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2022-02-23
Parte la battaglia delle sanzioni contro Putin
Vladimin Putin (Ansa)
La crisi ucraina si sta complicando. Dopo aver riconosciuto l’altro ieri le due repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, Vladimir Putin ha ordinato l’invio di truppe russe nel Donbass, adducendo come giustificazione quella di «mantenere la pace». In questo quadro, il consiglio della Federazione russa ha ufficialmente concesso ieri al capo del Cremlino di utilizzare le forze armate fuori dal Paese. La Duma ha inoltre approvato i trattati di amicizia con le due repubbliche: un passaggio che, secondo la Tass, potrebbe preludere all’installazione di basi militari russe nell’area in mano ai separatisti. Tutto questo, mentre - stando a Reuters - si sarebbero registrate sei esplosioni nella città di Donetsk. Sempre ieri, il ministero della Difesa di Kiev ha reso noto che due soldati ucraini sono rimasti uccisi lunedì nel corso di bombardamenti effettuati dai separatisti. Una rottura dei rapporti diplomatici con Mosca non è stata tra l’altro esclusa dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.
La reazione occidentale alla mossa di Putin è stata, come prevedibile, significativamente critica. Al di là di un profluvio di condanne, ieri sono state comminate sanzioni da Londra e Washington, mentre Berlino ha sospeso la certificazione del gasdotto Nord Stream 2. Bruxelles ha inoltre attivato un’unità di risposta informatica, per assistere il governo di Kiev in caso di attacco cibernetico. «Ogni indicazione è che la Russia sta continuando a pianificare un attacco su vasta scala dell’Ucraina», ha detto ieri il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «La Nato», ha aggiunto, «è decisa e unita nella sua determinazione a proteggere e a difendere tutti gli alleati […] Abbiamo oltre 100 jet in allerta e ci sono più di 120 navi alleate in mare dall’Alto Nord al Mediterraneo». Il consigliere della Casa Bianca, Jonathan Finer, ha inoltre definito come «un’invasione» l’invio di truppe russe nel Donbass.
Il capo del Cremlino, dal canto suo, ha negato di voler ricostituire l’impero russo, dichiarando che Mosca ha riconosciuto gli Stati sorti dopo il collasso dell’Urss. Tuttavia ha anche precisato: «Intendiamo lavorare in questo modo con tutti i nostri vicini, ma con l’Ucraina la situazione è diversa». «Questo perché, purtroppo, il territorio di questo Paese viene utilizzato da Paesi terzi per creare minacce contro la stessa Federazione russa», ha specificato. Putin ha quindi chiesto ieri che Kiev rinunci alle sue ambizioni di aderire alla Nato, mentre la Bielorussia ha reso noto che acquisterà hardware militare dalla Russia.
Per il momento la diplomazia resta appesa a un filo. Mosca ha fatto sapere che in teoria dovrebbe ancora tenersi l’incontro di domani a Ginevra tra il segretario di Stato americano, Tony Blinken, e l’omologo russo, Sergej Lavrov. È invece saltato il meeting di venerdì tra lo stesso Lavrov e il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian.
È chiaro che, pur avendo molto da guadagnare, Putin rischia dei contraccolpi dalla sua mossa. Va rilevato infatti che la Cina ieri ha mantenuto una posizione piuttosto ambigua sulla sua scelta di riconoscere le repubbliche separatiste, mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito quel riconoscimento come «inaccettabile». Quella di Putin del resto è una scommessa. Il leader del Cremlino punta infatti non solo a indebolire il soft power americano in Ucraina, ma anche a picconare sempre di più le stesse relazioni transatlantiche, approfittando di un presidente americano -Joe Biden- irresoluto, confuso e alla guida di un’amministrazione divisa al suo stesso interno. Un Biden che, dopo aver visto fallire la sua pavida strategia di deterrenza, ha tenuto ieri un discorso in cui ha annunciato sanzioni finanziarie, accusando Mosca di aver avviato un’invasione e rendendo di voler inviare truppe nei Paesi baltici, pur dicendo che la diplomazia «è ancora disponibile».
Putin spera che, facendo leva sul gas e sull’onda lunga della crisi ucraina, la Russia possa progressivamente separare l’Europa occidentale dagli Usa: una parziale riedizione, questa, della strategia che fu messa in campo tra gli anni ’60 e ’70 da Leonid Breznev nei confronti della Francia di de Gaulle e della Germania Ovest di Brandt. È chiaro che un simile obiettivo è sotterraneamente appoggiato anche dalla Cina, mentre la debolezza di Biden - ragiona ancora Putin- potrebbe spingere Erdogan (ben noto per la sua spregiudicatezza) ad ammorbidire la sua posizione sul dossier ucraino. Va quindi da sé che il successo della linea adottata dal presidente russo dipende dalla reazione concreta degli Stati europei: terranno fede alla fermezza delle loro dichiarazioni oppure alla fine, spinti soprattutto dalla questione energetica, si mostreranno accondiscendenti verso Mosca? È su questo punto che si gioca il destino della scommessa putiniana.
Gioco sporco di Berlino sui gasdotti
Dopo il discorso di Vladimir Putin di lunedì c’è allarme per la sicurezza energetica europea. Ieri il cancelliere Olaf Scholz ha annunciato che, in seguito all’ingresso di truppe russe nel Donbass, il governo tedesco ha sospeso per il momento il processo di approvazione del gasdotto Nord Stream 2. Il mercato del gas ha reagito con una decisa salita dei prezzi: il contratto per l’estate al Ttf ha superato gli 80 €/MWh, stesso prezzo dell’inverno 22-23, con un aumento del 13% circa rispetto al giorno prima. A oggi, l’Italia ha gli stoccaggi ancora pieni per il 40%, la Germania per il 31%. Grazie al clima mite sia l’Italia che il Nord Europa dovrebbero arrivare alla primavera senza problemi. Ma per il 2022 la situazione degli approvvigionamenti resta critica. Il problema è riempire di nuovo gli stoccaggi per il prossimo inverno: chi fornirà quel gas? E a quale prezzo?
La decisione unilaterale della Germania di sospendere l’approvazione del Nord Stream 2 è una mossa strategica rilevante, perché evita che la questione possa rientrare nel pacchetto di sanzioni che gli Usa intendono imporre alla Russia. Se è la Germania che sospende preventivamente l’avvio del gasdotto, può essere la stessa Germania che decide di riattivarlo, senza chiedere il permesso a nessuno. Sorvoliamo sul fatto che una questione riguardante la sicurezza energetica di tutta l’Europa sia gestita come una questione interna tedesca, a riprova del fatto che «Europa» non è altro che un termine vuoto che viene utilizzato alla bisogna, soprattutto come manganello. Un eventuale stop del gasdotto ucraino renderebbe drammatica la situazione degli approvvigionamenti per l’Europa, segnatamente per l’Italia (ancora una volta vaso di coccio tra vasi di ferro). Proprio l’avvio del Nord Stream 2 diventerebbe vitale e a un certo punto si renderà necessario. Proprio come vuole Berlino. Questo farebbe della Germania il Paese di maggior approdo del gas russo in Europa. Gli Usa però hanno sempre preferito l’Ucraina come Paese di transito verso l’Europa, ritenendola più facilmente controllabile.
Il nodo geopolitico profondo, sotteso alla situazione ucraina, è questo: lo scontro velato tra Berlino, che persegue il suo disegno egemonico di germanizzazione dell’Europa, e Washington, da sempre impegnata ad arginare la Russia. Gli Usa puntano a disarticolare l’intesa russo-tedesca sul gas facendo leva sull’Ucraina, proprio mentre la Russia avanza rivendicazioni su quei territori. Va detto che neppure nei momenti peggiori della guerra fredda l’allora Unione Sovietica ha mai interrotto i flussi di gas verso l’Europa: non sarebbe stato razionale dato che l’Occidente in cambio forniva valuta pregiata e tecnologia. Per l’Italia le opzioni non sono molte. Il raddoppio della produzione nazionale, come indicato nel recente decreto Energia (non ancora pubblicato) è utile ma non risolutivo, poiché copre meno del 5% dei consumi e richiede almeno un anno o due per dare frutti. Di più si potrebbe ottenere ampliando i contratti di import con l’Algeria, considerato che il gasdotto esistente è sottoutilizzato e potrebbe aggiungere almeno 10 miliardi di metri cubi all’anno. Un raddoppio del Tap non è all’ordine del giorno e richiederebbe anni. Si potrebbe importare di più dalla Libia, ma occorrerebbe la volontà di risolvere con decisione le questioni legate alla sicurezza sul campo.
Nel caso estremo di interruzione totale dei flussi di gas in arrivo dalla Russia, per l’Italia l’unica soluzione a portata di mano, anche se dolorosa, è un’azione di riduzione volontaria della domanda. In estate, riduzione o azzeramento dei consumi industriali non indispensabili per risparmiare gas da iniettare in stoccaggio in vista dell’inverno, con diminuzione della produzione elettrica a gas e conseguenti riduzioni mirate dei consumi elettrici. Durante l’inverno, in aggiunta, riduzione del riscaldamento per uffici e abitazioni. Nessuno si augura questo scenario, ma un governo attento dovrebbe considerare tutte le possibilità. Tanto più ora che dal mondo del possibile siamo passati a quello del probabile.
Partiti divisi e cancellerie attendiste. Le zavorre del Draghi mediatore
Se davvero fosse confermato, nei prossimi giorni, l’incontro (non ancora fissato ma neppure smentito) tra Vladimir Putin e Mario Draghi, il premier italiano ci arriverebbe con quella che una celebre canzone di Paolo Conte chiamava «una valigia di perplessità».
Da un lato, il desiderio di non perdere la faccia davanti agli alleati occidentali; dall’altro, la arcinota dipendenza energetica dell’Italia dalla fornitura di gas russo; dall’altro ancora, una maggioranza politica in cui convivono spinte non solo distinte ma addirittura contrapposte.
Di qui, l’imbarazzo di Palazzo Chigi, che nelle scorse settimane ha ricevuto dal Cremlino cenni contrastanti: un segno di attenzione (l’invito a mediare reso noto dallo stesso Draghi), ma pure un paio di gesti non proprio amichevoli. Il più recente è stato l’altro ieri: da Mosca sono arrivate telefonate a Berlino e a Parigi prima del colpo di mano di Putin, ma nessuno ha sentito l’esigenza di chiamare Roma. Il colpo più pesante, invece, era arrivato tra dicembre e gennaio, quando Mosca, apparentemente senza motivo, aveva pesantemente tagliato l’approvvigionamento di gas per l’Italia, costringendo Draghi a una telefonata per ripristinare la situazione precedente. Un chiaro segnale politico: Putin conosce bene la debolezza italiana e di tanto in tanto la rimarca.
Il guaio - per Draghi - è che questa stessa debolezza è ben nota anche dall’altra parte dell’Atlantico. Ieri ha destato impressione la durezza dell’editoriale del Wall Street Journal (con tanto di foto di Draghi, tanto per far capire chi fosse il destinatario dell’avviso), che, sotto l’eloquente titolo «Crepe nella risoluzione occidentale sulla Russia», ha dedicato a Draghi un passaggio molto severo e ruvido: «L’Italia sta già tentennando». Poi la citazione delle parole pronunciate da Draghi stesso venerdì scorso, con la richiesta di escludere dalle sanzioni l’energia e la durissima chiosa del Wsj: «Questo tipo di resa preventiva è esattamente il motivo per cui Putin immagina che il prezzo di un’invasione sarà inferiore». E ancora, per rendere il messaggio ancora più esplicito: «Il leader italiano non vuole che la sua legacy come primo ministro di unità nazionale sia appannata da una crisi energetica, ma avallare l’imperialismo russo sarebbe una macchia ancora più grande». Avete letto bene: «resa preventiva» e «macchia», due espressioni pesantissime verso Draghi.
Il quale, ieri mattina, presumibilmente dopo aver letto il Wsj, ha cercato di indurire i suoi toni, quasi per tentare di togliersi di dosso un velo di ambiguità: «Voglio esprimere la mia più ferma condanna per la decisione del governo russo di riconoscere i due territori separatisti del Donbass. Si tratta di una inaccettabile violazione della sovranità democratica e dell’integrità territoriale» dell’Ucraina. E ancora: «Sono in costante contatto con gli alleati per trovare una soluzione pacifica ed evitare una guerra nel cuore dell’Europa. La via del dialogo resta essenziale, ma stiamo già definendo nell’ambito dell’Ue misure e sanzioni nei confronti della Russia».
Ma la realtà è che l’eventuale mandato politico con cui Draghi volerebbe a Mosca è indecifrabile: il Pd esprime totale sostegno alla linea di Joe Biden; Forza Italia è invece assai timida, alla luce degli storici rapporti tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin; la stessa Lega appare prudente; mentre i grillini, al di là delle posizioni che Luigi Di Maio, sedendo alla Farnesina, non può non prendere, hanno nel proprio Dna connotati tutt’altro che atlantisti. A livello europeo, c’è più nettezza contro Putin: ieri il gruppo del Ppe ha spiegato che l’Ucraina «non può vincere una guerra solo con le sanzioni europee. L’intera gamma del sostegno militare Nato e dei partner Ue dovrebbe essere sul tavolo».
Ecco perché, tra spinte così contrastanti, la posizione di Draghi in questa crisi appare non ancora a fuoco e complessivamente fragile. Come La Verità ha già scritto in questi giorni, è stretto il sentiero attraverso cui tenere insieme le esigenze Nato, quelle Ue e quelle italiane. A Draghi il compito di tentare.
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Situazione sempre più calda sul fronte ucraino: il presidente americano prende le contromisure, ma lascia ancora aperto uno spiraglio: «Diplomazia è sempre possibile». Vladimir Putin: «Non voglio ricostruire l’impero».Gioco sporco di Berlino sui gasdotti. La decisione della Germania di sospendere il Nord Stream 2 serve per prendere in controtempo gli Usa. Da noi, invece, le strategie per far fronte alla crisi latitano. Partiti divisi e cancellerie attendiste. Le zavorre del Draghi mediatore. Il premier vorrebbe trattare con il Cremlino, ma per ora non ha un mandato chiaro.Lo speciale comprende tre articoli. La crisi ucraina si sta complicando. Dopo aver riconosciuto l’altro ieri le due repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, Vladimir Putin ha ordinato l’invio di truppe russe nel Donbass, adducendo come giustificazione quella di «mantenere la pace». In questo quadro, il consiglio della Federazione russa ha ufficialmente concesso ieri al capo del Cremlino di utilizzare le forze armate fuori dal Paese. La Duma ha inoltre approvato i trattati di amicizia con le due repubbliche: un passaggio che, secondo la Tass, potrebbe preludere all’installazione di basi militari russe nell’area in mano ai separatisti. Tutto questo, mentre - stando a Reuters - si sarebbero registrate sei esplosioni nella città di Donetsk. Sempre ieri, il ministero della Difesa di Kiev ha reso noto che due soldati ucraini sono rimasti uccisi lunedì nel corso di bombardamenti effettuati dai separatisti. Una rottura dei rapporti diplomatici con Mosca non è stata tra l’altro esclusa dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. La reazione occidentale alla mossa di Putin è stata, come prevedibile, significativamente critica. Al di là di un profluvio di condanne, ieri sono state comminate sanzioni da Londra e Washington, mentre Berlino ha sospeso la certificazione del gasdotto Nord Stream 2. Bruxelles ha inoltre attivato un’unità di risposta informatica, per assistere il governo di Kiev in caso di attacco cibernetico. «Ogni indicazione è che la Russia sta continuando a pianificare un attacco su vasta scala dell’Ucraina», ha detto ieri il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. «La Nato», ha aggiunto, «è decisa e unita nella sua determinazione a proteggere e a difendere tutti gli alleati […] Abbiamo oltre 100 jet in allerta e ci sono più di 120 navi alleate in mare dall’Alto Nord al Mediterraneo». Il consigliere della Casa Bianca, Jonathan Finer, ha inoltre definito come «un’invasione» l’invio di truppe russe nel Donbass. Il capo del Cremlino, dal canto suo, ha negato di voler ricostituire l’impero russo, dichiarando che Mosca ha riconosciuto gli Stati sorti dopo il collasso dell’Urss. Tuttavia ha anche precisato: «Intendiamo lavorare in questo modo con tutti i nostri vicini, ma con l’Ucraina la situazione è diversa». «Questo perché, purtroppo, il territorio di questo Paese viene utilizzato da Paesi terzi per creare minacce contro la stessa Federazione russa», ha specificato. Putin ha quindi chiesto ieri che Kiev rinunci alle sue ambizioni di aderire alla Nato, mentre la Bielorussia ha reso noto che acquisterà hardware militare dalla Russia. Per il momento la diplomazia resta appesa a un filo. Mosca ha fatto sapere che in teoria dovrebbe ancora tenersi l’incontro di domani a Ginevra tra il segretario di Stato americano, Tony Blinken, e l’omologo russo, Sergej Lavrov. È invece saltato il meeting di venerdì tra lo stesso Lavrov e il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian. È chiaro che, pur avendo molto da guadagnare, Putin rischia dei contraccolpi dalla sua mossa. Va rilevato infatti che la Cina ieri ha mantenuto una posizione piuttosto ambigua sulla sua scelta di riconoscere le repubbliche separatiste, mentre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito quel riconoscimento come «inaccettabile». Quella di Putin del resto è una scommessa. Il leader del Cremlino punta infatti non solo a indebolire il soft power americano in Ucraina, ma anche a picconare sempre di più le stesse relazioni transatlantiche, approfittando di un presidente americano -Joe Biden- irresoluto, confuso e alla guida di un’amministrazione divisa al suo stesso interno. Un Biden che, dopo aver visto fallire la sua pavida strategia di deterrenza, ha tenuto ieri un discorso in cui ha annunciato sanzioni finanziarie, accusando Mosca di aver avviato un’invasione e rendendo di voler inviare truppe nei Paesi baltici, pur dicendo che la diplomazia «è ancora disponibile». Putin spera che, facendo leva sul gas e sull’onda lunga della crisi ucraina, la Russia possa progressivamente separare l’Europa occidentale dagli Usa: una parziale riedizione, questa, della strategia che fu messa in campo tra gli anni ’60 e ’70 da Leonid Breznev nei confronti della Francia di de Gaulle e della Germania Ovest di Brandt. È chiaro che un simile obiettivo è sotterraneamente appoggiato anche dalla Cina, mentre la debolezza di Biden - ragiona ancora Putin- potrebbe spingere Erdogan (ben noto per la sua spregiudicatezza) ad ammorbidire la sua posizione sul dossier ucraino. Va quindi da sé che il successo della linea adottata dal presidente russo dipende dalla reazione concreta degli Stati europei: terranno fede alla fermezza delle loro dichiarazioni oppure alla fine, spinti soprattutto dalla questione energetica, si mostreranno accondiscendenti verso Mosca? È su questo punto che si gioca il destino della scommessa putiniana. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-linvasione-di-kiev-e-iniziata-e-manda-truppe-nei-paesi-del-baltico-2656770639.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gioco-sporco-di-berlino-sui-gasdotti" data-post-id="2656770639" data-published-at="1645561154" data-use-pagination="False"> Gioco sporco di Berlino sui gasdotti Dopo il discorso di Vladimir Putin di lunedì c’è allarme per la sicurezza energetica europea. Ieri il cancelliere Olaf Scholz ha annunciato che, in seguito all’ingresso di truppe russe nel Donbass, il governo tedesco ha sospeso per il momento il processo di approvazione del gasdotto Nord Stream 2. 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Sorvoliamo sul fatto che una questione riguardante la sicurezza energetica di tutta l’Europa sia gestita come una questione interna tedesca, a riprova del fatto che «Europa» non è altro che un termine vuoto che viene utilizzato alla bisogna, soprattutto come manganello. Un eventuale stop del gasdotto ucraino renderebbe drammatica la situazione degli approvvigionamenti per l’Europa, segnatamente per l’Italia (ancora una volta vaso di coccio tra vasi di ferro). Proprio l’avvio del Nord Stream 2 diventerebbe vitale e a un certo punto si renderà necessario. Proprio come vuole Berlino. Questo farebbe della Germania il Paese di maggior approdo del gas russo in Europa. Gli Usa però hanno sempre preferito l’Ucraina come Paese di transito verso l’Europa, ritenendola più facilmente controllabile. Il nodo geopolitico profondo, sotteso alla situazione ucraina, è questo: lo scontro velato tra Berlino, che persegue il suo disegno egemonico di germanizzazione dell’Europa, e Washington, da sempre impegnata ad arginare la Russia. Gli Usa puntano a disarticolare l’intesa russo-tedesca sul gas facendo leva sull’Ucraina, proprio mentre la Russia avanza rivendicazioni su quei territori. Va detto che neppure nei momenti peggiori della guerra fredda l’allora Unione Sovietica ha mai interrotto i flussi di gas verso l’Europa: non sarebbe stato razionale dato che l’Occidente in cambio forniva valuta pregiata e tecnologia. Per l’Italia le opzioni non sono molte. Il raddoppio della produzione nazionale, come indicato nel recente decreto Energia (non ancora pubblicato) è utile ma non risolutivo, poiché copre meno del 5% dei consumi e richiede almeno un anno o due per dare frutti. Di più si potrebbe ottenere ampliando i contratti di import con l’Algeria, considerato che il gasdotto esistente è sottoutilizzato e potrebbe aggiungere almeno 10 miliardi di metri cubi all’anno. Un raddoppio del Tap non è all’ordine del giorno e richiederebbe anni. Si potrebbe importare di più dalla Libia, ma occorrerebbe la volontà di risolvere con decisione le questioni legate alla sicurezza sul campo. Nel caso estremo di interruzione totale dei flussi di gas in arrivo dalla Russia, per l’Italia l’unica soluzione a portata di mano, anche se dolorosa, è un’azione di riduzione volontaria della domanda. In estate, riduzione o azzeramento dei consumi industriali non indispensabili per risparmiare gas da iniettare in stoccaggio in vista dell’inverno, con diminuzione della produzione elettrica a gas e conseguenti riduzioni mirate dei consumi elettrici. Durante l’inverno, in aggiunta, riduzione del riscaldamento per uffici e abitazioni. Nessuno si augura questo scenario, ma un governo attento dovrebbe considerare tutte le possibilità. Tanto più ora che dal mondo del possibile siamo passati a quello del probabile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-linvasione-di-kiev-e-iniziata-e-manda-truppe-nei-paesi-del-baltico-2656770639.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="partiti-divisi-e-cancellerie-attendiste-le-zavorre-del-draghi-mediatore" data-post-id="2656770639" data-published-at="1645561154" data-use-pagination="False"> Partiti divisi e cancellerie attendiste. Le zavorre del Draghi mediatore Se davvero fosse confermato, nei prossimi giorni, l’incontro (non ancora fissato ma neppure smentito) tra Vladimir Putin e Mario Draghi, il premier italiano ci arriverebbe con quella che una celebre canzone di Paolo Conte chiamava «una valigia di perplessità». Da un lato, il desiderio di non perdere la faccia davanti agli alleati occidentali; dall’altro, la arcinota dipendenza energetica dell’Italia dalla fornitura di gas russo; dall’altro ancora, una maggioranza politica in cui convivono spinte non solo distinte ma addirittura contrapposte. Di qui, l’imbarazzo di Palazzo Chigi, che nelle scorse settimane ha ricevuto dal Cremlino cenni contrastanti: un segno di attenzione (l’invito a mediare reso noto dallo stesso Draghi), ma pure un paio di gesti non proprio amichevoli. Il più recente è stato l’altro ieri: da Mosca sono arrivate telefonate a Berlino e a Parigi prima del colpo di mano di Putin, ma nessuno ha sentito l’esigenza di chiamare Roma. Il colpo più pesante, invece, era arrivato tra dicembre e gennaio, quando Mosca, apparentemente senza motivo, aveva pesantemente tagliato l’approvvigionamento di gas per l’Italia, costringendo Draghi a una telefonata per ripristinare la situazione precedente. Un chiaro segnale politico: Putin conosce bene la debolezza italiana e di tanto in tanto la rimarca. Il guaio - per Draghi - è che questa stessa debolezza è ben nota anche dall’altra parte dell’Atlantico. Ieri ha destato impressione la durezza dell’editoriale del Wall Street Journal (con tanto di foto di Draghi, tanto per far capire chi fosse il destinatario dell’avviso), che, sotto l’eloquente titolo «Crepe nella risoluzione occidentale sulla Russia», ha dedicato a Draghi un passaggio molto severo e ruvido: «L’Italia sta già tentennando». Poi la citazione delle parole pronunciate da Draghi stesso venerdì scorso, con la richiesta di escludere dalle sanzioni l’energia e la durissima chiosa del Wsj: «Questo tipo di resa preventiva è esattamente il motivo per cui Putin immagina che il prezzo di un’invasione sarà inferiore». E ancora, per rendere il messaggio ancora più esplicito: «Il leader italiano non vuole che la sua legacy come primo ministro di unità nazionale sia appannata da una crisi energetica, ma avallare l’imperialismo russo sarebbe una macchia ancora più grande». Avete letto bene: «resa preventiva» e «macchia», due espressioni pesantissime verso Draghi. Il quale, ieri mattina, presumibilmente dopo aver letto il Wsj, ha cercato di indurire i suoi toni, quasi per tentare di togliersi di dosso un velo di ambiguità: «Voglio esprimere la mia più ferma condanna per la decisione del governo russo di riconoscere i due territori separatisti del Donbass. Si tratta di una inaccettabile violazione della sovranità democratica e dell’integrità territoriale» dell’Ucraina. E ancora: «Sono in costante contatto con gli alleati per trovare una soluzione pacifica ed evitare una guerra nel cuore dell’Europa. La via del dialogo resta essenziale, ma stiamo già definendo nell’ambito dell’Ue misure e sanzioni nei confronti della Russia». Ma la realtà è che l’eventuale mandato politico con cui Draghi volerebbe a Mosca è indecifrabile: il Pd esprime totale sostegno alla linea di Joe Biden; Forza Italia è invece assai timida, alla luce degli storici rapporti tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin; la stessa Lega appare prudente; mentre i grillini, al di là delle posizioni che Luigi Di Maio, sedendo alla Farnesina, non può non prendere, hanno nel proprio Dna connotati tutt’altro che atlantisti. A livello europeo, c’è più nettezza contro Putin: ieri il gruppo del Ppe ha spiegato che l’Ucraina «non può vincere una guerra solo con le sanzioni europee. L’intera gamma del sostegno militare Nato e dei partner Ue dovrebbe essere sul tavolo». Ecco perché, tra spinte così contrastanti, la posizione di Draghi in questa crisi appare non ancora a fuoco e complessivamente fragile. Come La Verità ha già scritto in questi giorni, è stretto il sentiero attraverso cui tenere insieme le esigenze Nato, quelle Ue e quelle italiane. A Draghi il compito di tentare.
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi al suo arrivo ai colloqui in Oman (Ansa)
Gli incontri, mediati dal governo dell’Oman, hanno avuto luogo in due sessioni: una mattutina e un’altra pomeridiana. «Si sono tenuti colloqui molto seri di mediazione tra Iran e Stati Uniti oggi a Muscat. Sono stati utili per chiarire le idee sia iraniane che americane e individuare aree di potenziale progresso. Puntiamo a riunirci nuovamente a tempo debito, con i risultati che saranno attentamente valutati a Teheran e Washington», ha dichiarato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, dopo la conclusione dei colloqui.
Eppure, se Teheran ha espresso una certa soddisfazione per l’incontro di ieri, Washington si è mostrata molto più fredda. Da una parte, Araghchi, che vedrà oggi il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha definito «positivo» il risultato dei colloqui, specificando che i negoziati proseguiranno. «Il prerequisito per qualsiasi dialogo è astenersi da minacce e pressioni», ha anche detto, per poi specificare che le trattative con gli Stati Uniti riguarderebbero soltanto la questione nucleare. Se confermato, ciò si discosterebbe nettamente dai desiderata di Washington che, negli scorsi giorni, aveva fatto sapere di voler discutere anche di altri dossier: dal programma balistico di Teheran ai rapporti di quest’ultima con i suoi proxy regionali. Non solo: secondo il Wall Street Journal, Araghchi, nel corso del vertice, avrebbe altresì respinto la richiesta americana di bloccare il processo di arricchimento dell’uranio iraniano.
Non è quindi escluso che gli Stati Uniti non siano troppo contenti. Sotto questo aspetto, è significativo il fatto che, quando La Verità andava in stampa ieri sera, Washington non avesse ancora rilasciato un commento sui colloqui di Muscat: colloqui, dopo la cui conclusione l’America ha, anzi, imposto nuove sanzioni a 15 entità e a 14 navi, coinvolte nel commercio petrolifero iraniano. «Finché il regime iraniano tenterà di eludere le sanzioni e di generare entrate dal petrolio e dai prodotti petrolchimici per finanziare il suo comportamento oppressivo e sostenere attività terroristiche e proxy, gli Stati Uniti agiranno per inchiodare alle loro responsabilità sia il regime iraniano che i suoi partner», ha affermato, a tal proposito, il governo statunitense.
Insomma, al netto del rilancio della diplomazia, il quadro complessivo resta teso. Basti pensare che, appena poche ore prima dell’inizio dei colloqui in Oman, il Dipartimento di Stato americano aveva esortato i cittadini statunitensi presenti in Iran a lasciare il Paese. Inoltre, il regime khomeinista non sembra granché compatto al suo interno per quanto riguarda la linea da seguire nei rapporti con gli Stati Uniti. Se Araghchi sembra spingere per il negoziato, i pasdaran stanno cercando di sabotare la distensione: l’altro ieri, hanno sequestrato due petroliere nel Golfo Persico, schierando inoltre un nuovo missile balistico a medio raggio in una base sotterranea. Infine, bisogna fare attenzione ai precedenti storici. Anche l’anno scorso, i negoziati tra Washington e Teheran erano partiti beni: a un certo punto, sembrava addirittura che un accordo sul nucleare tra le due capitali fosse a portata di mano. Poi, però, il processo si incagliò sulla questione dell’arricchimento dell’uranio. Si entrò così in uno stallo che avrebbe infine portato, nel mese di giugno, all’attacco americano contro i siti atomici iraniani.
La situazione complessiva resta ricca di fibrillazioni. E Israele si fa sempre più irrequieto. Ynet ha riferito ieri che i vertici militari dello Stato ebraico avrebbero discusso di una possibile operazione contro l’Iran, in caso di un attacco bellico statunitense.
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Il generale russo Vladimir Alekseyev (Ansa)
Ieri mattina, in un condominio di Mosca, il generale russo Vladimir Alekseyev è stato ferito gravemente da diversi colpi di arma da fuoco. A ricostruire la dinamica è stato il quotidiano Kommersant: l’aggressore, prima di scappare, ha sparato sulle scale del palazzo, colpendo il braccio, il piede e il petto di Alekseyev. Sull’attentato sono al lavoro «le agenzie di intelligence», ha riferito il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Ma, sebbene l’identità dell’aggressore non sia ancora nota, i primi sospetti sono ricaduti su Kiev. Ad accusare esplicitamente l’Ucraina è stato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov: «Questo atto ancora una volta ha confermato la determinazione del regime di Zelensky nel provocare continuamente per far saltare il processo negoziale». Però, nonostante le accuse, Peskov ha confermato che a breve si svolgeranno altri negoziati sulla pace in Ucraina.
Quel che è certo è che Alekseyev ha svolto un ruolo di primo piano nei servizi di intelligence su diversi fronti. Il generale di 64 anni, premiato dal presidente russo, Vladimir Putin, con il titolo di Eroe della Federazione russa, è uno degli ufficiali di alto rango che ha condiviso con lo zar le informazioni di intelligence per l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Tra l’altro, nell’estate del 2023, ha negoziato con Yevgeny Prigozhin durante l’ammutinamento del gruppo Wagner. Il generale è anche finito nel mirino delle sanzioni degli Stati Uniti e dell’Ue: nel primo caso per la presunta interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016, nel secondo per l’avvelenamento nel 2018 a Salisbury dell’ex agente russo, Sergei Skripal. Pur non rivendicando l’attacco, il comandante del reggimento ucraino Azov, Denys Prokopenko, ha scritto che, nel caso in cui Alekseyev sopravvivesse, «non dormirebbe sonni tranquilli». Stando a quanto reso noto da Prokopenko, nel maggio del 2022 il generale russo avrebbe rappresentato Mosca nei colloqui a Mariupol durante il ritiro dei militari ucraini dall’acciaieria Azovstal. E «la tortura regolare dei combattenti catturati dell’Azov» sono la prova di quanto Alekseyev avesse infranto la promessa di rispettare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.
Contro la Russia è intanto in arrivo il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Ue. E per la ventesima volta, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è convinta che le misure funzioneranno. Visto che «questo è l’unico linguaggio che la Russia capisce», von der Leyen ha annunciato che la Commissione «sta proponendo un nuovo pacchetto di sanzioni» che «riguarda energia, servizi finanziari e commercio». Per quanto riguarda il settore energetico, ha comunicato che sarà introdotto «un divieto totale dei servizi marittimi per il petrolio greggio russo». Tra i bersagli di Bruxelles anche «20 banche russe», «una serie di raffinerie in Russia colpite dai raid ucraini, per impedire il coinvolgimento di operatori dell’Ue nelle loro riparazioni» e «altre società coinvolte nella prospezione, nella trivellazione e nel trasporto di petrolio». L’alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, pure lei certa che «le sanzioni danneggiano gravemente l’economia russa», visto che Mosca «non è invincibile» e «sta perdendo terreno», ha dichiarato che verrà proposto «di attivare il nostro strumento anti-elusione verso un Paese per impedire che prodotti sensibili raggiungano la Russia».
Ma mentre i vertici di Bruxelles continuano la stretta su Mosca, sempre più Paesi mirano invece ad aprire un canale di comunicazione con il Cremlino. A incassare il colpo è l’Ue: la portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha ammesso: «Stiamo effettivamente assistendo a un cambiamento nella posizione di alcuni Stati membri». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, seppur contrario ad aprire «canali per colloqui paralleli» visto che i negoziati di Abu Dhabi restano centrali, ha comunque dichiarato: «Noi siamo sempre pronti ad avere dei colloqui con la Russia». Lo stesso Lavrov ha rivelato che Mosca è in contatto «segreto» con alcuni leader europei, la cui posizione però non differisce da quanto dichiarano pubblicamente. Ha poi bollato i tentativi del presidente francese, Emmanuel Macron, di dialogare con Putin come «una diplomazia patetica», visto che non ha mai telefonato allo zar.
Chi cerca un accordo con Mosca è Washington, nell’ambito della non proliferazione nucleare. Dopo la scadenza del trattato New Start sia la Russia sia gli Stati Uniti sono decisi ad aprire nuovi colloqui in merito. Il sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti, Thomas DiNanno, sostiene però la necessità che «al tavolo dei negoziati» si unisca anche la Cina, visto che «l’arsenale nucleare cinese non ha limiti». Dall’altra parte, per la Russia, nelle trattative devono essere coinvolti anche il Regno Unito e la Francia.
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Roberto Vannacci. Nel riquadro, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello (Ansa)
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma.
«Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta». Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a Sky Tg24, lo definisce «incompatibile con i valori della Lega, che è stata un taxi anche molto comodo sul quale si è seduto». L’avventura ultrasovranista dell’ex generale apre le porte ai primi aspiranti adepti e rimescola le carte in Parlamento. In tanti sono pronti a dire «ci sono», ma con una postilla grossa come una casa. Serve una classe dirigente. Tradotto: vogliono sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce per loro un seggio sicuro. Lasciare un partito va bene, ma rimanere senza poltrona mai. A Vannacci riconoscono il carisma di un vero patriota ma la fedeltà passa prima dall’ufficio di un notaio.
Chi si butta a corpo morto nel sacro fuoco del sovranismo sono i deputati (ex) leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso. Ieri hanno lasciato la Lega e sono entrati, a piedi, nel grande garage del gruppo misto: «Seguiamo Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista». Un altro che non ha avuto esitazioni è Emanuele Pozzolo, anche lui nel minestrone del misto, emarginato da Fratelli d’Italia per aver ferito una persona con una pistola ad una festa di Capodanno. Per lui Vannacci è destinato a diventare il Charles de Gaulle italiano. La concorrenza si fa affollata, il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga. Ex leghisti in cerca d’autore, raccattati, transfughi ideologici, nostalgici assortiti e qualche impresentabile. Qualche giorno fa, a proposito dei fantomatici incontri tra Vannacci, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, l’ex generale scrisse su Facebook: «Di questo passo ci diranno che sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Soumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». L’ex paladino dei braccianti ieri ha smentito i rumors di un suo possibile ingresso nel movimento dell’ex parà: «Una barzelletta che mi ha fatto sorridere, essendo la notizia completamente priva di fondamento e che pertanto smentisco totalmente. Mi sorprende, inoltre, che provenga da persone che avrebbero potuto, se non altro, contattarmi direttamente, anziché diffondere un mucchio di falsità».
Il folklore attorno a Vannacci continua con il sindaco di Pennabili (comune di 2.000 anime in provincia di Rimini), Mauro Giannini, il quale si dichiara pronto a sostenere Vannacci, «patriota vero», con toni da adunata del Ventennio e camicia strappata per mostrare il tatuaggio della Decima Mas. «Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce, questo è il mio petto, fucilatemi». Una scena che sembra uscita dall’Istituto Luce e caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, imposto da Vannacci come consigliere della Lega in Veneto, il quale vuol farci digerire che difendere Vladimir Putin significa difendere la democrazia. Il premio del grande guazzabuglio va però a Mario Adinolfi, che vaneggia di un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. «Noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme». Pure Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integralista, con la sua Democrazia sovrana popolare, apre a collaborazioni. Tra i veterani rispunta Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una folla di scontenti.
Insomma, il mercato è aperto e i colori sono quelli del banco della frutta. Tutti. A orbitare attorno a Futuro Nazionale c’è anche Simone Ruzzi, conosciuto come «Cicalone», ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente». Per candidarsi c’è sempre tempo. Infine, c’è pure chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come il deputato leghista Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa con Casapound alla Camera sulla remigrazione, che ringrazia ma prosegue col Carroccio. Il progetto di Vannacci è pronto, in tanti vogliono arrampicarsi, soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere, in cerca di notorietà. Mentre questo raduno avanza, c’è da risolvere il problema del simbolo. Il marchio «Futuro Nazionale» risultava già registrato. Ma ieri questa nube si è dissolta. Il simbolo fu infatti depositato nel 2010 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese da un ex consigliere regionale M5s, Riccardo Mercante, poi deceduto in un incidente stradale nel 2020. «Non mi piace Vannacci. Non mi piace proprio. E non intendiamo cedergli il marchio depositato da mio marito», ha dichiarato al Fatto quotidiano la vedova del penstallato, Marina Caprioni. Tuttavia si è scoperto che la registrazione non è stata rinnovata alla scadenza dei dieci anni come la legge impone, pertanto è libero da ogni proprietà. «Finché non c’è nulla di diverso - replica Vannacci - continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare».
Il portavoce del movimento «Il Mondo al Contrario» e consigliere regionale della Toscana Massimiliano Simoni, chiarisce: "Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che l’uso improprio e non autorizzato del simbolo di Futuro Nazionale che è di Vannacci non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».
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Il saluto di Giorgia Meloni alle forze dell'ordine a Milano Rogoredo (Ansa)
Meloni arriva in mattinata alla stazione di Rogoredo, uno dei luoghi più delicati del capoluogo lombardo. Tra binari e parcheggi sono schierati i carri leggeri Puma dell’esercito e i militari dell’operazione Strade sicure, insieme a carabinieri e polizia. La visita è rapida, senza dichiarazioni ufficiali, fatta di saluti e brevi scambi con gli uomini in servizio. «Sono venuta a salutare e ringraziare», dirà poi in un video diffuso sui social.
Il luogo è legato a una sequenza di fatti ravvicinati: il 26 gennaio uno spacciatore è stato ucciso durante un intervento di polizia nei pressi del cosiddetto «boschetto della droga»; pochi giorni dopo, nella stessa area, un secondo episodio armato ha riportato l’allarme sicurezza su una zona che da anni rappresenta uno dei nodi più difficili di Milano. Due sparatorie in poco più di una settimana che hanno riacceso il dibattito sull’ordine pubblico e sulle condizioni operative delle forze dell’ordine. L’inchiesta giudiziaria avviata sul poliziotto coinvolto nel primo episodio (con una inspiegabile accusa di omicidio volontario) ha irrigidito il clima, mentre sul fronte sindacale il Sap ha promosso una raccolta fondi per sostenere le spese legali dell’agente, con centinaia di adesioni in pochi giorni e una sottoscrizione di almeno 15.000 euro. La presenza del premier si colloca dentro questa cronaca e diventa, al tempo stesso, una risposta politica indiretta. Da un lato al centrosinistra che governa Milano in vista delle elezioni del 2027 e che sul tema della sicurezza, sotto l’amministrazione di Beppe Sala, appare esposto e in difficoltà; dall’altro a chi, anche a destra, insiste nel raccontare Fratelli d’Italia come una forza ormai centrista, sostenendo che la «vera» destra securitaria sia altrove, magari in quella che sta creando Roberto Vannacci in uscita dalla Lega. La scena di Rogoredo, accompagnata dal decreto Sicurezza approvato alla vigilia, serve a ribadire che quel terreno resta centrale per il governo. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivendica l’impiego di circa 12.000 carabinieri ausiliari per rafforzare il presidio sul territorio, mentre il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato parla di presidi fissi necessari e di una risposta che, a suo giudizio, doveva arrivare da tempo.
Dal quadrante Sud-est il baricentro della giornata si sposta verso il centro, in una città sempre più blindata. La prefettura ha sede a Palazzo Diotti, da sempre snodo dell’amministrazione statale in città. Oggi è circondato da transenne e forze dell’ordine ed è il fulcro degli incontri istituzionali. Meloni incontra prima l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al Thani, in un colloquio riservato su cooperazione economica, energia e dossier mediorientali. Poi arriva la delegazione statunitense guidata dal vicepresidente J.D. Vance, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio. All’inizio del faccia a faccia Meloni lega l’incontro al contesto simbolico della giornata: «Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, l’Occidente che è alla base della nostra cooperazione e del futuro che vogliamo costruire insieme».
Vance risponde con toni cordiali, elogiando l’organizzazione dei Giochi e la città: «Avete fatto un lavoro eccezionale, la città è bellissima. Abbiamo ottimi rapporti, connessioni economiche e partnership, ed è bello avere valori condivisi». Il bilaterale dura oltre due ore e mezzo ed è seguito da un pranzo privato. Secondo Palazzo Chigi, al centro del colloquio ci sono i principali dossier di politica internazionale, «con particolare riferimento agli ultimi sviluppi in Iran e Venezuela».
Dal lato americano, l’ufficio del vicepresidente sottolinea «la grande solidità delle relazioni bilaterali» e il confronto sugli sforzi comuni per migliorare il clima per gli affari e gli investimenti. È qui che la cronaca lascia intravedere la lettura politica più ampia: l’incontro serve a smentire l’idea di una Meloni marginale nel rapporto con la nuova amministrazione americana. La presenza di Vance a Milano, il tempo dedicato al bilaterale e il linguaggio usato da entrambe le parti raccontano un rapporto che resta solido. Il pranzo produce anche una nota di colore, quando lo staff americano indica per errore ai giornalisti la presenza del «coniuge» del premier, salvo correggere poco dopo l’elenco dei partecipanti. Nel primo pomeriggio Vance e la moglie Usha lasciano Palazzo Diotti per una breve visita alla Pinacoteca di Brera, meno di mezz’ora tra le sale del museo prima del rientro in albergo. Meloni, invece, si dirige a Palazzo Reale per il ricevimento con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i capi di Stato e di governo presenti per i Giochi.
In serata l’ultimo appuntamento allo stadio Meazza per la cerimonia inaugurale di Milano-Cortina.
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