True
2022-02-23
Parte la battaglia delle sanzioni contro Putin
Vladimin Putin (Ansa)
La crisi ucraina si sta complicando. Dopo aver riconosciuto l’altro ieri le due repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, Vladimir Putin ha ordinato l’invio di truppe russe nel Donbass, adducendo come giustificazione quella di «mantenere la pace». In questo quadro, il consiglio della Federazione russa ha ufficialmente concesso ieri al capo del Cremlino di utilizzare le forze armate fuori dal Paese. La Duma ha inoltre approvato i trattati di amicizia con le due repubbliche: un passaggio che, secondo la Tass, potrebbe preludere all’installazione di basi militari russe nell’area in mano ai separatisti. Tutto questo, mentre - stando a Reuters - si sarebbero registrate sei esplosioni nella città di Donetsk. Sempre ieri, il ministero della Difesa di Kiev ha reso noto che due soldati ucraini sono rimasti uccisi lunedì nel corso di bombardamenti effettuati dai separatisti. Una rottura dei rapporti diplomatici con Mosca non è stata tra l’altro esclusa dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.
La reazione occidentale alla mossa di Putin è stata, come prevedibile, significativamente critica. Al di là di un profluvio di condanne, ieri sono state comminate sanzioni da Londra e Washington, mentre Berlino ha sospeso la certificazione del gasdotto Nord Stream 2. Bruxelles ha inoltre attivato un’unità di risposta informatica, per assistere il governo di Kiev in caso di attacco cibernetico. «Ogni indicazione è che la Russia sta continuando a pianificare un attacco su vasta scala dell’Ucraina», ha detto ieri il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «La Nato», ha aggiunto, «è decisa e unita nella sua determinazione a proteggere e a difendere tutti gli alleati […] Abbiamo oltre 100 jet in allerta e ci sono più di 120 navi alleate in mare dall’Alto Nord al Mediterraneo». Il consigliere della Casa Bianca, Jonathan Finer, ha inoltre definito come «un’invasione» l’invio di truppe russe nel Donbass.
Il capo del Cremlino, dal canto suo, ha negato di voler ricostituire l’impero russo, dichiarando che Mosca ha riconosciuto gli Stati sorti dopo il collasso dell’Urss. Tuttavia ha anche precisato: «Intendiamo lavorare in questo modo con tutti i nostri vicini, ma con l’Ucraina la situazione è diversa». «Questo perché, purtroppo, il territorio di questo Paese viene utilizzato da Paesi terzi per creare minacce contro la stessa Federazione russa», ha specificato. Putin ha quindi chiesto ieri che Kiev rinunci alle sue ambizioni di aderire alla Nato, mentre la Bielorussia ha reso noto che acquisterà hardware militare dalla Russia.
Per il momento la diplomazia resta appesa a un filo. Mosca ha fatto sapere che in teoria dovrebbe ancora tenersi l’incontro di domani a Ginevra tra il segretario di Stato americano, Tony Blinken, e l’omologo russo, Sergej Lavrov. È invece saltato il meeting di venerdì tra lo stesso Lavrov e il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian.
È chiaro che, pur avendo molto da guadagnare, Putin rischia dei contraccolpi dalla sua mossa. Va rilevato infatti che la Cina ieri ha mantenuto una posizione piuttosto ambigua sulla sua scelta di riconoscere le repubbliche separatiste, mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito quel riconoscimento come «inaccettabile». Quella di Putin del resto è una scommessa. Il leader del Cremlino punta infatti non solo a indebolire il soft power americano in Ucraina, ma anche a picconare sempre di più le stesse relazioni transatlantiche, approfittando di un presidente americano -Joe Biden- irresoluto, confuso e alla guida di un’amministrazione divisa al suo stesso interno. Un Biden che, dopo aver visto fallire la sua pavida strategia di deterrenza, ha tenuto ieri un discorso in cui ha annunciato sanzioni finanziarie, accusando Mosca di aver avviato un’invasione e rendendo di voler inviare truppe nei Paesi baltici, pur dicendo che la diplomazia «è ancora disponibile».
Putin spera che, facendo leva sul gas e sull’onda lunga della crisi ucraina, la Russia possa progressivamente separare l’Europa occidentale dagli Usa: una parziale riedizione, questa, della strategia che fu messa in campo tra gli anni ’60 e ’70 da Leonid Breznev nei confronti della Francia di de Gaulle e della Germania Ovest di Brandt. È chiaro che un simile obiettivo è sotterraneamente appoggiato anche dalla Cina, mentre la debolezza di Biden - ragiona ancora Putin- potrebbe spingere Erdogan (ben noto per la sua spregiudicatezza) ad ammorbidire la sua posizione sul dossier ucraino. Va quindi da sé che il successo della linea adottata dal presidente russo dipende dalla reazione concreta degli Stati europei: terranno fede alla fermezza delle loro dichiarazioni oppure alla fine, spinti soprattutto dalla questione energetica, si mostreranno accondiscendenti verso Mosca? È su questo punto che si gioca il destino della scommessa putiniana.
Gioco sporco di Berlino sui gasdotti
Dopo il discorso di Vladimir Putin di lunedì c’è allarme per la sicurezza energetica europea. Ieri il cancelliere Olaf Scholz ha annunciato che, in seguito all’ingresso di truppe russe nel Donbass, il governo tedesco ha sospeso per il momento il processo di approvazione del gasdotto Nord Stream 2. Il mercato del gas ha reagito con una decisa salita dei prezzi: il contratto per l’estate al Ttf ha superato gli 80 €/MWh, stesso prezzo dell’inverno 22-23, con un aumento del 13% circa rispetto al giorno prima. A oggi, l’Italia ha gli stoccaggi ancora pieni per il 40%, la Germania per il 31%. Grazie al clima mite sia l’Italia che il Nord Europa dovrebbero arrivare alla primavera senza problemi. Ma per il 2022 la situazione degli approvvigionamenti resta critica. Il problema è riempire di nuovo gli stoccaggi per il prossimo inverno: chi fornirà quel gas? E a quale prezzo?
La decisione unilaterale della Germania di sospendere l’approvazione del Nord Stream 2 è una mossa strategica rilevante, perché evita che la questione possa rientrare nel pacchetto di sanzioni che gli Usa intendono imporre alla Russia. Se è la Germania che sospende preventivamente l’avvio del gasdotto, può essere la stessa Germania che decide di riattivarlo, senza chiedere il permesso a nessuno. Sorvoliamo sul fatto che una questione riguardante la sicurezza energetica di tutta l’Europa sia gestita come una questione interna tedesca, a riprova del fatto che «Europa» non è altro che un termine vuoto che viene utilizzato alla bisogna, soprattutto come manganello. Un eventuale stop del gasdotto ucraino renderebbe drammatica la situazione degli approvvigionamenti per l’Europa, segnatamente per l’Italia (ancora una volta vaso di coccio tra vasi di ferro). Proprio l’avvio del Nord Stream 2 diventerebbe vitale e a un certo punto si renderà necessario. Proprio come vuole Berlino. Questo farebbe della Germania il Paese di maggior approdo del gas russo in Europa. Gli Usa però hanno sempre preferito l’Ucraina come Paese di transito verso l’Europa, ritenendola più facilmente controllabile.
Il nodo geopolitico profondo, sotteso alla situazione ucraina, è questo: lo scontro velato tra Berlino, che persegue il suo disegno egemonico di germanizzazione dell’Europa, e Washington, da sempre impegnata ad arginare la Russia. Gli Usa puntano a disarticolare l’intesa russo-tedesca sul gas facendo leva sull’Ucraina, proprio mentre la Russia avanza rivendicazioni su quei territori. Va detto che neppure nei momenti peggiori della guerra fredda l’allora Unione Sovietica ha mai interrotto i flussi di gas verso l’Europa: non sarebbe stato razionale dato che l’Occidente in cambio forniva valuta pregiata e tecnologia. Per l’Italia le opzioni non sono molte. Il raddoppio della produzione nazionale, come indicato nel recente decreto Energia (non ancora pubblicato) è utile ma non risolutivo, poiché copre meno del 5% dei consumi e richiede almeno un anno o due per dare frutti. Di più si potrebbe ottenere ampliando i contratti di import con l’Algeria, considerato che il gasdotto esistente è sottoutilizzato e potrebbe aggiungere almeno 10 miliardi di metri cubi all’anno. Un raddoppio del Tap non è all’ordine del giorno e richiederebbe anni. Si potrebbe importare di più dalla Libia, ma occorrerebbe la volontà di risolvere con decisione le questioni legate alla sicurezza sul campo.
Nel caso estremo di interruzione totale dei flussi di gas in arrivo dalla Russia, per l’Italia l’unica soluzione a portata di mano, anche se dolorosa, è un’azione di riduzione volontaria della domanda. In estate, riduzione o azzeramento dei consumi industriali non indispensabili per risparmiare gas da iniettare in stoccaggio in vista dell’inverno, con diminuzione della produzione elettrica a gas e conseguenti riduzioni mirate dei consumi elettrici. Durante l’inverno, in aggiunta, riduzione del riscaldamento per uffici e abitazioni. Nessuno si augura questo scenario, ma un governo attento dovrebbe considerare tutte le possibilità. Tanto più ora che dal mondo del possibile siamo passati a quello del probabile.
Partiti divisi e cancellerie attendiste. Le zavorre del Draghi mediatore
Se davvero fosse confermato, nei prossimi giorni, l’incontro (non ancora fissato ma neppure smentito) tra Vladimir Putin e Mario Draghi, il premier italiano ci arriverebbe con quella che una celebre canzone di Paolo Conte chiamava «una valigia di perplessità».
Da un lato, il desiderio di non perdere la faccia davanti agli alleati occidentali; dall’altro, la arcinota dipendenza energetica dell’Italia dalla fornitura di gas russo; dall’altro ancora, una maggioranza politica in cui convivono spinte non solo distinte ma addirittura contrapposte.
Di qui, l’imbarazzo di Palazzo Chigi, che nelle scorse settimane ha ricevuto dal Cremlino cenni contrastanti: un segno di attenzione (l’invito a mediare reso noto dallo stesso Draghi), ma pure un paio di gesti non proprio amichevoli. Il più recente è stato l’altro ieri: da Mosca sono arrivate telefonate a Berlino e a Parigi prima del colpo di mano di Putin, ma nessuno ha sentito l’esigenza di chiamare Roma. Il colpo più pesante, invece, era arrivato tra dicembre e gennaio, quando Mosca, apparentemente senza motivo, aveva pesantemente tagliato l’approvvigionamento di gas per l’Italia, costringendo Draghi a una telefonata per ripristinare la situazione precedente. Un chiaro segnale politico: Putin conosce bene la debolezza italiana e di tanto in tanto la rimarca.
Il guaio - per Draghi - è che questa stessa debolezza è ben nota anche dall’altra parte dell’Atlantico. Ieri ha destato impressione la durezza dell’editoriale del Wall Street Journal (con tanto di foto di Draghi, tanto per far capire chi fosse il destinatario dell’avviso), che, sotto l’eloquente titolo «Crepe nella risoluzione occidentale sulla Russia», ha dedicato a Draghi un passaggio molto severo e ruvido: «L’Italia sta già tentennando». Poi la citazione delle parole pronunciate da Draghi stesso venerdì scorso, con la richiesta di escludere dalle sanzioni l’energia e la durissima chiosa del Wsj: «Questo tipo di resa preventiva è esattamente il motivo per cui Putin immagina che il prezzo di un’invasione sarà inferiore». E ancora, per rendere il messaggio ancora più esplicito: «Il leader italiano non vuole che la sua legacy come primo ministro di unità nazionale sia appannata da una crisi energetica, ma avallare l’imperialismo russo sarebbe una macchia ancora più grande». Avete letto bene: «resa preventiva» e «macchia», due espressioni pesantissime verso Draghi.
Il quale, ieri mattina, presumibilmente dopo aver letto il Wsj, ha cercato di indurire i suoi toni, quasi per tentare di togliersi di dosso un velo di ambiguità: «Voglio esprimere la mia più ferma condanna per la decisione del governo russo di riconoscere i due territori separatisti del Donbass. Si tratta di una inaccettabile violazione della sovranità democratica e dell’integrità territoriale» dell’Ucraina. E ancora: «Sono in costante contatto con gli alleati per trovare una soluzione pacifica ed evitare una guerra nel cuore dell’Europa. La via del dialogo resta essenziale, ma stiamo già definendo nell’ambito dell’Ue misure e sanzioni nei confronti della Russia».
Ma la realtà è che l’eventuale mandato politico con cui Draghi volerebbe a Mosca è indecifrabile: il Pd esprime totale sostegno alla linea di Joe Biden; Forza Italia è invece assai timida, alla luce degli storici rapporti tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin; la stessa Lega appare prudente; mentre i grillini, al di là delle posizioni che Luigi Di Maio, sedendo alla Farnesina, non può non prendere, hanno nel proprio Dna connotati tutt’altro che atlantisti. A livello europeo, c’è più nettezza contro Putin: ieri il gruppo del Ppe ha spiegato che l’Ucraina «non può vincere una guerra solo con le sanzioni europee. L’intera gamma del sostegno militare Nato e dei partner Ue dovrebbe essere sul tavolo».
Ecco perché, tra spinte così contrastanti, la posizione di Draghi in questa crisi appare non ancora a fuoco e complessivamente fragile. Come La Verità ha già scritto in questi giorni, è stretto il sentiero attraverso cui tenere insieme le esigenze Nato, quelle Ue e quelle italiane. A Draghi il compito di tentare.
Continua a leggereRiduci
Situazione sempre più calda sul fronte ucraino: il presidente americano prende le contromisure, ma lascia ancora aperto uno spiraglio: «Diplomazia è sempre possibile». Vladimir Putin: «Non voglio ricostruire l’impero».Gioco sporco di Berlino sui gasdotti. La decisione della Germania di sospendere il Nord Stream 2 serve per prendere in controtempo gli Usa. Da noi, invece, le strategie per far fronte alla crisi latitano. Partiti divisi e cancellerie attendiste. Le zavorre del Draghi mediatore. Il premier vorrebbe trattare con il Cremlino, ma per ora non ha un mandato chiaro.Lo speciale comprende tre articoli. La crisi ucraina si sta complicando. Dopo aver riconosciuto l’altro ieri le due repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, Vladimir Putin ha ordinato l’invio di truppe russe nel Donbass, adducendo come giustificazione quella di «mantenere la pace». In questo quadro, il consiglio della Federazione russa ha ufficialmente concesso ieri al capo del Cremlino di utilizzare le forze armate fuori dal Paese. La Duma ha inoltre approvato i trattati di amicizia con le due repubbliche: un passaggio che, secondo la Tass, potrebbe preludere all’installazione di basi militari russe nell’area in mano ai separatisti. Tutto questo, mentre - stando a Reuters - si sarebbero registrate sei esplosioni nella città di Donetsk. Sempre ieri, il ministero della Difesa di Kiev ha reso noto che due soldati ucraini sono rimasti uccisi lunedì nel corso di bombardamenti effettuati dai separatisti. Una rottura dei rapporti diplomatici con Mosca non è stata tra l’altro esclusa dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. La reazione occidentale alla mossa di Putin è stata, come prevedibile, significativamente critica. Al di là di un profluvio di condanne, ieri sono state comminate sanzioni da Londra e Washington, mentre Berlino ha sospeso la certificazione del gasdotto Nord Stream 2. Bruxelles ha inoltre attivato un’unità di risposta informatica, per assistere il governo di Kiev in caso di attacco cibernetico. «Ogni indicazione è che la Russia sta continuando a pianificare un attacco su vasta scala dell’Ucraina», ha detto ieri il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «La Nato», ha aggiunto, «è decisa e unita nella sua determinazione a proteggere e a difendere tutti gli alleati […] Abbiamo oltre 100 jet in allerta e ci sono più di 120 navi alleate in mare dall’Alto Nord al Mediterraneo». Il consigliere della Casa Bianca, Jonathan Finer, ha inoltre definito come «un’invasione» l’invio di truppe russe nel Donbass. Il capo del Cremlino, dal canto suo, ha negato di voler ricostituire l’impero russo, dichiarando che Mosca ha riconosciuto gli Stati sorti dopo il collasso dell’Urss. Tuttavia ha anche precisato: «Intendiamo lavorare in questo modo con tutti i nostri vicini, ma con l’Ucraina la situazione è diversa». «Questo perché, purtroppo, il territorio di questo Paese viene utilizzato da Paesi terzi per creare minacce contro la stessa Federazione russa», ha specificato. Putin ha quindi chiesto ieri che Kiev rinunci alle sue ambizioni di aderire alla Nato, mentre la Bielorussia ha reso noto che acquisterà hardware militare dalla Russia. Per il momento la diplomazia resta appesa a un filo. Mosca ha fatto sapere che in teoria dovrebbe ancora tenersi l’incontro di domani a Ginevra tra il segretario di Stato americano, Tony Blinken, e l’omologo russo, Sergej Lavrov. È invece saltato il meeting di venerdì tra lo stesso Lavrov e il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian. È chiaro che, pur avendo molto da guadagnare, Putin rischia dei contraccolpi dalla sua mossa. Va rilevato infatti che la Cina ieri ha mantenuto una posizione piuttosto ambigua sulla sua scelta di riconoscere le repubbliche separatiste, mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito quel riconoscimento come «inaccettabile». Quella di Putin del resto è una scommessa. Il leader del Cremlino punta infatti non solo a indebolire il soft power americano in Ucraina, ma anche a picconare sempre di più le stesse relazioni transatlantiche, approfittando di un presidente americano -Joe Biden- irresoluto, confuso e alla guida di un’amministrazione divisa al suo stesso interno. Un Biden che, dopo aver visto fallire la sua pavida strategia di deterrenza, ha tenuto ieri un discorso in cui ha annunciato sanzioni finanziarie, accusando Mosca di aver avviato un’invasione e rendendo di voler inviare truppe nei Paesi baltici, pur dicendo che la diplomazia «è ancora disponibile». Putin spera che, facendo leva sul gas e sull’onda lunga della crisi ucraina, la Russia possa progressivamente separare l’Europa occidentale dagli Usa: una parziale riedizione, questa, della strategia che fu messa in campo tra gli anni ’60 e ’70 da Leonid Breznev nei confronti della Francia di de Gaulle e della Germania Ovest di Brandt. È chiaro che un simile obiettivo è sotterraneamente appoggiato anche dalla Cina, mentre la debolezza di Biden - ragiona ancora Putin- potrebbe spingere Erdogan (ben noto per la sua spregiudicatezza) ad ammorbidire la sua posizione sul dossier ucraino. Va quindi da sé che il successo della linea adottata dal presidente russo dipende dalla reazione concreta degli Stati europei: terranno fede alla fermezza delle loro dichiarazioni oppure alla fine, spinti soprattutto dalla questione energetica, si mostreranno accondiscendenti verso Mosca? È su questo punto che si gioca il destino della scommessa putiniana. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-linvasione-di-kiev-e-iniziata-e-manda-truppe-nei-paesi-del-baltico-2656770639.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gioco-sporco-di-berlino-sui-gasdotti" data-post-id="2656770639" data-published-at="1645561154" data-use-pagination="False"> Gioco sporco di Berlino sui gasdotti Dopo il discorso di Vladimir Putin di lunedì c’è allarme per la sicurezza energetica europea. Ieri il cancelliere Olaf Scholz ha annunciato che, in seguito all’ingresso di truppe russe nel Donbass, il governo tedesco ha sospeso per il momento il processo di approvazione del gasdotto Nord Stream 2. Il mercato del gas ha reagito con una decisa salita dei prezzi: il contratto per l’estate al Ttf ha superato gli 80 €/MWh, stesso prezzo dell’inverno 22-23, con un aumento del 13% circa rispetto al giorno prima. A oggi, l’Italia ha gli stoccaggi ancora pieni per il 40%, la Germania per il 31%. Grazie al clima mite sia l’Italia che il Nord Europa dovrebbero arrivare alla primavera senza problemi. Ma per il 2022 la situazione degli approvvigionamenti resta critica. Il problema è riempire di nuovo gli stoccaggi per il prossimo inverno: chi fornirà quel gas? E a quale prezzo? La decisione unilaterale della Germania di sospendere l’approvazione del Nord Stream 2 è una mossa strategica rilevante, perché evita che la questione possa rientrare nel pacchetto di sanzioni che gli Usa intendono imporre alla Russia. Se è la Germania che sospende preventivamente l’avvio del gasdotto, può essere la stessa Germania che decide di riattivarlo, senza chiedere il permesso a nessuno. Sorvoliamo sul fatto che una questione riguardante la sicurezza energetica di tutta l’Europa sia gestita come una questione interna tedesca, a riprova del fatto che «Europa» non è altro che un termine vuoto che viene utilizzato alla bisogna, soprattutto come manganello. Un eventuale stop del gasdotto ucraino renderebbe drammatica la situazione degli approvvigionamenti per l’Europa, segnatamente per l’Italia (ancora una volta vaso di coccio tra vasi di ferro). Proprio l’avvio del Nord Stream 2 diventerebbe vitale e a un certo punto si renderà necessario. Proprio come vuole Berlino. Questo farebbe della Germania il Paese di maggior approdo del gas russo in Europa. Gli Usa però hanno sempre preferito l’Ucraina come Paese di transito verso l’Europa, ritenendola più facilmente controllabile. Il nodo geopolitico profondo, sotteso alla situazione ucraina, è questo: lo scontro velato tra Berlino, che persegue il suo disegno egemonico di germanizzazione dell’Europa, e Washington, da sempre impegnata ad arginare la Russia. Gli Usa puntano a disarticolare l’intesa russo-tedesca sul gas facendo leva sull’Ucraina, proprio mentre la Russia avanza rivendicazioni su quei territori. Va detto che neppure nei momenti peggiori della guerra fredda l’allora Unione Sovietica ha mai interrotto i flussi di gas verso l’Europa: non sarebbe stato razionale dato che l’Occidente in cambio forniva valuta pregiata e tecnologia. Per l’Italia le opzioni non sono molte. Il raddoppio della produzione nazionale, come indicato nel recente decreto Energia (non ancora pubblicato) è utile ma non risolutivo, poiché copre meno del 5% dei consumi e richiede almeno un anno o due per dare frutti. Di più si potrebbe ottenere ampliando i contratti di import con l’Algeria, considerato che il gasdotto esistente è sottoutilizzato e potrebbe aggiungere almeno 10 miliardi di metri cubi all’anno. Un raddoppio del Tap non è all’ordine del giorno e richiederebbe anni. Si potrebbe importare di più dalla Libia, ma occorrerebbe la volontà di risolvere con decisione le questioni legate alla sicurezza sul campo. Nel caso estremo di interruzione totale dei flussi di gas in arrivo dalla Russia, per l’Italia l’unica soluzione a portata di mano, anche se dolorosa, è un’azione di riduzione volontaria della domanda. In estate, riduzione o azzeramento dei consumi industriali non indispensabili per risparmiare gas da iniettare in stoccaggio in vista dell’inverno, con diminuzione della produzione elettrica a gas e conseguenti riduzioni mirate dei consumi elettrici. Durante l’inverno, in aggiunta, riduzione del riscaldamento per uffici e abitazioni. Nessuno si augura questo scenario, ma un governo attento dovrebbe considerare tutte le possibilità. Tanto più ora che dal mondo del possibile siamo passati a quello del probabile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-linvasione-di-kiev-e-iniziata-e-manda-truppe-nei-paesi-del-baltico-2656770639.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="partiti-divisi-e-cancellerie-attendiste-le-zavorre-del-draghi-mediatore" data-post-id="2656770639" data-published-at="1645561154" data-use-pagination="False"> Partiti divisi e cancellerie attendiste. Le zavorre del Draghi mediatore Se davvero fosse confermato, nei prossimi giorni, l’incontro (non ancora fissato ma neppure smentito) tra Vladimir Putin e Mario Draghi, il premier italiano ci arriverebbe con quella che una celebre canzone di Paolo Conte chiamava «una valigia di perplessità». Da un lato, il desiderio di non perdere la faccia davanti agli alleati occidentali; dall’altro, la arcinota dipendenza energetica dell’Italia dalla fornitura di gas russo; dall’altro ancora, una maggioranza politica in cui convivono spinte non solo distinte ma addirittura contrapposte. Di qui, l’imbarazzo di Palazzo Chigi, che nelle scorse settimane ha ricevuto dal Cremlino cenni contrastanti: un segno di attenzione (l’invito a mediare reso noto dallo stesso Draghi), ma pure un paio di gesti non proprio amichevoli. Il più recente è stato l’altro ieri: da Mosca sono arrivate telefonate a Berlino e a Parigi prima del colpo di mano di Putin, ma nessuno ha sentito l’esigenza di chiamare Roma. Il colpo più pesante, invece, era arrivato tra dicembre e gennaio, quando Mosca, apparentemente senza motivo, aveva pesantemente tagliato l’approvvigionamento di gas per l’Italia, costringendo Draghi a una telefonata per ripristinare la situazione precedente. Un chiaro segnale politico: Putin conosce bene la debolezza italiana e di tanto in tanto la rimarca. Il guaio - per Draghi - è che questa stessa debolezza è ben nota anche dall’altra parte dell’Atlantico. Ieri ha destato impressione la durezza dell’editoriale del Wall Street Journal (con tanto di foto di Draghi, tanto per far capire chi fosse il destinatario dell’avviso), che, sotto l’eloquente titolo «Crepe nella risoluzione occidentale sulla Russia», ha dedicato a Draghi un passaggio molto severo e ruvido: «L’Italia sta già tentennando». Poi la citazione delle parole pronunciate da Draghi stesso venerdì scorso, con la richiesta di escludere dalle sanzioni l’energia e la durissima chiosa del Wsj: «Questo tipo di resa preventiva è esattamente il motivo per cui Putin immagina che il prezzo di un’invasione sarà inferiore». E ancora, per rendere il messaggio ancora più esplicito: «Il leader italiano non vuole che la sua legacy come primo ministro di unità nazionale sia appannata da una crisi energetica, ma avallare l’imperialismo russo sarebbe una macchia ancora più grande». Avete letto bene: «resa preventiva» e «macchia», due espressioni pesantissime verso Draghi. Il quale, ieri mattina, presumibilmente dopo aver letto il Wsj, ha cercato di indurire i suoi toni, quasi per tentare di togliersi di dosso un velo di ambiguità: «Voglio esprimere la mia più ferma condanna per la decisione del governo russo di riconoscere i due territori separatisti del Donbass. Si tratta di una inaccettabile violazione della sovranità democratica e dell’integrità territoriale» dell’Ucraina. E ancora: «Sono in costante contatto con gli alleati per trovare una soluzione pacifica ed evitare una guerra nel cuore dell’Europa. La via del dialogo resta essenziale, ma stiamo già definendo nell’ambito dell’Ue misure e sanzioni nei confronti della Russia». Ma la realtà è che l’eventuale mandato politico con cui Draghi volerebbe a Mosca è indecifrabile: il Pd esprime totale sostegno alla linea di Joe Biden; Forza Italia è invece assai timida, alla luce degli storici rapporti tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin; la stessa Lega appare prudente; mentre i grillini, al di là delle posizioni che Luigi Di Maio, sedendo alla Farnesina, non può non prendere, hanno nel proprio Dna connotati tutt’altro che atlantisti. A livello europeo, c’è più nettezza contro Putin: ieri il gruppo del Ppe ha spiegato che l’Ucraina «non può vincere una guerra solo con le sanzioni europee. L’intera gamma del sostegno militare Nato e dei partner Ue dovrebbe essere sul tavolo». Ecco perché, tra spinte così contrastanti, la posizione di Draghi in questa crisi appare non ancora a fuoco e complessivamente fragile. Come La Verità ha già scritto in questi giorni, è stretto il sentiero attraverso cui tenere insieme le esigenze Nato, quelle Ue e quelle italiane. A Draghi il compito di tentare.
A finire sotto pressione sono stati i Gilt, i titoli di Stato britannici. «Sull’obbligazionario britannico avevamo visto segnali di stabilizzazione importanti, ma le tensioni internazionali hanno rimescolato le carte in modo brutale», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Quello che doveva essere l’anno del grande allentamento monetario si è trasformato in un nuovo stress test sui rendimenti, con i tassi di interesse che hanno subito un’impennata vertiginosa, facendo scendere i prezzi delle obbligazioni».
Gli Etf sui governativi inglesi hanno accusato cali fra il -3,7% e il -4,5%, con punte di 7% sulle scadenze più lunghe. Il rendimento del decennale è tornato oltre il 5,1%, ai massimi dalla crisi del 2008.
A pesare non è solo il petrolio, ma la politica. Il governo laburista di Keir Starmer, nato con la promessa di riportare serietà a Westminster, si trova indebolito dalle ricadute dello scandalo Epstein. «L’instabilità politica è tornata a essere un fattore di rischio primario», osserva Gaziano. «I mercati reagiscono con estrema sensibilità quando percepiscono un vuoto di potere. Lo scandalo Epstein non è solo una questione di cronaca, ma un colpo alla stabilità di un governo già sotto pressione per la gestione economica».
La Borsa di Londra ha mostrato maggiore tenuta. «In un mondo incerto, i giganti dell’energia e delle materie prime, che abbondano a Londra, hanno agito parzialmente da paracadute», osserva Gaziano. Ma la spaccatura interna si allarga: se il Ftse 100 regge grazie alle multinazionali, il Ftse 250, più esposto all’economia domestica, soffre molto di più.
Il nodo, però, è anche strutturale. «il Regno Unito sconta una rigidità strutturale che l’Europa continentale ha in parte superato», spiega Salvatore Gaziano, «Mentre Germania e Francia hanno imparato a diversificare le scorte e gestire meglio i picchi dei prezzi energetici, l’Uk è rimasto prigioniero di un modello di fissazione dei prezzi che scarica immediatamente ogni aumento sulle bollette delle famiglie. Se a questo aggiungiamo mutui che corrono verso il 5%, capiamo perché la fiducia dei consumatori britannici sia oggi ai minimi termini, molto più che in Italia o in Spagna».
Fra i titoli spicca Legal & General, con dividendi elevati e il ruolo di «cassaforte». In negativo, invece, 3i Group, crollata del -19% in una sola seduta dopo i segnali di rallentamento della catena Action. «Quando le aspettative di crescita vengono deluse anche di poco, i multipli del private equity vengono ricalcolati con una rapidità brutale», conclude Gaziano.
Continua a leggereRiduci
Maurizio Landini (Ansa)
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.