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2024-12-07
Biden ha (s)finito gli ucraini: «Aumentate di sei volte le fughe di soldati dal fronte»
Ansa
Mancano circa sei settimane all’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha già annunciato di voler risolvere il conflitto russo-ucraino e di non voler più sostenere l’esercito di Kiev con ingenti finanziamenti, che gravano sull’economia americana. L’amministrazione ancora in carica di Joe Biden, però, sta facendo tutto il possibile per armare Volodymyr Zelensky e - sostengono alcuni osservatori - per mettere i bastoni tra le ruote al futuro presidente. Stando al Guardian, ad esempio, in questi giorni Washington ha promesso a Kiev «una valanga di aiuti militari», nonché nuove sanzioni contro Mosca. Più nel dettaglio, riferisce il quotidiano britannico, l’amministrazione Biden si è impegnata a fornire, entro metà gennaio (quindi prima dell’insediamento di Trump), «centinaia di migliaia di ulteriori proiettili d’artiglieria, migliaia di razzi e centinaia di veicoli corazzati», senza contare prestiti per 20 miliardi di dollari, finanziati tramite gli asset russi congelati. Insomma, fosse per Biden, la guerra a Est potrebbe proseguire per anni. Incurante della situazione critica dell’esercito ucraino al fronte (riconosciuta dallo stesso Zelensky), la sua amministrazione ha persino chiesto a Kiev di abbassare l’età della leva da 25 a 18 anni. E quindi, in sostanza, di mandare a combattere pure i ragazzini. Una richiesta che, ovviamente, non è stata gradita dai diretti interessati, tra cui il più infastidito è stato senz’altro Dmytro Lytvyn, il consigliere di Zelensky.
Ma in che condizioni versano, appunto, le forze armate ucraine? Su questo spinoso argomento, ha fatto luce ieri un articolo di Bloomberg. Secondo l’agenzia americana, le truppe di Kiev sono esauste e allo stremo delle forze. Con combattimenti sempre più massacranti e in carenza di personale, sono aumentati anche i casi di diserzione o di abbandono delle postazioni. A partire dal 2022, riferisce Bloomberg, «l’Ucraina ha avviato quasi 96.000 procedimenti penali contro i militari che hanno abbandonato i loro incarichi dopo l’invasione russa». Il dato più preoccupante, però, è che la maggior parte dei fascicoli è stata aperta proprio nel 2024, facendo registrare «un aumento di sei volte rispetto agli ultimi due anni».
La mancanza endemica di soldati, inoltre, impedisce ai combattenti al fronte di recuperare energie fisiche e mentali. E questo lo ha ammesso lo stesso Zelensky pochi giorni fa durante un’intervista radiofonica. Al tempo stesso, tuttavia, il presidente ucraino - come specifica Bloomberg - «si è opposto alla possibilità di stabilire una scadenza per il congedo delle truppe». In mancanza di licenze, pertanto, sono aumentati esponenzialmente i casi di assenza senza permesso (fattispecie nota con l’acronimo Awol). In altri termini, i militari esausti, pur senza la volontà di disertare, lasciano le postazioni per avere una tregua e visitare le loro famiglie. Per poi, generalmente, rientrare nei ranghi. Secondo alcune stime, torna al proprio incarico circa la metà degli assenti non giustificati. Il resto, si suppone, potrebbe aver effettivamente disertato.
Un problema molto simile, prosegue Bloomberg, viene affrontato anche dalle forze armate russe. Eppure, a differenza dei nemici, «la Russia può assorbire più facilmente l’emorragia del suo personale militare, dato che la sua popolazione è quasi quattro volte quella dell’Ucraina». Per Kiev, insomma, risolvere questa crisi è una questione di vita o di morte. Anche per questo, di recente, Zelensky ha promesso un’amnistia agli assenti ingiustificati qualora tornino alle loro unità prima del 1° gennaio. Da quando questa disposizione è entrata in vigore, sarebbero rientrati alla base circa 3.000 soldati.
Nel frattempo, Mosca e Minsk hanno siglato un nuovo patto di difesa, che prevede «garanzie reciproche di sicurezza». Una volta giunto in Bielorussia per suggellare l’accordo, Vladimir Putin ha chiarito che il trattato include «l’uso di tutte le forze disponibili», comprese «le armi nucleari tattiche russe» situate sul territorio bielorusso, in caso di pericolo per «la sovranità, l’indipendenza, l’integrità e l’inviolabilità dei territori della Russia e della Bielorussia». Tra gli armamenti previsti dall’accordo, figurano anche gli Oreshnik, i nuovi missili balistici ipersonici russi, che dovrebbero essere dispiegati in Bielorussia nella seconda metà del 2025.
Sull’uso delle armi nucleari tattiche, inoltre, ha fatto chiarezza Sergey Lavrov. Intervistato a Mosca da Tucker Carlson, giornalista vicino a Trump, il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che «saremmo pronti a usare qualsiasi mezzo per non permettere» agli Stati Uniti e ai loro alleati «di avere successo in quella che chiamano sconfitta strategica della Russia». In pratica, ha specificato Lavrov, l’uso di armi nucleari avverrà solo di fronte a una minaccia che metta in pericolo l’esistenza stessa della Federazione russa. Tra cui rientra, appunto, il ricorso ad «attacchi nucleari limitati» che, secondo Lavrov, la Nato avrebbe preso in considerazione. Eppure, ha ribadito Lavrov, la Russia non desidera affatto questo scenario e intende evitare ogni pericolo di escalation: «Vorremmo avere relazioni normali con tutti i nostri vicini», ha detto, «soprattutto con un grande Paese come gli Stati Uniti». Anzi, ha sottolineato, «non vediamo alcun motivo per cui Russia e Stati Uniti non possano cooperare per il bene del pianeta».
Sul cambio della guardia alla Casa Bianca, peraltro, Lavrov ha dichiarato a Carlson che «l’amministrazione Biden vorrebbe lasciare all’amministrazione Trump un’eredità quanto più negativa possibile». Un po’, insomma, «come ha fatto Barack Obama con Trump durante il suo primo mandato quando, nel 2016, Obama ha espulso i diplomatici russi proprio a fine dicembre».
Ieri, intanto, fonti di Palazzo Chigi hanno riferito che Giorgia Meloni ha avuto un contatto telefonico con Zelensky. Il presidente del Consiglio, si legge nella nota, «ha ribadito il sostegno a 360 gradi che l’Italia assicura e continuerà ad assicurare all’Ucraina e al popolo ucraino, con l’obiettivo di costruire una pace giusta».
«Maxi fondo europeo per la Difesa». Meglio del Pnrr se schiva l’austerità
A Bruxelles, rivela il Financial Times, si starebbe lavorando a un fondo comune per la Difesa con una dotazione da 500 miliardi di euro, che consenta all’Europa di potenziare il settore (anche) per essere pronta a una eventuale e pure assai probabile svolta nella politica Usa, quando Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca. Il tycoon ha sottolineato ripetutamente di voler disimpegnare Washington dalla protezione dell’Europa se il Vecchio continente non aumenterà gli investimenti nella Difesa. Il meccanismo di questo fondo intergovernativo, stando a quanto rivelato dal Ft, sarebbe ad adesione volontaria, consentendo così gli Stati militarmente neutrali, come Austria, Malta, Irlanda e Cipro, di restarne fuori senza bloccarlo. Il fondo sarebbe aperto anche alla Gran Bretagna e alla Norvegia, che non fanno parte della Ue. Il modello di finanziamento a cui sta lavorando il Consiglio europeo, che secondo il Ft avrebbe già l’ok di «un gruppo chiave di Stati membri», consisterebbe nella emissione di obbligazioni supportate da garanzie nazionali dei Paesi partecipanti anziché dall’Ue nel suo complesso. La Banca europea per gli investimenti, alla quale è vietato finanziare direttamente gli investimenti in armi, svolgerebbe un ruolo tecnico, contribuendo ad amministrare la società veicolo e a gestire le funzioni di tesoreria. Paesi come Germania, Francia, Italia e Spagna, protagonisti del settore dell’industria degli armamenti, trarrebbero benefici dal progetto, che ricorda per molti aspetti i Pnrr, ma che rispetto a esso avrebbe un fondamentale punto di forza: i soldi non verrebbero dispersi in mille miniprogetti, ma sarebbero concentrati su pochi investimenti di grandi dimensioni. Resta però sullo sfondo una grande questione irrisolta: le spese sostenute dai governi per investire in questo fondo potrebbero essere scorporate dal calcolo del deficit, e quindi non pesare sui parametri imposti dal Patto di stabilità? Al momento questa possibilità, più volte chiesta dall’Italia, è stata sempre negata. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rispondendo al question time al Senato, manifesta la sua preoccupazione su questo aspetto: «Sulle spese della Difesa», sottolinea Crosetto, «c’è un limite che ci verrà chiesto di raggiungere in tempi brevissimi, così come ci aveva chiesto la Nato e a cui non potremo sottrarci. È giusto iniziare a ragionare subito. Probabilmente non ci si è resi conto della gravità nei tempi in cui viviamo e della necessità di aumentare gli investimenti della Difesa», aggiunge Crosetto, «nell’approntamento delle truppe, in tutte quelle che sono finora le inefficienze che purtroppo sono dovute ad una scarsa dotazione finanziaria. Finora quest’anno il Parlamento ha messo a disposizione, con l’approvazione della legge di bilancio, l’1,57% del Pil, ma ricordo a tutti che tutti i governi si sono impegnati ad arrivare al 2% entro il 2028. A questo punto», conclude il ministro, «non posso che manifestare una mia preoccupazione per la possibilità di arrivare a quel risultato, se non cambieremo le regole europee».
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In attesa dell’arrivo di The Donald, la Casa Bianca promette «una valanga di aiuti» Lavrov al giornalista Usa Carlson: «La Russia rivorrebbe relazioni normali con voi». Il «Ft»: progetto aperto agli inglesi. Crosetto: «Le regole Ue bloccano gli investimenti». Lo speciale contiene due articoli. Mancano circa sei settimane all’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha già annunciato di voler risolvere il conflitto russo-ucraino e di non voler più sostenere l’esercito di Kiev con ingenti finanziamenti, che gravano sull’economia americana. L’amministrazione ancora in carica di Joe Biden, però, sta facendo tutto il possibile per armare Volodymyr Zelensky e - sostengono alcuni osservatori - per mettere i bastoni tra le ruote al futuro presidente. Stando al Guardian, ad esempio, in questi giorni Washington ha promesso a Kiev «una valanga di aiuti militari», nonché nuove sanzioni contro Mosca. Più nel dettaglio, riferisce il quotidiano britannico, l’amministrazione Biden si è impegnata a fornire, entro metà gennaio (quindi prima dell’insediamento di Trump), «centinaia di migliaia di ulteriori proiettili d’artiglieria, migliaia di razzi e centinaia di veicoli corazzati», senza contare prestiti per 20 miliardi di dollari, finanziati tramite gli asset russi congelati. Insomma, fosse per Biden, la guerra a Est potrebbe proseguire per anni. Incurante della situazione critica dell’esercito ucraino al fronte (riconosciuta dallo stesso Zelensky), la sua amministrazione ha persino chiesto a Kiev di abbassare l’età della leva da 25 a 18 anni. E quindi, in sostanza, di mandare a combattere pure i ragazzini. Una richiesta che, ovviamente, non è stata gradita dai diretti interessati, tra cui il più infastidito è stato senz’altro Dmytro Lytvyn, il consigliere di Zelensky. Ma in che condizioni versano, appunto, le forze armate ucraine? Su questo spinoso argomento, ha fatto luce ieri un articolo di Bloomberg. Secondo l’agenzia americana, le truppe di Kiev sono esauste e allo stremo delle forze. Con combattimenti sempre più massacranti e in carenza di personale, sono aumentati anche i casi di diserzione o di abbandono delle postazioni. A partire dal 2022, riferisce Bloomberg, «l’Ucraina ha avviato quasi 96.000 procedimenti penali contro i militari che hanno abbandonato i loro incarichi dopo l’invasione russa». Il dato più preoccupante, però, è che la maggior parte dei fascicoli è stata aperta proprio nel 2024, facendo registrare «un aumento di sei volte rispetto agli ultimi due anni».La mancanza endemica di soldati, inoltre, impedisce ai combattenti al fronte di recuperare energie fisiche e mentali. E questo lo ha ammesso lo stesso Zelensky pochi giorni fa durante un’intervista radiofonica. Al tempo stesso, tuttavia, il presidente ucraino - come specifica Bloomberg - «si è opposto alla possibilità di stabilire una scadenza per il congedo delle truppe». In mancanza di licenze, pertanto, sono aumentati esponenzialmente i casi di assenza senza permesso (fattispecie nota con l’acronimo Awol). In altri termini, i militari esausti, pur senza la volontà di disertare, lasciano le postazioni per avere una tregua e visitare le loro famiglie. Per poi, generalmente, rientrare nei ranghi. Secondo alcune stime, torna al proprio incarico circa la metà degli assenti non giustificati. Il resto, si suppone, potrebbe aver effettivamente disertato.Un problema molto simile, prosegue Bloomberg, viene affrontato anche dalle forze armate russe. Eppure, a differenza dei nemici, «la Russia può assorbire più facilmente l’emorragia del suo personale militare, dato che la sua popolazione è quasi quattro volte quella dell’Ucraina». Per Kiev, insomma, risolvere questa crisi è una questione di vita o di morte. Anche per questo, di recente, Zelensky ha promesso un’amnistia agli assenti ingiustificati qualora tornino alle loro unità prima del 1° gennaio. Da quando questa disposizione è entrata in vigore, sarebbero rientrati alla base circa 3.000 soldati.Nel frattempo, Mosca e Minsk hanno siglato un nuovo patto di difesa, che prevede «garanzie reciproche di sicurezza». Una volta giunto in Bielorussia per suggellare l’accordo, Vladimir Putin ha chiarito che il trattato include «l’uso di tutte le forze disponibili», comprese «le armi nucleari tattiche russe» situate sul territorio bielorusso, in caso di pericolo per «la sovranità, l’indipendenza, l’integrità e l’inviolabilità dei territori della Russia e della Bielorussia». Tra gli armamenti previsti dall’accordo, figurano anche gli Oreshnik, i nuovi missili balistici ipersonici russi, che dovrebbero essere dispiegati in Bielorussia nella seconda metà del 2025.Sull’uso delle armi nucleari tattiche, inoltre, ha fatto chiarezza Sergey Lavrov. Intervistato a Mosca da Tucker Carlson, giornalista vicino a Trump, il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che «saremmo pronti a usare qualsiasi mezzo per non permettere» agli Stati Uniti e ai loro alleati «di avere successo in quella che chiamano sconfitta strategica della Russia». In pratica, ha specificato Lavrov, l’uso di armi nucleari avverrà solo di fronte a una minaccia che metta in pericolo l’esistenza stessa della Federazione russa. Tra cui rientra, appunto, il ricorso ad «attacchi nucleari limitati» che, secondo Lavrov, la Nato avrebbe preso in considerazione. Eppure, ha ribadito Lavrov, la Russia non desidera affatto questo scenario e intende evitare ogni pericolo di escalation: «Vorremmo avere relazioni normali con tutti i nostri vicini», ha detto, «soprattutto con un grande Paese come gli Stati Uniti». Anzi, ha sottolineato, «non vediamo alcun motivo per cui Russia e Stati Uniti non possano cooperare per il bene del pianeta».Sul cambio della guardia alla Casa Bianca, peraltro, Lavrov ha dichiarato a Carlson che «l’amministrazione Biden vorrebbe lasciare all’amministrazione Trump un’eredità quanto più negativa possibile». Un po’, insomma, «come ha fatto Barack Obama con Trump durante il suo primo mandato quando, nel 2016, Obama ha espulso i diplomatici russi proprio a fine dicembre».Ieri, intanto, fonti di Palazzo Chigi hanno riferito che Giorgia Meloni ha avuto un contatto telefonico con Zelensky. Il presidente del Consiglio, si legge nella nota, «ha ribadito il sostegno a 360 gradi che l’Italia assicura e continuerà ad assicurare all’Ucraina e al popolo ucraino, con l’obiettivo di costruire una pace giusta». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/biden-ha-sfinito-gli-ucraini-2670362617.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="maxi-fondo-europeo-per-la-difesa-meglio-del-pnrr-se-schiva-lausterita" data-post-id="2670362617" data-published-at="1733593858" data-use-pagination="False"> «Maxi fondo europeo per la Difesa». 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Il modello di finanziamento a cui sta lavorando il Consiglio europeo, che secondo il Ft avrebbe già l’ok di «un gruppo chiave di Stati membri», consisterebbe nella emissione di obbligazioni supportate da garanzie nazionali dei Paesi partecipanti anziché dall’Ue nel suo complesso. La Banca europea per gli investimenti, alla quale è vietato finanziare direttamente gli investimenti in armi, svolgerebbe un ruolo tecnico, contribuendo ad amministrare la società veicolo e a gestire le funzioni di tesoreria. Paesi come Germania, Francia, Italia e Spagna, protagonisti del settore dell’industria degli armamenti, trarrebbero benefici dal progetto, che ricorda per molti aspetti i Pnrr, ma che rispetto a esso avrebbe un fondamentale punto di forza: i soldi non verrebbero dispersi in mille miniprogetti, ma sarebbero concentrati su pochi investimenti di grandi dimensioni. Resta però sullo sfondo una grande questione irrisolta: le spese sostenute dai governi per investire in questo fondo potrebbero essere scorporate dal calcolo del deficit, e quindi non pesare sui parametri imposti dal Patto di stabilità? Al momento questa possibilità, più volte chiesta dall’Italia, è stata sempre negata. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rispondendo al question time al Senato, manifesta la sua preoccupazione su questo aspetto: «Sulle spese della Difesa», sottolinea Crosetto, «c’è un limite che ci verrà chiesto di raggiungere in tempi brevissimi, così come ci aveva chiesto la Nato e a cui non potremo sottrarci. È giusto iniziare a ragionare subito. Probabilmente non ci si è resi conto della gravità nei tempi in cui viviamo e della necessità di aumentare gli investimenti della Difesa», aggiunge Crosetto, «nell’approntamento delle truppe, in tutte quelle che sono finora le inefficienze che purtroppo sono dovute ad una scarsa dotazione finanziaria. Finora quest’anno il Parlamento ha messo a disposizione, con l’approvazione della legge di bilancio, l’1,57% del Pil, ma ricordo a tutti che tutti i governi si sono impegnati ad arrivare al 2% entro il 2028. A questo punto», conclude il ministro, «non posso che manifestare una mia preoccupazione per la possibilità di arrivare a quel risultato, se non cambieremo le regole europee».
Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
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