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2023-02-09
Biden si rifugia in demagogia e bugie Intanto prepara la ricandidatura
Joe Biden (Ansa)
Ha promesso tanto. E, forse, ha rivendicato ancora di più. Fatto che sta, a ben vedere, l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden, sembra mostrare un presidente politicamente in affanno. Nel corso dell’intervento, sono emersi infatti tutti i principali problemi che affliggono l’attuale inquilino della Casa Bianca. A partire dalla sua difficoltà nel trovare numeri parlamentari solidi, essendo costantemente costretto a gestire l’ala più a sinistra del suo stesso partito. E qui sono nati i cortocircuiti.
Biden ha cominciato blandendo i repubblicani, auspicando collaborazione e unità. Parole bizzarre da uno che, fino a poco tempo fa, tacciava il Gop di estremismo. Ma tant’è: il presidente deve fare i conti con una Camera ormai a maggioranza repubblicana. Eppure, poco dopo la carota, Biden ha sfoderato improvvisamente il bastone, accusando l’elefantino di voler tagliare la previdenza sociale. Un attacco che ha innescato la dura reazione dei repubblicani, che hanno fischiato il presidente, gridandogli: «Bugiardo!». Insomma, prima le lusinghe e poi gli schiaffi. Una stramberia fondamentalmente dovuta al fatto che, pur avendo bisogno dei voti repubblicani, Biden sa che una collaborazione col «nemico» non gli verrebbe mai perdonata da una sinistra dem tutta dedita al fanatismo duro e puro. E infatti, proprio per accattivarsi tale frangia, il presidente se n’è uscito con una serie di proposte demagogiche: dalla minimum tax per i miliardari all’idea di quadruplicare la tassa sul riacquisto di azioni proprie, senza trascurare l’elogio del capitalismo «equo» e gli strali contro i «profitti record» di Big pharma (dimenticando forse che Pfizer, alle elezioni del 2020 e del 2022, ha dato la maggior parte dei propri finanziamenti al Partito democratico). Tutti specchietti per le allodole: se queste proposte non sono passate quando i dem avevano la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, figuriamoci ora che la Camera è in mano ai repubblicani!
Anche sui successi rivendicati ci sarebbe qualcosa da dire. Biden ha detto di aver creato ben 12 milioni di posti di lavoro. Peccato che sia stato smentito da Fox News la quale, citando il Bureau of Labor Statistics, ha riferito come si tratti in gran parte di posti di lavoro recuperati dopo la pandemia: in realtà, gli impieghi effettivamente creati da Biden sarebbero solo 2,7 milioni. Ma questo è nulla rispetto ai presunti successi rivendicati in politica estera. «Negli ultimi due anni le democrazie sono diventate più forti, non più deboli. Le autocrazie sono diventate più deboli, non più forti», ha dichiarato il presidente. Ebbene, le cose non stanno esattamente così. Da quando Biden è alla Casa Bianca, gli Usa hanno perso influenza su America Latina e Medio Oriente a vantaggio di Cina e Russia. Non solo. Biden ha rivendicato il sostegno all’Ucraina: uno dei pochi momenti in cui si sono registrati applausi bipartisan. Tuttavia ha omesso di dire che, cercando di ripristinare l’accordo sul nucleare con l’Iran, la sua amministrazione ha rafforzato il regime di Teheran, che - oltre a minacciare l’esistenza di Israele - sta fornendo oggi droni militari alla Russia contro Kiev. Biden ha inoltre omesso di ricordare che ha revocato le restrizioni a Cuba e allentato le sanzioni al Venezuela: due regimi non esattamente liberaldemocratici, che stanno spalleggiando Mosca contro l’Ucraina. A proposito: neanche una parola è stata spesa sul dossier afgano l’altro ieri.
Venendo poi alla Cina, l’unico passaggio apprezzabile del discorso è stato forse l’elogio del Chips Act: una legge bipartisan che prende effettivamente di petto la minaccia cinese nel settore dei semiconduttori. Per il resto, Biden si è tenuto piuttosto sul vago. Ha parlato di «concorrenza» con Pechino, auspicando di «modernizzare le [...] forze armate per salvaguardare la stabilità e scoraggiare l’aggressione». Il che in teoria sarebbe anche giusto, se non fosse che il presidente ha lasciato scorrazzare indisturbato per quattro giorni un pallone cinese nei cieli americani prima di procedere con l’abbattimento. Un’irresolutezza che ha messo a repentaglio la sicurezza nazionale e compromesso la deterrenza americana nei confronti di Pechino. E questo nonostante, nel discorso di martedì, Biden abbia detto di aver difeso la sovranità degli Usa in quell’occasione. In realtà non sembra proprio. La spiegazione che l’abbattimento sia stato effettuato così tardi per evitare la caduta dei rottami sul suolo statunitense fa infatti abbastanza acqua. Il punto è che, come su tanti altri dossier, anche sulla Cina l’amministrazione Biden è fondamentalmente spaccata al suo interno tra chi vuole severità e chi distensione (a partire da John Kerry).
Non è un mistero che il presidente abbia utilizzato questo discorso come trampolino per un’imminente ricandidatura («finiremo il lavoro», ha detto). Il punto è che la situazione per lui è tutt’altro che rosea. I sondaggi lo danno messo molto male, mentre i cortocircuiti emersi martedì sono evidenti. A peggiorare il quadro sta la totale assenza di trasparenza sia sulla questione del pallone sia sullo scandalo dei documenti classificati: scandalo che l’altro ieri non è stato minimamente menzionato. Il futuro per Biden, insomma, non sembra essere esattamente in discesa.
Le relazioni con Xi finite nel pallone
Non si placano le tensioni tra Stati Uniti e Cina. Ieri, Pechino ha reagito duramente al discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden. «Siamo contrari a definire le relazioni Cina-Usa interamente sulla base della concorrenza. Non è prassi di un Paese responsabile diffamare un Paese o limitare i legittimi diritti di sviluppo del Paese con la scusa della concorrenza, anche a costo di interrompere la catena industriale e di approvvigionamento globale», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. «Gli Stati Uniti devono vedere la Cina in una luce obiettiva e razionale, seguire una politica cinese positiva e pratica e lavorare con la Cina per riportare le relazioni Cina-Usa sul binario di uno sviluppo solido e costante», ha aggiunto.
Nel suo discorso, Biden aveva detto di aver «chiarito con il presidente Xi che cerchiamo competizione, non conflitto». «Non mi scuserò per il fatto che stiamo investendo per rendere forte l’America: investendo nell’innovazione americana, nelle industrie che definiranno il futuro e che il governo cinese intende dominare», aveva proseguito, per poi fare un rapido cenno alla crisi del pallone aerostatico. «Come abbiamo chiarito la scorsa settimana, se la Cina minaccia la nostra sovranità, agiremo per proteggere il nostro Paese. E lo abbiamo fatto», aveva affermato. Il presidente americano aveva anche sottolineato l’approvazione del Chips Act: legge bipartisan, volta a contrastare Pechino proprio sul delicatissimo fronte dei semiconduttori. Un fronte che, ricordiamolo, contribuisce ad incrementare la tensione su Taiwan.
Nel frattempo, il Pentagono ha reso noto che Pechino ha rifiutato di organizzare una telefonata tra il ministro della Difesa americano, Lloyd Austin, e l’omologo cinese, Wei Fenghe. «Sfortunatamente, la Repubblica popolare cinese ha rifiutato la nostra richiesta. Il nostro impegno per aprire linee di comunicazione continuerà», ha affermato il portavoce del Pentagono, Pat Ryder. La fibrillazione resta d’altronde alta proprio a causa della questione del pallone abbattuto sabato scorso: pallone, i cui rottami sono in fase di recupero da parte della Marina americana. Rottami che dovrebbero essere successivamente analizzati da funzionari di intelligence e agenti dell’Fbi.
Frattanto, proprio citando fonti dell’intelligence americana, il Washington Post ha riferito che il pallone cinese rientrerebbe all’interno di una più vasta operazione di spionaggio condotta dal Dragone. In particolare, sembra che questi oggetti volanti possano provenire da Hainan: un’isola della Cina meridionale che ospita una base militare navale. Al momento, Pechino continua a dire che il pallone avrebbe avuto delle finalità di ricerca scientifica e che sarebbe finito nei cieli statunitensi a causa del forte vento. Non solo: il governo cinese ha anche affermato che i resti dell’oggetto dovrebbero essergli riconsegnati. Una pretesa che sembra tuttavia essere stata respinta da Washington. Del resto, se la versione di Pechino rispondesse al vero, ci sarebbe da chiedersi per quale ragione le autorità cinesi abbiano reagito tanto aggressivamente all’abbattimento del pallone.
Infine, oltre alle questioni di spionaggio, sicurezza e commercio, Washington e Pechino si stanno dividendo anche su Damasco. Ieri, il ministero degli Esteri cinese ha infatti chiesto agli Usa di «revocare immediatamente le sanzioni unilaterali alla Siria, per aprire le porte agli aiuti umanitari alla Siria».
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Il discorso sullo stato dell’Unione mostra un presidente Usa in difficoltà: prima blandisce i repubblicani e poi li attacca, promette riforme sociali che non realizzerà e rivendica posti di lavoro non creati da lui.La vicenda della presunta sonda spia cinese abbattuta dagli statunitensi agita i rapporti già tesi con Pechino. Che alza i toni: «Non è responsabile diffamarci».Lo speciale contiene due articoli.Ha promesso tanto. E, forse, ha rivendicato ancora di più. Fatto che sta, a ben vedere, l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden, sembra mostrare un presidente politicamente in affanno. Nel corso dell’intervento, sono emersi infatti tutti i principali problemi che affliggono l’attuale inquilino della Casa Bianca. A partire dalla sua difficoltà nel trovare numeri parlamentari solidi, essendo costantemente costretto a gestire l’ala più a sinistra del suo stesso partito. E qui sono nati i cortocircuiti. Biden ha cominciato blandendo i repubblicani, auspicando collaborazione e unità. Parole bizzarre da uno che, fino a poco tempo fa, tacciava il Gop di estremismo. Ma tant’è: il presidente deve fare i conti con una Camera ormai a maggioranza repubblicana. Eppure, poco dopo la carota, Biden ha sfoderato improvvisamente il bastone, accusando l’elefantino di voler tagliare la previdenza sociale. Un attacco che ha innescato la dura reazione dei repubblicani, che hanno fischiato il presidente, gridandogli: «Bugiardo!». Insomma, prima le lusinghe e poi gli schiaffi. Una stramberia fondamentalmente dovuta al fatto che, pur avendo bisogno dei voti repubblicani, Biden sa che una collaborazione col «nemico» non gli verrebbe mai perdonata da una sinistra dem tutta dedita al fanatismo duro e puro. E infatti, proprio per accattivarsi tale frangia, il presidente se n’è uscito con una serie di proposte demagogiche: dalla minimum tax per i miliardari all’idea di quadruplicare la tassa sul riacquisto di azioni proprie, senza trascurare l’elogio del capitalismo «equo» e gli strali contro i «profitti record» di Big pharma (dimenticando forse che Pfizer, alle elezioni del 2020 e del 2022, ha dato la maggior parte dei propri finanziamenti al Partito democratico). Tutti specchietti per le allodole: se queste proposte non sono passate quando i dem avevano la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, figuriamoci ora che la Camera è in mano ai repubblicani! Anche sui successi rivendicati ci sarebbe qualcosa da dire. Biden ha detto di aver creato ben 12 milioni di posti di lavoro. Peccato che sia stato smentito da Fox News la quale, citando il Bureau of Labor Statistics, ha riferito come si tratti in gran parte di posti di lavoro recuperati dopo la pandemia: in realtà, gli impieghi effettivamente creati da Biden sarebbero solo 2,7 milioni. Ma questo è nulla rispetto ai presunti successi rivendicati in politica estera. «Negli ultimi due anni le democrazie sono diventate più forti, non più deboli. Le autocrazie sono diventate più deboli, non più forti», ha dichiarato il presidente. Ebbene, le cose non stanno esattamente così. Da quando Biden è alla Casa Bianca, gli Usa hanno perso influenza su America Latina e Medio Oriente a vantaggio di Cina e Russia. Non solo. Biden ha rivendicato il sostegno all’Ucraina: uno dei pochi momenti in cui si sono registrati applausi bipartisan. Tuttavia ha omesso di dire che, cercando di ripristinare l’accordo sul nucleare con l’Iran, la sua amministrazione ha rafforzato il regime di Teheran, che - oltre a minacciare l’esistenza di Israele - sta fornendo oggi droni militari alla Russia contro Kiev. Biden ha inoltre omesso di ricordare che ha revocato le restrizioni a Cuba e allentato le sanzioni al Venezuela: due regimi non esattamente liberaldemocratici, che stanno spalleggiando Mosca contro l’Ucraina. A proposito: neanche una parola è stata spesa sul dossier afgano l’altro ieri. Venendo poi alla Cina, l’unico passaggio apprezzabile del discorso è stato forse l’elogio del Chips Act: una legge bipartisan che prende effettivamente di petto la minaccia cinese nel settore dei semiconduttori. Per il resto, Biden si è tenuto piuttosto sul vago. Ha parlato di «concorrenza» con Pechino, auspicando di «modernizzare le [...] forze armate per salvaguardare la stabilità e scoraggiare l’aggressione». Il che in teoria sarebbe anche giusto, se non fosse che il presidente ha lasciato scorrazzare indisturbato per quattro giorni un pallone cinese nei cieli americani prima di procedere con l’abbattimento. Un’irresolutezza che ha messo a repentaglio la sicurezza nazionale e compromesso la deterrenza americana nei confronti di Pechino. E questo nonostante, nel discorso di martedì, Biden abbia detto di aver difeso la sovranità degli Usa in quell’occasione. In realtà non sembra proprio. La spiegazione che l’abbattimento sia stato effettuato così tardi per evitare la caduta dei rottami sul suolo statunitense fa infatti abbastanza acqua. Il punto è che, come su tanti altri dossier, anche sulla Cina l’amministrazione Biden è fondamentalmente spaccata al suo interno tra chi vuole severità e chi distensione (a partire da John Kerry). Non è un mistero che il presidente abbia utilizzato questo discorso come trampolino per un’imminente ricandidatura («finiremo il lavoro», ha detto). Il punto è che la situazione per lui è tutt’altro che rosea. I sondaggi lo danno messo molto male, mentre i cortocircuiti emersi martedì sono evidenti. A peggiorare il quadro sta la totale assenza di trasparenza sia sulla questione del pallone sia sullo scandalo dei documenti classificati: scandalo che l’altro ieri non è stato minimamente menzionato. Il futuro per Biden, insomma, non sembra essere esattamente in discesa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-rifugia-demagogia-bugie-2659393398.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-relazioni-con-xi-finite-nel-pallone" data-post-id="2659393398" data-published-at="1675945350" data-use-pagination="False"> Le relazioni con Xi finite nel pallone Non si placano le tensioni tra Stati Uniti e Cina. Ieri, Pechino ha reagito duramente al discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato martedì sera da Joe Biden. «Siamo contrari a definire le relazioni Cina-Usa interamente sulla base della concorrenza. Non è prassi di un Paese responsabile diffamare un Paese o limitare i legittimi diritti di sviluppo del Paese con la scusa della concorrenza, anche a costo di interrompere la catena industriale e di approvvigionamento globale», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. «Gli Stati Uniti devono vedere la Cina in una luce obiettiva e razionale, seguire una politica cinese positiva e pratica e lavorare con la Cina per riportare le relazioni Cina-Usa sul binario di uno sviluppo solido e costante», ha aggiunto. Nel suo discorso, Biden aveva detto di aver «chiarito con il presidente Xi che cerchiamo competizione, non conflitto». «Non mi scuserò per il fatto che stiamo investendo per rendere forte l’America: investendo nell’innovazione americana, nelle industrie che definiranno il futuro e che il governo cinese intende dominare», aveva proseguito, per poi fare un rapido cenno alla crisi del pallone aerostatico. «Come abbiamo chiarito la scorsa settimana, se la Cina minaccia la nostra sovranità, agiremo per proteggere il nostro Paese. E lo abbiamo fatto», aveva affermato. Il presidente americano aveva anche sottolineato l’approvazione del Chips Act: legge bipartisan, volta a contrastare Pechino proprio sul delicatissimo fronte dei semiconduttori. Un fronte che, ricordiamolo, contribuisce ad incrementare la tensione su Taiwan. Nel frattempo, il Pentagono ha reso noto che Pechino ha rifiutato di organizzare una telefonata tra il ministro della Difesa americano, Lloyd Austin, e l’omologo cinese, Wei Fenghe. «Sfortunatamente, la Repubblica popolare cinese ha rifiutato la nostra richiesta. Il nostro impegno per aprire linee di comunicazione continuerà», ha affermato il portavoce del Pentagono, Pat Ryder. La fibrillazione resta d’altronde alta proprio a causa della questione del pallone abbattuto sabato scorso: pallone, i cui rottami sono in fase di recupero da parte della Marina americana. Rottami che dovrebbero essere successivamente analizzati da funzionari di intelligence e agenti dell’Fbi. Frattanto, proprio citando fonti dell’intelligence americana, il Washington Post ha riferito che il pallone cinese rientrerebbe all’interno di una più vasta operazione di spionaggio condotta dal Dragone. In particolare, sembra che questi oggetti volanti possano provenire da Hainan: un’isola della Cina meridionale che ospita una base militare navale. Al momento, Pechino continua a dire che il pallone avrebbe avuto delle finalità di ricerca scientifica e che sarebbe finito nei cieli statunitensi a causa del forte vento. Non solo: il governo cinese ha anche affermato che i resti dell’oggetto dovrebbero essergli riconsegnati. Una pretesa che sembra tuttavia essere stata respinta da Washington. Del resto, se la versione di Pechino rispondesse al vero, ci sarebbe da chiedersi per quale ragione le autorità cinesi abbiano reagito tanto aggressivamente all’abbattimento del pallone. Infine, oltre alle questioni di spionaggio, sicurezza e commercio, Washington e Pechino si stanno dividendo anche su Damasco. Ieri, il ministero degli Esteri cinese ha infatti chiesto agli Usa di «revocare immediatamente le sanzioni unilaterali alla Siria, per aprire le porte agli aiuti umanitari alla Siria».
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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