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2024-12-07
Biden ha (s)finito gli ucraini: «Aumentate di sei volte le fughe di soldati dal fronte»
Ansa
Mancano circa sei settimane all’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha già annunciato di voler risolvere il conflitto russo-ucraino e di non voler più sostenere l’esercito di Kiev con ingenti finanziamenti, che gravano sull’economia americana. L’amministrazione ancora in carica di Joe Biden, però, sta facendo tutto il possibile per armare Volodymyr Zelensky e - sostengono alcuni osservatori - per mettere i bastoni tra le ruote al futuro presidente. Stando al Guardian, ad esempio, in questi giorni Washington ha promesso a Kiev «una valanga di aiuti militari», nonché nuove sanzioni contro Mosca. Più nel dettaglio, riferisce il quotidiano britannico, l’amministrazione Biden si è impegnata a fornire, entro metà gennaio (quindi prima dell’insediamento di Trump), «centinaia di migliaia di ulteriori proiettili d’artiglieria, migliaia di razzi e centinaia di veicoli corazzati», senza contare prestiti per 20 miliardi di dollari, finanziati tramite gli asset russi congelati. Insomma, fosse per Biden, la guerra a Est potrebbe proseguire per anni. Incurante della situazione critica dell’esercito ucraino al fronte (riconosciuta dallo stesso Zelensky), la sua amministrazione ha persino chiesto a Kiev di abbassare l’età della leva da 25 a 18 anni. E quindi, in sostanza, di mandare a combattere pure i ragazzini. Una richiesta che, ovviamente, non è stata gradita dai diretti interessati, tra cui il più infastidito è stato senz’altro Dmytro Lytvyn, il consigliere di Zelensky.
Ma in che condizioni versano, appunto, le forze armate ucraine? Su questo spinoso argomento, ha fatto luce ieri un articolo di Bloomberg. Secondo l’agenzia americana, le truppe di Kiev sono esauste e allo stremo delle forze. Con combattimenti sempre più massacranti e in carenza di personale, sono aumentati anche i casi di diserzione o di abbandono delle postazioni. A partire dal 2022, riferisce Bloomberg, «l’Ucraina ha avviato quasi 96.000 procedimenti penali contro i militari che hanno abbandonato i loro incarichi dopo l’invasione russa». Il dato più preoccupante, però, è che la maggior parte dei fascicoli è stata aperta proprio nel 2024, facendo registrare «un aumento di sei volte rispetto agli ultimi due anni».
La mancanza endemica di soldati, inoltre, impedisce ai combattenti al fronte di recuperare energie fisiche e mentali. E questo lo ha ammesso lo stesso Zelensky pochi giorni fa durante un’intervista radiofonica. Al tempo stesso, tuttavia, il presidente ucraino - come specifica Bloomberg - «si è opposto alla possibilità di stabilire una scadenza per il congedo delle truppe». In mancanza di licenze, pertanto, sono aumentati esponenzialmente i casi di assenza senza permesso (fattispecie nota con l’acronimo Awol). In altri termini, i militari esausti, pur senza la volontà di disertare, lasciano le postazioni per avere una tregua e visitare le loro famiglie. Per poi, generalmente, rientrare nei ranghi. Secondo alcune stime, torna al proprio incarico circa la metà degli assenti non giustificati. Il resto, si suppone, potrebbe aver effettivamente disertato.
Un problema molto simile, prosegue Bloomberg, viene affrontato anche dalle forze armate russe. Eppure, a differenza dei nemici, «la Russia può assorbire più facilmente l’emorragia del suo personale militare, dato che la sua popolazione è quasi quattro volte quella dell’Ucraina». Per Kiev, insomma, risolvere questa crisi è una questione di vita o di morte. Anche per questo, di recente, Zelensky ha promesso un’amnistia agli assenti ingiustificati qualora tornino alle loro unità prima del 1° gennaio. Da quando questa disposizione è entrata in vigore, sarebbero rientrati alla base circa 3.000 soldati.
Nel frattempo, Mosca e Minsk hanno siglato un nuovo patto di difesa, che prevede «garanzie reciproche di sicurezza». Una volta giunto in Bielorussia per suggellare l’accordo, Vladimir Putin ha chiarito che il trattato include «l’uso di tutte le forze disponibili», comprese «le armi nucleari tattiche russe» situate sul territorio bielorusso, in caso di pericolo per «la sovranità, l’indipendenza, l’integrità e l’inviolabilità dei territori della Russia e della Bielorussia». Tra gli armamenti previsti dall’accordo, figurano anche gli Oreshnik, i nuovi missili balistici ipersonici russi, che dovrebbero essere dispiegati in Bielorussia nella seconda metà del 2025.
Sull’uso delle armi nucleari tattiche, inoltre, ha fatto chiarezza Sergey Lavrov. Intervistato a Mosca da Tucker Carlson, giornalista vicino a Trump, il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che «saremmo pronti a usare qualsiasi mezzo per non permettere» agli Stati Uniti e ai loro alleati «di avere successo in quella che chiamano sconfitta strategica della Russia». In pratica, ha specificato Lavrov, l’uso di armi nucleari avverrà solo di fronte a una minaccia che metta in pericolo l’esistenza stessa della Federazione russa. Tra cui rientra, appunto, il ricorso ad «attacchi nucleari limitati» che, secondo Lavrov, la Nato avrebbe preso in considerazione. Eppure, ha ribadito Lavrov, la Russia non desidera affatto questo scenario e intende evitare ogni pericolo di escalation: «Vorremmo avere relazioni normali con tutti i nostri vicini», ha detto, «soprattutto con un grande Paese come gli Stati Uniti». Anzi, ha sottolineato, «non vediamo alcun motivo per cui Russia e Stati Uniti non possano cooperare per il bene del pianeta».
Sul cambio della guardia alla Casa Bianca, peraltro, Lavrov ha dichiarato a Carlson che «l’amministrazione Biden vorrebbe lasciare all’amministrazione Trump un’eredità quanto più negativa possibile». Un po’, insomma, «come ha fatto Barack Obama con Trump durante il suo primo mandato quando, nel 2016, Obama ha espulso i diplomatici russi proprio a fine dicembre».
Ieri, intanto, fonti di Palazzo Chigi hanno riferito che Giorgia Meloni ha avuto un contatto telefonico con Zelensky. Il presidente del Consiglio, si legge nella nota, «ha ribadito il sostegno a 360 gradi che l’Italia assicura e continuerà ad assicurare all’Ucraina e al popolo ucraino, con l’obiettivo di costruire una pace giusta».
«Maxi fondo europeo per la Difesa». Meglio del Pnrr se schiva l’austerità
A Bruxelles, rivela il Financial Times, si starebbe lavorando a un fondo comune per la Difesa con una dotazione da 500 miliardi di euro, che consenta all’Europa di potenziare il settore (anche) per essere pronta a una eventuale e pure assai probabile svolta nella politica Usa, quando Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca. Il tycoon ha sottolineato ripetutamente di voler disimpegnare Washington dalla protezione dell’Europa se il Vecchio continente non aumenterà gli investimenti nella Difesa. Il meccanismo di questo fondo intergovernativo, stando a quanto rivelato dal Ft, sarebbe ad adesione volontaria, consentendo così gli Stati militarmente neutrali, come Austria, Malta, Irlanda e Cipro, di restarne fuori senza bloccarlo. Il fondo sarebbe aperto anche alla Gran Bretagna e alla Norvegia, che non fanno parte della Ue. Il modello di finanziamento a cui sta lavorando il Consiglio europeo, che secondo il Ft avrebbe già l’ok di «un gruppo chiave di Stati membri», consisterebbe nella emissione di obbligazioni supportate da garanzie nazionali dei Paesi partecipanti anziché dall’Ue nel suo complesso. La Banca europea per gli investimenti, alla quale è vietato finanziare direttamente gli investimenti in armi, svolgerebbe un ruolo tecnico, contribuendo ad amministrare la società veicolo e a gestire le funzioni di tesoreria. Paesi come Germania, Francia, Italia e Spagna, protagonisti del settore dell’industria degli armamenti, trarrebbero benefici dal progetto, che ricorda per molti aspetti i Pnrr, ma che rispetto a esso avrebbe un fondamentale punto di forza: i soldi non verrebbero dispersi in mille miniprogetti, ma sarebbero concentrati su pochi investimenti di grandi dimensioni. Resta però sullo sfondo una grande questione irrisolta: le spese sostenute dai governi per investire in questo fondo potrebbero essere scorporate dal calcolo del deficit, e quindi non pesare sui parametri imposti dal Patto di stabilità? Al momento questa possibilità, più volte chiesta dall’Italia, è stata sempre negata. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rispondendo al question time al Senato, manifesta la sua preoccupazione su questo aspetto: «Sulle spese della Difesa», sottolinea Crosetto, «c’è un limite che ci verrà chiesto di raggiungere in tempi brevissimi, così come ci aveva chiesto la Nato e a cui non potremo sottrarci. È giusto iniziare a ragionare subito. Probabilmente non ci si è resi conto della gravità nei tempi in cui viviamo e della necessità di aumentare gli investimenti della Difesa», aggiunge Crosetto, «nell’approntamento delle truppe, in tutte quelle che sono finora le inefficienze che purtroppo sono dovute ad una scarsa dotazione finanziaria. Finora quest’anno il Parlamento ha messo a disposizione, con l’approvazione della legge di bilancio, l’1,57% del Pil, ma ricordo a tutti che tutti i governi si sono impegnati ad arrivare al 2% entro il 2028. A questo punto», conclude il ministro, «non posso che manifestare una mia preoccupazione per la possibilità di arrivare a quel risultato, se non cambieremo le regole europee».
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In attesa dell’arrivo di The Donald, la Casa Bianca promette «una valanga di aiuti» Lavrov al giornalista Usa Carlson: «La Russia rivorrebbe relazioni normali con voi». Il «Ft»: progetto aperto agli inglesi. Crosetto: «Le regole Ue bloccano gli investimenti». Lo speciale contiene due articoli. Mancano circa sei settimane all’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha già annunciato di voler risolvere il conflitto russo-ucraino e di non voler più sostenere l’esercito di Kiev con ingenti finanziamenti, che gravano sull’economia americana. L’amministrazione ancora in carica di Joe Biden, però, sta facendo tutto il possibile per armare Volodymyr Zelensky e - sostengono alcuni osservatori - per mettere i bastoni tra le ruote al futuro presidente. Stando al Guardian, ad esempio, in questi giorni Washington ha promesso a Kiev «una valanga di aiuti militari», nonché nuove sanzioni contro Mosca. Più nel dettaglio, riferisce il quotidiano britannico, l’amministrazione Biden si è impegnata a fornire, entro metà gennaio (quindi prima dell’insediamento di Trump), «centinaia di migliaia di ulteriori proiettili d’artiglieria, migliaia di razzi e centinaia di veicoli corazzati», senza contare prestiti per 20 miliardi di dollari, finanziati tramite gli asset russi congelati. Insomma, fosse per Biden, la guerra a Est potrebbe proseguire per anni. Incurante della situazione critica dell’esercito ucraino al fronte (riconosciuta dallo stesso Zelensky), la sua amministrazione ha persino chiesto a Kiev di abbassare l’età della leva da 25 a 18 anni. E quindi, in sostanza, di mandare a combattere pure i ragazzini. Una richiesta che, ovviamente, non è stata gradita dai diretti interessati, tra cui il più infastidito è stato senz’altro Dmytro Lytvyn, il consigliere di Zelensky. Ma in che condizioni versano, appunto, le forze armate ucraine? Su questo spinoso argomento, ha fatto luce ieri un articolo di Bloomberg. Secondo l’agenzia americana, le truppe di Kiev sono esauste e allo stremo delle forze. Con combattimenti sempre più massacranti e in carenza di personale, sono aumentati anche i casi di diserzione o di abbandono delle postazioni. A partire dal 2022, riferisce Bloomberg, «l’Ucraina ha avviato quasi 96.000 procedimenti penali contro i militari che hanno abbandonato i loro incarichi dopo l’invasione russa». Il dato più preoccupante, però, è che la maggior parte dei fascicoli è stata aperta proprio nel 2024, facendo registrare «un aumento di sei volte rispetto agli ultimi due anni».La mancanza endemica di soldati, inoltre, impedisce ai combattenti al fronte di recuperare energie fisiche e mentali. E questo lo ha ammesso lo stesso Zelensky pochi giorni fa durante un’intervista radiofonica. Al tempo stesso, tuttavia, il presidente ucraino - come specifica Bloomberg - «si è opposto alla possibilità di stabilire una scadenza per il congedo delle truppe». In mancanza di licenze, pertanto, sono aumentati esponenzialmente i casi di assenza senza permesso (fattispecie nota con l’acronimo Awol). In altri termini, i militari esausti, pur senza la volontà di disertare, lasciano le postazioni per avere una tregua e visitare le loro famiglie. Per poi, generalmente, rientrare nei ranghi. Secondo alcune stime, torna al proprio incarico circa la metà degli assenti non giustificati. Il resto, si suppone, potrebbe aver effettivamente disertato.Un problema molto simile, prosegue Bloomberg, viene affrontato anche dalle forze armate russe. Eppure, a differenza dei nemici, «la Russia può assorbire più facilmente l’emorragia del suo personale militare, dato che la sua popolazione è quasi quattro volte quella dell’Ucraina». Per Kiev, insomma, risolvere questa crisi è una questione di vita o di morte. Anche per questo, di recente, Zelensky ha promesso un’amnistia agli assenti ingiustificati qualora tornino alle loro unità prima del 1° gennaio. Da quando questa disposizione è entrata in vigore, sarebbero rientrati alla base circa 3.000 soldati.Nel frattempo, Mosca e Minsk hanno siglato un nuovo patto di difesa, che prevede «garanzie reciproche di sicurezza». Una volta giunto in Bielorussia per suggellare l’accordo, Vladimir Putin ha chiarito che il trattato include «l’uso di tutte le forze disponibili», comprese «le armi nucleari tattiche russe» situate sul territorio bielorusso, in caso di pericolo per «la sovranità, l’indipendenza, l’integrità e l’inviolabilità dei territori della Russia e della Bielorussia». Tra gli armamenti previsti dall’accordo, figurano anche gli Oreshnik, i nuovi missili balistici ipersonici russi, che dovrebbero essere dispiegati in Bielorussia nella seconda metà del 2025.Sull’uso delle armi nucleari tattiche, inoltre, ha fatto chiarezza Sergey Lavrov. Intervistato a Mosca da Tucker Carlson, giornalista vicino a Trump, il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che «saremmo pronti a usare qualsiasi mezzo per non permettere» agli Stati Uniti e ai loro alleati «di avere successo in quella che chiamano sconfitta strategica della Russia». In pratica, ha specificato Lavrov, l’uso di armi nucleari avverrà solo di fronte a una minaccia che metta in pericolo l’esistenza stessa della Federazione russa. Tra cui rientra, appunto, il ricorso ad «attacchi nucleari limitati» che, secondo Lavrov, la Nato avrebbe preso in considerazione. Eppure, ha ribadito Lavrov, la Russia non desidera affatto questo scenario e intende evitare ogni pericolo di escalation: «Vorremmo avere relazioni normali con tutti i nostri vicini», ha detto, «soprattutto con un grande Paese come gli Stati Uniti». Anzi, ha sottolineato, «non vediamo alcun motivo per cui Russia e Stati Uniti non possano cooperare per il bene del pianeta».Sul cambio della guardia alla Casa Bianca, peraltro, Lavrov ha dichiarato a Carlson che «l’amministrazione Biden vorrebbe lasciare all’amministrazione Trump un’eredità quanto più negativa possibile». Un po’, insomma, «come ha fatto Barack Obama con Trump durante il suo primo mandato quando, nel 2016, Obama ha espulso i diplomatici russi proprio a fine dicembre».Ieri, intanto, fonti di Palazzo Chigi hanno riferito che Giorgia Meloni ha avuto un contatto telefonico con Zelensky. Il presidente del Consiglio, si legge nella nota, «ha ribadito il sostegno a 360 gradi che l’Italia assicura e continuerà ad assicurare all’Ucraina e al popolo ucraino, con l’obiettivo di costruire una pace giusta». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-ha-sfinito-gli-ucraini-2670362617.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="maxi-fondo-europeo-per-la-difesa-meglio-del-pnrr-se-schiva-lausterita" data-post-id="2670362617" data-published-at="1733593858" data-use-pagination="False"> «Maxi fondo europeo per la Difesa». Meglio del Pnrr se schiva l’austerità A Bruxelles, rivela il Financial Times, si starebbe lavorando a un fondo comune per la Difesa con una dotazione da 500 miliardi di euro, che consenta all’Europa di potenziare il settore (anche) per essere pronta a una eventuale e pure assai probabile svolta nella politica Usa, quando Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca. Il tycoon ha sottolineato ripetutamente di voler disimpegnare Washington dalla protezione dell’Europa se il Vecchio continente non aumenterà gli investimenti nella Difesa. Il meccanismo di questo fondo intergovernativo, stando a quanto rivelato dal Ft, sarebbe ad adesione volontaria, consentendo così gli Stati militarmente neutrali, come Austria, Malta, Irlanda e Cipro, di restarne fuori senza bloccarlo. Il fondo sarebbe aperto anche alla Gran Bretagna e alla Norvegia, che non fanno parte della Ue. Il modello di finanziamento a cui sta lavorando il Consiglio europeo, che secondo il Ft avrebbe già l’ok di «un gruppo chiave di Stati membri», consisterebbe nella emissione di obbligazioni supportate da garanzie nazionali dei Paesi partecipanti anziché dall’Ue nel suo complesso. La Banca europea per gli investimenti, alla quale è vietato finanziare direttamente gli investimenti in armi, svolgerebbe un ruolo tecnico, contribuendo ad amministrare la società veicolo e a gestire le funzioni di tesoreria. Paesi come Germania, Francia, Italia e Spagna, protagonisti del settore dell’industria degli armamenti, trarrebbero benefici dal progetto, che ricorda per molti aspetti i Pnrr, ma che rispetto a esso avrebbe un fondamentale punto di forza: i soldi non verrebbero dispersi in mille miniprogetti, ma sarebbero concentrati su pochi investimenti di grandi dimensioni. Resta però sullo sfondo una grande questione irrisolta: le spese sostenute dai governi per investire in questo fondo potrebbero essere scorporate dal calcolo del deficit, e quindi non pesare sui parametri imposti dal Patto di stabilità? Al momento questa possibilità, più volte chiesta dall’Italia, è stata sempre negata. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rispondendo al question time al Senato, manifesta la sua preoccupazione su questo aspetto: «Sulle spese della Difesa», sottolinea Crosetto, «c’è un limite che ci verrà chiesto di raggiungere in tempi brevissimi, così come ci aveva chiesto la Nato e a cui non potremo sottrarci. È giusto iniziare a ragionare subito. Probabilmente non ci si è resi conto della gravità nei tempi in cui viviamo e della necessità di aumentare gli investimenti della Difesa», aggiunge Crosetto, «nell’approntamento delle truppe, in tutte quelle che sono finora le inefficienze che purtroppo sono dovute ad una scarsa dotazione finanziaria. Finora quest’anno il Parlamento ha messo a disposizione, con l’approvazione della legge di bilancio, l’1,57% del Pil, ma ricordo a tutti che tutti i governi si sono impegnati ad arrivare al 2% entro il 2028. A questo punto», conclude il ministro, «non posso che manifestare una mia preoccupazione per la possibilità di arrivare a quel risultato, se non cambieremo le regole europee».
Federico Vecchioni (Imagoeconomica)
L’impianto, attivo dal 1961, è specializzato nella produzione di ibridi di mais. Può coinvolgere oltre 1.500 ettari destinati alla moltiplicazione del seme, elemento che ne consolida il valore strategico lungo la filiera. Per il gruppo BF l’acquisizione rappresenta un passaggio rilevante nel percorso di crescita. L’obiettivo è rafforzare il ruolo nel settore sementiero, con un focus sull’area mediterranea, integrando innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità. L’iniziativa si inserisce nel programma di sviluppo che parte dal genoma per arrivare al cliente finale. Una strategia che unisce ricerca, produzione agricola e trasformazione industriale. Con l’ingresso del nuovo asset, la Sis aumenta la capacità produttiva nel segmento del mais ibrido e consolida la posizione competitiva. Lo stabilimento di Casalmorano si estende su oltre 30.500 metri quadrati, dispone di tre linee di lavorazione e di una capacità superiore a 800.000 dosi di sementi ibride (ogni dose contiene circa 25.000 semi) con potenzialità di stoccaggio di circa 5.000 tonnellate di prodotto semilavorato. L’impianto è dotato di infrastrutture di stoccaggio, laboratori accreditati e sistemi di controllo lungo l’intero processo produttivo, con possibilità di estensione ad altre colture. Negli anni l’impianto è stato oggetto di investimenti da parte di Syngenta, con interventi su tecnologia, sicurezza e sostenibilità. Con questa operazione. L’acquisizione amplia il raggio d’azione del gruppo BF: la Lombardia diventa il quarto polo di attività dopo Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna.
«Questo importante investimento rappresenta un passaggio di grande rilevanza strategica nel percorso di crescita industriale», ha dichiarato Federico Vecchioni, amministratore delegato di Sis e presidente esecutivo di BF. «Il nostro obiettivo è quello di rafforzare il ruolo della Società Italiana Sementi in qualità di soggetto di riferimento nazionale nell’ambito sementiero per l’area mediterranea. Un soggetto capace di coniugare innovazione genetica, qualità produttiva e sostenibilità, contribuendo concretamente allo sviluppo di filiere agricole competitive e alla diffusione di sementi di alta qualità in Italia e nei Paesi in cui il gruppo opera con la controllata BF International».
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«Chi Vespa…mangia le mele». Con questo slogan ideato da Gilberto Filippetti per il lancio della «50 Special» si apriva un nuovo decennio nel cammino dello scooter Piaggio. Gli anni Settanta saranno la consacrazione di un mezzo non più solo utilitario, da allora rivolto ad una clientela giovane (e giovanissima) o per gli spostamenti rapidi in città sempre più trafficate.
Piaggio si presenta al nuovo decennio con due bestseller «small frame», la già citata «50 Special», che dal 1972 vedrà l’adozione delle più sicure ruote da 10 pollici e dal 1975 del cambio a 4 marce. Sarà uno dei modelli più venduti in assoluto con circa 1,7 milioni di esemplari. Per la Special diversi saranno i produttori di kit di elaborazione, molto diffusi tra i giovani anche se vietati nell’uso in strada. Tra questi spiccano la bergamasca Polini e la genovese Andrea Pinasco, con gruppi termici da 75, 90, 102 e 125cc che aumentavano sensibilmente le modeste prestazioni imposte dal Codice della strada al motore originale da 49,7cc e soli 1,5 cv di potenza. Dal 1969 al 1975 fu prodotta in piccola serie anche la «Elestart», vesione della special con avviamento elettrico grazie a 2 batterie da 6v alloggiate nel fianchetto sinistro. Nel 1976 la «125 Primavera» fu affiancata dalla più performante «ET3», caratterizzata da cilindro a 3 travasi, accensione elettronica e marmitta «siluro» di serie. Nei primi esemplari fu dotata di sella color «jeans» e divenne ben presto un sogno diffuso tra i sedicenni. Oggi è un modello molto ricercato e quotato. Per quanto riguardò i modelli di cilindrata superiore, fino alla fine del decennio furono oscurati dal successo delle piccole. Sostanzialmente fino ad oltre la metà degli anni Settanta rimasero in listino modelli concepiti nel decennio precedente, con alcune migliorie tecniche. E’il caso della «200 Rally», ammiraglia presentata nel 1972, dotata di accensione elettronica e di motore da 12 Cv che spingeva lo scooter sul filo dei 110 km/h. La svolta arrivò nel 1977 con la presentazione della «P125X», dalle forme totalmente rinnovate. Sarà il prologo della Vespa più venduta di sempre, con circa 3 milioni di pezzi prodotti tra mercato interno ed esportazione. Inizialmente priva di indicatori di direzione, ne sarà dotata a partire dal 1981. La «PX» è stato anche il modello più longevo, prodotto dal 1977 al 2017 (con interruzioni e riprese negli anni 2000) in cilindrate da 125, 150 e 200cc. Dagli anni ’90 è stata dotata di miscelatore automatico e in seguito di freno a disco anteriore. Gli ultimi modelli verranno anche dotati di catalizzatore fino ad una omologazione Euro 3. La produzione si arresterà per le difficoltà legate ai requisiti Euro 4.
All’inizio degli anni ’80 anche la gamma 50-125 si rinnovò, con l’uscita di produzione dei modelli più venduti «50 Special» e «125 Primavera-ET3». La nuova serie PK manteneva di base la stessa impostazione meccanica ma con una linea totalmente rinnovata, che abbandonava le curve per un profilo più squadrato, dotata di strumentazione più completa (in particolare sul modello «PK50XL». Per quanto riguarda la 125, fu prodotta anche una versione dotata di cambio automatico, che ebbe però poco successo. Nel 1985 la più grande PX fu proposta in versione «spinta» con il modello «T5 Pole Position», con cupolino e spoiler, dotata di un nuovo motore a 5 travasi che spinge la 125 a oltre 100 km/h. Il decennio si concluderà con un passo azzardato di Piaggio: il rinnovo integrale della PX con uno scooter simile per meccanica ma molto migliorato per prestazioni e sicurezza (aveva tra le altre migliorie la frenata integrale). La casa di Pontedera decise di ribattezzarla «Cosa», ma la perdita del mitico nome dello scooter leader delle strade non piacque al pubblico. Una cesura così netta della lunga tradizione non fu gradita, e per i puristi della Vespa «non era cosa». Già dai primi anni del decennio successivo, Piaggio rimise in produzione l’icona «PX».
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Silvia Salis (Ansa)
È quello che ha fatto il comune di Amsterdam, che dal 1° maggio è diventata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili (voli, auto a benzina, crociere) e carne negli spazi pubblici, seguendo l’esempio di altre città olandesi. Scelta dettata forse dall’ideologia centrata sullo Stato etico, tanto cara al governo locale (dal 2022 guidato da una coalizione di centrosinistra e progressista), forse dall’ingenuità o verosimilmente da entrambe. Sta di fatto che, da venerdì scorso, nei cartelloni pubblicitari, nelle pensiline dei tram e nelle stazioni della metropolitana della capitale olandese sono spariti gli annunci pubblicitari di hamburger, automobili e compagnie aeree. E come sempre, la giustificazione dei politici locali è la solita: la «consapevolezza ambientale».
L’intento è quello di allineare il paesaggio urbano di Amsterdam agli obiettivi ambientali dell’esecutivo cittadino, che prevedono che la capitale dei Paesi Bassi raggiunga la cosiddetta neutralità carbonica entro il 2050 e che la popolazione locale dimezzi il consumo di carne nello stesso periodo. Ci sono voluti anni di trattative e di feroci battaglie politiche, guidate dagli Angelo Bonelli locali, per partorire questo capolavoro green, scattato proprio quando in Occidente, e soprattutto nei Paesi dell’Unione europea, le conseguenze del conflitto in Iran si fanno sentire. Soprattutto in Olanda, dove lo stoccaggio di gas è precipitato sotto il 7%, toccando il 5,8%: una situazione critica che riflette una forte disomogeneità rispetto ad altri Paesi Ue, a partire dall’Italia (attualmente leader in Europa per volumi stoccati). L’ordinanza comunale che bandisce gli spot non si limita soltanto alla messa al bando delle attività che usano il fossile, compresi i contratti delle compagnie elettriche che usano queste fonti, ma si estende anche alla carne. Secondo il consiglio comunale, non è infatti possibile ignorare l’impatto degli allevamenti intensivi sulle emissioni globali.
I sostenitori dell’iniziativa puntano dritto alle multinazionali, colpevoli di orientare attivamente le scelte dei cittadini attraverso il marketing. Il bando della pubblicità, nell’ambito della campagna internazionale «World Without Fossil Ads», rientra nella strategia di «responsabilizzazione», che fa però a pugni con la libertà d’impresa e con le scelte dei consumatori. E guai ad affrontare la crisi energetica aumentando o diversificando la produzione: molto meglio ridurre la domanda colpevolizzando i singoli e indirizzandone i cambiamenti comportamentali.
Una strategia che comincia a fare proseliti: mentre il comune di Copenaghen, accanendosi sugli anziani, ha deciso di somministrare nelle Rsa carne di manzo, vitello e agnello in quantità limitate, fino a un massimo di 80 grammi a settimana a persona, nell’ambito di una politica alimentare incentrata sulla sostenibilità ambientale, anche la maggioranza progressista che sostiene il sindaco di Genova Silvia Salis ha accolto una mozione di Avs per introdurre restrizioni alla pubblicità legata alle fonti fossili. Con buona pace della «blue economy», motore trainante della città, con un indotto diretto e indiretto stimato in circa 10,5-11 miliardi di euro annui, soltanto a Genova, tra ricavi immediati di porto, terminal, cantieri e trasporti, spese vive di crocieristi e compagnie in porto, forniture industriali e artigianali (arredi navali, officine), servizi logistici, assicurativi e legali e consumi generati dai lavoratori del settore sul territorio. Genova si conferma la capitale italiana del settore, sì, ma guai a parlarne.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 maggio 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commenta la nuova alta tensione tra Usa e Iran e i riflessi sul costo del carburante.