True
2024-12-07
Biden ha (s)finito gli ucraini: «Aumentate di sei volte le fughe di soldati dal fronte»
Ansa
Mancano circa sei settimane all’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha già annunciato di voler risolvere il conflitto russo-ucraino e di non voler più sostenere l’esercito di Kiev con ingenti finanziamenti, che gravano sull’economia americana. L’amministrazione ancora in carica di Joe Biden, però, sta facendo tutto il possibile per armare Volodymyr Zelensky e - sostengono alcuni osservatori - per mettere i bastoni tra le ruote al futuro presidente. Stando al Guardian, ad esempio, in questi giorni Washington ha promesso a Kiev «una valanga di aiuti militari», nonché nuove sanzioni contro Mosca. Più nel dettaglio, riferisce il quotidiano britannico, l’amministrazione Biden si è impegnata a fornire, entro metà gennaio (quindi prima dell’insediamento di Trump), «centinaia di migliaia di ulteriori proiettili d’artiglieria, migliaia di razzi e centinaia di veicoli corazzati», senza contare prestiti per 20 miliardi di dollari, finanziati tramite gli asset russi congelati. Insomma, fosse per Biden, la guerra a Est potrebbe proseguire per anni. Incurante della situazione critica dell’esercito ucraino al fronte (riconosciuta dallo stesso Zelensky), la sua amministrazione ha persino chiesto a Kiev di abbassare l’età della leva da 25 a 18 anni. E quindi, in sostanza, di mandare a combattere pure i ragazzini. Una richiesta che, ovviamente, non è stata gradita dai diretti interessati, tra cui il più infastidito è stato senz’altro Dmytro Lytvyn, il consigliere di Zelensky.
Ma in che condizioni versano, appunto, le forze armate ucraine? Su questo spinoso argomento, ha fatto luce ieri un articolo di Bloomberg. Secondo l’agenzia americana, le truppe di Kiev sono esauste e allo stremo delle forze. Con combattimenti sempre più massacranti e in carenza di personale, sono aumentati anche i casi di diserzione o di abbandono delle postazioni. A partire dal 2022, riferisce Bloomberg, «l’Ucraina ha avviato quasi 96.000 procedimenti penali contro i militari che hanno abbandonato i loro incarichi dopo l’invasione russa». Il dato più preoccupante, però, è che la maggior parte dei fascicoli è stata aperta proprio nel 2024, facendo registrare «un aumento di sei volte rispetto agli ultimi due anni».
La mancanza endemica di soldati, inoltre, impedisce ai combattenti al fronte di recuperare energie fisiche e mentali. E questo lo ha ammesso lo stesso Zelensky pochi giorni fa durante un’intervista radiofonica. Al tempo stesso, tuttavia, il presidente ucraino - come specifica Bloomberg - «si è opposto alla possibilità di stabilire una scadenza per il congedo delle truppe». In mancanza di licenze, pertanto, sono aumentati esponenzialmente i casi di assenza senza permesso (fattispecie nota con l’acronimo Awol). In altri termini, i militari esausti, pur senza la volontà di disertare, lasciano le postazioni per avere una tregua e visitare le loro famiglie. Per poi, generalmente, rientrare nei ranghi. Secondo alcune stime, torna al proprio incarico circa la metà degli assenti non giustificati. Il resto, si suppone, potrebbe aver effettivamente disertato.
Un problema molto simile, prosegue Bloomberg, viene affrontato anche dalle forze armate russe. Eppure, a differenza dei nemici, «la Russia può assorbire più facilmente l’emorragia del suo personale militare, dato che la sua popolazione è quasi quattro volte quella dell’Ucraina». Per Kiev, insomma, risolvere questa crisi è una questione di vita o di morte. Anche per questo, di recente, Zelensky ha promesso un’amnistia agli assenti ingiustificati qualora tornino alle loro unità prima del 1° gennaio. Da quando questa disposizione è entrata in vigore, sarebbero rientrati alla base circa 3.000 soldati.
Nel frattempo, Mosca e Minsk hanno siglato un nuovo patto di difesa, che prevede «garanzie reciproche di sicurezza». Una volta giunto in Bielorussia per suggellare l’accordo, Vladimir Putin ha chiarito che il trattato include «l’uso di tutte le forze disponibili», comprese «le armi nucleari tattiche russe» situate sul territorio bielorusso, in caso di pericolo per «la sovranità, l’indipendenza, l’integrità e l’inviolabilità dei territori della Russia e della Bielorussia». Tra gli armamenti previsti dall’accordo, figurano anche gli Oreshnik, i nuovi missili balistici ipersonici russi, che dovrebbero essere dispiegati in Bielorussia nella seconda metà del 2025.
Sull’uso delle armi nucleari tattiche, inoltre, ha fatto chiarezza Sergey Lavrov. Intervistato a Mosca da Tucker Carlson, giornalista vicino a Trump, il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che «saremmo pronti a usare qualsiasi mezzo per non permettere» agli Stati Uniti e ai loro alleati «di avere successo in quella che chiamano sconfitta strategica della Russia». In pratica, ha specificato Lavrov, l’uso di armi nucleari avverrà solo di fronte a una minaccia che metta in pericolo l’esistenza stessa della Federazione russa. Tra cui rientra, appunto, il ricorso ad «attacchi nucleari limitati» che, secondo Lavrov, la Nato avrebbe preso in considerazione. Eppure, ha ribadito Lavrov, la Russia non desidera affatto questo scenario e intende evitare ogni pericolo di escalation: «Vorremmo avere relazioni normali con tutti i nostri vicini», ha detto, «soprattutto con un grande Paese come gli Stati Uniti». Anzi, ha sottolineato, «non vediamo alcun motivo per cui Russia e Stati Uniti non possano cooperare per il bene del pianeta».
Sul cambio della guardia alla Casa Bianca, peraltro, Lavrov ha dichiarato a Carlson che «l’amministrazione Biden vorrebbe lasciare all’amministrazione Trump un’eredità quanto più negativa possibile». Un po’, insomma, «come ha fatto Barack Obama con Trump durante il suo primo mandato quando, nel 2016, Obama ha espulso i diplomatici russi proprio a fine dicembre».
Ieri, intanto, fonti di Palazzo Chigi hanno riferito che Giorgia Meloni ha avuto un contatto telefonico con Zelensky. Il presidente del Consiglio, si legge nella nota, «ha ribadito il sostegno a 360 gradi che l’Italia assicura e continuerà ad assicurare all’Ucraina e al popolo ucraino, con l’obiettivo di costruire una pace giusta».
«Maxi fondo europeo per la Difesa». Meglio del Pnrr se schiva l’austerità
A Bruxelles, rivela il Financial Times, si starebbe lavorando a un fondo comune per la Difesa con una dotazione da 500 miliardi di euro, che consenta all’Europa di potenziare il settore (anche) per essere pronta a una eventuale e pure assai probabile svolta nella politica Usa, quando Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca. Il tycoon ha sottolineato ripetutamente di voler disimpegnare Washington dalla protezione dell’Europa se il Vecchio continente non aumenterà gli investimenti nella Difesa. Il meccanismo di questo fondo intergovernativo, stando a quanto rivelato dal Ft, sarebbe ad adesione volontaria, consentendo così gli Stati militarmente neutrali, come Austria, Malta, Irlanda e Cipro, di restarne fuori senza bloccarlo. Il fondo sarebbe aperto anche alla Gran Bretagna e alla Norvegia, che non fanno parte della Ue. Il modello di finanziamento a cui sta lavorando il Consiglio europeo, che secondo il Ft avrebbe già l’ok di «un gruppo chiave di Stati membri», consisterebbe nella emissione di obbligazioni supportate da garanzie nazionali dei Paesi partecipanti anziché dall’Ue nel suo complesso. La Banca europea per gli investimenti, alla quale è vietato finanziare direttamente gli investimenti in armi, svolgerebbe un ruolo tecnico, contribuendo ad amministrare la società veicolo e a gestire le funzioni di tesoreria. Paesi come Germania, Francia, Italia e Spagna, protagonisti del settore dell’industria degli armamenti, trarrebbero benefici dal progetto, che ricorda per molti aspetti i Pnrr, ma che rispetto a esso avrebbe un fondamentale punto di forza: i soldi non verrebbero dispersi in mille miniprogetti, ma sarebbero concentrati su pochi investimenti di grandi dimensioni. Resta però sullo sfondo una grande questione irrisolta: le spese sostenute dai governi per investire in questo fondo potrebbero essere scorporate dal calcolo del deficit, e quindi non pesare sui parametri imposti dal Patto di stabilità? Al momento questa possibilità, più volte chiesta dall’Italia, è stata sempre negata. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rispondendo al question time al Senato, manifesta la sua preoccupazione su questo aspetto: «Sulle spese della Difesa», sottolinea Crosetto, «c’è un limite che ci verrà chiesto di raggiungere in tempi brevissimi, così come ci aveva chiesto la Nato e a cui non potremo sottrarci. È giusto iniziare a ragionare subito. Probabilmente non ci si è resi conto della gravità nei tempi in cui viviamo e della necessità di aumentare gli investimenti della Difesa», aggiunge Crosetto, «nell’approntamento delle truppe, in tutte quelle che sono finora le inefficienze che purtroppo sono dovute ad una scarsa dotazione finanziaria. Finora quest’anno il Parlamento ha messo a disposizione, con l’approvazione della legge di bilancio, l’1,57% del Pil, ma ricordo a tutti che tutti i governi si sono impegnati ad arrivare al 2% entro il 2028. A questo punto», conclude il ministro, «non posso che manifestare una mia preoccupazione per la possibilità di arrivare a quel risultato, se non cambieremo le regole europee».
Continua a leggereRiduci
In attesa dell’arrivo di The Donald, la Casa Bianca promette «una valanga di aiuti» Lavrov al giornalista Usa Carlson: «La Russia rivorrebbe relazioni normali con voi». Il «Ft»: progetto aperto agli inglesi. Crosetto: «Le regole Ue bloccano gli investimenti». Lo speciale contiene due articoli. Mancano circa sei settimane all’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha già annunciato di voler risolvere il conflitto russo-ucraino e di non voler più sostenere l’esercito di Kiev con ingenti finanziamenti, che gravano sull’economia americana. L’amministrazione ancora in carica di Joe Biden, però, sta facendo tutto il possibile per armare Volodymyr Zelensky e - sostengono alcuni osservatori - per mettere i bastoni tra le ruote al futuro presidente. Stando al Guardian, ad esempio, in questi giorni Washington ha promesso a Kiev «una valanga di aiuti militari», nonché nuove sanzioni contro Mosca. Più nel dettaglio, riferisce il quotidiano britannico, l’amministrazione Biden si è impegnata a fornire, entro metà gennaio (quindi prima dell’insediamento di Trump), «centinaia di migliaia di ulteriori proiettili d’artiglieria, migliaia di razzi e centinaia di veicoli corazzati», senza contare prestiti per 20 miliardi di dollari, finanziati tramite gli asset russi congelati. Insomma, fosse per Biden, la guerra a Est potrebbe proseguire per anni. Incurante della situazione critica dell’esercito ucraino al fronte (riconosciuta dallo stesso Zelensky), la sua amministrazione ha persino chiesto a Kiev di abbassare l’età della leva da 25 a 18 anni. E quindi, in sostanza, di mandare a combattere pure i ragazzini. Una richiesta che, ovviamente, non è stata gradita dai diretti interessati, tra cui il più infastidito è stato senz’altro Dmytro Lytvyn, il consigliere di Zelensky. Ma in che condizioni versano, appunto, le forze armate ucraine? Su questo spinoso argomento, ha fatto luce ieri un articolo di Bloomberg. Secondo l’agenzia americana, le truppe di Kiev sono esauste e allo stremo delle forze. Con combattimenti sempre più massacranti e in carenza di personale, sono aumentati anche i casi di diserzione o di abbandono delle postazioni. A partire dal 2022, riferisce Bloomberg, «l’Ucraina ha avviato quasi 96.000 procedimenti penali contro i militari che hanno abbandonato i loro incarichi dopo l’invasione russa». Il dato più preoccupante, però, è che la maggior parte dei fascicoli è stata aperta proprio nel 2024, facendo registrare «un aumento di sei volte rispetto agli ultimi due anni».La mancanza endemica di soldati, inoltre, impedisce ai combattenti al fronte di recuperare energie fisiche e mentali. E questo lo ha ammesso lo stesso Zelensky pochi giorni fa durante un’intervista radiofonica. Al tempo stesso, tuttavia, il presidente ucraino - come specifica Bloomberg - «si è opposto alla possibilità di stabilire una scadenza per il congedo delle truppe». In mancanza di licenze, pertanto, sono aumentati esponenzialmente i casi di assenza senza permesso (fattispecie nota con l’acronimo Awol). In altri termini, i militari esausti, pur senza la volontà di disertare, lasciano le postazioni per avere una tregua e visitare le loro famiglie. Per poi, generalmente, rientrare nei ranghi. Secondo alcune stime, torna al proprio incarico circa la metà degli assenti non giustificati. Il resto, si suppone, potrebbe aver effettivamente disertato.Un problema molto simile, prosegue Bloomberg, viene affrontato anche dalle forze armate russe. Eppure, a differenza dei nemici, «la Russia può assorbire più facilmente l’emorragia del suo personale militare, dato che la sua popolazione è quasi quattro volte quella dell’Ucraina». Per Kiev, insomma, risolvere questa crisi è una questione di vita o di morte. Anche per questo, di recente, Zelensky ha promesso un’amnistia agli assenti ingiustificati qualora tornino alle loro unità prima del 1° gennaio. Da quando questa disposizione è entrata in vigore, sarebbero rientrati alla base circa 3.000 soldati.Nel frattempo, Mosca e Minsk hanno siglato un nuovo patto di difesa, che prevede «garanzie reciproche di sicurezza». Una volta giunto in Bielorussia per suggellare l’accordo, Vladimir Putin ha chiarito che il trattato include «l’uso di tutte le forze disponibili», comprese «le armi nucleari tattiche russe» situate sul territorio bielorusso, in caso di pericolo per «la sovranità, l’indipendenza, l’integrità e l’inviolabilità dei territori della Russia e della Bielorussia». Tra gli armamenti previsti dall’accordo, figurano anche gli Oreshnik, i nuovi missili balistici ipersonici russi, che dovrebbero essere dispiegati in Bielorussia nella seconda metà del 2025.Sull’uso delle armi nucleari tattiche, inoltre, ha fatto chiarezza Sergey Lavrov. Intervistato a Mosca da Tucker Carlson, giornalista vicino a Trump, il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che «saremmo pronti a usare qualsiasi mezzo per non permettere» agli Stati Uniti e ai loro alleati «di avere successo in quella che chiamano sconfitta strategica della Russia». In pratica, ha specificato Lavrov, l’uso di armi nucleari avverrà solo di fronte a una minaccia che metta in pericolo l’esistenza stessa della Federazione russa. Tra cui rientra, appunto, il ricorso ad «attacchi nucleari limitati» che, secondo Lavrov, la Nato avrebbe preso in considerazione. Eppure, ha ribadito Lavrov, la Russia non desidera affatto questo scenario e intende evitare ogni pericolo di escalation: «Vorremmo avere relazioni normali con tutti i nostri vicini», ha detto, «soprattutto con un grande Paese come gli Stati Uniti». Anzi, ha sottolineato, «non vediamo alcun motivo per cui Russia e Stati Uniti non possano cooperare per il bene del pianeta».Sul cambio della guardia alla Casa Bianca, peraltro, Lavrov ha dichiarato a Carlson che «l’amministrazione Biden vorrebbe lasciare all’amministrazione Trump un’eredità quanto più negativa possibile». Un po’, insomma, «come ha fatto Barack Obama con Trump durante il suo primo mandato quando, nel 2016, Obama ha espulso i diplomatici russi proprio a fine dicembre».Ieri, intanto, fonti di Palazzo Chigi hanno riferito che Giorgia Meloni ha avuto un contatto telefonico con Zelensky. Il presidente del Consiglio, si legge nella nota, «ha ribadito il sostegno a 360 gradi che l’Italia assicura e continuerà ad assicurare all’Ucraina e al popolo ucraino, con l’obiettivo di costruire una pace giusta». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-ha-sfinito-gli-ucraini-2670362617.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="maxi-fondo-europeo-per-la-difesa-meglio-del-pnrr-se-schiva-lausterita" data-post-id="2670362617" data-published-at="1733593858" data-use-pagination="False"> «Maxi fondo europeo per la Difesa». Meglio del Pnrr se schiva l’austerità A Bruxelles, rivela il Financial Times, si starebbe lavorando a un fondo comune per la Difesa con una dotazione da 500 miliardi di euro, che consenta all’Europa di potenziare il settore (anche) per essere pronta a una eventuale e pure assai probabile svolta nella politica Usa, quando Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca. Il tycoon ha sottolineato ripetutamente di voler disimpegnare Washington dalla protezione dell’Europa se il Vecchio continente non aumenterà gli investimenti nella Difesa. Il meccanismo di questo fondo intergovernativo, stando a quanto rivelato dal Ft, sarebbe ad adesione volontaria, consentendo così gli Stati militarmente neutrali, come Austria, Malta, Irlanda e Cipro, di restarne fuori senza bloccarlo. Il fondo sarebbe aperto anche alla Gran Bretagna e alla Norvegia, che non fanno parte della Ue. Il modello di finanziamento a cui sta lavorando il Consiglio europeo, che secondo il Ft avrebbe già l’ok di «un gruppo chiave di Stati membri», consisterebbe nella emissione di obbligazioni supportate da garanzie nazionali dei Paesi partecipanti anziché dall’Ue nel suo complesso. La Banca europea per gli investimenti, alla quale è vietato finanziare direttamente gli investimenti in armi, svolgerebbe un ruolo tecnico, contribuendo ad amministrare la società veicolo e a gestire le funzioni di tesoreria. Paesi come Germania, Francia, Italia e Spagna, protagonisti del settore dell’industria degli armamenti, trarrebbero benefici dal progetto, che ricorda per molti aspetti i Pnrr, ma che rispetto a esso avrebbe un fondamentale punto di forza: i soldi non verrebbero dispersi in mille miniprogetti, ma sarebbero concentrati su pochi investimenti di grandi dimensioni. Resta però sullo sfondo una grande questione irrisolta: le spese sostenute dai governi per investire in questo fondo potrebbero essere scorporate dal calcolo del deficit, e quindi non pesare sui parametri imposti dal Patto di stabilità? Al momento questa possibilità, più volte chiesta dall’Italia, è stata sempre negata. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rispondendo al question time al Senato, manifesta la sua preoccupazione su questo aspetto: «Sulle spese della Difesa», sottolinea Crosetto, «c’è un limite che ci verrà chiesto di raggiungere in tempi brevissimi, così come ci aveva chiesto la Nato e a cui non potremo sottrarci. È giusto iniziare a ragionare subito. Probabilmente non ci si è resi conto della gravità nei tempi in cui viviamo e della necessità di aumentare gli investimenti della Difesa», aggiunge Crosetto, «nell’approntamento delle truppe, in tutte quelle che sono finora le inefficienze che purtroppo sono dovute ad una scarsa dotazione finanziaria. Finora quest’anno il Parlamento ha messo a disposizione, con l’approvazione della legge di bilancio, l’1,57% del Pil, ma ricordo a tutti che tutti i governi si sono impegnati ad arrivare al 2% entro il 2028. A questo punto», conclude il ministro, «non posso che manifestare una mia preoccupazione per la possibilità di arrivare a quel risultato, se non cambieremo le regole europee».
Papa Leone XIV (Ansa)
La festa della Pasqua dovrebbe essere il tempo più santo, sacro, di tutto l’anno. È un tempo di pace, di molta riflessione, ma come tutti sappiamo, di nuovo nel mondo, in tanti posti, stiamo vedendo tanta sofferenza, tanti morti, anche bambini innocenti. Preghiamo per loro, per le vittime della guerra, preghiamo che ci sia davvero una pace nuova, rinnovata e che possa dare nuova vita a tutti». «Magari», ha auspicato Robert Francis Prevost, ci sarà «una tregua per Pasqua, ci sono segni adesso che finisca la guerra prima di Pasqua, speriamo».
Dopo la correzione fraterna, per Leone XIV è arrivato il momento della collaborazione con l’amministrazione dei suoi Stati Uniti. Durante l’omelia della Domenica delle palme, reagendo all’inquietante folklore del segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, che aveva invocato l’aiuto divino nella campagna militare contro l’Iran, il Papa aveva invece ammonito: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra». La Chiesa ci tiene a evitare anche che le scintille con Israele per l’incidente al Santo Sepolcro, interdetto al cardinale Pierbattista Pizzaballa e al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, si trasformino in un incendio. «Non voglio soffermarmi di nuovo sull’episodio», ha detto ieri il porporato, durante una conferenza stampa al Patriarcato latino di Gerusalemme. «Ci sono state delle incomprensioni. Vogliamo guardare al momento come a una opportunità per chiare meglio i diritti delle comunità cristiane e il coordinamento con le istituzioni, di modo che non si ripetano più episodi del genere. Abbiamo ricevuto immediatamente l’assistenza del presidente Herzog», ha sottolineato Pizzaballa, «e di numerosi esponenti delle comunità religiose e non, anche ebraiche. Anche la polizia è intervenuta tempestivamente. Siamo spiacenti per quanto accaduto, ma vogliamo guardare avanti». Il risultato della mediazione con le autorità israeliane è un semi-lockdown pasquale: i riti, ha spiegato il patriarca, si terranno «a porte chiuse, con un ristretto numero di persone». Anche al Muro del pianto, comunque, l’accesso è limitato a 50 persone. «Siamo perfettamente consapevoli delle questioni di sicurezza», ha precisato poi Ielpo. Sarà: i protocolli sono così indispensabili che lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu, è intervenuto per ripristinare la libertà di culto. Sconfessando le misure draconiane del suo esecutivo e il rigore della polizia, che dipende dal falco Itamar Ben-Gvir.
La distensione dovrebbe essere stata suggellata dall’incontro, avvenuto lunedì, tra il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, accompagnato dal segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, monsignor Paul R. Gallagher, e l’ambasciatore di Israele presso la Santa sede, Yaron Sideman. «Durante la conversazione», si leggeva in un comunicato della sala stampa, «si è espresso rammarico per l’accaduto, in merito al quale sono stati offerti chiarimenti, si è preso atto dell’intesa raggiunta tra il Patriarcato latino di Gerusalemme e le autorità locali circa la partecipazione alle liturgie del Triduo santo presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme». Dalla nota, pensata per mettere fine alla querelle, traspariva comunque che l’inconveniente ha irritato i vertici del cattolicesimo.
Eloquente, perciò, è la scelta del Papa di far scrivere le meditazioni per la Via Crucis del Venerdì santo al Colosseo, la prima del suo pontificato, a padre Francesco Patton, custode di Terra Santa tra il 2016 e il 2025. Il frate minore, che era succeduto nel ruolo proprio a Pizzaballa e che è stato poi sostituito da Ielpo, è stato sempre sensibile alle sofferenze dei cristiani mediorientali. Due settimane fa, su Vatican news, ricordava il dramma di Gaza e le violenze dei coloni in Cisgiordania, oggetto di rimostranze del vicepresidente Usa, JD Vance, a Netanyahu.
La replica a Israele di Leone, come da tradizione cattolica, passa per la testimonianza. Concreta e discreta, vibrante e gentile. Torna in mente un passaggio del Primo libro dei Re: il Signore non è nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco, bensì nel «sussurro di una brezza leggera». A redarguire Tel Aviv ci ha pensato l’Onu, avvertendola che applicare la legge sulla pena di morte (per la quale anche Pizzaballa ha manifestato «grande dolore»), sia pure ai soli terroristi, sarebbe un crimine di guerra.
«La sicurezza ha una sua logica ed è importante», ha ribadito ieri, in un’intervista al Corriere, il cardinale Fernando Filoni, Gran maestro all’Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma «ognuno deve poter esprimere la propria fede, ebrei, cristiani, musulmani». È il senso delle rimostranze arrivate da Egitto e altri Paesi arabi: Gerusalemme, hanno tuonato, deve «cessare immediatamente la chiusura dei cancelli della moschea di Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif», «rimuovere le restrizioni di accesso alla Città vecchia» e «astenersi dall’ostacolare l’accesso dei fedeli musulmani alla moschea». I divieti, lamentava il dispaccio, «costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale». Quello, ormai, abbiamo capito che fine abbia fatto.
Continua a leggereRiduci
Elly Schlein e Beppe Sala (Imagoeconomica)
All’indomani del referendum sulla riforma della giustizia che ha visto trionfare il fronte del No, diventerebbe difficile giustificare un passaggio del genere. Di conseguenza il trasloco da Palazzo Marino a Roma per Sala si complica molto. E i nuovi sviluppi giudiziari non sono passati inosservati all’interno della politica, milanese e nazionale.
Tra i primi a commentare c’è stato Enrico Fedrighini, del Gruppo misto, da sempre contrario alla cessione dello stadio di Milano, operazione di cui ha sempre contestato l’opacità. «Come ripeto da tempo, la partita del Meazza è ancora aperta». La Lega, col segretario provinciale Samuele Piscina, ha definito «inquietanti» le rivelazioni della Procura e invita «la sinistra» a fare «l’unica cosa dignitosa: lasciare Palazzo Marino».
«Registriamo un silenzio imbarazzato e imbarazzante dai vertici del Pd nazionale. Siamo garantisti con tutti, lo siamo anche ora, ma mai come adesso servirebbe un po’ di chiarezza su questa vicenda, coperta da troppe zone d’ombra. Vediamo se il Pd milanese ritrova il dono della parola…», è il duro commento di Massimiliano Romeo, capogruppo dei senatori della Lega e segretario regionale della Lega Lombarda.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia, già consigliere a Milano, si aspettava anche questo nuovo filone d’inchiesta sullo stadio: «Lo dissi già a suo tempo, esattamente lo scorso 1° ottobre, quando misi in guardia Sala dicendogli di aspettare a cantar vittoria sulla vendita perché la partita era ancora apertissima. Lo dissi e lo sottolineai, sia per le precedenti vicende relative a molti immobiliaristi ma soprattutto dopo che il centrosinistra tagliò notevolmente numerosi emendamenti in Consiglio comunale». De Corato poi ha puntualizzato: «Dopo i disastri su sicurezza, urbanistica e dulcis in fundo sullo stadio», prosegue, «è arrivato il momento che il sindaco vada a casa. Manca solo un anno e i milanesi non possono continuare a soffrire ed essere succubi di inchieste e vicende giudiziarie. Non se lo meritano». Per Deborah Giovanati, consigliere comunale di Forza Italia, «ciò che sta accadendo solleva interrogativi legittimi che non possono essere ignorati. Assistiamo a un susseguirsi di indagini che troppo spesso non portano a esiti concreti, alimentando il dubbio che si sta andando oltre il perimetro strettamente giudiziario». Poi ha aggiunto di avere «l’impressione che una parte della magistratura, in particolare quella riconducibile a Magistratura democratica, stia esercitando una pressione che finisce per avere un impatto politico diretto, colpendo di fatto il sindaco Sala e l’azione amministrativa della città. Ma il punto politico è ancora più chiaro: siamo di fronte a una lotta tutta interna alla sinistra, una resa dei conti che nulla ha a che fare con l’interesse dei cittadini. Una dinamica che, purtroppo, sta utilizzando anche lo strumento delle inchieste come terreno di scontro».
«La notizia dell’indagine della Procura di Milano sulla vendita dello stadio di San Siro non ci coglie affatto di sorpresa. Da anni il Movimento 5 stelle denuncia l’opacità e le critiche di un’operazione condotta all’insegna della scarsa trasparenza e di un rapporto malsano tra pubblico e interessi privati», il commento dell’europarlamentare Gaetano Pedullà, che puntualizza: «Le informazioni emerse confermano la fondatezza delle nostre preoccupazioni. Chi oggi cade dalle nuvole finge di non ricordare le numerose prese di posizione del M5s, sia in Comune che a livello nazionale ed europeo, contro una gestione del dossier San Siro che abbiamo sempre ritenuto ambigua e potenzialmente dannosa per i milanesi, il patrimonio pubblico e il tessuto urbano».
Per Nicola Di Marco, capogruppo pentastellato nel Consiglio regionale della Lombardia, «la speculazione immobiliare ha raggiunto livelli insostenibili e anche San Siro è stato sacrificato sull’altare del profitto. Nessuna consultazione con i cittadini, nessuna trasparenza nei processi decisionali, nessuna pianificazione chiara. Gli impatti ambientali vengono ignorati, i veri beneficiari delle operazioni restano nascosti dietro fondi di investimento opachi».
Diversa la posizione di Francesco Ascioti, segretario milanese di Azione: «Milano negli ultimi 15 anni si è affermata come capitale europea e un nuovo stadio era necessario. La politica sia all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte», per questo «ribadiamo la necessità di riconoscere alla città di Milano poteri speciali che siano idonei ad affrontare le complessità con cui il sindaco e la giunta si misurano ogni giorno e che siano adatti ad amministrare, anche in chiave metropolitana una grande città internazionale come la nostra».
Continua a leggereRiduci