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2024-12-07
Biden ha (s)finito gli ucraini: «Aumentate di sei volte le fughe di soldati dal fronte»
Ansa
Mancano circa sei settimane all’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha già annunciato di voler risolvere il conflitto russo-ucraino e di non voler più sostenere l’esercito di Kiev con ingenti finanziamenti, che gravano sull’economia americana. L’amministrazione ancora in carica di Joe Biden, però, sta facendo tutto il possibile per armare Volodymyr Zelensky e - sostengono alcuni osservatori - per mettere i bastoni tra le ruote al futuro presidente. Stando al Guardian, ad esempio, in questi giorni Washington ha promesso a Kiev «una valanga di aiuti militari», nonché nuove sanzioni contro Mosca. Più nel dettaglio, riferisce il quotidiano britannico, l’amministrazione Biden si è impegnata a fornire, entro metà gennaio (quindi prima dell’insediamento di Trump), «centinaia di migliaia di ulteriori proiettili d’artiglieria, migliaia di razzi e centinaia di veicoli corazzati», senza contare prestiti per 20 miliardi di dollari, finanziati tramite gli asset russi congelati. Insomma, fosse per Biden, la guerra a Est potrebbe proseguire per anni. Incurante della situazione critica dell’esercito ucraino al fronte (riconosciuta dallo stesso Zelensky), la sua amministrazione ha persino chiesto a Kiev di abbassare l’età della leva da 25 a 18 anni. E quindi, in sostanza, di mandare a combattere pure i ragazzini. Una richiesta che, ovviamente, non è stata gradita dai diretti interessati, tra cui il più infastidito è stato senz’altro Dmytro Lytvyn, il consigliere di Zelensky.
Ma in che condizioni versano, appunto, le forze armate ucraine? Su questo spinoso argomento, ha fatto luce ieri un articolo di Bloomberg. Secondo l’agenzia americana, le truppe di Kiev sono esauste e allo stremo delle forze. Con combattimenti sempre più massacranti e in carenza di personale, sono aumentati anche i casi di diserzione o di abbandono delle postazioni. A partire dal 2022, riferisce Bloomberg, «l’Ucraina ha avviato quasi 96.000 procedimenti penali contro i militari che hanno abbandonato i loro incarichi dopo l’invasione russa». Il dato più preoccupante, però, è che la maggior parte dei fascicoli è stata aperta proprio nel 2024, facendo registrare «un aumento di sei volte rispetto agli ultimi due anni».
La mancanza endemica di soldati, inoltre, impedisce ai combattenti al fronte di recuperare energie fisiche e mentali. E questo lo ha ammesso lo stesso Zelensky pochi giorni fa durante un’intervista radiofonica. Al tempo stesso, tuttavia, il presidente ucraino - come specifica Bloomberg - «si è opposto alla possibilità di stabilire una scadenza per il congedo delle truppe». In mancanza di licenze, pertanto, sono aumentati esponenzialmente i casi di assenza senza permesso (fattispecie nota con l’acronimo Awol). In altri termini, i militari esausti, pur senza la volontà di disertare, lasciano le postazioni per avere una tregua e visitare le loro famiglie. Per poi, generalmente, rientrare nei ranghi. Secondo alcune stime, torna al proprio incarico circa la metà degli assenti non giustificati. Il resto, si suppone, potrebbe aver effettivamente disertato.
Un problema molto simile, prosegue Bloomberg, viene affrontato anche dalle forze armate russe. Eppure, a differenza dei nemici, «la Russia può assorbire più facilmente l’emorragia del suo personale militare, dato che la sua popolazione è quasi quattro volte quella dell’Ucraina». Per Kiev, insomma, risolvere questa crisi è una questione di vita o di morte. Anche per questo, di recente, Zelensky ha promesso un’amnistia agli assenti ingiustificati qualora tornino alle loro unità prima del 1° gennaio. Da quando questa disposizione è entrata in vigore, sarebbero rientrati alla base circa 3.000 soldati.
Nel frattempo, Mosca e Minsk hanno siglato un nuovo patto di difesa, che prevede «garanzie reciproche di sicurezza». Una volta giunto in Bielorussia per suggellare l’accordo, Vladimir Putin ha chiarito che il trattato include «l’uso di tutte le forze disponibili», comprese «le armi nucleari tattiche russe» situate sul territorio bielorusso, in caso di pericolo per «la sovranità, l’indipendenza, l’integrità e l’inviolabilità dei territori della Russia e della Bielorussia». Tra gli armamenti previsti dall’accordo, figurano anche gli Oreshnik, i nuovi missili balistici ipersonici russi, che dovrebbero essere dispiegati in Bielorussia nella seconda metà del 2025.
Sull’uso delle armi nucleari tattiche, inoltre, ha fatto chiarezza Sergey Lavrov. Intervistato a Mosca da Tucker Carlson, giornalista vicino a Trump, il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che «saremmo pronti a usare qualsiasi mezzo per non permettere» agli Stati Uniti e ai loro alleati «di avere successo in quella che chiamano sconfitta strategica della Russia». In pratica, ha specificato Lavrov, l’uso di armi nucleari avverrà solo di fronte a una minaccia che metta in pericolo l’esistenza stessa della Federazione russa. Tra cui rientra, appunto, il ricorso ad «attacchi nucleari limitati» che, secondo Lavrov, la Nato avrebbe preso in considerazione. Eppure, ha ribadito Lavrov, la Russia non desidera affatto questo scenario e intende evitare ogni pericolo di escalation: «Vorremmo avere relazioni normali con tutti i nostri vicini», ha detto, «soprattutto con un grande Paese come gli Stati Uniti». Anzi, ha sottolineato, «non vediamo alcun motivo per cui Russia e Stati Uniti non possano cooperare per il bene del pianeta».
Sul cambio della guardia alla Casa Bianca, peraltro, Lavrov ha dichiarato a Carlson che «l’amministrazione Biden vorrebbe lasciare all’amministrazione Trump un’eredità quanto più negativa possibile». Un po’, insomma, «come ha fatto Barack Obama con Trump durante il suo primo mandato quando, nel 2016, Obama ha espulso i diplomatici russi proprio a fine dicembre».
Ieri, intanto, fonti di Palazzo Chigi hanno riferito che Giorgia Meloni ha avuto un contatto telefonico con Zelensky. Il presidente del Consiglio, si legge nella nota, «ha ribadito il sostegno a 360 gradi che l’Italia assicura e continuerà ad assicurare all’Ucraina e al popolo ucraino, con l’obiettivo di costruire una pace giusta».
«Maxi fondo europeo per la Difesa». Meglio del Pnrr se schiva l’austerità
A Bruxelles, rivela il Financial Times, si starebbe lavorando a un fondo comune per la Difesa con una dotazione da 500 miliardi di euro, che consenta all’Europa di potenziare il settore (anche) per essere pronta a una eventuale e pure assai probabile svolta nella politica Usa, quando Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca. Il tycoon ha sottolineato ripetutamente di voler disimpegnare Washington dalla protezione dell’Europa se il Vecchio continente non aumenterà gli investimenti nella Difesa. Il meccanismo di questo fondo intergovernativo, stando a quanto rivelato dal Ft, sarebbe ad adesione volontaria, consentendo così gli Stati militarmente neutrali, come Austria, Malta, Irlanda e Cipro, di restarne fuori senza bloccarlo. Il fondo sarebbe aperto anche alla Gran Bretagna e alla Norvegia, che non fanno parte della Ue. Il modello di finanziamento a cui sta lavorando il Consiglio europeo, che secondo il Ft avrebbe già l’ok di «un gruppo chiave di Stati membri», consisterebbe nella emissione di obbligazioni supportate da garanzie nazionali dei Paesi partecipanti anziché dall’Ue nel suo complesso. La Banca europea per gli investimenti, alla quale è vietato finanziare direttamente gli investimenti in armi, svolgerebbe un ruolo tecnico, contribuendo ad amministrare la società veicolo e a gestire le funzioni di tesoreria. Paesi come Germania, Francia, Italia e Spagna, protagonisti del settore dell’industria degli armamenti, trarrebbero benefici dal progetto, che ricorda per molti aspetti i Pnrr, ma che rispetto a esso avrebbe un fondamentale punto di forza: i soldi non verrebbero dispersi in mille miniprogetti, ma sarebbero concentrati su pochi investimenti di grandi dimensioni. Resta però sullo sfondo una grande questione irrisolta: le spese sostenute dai governi per investire in questo fondo potrebbero essere scorporate dal calcolo del deficit, e quindi non pesare sui parametri imposti dal Patto di stabilità? Al momento questa possibilità, più volte chiesta dall’Italia, è stata sempre negata. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rispondendo al question time al Senato, manifesta la sua preoccupazione su questo aspetto: «Sulle spese della Difesa», sottolinea Crosetto, «c’è un limite che ci verrà chiesto di raggiungere in tempi brevissimi, così come ci aveva chiesto la Nato e a cui non potremo sottrarci. È giusto iniziare a ragionare subito. Probabilmente non ci si è resi conto della gravità nei tempi in cui viviamo e della necessità di aumentare gli investimenti della Difesa», aggiunge Crosetto, «nell’approntamento delle truppe, in tutte quelle che sono finora le inefficienze che purtroppo sono dovute ad una scarsa dotazione finanziaria. Finora quest’anno il Parlamento ha messo a disposizione, con l’approvazione della legge di bilancio, l’1,57% del Pil, ma ricordo a tutti che tutti i governi si sono impegnati ad arrivare al 2% entro il 2028. A questo punto», conclude il ministro, «non posso che manifestare una mia preoccupazione per la possibilità di arrivare a quel risultato, se non cambieremo le regole europee».
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In attesa dell’arrivo di The Donald, la Casa Bianca promette «una valanga di aiuti» Lavrov al giornalista Usa Carlson: «La Russia rivorrebbe relazioni normali con voi». Il «Ft»: progetto aperto agli inglesi. Crosetto: «Le regole Ue bloccano gli investimenti». Lo speciale contiene due articoli. Mancano circa sei settimane all’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha già annunciato di voler risolvere il conflitto russo-ucraino e di non voler più sostenere l’esercito di Kiev con ingenti finanziamenti, che gravano sull’economia americana. L’amministrazione ancora in carica di Joe Biden, però, sta facendo tutto il possibile per armare Volodymyr Zelensky e - sostengono alcuni osservatori - per mettere i bastoni tra le ruote al futuro presidente. Stando al Guardian, ad esempio, in questi giorni Washington ha promesso a Kiev «una valanga di aiuti militari», nonché nuove sanzioni contro Mosca. Più nel dettaglio, riferisce il quotidiano britannico, l’amministrazione Biden si è impegnata a fornire, entro metà gennaio (quindi prima dell’insediamento di Trump), «centinaia di migliaia di ulteriori proiettili d’artiglieria, migliaia di razzi e centinaia di veicoli corazzati», senza contare prestiti per 20 miliardi di dollari, finanziati tramite gli asset russi congelati. Insomma, fosse per Biden, la guerra a Est potrebbe proseguire per anni. Incurante della situazione critica dell’esercito ucraino al fronte (riconosciuta dallo stesso Zelensky), la sua amministrazione ha persino chiesto a Kiev di abbassare l’età della leva da 25 a 18 anni. E quindi, in sostanza, di mandare a combattere pure i ragazzini. Una richiesta che, ovviamente, non è stata gradita dai diretti interessati, tra cui il più infastidito è stato senz’altro Dmytro Lytvyn, il consigliere di Zelensky. Ma in che condizioni versano, appunto, le forze armate ucraine? Su questo spinoso argomento, ha fatto luce ieri un articolo di Bloomberg. Secondo l’agenzia americana, le truppe di Kiev sono esauste e allo stremo delle forze. Con combattimenti sempre più massacranti e in carenza di personale, sono aumentati anche i casi di diserzione o di abbandono delle postazioni. A partire dal 2022, riferisce Bloomberg, «l’Ucraina ha avviato quasi 96.000 procedimenti penali contro i militari che hanno abbandonato i loro incarichi dopo l’invasione russa». Il dato più preoccupante, però, è che la maggior parte dei fascicoli è stata aperta proprio nel 2024, facendo registrare «un aumento di sei volte rispetto agli ultimi due anni».La mancanza endemica di soldati, inoltre, impedisce ai combattenti al fronte di recuperare energie fisiche e mentali. E questo lo ha ammesso lo stesso Zelensky pochi giorni fa durante un’intervista radiofonica. Al tempo stesso, tuttavia, il presidente ucraino - come specifica Bloomberg - «si è opposto alla possibilità di stabilire una scadenza per il congedo delle truppe». In mancanza di licenze, pertanto, sono aumentati esponenzialmente i casi di assenza senza permesso (fattispecie nota con l’acronimo Awol). In altri termini, i militari esausti, pur senza la volontà di disertare, lasciano le postazioni per avere una tregua e visitare le loro famiglie. Per poi, generalmente, rientrare nei ranghi. Secondo alcune stime, torna al proprio incarico circa la metà degli assenti non giustificati. Il resto, si suppone, potrebbe aver effettivamente disertato.Un problema molto simile, prosegue Bloomberg, viene affrontato anche dalle forze armate russe. Eppure, a differenza dei nemici, «la Russia può assorbire più facilmente l’emorragia del suo personale militare, dato che la sua popolazione è quasi quattro volte quella dell’Ucraina». Per Kiev, insomma, risolvere questa crisi è una questione di vita o di morte. Anche per questo, di recente, Zelensky ha promesso un’amnistia agli assenti ingiustificati qualora tornino alle loro unità prima del 1° gennaio. Da quando questa disposizione è entrata in vigore, sarebbero rientrati alla base circa 3.000 soldati.Nel frattempo, Mosca e Minsk hanno siglato un nuovo patto di difesa, che prevede «garanzie reciproche di sicurezza». Una volta giunto in Bielorussia per suggellare l’accordo, Vladimir Putin ha chiarito che il trattato include «l’uso di tutte le forze disponibili», comprese «le armi nucleari tattiche russe» situate sul territorio bielorusso, in caso di pericolo per «la sovranità, l’indipendenza, l’integrità e l’inviolabilità dei territori della Russia e della Bielorussia». Tra gli armamenti previsti dall’accordo, figurano anche gli Oreshnik, i nuovi missili balistici ipersonici russi, che dovrebbero essere dispiegati in Bielorussia nella seconda metà del 2025.Sull’uso delle armi nucleari tattiche, inoltre, ha fatto chiarezza Sergey Lavrov. Intervistato a Mosca da Tucker Carlson, giornalista vicino a Trump, il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che «saremmo pronti a usare qualsiasi mezzo per non permettere» agli Stati Uniti e ai loro alleati «di avere successo in quella che chiamano sconfitta strategica della Russia». In pratica, ha specificato Lavrov, l’uso di armi nucleari avverrà solo di fronte a una minaccia che metta in pericolo l’esistenza stessa della Federazione russa. Tra cui rientra, appunto, il ricorso ad «attacchi nucleari limitati» che, secondo Lavrov, la Nato avrebbe preso in considerazione. Eppure, ha ribadito Lavrov, la Russia non desidera affatto questo scenario e intende evitare ogni pericolo di escalation: «Vorremmo avere relazioni normali con tutti i nostri vicini», ha detto, «soprattutto con un grande Paese come gli Stati Uniti». Anzi, ha sottolineato, «non vediamo alcun motivo per cui Russia e Stati Uniti non possano cooperare per il bene del pianeta».Sul cambio della guardia alla Casa Bianca, peraltro, Lavrov ha dichiarato a Carlson che «l’amministrazione Biden vorrebbe lasciare all’amministrazione Trump un’eredità quanto più negativa possibile». Un po’, insomma, «come ha fatto Barack Obama con Trump durante il suo primo mandato quando, nel 2016, Obama ha espulso i diplomatici russi proprio a fine dicembre».Ieri, intanto, fonti di Palazzo Chigi hanno riferito che Giorgia Meloni ha avuto un contatto telefonico con Zelensky. Il presidente del Consiglio, si legge nella nota, «ha ribadito il sostegno a 360 gradi che l’Italia assicura e continuerà ad assicurare all’Ucraina e al popolo ucraino, con l’obiettivo di costruire una pace giusta». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-ha-sfinito-gli-ucraini-2670362617.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="maxi-fondo-europeo-per-la-difesa-meglio-del-pnrr-se-schiva-lausterita" data-post-id="2670362617" data-published-at="1733593858" data-use-pagination="False"> «Maxi fondo europeo per la Difesa». 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Il modello di finanziamento a cui sta lavorando il Consiglio europeo, che secondo il Ft avrebbe già l’ok di «un gruppo chiave di Stati membri», consisterebbe nella emissione di obbligazioni supportate da garanzie nazionali dei Paesi partecipanti anziché dall’Ue nel suo complesso. La Banca europea per gli investimenti, alla quale è vietato finanziare direttamente gli investimenti in armi, svolgerebbe un ruolo tecnico, contribuendo ad amministrare la società veicolo e a gestire le funzioni di tesoreria. Paesi come Germania, Francia, Italia e Spagna, protagonisti del settore dell’industria degli armamenti, trarrebbero benefici dal progetto, che ricorda per molti aspetti i Pnrr, ma che rispetto a esso avrebbe un fondamentale punto di forza: i soldi non verrebbero dispersi in mille miniprogetti, ma sarebbero concentrati su pochi investimenti di grandi dimensioni. Resta però sullo sfondo una grande questione irrisolta: le spese sostenute dai governi per investire in questo fondo potrebbero essere scorporate dal calcolo del deficit, e quindi non pesare sui parametri imposti dal Patto di stabilità? Al momento questa possibilità, più volte chiesta dall’Italia, è stata sempre negata. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rispondendo al question time al Senato, manifesta la sua preoccupazione su questo aspetto: «Sulle spese della Difesa», sottolinea Crosetto, «c’è un limite che ci verrà chiesto di raggiungere in tempi brevissimi, così come ci aveva chiesto la Nato e a cui non potremo sottrarci. È giusto iniziare a ragionare subito. Probabilmente non ci si è resi conto della gravità nei tempi in cui viviamo e della necessità di aumentare gli investimenti della Difesa», aggiunge Crosetto, «nell’approntamento delle truppe, in tutte quelle che sono finora le inefficienze che purtroppo sono dovute ad una scarsa dotazione finanziaria. Finora quest’anno il Parlamento ha messo a disposizione, con l’approvazione della legge di bilancio, l’1,57% del Pil, ma ricordo a tutti che tutti i governi si sono impegnati ad arrivare al 2% entro il 2028. A questo punto», conclude il ministro, «non posso che manifestare una mia preoccupazione per la possibilità di arrivare a quel risultato, se non cambieremo le regole europee».
Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.
(Ansa)
Il caldo di Pasquetta è niente se paragonato alla settimana bollente che attende l’esecutivo. Oggi alle 16 è prevista un’informativa urgente con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nell’Aula della Camera, sull’Iran e sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle Forze armate statunitensi. Crosetto parlerà di Sigonella e, al contrario di quanto avviene per le comunicazioni in Aula, essendo un’informativa, non ci saranno risoluzioni né voti. Il ministro ha già spiegato che ha fatto scattare il divieto perché mancava la consultazione preventiva, come previsto dagli accordi internazionali. Puntualizzerà anche che nulla è cambiato e nulla vuole cambiare nei rapporti con gli Stati Uniti. «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato». A rinforzare il concetto ci penserà poi il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, giovedì in Aula. La sua informativa è stata calendarizzata per le 9 a Montecitorio cui seguirà alle 12 quella nell’Aula del Senato. Sarà un intervento articolato, ad ampio spettro, dai temi strettamente legati alla politica interna, con le tensioni seguite alla vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia, alle grandi questioni internazionali, a cominciare dai rincari dell’energia dovuti al conflitto in Iran ed al blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz: a tal proposito, il premier farà quasi sicuramente un resoconto del suo recente viaggio a sorpresa, di 48 ore, nei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), missione che ha avuto l’obiettivo, come da lei stessa dichiarato, di «difendere l’interesse italiano». Anche qui, trattandosi di una informativa, non è previsto alcun voto delle Assemblee parlamentari su risoluzioni.
Tutto avviene in uno scenario sempre più complicato. I razionamenti sono già realtà perché all’aeroporto di Brindisi ieri sera è terminato il carburante per gli aerei «almeno fino alle 12 del 7 aprile» scrivono sui nuovi Notam, i bollettini aeronautici, emessi nelle ultime ore. Viene spiegato che il carburante in quello scalo non è disponibile e si prega le compagnie di calcolare la quantità di carburante sufficiente dall’aeroporto precedente per le tratte di volo successive. Sono disponibili «quantità limitate» concesse solo per voli statali, Sar e ospedalieri. Mentre alla lista degli aeroporti italiani con quantità limitate di carburante se ne aggiungono altri due. Oltre a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna adesso anche quelli di Reggio Calabria, e Pescara fanno sapere di poter fornire una quota massima di rifornimento.
D’altronde il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva avvertito: «È chiaro che siamo pronti al razionamento, se necessario. Valutiamo diverse possibili azioni, ma non ci sono ancora le condizioni per intervenire» ha detto a Repubblica. «Al ministero lavora una commissione apposita per studiare il piano per l’emergenza, vedremo dove e come intervenire, calcoliamo le possibili misure, anche se certo non reagiremmo con le domeniche in bicicletta come cinquant’anni fa». In questo caso «le azioni dovranno essere misurate sulla situazione attuale. Noi sappiamo che se tutto si blocca, con le riserve si va avanti un mese», ha chiarito riferendosi a una ipotesi «di choc», di un blocco generalizzato, ma per il ministro «è possibile che le cose vadano diversamente, la penuria potrebbe incidere di più in un settore o un altro, per una risorsa o un’altra».
Insomma il caro energia è al centro così come spiegato da Meloni al suo viaggio di rientro dai Paesi del Golfo. Si apre una fase molto delicata per il Paese, e in questa fase è convinzione di molti che non ci sia spazio elettorale. Bisogna andare avanti e farlo nel miglior modo possibile. Dopo le dimissioni all’interno dell’esecutivo si attendono nuovi innesti per rinforzare le squadre. Sono troppi i sottosegretari caduti, almeno quattro non sono mai stati rimpiazzati. Oltre a quello di Andrea Del Mastro (le cui deleghe sono state spacchettate) sempre al ministero della Giustizia c’è da sostituire il posto lasciato da Augusta Montaruli. Mentre alla Cultura adesso bisognerebbe sostituire il posto di Gianmarco Mazzi che ha preso la guida del Turismo. Così come manca la figura che andrà a sostituire Vittorio Sgarbi che già da un po’ ha lasciato alla Cultura. Non solo ruoli politici, adesso parte il valzer di nomine delle aziende. Dovrebbe saltare Roberto Cingolani, ad di Leonardo. Al suo posto potrebbe andare il bravo Alessandro Ercolani, Ceo di Rheinmetall Italia. Si confermeranno Claudio Descalzi e Flavio Cattaneo in Eni ed Enel mentre ancora non si è sciolto il nodo sul nome di Federico Freni alla Consob.
In questo quadro le opposizioni si concentrano sul caso che vede protagonista il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al quale la premier ha finora ribadito la fiducia e il ministro pare sia pronto a denunciare chiunque insinui che vi siano mai state forme di favoritismo nei confronti della protagonista della vicenda, Claudia Conte. Il problema è di poco conto quindi ma se si somma alla crisi energetica e al carovita ha il suo peso. Una settimana che dovrebbe essere corta con il lunedì di Pasquetta ma che promette di essere invece la più lunga dall’inizio della legislatura. L’obiettivo non può essere solo quello di sopravvivere perché è il momento di dare risposte convincenti.
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