particolare, sembra che questi oggetti volanti possano provenire da Hainan: un’isola della Cina meridionale che ospita una base militare navale. Al momento, Pechino continua a dire che il pallone avrebbe avuto delle finalità di ricerca scientifica e che sarebbe finito nei cieli statunitensi a causa del forte vento. Non solo: il governo cinese ha anche affermato che i resti dell’oggetto dovrebbero essergli riconsegnati. Una pretesa che sembra tuttavia essere stata respinta da Washington. Del resto, se la versione di Pechino rispondesse al vero, ci sarebbe da chiedersi per quale ragione le autorità cinesi abbiano reagito tanto aggressivamente all’abbattimento del pallone.
Infine, oltre alle questioni di spionaggio, sicurezza e commercio, Washington e Pechino si stanno dividendo anche su Damasco. Ieri, il ministero degli Esteri cinese ha infatti chiesto agli Usa di «revocare immediatamente le sanzioni unilaterali alla Siria, per aprire le porte agli aiuti umanitari alla Siria».
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Il discorso sullo stato dell’Unione mostra un presidente Usa in difficoltà: prima blandisce i repubblicani e poi li attacca, promette riforme sociali che non realizzerà e rivendica posti di lavoro non creati da lui.La vicenda della presunta sonda spia cinese abbattuta dagli statunitensi agita i rapporti già tesi con Pechino. Che alza i toni: «Non è responsabile diffamarci».Lo speciale contiene due articoli.Ha promesso tanto. E, forse, ha rivendicato ancora di più. Fatto che sta, a ben vedere, l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden, sembra mostrare un presidente politicamente in affanno. Nel corso dell’intervento, sono emersi infatti tutti i principali problemi che affliggono l’attuale inquilino della Casa Bianca. A partire dalla sua difficoltà nel trovare numeri parlamentari solidi, essendo costantemente costretto a gestire l’ala più a sinistra del suo stesso partito. E qui sono nati i cortocircuiti. Biden ha cominciato blandendo i repubblicani, auspicando collaborazione e unità. Parole bizzarre da uno che, fino a poco tempo fa, tacciava il Gop di estremismo. Ma tant’è: il presidente deve fare i conti con una Camera ormai a maggioranza repubblicana. Eppure, poco dopo la carota, Biden ha sfoderato improvvisamente il bastone, accusando l’elefantino di voler tagliare la previdenza sociale. Un attacco che ha innescato la dura reazione dei repubblicani, che hanno fischiato il presidente, gridandogli: «Bugiardo!». Insomma, prima le lusinghe e poi gli schiaffi. Una stramberia fondamentalmente dovuta al fatto che, pur avendo bisogno dei voti repubblicani, Biden sa che una collaborazione col «nemico» non gli verrebbe mai perdonata da una sinistra dem tutta dedita al fanatismo duro e puro. E infatti, proprio per accattivarsi tale frangia, il presidente se n’è uscito con una serie di proposte demagogiche: dalla minimum tax per i miliardari all’idea di quadruplicare la tassa sul riacquisto di azioni proprie, senza trascurare l’elogio del capitalismo «equo» e gli strali contro i «profitti record» di Big pharma (dimenticando forse che Pfizer, alle elezioni del 2020 e del 2022, ha dato la maggior parte dei propri finanziamenti al Partito democratico). Tutti specchietti per le allodole: se queste proposte non sono passate quando i dem avevano la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, figuriamoci ora che la Camera è in mano ai repubblicani! Anche sui successi rivendicati ci sarebbe qualcosa da dire. Biden ha detto di aver creato ben 12 milioni di posti di lavoro. Peccato che sia stato smentito da Fox News la quale, citando il Bureau of Labor Statistics, ha riferito come si tratti in gran parte di posti di lavoro recuperati dopo la pandemia: in realtà, gli impieghi effettivamente creati da Biden sarebbero solo 2,7 milioni. Ma questo è nulla rispetto ai presunti successi rivendicati in politica estera. «Negli ultimi due anni le democrazie sono diventate più forti, non più deboli. Le autocrazie sono diventate più deboli, non più forti», ha dichiarato il presidente. Ebbene, le cose non stanno esattamente così. Da quando Biden è alla Casa Bianca, gli Usa hanno perso influenza su America Latina e Medio Oriente a vantaggio di Cina e Russia. Non solo. Biden ha rivendicato il sostegno all’Ucraina: uno dei pochi momenti in cui si sono registrati applausi bipartisan. Tuttavia ha omesso di dire che, cercando di ripristinare l’accordo sul nucleare con l’Iran, la sua amministrazione ha rafforzato il regime di Teheran, che - oltre a minacciare l’esistenza di Israele - sta fornendo oggi droni militari alla Russia contro Kiev. Biden ha inoltre omesso di ricordare che ha revocato le restrizioni a Cuba e allentato le sanzioni al Venezuela: due regimi non esattamente liberaldemocratici, che stanno spalleggiando Mosca contro l’Ucraina. A proposito: neanche una parola è stata spesa sul dossier afgano l’altro ieri. Venendo poi alla Cina, l’unico passaggio apprezzabile del discorso è stato forse l’elogio del Chips Act: una legge bipartisan che prende effettivamente di petto la minaccia cinese nel settore dei semiconduttori. Per il resto, Biden si è tenuto piuttosto sul vago. Ha parlato di «concorrenza» con Pechino, auspicando di «modernizzare le [...] forze armate per salvaguardare la stabilità e scoraggiare l’aggressione». Il che in teoria sarebbe anche giusto, se non fosse che il presidente ha lasciato scorrazzare indisturbato per quattro giorni un pallone cinese nei cieli americani prima di procedere con l’abbattimento. Un’irresolutezza che ha messo a repentaglio la sicurezza nazionale e compromesso la deterrenza americana nei confronti di Pechino. E questo nonostante, nel discorso di martedì, Biden abbia detto di aver difeso la sovranità degli Usa in quell’occasione. In realtà non sembra proprio. La spiegazione che l’abbattimento sia stato effettuato così tardi per evitare la caduta dei rottami sul suolo statunitense fa infatti abbastanza acqua. Il punto è che, come su tanti altri dossier, anche sulla Cina l’amministrazione Biden è fondamentalmente spaccata al suo interno tra chi vuole severità e chi distensione (a partire da John Kerry). Non è un mistero che il presidente abbia utilizzato questo discorso come trampolino per un’imminente ricandidatura («finiremo il lavoro», ha detto). Il punto è che la situazione per lui è tutt’altro che rosea. I sondaggi lo danno messo molto male, mentre i cortocircuiti emersi martedì sono evidenti. A peggiorare il quadro sta la totale assenza di trasparenza sia sulla questione del pallone sia sullo scandalo dei documenti classificati: scandalo che l’altro ieri non è stato minimamente menzionato. Il futuro per Biden, insomma, non sembra essere esattamente in discesa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-rifugia-demagogia-bugie-2659393398.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-relazioni-con-xi-finite-nel-pallone" data-post-id="2659393398" data-published-at="1675945350" data-use-pagination="False"> Le relazioni con Xi finite nel pallone Non si placano le tensioni tra Stati Uniti e Cina. Ieri, Pechino ha reagito duramente al discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden. «Siamo contrari a definire le relazioni Cina-Usa interamente sulla base della concorrenza. Non è prassi di un Paese responsabile diffamare un Paese o limitare i legittimi diritti di sviluppo del Paese con la scusa della concorrenza, anche a costo di interrompere la catena industriale e di approvvigionamento globale», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. «Gli Stati Uniti devono vedere la Cina in una luce obiettiva e razionale, seguire una politica cinese positiva e pratica e lavorare con la Cina per riportare le relazioni Cina-Usa sul binario di uno sviluppo solido e costante», ha aggiunto. Nel suo discorso, Biden aveva detto di aver «chiarito con il presidente Xi che cerchiamo competizione, non conflitto». «Non mi scuserò per il fatto che stiamo investendo per rendere forte l’America: investendo nell’innovazione americana, nelle industrie che definiranno il futuro e che il governo cinese intende dominare», aveva proseguito, per poi fare un rapido cenno alla crisi del pallone aerostatico. «Come abbiamo chiarito la scorsa settimana, se la Cina minaccia la nostra sovranità, agiremo per proteggere il nostro Paese. E lo abbiamo fatto», aveva affermato. Il presidente americano aveva anche sottolineato l’approvazione del Chips Act: legge bipartisan, volta a contrastare Pechino proprio sul delicatissimo fronte dei semiconduttori. Un fronte che, ricordiamolo, contribuisce ad incrementare la tensione su Taiwan. Nel frattempo, il Pentagono ha reso noto che Pechino ha rifiutato di organizzare una telefonata tra il ministro della Difesa americano, Lloyd Austin, e l’omologo cinese, Wei Fenghe. «Sfortunatamente, la Repubblica popolare cinese ha rifiutato la nostra richiesta. Il nostro impegno per aprire linee di comunicazione continuerà», ha affermato il portavoce del Pentagono, Pat Ryder. La fibrillazione resta d’altronde alta proprio a causa della questione del pallone abbattuto sabato scorso: pallone, i cui rottami sono in fase di recupero da parte della Marina americana. Rottami che dovrebbero essere successivamente analizzati da funzionari di intelligence e agenti dell’Fbi. Frattanto, proprio citando fonti dell’intelligence americana, il Washington Post ha riferito che il pallone cinese rientrerebbe all’interno di una più vasta operazione di spionaggio condotta dal Dragone. In particolare, sembra che questi oggetti volanti possano provenire da Hainan: un’isola della Cina meridionale che ospita una base militare navale. Al momento, Pechino continua a dire che il pallone avrebbe avuto delle finalità di ricerca scientifica e che sarebbe finito nei cieli statunitensi a causa del forte vento. Non solo: il governo cinese ha anche affermato che i resti dell’oggetto dovrebbero essergli riconsegnati. Una pretesa che sembra tuttavia essere stata respinta da Washington. Del resto, se la versione di Pechino rispondesse al vero, ci sarebbe da chiedersi per quale ragione le autorità cinesi abbiano reagito tanto aggressivamente all’abbattimento del pallone. Infine, oltre alle questioni di spionaggio, sicurezza e commercio, Washington e Pechino si stanno dividendo anche su Damasco. Ieri, il ministero degli Esteri cinese ha infatti chiesto agli Usa di «revocare immediatamente le sanzioni unilaterali alla Siria, per aprire le porte agli aiuti umanitari alla Siria».
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.